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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Liberia, il ritorno di ebola terrorizza la gente

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 luglio 2015

In un comunicato di pochi giorni fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto sapere: “Nuovi casi di ebola, specie quelli riportati recentemente in Liberia, dimostrano che l’attuale epidemia di ebola non è terminata. Comunque, rispetto allo scorso anno, sono stati fatti molti progressi anche dal punto di vista pratico che ci permettono di rispondere immediatamente, in modo efficace e incisivo. E questo grazie ai moltissimi operatori sanitari, volontari, scienziati, ricercatori, a tutti coloro che hanno collaborato con dedizione e responsabilità”.

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Il fatto che ebola sia riapparsa in Liberia a fine giugno 2015, dopo che il Paese era stato dichiarato “ebola free” dall’OMS a maggio, è stato un fulmine a ciel sereno. Oltre a un ragazzo, il governo liberiano ha reso noto che altre quattro persone sono state infettate. Gli ultimi dati dell’OMS non sono confortanti: le persone decedute a causa del virus killer sono 11246. Questi sono i dati ufficiali, rintracciabili, dichiarati.

Malgrado gli sforzi messi in campo nei tre Paesi maggiormente colpiti, cioè Guinea, Sierra Leone e Liberia, la gente è ancora terrorizzata; la sola parola “ebola” fa paura, li spaventa a morte. Quando un familiare mostra i sintomi del virus killer, spesso non si ha il coraggio di chiamare l’ambulanza, il personale specializzato. Il loro arrivo per i più significa morte, invece dovrebbe essere interpretato come una grande occasione: la possibilità di guarigione, responsabilità di non contagiare altri.

Pochi giorni fa il nostro Paese ha stanziato ventiquattro milioni di euro per il 2015 per assistere le popolazioni dei Paesi affetti da ebola. Lo ha reso noto Fabio Cassese, vicedirettore generale per la Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri, nel corso di una conferenza tenutasi al Palazzo di Vetro dell’Onu, a New York. Quattro milioni saranno erogati immediatamente alla Sierra Leone.

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Per quanto concerne lo studente di diciassette anni deceduto in Liberia perché affetto da ebola (http://www.africa-express.info/2015/07/04/ebola-si-risveglia-ucciso-dal-virus-un-ragazzo-liberia/), la comunità scientifica internazionale si è posta molte domande. In un primo momento si “sperava” che la responsabilità fosse da ascrivere al cane, la cui carne, a quanto pare, il ragazzo aveva consumato insieme a altre persone. Le analisi effettuate sui resti dell’animale hanno dato esito negativo: non era affetto dal virus ebola. Dunque, si sta cercando di capire come mai il ragazzo si è ammalato. Le indagini hanno stabilito che non si è mai spostato dal villaggio quindi potrebbe essere stato infettato da un sopravvissuto, divenuto un portatore sano.

Gli scienziati hanno analizzato la sequenza genetica del virus da campioni di sangue prelevati dalla salma del giovane. Le analisi hanno confermato che il ceppo del virus è quello liberiano, non coincide con quello presente in Guinea e Sierra Leone. “Siamo propensi a a credere che il ragazzo si sia infettato durante un possibile contatto sessuale”, ha dichiarato Stuart Nichol, del “Centers for deseas control and prevention”. Casi del genere sono già capitati. A marzo morì una giovane, contagiata dal seme del suo ragazzo, guarito di ebola mesi prima.

Secondo Michael R. Wiley, un ricercatore scientifico della Fondazione Ginevra e un collaboratore dell’ “United States Army Medical Research Institute of Infectious Diseases”,  il ceppo del virus del ragazzo è molto simile a quello che era in circolazione in Liberia tra luglio e agosto dello scorso anno.

Scienziati hanno dimostrato che il virus può rimanere nascosto, protetto dal sistema immunitario per mesi, nella placenta e nella parte interna dell’occhio. Nemmeno il test contro il virus killer è in grado di evidenziarlo. Studi più approfonditi sono attualmente in corso in Liberia sui sopravvissuti di ebola. Si cerca di capire come, quando, con quale incidenza e perché ciò può accadere. Nel frattempo si raccomanda ai sopravvissuti di praticare solamente sesso protetto.

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Anche se nel clima tropicale il virus può degenerare nel giro di pochi giorni, addirittura in ore, è poco plausibile che ebola sia rimasto silente per mesi nell’area circostante e poi abbia infetto nel giro di poco tempo cinque persone. Vista la somiglianza del ceppo di questo virus con quello attivo lo scorso anno, sembra anche poco probabile che ebola sia stata introdotta nuovamente da animali selvatici.

Oggi nuovi esami permettono ai virologi di stabilire la forza e la potenza del virus dalle sequenze genetiche. “Da qualche tempo vengono spesso usati,  perché sono d’aiuto a epidemiologi e antropologi per capire la diffusione del virus”, ha sottolineato Dr. Bruce Aylward, direttore generale dell’OMS per “ebola response”.

