Massacri, esodi di massa, carestia: la lenta agonia del Congo-K orientale

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 luglio 2024

Massacri, villaggi bruciati, raccolti distrutti, carestia, banditismo, omicidi mirati, gang esoteriche e violenze. La crisi nell’est della Repubblica Democratica del Congo è sempre più allarmante, eppure sembra dimenticata dal resto del mondo. Pochi giorni fa OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha lanciato un nuovo appello per azioni immediate volte a proteggere la popolazione civile.

Il conflitto tra le forze governative congolesi e i ribelli dell’M23 sostenuto dal Ruanda sta devastando le regioni orientali del Congo-K. Ma Giovedì 4 luglio, gli Stati Uniti hanno annunciato una tregua umanitaria. Il cessate il fuoco ha preso il via ieri, anche se non sono stati rilasciati commenti da Kinshasa e tantomeno da Kigali.

Sfollati in Congo-K: crisi umanitaria

Alla fine del 2023 gli sfollati interni erano 6,9 milioni in tutto il territorio nazionale. Alla fine di maggio, nel solo Nord-Kivu, altri 1,77 milioni sono scappati dalle proprie case per fuggire alla furia dei miliziani M23.

I massacri sono proseguiti senza sosta e alla fine del mese di giugno i ribelli hanno preso il controllo di Kanyabayonga, località strategica, distante solamente un centinaio di chilometri da Goma.

Goma, situata sulla riva settentrionale del lago Kivu è il capoluogo del Nord-Kivu e alla sua periferia orientale passa il confine con il Ruanda. Al di là della frontiere è schierato l’esercito di Kigali. I miliziani dell’M23 sono invece posizionati a occidente e a settentrione.

Anche a Goma, la situazione socio-economica si sta deteriorando rapidamente, poiché la città rimane isolata e i rifornimenti arrivano a singhiozzo. Civili – compresi molti sfollati – sono vittime di furti, rapine, abusi e molestie.

Ora, con la presa Kanyabayonga, gli M23 possono controllare l’accesso alle città di Butembo e Beni, roccaforti della grande tribù Nande e di importanti centri commerciali del Paese.

Il quadro globale nel Nord-Kivu è davvero critico. Secondo quanto riportato in un articolo dall’emittente e giornale online tedesco Deutsche Welle (DW), diverse fonti, comprese quelle delle Nazioni Unite, avrebbero riferito che in alcuni degli ultimo scontri l’esercito ruandese sarebbe stato in prima linea e in numero superiore ai ribelli M23.

Gruppo armato M23 in Congo-K

Un responsabile della sicurezza che ha voluto restare anonimo, ha spiegato ai reporter dell’Associated Press che a metà giugno, durante un assalto a una base militare congolese a una decina di chilometri a nord di Goma, sarebbe stato ucciso un mercenario rumeno e altri due sarebbero stati feriti da un missile. Il ministero degli Esteri di Bucarest e diverse emittenti rumene hanno confermato la notizia.

La crisi si estende oltre il Nord-Kivu. Più di 77.700 persone sono fuggite nel Sud-Kivu. Ma anche in questa provincia dall’aprile scorso causa di un conflitto tra due fazioni del gruppo armato Biloze Bishambuke, sono scappate oltre 30.000 persone. La situazione della sicurezza nella provincia di Ituri rimane instabile e imprevedibile, con continue violazioni dei diritti umani.

E a tutto ciò si aggiungono pure le catastrofi naturali, che hanno aggravato la crisi umanitaria. L’innalzamento delle acque del lago Tanganica, le forti piogge e l’ingrossamento dei fiumi hanno causato inondazioni e frane, soprattutto nel Sud Kivu. Lo scorso maggio oltre 50.000 persone sono state costrette a lasciare i propri villaggi.

In mezzo a tanta disperazione e sofferenza la vita però continua e qua e là si intravvedono spiragli di luce e solidarietà. A Goma, Gaël Assumani, ex campione di box congolese, dal 2020 gestisce un club di box solidale, Nyama Boxing, per dare ai giovanissimi che vivono per strada, un futuro migliore. L’ex atleta spera di allontanare i giovani anche dai vari gruppi armati che operano nella zona.

 

“Alcuni bambini hanno lasciato le loro famiglie perché non riescono a sopravvivere in condizioni di povertà estrema. Altri invece, provengono da zone di conflitto e si trovano nei campi per sfollati. Ora noi cerchiamo di dare loro una speranza, formandoli e facendo capire loro che hanno una famiglia”, ha spiegato Assumani. Lui stesso ha vissuto per strada dopo la morte della mamma.

E poi ci sono persone come Deborah Nzarubara, che proviene da una lunga stirpe di apicoltori di Goma che pratica questa antica attività in modo sostenibile e biologico per far coesistere armonicamente agricoltura e api. Il miele deve essere prodotto senza danneggiare la vita degli insetti che lo producono. Deborah sta formando nuovi apicoltori, installando arnie moderne. La giovane è fortemente motivata da un senso di responsabilità per le generazioni future.

Corenelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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