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La notte infinita del Medio Oriente

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Test del vaccino in Liberia, ma ebola non molla e colpisce ancora in Sierra Leone

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 agosto 2015

Nuovi casi di ebola in Sierra Leone. Un uomo è morto in un villaggio nel distretto Northern Tonkolili, dove era andato per festeggiare con i familiari la fine del Ramadam. Secondo Hassan Abdul Sesay, un membro del parlamento, l’uomo si sarebbe infettato a Freetown, la capitale del Paese. Ora lo staff medico e paramedico del più vicino ospedale, che aveva prestato le prime cure all’ammalato, è in quarantena, così gli abitanti dell’intero villaggio. In tutto oltre cinquecento persone. Malauguratamente i familiari hanno celebrato in modo tradizionale, senza rispettare le nuove norme da adottare in caso di decesso dovuto al terribile virus e ciò aumenta considerevolmente la possibilità di contagio. Il microbo, infatti, non muore con la persona.

Barellieri

Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, da dicembre 2013 (inizio dell’epidemia) al 31 luglio 2015 le vittime del terribile virus killer sono state 11.280, mentre i casi infetti 27.836. Questi rappresentano i casi registrati ufficialmente. Altri non sono stati segnalati, perche ancora oggi, la paura della malattia è più pericolosa dell’ebola stessa. La scorsa settimana sono stati individuati nuovi casi in Liberia e in Sierra Leone.

Vedremo se il nuovo vaccino, frutto di una collaborazione tra il Ministero della sanità canadese (Public Health Agency of Canada) e la casa farmaceutica Merck, che lo ha sviluppato in soli dodici mesi, ora in fase di sperimentazione in Liberia, sarà in grado di mettere fine a questa epidemia e se potrà prevenire quelle future. Prima o poi, dicono gli scienziati, ebola si ripresenterà.  Sembra che la sperimentazione abbia dato, almeno finora, ottimi risultati.   Il vaccino è una combinazione di frammenti di ebola con un altro virus più sicuro; dovrebbe stimolare e preparare il sistema immunitario a combattere il virus invisibile.

Per il momento sono state vaccinate le persone che sono venute in contatto con l’ebola, vale a dire i parenti, gli amici, i vicini di casa di una persona ammalata, formando in questo modo una sorta di “anello protettivo” di immunità.

Vaccino

Cento pazienti sono stati inseriti subito nel progetto. Durante i mesi seguenti, ne sono state inseriti altri. All’incirca duemila persone venute in diretto contatto con un ammalato di ebola,  sono state vaccinate. Chi ha potuto sottoporsi al trattamento immediatamente, non ha contratto il virus;  sono stati invece segnalati sedici casi di malattia, quando il vaccino è stato somministrato dopo tre settimane dall’avvenuto contatto.

Da aprile alla fine di luglio non sono stati registrati gli effetti collaterali temuti; dunque da ora in poi in Liberia tutti coloro che sono entrati in contatto con un malato, saranno vaccinati, inclusi i bambini che durante la prima fase  sono stati esclusi per motivi di sicurezza.

L’organizzazione Médecins Sans Frontières è stata coinvolta in una sperimentazione parallela per quanto concerne il personale medico e paramedico attivo in prima linea per la cura degli ammalati affetti dal virus killer. Bertrand Draguez , direttore medico di MSF, visti i risultati sorprendenti finora ottenuti, pubblicati anche sull’autorevole “The Lancet, UK medical journal” , invita ad una distribuzione a più ampia scala in tutti i Paesi che stanno lottando contro l’ebola, in particolare dovrebbe essere vaccinato il personale medico e paramedico per interrompere il cerchio di contagio e proteggere contemporaneamente coloro che si espongono in prima linea.

infermiere mascherato con bimba 2

Marie-Paule Kieny, un’assistente del direttore generale dell’OMS, ha spiegato reporter della BBC: “Abbiamo constatato che quando si vaccina chi è venuto in contatto con il malato, la catena si chiude, il contagio non si espande ulteriormente. Potrebbe davvero cambiare la situazione attuale. Quando quarant’anni fa fu isolato il virus ebola non c’è stata nessuna cura e fino ad oggi è andata così”.

Si stanno sperimentando anche altri tipi di vaccini prodotti da GSK e Johnson&Johnson. Anche questi stanno dando buoni risultati.

Il mondo scientifico gioisce per i risultati ottenuti: si dice che il vaccino funzioni dal 75 fino 100 per cento, a seconda dei casi. Anche se la prudenza è d’obbligo, certamente si stanno aprendo nuove strade per la lotta contro il virus che ha sterminato interi nuclei familiari, messo in ginocchio la già fragile economia dei Paesi maggiormente colpiti, per non parlare dell’enorme difficoltà di ricostruirsi una vita normale se si ha avuto la fortuna di sopravvivere alla malattia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Lo Zimbabwe chiede agli Stati Uniti di estradare il dentista che ha ucciso Cecil

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 agosto 2015

Lo Zimbabwe – ha annunciato ieri il ministro dell’ambiente Oppah Muchinguri – ha chiesto agli Stati Uniti di estradare Walter Palmer, il dentista cacciatore che ha ucciso Cecil, lo stupendo esemplare di leone che era la maggiore attrazione per i turisti del Paese africano.  Palmer, che vive in Minnesota, deve rispondere di bracconaggio ed è stato definito da Muchinguri come “bracconiere straniero”.