“Specialmente in Sierra Leone e inGuinea – ha aggiunto – funerali segreti e ammalati tenuti nascosti permettono al virus di continuare a diffondersi. Ma grazie all’informazione, questi casi sono in diminuzione.  Alla luce dei fatti della Liberia, dobbiamo continuare a restare vigili, mai abbassare la guardia. Ma ciò non significa che il virus non possa essere debellato. Non durerà in eterno. Non lo accetto e non posso accettarlo”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Kamikaze Boko Haram al mercato centrale di N’Djamena: 17 morti e decine di feriti

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 11 luglio 2015

Attentato suicida messo a segno da un militante di Boko Haram che si è fatto esplodere stamattina nel principale mercato di N’Djamena, la capitale del Ciad: i morti sono 17 e i feriti, alcuni in modo grave, decine. Il capo della polizia ha rivelato che il terrorista, un uomo, era travestito da donna e indossava un burka integrale (vietato nel Paese dalla metà del giugno scorso) che copriva interamente il volto e la testa. Alcuni agenti si sono insospettiti e hanno cercato di fermarlo ma l’uomo si è fatto esplodere quando ha capito che stava per essere catturato. Tra le persone ammazzate due poliziotti.

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E’ questo il terzo attacco degli estremisti islamici a N’Djamena in un mese. “Probabilmente – ha raccontato un diplomatico raggiunto al telefono da Africa ExPress – i Boko Haram hanno deciso di vendicarsi contro il Ciad per il suo coinvolgimento nella lotta contro il gruppo estremista nigeriano”. Ciad, Niger e Camerun stanno aiutando l’esercito nigeriano che tenta di sbaragliare i terroristi autori di massacri e di sequestri di civili.

L’attacco di oggi segue quello perpetrato una settimana fa in due villaggi sulle rive del lago Ciad. Bande di terroristi sono penetrati nella notte nelle capanne e hanno tagliato la gola a 26 persone: una carneficina. Un altro massacro meno di un mese fa, il 15 giugno. Due kamikaze in motocicletta hanno assalito due palazzine sempre nella capitale N’Djamena, oltre 30 morti.

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L’attentato è stato messo a segno immediatamente dopo che i Boko Haram avevano minacciato il Ciad e direttamente il suo presidente Idriss Deby. Le autorità dell’ex colonia avevano vietato il burka integrale in tutto il Paese, ma a misura non è stata applicata con rigore.

Il Ciad ospita il quartier generale dell’operazione antiterrorismo francese Barkhane: il corpo di spedizione conta 1.250 militari tre bombardieri Rafale, uno squadrone di elicotteri e aerei da trasporto.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 

Nella foto in alto il mercato attaccato, in basso le motociclette utilizzate dai terroristi nell’attentato del 15 giugno

Guinea, incriminato l’ex presidente golpista Camara: ha massacrato centinaia di persone

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 luglio 2015

Moussa Dadis Camara, ex-capo della giunta militare che il 23 dicembre 2008 con un colpo di Stato prese il potere in Guinea, è stato formalmente incriminato dai giudici del suo Paese per il massacro avvenuto in uno stadio di Conakry il 28 settembre 2009. Durante una manifestazione contro il governo, centocinquantasei persone furono uccise dai “berretti rossi”, gli uomini della guardia presidenziali e da soldati impiegati per contenere la folla. Centinaia i feriti. Altri furono deportati, ma di loro non si è saputo più nulla. Oltre mille donne e ragazze furono violentate, stuprate dai militari. Nessun cittadino della Guinea potrà mai dimenticare quel giorno.

Due mesi dopo, Camara uscì dalla scena politica del suo Paese. Gravemente ferito alla testa da una pallottola, sparatagli dal capo della guardia presidenziale, Abubakar “Toumba” Diakite, perché lo aveva ritenuto colpevole dei terribili fatti allo stadio, venne dapprima curato in un ospedale in Marocco. In seguito si è stabilito in esilio a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, dove risiede tutt’ora.

Moussa Dadis Camara

Nel 2010 l’ONU ha costituito una commissione d’inchiesta e altre indagini sono state compiute dai giudici guineani: i risultati hanno portato all’incriminazione di Camara e di altre quattordici persone, tra loro l’allora capo di Stato maggiore e il ministro della Difesa. Le famiglie delle vittime hanno dovuto attendere sei lunghi anni, ma finalmente, ieri, 8 luglio, i giudici della Guinea hanno bussato alla porta dell’abitazione di Camara a Ouagadougou, notificandogli i capi d’imputazione.

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In Giugno Camara aveva sorpreso tutti, dichiarando di volersi candidare per le prossime elezioni presidenziali in Guinea, che dovrebbero svolgersi a ottobre di quest’anno. Da qui la reazione di Sekou Cherif Fadiga, portavoce del partito dell’ex-golpista, il Patriotic Front for Democracy and Development,  che ha subito commentato: “L’incriminazione è puramente di carattere politico, visto e considerato che il dossier è rimasto chiuso in un ufficio per ben cinque anni”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Somalia: al Shabaab, want to change alliance, from Al Qaeda to ISIS

Telegram from Somalia
Africa ExPress Stringer
Mogadishu, 10 July 2015

Latest reports said that al Shabaab high commanders and officers held a meeting in the last two days, as referred residents of Jilib town, some 340 km south of the capital Mogadishu. The meeting were going on more than 20 hours, discussing the latest situation on the ground and a new idea to leave the side of Al Qaeda and joining ISIS. Although some reports saying that the Chief of al shabaab, Abu Ubeyda, is refusing to join ISIS, but still the discussion is going on and waiting the outcome, as some close sources said.

miliziano al telefono

Reports from southern and south western Somalia reaching here to Mogadishu are indicating that al Shabaab militia and its highest officers are moving and leaving from outside the bases they are controlling, residents of Gedo region said today, after having contacted by phone from Mogadishu.

According to the report, the Somali government and AMISOM forces stationed these regions are beginning the heaviest attacks to sweep the al-Shabaab militia from all regions of southern Somalia.

“The joint forces are moving to different directions toward Bardhere town”, said a resident of Lugh town.

The joint forces of AMISOM and Somali militaries are expecting moving from El Wak town, located at the border between Somalia and Kenya toward Bardhere, aiming to sweep all al Shabaab militia from the town, which was the strongest base of al Shabaab since the last decade.

Some other reports explaining the joint AMISOM and Somali forces are expecting moving from Dolow town ofon Gedo region, located on the border between Somalia and Ethiopia.

An eyewitnesses of Lugh town in the Gedo region, some 480 km from south west of the capital, Mogadishu, and said, the force moving toward Bardhere town were well equipped and having the AMISOM sign and these forces were passed outside the town.

Camionette cariche

Meanwhie, Bardhere residents said that people are fleeing from inside the town and are going outside area to different directions, including children, women, as well as the weak members of the society.

Also, al Shabaab militia begun evacuating from the stations and camps they were sheltering inside the town, and taken most of the weapons and army they using, for the fearing of AMISOM incursion, and what they explain latest tactics to abort attack.

Africa ExPress Mogadishu Stringer

Al Shebab attacked two hotels in Mogadishu: seven killed and twenty wounded

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Telegram from Somalia
Africa ExPress Stringer
Mogadishu, 10 July 2015

Yesterday night al Shabaab attacked two hotels in the capital, Mogadishu.  Initial reports said more than 7 persons killed, including those who attacked at the hotels.

Hotel Weheliye and hotel Siyaad, both located at the Maka al Mukarama main road of the capital, were  seized shortly by al Shaabab militia, then the National Intelligence and Security Agency (NISA) forces of Somali government dislodged at Weheliye hotel and then Siyaad Hotel, as residents and security officers said. “Those who attacked the hotels are lying their dead bodies to the ground,” said  NISA officers, after they spoke with local media tonight.

File photo of new recruits belonging to the al Shabaab militant group marching during a passing out parade at a military training base in Afgoye

The spokesman of al Shabaab confirmed that they attack behind them.  “Our forces entered at the hotels where living our enemy members, seized the buildings and then went back, when they finished the mission,” said the spokesman. A Somali journalist staying inside presidential palace, said that the government forces managing the situation which was going on in front of the presidential palace.  Siyaad Hotel located in front of the presidential palace main gate now is stable and the government forces are controlling, as residents said, when we spoke by phone.  Medical sources are saying that more than 20 wounded people brought to the hospitals, some are very severe, while some others are in normal conditions.bomba emirati

Latest reports indicating that the Minister of internal security confirmed that all seven of terrorists  attackers were killed by Government force and no more casualties. “All 7 attackers were dead, and no more casualties,” said Abdirisak Mohamed, the Minister of Internal security who put the statement in his twitter, after the attack. He added that the situation is now under control by Somali government Forces. 

Africa ExPress Mogadishu Stringer

L’Eritrea schiaccia la sua gente, l’Europa le dona 300 milioni di euro e respinge i migranti

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Speciale per Africa ExPress,
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 luglio 2015

Trecentomilioni di Euro è la somma che l’Unione Europea sta valutando di donare all’Eritrea. Un regime tra i peggiori al mondo, paragonabile forse solamente a quello della Corea del Nord. All’inizio di giugno la commissione d’inchiesta dell’ONU ha pubblicato un suo rapporto sulla situazione dei diritti umani in Eritrea, stilato grazie alla testimonianza di rifugiati eritrei residenti in Paesi terzi, perché il governo di Asmara non ha permesso  ai commissari dell’ONU di entrare nel Paese.

Manette in aria 600

La situazione descritta nel rapporto è a dir poco drammatica. Totale assenza di uno Stato di diritto, torture, esecuzioni extra-giudiziarie, arresti senza motivo, sono all’ordine del giorno, per non parlare del servizio militare obbligatorio perpetuo. Riassumendo: I diritti fondamentali dell’uomo non vengono rispettati.
(http://www.africa-express.info/2015/06/11/il-rapporto-onu-che-inchioda-la-dittatura-eritrea-litalia-non-puo-essere-complice-dei-tiranni/)

(http://www.africa-express.info/2015/06/12/amnesty-international-un-report-eritrea-urges-strong-action/)

Poco più di un anno fa il nostro allora sottosegretario degli affari esteri, Lapo Pistelli (oggi vicepresidente dell’ENI), si è recato nella nostra ex-colonia per riaprire il dialogo con il governo di Asmara (http://www.africa-express.info/2014/07/29/quattrocento-profughi-eritrei-arrestati-sudan-volevano-raggiungere-il-campo-unhcr/). Nell’occasione ebbe anche dei colloqui a Khartoum con Omar Al Bashir, presidente del Sudan sul quale pende a tutt’oggi un mandato di cattura internazionale per genocidio e crimini di guerra.

European Union and Eritrean Flags

Questi incontri e altri diedero inizio al “Processo di Khartoum”: in sintesi, una sorta di intesa per affrontare il problema migratorio in seno alle relazioni internazionali accordandosi con dittatori per regolamentare con i loro governi la migrazione, creando centri di accoglienza nei Paesi di transito, e per lottare contro il traffico di esseri umani.

Durante una conferenza, tenutasi nella capitale italiana, alla fine di Novembre 2014, è stato firmato un documento politico  intitolato “Dichiarazione di Roma”, siglato da 58 Paesi:  28 Stati membri, due Paesi Schengen, Svizzera e Norvegia, e 28 paesi africani, tra i quali anche l’Eritrea e il Sudan e l’Algeria in qualità di osservatore. Il nostro ministro degli interni, Angelino Alfano, definì così lo storico accordo: “Difende la dignità umana e unisce tutti i paesi interessati contro la criminalità e la migrazione illegale”. Secondo il nostro ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: “L’immigrazione non riguarda soltanto le iniziative umanitarie ed il controllo delle frontiere, ma passa anche attraverso la cooperazione economica”.

In virtù di quest’accordo, l’Unione Europea sta valutando un finanziamento di trecentomilioni di euro da destinare all’Eritrea, i cui dirigenti da tempo rifiutano di fare controllare ai donatori la destinazione del denaro regalato.  Bisognerà capire come saranno utilizzati questi fondi: per nuove politiche sociali oppure per costruire muri, filo spinato in punti strategici, addestramento della polizia di confine e altro per fermare i flussi migratori? Ogni mese migliaia di eritrei fuggono dalla dittatura e gran parte di essi, affrontano il Mar Mediterraneo con i barconi della morte, per raggiungere  il mondo occidentale.  Non scappano dalla povertà, dalla fame. Cercano la libertà negata.

Secondo l’UE, il finanziamento dovrebbe servire a creare nuovi posti di lavoro e combattere la miseria. Gli eritrei, quei pochi rimasti nel loro Paese, hanno bisogno di ben altro: il riconoscimento dei diritti umani. Alla luce dei fatti, Isaias Afewerki non ha nessuna intenzione di concederli. Per ora ha fatto solo vaghe promesse sul servizio militare che adesso è, di fatto illimitato, e che dovrebbe essere riportato a una durata massima. Finora, però, il dittatore non ha messo nulla nero su bianco. eritrea-embassy-diaspora-tax

Può essere invece che Unione Europea abbia anche altri interessi del tipo economico-commerciale. All’inizio di maggio, presso la Farnesina, si è tenuto un convegno sul tema: ““L’Italia e le sanzioni. Quando la geopolitica si scontra con i mercati. Quattro casi di studio per gli interessi economici italiani: Eritrea, Iran, Russia e Sudan“.

Per quanto concerne l’Eritrea le sanzioni riguardano esclusivamente armi e forniture militari, ma si sa, è un mercato assai redditizio (Sanzioni all’Eritrea per il suo ruolo in Somalia e il suo rifiuto al ritiro delle truppe dal confine con Gibuti: risoluzione Consiglio di Sicurezza dell’ONU 1907 del 23.12.2009).

zerai con muralesIl sottosuolo dell’Eritrea è ricco di minerali pregiati: oro, argento, zinco, potassio, rame. Società canadesi e australiane si sono ritagliate una buona fetta di questo mercato, ottenendo le concessioni dal governo di Isaias per lo sfruttamento delle miniere. Anche la Casa Bianca è fortemente interessata a migliorare i suoi rapporti con l’Eritrea, in particolare per la sua importante posizione strategica: unico Paese non islamico sul Mar Rosso.

