Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli*
8 gennaio 2025
Si avvia all’epilogo il caso – sia chiaro, scollegato – dell’affaire Sala-Abedini. “Ho saputo del rilascio e sono molto contento del ritorno a casa della nostra Cecilia Sala. Ciò detto, vi prego di comprendere che ora devo concentrarmi sul caso del mio assistito e lavorare al meglio su di esso”.
Mohamed Abedini, detenuto in Italia
Arrestato a Malpensa
Questo ha detto Alfredo Di Francesco, l’avvocato di Mohamed Abedini, l’ingegnere svizzero-iraniano di 38 anni arrestato lo scorso 16 dicembre all’aeroporto di Malpensa (Varese), tre giorni prima di Cecilia Sala, alla bella notizia della liberazione della giornalista, che tra poche ore potrebbe essere completata da quella dell’iraniano bloccato perché inserito in una black list americana. Ad ogni modo ora Cecilia Sala è a casa e questa è la cosa che conta.
Teheran conferma
Nessuno però può parlare di ‘collegamento’ nella vicenda Sala-Abedini, pena smentite. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha appena ribadito che sono “due casi separati”. Ufficialmente pure per le autorità iraniane. Per il Tribunale di Milano “non cambia niente i magistrati della Corte d’Appello giudicheranno nel merito in base alle carte”.
Cecilia Sala appena atterrata all’aeroporto di Ciampino
Invece per ogni altra persona di buon senso con cui si parli, diplomatici, militari, giornalisti, legali, magistrati, portinai e panettieri, la questione “cambia eccome”. Tanto che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, alle 14 è entrato a Palazzo Chigi facendo ipotesi di imminente liberazione. Poi ha smentito se stesso e pare che la cosa non sarà così rapida.
Meloni da Trump
Intanto fioccano i complimenti alla premier Giorgia Meloni per essere andata da Donald Trump a chiedere il permesso di liberare lui, perché non avrebbe certo potuto decidere per lei. O no? Non si è capito, anzi alla fine sembrerebbe anche un po’ grottesco.
Giorgia Meloni con Donald Trump
Il nostro Premier è stato certamente in gamba a fare quello che poteva fare molto velocemente, nei limiti però di un Paese con un’evidente sovranità limitata.
Quelli davvero scaltri – ma si stia bene attenti a dirlo, per non finire in qualche black list – sono stati i persiani, che appena avuto notizia del loro cittadino preso, ne hanno acchiappato uno nostro e adesso, pare, otterranno quello che volevano.
Oppure no, e allora vorrà dire che ci toccherà dire che gli iraniani sono molto meglio di sauditi, egiziani e israeliani, che in passato non ci hanno di certo accontentato. Di certo per una volta non abbiamo dovuto tirare fuori soldi.
Tribunale libero di decidere
Certo, l’ingegnere iraniano potrebbe non essere rilasciato subito, e magari potrebbe non essere spedito direttamente in Iran. Ma tornerà a casa.
Con gli iraniani che prima hanno arrestato la Sala per avere un peso nella trattativa e che ora, per continuare ad averla, devono dire che sono due casi che non c’entrano nulla.
Ma va bene così. Basta che lo liberino. Primo perché è un pesce piccolo, ma davvero piccolo. Poi perché se andasse diversamente, con Abedini estradato negli Usa, le cose per gli italiani in Iran si metterebbero proprio male. Soprattutto per quelli che non hanno un direttore dell’AISE che va fino a Evin a prenderli.
Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza
Quando tornò Vittorio Arrigoni, giornalista che ha rischiato la vita più volte per testimoniare il conflitto a Gaza – e tornò in una bara, dopo essere stato rapito e ucciso da jihadisti in circostanze mai del tutto chiarite – chi era presente, mi raccontava che all’aeroporto, ad accogliere il feretro, a parte i famigliari, non c’era nessuno.
A Ciampino mercoledì c’erano la premier, un ministro, un direttore dei Servizi e pure il sindaco di Roma.
Speriamo che sia un nuovo corso di attenzione verso i giornalisti e che valga per tutti gli scenari in cui sono impegnati gli inviati e i freelance, spesso a rischio della vita.
Fabrizio Cassinelli* cassinelli.fabrizio@gmail.com *Fabrizio Cassinelli, giornalista dell’agenzia Ansa, saggista, presidente dei Cronisti Lombardi.
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Questo articolo è stato pubblicato
prima che si sapesse della liberazione di Cecilia Sala
Speciale per Africa ExPress Fabrizio Casinelli*
8 gennaio 2025
L’arresto in Iran della giornalista Cecilia Sala, al di là dell’indignazione che ha suscitato in Italia, e alle sacrosante richieste istituzionali di liberazione immediata, sono anche lo spunto per considerazioni sul doppio standard che permea i media.
Cecilia Sala è stata gettata in carcere e deve essere liberata al più presto. Nessuna persona al mondo, specie se giornalista, dovrebbe finire in galera per le sue opinioni o i suoi reportage.
Non solo Iran
Però questo vale non solo per l’Iran, ma anche per altri Paesi (ad esempio Arabia Saudita, Turchia, Usa, Germania, Israele, Gb) verso i quali però non si registra alcuna levata di scudi.
Julian Assange
Basti pensare ai reporter uccisi a Gaza, alle decine e decine di colleghi in prigione in Turchia, ai giornalisti di opposizione in Israele minacciati di veder chiudere le loro redazioni, a Julian Assange trascinato fuori a forza da un’ambasciata a Londra.
Visto giornalistico
Cecilia aveva un regolare visto giornalistico, non turistico. In nessun modo il suo arresto è dovuto a problematiche relative alla regolarità della sua posizione di soggiorno o professionale.
I giornalisti stranieri in Iran devono sottostare ad alcune regole, ben chiare quando viene concesso il visto.
Che non vuol dire scrivere quello che vogliono gli iraniani, ma non si possono realizzare servizi incontrando realtà che lo Stato considera eversive o legate a governi stranieri che secondo loro minacciano la sicurezza del Paese.