Anche gli Stati Uniti stanno investigando il caso. Si pensa che il dentista abbia sborsato 50 mila dollari, più o meno 45 mila euro, per avere il permesso di uccidere il leone, che ha poi scuoiato e decapitato per usare la testa come trofeo di caccia.  Si difende dicendo che lui non sapeva chi fosse il leone e che fosse protetto e monitorato con un collare di localizzazione elettronica.

palmer e cecil Ucciso

Ma le sue risposte non sembrano del tutto sincere. Per uccidere il felino, il dentista ha usato arco e frecce, armi proibite dalle leggi dello Zimbabwe.

Intanto ieri si era diffusa la notizia che anche il fratello di Cecil, Jericho, fosse stato ucciso dai cacciatori. Per fortuna è stata smentita da un ricercatore sul campo, nel paro nazionale di Hwange, Brent Stapelkamp.

Ieri sera intorno alle 20.00, dopo che solo poche ore prima era stata diffusa la notizia circa la morte del secondo leone, Stapelkamp ha controllato il collare di monitoraggio del felino e ha comunicato: “Sembra che sia stato in giro tutto il giorno, abbiamo captato il suo ultimo segnale e la sua posizione proprio pochi minuti fa. Certamente andrò a cercarlo domani mattina per appurarmi del suo stato di salute e scatterò qualche foto da inviare al mondo intero”.

Celil in piedi

Trevor Lane, ricercatore del Bhejane Trust, un gruppo di ambientalisti che collabora con il parco nazionale della ex-colonia britannica, ritiene che Jericho sia stato tutto il giorno con una leonessa e che con molta probabilità abbia cercato di accoppiarsi con la “fidanzata”.

Questo il messaggio che è stato postato ieri sera sulla pagina facebook dai guardiani del parco, The Zimbabwe Conservation Task Force (ZCTF): “Jericho, fratello di Cecil, il più amato leone dello Zimbabwe, è stato ammazzato questo pomeriggio alle 16.00 ”.   (https://www.facebook.com/pages/ZCTF-Zimbabwe-Conservation-Task-Force/246013052094585)

cecil proteste

Stapelkamp ritiene che questo genere di disinformazione sia tipico di questa fonte, mentre Stephen Long, che lavora ugualmente per lo stesso Trust, ritiene che ZCTF gode di ottima fama e che la sua credibilità sia pari a quella degli inquirenti nazionali.

Un nuovo messaggio sulla pagina Facebook dello ZCTF ha tranquillizzato: ”Jericho è vivo, ma un altro leone è stato ucciso in Zimbabwe”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Somalia, gli shebab passano da Al Qaeda all’ISIS

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 27 luglio 2015

Riuniti nei dintorni di Jilib, poco a nord di Chisimaio, la seconda città portuale 600 chilometri a sud di Mogadiscio, i capi degli shebab stanno discutendo se cambiare alleanza e abbandonare i vecchi amici di Al Qaeda per trasferirsi, armi (proprio in senso letterale) e bagagli, nel campo dell’ISIL (Islamic State of Iraq and Levant), altrimenti chiamato ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) o più semplicemente IS (Islamic State).

Il leader degli shebab, Ahmed Abu-Ubaidah (sul quale pende una taglia di 3 milioni di dollari), e i suoi compagni finora erano schierati con Ayman Al Zawaihiri, l’uomo che ha sostituito Osama Bin Laden alla testa di Al Qaeda, ma ora stanno subendo il fascino di Abu Bakr Al Baghdadi, il califfo dello Stato islamico, colui che si è autoproclamato il capo di tutti i musulmani.

Abu Ubaidah

Difficile riuscire a capire le differenti posizioni emerse tra i leader degli shebab: per certo si sa che ci sono opinioni discordanti.  C’è chi propende per il cambio di alleanze e chi per la continuità. E’ certo però che il movimento è profondamente spaccato e rischia una nuova scissione dopo quelle che si sono verificate negli ultimi anni. Il gruppo degli Al Shebab ha dichiarato la sua appartenenza alla galassia di Al Qaeda nel 2012 e da allora è stato sempre fedele e leale alle idee espresse da Bin Laden e dal suo successore. Da tenere presente, tra l’altro, che i leader storici del movimento islamico somalo, l’ideologo shek Hassan Daher Aweis e il teologo e comandante militare Hassan Abdullah Hersi al-Turki, non sono più presenti sullo scenario dell’ex colonia italiana.

Il primo si è arreso ai governativi, per evitare di essere passato per le armi durante una delle rivolte interne agli shebab. E’ l’uomo cui devo la vita giacché, quando fui sequestrato delle corti islamiche nel dicembre 2006, intervenne in mio favore bloccando i giovani che avrebbero voluto farmi fuori. E mi disse: “I morihan (solo un paio d’anni dopo si sarebbero chiamati shebab) ti hanno catturato su ordine degli eritrei”.  Ora è agli arresti domiciliari a Mogadiscio e gli americani l’hanno cancellato dalla lista dei terroristi.

Members of the hardline al Shabaab Islamist rebel group hold their weapons in Somalia's capital Mogadishu

Il colonnello Hassan Turki, considerato per anni l’hardliner dell’islamismo somalo, è morto a metà del maggio scorso (qualcuno dice il 21 e altri il 27).  Ma anche lui si era costituito in marzo, probabilmente temeva di essere ucciso da un drone americano o dalla fazione shebab che gli si era rivoltata contro. http://www.africa-express.info/2015/03/12/bombe-baidoa-mentre-il-superterrorista-costituito-hassan-turki-promette-di-prendere-la-vedova-bianca/. Quindi ora all’interno del movimento somalo si stanno affrontando due correnti.

