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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Centrafrica, le multinazionali e il saccheggio delle grandi foreste pluviali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 luglio 2015

Incredibile ma vero: mentre l’ONU, i governi occidentali spendono centinaia di milioni di Euro per riportare la pace nella Repubblica Centrafricana, questi stessi governi non sono riusciti a controllare il mercato illegale di legname pregiato, proveniente dalle foreste pluviali dell’ex colonia francese. http://www.africa-express.info/2014/07/22/targeting-cars-predators/

Il caos nel Centrafrica è cominciato nel marzo 2013, quando gruppi ribelli si sono riuniti sotto una stessa sigla, Seleka (per lo più musulmani),  hanno defenestrato il presidente François Bozize e al suo posto hanno portato al potere il proprio comandante, Michel Djotodia.

African Background Documentation (Africa: 2003)

Dopo il colpo di Stato, molti ribelli Seleka si sono spostati nella regione delle foreste pluviali e non hanno tardato a entrare in affari con grandi società occidentali di legname. Secondo un rapporto dettagliato di Global Witness, un’organizzazione non governativa britannica, queste società hanno, almeno in parte, finanziato questa orrenda guerra civile, pagando 3,4 milioni di euro nel 2013 ai ribelli. Soldi che sono stati utilizzati per comprare armi, uccidere e terrorizzare la popolazione civile, assoldare bambini soldato, stuprare le donne, ridurre alla fame interi villaggi e comunità.

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Nella regione delle grandi foreste pluviali operano alcune piccole aziende di legname, che si rivolgono principalmente al mercato locale, mentre la maggior parte delle concessioni sono state affidate  a grandi aziende straniere , tra loro l’ IFB (Industrie Forestière de Batalimo) di origine francese,  SEFCA (Société d’Exploitation Forestière Centrafricaine) con capitale libanese  e la  Vicwood (cinese). Il 99 per cento dell’esportazione del legno viene gestito da loro.  I maggiori clienti sono la Germania, che importa un terzo del legname centrafricano, mentre la Francia il venti per cento.

Dal rapporto della Global Witness emerge che SEFCA ha pagato più o meno trecentottantamila euro immediatamente dopo il colpo di Stato al governo di Michel Djotodia, pur di poter continuare a sfruttare la selva ad esportare illegalmente il legname dal Paese. Inoltre tutte e tre le ditte hanno versato con una certa regolarità somme importanti sui conti di Seleka: si trattava di vere e proprie tangenti in cambio di protezione nelle aree dove operano le società, scorte armate, lasciapassare per blocchi stradali.

tronco enorme

Tutto ciò è di dominio pubblico a Bangui, la capitale della Repubblica centrafricana. Infatti, un gruppo di esperti, nominati dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, scriveva nel loro rapporto nel luglio 2014: imprenditori stranieri hanno pagato seimila euro mensilmente ai comandanti di Seleka, in cambio di protezione ai loro siti a Bangui.

Ora il gruppo Seleka non è più al potere ma i versamenti vengono effettuati ugualmente: questa volta a favore degli anti-balaka (per lo più formato da cristiani e animisti). Le elezioni sono alle porte, chissà se si terranno, se il nuovo governo sarà in grado di riportare la pace in questo Paese così travagliato (http://www.africa-express.info/2015/06/19/centrafrica-fissate-le-elezioni-per-ottobre-ma-corruzione-e-violenza-comandano-ancora/), dove fino al 1979 fa regnava l’imperatore della francofonia,  il sanguinario  Jean Bedel Bokassa, anzi meglio sua maestà Bokassa I, quello che si dice fosse antropofago.

Eppure fino a pochi anni fa il governo della ex-colonia francese applicava un piano per lo sfruttamento forestale rigido e all’avanguardia: le concessioni venivano rilasciate alle società straniere solo dopo un attento esame direttamente dal Consiglio dei ministri e erano sottoposte a controlli regolari, nonché alla firma di una carta dei doveri e degli obblighi.

miliziani

Dall’inizio del conflitto, il commercio di legname pregiato ha superato ampiamente quello dei diamanti; un’enorme quantità di tronchi viene importato annualmente, in modo illegale, in Europa. A nessuno interessa la provenienza del pregiato materiale, come lo conferma l’intervista a una responsabile della francese “Tropica-bois”, con sede a Nizza, la maggiore cliente di SEFCA, che ne anche proprietaria al cinquanta per cento: “Ah sì, l’Africa è questa. Non ci importa molte delle guerra laggiù. Ce ne sono sempre. Non attaccano noi bianchi. Non è nostro compito evitare questi conflitti”.

Totale indifferenza verso un popolo, nei confronti della morte di migliaia di persone, di un milione tra sfollati e rifugiati: quel legno è di ottima qualità, il prezzo è accessibile e il guadagno è notevole, dunque, non interessa se è macchiato di sangue?

