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La notte infinita del Medio Oriente

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Obama: “La corruzione è un cancro, ogni tangente son posti di lavoro in meno”

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 26 luglio 2015

Durissimo il presidente americano nel discorso finale, stamattina, nello stadio Kasarani di Nairobi gremito fino all’impossibile: “La corruzione è un cancro che danneggia lo sviluppo economico e deteriora le società. Ogni tangente in più vuol dire posti di lavoro in meno. Dovete combatterla e cominciare finalmente a processare seriamente i corrotti”. E giù applausi: “La corruzione non va accettata e tollerata come una cosa naturale, cui non c’è rimedio. Anche negli Stati Uniti c’è malaffare ma noi lo combattiamo. Io vengo da Chicago, patria di Al Capone”. Un incoraggiamento ai giovani: “Dovete combatterla, cambiando le abitudini e la cultura del malaffare; la stampa libera è importante per partecipare al cambiamento”.

allo stadio

Poi è tornato ad affrontare il problema della violazione dei diritti umani: “E’ inammissibile che le donne siano considerate cittadini di seconda classe. I genitori devono dare alle figlie femmine le stesse opportunità dei maschi. Non c’è posto per cattive tradizioni nel ventesimo secolo. Combattere la mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati, la violenza sulle donne anche quella domestica. Non ci sono scuse e non vale appellarsi alle tradizioni. Alcune tradizioni nocive , come queste, vanno sradicate”.

Un discorso moderno, fortemente liberale e progressista durante il quale ha  ringraziato più volte il suo ospite il presidente Uhuru Kenyatta, che però ha pure rimproverato. “Io sono un keniota americano”, ha urlato al microfono tra gli applausi, aggiungendo una chiara, anche se non diretta critica: “La democrazia comincia con elezioni libere e senza violenza”, un riferimento alle penultime elezioni in Kenya segnate da massacri di natura tribale che hanno portato all’incriminazione davanti al tribunale internazionale dell’attuale  presidente (assolto in istrutoria) e del suo vice William Ruto (ancora sotto processo).

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“Noi lavoriamo per un ideale, vogliamo costruire una società migliore. Questo vale per gli Stati Uniti e deve valere anche per il Kenya”, ha sottolieato.

“Freedom of the press”, ha scandito in un altro passaggio. Cioè la stampa dev’essere libera. E poi ancora: ”Attenzione, democrazia vuol dire che ci dev’essere sempre qualcuno che non è d’accordo su qualcosa che fa il governo”.

“Combatteremo fianco a fianco con voi il terrorismo”,  ha promesso e ha rivolto un elogio ai musulmani: “Sono minoranze in America come in Kenya, ma hanno dato un forte contributo alla crescita dei nostri Paesi”.

Ha poi criticato il tribalismo rubando, senza citarlo, un comento lapidario ad Albert Einstein: “Facciamo parte tutti di una sola tribù, quella umana”,

Un discorso accattivante quello di Barack Obama, durante il quale non ha parlato da presidente, ma da amico. Ha colpito assieme il cuore e il cervello . Le sue parole gli hanno permesso di essere non solo applaudito ma addirittura osannato.

Il suo intervento è stato introdotto dalla sorella Auma con un breve intervento con il quale ha ricordato tutta quella parte della famiglia che vive in Kenya. Ma soprattutto ha puntato sul fatto che Barack è l’incarnazione del sogno americano: “Mio fratello Hussein – ha usato volutamente il nome musulmano che nessuno adopera più – è il simbolo di chi può realizzare il proprio sogno anche partendo da una famiglia povera”.

Massimo Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @Malberizzi

Kenyatta a Obama: “I diritti dei gay non ci interessano” e poi va tiepido sulla corruzione

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 25 luglio 2015

Forti differenze di opinioni tra il presidente degli Stati Uniti Barak Obama e il suo omologo keniota che lo ospita a Nairobi, Uhuru Kenyatta. Alla conferenza stampa tenuta dai due leader alla State House, la Casa Bianca locale, l’americano ha sostenuto senza tentennamenti che uno dei temi da affrontare in Africa è la tutela dei diritti delle minoranze. Gli ha risposto il padrone di casa con una frase assai chiara: “In Kenya questo è un non-argomento e quindi non l’affrontiamo”. (Nel video qui sotto il momento in cui il presidente keniota risponde al collega americano). 

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Una risposta alquanto risibile giacché i diritti delle minoranze non sono considerati mai diritti per chi detiene la maggioranza. E’ compito di un vero statista occuparsi proprio di chi non ha voce o non è rappresentato: altrimenti tutti sarebbero felici e contenti.