Dal 2012 gli shebab non hanno mai espresso dubbi sulla loro fedeltà ad Al Qaeda di cui si consideravano la loro filiale nel Corno d’Africa. Nel marzo scorso – raccontano fonti di intelligence – Al Baghdadi ha inviato allo sceicco Abu  Ubaidah un incoraggiamento a portare la jihad, cioè la guerra santa islamica, in Kenya, Tanzania ed Etiopia. Il messaggio terminava con l’invito a riposizionare gli shebab nell’arcipelago dei gruppi terroristi facendolo migrare da Al Qaeda all’ISIS. Alla sollecitazione non c’è stata una vera risposta ma vaghi ringraziamenti. Ora invece è venuto il momento di scegliere.

Al Qaeda – e quindi gli shebab – formalmente si sono dissociati dall’ISIS nel febbraio 2014, con una annuncio pubblicato in internet, con il quale si prendevano le distanze dalle atrocità del califfato che, si sanciva, non dev’essere più considerato una sua succursale. “Non siamo più responsabili delle sua azioni”, sottolineava il documento.

Hassan Turki

A dispetto di gran parte dell’opinione pubblica secondo cui gli islamici, gli islamisti e in generale i seguaci del profeta Mohamed (Maometto in italiano) sono tutti uguali, la realtà è assai diversa. Perfino i gruppi terroristi differiscono tra loro nella strategia, nella tattica e negli obbiettivi da raggiungere. Al Qaeda, per esempio rimprovera ad Al Baghdadi di perseguire pratiche dittatoriali. L’essersi autonominato califfo – è una delle critiche – è uno schiaffo alla religione, secondo cui il califfo deve essere nominato da un gran consiglio di tutti i musulmani. Ma soprattutto Al Zawaihiri ritiene che le pratiche dell’ISIS siano troppo brutali e disumane. L’utilizzo poi dei media, dei video soprattutto, che mostrano atti di violenza inaudita, invece di attrarre simpatie, secondo Al Qaeda, ottengono l’effetto contrario: repulsione e disgusto.

Ultimamente però sembra proprio che gli shebab abbiano deciso di applicare i metodi dello Stato Islamico: secondo alcuni rapporti di intelligence redatti qui a Nairobi – di cui Africa ExPress ha potuto prendere visione – sembra quasi che il gruppo terrorista nato in Somalia abbia voluto sperimentare e applicare tecniche crudeli e feroci da portare in dote assieme all’accettazione dell’invito a unirsi all’ISIS.  Primo tra tutti i video recenti in cui viene mostrata la decapitazione delle vittime, un uso delle immagini – postate in rete e  sui social media – professionale, azzeccato e spregiudicato (sembra quasi che la regia dei prodotti confezionati sia affidata a tecnici competenti dello Stato Islamico).

To match interview SOMALIA-CONFLICT/AWEYS

Infine, ma la notizia non è del tutto nuova, in Somalia sono arrivati gruppi di nigeriani, militanti e capi di Boko Haram, la filiale dell’ISIS nell’ex colonia britannica sul Golfo di Guinea. Forse per questo ora gli shebab – cosa nuova – uniscono al terrorismo il business: saccheggiano i loro obbiettivi e chiedono il riscatto per rilasciare le persone che rapiscono.

Ma proprio il denaro potrebbe far pesare la bilancia degli shebab a favore dell’ISIS. Al Baghdadi, che riceve ingenti finanziamenti “privati” dagli sceicchi del petrolio, avrebbe promesso a Al Ubaidah un sostegno concreto in armi e dollari. Tra l’altro, incalzati dalle truppe della missione dell’Africa Union e dall’esercito regolare somalo, i cui soldati hanno ultimamente ricevuto un addestramento migliore e, soprattutto, salari decenti pagati puntualmente, i guerriglieri somali hanno perso terreno comprese alcune città, come Bardehere che controllavano da anni. Hanno quindi bisogno di aiuti finanziari e logistici, cosa che Ayman Al Zawaihiri non sembra possa più offrire.   I vecchi tempi in cui Al Sudani portava a Mogadiscio valige piene di biglietti verdi, dono di Osama Bin Laden, ad Hassan Daher Aweis e ad Hassan Turki sono proprio finiti.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Foto dall’alto in basso: Abu Ubaidah, Shebab in addestramento con i bazooka, Hassan Turki, Sheck Hassan Daher Aweis

La fusione in Somalia tra Al Qaeda e Shebab

Somalia, il superterrorista pentito Hassan Turki: “Vi aiuto a catturare Samantha Lewthwaite, la vedova bianca”

 

Food aid cut to Malian refugees in Mauritania

IRIN
Nouakchott, 9th  July 2015

Nearly 50,000 Malian refugees are at risk following the suspension of food aid to their camp in southeastern Mauritania, with NGOs warning of a significant increase in acute malnutrition, particularly among children under five, and pregnant and lactating women.

“We have literally been without rations for two months now,” Amsaleh Ould Mohamed, president of the management team at the M’Berra camp, told IRIN.

The World Food Programme (WFP), which supplies the majority of the camp’s food aid, including rice, vegetables, oil, sugar and salt, says it has insufficient funds to continue operations. WFP already cut supplies in June, reducing rice rations by more than half, from 12 kilograms per person to 5.4 kilograms.