Don Mussie Zerai, sacerdote eritreo e candidato al Premio Nobel per la pace 2015, insieme a Vittorio Longhi, giornalista e  Anton Giulio Lana, avvocato per i diritti umani, chiedono che il denaro venga elargito all’Eritrea solamente in cambio di determinate garanzie. Ecco la loro petizione in rete: https://www.change.org/p/eritrea-libera-sosteniamo-la-democrazia-evitiamo-l-esodo-e-altre-morti-in-mare?recruiter

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto in basso Mussie Zerai

Altra scusa: Berardi ha espiato la pena ma resta in carcere in Guinea Equatoriale

Speciale per Africa Express
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 28 giugno 2015

Colpa del segretario del Tribunale di Bata, anzi del suo funerale, se Roberto Berardi, che doveva essere liberato oggi, resta ancora segregato nella sua putrida cella della Guinea Equatoriale. Ma lo sappiamo tutti benissimo: le esequie del poveretto (poveretto per così dire, visto che è lui ad aver negato la libertà all’imprenditore italiano) sono solo una scusa per tenerlo in galera.

Roberto Berardi è stato definito più volte “il prigioniero personale del Principe di Malabo”, Teodorin Obiang Nguema Mangue. Oggi quella definizione è più vera che mai: il tribunale di Bata ha violato le stesse leggi della Guinea Equatoriale e, utilizzando una scusa che suona come una presa in giro e uno schiaffo verso il detenuto, la sua famiglia e la stessa Italia, ha tenuto prigioniero il nostro connazionale, detenuto da 2 anni e mezzo. Nonostante abbia espiato la pena, Berardi non è stato liberato e ha visto nuovamente infrangersi contro le roventi sbarre di quell’inferno le speranze di riabbracciare la famiglia.

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Gli eventi, dunque, per l’ennesima volta, sono stati infausti: chi un po’ conosce l’Africa sa, o ha imparato, che le cose, soprattutto le coincidenze più assurde, non capitano per caso. E così questa mattina a Bata si è tenuto il funerale del segretario del Tribunale, la stessa persona che il 19 maggio scorso aveva negato la libertà a Berardi con un sorriso “rassicurante”. Alle esequie el funzionario stamattina sono accorsi tutti i giudici e i magistrati della città: il funerale, di fatto, ha paralizzato l’attività giudiziaria del Paese.

Non che questo sia un problema sotto una dittatura, dove i giudici rispondono direttamente al tiranno e al suo clan: molto probabilmente i magistrati non avevano alcuna premura né di liberare Berardi né di formalizzare un atto d’accusa nei confronti degli altri connazionali detenuti a Bata Central. Già perché nella minuscola colonia ex spagnola, ricchissima giacché galleggia sul petrolio, privati della libertà ci sono diversi italiani: Fabio Galassi, in galera dal 21 marzo, il figlio Filippo e Daniel Candio (entrambi 24enni), mentre ai domiciliari risultano esserci Fausto Candio (padre di Daniel) e Andrea. Tutti agli arresti o detenuti (chi da mesi, chi da settimane) senza uno straccio di accusa, senza nemmeno sapere il motivo per cui sono stati ristretti e privati dei passaporti.

Per Roberto Berardi la detenzione continua a tempo indeterminato: forse finirà domani, forse tra un mese, forse i suoi carcerieri attendono solo il pretesto giusto – uno scatto d’ira, un momento di disperazione profonda, una reazione all’ennesimo abuso – per fargli la pelle. Se nessuno può far niente di fronte alla morte ed ai funerali di qualcuno altrettanto vero è che la vicenda Berardi va avanti da troppo tempo: arrestato senza motivo, accusato in maniera calunniosa, detenuto in fermo di polizia oltre i termini, condannato senza prove ed ancora detenuto in condizioni inumane e degradanti per 2 anni e mezzo, subendo torture e trattamenti oltre l’umana sopportazione.

Una vicenda subita dallo stesso Berardi con dignità incredibile, una dignità quasi sfrontata che irrita non poco i suoi carcerieri. Poi il 19 maggio l’ennesimo abuso, il prolungamento della pena e oggi l’ennesima scusa: il risultato è che Berardi resta in cella, chiuso e privato della libertà senza motivo.

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L’ennesimo nulla, frutto del niente o quasi, fatto in questi anni da funzionari italiani, diplomatici europei, ministri vari. Persino il console spagnolo a Bata, che per le normative europee è colui il quale dovrebbe farsi carico delle sorti del detenuto italiano (ed europeo) Roberto Berardi, mantiene un vergognoso e assordante silenzio, senza ovviamente che da Roma nessuno alzi il telefono per protestare. Una diplomazia inesistente, quella europea, che mostra le sue vergogne per l’ennesima volta come se avesse scelto di non guardare, preferendo lanciarsi in inutili e lacunose analisi geopolitiche attorno al caso dei due fucilieri di marina arrestati in India.

Il “Se la sono andata a cercare” non basta più. Come se fosse mai bastata questa pilatesca espressione che tante volte le famiglie hanno letto sui giornali, nei loro commenti, ma anche si sono sentiti dire dai funzionari della Farnesina oltre che, cosa assai triste, dal nunzio apostolico Piero Pioppo che se ne è letteralmente “lavato le mani”. La politica morbida e l’approccio soffice verso la Guinea Equatoriale, il suo dittatore e il figlio del tiranno ha portato a un solo tragico risultato: Berardi, i Galassi, i Candio, sono tutti detenuti senza motivo.

Andrea Spinelli Barrile
spinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

Kenya, carneficina degli shebab in un villaggio ai confini con la Somalia: 14 morti e 11 feriti

Dal Nostro Corrispondente
Arturo Rufus
Nairobi, 7 luglio 2015

Un gruppo di guerriglieri islamici Al Shebab, proveniente dalla vicina Somalia, ha attaccato nella notte un campo dove stavano dormendo alcuni operai che lavorano in una cava. I morti sono 14, tra cui una donna, e i feriti 11. Probabilmente gli assalitori appartengono alle milizie del clan marehan,  un sottogruppo della potentissima famiglia darod, cui apparteneva il dittatore Siad Barre rovesciato nel 1991.

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Il massacro è avvenuto a Baure, un villaggio nei pressi di Mandera città keniota abitata da gente di etnia somala ai confini con la Somalia. Alle 2 di notte la gang è entrata nel campo tendato sparando all’impazzata.

 

Arturo Rufus
arturo.rufus7@gmail.com

Tunisia, a Sousse un attentato contro i turisti britannici fallì due anni fa

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 luglio 2015

Saifallah Ben Hassine, un cittadino tunisino che avrebbe vissuto per sei anni in Gran Bretagna, godendo anche dei sussidi statali, avrebbe organizzato un altro attentato nell’ottobre 2013 in un albergo di Sousse,  frequentato da turisti britannici. Allora morì solamente il giovane attentatore perché il suo carico di esplosivo detonò prima del previsto.  Seiffedine Rezgui, l’attentatore del massacro del 26 giugno 2015 è un discepolo di Hassine.

L’episodio, che era stato sottovalutato finora, è emerso durante le indagini dell’attentato messo a segno il 26 luglio. Un killer arrivato sulla spiaggia dal mare ha brutalmente ammazzato a sangue freddo 38 turisti, la maggior parte britannici (trenta)

Guardia in spiaggia

“Siamo in guerra” sono le parole rivolte alla popolazione, sabato pomeriggio a reti unificate da Béji Caïd Essebsi, presidente della Tunisia. In un discorso solenne, il leader ha spiegato alla nazione il motivo per il quale è stato necessario decretare lo stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale. “Siamo di fronte ad un pericolo imminente, che necessita lo spiegamento di tutte le forze di sicurezza del Paese: polizia, guardia nazionale, esercito”. Essebsi chiede ai tunisini di prendere coscienza del reale e grave pericolo, è fa un appello all’unità nazionale.

Immediatamente dopo l’attacco jihadista di Sousse, sulla costa orientale del Paese, il presidente tunisino non sembrava propenso ad adottare misure eccezionali; evidentemente alla luce dei fatti emersi in quest’ultima settimana è dovuto tornare sui suoi passi. Secondo informazioni ricevute sia da Paesi amici sia dai servizi tunisini, esiste la concreta possibilità di nuovi attentati jihadisti.

In Tunisia
lo stato d’emergenza è regolato da un decreto del 1978. Tale stato rinforza i poteri del ministro degli interni che può delegare, per quanto concerne la sicurezza e l’ordine pubblico, i singoli governatori, perché dipendono dal ministero degli Interni. Con lo stato d’emergenza si instaura un quadro giuridico che da ampi poteri all’esercito con spiegamento dei militari nelle città e nei villaggi.  Ha la durata di un mese, ma è rinnovabile.

E Kamel Jendoubi, ministro incaricato delle relazioni costituzionali tra il governo e la società civile, precisa: “La proclamazione dello stato d’emergenza ci permette principalmente di utilizzare l’esercito in appoggio alle forze di polizia”.

Non è la prima volta che succede sotto questo governo. Infatti, lo stato d’emergenza è stato proclamato il 14 gennaio 2011, subito dopo l’allontanamento dell’ex-dittatore Zine El-Abidine Ben Ali, ed è durato fino a poco più di un anno fa, vale a dire fino al 6 marzo 2014.

Targa a memoria

Dalla primavera scorsa la Tunisia si trova a dover affrontare la minaccia del terrorismo jihadista, dapprima con l’attentato del museo Bardo a Tunisi, dove morirono ventidue persone, ventuno gli stranieri.  E ora quello di Sousse. Il governo tunisino era convinto di aver smantellato la rete terroristica, responsabile del primo attacco, ma evidentemente così non è stato: entrambi gli attentati sono stati rivendicati da l’ “Etat islamique”, cioè lo Stato Islamico.

Secondo Amna Guellali, responsabile dell’ufficio di “Human Rights Watch” in Tunisia, questa volta lo stato d’emergenza troverà un’applicazione ferrea, non sarà come negli anni 2011-2014. “D’altronde – precisa la Guellali – qui si tratta di terrorismo e l’opinione pubblica chiede garanzie sulla sicurezza”. I governatori avranno poteri esorbitanti ed eccezionali, dunque avranno facoltà di controllare la stampa, le manifestazioni, la libertà di movimento e altro.

Pochi giorni dopo l’attacco a Sousse, il primo ministro tunisino, Habib Essid, aveva già annunciato una serie di misure di sicurezza, come la chiusura di ottanta moschee, che in qualche modo erano riuscite a eludere il controllo del governo. Negli ultimi giorni alcune di queste, riconducibili al movimento radicale salafista, sono state chiuse dalla polizia e alcuni Imam sono stati destituiti. Queste misure hanno suscitato malumore tra i fedeli, specie a Sousse e Sidi-Bouzid. Secondo alcuni analisti sembra che queste agitazioni abbiano avuto un certo peso sulla decisione del presidente nel proclamare lo stato d’emergenza.

L’inchiesta della polizia sull’attentato di Sousse ha portato all’arresto di otto persone sospette, tra le quali anche una donna. E’ anche emerso che c’è un collegamento tra loro e gli attentatori del museo del Bardo. Tutti sarebbero stati addestrati in un campo jihadista tunisino in Libia, a Sabratha, a un centinaio di chilometri dal confine con la Tunisia. Altre due persone sono tutt’ora ricercate. Secondo fonti ufficiali sarebbero nuovamente in Libia. Alcuni alti funzionari tunisini sono stati silurati dopo l’attentato del 26 giugno, tra loro anche il governatore di Sousse.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Libia, il via silenzioso alla missione UE. L’Italia va alla guerra?

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
07 luglio 2015

In sordina, con i riflettori puntati sulla crisi greca, il primo di luglio è decollata la missione militare europea, a guida italiana, contro i barconi e gli scafisti dei migranti che salpano dalla Libia. L’operazione internazionale si chiama EUNAVFOR MED e, tecnicamente, al momento è una missione navale e d’intelligence operativa, ristretta ai Paesi dell’Unione europea e alle acque del Mediterraneo. Ma è concepita per allargarsi. La conduce l’Italia, nella persona dell’ammiraglio Enrico Credentino (nella foto qui sotto), già a capo, nel 2012, dell’operazione EUNAVFOR anti-pirateria Atalanta, al largo della Somalia.

Il quartier generale delle operazioni è a Roma, vicino all’aeroporto militare di Centocelle. Nella prima fase, per la ricognizione, la vigilanza e lo scambio di informazioni tra le forze dell’ordine dei Paesi UE e quelli di destinazione, di origine e di transito dei migranti, è impegnato un migliaio di uomini. Cinque navi da guerra, due sottomarini, tre aerei, due droni e tre elicotteri sono stati dispiegati dalla dozzina di Stati membri che partecipano a EUNAVFOR MED, tra i quali la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, la Spagna e la Polonia. La piattaforma di comando e coordinamento è la portaerei italiana Cavour.

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Questo e altro si muove nella calda estate di un Mediterraneo mai così affollato di navi militari dall’intervento in Libia del 2011. Nel piano di Bruxelles per l’emergenza migranti rientrano anche la missione Triton (la versione europea, meno accogliente, di Mare Nostrum), una missione allargata di sorveglianza e salvataggio al largo di Lampedusa, con altri uomini e altri mezzi degli Stati UE, e il rafforzamento di Frontex, l’agenzia europea che blinda le frontiere della “Fortezza Europa”, espellendo i cosiddetti “migranti economici”.

EUNAVFOR MED è il braccio dichiaratamente militare di Triton e, in generale, della cortina di Frontex. A Catania Europol, Frontex e Triton hanno aperto un ufficio comune (la cosiddetta EURTF, Task force regionale dell’Unione europea), nella Sicilia hangar di droni per le guerre Nato in Africa e in Medio Oriente. Ma EUNAVFOR MED potrebbe essere molto di più. Da tempo l’Italia non fa infatti mistero di voler capitanare un intervento militare in Libia, sotto l’egida dell’Onu, anche con truppe a terra. Così come gli Stati europei non fanno mistero di voler scaricare sull’Italia una nuova guerra in Nord Africa.

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La Nato, nel caso, ha promesso che darà una mano. Va premesso che per riaprire il fuoco sul suolo libico occorre il non facile via libera delle Nazioni Unite all’uso della forza. In particolare il sì della Russia  in Consiglio di Sicurezza ONU che, quattro anni fa, accettò la risoluzione vaga contro Muammar Gheddafi promossa dalla Francia interventista di Nicolas Sarkozy, avendo poi a pentirsene. Non è l’unico freno. Solerzia inglese a parte nel respingere migranti nel Mediterraneo e nell’aiutare l’Italia a scrivere il testo per Palazzo di Vetro, le Nazioni Unite intendono prima chiudere la partita politica in Libia. Così da avere un governo d’emergerza a Tripoli, o perlomeno forze libiche di riferimento, che autorizzino l’ingerenza straniera.

Ai negoziati in Marocco, grazie alla mediazione dell’inviato dell’ONU Bernardino Leon, c’è stata una schiarita tra gli emissari delle principali fazioni libiche in lotta tra loro. I rappresentanti di Tobruk e gli alleati di Zintan hanno firmato un’intesa con i nemici di Misurata, vicini agli islamisti di Tripoli, e con altri gruppi indipendenti per “lavorare alla creazione di un governo di unità nazionale”. Per l’occasione il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni ha sottolineato l’importanza del “sostegno italiano” a questo “primo risultato”, augurando, entro il 6 luglio, cioè domani, “un accordo sottoscritto anche dai rappresentanti del parlamento di Tripoli”.

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Si spera che, dopo l’apertura del governo esiliato di Tobruk, anche l’esecutivo della capitale libica riveda le posizioni contrarie alla missione UE. In Europa tutto procede secondo i programmi. EUNAVFOR MED è stata licenziata in fretta il 22 giugno dai Ministri degli Esteri riuniti in Lussemburgo, senza aprire un dibattito perché il varo era stato concordato in precedenza dagli ambasciatori dei Paesi membri. Il 3 luglio, in piena crisi greca, il Consiglio del Ministri italiano ha poi decretato il via libera all’operazione, per la quale l’UE ha stanziato quasi 12 milioni di euro per i primi due mesi di attività. “La missione europea anti-scafisti è una nuova guerra in Libia?”, si interroga in Parlamento l’opposizione del Movimento 5 Stelle.

Le intenzioni sembrano davvero quelle. Il 20 luglio i Ministri degli Esteri UE torneranno a riunirsi in Consiglio, per quanto un rapido salto di qualità a Palazzo di Vetro sia improbabile. Dopo i tira e molla dei cosiddetti laici di Tobruk, gli islamisti di Tripoli hanno acquisito credibilità tra i diplomatici dell’ONU, ma più volte gli interlocutori libici hanno bluffato ai negoziati. L’intesa in vista potrebbe nuovamente saltare e le cinque potenze con potere di veto (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) potrebbero litigare sulla Libia in Consiglio di Sicurezza.

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Ma è vero anche che lo scenario internazionale è sempre più cupo, la situazione potrebbe rapidamente precipitare. A un anno dall’ascesa dell’ISIS, la sicurezza si è sensibilmente deteriorata, sia nei Paesi islamici sia in Europa. Pur mantenendo un low profile, in giugno gli Stati Uniti hanno sganciato un drone ad Agedibia, in Libia, snodo centrale della rotta criminale di migranti e traffici illeciti da Kufra verso Tripoli, nell’obiettivo (probabilmente fallito) di colpire lì il bandito dei banditi e superterrorista algerino Mokhtar Belmokhtar. Ex di al Qaeda nel Maghreb, vicino ad Ansar al Sharia libica, forse passato all’ISIS.

Poco dopo c’è stata la nuova strage in Tunisia, al resort di Suossi. Uno dei due complici dell’autore sarebbe in Libia, dove proliferano i campi d’addestramento dei jihadisti, pronto, secondo il padre, a imbarcarsi per l’Europa. “Abbiamo l’ISIS alle porte”, ha allarmato il presidente tunisino Beji Caid Essebsi, decretando lo stato d’emergenza nel Paese. In Libia l’Isis ha perso forza, sconfitto da al Qaeda nella sua base di Derna. Ma i suoi combattenti sono mobili, sconfinano in Tunisia e in Egitto, avanzando in Sinai nonostante le massicce operazioni antiterrorismo dei militari.

Raffreddato un fronte se ne aprono subito altri, caldissimi. Che farà tra qualche mese l’Italia, in prima linea nel Mediterraneo?

Barbara Ciolli
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@BarbaraCiolli

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