Altro tema su cui i la sintonia è venuta a mancare è la corruzione, endemica in Africa, che danneggia non solo l’economia ma la struttura sociale di un Paese. Alla domanda precisa di un giornalista keniota Obama ha risposto con dettagliata precisione: “Non è il modo giusto per governare il business. Se il 5 o il 10 per cento di un affare finisce in tasche dove non dovrebbe finire occorre reagire perché il risultato finale è un impedimento e un danno alla crescita economica del Paese”. (Guarda il video qui sotto). Generoso Obama con un Paese dove la corruzione è ben oltre il 10 per cento di tangente e le infrastrutture spesso non vengono realizzate perché il denaro stanziato finisce nelle tasche di politici e funzionari, che se lo spartiscono con omertosa complicità.

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Ovviamente un grande tema dell’incontro è stato il terrorismo, soprattutto quello somalo degli shebab. Gli Stati uniti hanno annunciato un maggiore impegno nell’ex colonia italiana, dove per altro stanno dando alle forze dell’AMISOM, il contingente militare dell’Unione Africana un grande aiuto, non solo logistico, ma anche militare dato che i droni a stelle e strisce colpiscono in continuazione obiettivi mirati.

Oggi per tutto il giorno elicotteri americani hanno pattugliato il cielo di Nairobi, passando anche rasente ai tetti, mentre l’illuminazione nuova di zecca, fiore all’occhiello da mostrare a Obama, è in parte già collassata, per esempio sulla Muthaiga road, una delle strade più eleganti della capitale dove c’è la residenza dell’ambasciatore americano, Robert Godek.

conferenza stampa

L’illustre ospite si è recato in visita al giardino/memoriale (video qui sotto) che è sorto al posto dell’ambasciata americana distrutta da un attentato messo a segno il 7 agosto 1998 da Al Qaeda, che allora era un’organizzazione poco conosciuta. I morti erano stati 224 cittadini kenioti e 12 americani. I congiunti dei primi hanno consegnato a Obama una lettera di protesta: “Le famiglie delle vittime USA sono state indennizzate, noi no”!

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Al di là dei diritti dei gay e della lotta al terrorismo, la visita di Obama si è incentrata soprattutto sull’economia. Abbiamo già riferito del discorso tenuto al summit degli imprenditori africani inaugurato dai due presidenti http://www.africa-express.info/2015/07/25/obama-allonu-apre-il-summit-degli-imprenditori-africani-siete-il-futuro-del-pianeta/ . Nel pomeriggio però il presidente ha ancora battuto il chiodo sul tema. “Il Kenya è un Paese leader nella crescita economica, ma ci vogliono alcuni aggiustamenti. Uno dei traguardi è l’elettricità per tutti. E voi siete all’avanguardia con un progetto di produzione energetica pulita e compatibile con l’ambiente”.

Probabilmente Obama non sa che gran parte di quel progetto eolico all’avanguardia sul lago Turkana doveva essere realizzato con turbine (ben 365) italiane, ma la società chiamata a produrle ha rinunciato. Non fidandosi dei kenioti e della loro serietà e attendibilità. Un grosso errore che forse dovrebbe fare riflettere anche Matteo Renzi. Africa ExPress racconterà questa vicenda in un prossimo articolo. Sarà l’impianto eolico più grande di tutta l’Africa e il secondo per produzione elettrica al mondo.

Infine Obama ha promesso lo stanziamento di un miliardo di dollari, reperiti da associazioni filantropiche e da banche, a favore degli imprenditori africani e poi ha puntualizzato: “La metà di questi soldi saranno riservati a donne e giovani”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Obama apre il summit degli imprenditori africani: “Siete il futuro del pianeta”

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 25 luglio 2015

Accolto da un interminabile applauso il presidente americano Barak Obama questa mattina ha aperto, assieme al suo ospite, il presidente keniota Uhuru Kenyatta, il summit “Entrepreneurship”, cioè l’incontro tra gli imprenditori africani e gli Stati Uniti. L’incontro si tiene nell’enorme quartier generale dell’ONU qui a Nairobi, dove lavorano quasi 5000 persone (probabilmente è più grande del Palazzo di Vetro  a New York).