Profughi Mali

Some refugees at M’berra have started raising livestock and others have set up small businesses selling soap and other goods, but most rely on outside aid, including food rations, for their survival.

“Refugees have tried to grow [produce] in communal gardens, but extreme heat, sandstorms and insects destroy most of the plantations,” said Maya Walet Mohamed, head of the women’s committee at the camp. Moulay* (last name withheld), a Malian refugee and one of a dozen or so butchers and animal dealers in the camp, has started accepting good-faith loans because of the dire food situation.

“I often accept credit for cows and camels, and then I’m repaid after their resale,” he told IRIN. “But during hard times, like now, I pay the difference in credit (between sale and resale) out of my own pocket.”

Due to the combination of a recent drought and the food suspension, people no longer have livestock or goods to trade or resell to buy meat, Moulay said. “Sometimes they come with personal possessions to convince me to sell them one or two kilos of meat, such as shoes, more or less new, or even a TV antenna,” he told IRIN.

MALNUTRITION
It is too soon to say what impact this latest suspension will have, but when food distribution was stopped in March, Médecins Sans Frontières (MSF) saw a “clear increase” in the number of sick children in its nutritional programmes at M’berra. Before the cancellation, an average of 30 kids were admitted per month. After the suspension, the number jumped to 79.

“Any further stop in regular rations could degrade the health status of the camp,” said Mohamed Gbane, MSF’s medical coordinator for Mauritania. Gbane explained that malnutrition “opens the door” to other illnesses such as respiratory infections and diarrhoea.

“Safeguarding the health of refugees depends on a package of humanitarian aid, including, crucially, a balanced diet,” the doctor said. “Diseases in the camp have been relatively stable, but there is still currently a decrease in the level of nutritional health, which coincides with the ceasing of the distribution of food rations.”

Our livestock is dying [due to drought] and our children are increasingly ill. If nothing is done shortly, this cocktail can cause disastrous consequences in terms of health. When MSF began operations in the camp in 2012, acute malnutrition for children under five was around 20 percent. Thanks to cooperation with WFP and other partners, the rate fell to nine percent by the first half of 2014. “It would be a tragic if we let the most vulnerable return to catastrophic levels,” Gbane said.

The timing of the interruption of food supplies is particularly bad as it coincides with the region’s lean season, when stocks of the staple crops are already low.

“The lean period is extremely difficult this year,” camp coordinator Mohamed Ag Melah told IRIN. “Our livestock is dying [due to drought] and our children are increasingly ill. If nothing is done shortly, this cocktail can cause disastrous consequences in terms of health.” He urged donors to take responsibility. “With the ration crisis, our family of eight, which includes four children, has not been able to nourish itself correctly,” 25-year-old Souley Ag Hassan, who fled Gao in northeastern Mali in 2013, told IRIN. “Food is our priority.”

MORE MONEY NEEDED
WFP says it needs
around $600,000 per month to cover the cost of food distribution in the camp. As of early July, the project was just 35 percent funded through September.

“The camp has been totally forgotten by donors because today international politics are focused on other crises like Syria and Ebola,” said April Benedict, head of the MSF mission in Mauritania.

“It was naively believed that after the signing of the peace agreements in Mali, that refugees would return home, but… recent attacks and looting of cities and villages in northern Mali have confirmed that it will still take time before the refugees feel safe enough to go back.”

Janne Suvanto, a spokesperson for WFP in Mauritania, assured IRIN that: “International donors have since found an emergency solution and we’re looking at the possibility of borrowing from the sub-region.”

Suvanto said that with the emergency funds, WFP hopes to fulfill at least 40 percent of food needs in the camp by mid-July, but that this is contingent on approval by donors. Even 40 percent wouldn’t be enough to cover all the needs in the camp and they would still have to start just with the most vulnerable women and children.

MSF project coordinator Rene Colgo made the point that all the emergency health support they provide at M’berra is rendered fairly useless if refugees are sick through lack of food.

IRIN

Bracconiere paga 50 mila dollari e ammazza Cecil il leone simbolo dello Zimbabwe

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 luglio 2015-07-30

Cecil, il leone più amato dello Zimbabwe, è stato ucciso da un dentista americano, durante una battuta di caccia grossa.

Il re leone dello Zimbabwe viveva nel parco nazionale dello  Hwange, nell’ovest del Paese. Aveva tredici anni, un esemplare magnifico, facilmente riconoscibile per la sua criniera scura.

SDRAIATO

Johnny Rodrigues, uno dei guardiani del parco nazionale ha raccontato: “Cecil ha lasciato l’area protetta all’inizio di luglio, perché gli è stata tesa una trappola per una battuta di caccia grossa: un animale morto è stato caricato su una macchina e Cecil, attratto dall’odore, ha seguito il suo istinto; non poteva farsi scappare un tale boccone.

Le guardie del parco hanno ritrovato l’animale fuori dal parco, decapitato, la sua carogna è rimasta invece sotto il sole, probabilmente per giorni. Fonti ufficiali dello Zimbabwe sostengono che sia stato ucciso con arco e freccia da Walter J. Palmer, una dentista cinquantenne americano, ben conosciuto nell’ambiente della caccia grossa. Ora è stato incriminato per bracconaggio.

La prima freccia, lanciata proprio da Palmer, pur ferendo il felino gravemente, non l’ha ucciso. I cacciatori lo hanno inseguito per ben due giorni, poi il dentista lo ha ucciso con un fucile.