Intervistare le BR
D’altra parte non è che in Italia si potessero intervistare le BR ai tempi del terrorismo, come oggi non si può dar voce magari sul web a jihadisti impegnati nel sostegno a cause militari, anche altrove nel mondo, o al movimento No-Tav o a quello ambientalista senza finire nel mirino della Polizia Postale o magari dell’Antiterrorismo.
Cecilia è stata arrestata per aver violato le leggi della Islamic Republic of Iran, da alcuni sedicenti esperti di Iran tradotto come violazione delle leggi islamiche.
Posizioni filo atlantiste
Qualcuno ha tirato in ballo perfino la sharia (sic!). Cecilia ha posizioni nettamente atlantiste e filo-Usa, ha definito parlare di genocidio a Gaza una cosa inopportuna, sostiene con vigore le iniziative del movimento Donna Vita Libertà e altro.
Non che gli iraniani non lo sapessero, quando l’hanno fatta entrare. Il fatto che Sala sia stata portata a Evin confermerebbe un problema di questo tipo.
Anche perché se invece si trattasse di altro (spionaggio et similia) l’atteggiamento iraniano sarebbe ben più intransigente. Quindi perché arrestarla dopo che ha fatto quello che tutti sapevano sarebbe andata a fare? Probabilmente perché si trovava nel posto sbagliato al momento giusto.
Arresto simmetrico
Il 6 gennaio il governo iraniano ha escluso che sia stata arrestata in relazione al quasi simmetrico arresto, in Italia, di un ingegnere persiano 38enne, Mohamed Abedini, su mandato di un provvedimento restrittivo USA.
Mohamed Abedini, ingegnere iraniano, detenuto in Italia
Lui preso il 16 dicembre a Malpensa, lei incarcerata a Tehran il 19. La portavoce, Fatemeh Mohajerani, ha detto che “non si tratta di ritorsione, questo arresto non ha nulla a che vedere con altre questioni” auspicando che il caso “venga risolto rapidamente”.
Sospetto legittimo
La detengono loro, per risolvere rapidamente basterebbe liberarla. Appare quindi legittimo il sospetto che le due detenzioni siano collegate.
In Iran tutti sanno della vicenda. I TG ne hanno parlato pur senza fornire spiegazioni in particolare. Ma tutti gli iraniani interpellati ritengono che la vicenda sia legata all’arresto del giovane ingegnere, commerciante di tecnologia ritenuta ‘dual-use’.
L’autorità giudiziaria italiana ha negato gli arresti domiciliari per l’iraniano ritenendo – comprensibilmente – che non forniscano sufficienti garanzie rispetto a un’eventuale fuga. Ma non ha ancora deciso nel merito della richiesta di estradizione, con udienza fissata per il prossimo 15 gennaio.
Doppio standard
Andrebbero, poi, fatte, anche alcune considerazioni etiche e geopolitiche. Se è da considerarsi illegittimo l’arresto della Sala per gli standard occidentali ricordo che tali criteri hanno tenuto prigioniero per anni un giornalista il cui unico crimine era quello di aver divulgato la verità sulle falsità dette da governi e militari, Julian Assange.
Nessun capo di Stato volò allora negli USA per ammansirli. Se vendere tecnologia per i droni iraniani è reato, sembrerebbe tale anche vendere tecnologia per i droni israeliani che bombardano la popolazione civile o per quelli di Washington che compiono omicidi (questi sì, certamente illegali, per le leggi internazionali) in varie parti del mondo senza alcun processo.
Disagio in cella
E ancora: a chi sottolinea – giustamente – le condizioni di disagio della nostra connazionale in cella, ricordo che l’Italia è stata più volte condannata per le condizioni degradanti delle sue carceri.
E a chi ritiene che sia repressivo colpire chi simpatizza per gruppi considerati eversivi da uno Stato sovrano, quantunque autoritario, ricordo che in Italia se inneggiate alla Jihad, o contro la NATO o contro i vertici di Bruxelles, arriva la Digos.
Ottantenne arrestata
E ricordo anche che una 80 enne è stata arrestata per aver sostenuto il movimento No Tav e che le nuove leggi rischiano di mandare in galera dei ragazzini se con uno striscione bloccano una strada per manifestare.
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Non ha peli sulla lingua, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercitodell’Uganda e figlio del presidente Yoweri Museveni, al potere dal 1986. Domenica scorsa ha dichiarato sul suo account X (ex Twitter) che vorrebbe decapitare il maggior oppositore del Paese.
Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente Yoweri Museveni e capo delle forze di difesa dell’Uganda
Muhoozi Kainerugaba pubblica con una certa regolarità messaggi sui social network, totalmente fuori dalla norma per un personaggio pubblico del suo calibro. Nel 2022 aveva minacciato di invadere il Kenya. Allora il padre lo aveva ripreso severamente, invitandolo di chiudere i suoi account sulle varie piattaforme social. Per tale “bravata” ha dovuto chiedere scusa al governo di Nairobi.
100 mucche
E, sempre nel 2022, subito dopo le elezioni politiche in Italia, aveva postato su X che avrebbe voluto regalare 100 mucche a Giorgia Meloni, la presidente del Consiglio dei ministri. Insomma il figlio del capo dello Stato dell’Uganda è imprevedibile.
Minaccia a Bobi Wine
Questa volta Muhoozi ha preso di mira Robert Kyagulanyi, in arte Bobi Wine, candidato alla presidenza all’ultima tornata elettorale del 2021, vinte ovviamente da Museveni. Già in passato, l’ex cantante e ora leader del partito, The National Unity Platform (NUP), ha dovuto subire pesanti intimidazioni dal regime.
Forse per questo motivo Kyagulanyi non ha preso alla leggera le parole del capo delle forze di difesa del suo Paese e lo ha scritto pure sul proprio account X .
La risposta del figlio del presidente è arrivata prontamente, sempre via X sotto il post di Bobi Wine: “Se Mzee (appellativo riferito al padre Museveni) non fosse lì, gli taglierei la testa oggi stesso”. E ancora: “Finalmente! Ti ho svegliato? Prima che ti decapiti, restituiscici i soldi che ti abbiamo prestato” (insinuando che precedentemente il governo aveva comprato Wine per indebolire l’opposizione).
Kampala non commenta
Finora Kampala non ha rilasciato alcun commento. Mentre un portavoce delle forze armate si è rifiutato dare spiegazioni in merito. Tempo fa il portavoce del governo aveva affermato che i post di Kainerugaba sui social media non devono essere presi sul serio e non riflettono la politica del governo.
Rapito politico
Si sa, il regime ugandese non apprezza critiche e tanto meno gli oppositori. Lo scorso novembre, è stato rapito Kizza Besigye in Kenya, dove si trovava per una breve visita. Besigye, è un esponente del partito Forum for Democratic Change (FDC) ed è stato ben quattro volte candidato alle presidenziali, elezioni che ha sempre perso. Negli ultimi anni è stato meno attivo politicamente e non ha nemmeno partecipato alla tornata elettorale del 2021.
Kizza Besigye, detenuto in una prigione di massima sicurezza a Kampala, Uganda
Tribunale militare
Ora l’oppositore è rinchiuso in una prigione di massima sicurezza a Kampala, perché accusato da un tribunale militare di possesso di pistole e di tentato acquisto di armi all’estero. Incriminazioni ovviamente negate da Besigye. La prossima udienza è prevista per la fine del mese.
Moglie denuncia
Intanto la moglie dell’accusato, Winnie Byanyima, direttore esecutivo di UNAIDS (Programma delle Nazioni Unite per HIV/AIDS) ha denunciato che la direzione del carcere Luzira Prison ha vietato le visite durante le festività natalizie. La signora ha apostrofato tali misure come “crudeli e disumane”. E ha riferito ai reporter della BBC che il marito, rinchiuso in una minuscola cella, dietro ben sei sbarre, è forte e perseverante. Ha poi aggiunto: “Temo però che possano fargli del male”.
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Migliaia di residenti sono stati evacuati dal governo etiopico a causa di continue scosse di terremoto nelle regioni di Afar, Amhara e Oromia.
Una strada danneggiata dalle scosse di terremoto in Etiopia
Un Natale magro, più povero del solito per gli 80mila etiopici, trasferiti con la massima urgenza pochi giorni prima della grande festività, che, secondo il rito ortodosso si celebra il 7 gennaio. Attualmente ci sono già oltre 4,4 milioni di sfollati in Etiopia, tra questi 900mila per eventi climatici estremi.
Danni materiali ingenti
Finora, per fortuna, solo danni materiali, nessuna vittima. L’evacuazione è stata predisposta come misura precauzionale, in quanto si temono nuovo scosse.
Le colate di lava causate dall’ eruzione vulcanica del Mount Dofan, Afar, Etiopia
Vulcano attivo
L’Afar, nel nord-est dell’Etiopia, è la regione maggiormente colpita, tra l’altro, venerdì scorso, anche da un terremoto di magnitudo 5,5 della scala Richter dopo alcune grandi e devastanti colate di lava provenienti dal vulcano Mount Dofan. Il disastro ha provocato danni ingenti anche a strade principali e abitazioni.
Il terremoto è stato avvertito persino nella capitale, Addis Abeba, e in città come Adama e Metehara.
Scosse sismiche frequenti
Attualmente il vulcano non sta fumando, mentre la lava continua a scorrere. Da diversi mesi nella regione si osserva una significativa attività sismica. Dalla fine di settembre, l’Istituto geofisico americano ha registrato oltre 67 terremoti. E, le frequenti scosse nel territorio Afar hanno creato un cratere naturale di acqua calda che si starebbe allargando.
L’Afar è una delle regioni più aride e calde dell’Etiopia, con una storia di eruzioni vulcaniche e frequenti terremoti. L’area è anche soggetta a siccità, carestie e inondazioni, che hanno portato a numerose evacuazioni negli ultimi anni.
Zona più calda dell’Africa
Va ricordato che nella zona si trova anche la depressione della Dancalia o depressione di Afar o triangolo di Afar, regione del Corno d’Africa che comprende Gibuti, parte dell’Eritrea e dell’Etiopia. E proprio a Gibuti si trova il lago Assal, a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta il punto più basso del continente africano.
Eritrea e Gibuti
Ovviamente le scosse sismiche sono state avvertite anche a Gibuti e in Eritrea, a Massawa, sul Mar Rosso. La loro entità è stata simile a quelle registrate in Etiopia, ma finora non sono state rese note evacuazioni di residenti.
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Speciale per Africa ExPress Federica D’Alessio*
3 gennaio 2025
Per il 2025, Israele ha stanziato una cifra ulteriore di 150 milioni di euro per la hasbara, la sua industria propagandistica. Soldi che si aggiungeranno a quelli già a budget.
Propaganda di Israele
Attraverso la hasbara, Israele riesce non solo a far passare le sue veline come se fossero notizie, ma anche a oscure e minimizzare la copertura dei quotidiani atti di barbarie che commette sui palestinesi, o far sì che vengano sempre contestualizzati come autodifesa necessaria e legittima o guerra di risposta al terrorismo.
Discorso legittimante
Laddove l’opinione pubblica che si forma dal basso è ormai ovunque nel mondo occidentale largamente favorevole a un cessate il fuoco in Palestina e critica verso l’operato israeliano, per i sostenitori del genocidio e del complessivo impianto suprematista e colonialista di Israele contro i palestinesi e i popoli arabi di tutta l’area, la reitezione di un discorso legittimante e giustificazionista si fa ogni giorno più importante, quasi obbligata.
Quel che è peggio tuttavia, della hasbara, è la grande energia che i propagandisti filosionisti dedicano ad attaccare chi prova a informare ma anche a esprimere le proprie posizioni secondo i criteri della verità dei fatti, dell’indipendenza di pensiero e dell’umanità di sguardo.
Infangare le reputazioni
Israele conta sull’alleanza di professionisti dei media, personaggi politici e figure note, delle associazioni come l’AIPAC americana o delle comunità fedeli allo Stato ebraico, come la Comunità ebraica italiana, che si dedica costantemente a infangare la reputazione di giornalisti o personalità sgradite e ad invocare censure e reprimende nei loro confronti.
Uccisioni di persone a Gaza
Di tutte, le voci palestinesi sono in assoluto le più censurate e le più infangate. Il modo in cui i giornalisti palestinesi o arabi sono trattati dai media occidentali è un’estensione dell’uccisione sistematica che subiscono a Gaza e in Cisgiordania, dove persino l’ANP si è messa ora a fare il lavoro sporco di attacco all’informazione per conto di Israele.
Tensione alla BBC
Un’inchiesta del giornalista Owen Jones nel Regno Unito ha svelato il clima di tensione e difficoltà all’interno della BBC britannica, il broadcast televisivo e informativo più visto al mondo.
Tredici giornalisti hanno parlato con Jones raccontando il filtro esercitato da uno dei redattori della testata, Raffi Berg, in forze alla divisione Medio Oriente delle news online, il cui lavoro, hanno dichiarato i colleghi a Jones, consiste nell’ ”annacquare tutto ciò che contenga critiche nei confronti di Israele”.
Nel giugno scorso oltre 100 giornalisti della rete hanno manifestato disappunto con una lettera aperta per la copertura, irrispettosa degli standard minimi del giornalismo, che la BBC stava offrendo delle vicende palestinesi. La loro protesta non ha sortito il minimo effetto.
Attacco a Guardian e New York Times
La BBC non è certo un caso isolato. I giornali tradizionalmente progressisti della anglosfera, dal Guardian al New York Times, a tante televisioni e canali statunitensi, hanno visto in questi mesi centellinare, quando non sparire del tutto, la presenza di giornalisti e ospiti di origine palestinese e sono stati spesso contestati per aver offerto una “visione faziosa” delle vicende in corso.
Le lamentele nel mondo laburista britannico per il modo in cui riportando le notizie coprono responsabilità e nefandezze israeliane vanno avanti, d’altro canto, da anni.
Basta leggere le tante notizie scritte nel tempo da “Jewish Voice for Labour”, una comunità di ebrei laburisti “iscritti, ex iscritti o mai stati iscritti al partito laburista”, dove per anni ha tenuto banco la guerra contro Jeremy Corbin accusato di antisemitismo e ostracizzato nel partito all’interno del quale godeva di una forte leadership.
Fedele esecutore
Keir Starmer, suo successore alla guida dei laburisti e oggi Primo ministro, di contro rappresenta un fedele esecutore di tutti gli interessi israeliani.
Anche i social network sono parte della stessa rete. Da oltre un anno numerose associazioni hanno svelato come Meta, l’azienda proprietaria di Facebook, Instagram e Whatsapp, applichi un oscuramento sistematico dei contenuti di provenienza palestinese.
Su Instagram sono stati bannati giornalisti palestinesi con milioni di follower. Meta nel corso del tempo ha promosso numerosi ufficiali israeliani a ruoli apicali, e nei mesi scorsi ha assunto Jordana Cutler, ex consigliera di Netanyahu e del Likud, nel ruolo di responsabile della moderazione dei contenuti sulle piattaforme social relativi al Medio Oriente.
Oscurare contenuti
Cutler non si è fatta attendere, e ha immediatamente oscurato i contenuti pubblicati da realtà solidali con il popolo palestinese, fra cui la rete “Students for Justice in Palestine”.
Clima cerchiobottista
E in Italia? In Italia siamo immersi nel solito clima provinciale, parolaio e inconsistente, cerchiobottista quando va bene, palesemente arruolato nella maggior parte dei casi.
Nessuna novità di rilievo, se non che anche le pochissime voci palestinesi di cui la nostra televisione godeva, come quella della giornalista Rula Jebreal, sono state di fatto censurate e scomparse dai palinsesti, oltre che costantemente attaccate e infangate da esponenti dell’hasbara nelle grandi chat in cui l’intellighenzia progressista si rifugia, per illudersi di avere ancora una qualche incidenza.
Attacco anche a Report
Una delle poche trasmissioni che ha davvero detto qualcosa di interessante su Israele e sulla guerra genocidaria di Israele contro i palestinesi è Report, che ha svelato innanzitutto le commistioni e complicità della comunità mondiale degli Stati con Israele sul piano degli affari militari.
Israele è un grandissimo esportatore di tecnologia digitale militare, laddove invece riceve aiuti indispensabili, prima di tutto dagli Stati Uniti, per quanto riguarda l’industria militare pesante.
Report è stata prontamente attaccata dall’UCEI (Unione delle comunità ebraiche italiane), e ora si trova attaccata anche dal governo.
I partiti di maggioranza hanno di recente chiesto alla RAI, infatti, di privare la trasmissione della manleva, la tutela legale che solleva i giornalisti da rischi penali ed economici.
Temi delicati
La richiesta sembra sia arrivata dopo aver coperto le vicende che hanno interessato l’ex ministro Sangiuliano, ma certamente, se mai dovesse divenire realtà questa richiesta, colpirebbe la trasmissione su tutti i temi più delicati, in primis la copertura del genocidio israeliano e della politica israeliana.
Quel che infatti della hasbara è in assoluto più grave è che la propaganda da loro copiosamente finanziata e sostenuta non si limita a sovrapporsi al giornalismo per confondere le acque o macchiare la verità con la post-verità, come da copione della rete internazionale trumpiana-bannoniana, di cui Netanyahu e Israele tutto, radicalizzato ormai saldamente come un Paese suprematista e razzista fino alla ferocia assassina, rappresentano una branca fondamentale.
La hasbara si insinua nei governi e nelle leggi allo scopo di perseguitare i giornalisti.
Di nuovo, è in Gran Bretagna che questa tendenza si sta manifestando ai livelli più preoccupanti. Attraverso una “legge antiterrorismo” tanto draconiana e autoritaria quanto può esserlo la legge russa sugli agenti stranieri, già mesi fa sono stati arrestati attivisti e giornalisti schierati con il popolo palestinese.
Fra questi il controverso giornalista Richard Medhurst, arrestato ad agosto sulla base della Section 12 del Terrorist Act inglese, in base al quale rappresenta un crimine anche esprimere opinioni in favore di un’organizzazione considerata terroristica (“proscribed organisation”).
Svelare le fonti
In seguito all’arresto, dopo averlo rilasciato le autorità hanno intimato a Medhurst di svelare le sue fonti consegnando le password dei suoi strumenti di lavoro.
Il giornalista si è opposto, e ora, come ha scritto sul Fatto Quotidiano la giornalista Stefania Maurizi, “Le autorità inglesipotrebbero anche ricorrere alla corte e ottenere una sentenza del giudice che ordini al reporter di consegnarle. Se Richard Medhurst non lo farà, rischierà tra i due e i cinque anni di carcere.”
Verità dei fatti
Il giornalismo investigativo indipendente si basa per intero sulla protezione delle fonti. Obbligare un reporter a rivelarle significa metterle a rischio, compreso mettere a rischio anche la loro stessa vita; e quindi far sì che le fonti non possano mai più fidarsi dei giornalisti.
Un colpo di grazia per la possibilità di condurre inchieste alla ricerca della verità dei fatti. È così che la hasbara vince, così che la democrazia muore.
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Titus Phiri, ispettore di polizia in servizio al commissariato Leonard Cheelo a Lusaka, la capitale dello Zambia, ha iniziato a festeggiare la fine dell’anno già nella mattinata del 31 dicembre 2024. E, mentre era in servizio in evidente stato di ebbrezza, ha liberato 13 sospetti, rinchiusi nelle celle della stazione di polizia.
Secondo quanto riferito da Rae Hamoonga, portavoce della polizia dello Zambia, Titus Phiri si sarebbe impossessato con la forza delle chiavi delle celle, custodite dalla collega Serah Banda. Poi avrebbe fatto scappare i 13 detenuti, accusati prevalentemente di crimini come aggressioni, rapine, furti con scasso, per permettere loro di brindare al nuovo anno in libertà. Poi è fuggito anche l’ispettore.
Niente brindisi
Mentre i 13 sospetti criminali sono tutt’ora in libertà, l’ispettore è stato riacciuffato poche ore dopo la sua “bravata”. Niente brindisi a mezzanotte per lui, giaceva solitario in una delle celle della stazione di polizia.
Caccia ai prigionieri
Ora è caccia all’uomo. Le forze dell’ordine hanno diramato un bollettino con il nome dei 13 sospetti, chiedendo anche la collaborazione della cittadinanza per poterli arrestare quanto prima.
E, come ricorda la BBC nel suo articolo, un incidente simile si era verificato già nel 1997, facendo riferimento a un post su Facebook di Dickson Jere, avvocato e ex consigliere di Rupiah Bwezani Banda, quarto presidente del Paese.
Scena comica
“Continuo a ridere ogni volta quando immagino la scena, assai comica! Ma poi mi ricordo di un incidente simile avvenuto nel 1997”, scrive Jere e racconta:
“La notte di capodanno del 1997, Kabazo Chanda, controverso giudice dell’Alta Corte, ormai deceduto, aveva ordinato il rilascio di 53 detenuti, alcuni ritenuti criminali pericolosi. Chanda, era molto irritato dal fatto che i sospetti erano stati arrestati già nel 1992, ma non erano ancora comparsi in tribunale”.
“Una giustizia ritardata è giustizia negata”, aveva sottolineato allora il giudice.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
2 gennaio 2025
“Questo arresto è solo la punta visibile dell’iceberg. Molte persone che mi somigliano non possono trovare lavoro, non hanno accesso alla casa o non possono partecipare agli sport che amano, semplicemente perché sono nere. Dobbiamo essere uniti e alzare la voce per educare coloro che ci circondano i nostri colleghi, vicini e amici, su questo problema che affligge la nostra società e ne ostacola il progresso”.
Stephan Omeonga, calciatore belga-congolese
Calciatore denuncia
Si conclude così l’appello, che è anche una terribile denuncia, di Stephan Omeonga, 28 anni, cittadino belga di genitori congolesi, calciatore del Bnei Sakhnin F.C., squadra israelo-araba della omonima cittadina della Bassa Galilea, dopo quello che gli è successo a Fiumicino il 25 dicembre.
Per Stephan Omeonga sarà un giorno di Natale difficile di dimenticare. Ma anche per l’Italia, succube di quello che sembra un inaccettabile diktat israeliano.
Il giocatore, noto per le sue esperienze italiane nell’Avellino, Genoa e Pescara fino a 3 anni fa e per il suo impegno contro il razzismo, si trovava sull’aereo diretto a Tel Aviv, proveniente dal Belgio.
Poco prima del decollo….
Ma lasciamo a che sia lo stesso Stephan a ricostruire la vicenda come ha fatto su Instagram.
Una vicenda che fa venire in mente uno studio della ricercatrice italiana permanente presso il Centro di Studi Sociali (CES) dell’Università di Coimbra, Gaia Giuliani, intitolato “Mediterraneità e bianchezza. Il razzismo italiano tra fascismo e articolazioni contemporanee”. Fascismo e razzismo, ovvero un binomio difficile da scindere e sradicare in Italia.
La “vittima” riferisce
“Dopo essere salito sull’aereo e aver preso posto, uno steward mi ha avvicinato per un presunto problema con i miei documenti e mi ha chiesto di lasciare l’aereo. Sicuro della validità dei miei documenti, gli ho chiesto con calma che tipo di problema ci fosse”.
“È stata chiamata la polizia, sono stato ammanettato e portato fuori con la forza dall’aereo. Una volta fuori dall’aeromobile, lontano dalla vista dei testimoni, la polizia mi ha gettato violentemente a terra, mi ha picchiato e uno di loro mi ha premuto il ginocchio sulla testa”.
“Sono stato poi portato in un veicolo della polizia, ammanettato come un criminale, all’aeroporto. È arrivata un’ambulanza, ma in stato di shock, non sono stato in grado di rispondere alle domande dei paramedici. Poco dopo, ho sentito dalla radio della volante della polizia: ‘Ha rifiutato le cure mediche; va tutto bene’. Questo era completamente falso, ho chiesto loro di portarmi in ambulanza con loro, spaventato da ciò che la polizia avrebbe potuto farmi”.
Stanza grigia
Poi, sono stato messo in una stanza grigia, senza cibo né acqua, e lasciato in uno stato di totale umiliazione per diverse ore. Dopo il mio rilascio, ho saputo che un agente di polizia aveva sporto denuncia contro di me per le lesioni presumibilmente causate durante l’arresto, nonostante fossi ammanettato. Inoltre, fino a oggi, non ho ricevuto alcuna giustificazione per il mio arresto”.
“Come essere umano e padre, non posso tollerare alcuna forma di discriminazione. Questo arresto è solo la punta visibile dell’iceberg. Molte persone che mi assomigliano non riescono a trovare lavoro, non hanno accesso a un alloggio o non possono praticare gli sport che amano, semplicemente perché sono neri. Dobbiamo essere uniti e alzare la voce per educare coloro che ci circondano, i nostri colleghi, vicini e amici, su questo problema che affligge la nostra società e ne ostacola il progresso. Pace”.
Video
Nel post su Instagram, c’è anche un video in cui si vedono due poliziotti che lo aggrediscono mentre si trova sul volo: uno dei due lo prende per la gola mentre l’altro lo spinge fuori dall’aereo.
Black list di Israele
Secondo la Polizia, l’arresto sarebbe avvenuto dopo una mediazione di 40 minuti e su mandato di Israele, perché Omeonga sarebbe nella black list di Tel Aviv; quindi, il suo rientro nel Paese di Netanyahu non sarebbe gradito. La Polaria sarebbe intervenuta su richiesta del capo scalo e del comandante della compagnia aerea.
Omeonga gioca in una squadra di Premier League di Israele dove vive dallo scorso anno. Nella rosa del Bnei Sakhnin ci sono 19 calciatori di nazionalità israeliana, due del Camerun, uno del Ghana, uno dell’Ucraina, uno di Cipro, uno della Palestina, uno del Belgio. Stephane, appunto.
Squadra di calcio Bnei Sakhnin, Israele
Comunque la si giri, l’intervento della nostra Polizia di frontiera deputata a sventare soprattutto attacchi terroristici suscita gravi interrogativi. È vero che i tifosi della squadra arabo israeliana sventolano bandiere palestinesi e questo non fa certo piacere a chi a Gaza ha fatto il deserto e (non) l’ha chiamata pace (per ricordare il detto di Tacito).
UE contro razzismo
È anche vero che appena nell’ottobre scorso la Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) del Consiglio d’Europa aveva denunciato le forze dell’ordine italiane per la profilazione razziale che compiono durante le attività di controllo, sorveglianza e indagine, soprattutto nei confronti della comunità rom e delle persone di origine africana.
Lavoro “sporco” all’Italia
Ma, detto tutto questo, viene da chiedersi: se il calciatore era diventato davvero così pericoloso per Israele, dove peraltro vive e sarebbe atterrato poche ore dopo lo scalo a Fiumicino, perché Israele ha demandato il lavoro “sporco” alla polizia italiana?
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Lo scriveranno tutti che il 2024 è stato caratterizzato dalle guerre e conflitti. Ma a parte gli scontri che stanno devastando l’Africa – e di cui si parla pochissimo – una delle cose di cui noi operatori dei media dovremmo occuparci, e portare alla ribalta, è il doppio standard con cui viene fornita ai lettori, ai radio ascoltatori e ai telespettatori l’informazione.
Ahmed Hussein al-Sharaa, da ex capo jihadista a leader della Siria
La frase di geopolitica forse più azzeccata del 2024 è stata pronunciata da Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, quando ha detto più o meno così: “Quella di terrorista è una qualifica politica che viene data per ragioni politiche e come tale può essere tolta. Un giorno sei terrorista, un altro sei premio Nobel per la Pace, poi magari torni terrorista”.
Capo islamista
Il riferimento era al capo jihadista siriano Ahmed Hussein al-Sharaa, meglio conosciuto con il nome di combattimento Abu Mohammad al-Julani, sulla cui testa gli americani avevano messo una taglia di 10 milioni di dollari.
L’ex capo jihadista siriano, allora conosciuto con il nome di combattimento Abu Mohammad al-Julani
La promessa di una ricompensa è stata cancellata in dicembre dopo che i miliziani islamisti, con l’aiuto delle armi e della logistica USA hanno cacciato da Damasco il tiranno Bashar Al Assad.
Valore assoluto
Caracciolo ha centrato il segno evidenziando come le qualifiche e le definizioni non abbiano un valore assoluto ma relativo a si possono modificare a seconda delle convenienze del momento.
Purtroppo, il giornalismo italiano applica il criterio del doppio standard in continuazione. Ciò è dovuto principalmente al fatto che la maggior parte dei mass media ha abdicato al ruolo di mezzi di informazione e abbracciato invece la funzione di strumento di lotta politica.
Agone della politica
E quando si scende nell’agone della politica è il fine che giustifica i mezzi per raggiungerlo.
In altri termini passa il principio moralmente discutibile secondo cui se si valuta essenziale raggiungere un obiettivo, allora scompaiono tutti i limiti a ciò che si può fare per raggiungerlo.
Anche cambiare le qualifiche degli altri interpreti sul palcoscenico della politica.
Nemico giurato
Un nemico giurato può facilmente diventare un alleato fedele. Ovviamente abiurando a giudizi e politiche tenuti in precedenza.
Come giustificare tutto questo davanti all’opinione pubblica è del tutto irrilevante per i professionisti del voltagabbana.
Il doppio standard prevede che il nostro amico politico può fare tutto quello che al nostro nemico viene rimproverato o rinfacciato.
Altro esempio di questi tempi è stato l’atteggiamento tenuto dai media nei casi del mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale contro Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.
Stesso reato
I due leader sono accusati dello stesso reato: crimini di guerra. Ma mentre contro Putin il mainstream ha assunto toni accusatori giudicando favorevolmente la decisione della Corte, nel caso di Netanyahu ha parlato di decisione incomprensibile e razzista.
Occorre ricordare che un reato, indipendentemente da chi lo commette resta un reato.
Se il doppio standard vale per la politica (ma secondo noi anche ciò è discutibile) non può sicuramente valere per il giornalismo.
Il giornalismo non è un crimine
“Il giornalismo non è un crimine”, ripetono oggi (giustamente) i difensori di Cecilia Sala tenuta in carcere a Teheran. Peccato che molti di questi claqueur a comando sul caso di Julian Assange abbiano tenuto un comportamento equivoco o addirittura giustizialista (c’è chi addirittura l’ha definito “losco figuro”).
Julian Assange
Sperando che chi si dichiara giornalista – e quindi debba interpretare questo mestiere con onestà intellettuale – si renda conto che il principio del doppio standard implica la negazione della democrazia e dell’informazione, le redazioni di Africa ExPress e di Senza Bavaglio augurano ai propri lettori e sostenitori un felice e prospero 2025.
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La presenza della Russia e degli uomini di Africa Corps (ex Wagner, ma in Centrafrica continuano a essere chiamati con il vecchio nome) è stata immortalata il 3 dicembre scorso con una statua in bronzo.
Statua a Bangui, Centrafrica: Yevgeny Prigozhin con accanto il suo vice Dmitru Utkin
Nella capitale Bangui è stato eretto un monumento in onore dell’ex leader del gruppo mercenario russo Wagner, Yevgeny Prigozhin, e del suo braccio destro Dmitru Utkin, entrambi morti in un misterioso incidente aereo lo scorso anno.
Monumenti pro Russia
La statua mostra Prigozhin con un giubbotto antiproiettile mentre tiene in mano un walkie-talkie con accanto il suo collega che impugna un fucile AK-47, meglio conosciuto come Kalashnikov.
Non è la prima testimonianza della presenza dei paramilitari russi “espressa in arte”. Nella capitale esiste da tempo un altro monumento con tre mercenari mentre fanno scudo a una donna e ai suo bambini.
Altra statua a Bangui: 3 mercenari russi che fanno da scudo a una donna e i suoi figli
Nel 2017 il presidente centrafrocano, Faustin Archange Touadéra, si era recato in Russia, dove aveva incontrato il ministro degli esteri di Putin, Sergueï Lavrov. E, all’inizio del 2018, dopo aver ottenuto dall’ONU una parziale abolizione dell’embargo, Mosca ha inviato un primo carico di fucili d’assalto, pistole e lanciarazzi RPG.
Collaborazione Mosca – Bangui
Dopo il viaggio di Touadéra in Russia, i due governi hanno iniziato una stretta collaborazione: Mosca gode di licenze per lo sfruttamento minerario, in cambio mette a disposizione equipaggiamento industriale, materiale per l’agricoltura e altro. Insomma, anche il Cremlino, come molti altri Stati, è solamente interessato alle ricchezze del sottosuolo africano.
Wagner e l’oro
I primi mercenari di Wagner sono arrivati nel 2018. Oltre ad addestrare le truppe centrafricane, i paramilitari russi conducono incursioni contro i gruppi ribelli. Ma il motivo fondamentale della loro presenza restano i siti minerari: i membri di Wagner si sono assicurati diritti per l’estrazione dell’oro, mentre altre volte se ne sono appropriati, attaccando giacimenti e mandando via coloro in possesso delle licenze. Così anche il prezioso metallo proveniente dall’Africa ha permesso al Cremlino di aggirare le sanzioni internazionali, imposte a causa dell’invasione dell’Ucraina.
La Repubblica Centrafricana è uno tra i più poveri del mondo, nonostante le immense ricchezze del sottosuolo (oro, diamanti, uranio) ma anche il legno pregiato delle sue foreste).
Insicurezza
Dall’indipendenza dalla Francia nel 1960, il Paese è stato quasi sempre instabile. La guerra civile è iniziata nel 2013, ma la sua intensità è notevolmente diminuita dopo il 2018, e si è trasformata gradualmente in scontri sparsi e sporadici. Da un lato sono sempre attivi movimenti armati ribelli e dall’altro, l’esercito, insieme ai paramilitari di Mosca e alcune milizie di autodifesa che fungono da ausiliari.
Nonostante i molteplici accordi di pace, siglati tra i gruppi armati e il governo (l’ultimo risale al 2019), a tutt’oggi in diverse zone del Paese la situazione resta ancora instabile. L’insicurezza, ormai diventata cronica, ostacolando un miglioramento delle condizioni di vita della gente.
Abusi e violenze
Molto spesso giornali locali, come CNC (Corbeau News Centrafrique), denunciano assalti e violenze ai civili, e nella primavera scorsa anche MINUSCA (Missione di Pace dell’ONU nel Paese) aveva accusato i paramilitari dell’uccisione di al meno 14 persone in diverse località del Paese.
Caschi blu di MINUSCA
I caschi blu sono presenti dal 2014 con oltre 14mila militari e 3.020 agenti di polizia. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rinnovato il loro mandato lo scorso novembre per un altro anno (risoluzione 2759 (2024)).
In passato anche la ONG Human Rights Watch (HRW) aveva lanciato accuse contro i soldati di ventura. Ma nel Paese, che ha dato i natali a Jean- Bedel Bokassa, un militare golpista megalomane, un tiranno che si autoproclamò imperatore dell’Impero Centrafricano, i mercenari russi godono di totale impunità.
Violazioni dei diritti umani di ogni genere sono state confermate anche nell’ultimo rapporto di Yao Agbetse, esperto indipendente dell’ONU. I mercenari hanno respinto tutte le accuse e affermato che queste denunce sono solamente propaganda occidentale contro la Russia.
Responsabile sicurezza
Mosca è ormai ben radicata in Centrafrica. Basti pensare che solo qualche mese fa Touadéra ha nominato Dmitri Podolsky, soprannominato “Salem”, responsabile per la sicurezza. Salem proviene dai ranghi di Wagner. Precedentemente era al soldo dell’esercito russo e ha combattuto in Siria. Nel 2017 si è arruolato come mercenario.
Recentemente è venuto alla luce che i membri di Wagner stanno arruolando giovani centrafricani (e anche di altri Paesi del continente) per combattere in Ucraina, a fianco delle truppe russe. Ovviamente il governo di Bangui ha bollato la notizia come falsa.
Prigionieri di guerra in Ucraina: tra loro anche africani
Secondo i servizi di Kiev, i giovani “fucilieri africani di Putin” sarebbero diverse migliaia, tra loro moltissimi centrafricani, “supervisionati dal ministro per il Bestiame e la Salute degli animali di Bangui, Hassan Bouba, prezioso alleato di Wagner, oggi Africa Corps”.
Il mondo ha dimenticato i bambini del Centrafrica
I media internazionali sono concentrati su altre guerre – Ucraina e Gaza – dimenticandosi quasi completamente di quanto succede nelle zone di conflitto in Africa. Nessuno parla dei tre milioni di bambini della Repubblica Centrafricana, tra i più poveri e i più fragili del mondo. Malnutrizione, accesso sanitario inadeguato e instabilità politica stanno mettendo il Paese sulla soglia di una crisi umanitaria.
Malnutrizione
La metà dei ragazzini non ha accesso al servizio sanitario e quasi il 40 per cento soffre di malnutrizione cronica. Solo pochi hanno la possibilità di usufruire di acqua potabile, di servizi igienici e di una sana alimentazione. Appena il 37 per cento frequenta regolarmente la scuola. Il loro Natale è stato ben magro.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 30 dicembre 2024
La Farnesina ha confermato l’arresto, in Iran, della giornalista Cecilia Sala. La reporter, 29 anni, è stata fermata nel suo albergo intorno a mezzogiorno del 19 dicembre dalla polizia di Teheran.
La giornalista del Foglio e di Chora Media è stata trasferita nel carcere di Evin, alla periferia della capitale iraniana. Cecilia, dal momento dell’arresto, si trova in cella d’isolamento nell’area dove vengono incarcerati i cittadini stranieri, dissidenti iraniani ma anche iraniani con doppia nazionalità.
Il capo d’accusa
Oggi, dopo undici giorni in galera arriva il capo d’accusa contro Cecilia Sala: violazione delle leggi della Repubblica Islamica dell’Iran. L’incriminazione è stata redatta dalla Direzione generale dei Media esteri del ministero della Cultura iraniano e della Guida Islamica. La nota ministeriale è stata ripresa dall’Agenzia iraniana IRNA.
“Il suo arresto è stato condotto in conformità con le normative vigenti – si legge -. Il ministero iraniano ha sempre accolto con favore i viaggi e le attività legittime dei giornalisti di vari organi di informazione internazionali, con l’obiettivo di aumentare la presenza dei media stranieri nel Paese e di tutelare i loro diritti legali. Una politica che è attivamente perseguita dall’attuale governo”.
Uno dei podcast di Cecilia Sala
La reporter era partita per Teheran il 12 dicembre con un regolare visto giornalistico di otto giorni. Stava lavorando su vari servizi sull’Iran e sulle donne iraniane per Chora Media, testata della quale è co-fondatore e direttore Mario Calabresi.
“Erano già stati pubblicati tre podcast – racconta Calabresi – e aveva materiale per pubblicare altre puntate”. In redazione aspettavano quella di giovedì 19, ultimo giorno in Iran ma, visto che nonostante la sua puntualità non era arrivata, hanno cercato di contattarla. Senza successo. E non risultava nemmeno al check-in di Teheran né tra i passeggeri del suo volo arrivato in Italia.
Situazione seguita dalla Farnesina
È stata quindi avvisata l’Unità di crisi della Farnesina . “L’Ambasciata e il Consolato d’Italia a Teheran stanno seguendo il caso con la massima attenzione sin dal suo inizio – si legge in una nota della Farnesina -. Oggi (27 dicembre, ndr) l’ambasciatrice d’Italia, Paola Amadei, ha effettuato una visita consolare per verificare le condizioni e lo stato di detenzione della dottoressa Sala”.
Cecilia Sala ha avuto la possibilità di sentire al telefono la mamma in Italia ma non ha potuto parlare liberamente. La famiglia è stata informata sulla visita consolare.
Carcere di Evin, Teheran
A Malpensa, 16 dicembre
È interessante sapere cosa è successo il 16 dicembre. La Digos di Milano ha arrestato Mohammad Abedini Najafabadi, 38enne iraniano, all’aeroporto di Malpensa.
L’arresto è avvenuto su richiesta degli Stati Uniti che lo accusano di associazione a delinquere, cospirazione ed esportazione di componenti elettronici in Iran. Secondo gli USA, Najafabadi ha violato le leggi americane sul controllo delle esportazioni e sulle sanzioni. L’indagato ovviamente nega tutte le accuse. E qui inizia la partita a scacchi tra Washington e Teheran a spese di Roma.
Cecilia vittima di “diplomazia degli ostaggi”?
Sembra che la nostra Cecilia Sala sia capitata nel luogo sbagliato al momento sbagliato in una situazione che l’Iran sa utilizzare molto bene. Viene chiamata “diplomazia degli ostaggi”, sistema che usa fin dal 1979 e che fa considerare la Repubblica islamica come “diplomaticamente inaffidabile”.
Il suo ultimo podcast lo ha annunciato con un post su X il 17 dicembre: “Una conversazione sul patriarcato a Teheran”. Ma aveva pubblicato anche “Lei fa così ridere che le hanno tolto Instagram. Teheran comedy”. Argomenti scottanti e sicuramente non graditi alla Repubblica degli Ayatollah.
Ecco quindi l’arresto arbitrario di cittadini stranieri come Sala che si è mossa in luoghi e situazioni sicuramente poco graditi ai vertici iraniani.
I prigionieri vengono poi utilizzati come leva per ottenere favori da parte degli Stati di nazionalità dei fermati, in questo caso l’Italia. Ma anche per arrivare alla liberazione di detenuti iraniani all’estero.
Antonio Tajani, ministro degli Esteri, preferisce non collegare l’arresto di Sala con quello di Najafabadi. Noi speriamo che Cecilia Sala ne esca indenne dalla partita a scacchi tra USA e Iran.
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