Obama ha puntato il suo discorso sulle “incredibili” potenzialità dell’Africa e della sua gente che “dovrebbero diventare un hub dell’economia globale del pianeta”. Si è rivolto soprattutto ai giovani e alle donne e ha però stigmatizzato il dramma della corruzione che sottrae risorse al continente. “Nelle vostre mani c’è il futuro del mondo”. “I want to be here – ha detto testualmente – because Africa is on the move. Growth is good for all us. Kenya is leading the way!”

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Obama è stato interrotto più volte da lunghi applausi e ha interloquito con il pubblico di imprenditori africani che lo considerano uno di loro, un esempio da seguire.

Dal momento del suo arrivo fino a questa mattina, Obama non ha mai incontrato il vice presidente William Ruto, che è ancora sotto processo al alla Corte Penale Internazionale accusato di crimini durante le penultime elezioni presidenziali alle quali era candidato, tra l’altro, proprio contro il partito di Uhuru Kenyatta.

Massimo A. Alberizzi
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Tra un tripudio di folla, accolto come un divo, Barak Obama arrivato in Kenya

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 24 luglio 2015

Il Jumbo Air Force 1 con a bordo il presidente americano Barak Obama è atterrato questa sera alle 8:07 all’aeroporto Jomo Kenyatta di Nairobi. Ad attendere il leader della Casa Bianca il presidente keniota Uhuru Kenyatta.

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Due del pomeriggio, vialone che porta dall’aeroporto al centro di Nairobi. La gente è già assiepata sui marciapiedi e sui ponti in trepida attesa. Ma Obama passera soltanto alle 8 di questa sera. Il percorso previsto per il corteo presidenziale è stato ben risanato. Scomparse le classiche buche che crivellano l’asfalto, comparsa un’illuminazione da migliaia di watt, rimarginate le aiuole e risanati i marciapiedi solitamente sconnessi.

Basta però uscire dal tracciato presidenziale e si ricade nelle magagne di sempre, compreso un traffico mostruoso.

In cielo in mattinata hanno volteggiato diversi elicotteri, mentre dalla residenza dell’ambasciatore americano, in Muthaiga Road, di fronte agli uffici di Africa ExPress, sono usciti alcuni furgoni modernissimi con targa americana e una selva di antenne sul tetto, scortati da sconquassate auto della polizia keniota. Tutta la zona dalle 4 del pomeriggio è bloccata, lo stradone che posta all’aeroporto off limit.

Sui lati delle strade, bandiere degli Stati Uniti e del Kenya sottolineano la grande amicizia tra i due Paesi. Obama qui viene considerato un keniota, grazie al padre nato in un villaggio sul lago Vittoria. Tra l’altro la sua tribù, la luo, non è quella del presidente Uhuru Kenyatta, che è un kikuyu, ma quella del suo più feroce oppositore, Raila Odinga, che ha perso le elezioni, ben due volte, grazie ai brogli. Obama avrebbe voluto toccare Nairobi nel suo ultimo viaggio africano, ma aveva rinunciato perché sia Kenyatta sia il suo vicepresidente William Ruto, all’epoca erano incriminati dal tribunale internazionale, per aver fomentato violenze politiche. Kenyatta è stato assolto in istruttoria, Ruto invece è ancora sotto processo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Obama arriva in Kenya oggi. Due giorni di visita costeranno 40 milioni di dollari

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 23 luglio 2015

Il Kenya è in fibrillazione per l’arrivo del presidente americano Barack Obama. Le radio non fanno altro che parlare di questo. Le misure di sicurezza sono imponenti. L’inquilino della Casa Bianca arriverà domani sera intorno alle 8. Le strade principali di Nairobi saranno chiuse dalle due del pomeriggio. La capitale keniota è una città caotica, con un traffico sempre ingorgato. Per evitare che commessi e proprietari rimanessero bloccati nel traffico molti negozi hanno deciso di restare chiusi.

La città sembra rinnovata, lampioni che sparano una luce fortissima sono stati messi lungo tutto il percorso che sarà attraversato dal corteo presidenziale. Tutti i buchi che caratterizzano l’asfalto di Nairobi sono stati chiusi. Le strade finalmente sono lisce. Rifatti addirittura i marciapiedi e le aiuole e gli spartitraffico.

Secondo fonti ben informate la visita del presidente costerà ai contribuenti americani ben 40 milioni di dollari. Nei giorni scorsi da giganteschi aerei da trasporto atterrati all’aeroporto Jomo Kenyatta sono sbarcati una ventina di camioncini con la targa dei servizi speciali della sicurezza della Casa Bianca.

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D’altro canto gli agenti dell’FBI sono ormai dappertutto. Si incontrano agli angoli delle strade come perlustrassero l’ambiente. Per arrivare dall’aeroporto all’ambasciata americana, anzi alla residenza dell’ambasciatore americano, il corteo dovrà attraversare tutta la città.

Il timore che qualcuno con un attentato possa tentare di uccidere l’uomo più importante della pianeta è sensato. Il Kenya degli ultimi mesi ha subito diversi attacchi. I morti sono stati parecchi. Basta citarne uno per tutti, il massacro all’università di Garissa di metà aprile, costato la vita a 147 tra studenti e professori.

Il team di agenti del controspionaggio e i tecnici americani sono arrivati a Nairobi almeno un mese fa. Pian piano è giunto il materiale che serve al presidente americano per la sua permanenza di due notti quaggiù. Dall’America è arrivato tutto: l’acqua, le poltrone e perfino i condizionatori che stanno utilizzati nelle stanze riservate alla delegazione americana al convegno Global Entrepreneurship Summit, in programma al grande quartier generale delle Nazioni Unite qui a Nairobi. Un incontro il 25 e il 26 luglio tra imprenditori dei Paesi africani con quelli del mondo industrializzato. Obama terrà un discorso.

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Il compound dell’ONU qui a Nairobi è enorme ci lavorano poco meno di 5000 persone. Presenta quindi dei problemi di sicurezza per il presidente americano. Gli agenti della CIA e quelli dell’FBI sono in azione da un po’ di giorni dentro il recinto. Hanno bonificato tutto, comprese le fognature.

Il presidente americano arriverà stasera a Nairobi intorno alle otto non si sa bene quale sarà il suo programma sabato e domenica. A parte la conferenza alle Nazioni Unite, non si conoscono i dettagli della sua visita.

Probabilmente visiterà il sito dove è stata bombardata e distrutta l’ambasciata americana il 7 agosto 1998. Era un palazzo piuttosto alto, fu raso al suolo da un militante di Al Qaeda, morirono 12 americani e 212 kenioti. Ora al suo posto c’è un giardino, una sorta di memoriale in ricordo delle vittime.

Un altro luogo simbolo della lotta al terrorismo dove probabilmente si recherà il presidente americano è il Westgate shopping mall, dove il 23 settembre 2013 morirono 67 persone prese in ostaggio da un gruppo di shabab somali.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Alla Fondation Cartier, una mostra sull’arte e la cultura del Congo dagli anni ’20 ad oggi

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Panunzio
Milano, 22 luglio 2015

Lo scorso 11 luglio è stata inaugurata presso la Fondation Cartier pour l’Art Contemporain di Parigi l’esposizione Beauté Congo – 1926-2015 – Congo Kitoko”, curata dall’esperto di arte africana e gallerista francese, André Magnin.

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La mostra, aperta al pubblico fino al prossimo 15 novembre, ripercorre quasi un secolo di storia della variegata produzione artistica della Repubblica Democratica del Congo dagli anni ’20 fino ai giorni nostri, comprendendo varie forme di arti figurative, dalla pittura alla scultura, dalla fotografia al fumetto, senza tralasciare l’espressione musicale.

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L’inizio dell’arte moderna congolese si colloca alla fine degli anni ’20, grazie alle prime opere su carta realizzate da Albert e Antoinette Lubaki e Djilatendo che, nel periodo della colonizzazione belga, ispirano prevalentemente la loro opera alla natura e alla vita quotidiana, alle leggende locali ed ai sogni.

Dopo la seconda guerra mondiale, il pittore francese Pierre Romain-Desfossés si stabilisce in Congo, a Elisabethville, dove fonda l’Atelier du Hangar, scuola di pittura, presso la quale si formano gli artisti Bela Sara, Mwenze Kibwanga e Pili Pili Mulongoy, caratterizzati, ciascuno a suo modo, da un’interpretazione gioiosa e multicolore della realtà.

Alla fine degli anni ’70 un gruppo di artisti che amano definirsi “artisti popolari” si presentano all’interno di una mostra collettiva organizzata a Kinshasa ed intitolata “Art partout” (1978): Chéri Samba, Chéri Chérin e Moke si ispirano al contesto urbano e agli eventi quotidiani, politici e sociali del Congo. Di pari passo prende piede un filone di artisti guidato da Papa Mfumu’eto, che si dedicano con successo al fumetto, e di cui oggi J.-P. Mika – autore della locandina della mostra “Beauté Congo” – è uno degli esponenti più interessanti.