CON NOTA

La morte, l’agonia della povera belva ha fatto il giro del mondo provocando, giustamente, orrore e scandalo: decine di migliaia di dollari per ottenere una licenza per uccidere animali protetti, per portarsi a casa un trofeo di caccia e c’è chi ha anche il coraggio di chiamarlo “sport”.

Nel 2009 lo stesso dentista, residente nel Minnesota, è stato sulle prime pagine di alcuni quotidiani americani per aver acquistato in una vendita all’asta una riserva di alci per la somma di 45.000 dollari. Lo stesso anno si è parlato ancora di lui per aver stabilito un nuovo record: aveva ucciso un enorme alce con arco e freccia. E lui stesso si vanta di poter uccidere belve senza dover ricorrere a fucili. L’altro giorno ha versato 57.000 dollari per poter uccidere il più amato leone dello Zimbabwe.

In una nota “il cacciatore di Cecil”, come ormai viene chiamato dal mondo intero, si è difeso così: “Mi sono fidato delle guide locali, non sapevo assolutamente di aver ucciso in modo non legale un leone tanto amato, monitorato, oggetto di studio di un progetto dell’università di Oxford”. Palmer ha alcuni precedenti penali, sempre a proposito di caccia grossa. Nel 2008 negli Stati Uniti è stato ritenuto colpevole per aver dato indicazioni false circa l’uccisione di un orso nero.

Martedì scorso, 28 luglio, il quotidiano “The Minneapolis Star Tribune” in un suo articolo ha annunciato ai propri lettori che l’ambulatorio odontoiatrico di Palmer a Bloomington, risulta chiuso da qualche giorno, il suo sito web è stato ritirato dalla rete.

walter-palmer-zimbabwe

I due compagni di caccia (le guide di Palmer) di nazionalità zimbabwana, il cacciatore Theo Bronkhorst e il proprietario terriero Honest Ndlovu , sono stati arrestati l’altro giorno con l’accusa favoreggiamento al bracconaggio. Bronkhorst è stato scarcerato il 29 luglio 2015 dietro il pagamento di una cauzione di mille dollari. Naturalmente si è dichiarato non colpevole. Dovrà ripresentarsi in aula il prossimo 5 agosto. Ndlovu è ancora in stato di fermo; sarà sentito dalla Corte in un secondo momento. Entrambi rischiano una condanna fino quindici anni di galera.

Anche funzionari statunitensi hanno dichiarato di voler avviare un’inchiesta circa l’uccisione del felino. Lo ha dichiarato Dan Ashe, direttore dell’US Fish and Wildlife Service (FWS). “Sono veramente preoccupato per la tragica morte di Cecil, dobbiamo capire come si sono svolti i fatti”. Per il momento Palmer risulta irraggiungibile, nessuno sa dove si trovi, che fine abbia fatto. Lui si è dichiarato innocente, ammette di aver ucciso il leone, ma è convinto di aver agito nella completa legalità. Intanto due persone sono state accusate di bracconaggio. Una di loro è ancora in galera.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Da bambino soldato (rapito) a capo dell’LRA e ora davanti alla Corte Penale Internazionale

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Speciale per Africa Express
Elisa Mereghetti e Marco Mensa
Bologna, 21 luglio 2015

La recente cattura (o resa volontaria, difficile saperlo con certezza) di Dominic Ongwen, uno dei tre capi supremi del Lord’s Resistance Army (LRA), ha riproposto all’attenzione pubblica alcune difficili questioni, che attengono agli intricati processi di pace e riconciliazione nel nord Uganda e nella regione dei Grandi Laghi.

Ongwen, oggi in attesa di processo al Tribunale de L’Aia, ha una storia molto particolare, se non unica. Fu rapito dai ribelli del Lord’s Resistance Army quando aveva 10 anni (13 anni secondo alcuni). La sua sorte sembrava essere quella di altri 60.000 bambini dell’Uganda settentrionale, rapiti e costretti a diventare soldati nel migliore dei casi, e nel peggiore, uccisi al minimo accenno di ribellione.

Ma Dominic Ongwen evidentemente era un ragazzo intelligente e di carattere, e da semplice “rapito” riuscì a fare carriera nei ranghi dell’esercito ribelle, fino a diventarne uno dei capi, e così a sopravvivere nella giungla per oltre 25 anni a fianco di Joseph Kony. Il capo indiscusso dell’LRA non ha esitato a uccidere quei luogotenenti che potevano rappresentare per lui una minaccia. Ha invece risparmiato Dominic Ongwen, probabilmente perché ne apprezzava il valore militare, o il carattere appunto. Non lo sapremo mai.

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Ciò che sappiamo è che dopo 25 anni Ongwen nel gennaio di quest’anno riemerge dalla foresta nella Repubblica Centroafricana e si consegna ai ribelli di quel paese, che lo rimettono agli americani, che a loro volta lo affidano all’esercito ugandese. Dopo qualche tentennamento, il governo di Kampala lo gira al Tribunale Internazionale de L’Aia, dal quale Ongwen è accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

E qui sta la contraddizione centrale. Ongwen ha partecipato alle azioni più atroci della LRA, ha ordinato l’esecuzione di massacri (come quello di Makombo, Nord-Est della Repubblica Democratica del Congo del dicembre 2009), ha ucciso, stuprato, mutilato egli stesso centinaia, forse migliaia, di persone innocenti. Ma, come sottolineano i capi religiosi della popolazione Acholi, in un loro comunicato emesso dopo la cattura di Ongwen, la domanda che tutti dobbiamo porci in primo luogo è: “Come è finito Dominic Ognwen nelle mani dell’LRA?”.