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Tra imponenti misure di sicurezza riaperto a Nairobi il Westgate

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 18 luglio 2015

Decine di persone si sono riversate questa mattina davanti ai cancelli del Westgate, per entrare nel centro commerciale più alla moda di Nairobi, che ha riaperto i battenti dopo la chiusura provocata dall’attacco dei terroristi somali che l’hanno preso d’assalto il 21 settembre 2013. Meno di due anni fa quindi da quel devastante attentato che provocò la morte di 67 persone e il ferimento di altre 149.

Indiano fa la spesa

Qualcuno ha criticato l’apertura della struttura: “Potevano farne un museo ha commentato una signora francese -. Invece sono voluti tornare il più presto possibile al business. Io al Westgate non ci entrerò mai più. Lì sono morti alcuni miei amici. Non riesco a pensare di potermi sedere al tavolino in uno dei bar e divertirmi.

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Per altri invece la riapertura del Westgate rappresenta la rinascita: “E’ la vita contro la morte o meglio contro il terrorismo che vuole ucciderla e annientarla. Bisogna certamente ricordare quell’attentato, ma anche lasciarselo alle spalle, ricominciare a vivere”. Certo però qualcuno poteva pensare di attaccare al muro una targa commemorativa per ricordare quel tragico evento, 4 giorni di terrore per le gente intrappolata là dentro, e quei morti.

Le misure di sicurezza sono imponenti: metal detector, meticolosi controlli personali, scanner corporei e poi i cani che individuano ami e esplosivi. All’interno i negozi sono cambiati. La più grande e fornita catena di supermercati keniota, Nakumatt, ha dovuto rinunciare a gran parte dello spazio che occupava perché la parte dell’edificio crollata non è stata ancora ricostruita. E’ stata sgombrata dalle macerie e per far questo sono venuti dall’Italia macchinari appositamente congegnati. Sarà riedificata al più presto e tra dua anni dovrebbe essere pronta.

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Come ha spiegato ad Africa ExPress Leonardo Dolciami uno dei manager di una delle società che lavora per Nakumatt, i materiali per ricostruire il Westgate vengono d’all’Italia: gli arredamenti, i banchi frigoriferi, gli ascensori, le scale mobili, le balaustre, le porte, insomma tutto. La ricostruzione è costata bel 5 milioni di dollari. Beh, se il Westgate sarà il simbolo della rinascita keniota, l’Italia potrà vantarsi di avervi contribuito.

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Attenzione l’Italia, non il governo italiano. I funzionari che stanno Roma la burocrazia che molto spesso non sa neppure come funziona il lavoro degli italiani all’estero, non credo che sappiano qualcosa di questo progetto. Qui parliamo dell’Italia fatta di persone che non appaiono mai, ma lavorano dietro le quinte. Ecco forse il premier Matteo Renzi, che è stato in visita a Nairobi, il 15 luglio, un breve giro al Westgate avrebbe potuto farlo. Sembra che lo farà il presidente americano Barak Obama, che sarà in visita ufficiale in Kenya da 24 al 26 luglio.

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Renzi, invece ha fatto una figura piuttosto barbina, indossando un giubbotto antiproiettile durante la sua visita al presidente della Repubblica, Uhuru Kenyatta. La sua foto è andata in giro su tutti i social network – non solo in Kenya – corredata da commenti ironici.

Non è certamente colpa di Renzi aver indossato quel giubbotto in una simile occasione, qualcuno l’avrà consigliato. Qualcuno dovrebbe provare a capire chi e, di conseguenza,  prendere i provvedimenti del caso.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

US drone Killed Mohammed Kuno, the Mastermind of Garissa Attack (147 dead)

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Telegram from Somalia
Africa ExPress stringer
Mogadishu, 17 July2015

Early this morning the areas attacked by drones are calm and al Shabaab militia is marauding the place where some were killed yesterday .

According to the report, Mohamed Kuno, known as Dulyadeyn, the operative of al Shabaab inside north eastern regions of Kenya was killed. Also Isma’el Jabhad and Yasin Dhere were killed during the attack by US drones , as residents of Bardhere and Somali government sources said today.  Mohamed Kuno is the one believed to be the organizer of the bloody attack against Garissa University last April

Mohamed Kuno

The locations occurred were two important areas that al Shabaab hiding and defending the Bardhere town, as residents of the town said, after they spoke with local FM radio in Mogadishu. Also, the Drone attack hit in 2 convoy vehicles carrying three important officers and militia guards, as residents and Somali government indicated.

Isma’el jabhad was one of the familiar militia leaders who carried some of the deadly attacks inside Somalia, while, Mohamed Kuno was in charge in Kenya, as some other sources said.

Some other development indicating before the attack of the drone occurred, a sources from the Indian ocean sea shore seeing a big flash around the sea, as residents of the oceans here in Mogadishu said.

drone-300x200@2x

Some residents of Bardhere town are saying that the area occurred the attack now is a big holes.  Some residents of the areas believe that the attack was not only a Drones, but there is a possible missile from a long distance, and the area between Jungle and Bur Haji was closed by al Shabaab militia who blocked it heading to getting in and out these areas, as residents and nomads of the area said

Africa ExPress Mogadishu Stringer

In the picture Mohamed Kuno

Un eritreo in fuga in bicicletta fa il giro del mondo 50 mila eritrei in fuga sui barconi non se li fila nessuno

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Il primo corre, corre (soprattutto in salita) al giro di Francia per diventare ricco e per il successo.
Gli altri corrono, corrono per la vita, per sfuggire da quella che per molti osservatori internazionali è la Corea del Nord-est Africa. Tra quelli che correvano per la vita c’erano anche i 366 migranti annegati nella strage del 3 ottobre 2013. Chi se li ricorda?

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 17 luglio 2015

Giovedì 9 luglio scorso, Daniel Teklehaimanot Girmazion,  nato il 10 novembre 1988 a Debarwa, cittadina a 25 km a sud di Asmara, è divenuto una celebrità planetaria.

Daniel Teklehaimanot Girmazion? Chi era, anzi chi è, costui?

Tra la folla
Daniel Teklehaimanot Girmazion osannato dalla folla

Daniel Teklehaimanot Girmazion è il primo africano nero a indossare la maglia a pois. Dopo una lunghissima fuga alla sesta tappa del 102° Tour de France, questo giovanotto alto, (1,88 per 71 kg), ma non allampanato – scriveva Gianni Brera alludendo, però a Fausto Coppi – ha conquistato il simbolo riservato al miglior scalatore della corsa ciclistica più importante del mondo

Fino a quel giorno, Daniel, nel mondo degli sportivi bianchi, era noto a pochi appassionati di ciclismo, pur essendo stato diverse volte campione nazionale su strada e a cronometro. Da quel giorno, gli elogi e gli appellativi, magari con troppa enfasi e precipitazione (il Tour è lungo e le vere salite sono tutte nella seconda parte della Grande Boucle, come viene definita la corsa)  si sono sprecati.

Forse perché corre con la MTN-Qhubeka, la prima squadra ciclistica realmente africana (ha sede a Città del Capo) invitata al Tour; forse perché Qhubeka in lingua xosa significa <avanzare>; forse perché la squadra , sponsorizzata  dall’operatore telefonico diffuso in tutto il continente nero, è una fondazione che ha come obiettivo di donare biciclette alle popolazioni svantaggiate; o forse perché con quella maglia a pois Daniel fa la sua bella figura mediatica.

Fatto sta che, o per fascino personale, o per la forte identità e la vocazione umanitaria del team, via via è stato definito “Uomo simbolo; orgoglio africano e dell’Eritrea; emblema di un continente che si apre al ciclismo”. Da l’Equipe, il prestigioso quotidiani sportivo francese, al Washington Post , tutti ad accendere i fari su questo corridore.

Primo piano

Secondo lo studioso del ciclismo eritreo, Fikre Jesus Amakhazion, Daniel e il suo connazionale Merhawi Kudus, 21 anni, “portano al Tour i sogni di una nazione e le speranza di un continente”. Per non parlare dei fans eritrei che lo seguono sulle strade (qualcuno dice di essere venuto da Asmara apposta!, come avrà fatto?) e su Internet, sono impazziti.

Come è successo e succede da noi quando una provinciale emerge a livello nazionale nel calcio o nel basket. Pensiamo al delirio che ha colto recentissimamente i sardi, non certo famosi per la loro passione e abilità cestistiche, quando la squadra di Sassari ha vinto, nel giugno scorso, il titolo di campione d’Italia di pallacanestro.

Eppure Daniel in Africa non era proprio un carneade, a livello ciclistico. Come non lo era il ciclismo eritreo. Nato da famiglia agricola numerosa (sei figli maschi e sei figli femmine), Teklehaimanot  ha cominciato a pedalare nel 2005 su una mountain bike.

Non deve meravigliare il suo amore per le due ruote in un Paese disastrato e tormentato come l’Eritrea. Le prime biciclette e la passione per le due ruote furono portate proprio da noi Italiani nel 1898 a Massaua, la prima gara fu organizzata nel 1937, ma con l’esclusione degli eritrei a causa della politica segregazionista fascista – ricorda l’accademico eritreo Fikre Jesus Amahazion, nel suo sito Pedaling History.

Nel 1939, contrordine camerati: il Duce decise che colonizzati e colonizzatori potevano, anzi dovevano, partecipare assieme a una gara di resistenza. Convinto che l’italica stirpe avrebbe stravinto facile! Invece dominò tale Ghebremariam Ghebru e mandò in frantumi il mito della superiorità romana.

sul podio

Decenni di guerre e di sconvolgimenti, non hanno smorzato l’interesse per il pedale in Eritrea, Scrive ancora Fikre Jesus: “In Eritrea ci sono nove etnie, tre lingue, molte religioni e una sola passione: il ciclismo”. Ecco perché questo sport è stato definito “la quinta religione statale non ufficiale”.

Il governo, ovviamente, ci marcia: le ricorrenti vittorie degli atleti eritrei in Africa vengono esaltate dal governo, ai ciclisti viene concesso facilmente il visto per l’estero, l’attività dei corridori è considerata alla stregua di un servizio pubblico.

Il mito del momento, esaltato dagli espatriati e dai sostenitori del regime di Isaias Afeworki, presidente immarcescibile e dittatore di fatto, è il ventiseienne Daniel è stato campione nazionale su strada e cronometro; a 22 anni ha vinto il Giro del Rwanda; nel 2012 è stato il primo africano nero a concludere il giro di Spagna; quest’anno è stato il miglior scalatore al Criterium del Delfinato.

La svolta nella sua vita avvenne nel 2008. Al termine del giro della Costa d’Avorio, dove si classificò al quinto posto, fu invitato a frequentare a Aigle, in Svizzera, il Centro Ciclistico Mondiale dell’Unione ciclistica internazionale.

Lo scopo di questo centro elvetico è quello di favorire lo sviluppo del ciclismo in Paesi poveri come l’Eritrea. A scuola di ciclismo, Daniel ha imparato molto: tecnica, tattica, alimentazione, inglese (la sua lingua madre è il tigrinya). Il suo sviluppo e i suoi successi gli consentirono di essere arruolato prima nella società australiana Orica Green Edge, per il 2012 e il 2013, poi nella MTN-Qhubeka.

Tra la folla 2

Ricorda l’uomo d’affari e manager Gerry Ryan, del team Orica-Green Edge, che lo ha “ceduto” al team sudafricano: “All’epoca Teklehaimanot si trovava a Canberra, in Australia, in un campo di addestramento. Non aveva una borsa, né bagagli. Possedeva un paio di pantaloni corti, una maglietta e lo spazzolino per i denti. Lo abbiamo rifornito di tutto il necessario e portato via da lì. Abbiamo scommesso su di lui. Vederlo andare in bici ora ci riempie di soddisfazione”s.  Daniel Teklehaimanot, in attesa di essere messo alla prova sui Pirenei e sulle Alpi, ha anche imparato a essere diplomatico.

“Sono orgoglioso di quanto sto facendo. Grazie a ciò riusciremo a donare 5 mila biciclette ad altrettanti bambini africani”. Non una parola sulla situazione politica eritrea né sul tiranno Issayas Afeworek, al potere dal 1993, che sfrutta in patria il successo del giovane Daniel. E ancor meno un cenno alle migliaia di profughi suoi connazionali, che fuggono da quel paradiso di libertà e di floridezza che è l’Eritrea: 50  mila hanno chiesto asilo in Europa,  il 23 per cento arrivati in Italia nel 2014 sono eritrei, nel 2015 sono già 10 mila gli eritrei sbarcati sulle nostre coste.

Proprio il 9 luglio, giorno di gloria per Daniel in Francia, in Italia a Roma veniva presentato il libro “Migranti e Territori”, del giornalista Emilio Drudi e del sociologo Marco Omizzolo in cui si ripercorre la diaspora silenziosa del popolo eritreo in fuga dal regime di Isaias Afeworki.Tra bionda e bruna

“Esiste un servizio militare a tempo indeterminato che dura fino ai 55 o 60 anni. E’ per questo che un giovane su otto scappa.  E’ uno Stato che si sta svuotando delle proprie energie, anche se nessuno parla di questo orrore”, ha affermato Drudi. D’altra parte le 500 pagine del rapporto dell’Onu pubblicato lo scorso mese e rilanciato anche da Africa ExPress, non lasciano dubbi : “Il dittatore eritreo non ha solo violato i diritti umani imponendo un servizio militare obbligatorio, ma ha negato qualsiasi forma di protesta, creando un clima di terrore in cui il dissenso è sistematicamente represso, la popolazione è costretta al lavoro forzato e a carcerazioni arbitrarie, tanto da poter parlare di crimini contro l’umanità” .

MALMSTROEM E ALFANO, PARTE FRONTEX PLUS

Un giornalista francese ed esperto del  Corno d’Africa, Leonard Vincet, non se la è sentita però di dare la croce al giovane ciclista: “E’ un’icona per tutti gli eritrei, quelli in patria e quelli della diaspora che sono fuggiti – ha commentato – ma tiene le sue opinioni politiche per sé. Come mi disse un alto funzionario oggi disertore, laggiù tutti fanno finta”.

Ed è facendo finta anche nel mondo occidentale che il dramma quotidiano di migliaia di persone resta invisibile. E ci vuole il Tour de France per squarciare il velo nero del silenzio.

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it

 

Riapre a Nairobi il Westgate: due anni fa quattro giorni di terrore e 67 morti

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 17 luglio 2015

A meno di due anni dal terribile attentato costato la vita a 67 persone, il centro commerciale Westgate  riapre domani mattina. I lavori per restaurare il complesso sono cominciati e continuati nella massima riservatezza e solo pochi giorni fa è stato dato l’annuncio della riapertura.

Fumo dietro il palazzo

Sono molte le società di sicurezza che si occuperanno di sorvegliare le decine di negozi che trovano ospitalità nell’enorme palazzone, un parallelepipedo in cemento e con poche vetrate. Ma il compito di proteggere l’intero complesso e il coordinamento delle operazioni di vigilanza è statO affidato alla IRG, una società privata israeliana che a Nairobi ha già contratti con la presidenza della Repubblica e diverse ambasciate. Accanto a 25 agenti e tecnici elettronici specializzatissimi, opereranno anche 55 guardie della società britannica di sicurezza G4S.

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Saranno impiegati apparecchi di nuovissima generazione, per tra i quali rilevatori di esplosivi,  raggi X per monitorare i bagagli, scanner per controllare il fondo della automobili che, per entrare nel garage sotterraneo e in quello sul terrazzo scanner incastonati nell’asfalto, dissuasori mobili per prevenire autobombe e torri di guardia antiproiettile.

Qualcuno sostiene che sarebbe stato meglio trasformare il Westgate in un museo per non cancellare la memoria di un orribile attentato; altri che la rinnovata apertura deve essere considerata una reazione contro il terrorismo e la voglia di rinascita del Kenya

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Il Westgate, il centro commerciale più moderno e alla moda di Nairobi è stato attaccato da un gruppo di terroristi somali (ufficialmente si parla di quattro, ma fonti di intelligence parlano di 10 o addirittura di più) il 21 settembre 2013. Gli shebab, assediati dalla polizia e dai soldati, tennero in ostaggio decine di persone fino al 24 settembre. Secondo i dati forniti dal governo keniota i morti furono 67 e i feriti 175. I portavoce del gruppo terrorista, dalla Somalia, rivendicarono l’attacco sostenendo che era stato deciso per vendicarsi dell’invasione dell’esercito keniota entrato nell’ex colonia italiana per combattere l’insurrezione dei fondamentalisti islamici che minaccia il governo di Mogadiscio.

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Quattro attentatori furono uccisi durante l’offensiva delle forze speciali per liberare il Westgate, ma si sospetta che altri siano riusciti a fuggire utilizzando i canali della rete fognaria connessi a un vicino fiumiciattolo.

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Subito dopo l’assalto le autorità keniote hanno arrestato decine di persone, ma nessuno che abbia partecipato direttamente all’attacco. Quattro somali sono sotto processo con l’accusa di aver ospitato gli attentatori, ma si sono proclamati innocenti.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi

 

Tutti gli articoli pubblicati da Africa ExPress sull’attacco al Westgate
http://www.africa-express.info/?s=westgate
http://www.africa-express.info/page/2/?s=westgate
http://www.africa-express.info/page/3/?s=westgate

La fusione in Somalia tra Al Qaeda e Shebab
http://www.africa-express.info/2013/10/09/la-fusione-in-somalia-tra-al-qaeda-e-shebab/

Somalia: Government Forces Approching Bardhere for 8 Years Shabab Stronghold

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Telegram from Somalia
Africa ExPress stringer
Mogadishu, 16 July 2015

“It is the first time that Alshabaab release prisoners they kept, and is a new phenomenon from the organization which formerly adopted terrorizing the community,” said Baidoa an elder resident.

“The released prisoners were keeping in a secret location ” added the elder. A week ago, the organization released two Kenyan soldiers after they converted to Islam, as officers of al Shabaab said during the release of the Kenyan soldiers last week, although Kenyan government said they released the soldiers by force from al Shabaab.

Camionette cariche

Some other reports from Gedo region in south west of Somalia are saying that a huge AMISOM and Somali government military are approaching Bardhere, the strategic town in south west Somalia controlled by al Shabaab since 8 years, as residents and Jubbaland interim administraion said today.

“Our AMISOM and Somali government forces are nearing the area and stationed now 40 km outside the town,” said colonel Abbas Mohamed, a Somali military officer. “We are attacking the town from 3 different directions with well joint armed forces, and finalize soon,” added the colonel. Some reports inside the town are saying there are many movements in the town by al Shabaab militia today.

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Al Shabaab militia released a statement saying that they attack an AMISOM convoy moving between Dhamase and Eladde villages between Elwak and Bardhera towns, border areas between Kenya and Somalia, no word from AMISOM forces until now about the claiming of al Shabaab.

Also, yesterday, reports from south west of Somalis is indicating that al Shabaab militia attacked a convoy of AMISOM and Somali military forces moving on the road between Rabdhurre and Wajid districts of Bakool region, located near the border between Somalia and Ethiopia some 380 km south west from the capital, Mogadishu, residents and military sources said.

gruppo con cannone

The fighting begun by explosives burnt and following the face to face direct confrontation between the AMISOM and Somali government forces and al Shabaab, using heavy army weapons, as residents said after having contacted by phone. Some initial reports saying that more than 10 al Shabaab militia were killed while the AMISOM and Somali military forces side have some casualties, although colonel Mire Abdi, the Somali military officer confirmed that during the fighting al Shabaab were killed more than 10 militia, when they try to block the AMISOM and Somali military forces.

The fighting was going on some hours and later on, the military convoy passes road block to continue the journey, as residents also said.  The residents mentioned this fighting was one of the strongest between the islamic rebels and AMISOM during Ramadan month. Al Shabaab accelerating its operations during Ramadan month and carried out more than 10 attacks during this months.

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Drone plane hits in a vehicle at the jungle area of Bardhere town early this morning, as reports from the town are saying today.  The drone flights killed two of the members of al Shabaab militia maned Ismeel Jabhad and Ismaeel Dheere, as some sources from al Shabaab said.

Africa ExPress Mogadishu Stringer

All’università di Nairobi Renzi esorta gli studenti: studiate per diventare leader

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 15 luglio 2015

Visita lampo di Matteo Renzi a Nairobi durata meno di 24 ore. Il premier è arrivato nella capitale keniota il 14 sera e ha incontrato nella residenza dell’ambasciatore Mauro Massoni alcuni imprenditori. Stamattina, ha incontrato il presidente Uhuru Kenyatta alla State House e, dopo aver piantato un nuovo albero all’università (di fronte al tradizionale e in stile coloniale Hotel Norfolk che lo ospitava), ha tenuto un discorso agli studenti nell’aula magna.

Renzi IN UNIVERSITà

Il premier ha sottolineato l’importanza dell’educazione e dell’istruzione universitaria per formare le élite del futuro, ha spronato gli studenti a studiare, studiare, studiare. Ha criticato l’atteggiamento della Grecia anche se ha corretto il tiro rispetto a dichiarazioni precedenti, sostenendo che non è ammissibile un’Europa basata solo sulla convenienza economica. Ha parlato di idee e di ideali e ha sostenuto che in quei Paesi dove la popolazione scappa per raggiungere l’Europa occorre lottare contro la povertà, unico modo per impedire le fughe. Ha detto di essere contrario a usare la forza per colpire i migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo.

Renzi si è espresso in inglese con qualche strafalcione grossolano (ha chiamato l’Iran un paio di volte “Airan”) e ha strappato qualche applauso e qualche risata in risposta a sue battute. Ha attaccato l’Eritrea (anche se poi il suo governo sta dando credito alla dittatura squalificata e crudele che comanda nell’ex colonia italiana) e spiegato che Machiavelli è molto più apprezzato negli Stati Uniti che in Italia.

Naturalmente una parte importante dei suo discorso è stata riservata alla lotta, comune all’Italia e al Kenya, contro il terrorismo e ha sottolineato l’appoggio incondizionato ad Al Sisi, il generale che con un colpo di Stato ha  preso il potere in Egitto, cui non ha nascosto la sua simpatia.

Alla fine gli studenti sono stati abbastanza soddisfatti della visita del premier italiano, anche se qualcuno ha mugugnato: “Il cancro che sta distruggendo il nostro Paese e il nostro continente è la corruzione. Dispiace che Renzi non abbia fatto cenno nel suo intervento. Ci ha esortato a diventare leader e non restare follower su twitter. Ha ragione. Ma uno dei compiti dei nuovi leader dovrebbe essere quello di combattere la corruzione, altrimenti i problemi del Kenya e dell’Africa non si risolveranno mai”.

E’ saltata la conferenza stampa con i giornalisti italiani. Peccato. Africa ExPress aveva preparato una domanda al premier. Non avendo potuto formularla di persona la formulo qui: Il Kenya e uno dei Paesi più esposti al terrorismo; qualche tempo fa nella borsa di un gruppo di estremisti, catturati appena giunti dalla Somalia, è stato trovato un documento in cui erano indicati alcuni obbiettivi “privilegiati”, tra cui il grattacielo che ospita l’ambasciata italiana. Da qual palazzo si sono subito trasferite altre ambasciate, la spagnola, la svizzera e la ruandese nonché sono andati via a gambe levate anche i giornalisti e i tecnici della France Presse. Imperterriti invece – e con gran sprezzo del pericolo – nonostante le forti sollecitazioni degli ambasciatori che si sono succeduti, restano gli italiani. Nessuno alla Farnesina dà il permesso e i finanziamenti per spostare l’ambasciata. Perché? I servizi segreti americani e britannici hanno messo in guardia contro possibili attentati nella capitale keniota. Per favore, se succede qualcosa poi non piangiamo.

 Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

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La festa per la presa della Bastiglia a casa dell’ambasciatore di Francia a Nairobi

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 14 luglio 2015

Serata mondana nella residenza dell’ambasciatore francese in Kenya, Rémi Maréchaux, per festeggiare l’anniversario della presa della Bastiglia il 14 luglio. Come la tradizione vuole le porte del rappresentante dei nostri cugini d’Oltralpe sono state aperte a un migliaio di persone: diplomatici, membri del governo, delle organizzazioni non governative, uomini d’affari, leader della società civile keniota. Insomma c’erano un po’ tutti con un buffet sicuramente pantagruelico con specialità della cucina francese. E poi fiumi di champagne e danze scatenate.

La festa è stata sponsorizzata da grandi società francesi, comprese Peugeot, Renault, Orange solo per citarne alcune. Le celebrazioni per l’indipendenza americana invece quest’anno sono state anticipate di 2 giorni, il 2 luglio invece della data precisa che cade il 4.

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E’ curioso segnalare che esiste tra una certa competizione tra le due feste. Entrambe comunque sono sicuramente un appuntamento molto apprezzato, assieme a quella italiana del 2 giugno, per la comunità straniera presente in Kenya.

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Nella capitale keniota, oltre alle varie delegazioni diplomatiche, c’è il secondo quartier generale delle Nazioni Unite (sono quattro, New York, Ginevra, Vienna e appunto Nairobi). Forse il più importante giacché ci lavorano più o meno 5 mila persone. Gli espatriati, quindi sono tanti e le feste delle varie ambasciate sono un momento per ritrovarsi tutti assieme.

Nei video qua sotto vari momenti della festa a casa dell’ambasciatore Rémi Maréchaux.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi

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Guinea Equatoriale: Libero Roberto Berardi è in volo verso l’Italia

Speciale per Africa Express
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 13 luglio 2015

Roberto Berardi è libero. La notizia della liberazione, tenuta inizialmente sotto stretto riserbo per la delicatezza del caso umanitario internazionale del nostro connazionale, è stata confermata ad Africa Express direttamente dalla Guinea Equatoriale.Roberto Berardi si trova in questo momento in viaggio verso l’Italia, Roma, dove atterrerà domani presumibilmente nel primo pomeriggio.

L’imprenditore pontino è stato scarcerato giovedì 9 luglio 2015 in serata: ad attenderlo fuori dal carcere il vice-console italiano in Cameroun Roberto Semprini e il console onorario italiano a Bata Massimo Spano (nella foto con Berardi), oltre che una troupe televisiva di TVGE, che ha riportato la notizia sul canale di Stato del piccolo paese africano.

Berardi e Spano. 600jpg

Affidato al console Spano, Berardi ha trascorso la prima notte completamente insonne, inebriato dall’aria di libertà: “Ho passato tutta la notte a guardare le stelle in cielo, che bello! – ha raccontato lo stesso Berardi, raggiunto al telefono, dopo la prima notte da uomo libero. Nel servizio televisivo, mandato in onda venerdì in Guinea Equatoriale, il giornalista spiega che “si è compiuta la pena detentiva ma resta pendente la responsabilità civile” a carico del connazionale, che da sentenza avrebbe dovuto risarcire lo Stato. Grazie al lavoro della nostra diplomazia sul posto, che (va scritto) nell’ultima settimana ha svolto un lavoro di mediazione efficace e molto faticoso, anche fisicamente, la questione della responsabilità civile si è risolta solo lunedì 13 mattina, dopo un lungo e logorante fine settimana di ansie intense.

Ansie derivanti principalmente dal difficile dialogo con gli equatoguineani, che sul finire della pena di Berardi si sarebbero “mostrati collaborativi, come ha potuto constatare Africa ExPress: forse le immagini dell’ex detenuto, trasmesse venerdì dalla Tv di Stato (di proprietà dell’ex-socio di Berardi, Teodorin Nguema), hanno persuaso gli equatoguineani a non voler infierire oltre su Roberto Berardi, che appare la metà dell’uomo che il 19 gennaio 2013 è stato arrestato con l’inganno.

Condannato a 2 anni e 4 mesi per appropriazione indebita, scontati quasi 2 anni e 6 mesi per quel presunto crimine, su Berardi pendeva una responsabilità civile da capogiro: 1,4 milioni di euro (un miliardo di CFA) da restituire allo Stato. Denari che, dopo lo smantellamento di fatto della società Eloba Construction avvenuto mentre Berardi era in carcere, non solo sono stati sottratti a Berardi ma che qualcuno avrebbe voluto rappresentassero il riscatto per il suo corpo martoriato, il vero nulla osta verso l’Italia.

Fortunatamente “inaspettate aperture”, forse una buona sorte improvvisa che segue a due anni e mezzo di orrore umanitario e giudiziario, hanno permesso una buona chiusura di questa vicenda. Nei giorni trascorsi tra il carcere e il volo aereo, tre lunghissimi e tesissimi giorni, l’imprenditore non ha potuto assaporare pienamente il gusto della libertà: fortemente provato dalla durissima esperienza carceraria andata ben oltre l’umana sopportazione, conscio dei rischi e dei pericoli che si annidano ovunque in Africa, soprattutto in un Paese come la Guinea Equatoriale, dove dal 2008 sono ben due gli italiani morti in “circostanze misteriose”, Igor Celotti nel 2008 e Alessandro Corbara (amico di Berardi) nel 2014.

In questo clima di incertezza sul suo destino di cittadino del mondo e di altissimo rischio per la sua incolumità, il fine settimana è stato caratterizzato da fortissime ansie, che dimostrano come il carcere abbia lasciato tracce forse indelebili nella psiche di Berardi.

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Di certo c’è che questa brutta esperienza di vita, d’amore, di morte e resurrezione Berardi l’ha vissuta intensamente sulla propria pelle: l’uomo ritratto nelle immagini che vi proponiamo è stato così ridotto dalle carceri di un Paese che si dichiara fortemente cattolico, che siede nei consessi internazionali più importanti e che fa affari con le multinazionali più grandi del mondo (come la Exxon Mobil ad esempio).

Il corpo di Berardi è la lotta di Berardi, sul suo corpo è scritta la verità delle torture che ha dovuto subire e delle tragedie che ha dovuto osservare impotente: detenuti torturati, picchiati, seviziati e persino uccisi, un inferno nel quale Berardi si è ritrovato suo malgrado e dal quale ha avuto la forza e la determinazione di tirarsi fuori.

Il corpo di Berardi è semplicemente un atto d’accusa di ciò che succede in Guinea Equatoriale, di ciò che i cittadini della Guinea Equatoriale subiscono tutti i giorni dal 1979, da quando Teodoro Obiang conquistò il potere uccidendo barbaramente lo zio Macias. Un destino comune a molti, anche all’avvocato di Roberto Berardi, che in passato ha vissuto anch’egli la galera della Guinea Equatoriale e per questo ha deciso di dedicare la propria vita al diritto, quello della legge e quello della vita: Ponciano Mbomio Nvò in tutta questa vicenda è stato l’unico capace di scardinare, codici alla mano, la violenza giudiziaria su Roberto Berardi.

E poi ci sono le Organizazioni Non Governative, come Amnesty International (che ha descritto il caso di Berardi nel suo ultimo rapporto annuale) e Human Rights Watch, Open Society Foundation,  EG Justice, Nessuno Tocchi Caino e la Croce Rossa Internazionale, sempre attente alle condizioni dei diritti umani dei cittadini e dei detenuti della Guinea Equatoriale.

Ma sopratutto c’è Roberto Berardi, capace di entrare all’inferno e di uscirne da solo, fieramente e a testa alta.

Andrea Spinelli Barrile
spinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter
@spinellibarrile

Nigeria, nuova ondata di attentati. Boko Haram ancora sul piede di guerra

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 luglio 2015

Sembra che in questi ultimi giorni molte cellule silenti di Boko Haram si siano risvegliate contemporaneamente. Fonti militari riferiscono che sabato un commando di presunti militanti della setta jihadista è penetrato nella prigione di Diffa, nel sud del Niger, per liberare alcuni loro compagni i carcere. Tre terroristi e un militare sono stati uccisi durante l’assalto. Una volta respinto l’attacco, sono fuggiti, probabilmente in città. “Li stiamo cercando” – ha dichiarato una fonte militare, mentre un’altra fonte, sempre dell’esercito, sostiene che si tratti di militanti residenti a Diffa. “Nessuno li ha visti entrare in città”.

auto saltata

Domenica scorsa, 12 luglio, due kamikaze si sono fatti saltare in aria a Fotokol, nel nord del Camerun. Decine di civili e un soldato del Ciad sono rimasti uccisi. La prima esplosione è avvenuta subito dopo il tramonto in un bar, situato vicino a un campo delle forze speciali camerunensi (BIR). Il locale era pieno di avventori che stavano cenando dopo il calar del sole, come prevede il mese santo del ramadan.

Il secondo terrorista sucida ha azionato la sua micidiale cintura esplosiva quando i militari della vicina base si sono avvicinati al bar per portare i primi soccorsi.

Secondo un giornale locale, “L’Oeil du Sahel”, i due kamikaze indossavano il burqa; un attacco simile è avvenuto il giorno prima, sabato 11 luglio 2015 a N’Djamena, la capitale del Ciad, che dista solo 60 chilometri da Fotokol (http://www.africa-express.info/2015/07/11/kamikaze-boko-haram-al-mercato-centrale-di-ndjamena-17-morti-e-decine-di-feriti/).

Un fine settimana di fuoco dunque, nel vero senso della parola, ma la nuova settimana non è iniziata meglio. Questa mattina un’altra autobomba è esplosa in un bus all’altezza del principale check-point di Maiduguri, capitale del Borno State, nel nord-est della Nigeria, uccidendo un membro della “Nigeria’s civilian joint task force “ (JTF). Notizia confermata da fonti militari e dalla stessa JTF.

General-Muhammadu-Buhari-Wins

Furente dopo quest’ultima massiccia ondata di offensive da parte dei terroristi, questa mattina il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, ha silurato tutti capi della difesa (esercito, marina, aviazione). Il loro licenziamento era nell’aria da tempo. Buhari aveva già  aspramente criticato la loro incapacità di contrastare i terroristi di Boko Haram.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto in alto un attentato, in basso il presidente Muhammadu Buhari