Boxeur

I fondatori del collettivo Eza Possibles, Pathy Tshindele e Kura Shomali, sono esponenti di un nuovo movimento artistico, nato agli inizi degli anno 2000, che rivendica la sua indipendenza dalla formazione tradizionale proposta dell’Accademia di belle arti di Kinshasa e dà vita ad un’espressione artistica estremamente originale attraverso pittura e collage.

Arte congolese

Per la sezione fotografica, l’opera di Jean Depara e Ambroise Ngaimoko è una testimonianza della vita congolese negli anni seguiti alla conquista dell’indipendenza. É principalmente a Depara che dobbiamo i vivaci quadri della animata vita notturna di Kinshasa degli anni ’50 e ’60, ed alcuni straordinari ritratti degli stravaganti dandy locali, i celebri Sapeurs.

La musica fa da sottofondo alla scena culturale urbana del paese, dalla rumba, diffusasi all’inizio degli anni ’50, al jazz, al soul, al rap e alla musica dance, e la mostra “Congo Beauté” le riserva tutto lo spazio che merita dentro e fuori lo spazio espositivo, anche attraverso il programma di eventi musicali Nomadic Nights che accompagnerà l’iniziativa fino alla sua conclusione.

Un’occasione imperdibile per familiarizzare con il volto meno noto dell’universo africano, quello della joie de vivre, della fantasia creativa e di un’inesauribile vitalità, quello che le cronache dal continente generalmente trascurano, o forse più semplicemente ignorano.

Alessandra Panunzio
apanunzio@hotmail.com

Ciad: crimini contro l’umanità. Processo a Dakar contro l’ex dittatore Habré

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 luglio 2015

Si è aperto lunedì scorso (20 luglio) a Dakar, capitale del Senegal,  il processo contro Hissène Habré,  ex-presidente del Ciad dal 1982 al 1990. Il vecchio dittatore settantaduenne, dovrà rispondere di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e torture. Durante la sua presidenza del terrore furono uccise quarantamila persone,  decine di migliaia gli scomparsi, migliaia le vittime di tortura.

E’ considerato un processo storico: per la prima volta un leader africano dovrà rispondere dei suoi atti in un altro Paese africano. Habré si è rifugiato nel Senegal nel 1990 dopo essere stato deposto dall’attuale presidente del  Ciad, Idriss Deby Itno.

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Sarà giudicato a Dakar, da un tribunale appositamente creato dall’Unione Africana (UA) “Chambres africaines extraordinaires” (CAE), in virtù di un accordo con il presidente del Senagal, Macky Sall; Habré dovrà rispondere dei suoi atti di fronte ad un collegio di giudici composto sia da magistrati senegalesi, sia provenienti da altri Stati africani ed è presieduto da Gberdao Gustave Kam del Burkina Faso. L’UE è il maggiore finanziatore di questo processo, insieme a Belgio, Francia, Olanda, Ciad, USA, UA.

Per questo processo, il Senegal ha dovuto modificare le sue leggi e adottare la giurisdizione universale per permettere di giudicare uno straniero per atti commessi fuori dal suo territorio. Dal canto suo il Ciad ha autorizzato i magistrati del CAE di svolgere indagini in loco.

L’istruttoria per quello che é stato definito il “Processo dell’Africa,  è stata aperta nel  luglio 2013. “In questi due anni quattro commissioni rogatorie hanno ascoltato quasi duemilacinquecento vittime e una sessantina di testimoni”, ha precisato in questi giorni il procuratore generale del CAE, Mbacké Fall.
Dakar 3

Oltre quattromila vittime, direttamente o indirettamente colpite, si sono costituite parte civile. Uno degli avvocati che rappresenta le vittime, Assane Dioma Ndiaye,  ha sottolineato: “Fatti del genere non possono restare impuniti” e Clément Abaïfouta, presidente dell’associazione delle vittime contro la repressione politica nel Ciad (AVCRP), ha auspicato : “Spero finalmente di comprendere perché sono stato arrestato trent’anni fa.  Ho passato l’inferno in galera per lunghi quattro anni”.

Fatou Bensouda, presidente della Corte Penale Internazionale si è espressa in questi termini: “E’ necessario che l’Africa protegga le vittime e non gli autori di efferati crimini”.

“Il fatto stesso che un presidente sarà giudicato da un tribunale africano per crimini contro l’umanità e di guerra,  segna l’inizio di una lunga marcia verso la sovranità giudiziaria in questo Continente”, ha specificato Alioune Tine,direttore di Amnesty International per l’Africa occidentale.
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Dal suo arresto in Senegal nel 2013, Habré ha sempre negato ogni suo coinvolgimento circa le accuse che gli sono state rivolte e ha rifiutato qualsiasi collaborazione con la Corte.  Lunedì mattina è stato portato in tribunale con la forza, come ha dichiarato il suo avvocato francese François Serres ai reporter di “Le Monde”.

Ad attenderlo all’entrata del tribunale molti cialdini suoi sostenitori. Appena arrivato in aula, Habré ha urlato: “Abbasso l’imperialismo, abbasso il nuovo colonialismo”, provocando così una sospensione del processo di tre ore. Habré ha ordinato ai suoi avvocati di non partecipare alle udienze e  Kam, presidente del Tribunale speciale, ha dovuto nominare dei difensori d’ufficio. Per permettere loro di prendere visione degli atti, il processo è stato rinviato al 7 settembre 2015.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Libia, proposto uno scambio: “Liberate gli scafisti arrestati e libereremo i 4 rapiti italiani”

Africa ExPress
Tripoli
22 luglio 2015

È un sequestro rompicapo quello dei quattro tecnici italiani di Bonatti in Libia. Sono quattro le piste principali che gli inquirenti e i servizi segreti seguono, senza escluderne e privilegiarne nessuna, perché per tre di loro esistono precedenti recenti. E anche l’ultima, la peggiore, quella terroristica, è purtroppo possibile.

Più possibile di qualche mese fa, guardando gli sviluppi della regione. L’intelligence italiana è la più presente in Libia, eppure risulta ad Africa ExPress che sul rapimento, tra il 20 e il 21 luglio 2015, di Fausto Piano, Gino Pollicardo, Filippo Calcagno e Salvatore Failla, operai specializzati della società di Parma general contractor dell’impianto Eni di Mellitah, “brancoli ancora nel buio”.

La pista che prende corpo nelle ultime ore è quella di trafficanti di esseri umani – a Sabratha e nella vicina Zuara operano i network criminali delle tratte di migranti verso Lampedusa e i quattro italiani viaggiavano in auto da Zuara a Mellitah, nel territorio di Sabratha – in risposta alla missione militare UE, partita a luglio, contro gli scafisti.

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Fonti riservate di Sabratha hanno riferito ad Africa ExPress che i rapitori dei quattro tecnici hanno intenzione di proporre uno scambio: “Li rilasceremo  in cambio della liberazione di sei scafisti  di Zuara, arrestati dalle navi italiane. I loro parenti li rivogliono indietro”.

All’inizio di giugno gruppi criminali attivi anche nella tratta di migranti avevano rapito l’amministratore della Mellitah Oil and gas, joint venture tra la National Oil Company libica (50%) ed ENI (50%).

Youssuf al Shamani è stato rilasciato pochi giorni dopo, dopo il pagamento di un cospicuo riscatto. Anche l’ambasciatore libico a Roma Ahmed Safar ritiene la più probabile la pista che “uno o più trafficanti abbia agito in rappresaglia alla missione internazionale”. Un’ipotesi che implicitamente si lega alla pista del sequestro a scopo estorsivo da parte di criminali.

In Libia trafficanti di esseri umani e criminalità comune sono ambienti contigui, a volte identici. Anche in questo caso, esiste il precedente del tecnico italiano Marco Vallisa, sequestrato per soldi nel 2014 e poi liberato. Safar tende a escludere, come anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, “motivazioni politiche, molto improbabili”, dietro al rapimento.

Un atto intimidatorio e ricattatorio, cioè, degli islamisti del parlamento di Tripoli per il ruolo avuto dall’Italia nella mediazione ai negoziati sulla Libia dell’ONU. Sabratha, 70 chilometri a ovest di Tripoli, è governata dagli islamisti vicini agli amministratori della capitale che nelle scorse settimane hanno rifiutato l’accordo per il governo di unità nazionale.

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Dal 2014 in Libia esistono due parlamenti, l’esiliato a Tobruk e quello auto-proclamato di Tripoli. Nella bozza ONU, il potere legislativo andava tutto ai nemici di Tobruk. Dalla liberazione, il 9 giugno scorso, del medico italiano Ignazio Scaravilli, sequestrato nella capitale per sei mesi, grazie alla mediazione del governo islamista, si specula sulla riconsegna del connazionale in cambio di un presunto riconoscimento internazionale chiesto dal parlamento di Tripoli. Per quasi una settimana Scaravilli è stato trattenuto nella capitale dalle autorità “per adempimenti di rito”.

Ora il maxi-sequestro degli italiani cade mentre i negoziati ONU sono a un punto di svolta. Gentiloni getta acqua sul fuoco negando retroscena? Un sequestro politico potrebbe comunque avere finalità più semplici: è routine delle milizie islamiste, tra l’altro, sequestrare stranieri e libici facoltosi a scopo di autofinanziamento, pratica anche del cosiddetto esercito delle tribù (Jeish Al Qabai), vicino ai rivali di Tobruk.

Tutte le milizie libiche sono vicine alla criminalità comune e alcune, in particolare nella zona di Sabratha, sono vicine ai jihadisti di Ansar al Sharia. Di Scaravilli si è scritto che era stato catturato da criminali comuni legati ad Ansar al Sharia e a Sabratha, secondo le confinanti autorità tunisine c’è un campo dove si sarebbero addestrati anche gli autori delle stragi del Bardo e di Sousse.

Nelle settimane precedenti al sequestro, inoltre, la sicurezza si è ulteriormente deteriorata nella zona. I quattro italiani rientravano in auto in Libia dalla Tunisia, in quel punto, e potrebbero essere finiti nelle mani di Ansar al Sharia che a Bengasi e a Derna si è proclamata Isis. Come in Siria, i rapiti potrebbero essere rivenduti di gruppo in gruppo, fino a finire dai tagliagole dell’Isis: è questo il timore più grande dell’intelligence italiana.

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Molte cose di questo sequestro sono poco chiare. Perché i tecnici di Bonatti viaggiavano in auto, in una zona ad alto rischio e senza scorta, quando i dipendenti italiani dell’ENI, dalla chiusura dell’ambasciata a febbraio, lavorano solo nei siti offshore spostandosi in traghetto o elicottero? E perché l’autista è stato salvato?

Sono incerte anche il luogo e l’ora esatte del sequestro: a Sabratha nei pressi della destinazione Mellitah oppure più a ovest, ancora nel territorio di Zuara, dove operano milizie diverse. Fonti di Africa ExPress dicono “lungo la strada costiera, esattamente tra Zuara e Sabratha”, cioè presumibilmente al posto di blocco di una milizia.

Ad aprile, parlando dell’ENI come “dell’unica società internazionale a pompare gas e petrolio a quote invariate in Libia”, il Wall Street Journal raccontava della protezione di “milizie e tribù” di cui godevano gli italiani in Libia. Ufficialmente il Cane a sei zampe negava, ma accordi con “tutti gli schieramenti” sarebbero stati stretti dall’azienda per operare.

Questa protezione ora è venuta meno? Perché? L’impianto di Mellitah (nella cartina, a ovest di Tripoli, terminal sulla costa tra i giacimenti offshore e i pozzi nel deserto) è collegato alla pipeline del gas Greenstream nel Mediterraneo, la più grande d’Europa. Bonatti, riportava il foglio americano, “ha alcuni degli ultimi espatriati occidentali ancora al lavoro in Libia. Personale che, secondo fonti bene informate, aiuterebbero in alcuni arrangiamenti sulla sicurezza”.

Africa ExPress

Nkurunziza vuole il terzo mandato: tra bombe e violenze (due morti) si vota in Burundi

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Dal Nostro Inviato Speciale

Massimo A. Alberizzi

Nairobi, 21 luglio 2015

Tra bombe violenze e anche due morti sono cominciate stamattina le operazioni di voto in Burundi. Il presidente Pierre Nkurunziza, nonostante le proteste, anche internazionali, ha deciso di presentarsi per un nuovo mandato il terzo, della durata di cinque anni, alla suprema carica del Paese.

A metà maggio un colpo di stato è fallito. L’Unione Africana ha criticato la decisione di Nukurnziza. Ciononostante lui non ha voluto sentire ragioni e ha continuato imperterrito nel suo progetto. L’opposizione ha deciso di boicottare il voto anche se sette candidati, perlopiù sconosciuti, hanno scelto di sfidare il presidente uscente. Stanotte a Bujumbura si sono uditi colpi di arma da fuoco ed esplosioni. I morti sarebbero due, un poliziotto e un civile.

burundi bbc

I critici del presidente dicono che  un terzo mandato è anticostituzionale, i suoi amici sostengono invece che il primo mandato gli era stato affidato dal parlamento e non dal voto popolare, quindi non conta.

Il Burundi rischia così di precipitare ancora nella guerra civile che era terminata nel 2005 quando un accordo tra i ribelli hutu, di cui Nkurunziza era leader, e il governo dominato dai tutsi aveva posto fine al decennale conflitto. Tutti gli osservatori avevano pensato che finalmente il Paese, ex colonia tedesca e poi protettorato belga fino al 1960, avrebbe potuto finalmente imboccare la strada dello sviluppo.

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Invece adesso è tutto in bilico. La comunità internazionale è schierata contro Nkurunziza, un personaggio controverso e curioso. Appassionato di calcio, nella sua biografia c’è scritto che è un ottimo centro attacco specializzato a fare sempre gol. Gioca nella sua squadra di calcio che ha chiamato Halleluia. Il nome mostra la sua seconda passione, la fede incondizionata per i cristiani fondamentalisti evangelici.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

twitter @malberizzi

Rapiti 4 italiani in Libia ai confini con la Tunisia

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Africa ExPress
Tripoli
20 luglio 2015

La Farnesina ha confermato che quattro italiani dipendenti della società Bonatti costruzioni  i tecnici Fausto Piano, Gino Pollicardo, Filippo Calcagno e Salvatore Failla – sono stati rapiti a Mellitah, in Libia vicino al confine con la Tunisia. La Bonatti, gruppo di Parma general contractor nel settore oil and gas che da anni opera in Libia, lavora su commissioni anche per l’ENI.

Il 15 febbraio scorso, al momento della chiusura dell’ambasciata nella nostra ex colonia, la Farnesina aveva rimpatriato un centinaio di italiani, gli ultimi che avrebbero dovuto essere presenti in Libia, dopo l’attacco dell’ISIS a Sirte e la presa d’atto di infiltrazioni jihadiste anche nella capitale Tripoli. Già nell’estate del 2014, durante i pesanti combattimenti all’aeroporto di Tripoli, l’ambasciata aveva invitato con urgenza gli italiani ad abbandonare il Paese.

IMPIANTI OLIO

A Mellitah c’è il quartier generale dell’ENI, da lì parte il gasdotto Greenstream – il più grande d’Europa – per Gela, in Sicilia, e viene lavorato il gas e il petrolio di vari giacimenti, anche offshore. C’è anche un piccolo porto da cui partono illegalmente migranti per raggiungere l’Italia. Mellitah si trova nella municipalità di Sabratha, tra le città libiche dov’è più forte Ansar al Sharia, gruppo islamico jihadista che a Bengasi e a Derna è passato nell’ISIS.

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Nella regione, al confine con la Tunisia, sono anche presenti campi per jihadisti dove, secondo le autorità tunisine, si sarebbe addestrato l’autore della strage di Sousse insieme con gli attentatori del museo del Bardo. L’influenza di Ansar al Sharia a Sabratha, negli ultimi mesi, si sarebbe rafforzata. Ma il rapimento potrebbe essere anche opera di criminali comuni: esiste il precedente, nella stessa zona, del sequestro nel 2014, a scopo estorsivo, del tecnico italiano Marco Vallisa, rilasciato dopo quattro mesi di prigionia.

Interpellata sulla sicurezza del suo quartier generale a Sabratha, ad aprile 2015 ENI aveva preferito non commentare: ufficialmente, dal febbraio scorso tutto il personale italiano era stato ritirato dalla terraferma, per operare offshore. Gli impianti gasieri e petroliferi avrebbero continuato a estrarre e trattare i materiali ma con personale locale.

Nel settembre 2014 Africa ExPress aveva cercato di contattare la ditta Bonatti – la cui sede è sulla strada per l’aeroporto di Tripoli bombardato – per sapere se, nonostante tutto quello che stava accadendo in Libia, avesse deciso di restare o di ritirarsi, ma nessuno aveva voluto rispondere alle domande. Dalle informazioni ricevute dall’ambasciata italiana, allora Bonatti figurava insieme con l’ENI e altre aziende italiane “operante a ranghi ridotti in campi chiusi o in piattaforme offshore”.

Più tardi, alla chiusura della sede diplomatica, il quotidiano online Lettera43 riportava che “una multinazionale nella costruzione di pipeline come la Bonatti ha richiamato i suoi tecnici dalla Libia, molto prima di quanto avesse fatto la Farnesina”. Cosa evidentemente non vera, almeno pochi mesi dopo. Nel gennaio 2014 sulle spiagge tra la Sabratha e Mellitah furono trovati i cadaveri di due occidentali, un britannico e un neozelandese. Morti non ancora appurate dalle indagini ma si sospetta Ansar al Sharia.