Dominic Ongwen

Un interrogativo, apparentemente banale, che però evidenzia un fatto e una risposta dirompenti: l’uomo di 35 anni che è oggi Ongwen resta in fondo il prodotto di una violenza “a priori”, l’evoluzione tragica e contraddittoria di quello che era un bambino innocente, rapito e addestrato ad uccidere.

Nel documentario Kevin – will my people find peace? una giovane giornalista ugandese, Kevin Doris Ejon, raccoglie le storie di giovani che, come Ongwen, sono stati rapiti, e che dopo molti anni passati nella foresta, in condizioni di vita disumane, compiendo essi stessi azioni efferate, sono riusciti, spesso in maniera rocambolesca, a fuggire dall’LRA e a tornare a casa.

Ma la loro speranza di potersi reintegrare nelle comunità di appartenenza è estremamente difficile, tanto che molti decidono di trasferirsi lontano dal loro villaggio di origine. Le comunità però non li accettano, hanno paura di loro, dei crimini che hanno compiuto mentre erano con i ribelli, dell’orrore che a volte si scorge dietro il loro sguardo.

Come racconta una testimone intervistata presso la cooperativa Wawoto Kachel di Gulu, che si occupa del reinserimento sociale ed economico dei reduci: “Da quando siamo tornati tutti ci guardano, e dicono: ‘vedi quelli sono rientrati dalla foresta’. Ma non sanno quello che abbiamo passato laggiù, che abbiamo visto, che è nella nostra mente. Quando la gente mi chiede di quel periodo, nella mia testa ricompare tutto quello che ho vissuto. Ho visto tanta morte, tante atrocità. La gente non sa, o non vuole ricordare, che siamo stati presi contro la nostra volontà”.

Il processo a carico di Dominic Ongwen dovrà affrontare contraddizioni profonde. La sua testimonianza, e quella di quanti saranno chiamati a deporre, servirà forse a definire una prassi, un percorso giuridico, un approccio morale e potrebbe rappresentare una pietra miliare nel cammino verso la conquista di una pace duratura in nord Uganda. Una pace che non potrà prescindere dalla questione delle migliaia di bambini soldato ormai diventati adulti, che furono costretti con la violenza a diventare ribelli, e che oggi non riescono a scrollarsi di dosso quell’etichetta scomoda, quel marchio infamante.

Elisa Mereghetti
Marco Mensa

Il documentario KEVIN – WILL MY PEOPLE FIND PEACE?, una produzione ETHNOS per la regia di  Elisa Mereghetti e Marco Mensa, ha vinto il premio “Miglior Lungometraggio” al Festival Internazionale “Un film per la pace” 2015 di Medea (Gorizia)

www.ethnosfilm.tv/kevin

Mozambico, chi critica il presidente rischia la galera (alla faccia della Costituzione)

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 luglio 2015

Il presidente della repubblica quel post non l’aveva digerito. Armando Guebuza, capo dello Stato per due mandati, dal 2005 al gennaio 2015, ha mostrato tutto il suo potere di ex militare arrivato al vertice della politica, per punire coloro che avevano osato criticarlo.

Maputo VISTA DAL MARE

Tutto comincia nel novembre 2013 quando Carlos Nuno Castel-Branco, economista di prestigio internazionale e accademico mozambicano all’Università Eduardo Mondlane di Maputo, pubblica un post sul suo profilo Facebook.

Il testo è una forte critica alla politica interna del presidente, ritenuto responsabile per lo stato di guerra in alcune aree del Paese e per un approccio allo sviluppo economico che genera una crescita elevata ma che non riduce la povertà e aumenta invece il debito pubblico. Secondo Carlos Nuno la politica di Guebuza alimenta il settore privato a scapito dei servizi pubblici, restringe lo spazio politico e aumenta il controllo dei media da parte delle elite politiche ed economiche. Per queste ragioni chiedeva le dimissioni del presidente.

Guebuza2006

Durante gli anni nelle stanze del potere e alla presidenza della repubblica, Guebuza (oggi chiamato Mr. Gue-Business) ha rafforzato anche il suo potere economico diventando uno dei più ricchi uomini del Paese. È azionista della Laurentina Ltd, secondo birrificio mozambicano; del Banco Mercantil de Investimentos, importante istituto di credito del Mozambico; ha interessi nel traffico dei container del porto di Beira (secondo del Paese), nella pesca, nell’edilizia, nel turismo e nei media.

I numeri e i titoli per poter dire la sua Carlos Nuno li ha: professore associato in Sviluppo economico e industrializzazione all’Università di Maputo; fondatore e direttore dell’Istituto di Studi sociali ed economici (Iese http://www.iese.ac.mz/), ricercatore associato presso la Scuola di Studi orientali e africani all’Università di Londra e ricercatore onorario senior all’Institute for Development Policy and Management all’Università di Manchester. Ma ha anche un passato nell’Esercito popolare di liberazione (FNLM) dove si arruolò come volontario a 17 anni, prima che il servizio militare diventasse obbligatorio.

Il post su Facebook è subito diventato un’occasione per allargare il dibattito, sempre vivo nel Paese africano, ed è stato ripreso da due giornali indipendenti: “Canal de Mocambique” e “Mediafax”.

FB-Carlos_Nuno

La risposta dei vertici del potere è arrivata veloce e pesante: immediato sfratto intimato allo Iese, che ha avuto due settimane per lasciare la sua sede, e Carlos Nuno è stato accusato di diffamazione e attentato alla sicurezza dello Stato. Fernando Veloso, direttore di “Canal de Mocambique” e Fernando Mbanze, direttore di “Mediafax”, sono stati accusati di attentato alla sicurezza dello Stato e abuso della libertà di stampa.

In un’attenta analisi, pubblicata su All Africa (http://allafrica.com/), Bridget O’Laughlin, ex professore associato all’Istituto di Studi sociali dell’Aia, scrive che “questa repressione può fermare il dibattito pubblico e portare all’autocensura – e ricorda che – L’articolo 48 della Costituzione garantisce la libertà di espressione, la libertà di stampa e il diritto all’informazione” quindi “l’accusa sembra violare la Costituzione della Repubblica del Mozambico”.

SAMSUNGNel frattempo si è attivata anche Amnesty International USA e su change.org è stata pubblicata una petizione per difesa della libertà di espressione e della libertà accademica, indirizzata al Pubblico ministero a Maputo, che ha raccolto un migliaio di firme di intellettuali e accademici mozambicani e stranieri.

Uno dei firmatari della petizione, in un commento, ricorda le parole di Carlos Cardoso, giornalista mozambicano assassinato a Maputo nel 2000 mentre indagava su una truffa di 14 milioni di USD legati alla privatizzazione del Banco Comercial de Moçambique: “È vietato mettere le manette alle parole”.

Tra poco il processo che, su richiesta della difesa di Carlos Nuno, è stato spostato dal 3 al 31 agosto 2015.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti foto

In alto veduta di Maputo dal mare:
“Maputo” di Andrew Moir – originally posted to Flickr as Maputo skyline from cruiseship East Africa. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maputo.jpg#/media/File:Maputo.jpg

Il l’ex presidente Armando Guebuza:
“Guebuza2006” di Ricardo Stuckert/PR – Agência Brasil [1]. Con licenza CC BY 3.0 br tramite Wikimedia Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Guebuza2006.jpg#/media/File:Guebuza2006.jpg

Ultima foto in basso, un tributo a Carlos Cardoso:
“Memoria Carlos Cardoso” by Wy2000 at English Wikipedia. Licensed under CC BY 3.0 via Wikimedia Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Memoria_Carlos_Cardoso.jpg#/media/File:Memoria_Carlos_Cardoso.jpg

 

Obama chiede all’Etiopia un impegno su democrazia e diritti umani

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 27 luglio 2015

“Non ho avuto peli sulla lingua quando abbiamo discusso di diritti umani e di buon governo – ha sottolineato Barack Obama durante la conferenza stampa tenuta congiuntamente assieme al primo ministro etiopico Hailamariam Desalegn – . Infatti gli ho chiesto di migliorare l’atteggiamento sul rispetto dei diritti umani”.

Primissimo piano

E’ scivolato però il presidente americano quando, parlando del governo di Addis Abeba, lo ha definito “democraticamente eletto”: un po’ troppo per un’amministrazione che può vantare il sostegno del cento per cento del parlamento. L’opposizione, infatti, sostiene che le elezioni erano truccate.

Desalegn ha sostenuto che l’impegno dell’Etiopia verso la democrazia è reale. “Noi però veniamo da secoli di regimi non democratici è difficile passare in pochi decenni a un sistema democratico completo”.  E a una domanda che criticava la mancanza di libertà di stampa ha risposto che il suo Paese vuole un giornalismo “responsabile, professionale e non violento, senza giornalisti legati a gruppi terroristici”. Il che per molti significa “allineato con il potere”. E questo, francamente, non è accettabile in una democrazia, infatti le critiche delle opposizioni si sono scatenate sul web, critiche sia verso il premier sia verso il presidente.

Obama a pranzo con Desalegn

L’Etiopia è l’unico Paese a sistema parlamentare e non presidenziale di tutta l’Africa. La sua Costituzione è una delle più moderne di tutto il continente e prevede perfino (sebbene con procedure non semplicissime) il diritto alla secessione. Nelle lunghe conversazioni che avevo periodicamente con il primo ministro Melles Zenawi (scomparso prematuramente nell’agosto 2012) che conoscevo bene sin da quando era il leader del TPLF (Tigray People’s Liberation Front) e comandava i guerriglieri contro il regime del dittatore militar-comunista Menghistu Hailemariam, avevamo spesso affrontato il tema della democrazia. Personalmente sono convinto che Melles avrebbe voluto implementare i diritti degli etiopi. “Il mio obbiettivo – mi disse una mattina – è quello di arrivare a uno stato di diritto. Devo arrivarci con calma per convincere la gente del mio Paese che la violenza non è un’arma compatibile della lotta politica”.

Quando in un’altra occasione chiesi spiegazioni sui giornalisti in galera mi rispose.”Non sono giornalisti, ma fanno propaganda alla violenza e all’odio etnico. Se in Etiopia togliamo il coperchio alle rivendicazioni tribali scoppia tutto”. La stessa giustificazione che oggi ha addotto Desalegn alle critiche americane.

Per riuscire a spiegare la situazione in cui si dibattono alcuni governi africani, in bilico tra la feroce repressione, la guerriglia e la democrazia, racconto un altro episodio. Parlando del presidente sudanese Omar Al Bashir e della guerra in Darfur, Melles non espresse giudizi, diciamo così, lusinghieri nei confronti del suo omologo del nord. “Dovrebbe essere processato per crimini contro l’umanità”, si lascio sfuggire.

Quando un po’ di tempo più tardi la Corte Penale Internazionale spiccò un mandato di cattura contro il leader sudanese, il premier etiopico rilasciò una dichiarazione in cui criticava la decisione della Procura. Gli telefonai per chiedere spiegazioni: “Se fossi stato favorevole – si scusò quasi – Bashir mi avrebbe immediatamente organizzato una guerriglia alla frontiera e io non posso permettermela”.

Con Desalegn, il presidente americano ha discusso anche di lotta al terrorismo, ha lodato l’impegno etiopico contro gli shebab somali e promesso un maggiore aiuto degli Stati Uniti. Mentre oggi parlerà all’assemblea dei 54 Paesi dell’Unione Africana, ieri ha tenuto un minivertice sulle prospettive di pace in Sud Sudan, Paese giovanissimo (è nato nel luglio 2011) produttore di petrolio e quindi assai appetiti.

Oltre a Obama e a Desalegn hanno partecipato al summit il presidente ugandese Yoweri Museveni, quello keniota Uhuru Kenyatta, il ministro degli esteri sudanese, Ibrahim Ghandour, e la presidente dell’UA, la sudafricana Nkosazana Dlamini-Zuma.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Bimba kamikaze: i Boko Haram colpiscono anche in Camerun, 19 morti

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 luglio 2015

Non c’è tregua nel nord del Camerun, che da qualche settimana sembra essere il bersaglio prescelto da militanti della setta Boko Haram.  Ieri sera intorno alle 19.00 un nuovo attacco suicida a  Maroua, capoluogo della regione dell’estremo nord del Camerun, sono state ammazzate almeno diciannove persone. I feriti sono una sessantina. Testimoni oculari riferiscono che due kamikaze, una poco più che bambina, si sarebbero fatti esplodere nelle immediate vicinanze di un bar molto frequentato nel quartiere “Pont Vert” della città.

Bomba al mercato

Solo pochi giorni fa, mercoledì 22 luglio, un attentato simile, sempre a Maroua. Nel primo pomeriggio due giovani donne kamikaze (una di loro un’adolescente), si sono fatte esplodere contemporaneamente: la prima vicino al mercato più importante della città, la seconda in una via poco distante. Tredici morti e numerosi feriti, tra loro molti versano in grave condizioni.

Mappa con MarouaIl ministro della Difesa camerunense, Edgar Alain Mebe Ngo’o, si è recato a Maroua il giorno seguente, giovedì scorso per presiedere una riunione sulla sicurezza e per fare il punto della situazione sulla crisi in atto. Sono state varate nuove disposizioni – compreso lo stato di massima allerta – che però non sono valse a nulla: ieri sera i terroristi jihadisti hanno colpito nuovamente.

Dopo il terzo attentato nel giro di due settimane (il primo è avvenuto a Fotokol, al confine con la Nigeria il 12 luglio  http://www.africa-express.info/2015/07/13/nigeria-nuova-ondata-di-attentati-boko-haram-di-nuovo-sul-piede-di-guerra/), il Camerun tutto, ma in particolare gli abitanti di Maroua, sono terrorizzati e da qui un’immediata reazione del governo camerunense. Tramite il ministro dell’informazione Tchiroma Bakary, ha diramato un appello alla popolazione, invitandola alla calma. Inoltre chiede la massima collaborazione con le forze dell’ordine.

Sempre più spesso i sanguinari terroristi mettono in campo ragazze e ragazzine, usate come vere e proprie armi, bombe appunto. Giovanissime, a volte addirittura ancora bambine, addestrate all’obbedienza e alla sottomissione più totale.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotolgyes

Shebab e Sud Sudan, Obama ad Addis discute con il premier la sicurezza regionale

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 27 luglio 2015

Il presidente americano Barack Obama ha lasciato il Kenya che l’ha accolto come un divo ed è atterrato ieri sera ad Addis Abeba. L’Etiopia è uno degli alleati più fedeli di Washington, anche se la Casa Bianca ha qualcosa da rimproverare al suo amico primo ministro Hailèmariam Desalegn.

Innanzi tutto una mancanza di democrazia. Il partito al potere ha fatto piazza pulita degli oppositori e ora il parlamento è totalmente nelle sue mani. La stampa poi non è libera e i diritti umani sono violati, con molti giornalisti ed esponenti della società civile in carcere.

Obama e Desalegn

L’Etiopia comunque è un Paese in prima linea nella guerra al terrorismo anche perché confina con Sudan e Somalia dove il pericolo islamico è molto forte. L’Etiopia, anche se con una certa riservatezza, ospita una piccola base americana a Gode, in Ogaden nella regione abitata da tribù somale in eterna rivolta. Anche da lì partono i droni che colpiscono gli shebab nell’ex colonia italiana.

Con Hailemariam Desalegn, Obama discuterà proprio di cooperazione militare. Gli Shebab, i terroristi islamici che operano in Somalia, hanno perso terreno proprio in queste settimane, anche grazie agli aerei senza pilota, ma ben armati, americani e le truppe di terra etiopiche.

Obama vorrebbe dar loro il colpo di grazia anche perché gli shebab in questi giorni hanno cambiato alleanze e sono passati da Al Qaeda allo stato Islamico.

Di Somalia, Sud Sudan e in genere di sicurezza regionale hanno parlato questa mattina in un colloquio a porte chiuse i leader di Statio Uniti ed Etiopia.

Addis Abeba è anche il quartier generale dell’Unione Africana e Obama terrà un discorso anche in quella sede.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi