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La miniera d’oro della morte: finora recuperati 78 cadaveri nel pozzo illegale in Sudafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 gennaio 2025

Man mano che passano le ore aumentano le salme allineate davanti all’uscita della miniera d’oro dismessa di Stilfontein, nella provincia Nordoccidentale del Sudafrica.

Inizio operazioni di salvataggio alla miniera di Stilfontein, Sudafrica

Blocco polizia

Per mettere fine all’estrazione aurifera illegale, il vecchio giacimento è sotto assedio della polizia dallo scorso novembre, . I minatori alla ricerca del prezioso minerale sono allo stremo perché le forze dell’ordine impediscono da tempo il rifornimento di viveri e acqua potabile.

Sopravvissuti arrestati

Da lunedì a oggi dal pozzo sono stati recuperati 78 cadaveri, mentre i soccorritori hanno salvato 216 persone ancora vive. La maggior parte dei sopravvissuti a quell’inferno erano disorientati, disidratati, feriti, ridotti a pelle e ossa. Appena hanno rivisto la luce del sole, sono stati arrestati con l’accusa di estrazione illegale. Parecchi inoltre sono stranieri senza permesso di soggiorno.

Zama zamas

Molti dei minatori che lavorano nei giacimenti dismessi provengono da altri Paesi dell’Africa meridionale, in cerca di “fortuna”, per mandare due soldi alla famiglia. Infatti vengono proprio chiamati zama zamas (coloro che tentano la fortuna in lingua zulù). Tra loro ci sono anche minorenni.

Centinaia mancano all’appello

Il bilancio dei morti è ancora provvisorio. Si stima che centinaia di minatori si trovino ancora nel pozzo, profondo 2,6 chilometri. Nelle operazioni di salvataggio, che dovrebbero durare alcuni giorni, viene utilizzata anche una gabbia metallica per recuperare sopravvissuti e cadaveri.

Centinaia di minatori ancora bloccati nel pozzo

La polizia ha fatto sapere che da agosto fino all’inizio delle operazioni di recupero, 1.576 minatori sono usciti con mezzi propri. Sono stati arrestati tutti e 121 tra loro sono già stati espulsi dal Sudafrica..

Niente cibo e acqua

Athlenda Mathe, portavoce nazionale della polizia sudafricana, ha specificato che gli agenti non hanno mai bloccato i pozzi e non hanno impedito a nessuno di uscire. E ha proseguito: “Noi combattiamo la criminalità e questo è esattamente ciò che abbiamo fatto. Fornendo cibo, acqua e beni di prima necessità ai minatori illegali, avremmo permesso ai criminali di prosperare”.

Pretoria sotto accusa

Ora piovono accuse contro le autorità di Pretoria. La Federazione sudafricana dei sindacati ha incolpato lo Stato per aver permesso che questi uomini “morissero di fame nelle viscere della terra”.

La misura drastica del governo è stata presa nell’ambito dell’operazione Vala Umgodi (“Tappare i buchi” in lingua zulù). Tale iniziativa è stata lanciata da Pretoria nel dicembre 2023 per bloccare lo sfruttamento illegale delle quasi 6mila miniere dismesse in tutto il Paese.

Aggiornamento: 16 gennaio 2025:
La polizia ha interrotto le operazioni di soccorso, in quanto si ritiene che siano stati portati in superficie tutti i morti e i sopravvissuti.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sudafrica: polizia blocca miniera dismessa occupata da minatori illegali ma tribunale condanna la serrata

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Gaza si continua a morire sotto le bombe anche se si parla di tregua imminente

 

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
15 gennaio 2025

Si parla di tregua a Gaza. Sembra sempre più vicina. Ma ci vuole una cessazione della guerra anche in Cisgiordania, Libano e Siria.

L’esercito israeliano IDF sta occupando il Golan siriano (contro ogni norma internazionale) e in queste ore i carri armati israeliani pattugliano aree del Sud della Siria sequestrando armi agli abitanti. I militari sono entrati anche in Libano, violando altrettanti confini e trattati internazionali. 

Sconfinamento di Israele in Siria passando dal Monte Hermon
Israele ha invaso il territorio siriano passando dal Monte Hermon – fonte Wikipedia

Intanto a Gaza si continua a morire per la mancanza di aiuti e sotto le bombe. Nelle ultime 24 ore sono state uccise altre 32 persone a Deir el-Balah, Gaza City e Khan Younis, sempre nella Striscia. Tra questi 32 sappiamo che hanno perso la vita cinque bambini. In un’altra zona dieci persone tra cui una bambina di un anno. E ancora tre persone sono state colpite sotto una tenda. Il conteggio delle morti procede.

Le stime di Lancet

I morti a Gaza potrebbero essere molti di più di quelli contati dal governo di Hamas: al momento 46.645 con oltre 110 mila feriti. Lo ha scritto la rivista scientifica inglese The Lancet che stima ad agosto scorso una progressione dei morti sotto le bombe superiore al 41 per cento rispetto ai calcoli governativi dal 7 ottobre 2023.

Secondo The Lancet i morti a Gaza sono almeno il 41 per cento in più.
Secondo The Lancet i morti a Gaza sono almeno il 41 per cento in più.

Quindi i morti sarebbero almeno 64.230 secondo gli epidemiologi e studiosi, Zeina Jamaluddine, Hanan Abukmail, Sarah Aly, Oona MR Campbell e Francesco Checchi, che da tempo seguono la guerra di Gaza e firmano l’ultimo report.

D’altra parte si è sempre saputo che il governo di Hamas calcola i defunti con nomi e cognomi ritrovati fra le macerie o arrivati in qualche ospedale oppure di cui ci siano testimoni diretti, mentre è evidente, grazie ad alcune testimonianze, che ci sono centinaia di cadaveri sotto gli edifici crollati, di cui non si ha contezza.


Intanto Ocha (ONU) racconta nell’ultimo report che di 220 mila kit di vestiti invernali destinati ai bambini di Gaza sono riusciti a distribuirne solo 19 mila e che 369 operatori dell’ ONU (di cui 263 UNRWA) sono stati uccisi dal 7 ottobre a oggi. Su 165 tentativi di raggiungere il Nord di Gaza negli ultimi tre mesi, solo 16 sono andati a buon fine. https://www.unocha.org/publications/report/occupied-palestinian-territory/humanitarian-situation-update-253-gaza-strip

I bambini di Gaza

Secondo Ilan Pappe, storico israeliano contro il sionismo, tale dottrina sarebbe agli sgoccioli. Lo ha spiegato in una recente intervista a Copenhagen alla tv quatariota Al Jazeeera. “Sono stupito della mancata reazione dell’Europa davanti al genocidio più mediatizzato dei tempi moderni”, “the most televised genocide of modern times.”, ha detto Pappe. Il testo integrale qui: https://www.aljazeera.com/news/2025/1/14/israeli-historian-ilan-pappe-this-is-the-last-phase-of-zionism.

Stato neo-sionista

Per poi continuare: “Siamo di fronte a uno Stato che potremmo definire neo-sionista. I vecchi princìpi del sionismo ora sono molto più estremisti, in una forma più aggressiva che nel passato, cercano di conquistare in poco tempo quelle che la generazione precedente del sionismo tentava di prendere in un tempo molto più lungo e in modo graduale”.

E ancora: “Il tentativo della leadership è di completare il lavoro iniziato nel 1948, prendere ufficialmente tutta la Palestina storica e sbarazzarsi il più possibile dei Palestinesi e nello stesso tempo c’è qualcosa di nuovo, vale a dire creare un impero israeliano che faccia paura o sia rispettato dai suoi confinanti, e che possa persino espandersi territorialmente al di là dei confini della Palestina storica. Dal punto di vista storico, vorrei dire, con una certa cautela, che questa”.

Ultimo capitolo

“E’ la fase finale del sionismo. Nei movimenti ideologici, coloniali e imperiali, l’ultimo capitolo è il più ambizioso, ma porta puntualmente alla caduta e al collasso”, ha concluso infine.

Immagini su immagini: della guerra a Gaza sappiamo quasi tutto. Anche se Israele impedisce l’accesso ai giornalisti, la possiamo seguire sui social e attraverso i giovani occhi dei reporter delle tv arabe presenti nella Striscia.

Come dice Nour Elassy, cronista di Al Jazeera: “Non mi occupo di politica. Non ne ho bisogno. La guerra parla da sola in una quantità di piccoli dettagli”, come una madre senza una casa né un materasso, che cerca cibo per sé e il suo piccolo e vorrebbe tanto sapere quando finisce questa guerra, secondo una giornalista che a questo quesito non sa rispondere neppure lei. https://www.aljazeera.com/opinions/2025/1/14/why-i-wont-stop-telling-gazas-stories

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Anche il Kenya acquista droni di morte turchi, fabbricati dal genero di Erdogan

Dal Nostro Corrispondente in Cose Militari
Antonio Mazzeo
14 gennaio 2025

In Africa si moltiplicano le commesse di droni da guerra prodotti dalle aziende leader del complesso militare-industriale turco.

Un mercato in inarrestabile espansione quello dei velivoli senza pilota: affari miliardari per l’entourage familiare del presidente Recep Tayyp Erdoğan, mentre l’Italia si candida come possibile produttore di morte per conto di Ankara.

Sei unità

Le forze armate del Kenya si starebbero addestrando all’impiego dei droni-killer “Bayraktar” TB2, dopo averne acquistato in Turchia non meno di sei unità.

Bayraktar” TB2 per il Kenya

“Questa tipologia di aereo senza pilota avanzato (UAV) è stato fotografato in un hangar militare in Kenya e mostrava la bandiera keniana sui suoi stabilizzatori a V invertita”, riporta il sito specializzato Military Africa.

Il drone Bayraktar TB2 può raggiungere una velocità massima di 250 km/h, mentre la quota di tangenza massima è di 7.300 metri.

Bombe laser

I velivoli acquistati dalle forze armate di Nairobi sarebbero in grado di volare ininterrottamente fino a 27 ore e di trasportare bombe leggere a guida laser.

“Ogni sistema fornito dall’azienda produttrice comprende fino ad un massimo di sei velivoli a pilotaggio remoto Bayraktar TB2, due stazioni di controllo a terra, kit di alimentazione e manutenzione nonché armamento di precisione sempre prodotto dalle industrie turche”, spiega Ares Difesa.

Il TB2 è dotato di un sistema per il decollo e l’atterraggio completamento automatico. Per lo svolgimento di missioni ISR (Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione) può montare telecamere diurne e notturne e radar SAR.

“In configurazione di combattimento, oltre al sensore laser per l’illuminazione dei bersagli anche a favore di altre fonti di fuoco, il Bayraktar TB2 può impiegare diversi tipi di armamento tra cui due missili guidati anticarro e munizioni a guida laser Roketsan MAM-L o MAM-C”, aggiunge Ares Difesa.

5 milioni di dollari

Il “Bayraktar TB2” è progettato e prodotto dalla società aerospaziale Baykar (sede principale nel distretto di Bahçeşehir, Istanbul), il cui fondatore e presidente del consiglio di amministrazione è Selcuk Bayraktar, genero del presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdoğan.

“L’acquisto dei droni Bayraktar TB2 segna un passo significativo negli sforzi del Kenya di modernizzare le proprie forze armate e rafforzare le proprie capacità difensive”, commentano gli analisti di Military Africa.

Sorveglianza aerea

“Con questi droni – continua la nota – il Kenya mira a sviluppare le operazioni di sorveglianza aerea, specialmente di fronte alle crescenti minacce alla sicurezza nella regione (…) Grazie ai Bayraktar TB2 si otterrà un vantaggio significativo nel mantenimento della sicurezza delle frontiere”.

I produttori turchi hanno promosso training addestrativi a favore del personale militare keniota.

Il 23 agosto 2024 l’ufficio stampa di Baykar ha pubblicato una nota in cui si ha spiegato che presso il Flight Training Center di Keşan(provincia di Edime) si “erano completate con successo le attività addestrative per l’impiego ed il supporto dei droni d’attacco TB2” con i piloti del “nostro Paese amico e fratello, il Kenya”.

Venduti a 35 Paesi

Secondo i manager di Baykar, i velivoli senza pilota “Bayraktar TB2” e “BayraktarAkinci” sono già stati venduti a 35 Paesi di Medio Oriente, Europa ed Africa. In particolare sono stati impiegati massicciamente nel conflitto in corso tra Ucraina e Russia ed in quello tra Azerbaijan ed Armenia in Nagorno Karabakh.

“Gli Stati africani stanno acquistando sempre più droni turchi per combattere i gruppi armati dopo il loro uso effettivo in vari conflitti internazionali – scrive Military Africa -. Per gli acquirenti africani con limitati budget militari, essi sono un’opzione particolarmente attrattiva data la loro convenienza ed efficacia”.

Per gli analisti militari i “Bayraktar TB2”consentono di sviluppare una “significativa potenza aerea” senza dover affrontare i grandi costi finanziari per le attrezzature e le lunghe attività addestrative richieste invece dalle “convenzionali” forze di attacco aereo con caccia pilotati.

Niger e Nigeria

Il Kenya si aggiunge ai numerosi Paesi africani che si sono dotati dei velivoli turchi a pilotaggio remoto o che hanno espresso l’intenzione di acquisirli. Tra essi spiccano Angola, Burkina Faso, Etiopia, Gibuti, Mali, Marocco, Togo e Tunisia.

Nelle settimane scorse pure il Niger avrebbe acquistato sei “Bayraktar TB2” da utilizzare contro i gruppi armati attivi nella regione meridionale del Sahel e nel bacino del Lago Ciad.

Nigeria: Progetto Guardian con droni turchi

Il governo della Nigeria avrebbe ordinato 43 UAV armati “Bayraktar TB2” nell’ambito del Progetto Guardian, mirato ad affrontare le sfide alla sicurezza nella regione nord-occidentale.

Utilizzati in Tigray

“Ancora prima dell’uso di queste potenti armi per la sorveglianza e l’attacco nel continente, va ricordato come il governo della Libia, legittimamente riconosciuto dalle Nazioni Unite, li ha impiegati a partire del 2019 contro le forze ribelli presenti nella parte orientale del Paese”, annota Military Africa. I “Bayrakar” sono stati usati dalle forze armate etiopi per i bombardamenti in Tigray tra il 2021 e il 2022.

Venduta la Piaggio

I “successi” dell’export di morte dell’azienda in mano al genero di Erdoğan hanno “convinto” il governo italiano Meloni-Crosetto-Tajani a cederle uno dei gruppi storici del comparto militare-industriale aerospaziale, la Piaggio Aerospace, con sede generale e stabilimento a Villanova D’Albenga (Savona) e centro servizi e vendite nel capoluogo ligure.

“Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha autorizzato i Commissari di Piaggio Aero Industries e Piaggio Aviation – le due società in amministrazione straordinaria che operano sotto il marchio Piaggio Aerospace italiana – a procedere con la cessione di tutti i complessi aziendali alla società turca Baykar”, riporta il comunicato pubblicato il 27 dicembre 2024.

Secondo i manager turchi di Baykar, nel 2023 il gruppo si è posizionato nella top list dei maggiori esportatori nazionali, con un valore dell’export superiore ad 1,8 miliardi di dollari.

Un report del think tank statunitense CNAS (Center for a New American Security) documenta come la Turchia abbia assunto un ruolo dominante nel mercato globale dei droni militari e la Baykar, da sola, controllerebbe il 60 per cento circa delle esportazioni.

Ruolo critico

“Il velivolo senza pilota d’attacco Bayraktar TB2 ha giocato un ruolo critico negli sforzi anti-terrorismo della Turchia così come ha primeggiato nelle operazioni internazionali”, affermano con malcelato cinismo i manager del gruppo.

“Essi – continuano – hanno dimostrato la loro efficienza in vari conflitti, e sono stati fondamentali nella fine della trentennale occupazione del Karabakh”.

Eroe in Ucraina

“Nel conflitto tra Ucraina e Russia iniziato nel febbraio 2022, i Bayraktar TB2 sono diventati un eroe agli occhi del popolo ucraino grazie al loro straordinario successo – aggiunge Baykar -. Essi hanno cambiato l’equilibrio di potere come moltiplicatore di forza nella guerra”.

“In Ucraina il Bayraktar TB2 non è stato solo fondamentale nelle operazioni di combattimento ma è divenuto anche un simbolo di speranza”, conclude il farneticante comunicato del gruppo turco oggi alla guida di Piaggio Aerospace. “Questo successo in Ucraina ha dimostrato l’influenza del Bayraktar TB2 ed ha mostrato al mondo che è esso è il migliore nella sua classe”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

L’Etiopia si arma fino ai denti e fa shopping di droni per combattere in Tigray

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Dubai, terra di conquista dei maratoneti etiopi

Dal Nostro Inviato Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, 13 gennaio 2025

Uno strapotere simile degli atleti etiopi in una maratona non si era mai visto: i primi 10 fra gli uomini e le prime dieci fra le donne. “Incredibile visu”, direbbero i latini, incredibili a vedersi (per chi non ha studiato la nostra lingua…madre).

È accaduto domenica 12 gennaio a Dubai, nella 24esima edizione che ha richiamato 17 mila runners di diverse età e Paesi. Il dominio dei maratoneti provenienti da Addis Abeba è stato debordante, anche se oscurato da un finale drammatico e avvincente nella gara femminile.

Staccata dal gruppo

Dopo il 25esimo km si sono staccate dal gruppo Dera Dida Yami e Bedatu Hirpa, compagne di allenamento. A 5 km dal traguardo, Dera Dida, 28 anni, vincitrice due anni fa nella competizione più antica degli Emirati, ha lasciato alle spalle Hirpa ed è sembrata avviarsi a bissare il successo del 2023.

All’improvviso, proprio all’ingresso del rettilineo finale, è entrata in crisi: la  testa si è inclinata all’indietro, la respirazione appariva difficoltosa. Il pubblico se ne è reso conto e l’attenzione oscillava tra curiosità morbosa e fascino della sfida.

Vittoria danarosa

Anche perché a soli 10 secondi, incombeva la presenza della venticinquenne amica-compagna-rivale, Bedatu Hirpa. Mancava meno di 1 km all’arrivo e Hirpa ha intuito che la vittoria prestigiosa (e danarosa:80 mila dollari) poteva essere sua.

L’etiope Bedatu Hirpa vince la gara femminile della maratona di Dubai

Come è avvenuto, segnando il tempo di 2:18:27. Al traguardo ha poi dichiarato di non essersi accorta della grave crisi che aveva colpito la diretta concorrente

“Ero così concentrata sulla mia corsa che non ho capito che Dera stesse così male. Comunque ero sicura che avrei vinto”, ha commentato. Difficile da credere, perché a pochi metri dalla conclusione, si è voltata verso Dera e l’ha vista bene in faccia.

Suggerimento malizioso

Il che suggerisce, maliziosamente, che il vecchio detto è sempre valido :”A la guerre comme à la guerre”. Anche perché l’entusiasmo per il successo è apparso quasi eccessivo con il prendere a pugni l’aria, togliersi le scarpe, scagliarle lontano e correre avanti e indietro avvolta nella bandiera etiope.

In conferenza stampa ha poi ha scherzosamente annunciato che avrebbe devoluto il premio di 80.000 dollari al suo allenatore, Gemedo Dedefo.

Dedefo, originario di Arsi, nella regione Oromia, è considerato una sorta di santone nel mondo della Atletica e non solo in Etiopia. È venerato dalle donne: sotto la sua guida sono ormai sei le maratonete che si sono affermate a Dubai.

Devastata nell’aspetto

L’offerta l’ha presa sul ridere e si è accontentato della targa consegnata alla trionfatrice dallo sceicco Mansoor bin Mohammed bin Rashid Al Maktoun.

In ogni caso la vincitrice non è da sottovalutare: appena tre mesi fa ad Amsterdam aveva fermato i cronometri sulle 2h21’09”.

La povera Dida è giunta al traguardo appena 5 secondi dopo, ma devastata nell’aspetto.

Crampi allo stomaco

Si è consolata con un buon tempo, il suo record personale, (2h18’32”) e con un premio di 40 mila dollari. Dida, che è la moglie del campione olimpionico della maratona, Tamirat Tola, ha confermato di essere stata colpita da violentissimi crampi allo stomaco proprio al momento del rush finale.

Al terzo posto si è classificata l’esperta maratoneta Tigist Girma, 31 anni, con il tempo di 2:20:47.

L’esordiente etiope, Bute Gemechu, vince la maratona maschile di Dubai

La gara maschile, invece, si è svolta in modo “normale”, anche se sorprese non ne sono mancate. A cominciare dal dominatore, Bute Gemechu, 23 anni, esordiente sui 42,195 km a Dubai.

Affermazione da debuttante

È il quinto maratoneta etiope che si afferma da debuttante in questa competizione. E il suo tempo è stato di livello mondiale: 2 ore, 4 minuti e 51 secondi.

Al secondo posto è giunto Berehanu Tsegu, 25 anni, in 2:05:14, battendo per poco Shifera Tamru, 26 anni, che si è accontentato quindi della terza piazza in 2:05:28.

“Non sapevo che cosa avrei combinato – ha commentato Gemechu – dato che avevo deciso di correre questa maratone solo due mesi fa. Poi ho capito quando mancavano 8 km che le cose giravano per il verso giusto e ho sentito che avrei vinto”.

Sorpresa negativa

L’altra sorpresa (negativa) riguarda l’anziano, o veterano che dir si voglia, Dennis Kimetto del Kenya, recordman mondiale nel 2014 in 2h02’57.

Ora alla vigilia del suo 41° compleanno (22 gennaio) si è dovuto accontentare del 15° posto in 2h14’56”.

Al tempo che passa e alla marea etiope bisogna arrendersi. Dubai si è confermata terra di conquista incontrastata per i vessilliferi della bandiera verde, gialla e rossa: dal 2008  dominano gli uomini, dal 2007 le donne!

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Libera Sala, libero Abedini: tutti esultano ma chi ha vinto?

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
8 gennaio 2025

Alla fine tutto è finito come ci si aspettava che finisse. Liberata Cecilia Sala grazie a una veloce azione diplomatica del governo in cui da tutte le parti, italiani, iraniani e giudici, si è s-mentito un collegamento con il corrispondente caso opposto, anche per Mohammed Abedini è scattata una velocissima liberazione, e l’ingegnere 38enne si trova già a Teheran da dove, probabilmente, nelle prossime ore, raggiungerà la sua famiglia a Najafabad.

Mohammed Abedini

“Ho sempre creduto e avuto fiducia nella giustizia”, ha detto tramite il suo legale ringraziando tutti quelli che hanno operato in silenzio.

007 italiani

A disposizione degli 007 italiani sono invece rimasti il suo pc e il telefonino, che saranno oggetto di rogatoria dagli Usa. Difficile che venga trovato qualcosa di rilevante perché in Iran Abedini è un pesce piccolo, un nome semisconosciuto.

Si chiude così una vicenda che l’Italia rivendica come un successo internazionale, gli Usa rivendicano come un successo internazionale e la magistratura rivendica come un successo internazionale.

Gli unici zitti, e che si sono limitati a ringraziare ed elogiare i rapporti con l’Italia (il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha semplicemente elogiato “la cooperazione di tutte le parti interessate”) sono stati gli iraniani. Quelli che hanno davvero vinto.

Oggetto di scambio

Perché se è vero che un giornalista non dovrebbe mai diventare un oggetto di scambio, o di ritorsione, è anche vero che queste cose accadono spesso, e sotto molteplici bandiere (anche occidentali), basti pensare al recente scambio di spie tra Usa e Urss in cui è probabilmente finita dentro anche la discussa e rocambolesca fuga di Artiom Uss dall’Italia.

Insomma, tutto è bene quel che finisce bene premesso che l’opinione pubblica iraniana dava per scontato che Cecilia Sala sarebbe stata liberata a breve: invitata con regolare permesso giornalistico, infatti, arcinote le sue posizioni anti governative, sarebbe stato davvero complicato tenerla a Evin in assenza di reati rilevanti, soprattutto con i colloqui sul Nucleare che partono proprio oggi a Ginevra.

Ordine cronologico

E proprio in questa chiave va probabilmente letto tutto l’affaire Abedini-Sala. E in quest’ordine. Non perché importi più dell’uno che dell’altro, ovviamente – se mai, con tutto il rispetto, il contrario – ma perché l’ordine cronologico è essenziale per capire cosa sia successo, al di là delle dichiarazioni politiche che poi alzano cortine di fumo con la complicità dei media sempre pronti alla grancassa.

Il 16 dicembre è stato arrestato Mohammed Abedini, e il 19 la Sala. Sarebbe tutto già abbastanza chiaro ma il ministero della Giustizia italiano, all’atto della scarcerazione, nel desiderio di evidenziare al massimo la normalità di un provvedimento, come inattaccabile e doveroso, ha sottolineato verità molto scomode dal punto del diritto internazionale, e queste, proprio, potrebbero rappresentare quella “vittoria” dell’Iran a cui si accennava.

Carlo Nordio, ministro della Giustizia

Da un punto di vista giurisprudenziale, il guardasigilli Nordio esercitando la facoltà che gli è riconosciuta dall’articolo 718 del Codice di procedura penale, ha depositato alla Corte d’Appello di Milano (obbligata ad attenervisi) la revoca della custodia cautelare dell’ingegnere iraniano. Per quali motivi?

Estradizione impossibile

Primo, perché Abedini non poteva essere estradato in quanto non risultava che avesse mai appoggiato alcunché di terroristico, ma solo operato in transazioni commerciali e tecnologiche. Insomma faceva il commerciante.

Magari pure di pezzi strategici che servono a dei droni militari utilizzati dai Guardiani della Rivoluzione, ma questo non significa complicità. Altrimenti Guantanamo sarebbe piena di ingegneri.

O vogliamo davvero sostenere che i sistemi d’arma venduti dagli italiani e dagli americani a jihadisti ora ex terroristi, israeliani che bombardano i civili, Paesi con evidenti violazioni dei diritti umani in mezzo mondo, siano eticamente diversi?

Secondo, perché il trattato di cooperazione con gli Usa prevede solo reati presenti in entrambi gli ordinamenti giudiziari. Ma la violazione dello Ieepa (International emergency economic powers act) in Italia non è prevista in quanto fa riferimento esclusivamente alla Legge federale Usa (che individua come minaccia “estera”, sostanzialmente, tutti quelli che vengono decisi dai vertici politici e militari).

Come è facile capire, se si seguono un po’ le problematiche geopolitiche, si tratta di due ammissioni da un lato ovvie, ma dall’altro, ribadite in chiaro, rappresentano un precedente rilevante che per essere smentiti in altri casi, un domani, necessiteranno di salti mortali assai complessi.

Inoltre il precedente dell’inottemperanza a una black list Usa è un successo immediatamente spendibile a livello internazionale dai persiani, in un momento in cui, sul tavolo di Ginevra, ci saranno proprio due dossier: quello sulle modalità dello sviluppo nucleare civile iraniano e quello, di contro, dell’allentamento delle sanzioni economiche internazionali. Con un bell’insuccesso fresco fresco.

Fabrizio Cassinelli*

*Fabrizio Cassinelli, giornalista dell’agenzia Ansa, saggista, presidente dei Cronisti Lombardi.

©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Frontex: guerra ai migranti con droni israeliani

Dal Nostro Esperto in Cose Militari
Antonio Mazzeo
13 Gennaio 2025

“Per la seconda volta consecutiva, Frontex (Agenzia dell’Unione Europea della guardia di frontiera e costiera) ha prescelto la nostra azienda in partnership con le IAI – Israel Aerospace Industries per la sorveglianza marittima del Mediterraneo”.

Drone HERON

E’ Airbus DS Airborne Solutions (ADAS), società interamente controllata dal gruppo aerospaziale Airbus Defence and Space (quartier generale a Monaco di Baviera), a rendere nota l’aggiudicazione di un nuovo contratto a favore dell’agenzia a cui è affidato il controllo delle frontiere esterne UE.

ADAS, IAI, FRONTEX

“La controllata di Airbus e il suo partner da lungo tempo Israel Aerospace Industries, continueranno a fornire a Frontex i servizi di sorveglianza aereonavale con l’impiego di velivoli senza pilota”, aggiunge l’ufficio stampa di ADAS.

Ad oggi non è dato sapere l’ammontare del contratto. Il gruppo aerospaziale tedesco ha però comunicato che sarà il drone MALE (Medium-Altitude, Long-Enduranc) “Heron” di produzione israeliana ad essere messo a disposizione dall’Agenzia europea sui cieli del Mediterraneo.

Nuovo contratto

“L’Heron opererà per altri quattro anni, dando un importante contributo alla sicurezza e alla stabilità dell’Europa”, aggiunge ADAS. “La continuazione delle missioni con il sistema aereo a pilotaggio remoto Heron, secondo i termini del nuovo contratto, avverrà a partire dall’inizio 2025”.

Controllo con droni mentre migranti vengono imbarcati da guardia costiera libica

Particolare enfasi è stata espressa dai manager delle due aziende militari. “Questo nuovo contratto sottolinea sia la posizione leader di ADAS e IAI nella fornitura ed esecuzione di servizi con sistemi di droni in grado di volare a medie altitudini e per lunghi periodi, nonché il successo della cooperazione avviata con l’Unione Europea”, ha commentato Tim Behrens, presidente del consiglio di amministrazione di Airbus DS Airborne Solutions.

Israel Aerospace Industries è fiera di essere scelta da Airbus quale sub- contractor del programma di Frontex”, ha dichiarato Moshe Levy, ex colonnello dell’Aeronautica militare israeliana ed odierno vicepresidente e general manager del settore aereo militare del gruppo industriale IAI.

Sorveglianza e attacco

Il drone MALE “Hero” viene impiegato ormai da numerosi Paesi europei, asiatici ed africani, sia per attività di intelligence, riconoscimento e sorveglianza e sia per operazioni di attacco contro obiettivi terrestri e navali.

Il velivolo può volare ininterrottamente per oltre 20 ore a un’altitudine di 35.000 piedi, in tutte le condizioni atmosferiche. Ha un raggio operativo di 1.000 migliae per le esigenze di “controllo” dei flussi migratori nel Mediterraneo, sarà dotato di sistemi elettro-ottici per le missioni diurne ed infrarossi per scopi notturni.

“L’ Heron in versione navale è inoltre equipaggiato con un radar per il pattugliamento di grande performance e con un sistema automatico di identificazione delle imbarcazioni”, spiegano i manager di Airbus DS Airborne Solutions.

Tutte le informazioni raccolte dal drone di produzione israeliana saranno inviate direttamente al Centro di comando operativo di Frontex con sede a Varsavia e ai vari centri di controllo delle Guardie costiere dei paesi Ue. “Ciò consentirà di coordinare le operazioni di ricerca in tempo reale e di intervenire contro le attività illegali, garantendo la sicurezza del Mediterraneo”.

Controllo imbarcazioni

Il primo contratto per lo svolgimento delle attività di intelligence anti-migranti con i droni made in Israel, è stato sottoscritto dall’Agenzia europea l’1 ottobre 2020. Le operazioni d’intercettazione delle imbarcazioni nel Mediterraneo presero il via nei primi mesi del 2021 dopo una serie di prove tecniche che il consorzio Airbus – Israel Aerospace Industries effettuò nell’isola greca di Creta.

I termini di riferimento del contratto (classificato con il codice 2020/S 196-473315), prevedevano per ADAS e IAI l’uso delle piattaforme a pilotaggio remoto con le relative attrezzature di comunicazione, la raccolta e la trasmissione dati a un portale remoto, la memorizzazione delle missioni, il controllo e l’assistenza con collegamenti radio e via satellite, la manutenzione dei velivoli e l’addestramento del personale.

“Il servizio sarà fornito in Grecia, e/o in Italia e/o a Malta con le modalità che saranno previste dall’accordo che sarà definito tra Frontex e il contractor”, specificò al tempo Frontex. 

La preferenza del colosso aerospaziale europeo per il drone marittimo Heron fu determinata dalle caratteristiche tecniche del velivolo e dalle performance ottenute durante l’impiego in ambito bellico e nel controllo dell’ordine pubblico da parte delle forze armate e di polizia israeliane.

Operazioni a Gaza

I droni Heron sono stati utilizzati principalmente contro la popolazione palestinese già in occasione dell’assalto israeliano a Gaza tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 (Operazione Piombo Fuso), con la conseguente uccisione di decine di civili. I velivoli senza pilota di IAI continuano ad essere impiegati nell’odierno conflitto genocida contro la Striscia di Gaza e nelle operazioni che Tel Aviv ha avviato in Libano e Siria dopo il 7 ottobre 2023.

Il 1° ottobre 2020 Frontex ha firmato un secondo contratto (anch’esso di 50 milioni di euro) per l’impiego di droni in operazioni di intelligence anti-migranti, con un’altra azienda israeliana, leader nel settore militare-industriale, Elbit Systems Ltd. di Haifa.

In quel caso il velivolo senza pilota impiegato da Frontex è stato l’Hermes, in grado di volare per 36 ore a un’altitudine di 30.000 piedi. Il drone israeliano è stato testato a fine settembre 2020 dall’Agenzia di controllo marittimo e guardiacoste del Regno Unito, svolgendo operazioni di sorveglianza e salvataggio nelle acque del Galles.

Droni killer

Anche l’Hermes è un velivolo che può essere impiegato in operazioni di attacco. Esso è stato utilizzato per la prima volta in un conflitto dalle forze armate israeliane durante l’Operazione Margine Protettivo contro la Striscia di Gaza (2014). Il drone-killer continua ad essere impiegato oggi nei sanguinosi bombardamenti contro le città e i campi palestinesi.

Una versione meno sofisticata (Hermes 450)è stata utilizzata durante l’assalto israeliano del 2008-2009, ancora una volta contro gli abitanti della Striscia di Gaza.

I velivoli senza pilota di Elbit Systems sono stati impiegati anche in Libano nel 2006, causando la morte di diversi civili, inclusi operatori della Croce Rossa. Un Hermes è stato coinvolto nell’uccisione di quattro ragazzi che stavano giocando in una spiaggia a Gaza, il 16 agosto 2014.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

 

Joint-venture israelo-marocchina produrrà droni kamikaze nel regno africano

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Anziana austriaca rapita ad Agadez, alle porte del deserto nigerino

Africa ExPress
12 gennaio 2025

Ieri sera verso le 19.00 ora locale, Eva Gretzmacher, cittadina austriaca di 73 anni, è stata rapita ad Agadez, in Niger. Secondo le prime informazioni ancora frammentarie, la donna è stata bloccata da persone non meglio identificate e caricata su un’auto Toyota V6.

La 73enne Eva Gretzmacher, rapita in Niger

Vienna conferma

Finora nessuna rivendicazione o richiesta di riscatto per il suo rapimento, tanto meno si conosce il movente. Il ministero degli Esteri austriaco ha confermato poco fa il rapimento della donna.

Apprezzata a Agadez

L’anziana signora è ben conosciuta e molto apprezzata nella città nigerina, alle porte del Sahara, dove risiede da oltre 20 anni. In una intervista di qualche anno fa al giornale austriaco Kurier, aveva raccontato di essere incantata da questo luogo e quindi di essere stata catturata dal fascino del deserto. In precedenza ha vissuto per diversi anni in Algeria.

Progetti donne e giovani

I residenti sono in stato di massima allerta e in molti si sono mobilitati per ritrovare Eva, perfettamente inserita nella vita della città. Nei lunghi anni della sua permanenza ha collaborato a progetti rivolti alle donne – come corsi di cucito -, all’infanzia e ai giovani.

Africa ExPress
X: @africexp
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Niger: dopo Francia e USA, via anche il contingente tedesco, resistono le truppe della missione italiana

Sfida al potere: l’oppositore Mondlane torna trionfante in Mozambico e giura come presidente eletto

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
11 gennaio 2025

Dopo oltre due mesi di esilio volontario, Venancio Mondlane, candidato presidente del Popolo ottimista per lo sviluppo del Mozambico (Podemos) è tornato in Mozambico. All’aeroporto di Maputo sotto la pioggia, alle 8.05 di mattina del 9 gennaio, su un volo Qatar da Doha è stato accolto da migliaia di sostenitori al grido “il Paese è nostro. Viva il Mozambico”.

Questo video di Venancio Mondlane ha registrato oltre 3,5 milioni di contatti in poche ore

Un rituale ben studiato

All’uscita dal gate il leader di Podemos si è inginocchiato con la bibbia in mano per pregare davanti a una folla stupita. Prima di uscire dall’aeroscalo gli è stata messa al collo una collana di fiori e, circondato dai giornalisti, ha parlato ai media nazionali e internazionali.

Il giuramento in diretta social

Pochi minuti dopo, tutto in streaming su Facebook, e in collegamento globale, il giuramento. “Io Venancio Mondlane, presidente eletto dal popolo mozambicano, giuro sul mio onore di servire la patria mozambicana e i mozambicani di riaspettare la costituzione.

“Giuro di rispettare le leggi e usare tutta la mia energia…a beneficio di questa terra – ha continuato Mondlane –  Con lo scopo che in cinque o dieci anni diventi una delle maggiori nazioni del mondo. Tutto questo lo dico in qualità di presidente eletto dal popolo mozambicano”, ha sottolineato il politico tra gli applausi della folla.

Il video del giuramento di Mondlane di fronte ai media all’aeroporto di Maputo

La polizia spara

Lasciato l’aeroporto si è diretto in città seguito da decine di migliaia di persone. In piedi sul tettino dell’auto ha salutato il “suo” popolo. Sui social aveva invitato la popolazione a venire a salutarlo e così decine di migliaia di mozambicani sono scese in piazza.

Da video mandati alla redazione di Africa ExPress si sentono colpi d’arma da fuoco e si vede la gente fuggire. Un fotografo dell’Agence France Presse ha raccontato che un uomo è stato ferito gravemente dalla polizia. Testimonianze in loco parlano di almeno altre otto vittime ricoverate all’ospedale, alcune con ferite da arma da fuoco.

Maputo, la polizia spara alle manifestazioni per l’arrivo di Venancio Mondlane

Secondo dati della società civile dall’inizio delle manifestazioni post elettorali, in tre mesi gli scontri con la polizia hanno provocato più di 300 morti e oltre 500 feriti.

Grande comunicatore

Il candidato presidente di Podemos si è dimostrato un grande comunicatore, utilizzando soprattutto i social. Dopo l’assassinio di Elvino Dias, suo braccio destro e legale del partito, e Paulo Guambe, il 19 ottobre, ha deciso di lasciare il Paese.

Dal suo esilio, sicuro di aver vinto le elezioni del 9 ottobre, ha continuato a comunicare con i suoi elettori e simpatizzanti. Soprattutto in diretta via YouTube e Facebook. Contro i brogli elettorali, in remoto, ha organizzato manifestazioni di protesta e scioperi generali mettendo in crisi il governo del FRELIMO.

Venancio Mondlane e ferito amputato
Venancio Mondlane acclamato dalla folla e, a destra, ferito dalla polizia a cui è stata amputata una gamba

Dal Sudafrica, attraverso i social, ha raccontato di essere sfuggito a un tentativo di assassinio di tutta la sua famiglia. Da quel momento si è trasferito in una residenza sconosciuta, ma mantenendo i contatti coi i suoi sostenitori in streaming.

Le accuse contro Mondlane

Secondo la procura della Repubblica di Maputo, Mondlane è accusato di essere l’autore morale delle manifestazioni. Le proteste contro i brogli elettorali, solo a Maputo e province vicine, hanno provocato danni per oltre due milioni di euro.

Accuse al governo

Il politico di Podemos accusa “il governo FRELIMO e i suoi provocatori” di aver causato i danni alle strutture. Incolpa la polizia di aver rapito, sequestrato, ferito e ucciso i suoi sostenitori e creato vedove e orfani.

Dopo un lungo braccio di ferro, le istituzioni elettorali hanno attribuito al FRELIMO, al potere dal 1975, il 65,17 per cento dei voti. Ma senza fornirne le prove. Mondlane, forte della piazza, continua a non accettare il risultato elettorale e accusa il FELIMO di brogli.

Il 15 gennaio ci sarà l’insediamento del nuovo presidente, Daniel Chapo, del FRELIMO. Ma, secondo quanto dichiarato dal ricercatore mozambicano, João Feijó, al giornale portoghese Observador, “la vita di Mondlane potrebbe essere in pericolo. Il suo ritorno a Maputo avviene in un momento in cui si sta insediando il nuovo capo dello Stato. Non può fermare il vento con le mani”, ha commentato Feijó.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mondlane, candidato di Podemos alla presidenza del Mozambico: “Hanno tentato di assassinarmi”

Brogli documentati in Mozambico ma non importa: il Frelimo ha vinto le elezioni e Maputo insorge

Elezioni in Mozambico, assassinati due esponenti del partito di opposizione Podemos

Elezioni in Mozambico: almeno 10 bambini uccisi dalla polizia e Mondlane proclama altri 3 giorni di sciopero

Lo storico israeliano Ilan Pappe racconta la pulizia etnica della Palestina

Speciale per Africa Express
Filippo Senatore
Gennaio 2025

Per comprendere le ragioni della Nakba (catastrofe) del 1948, intesa come cacciata dalle loro terre e deportazione di 800 mila palestinesi occorre analizzare le origini del sionismo nato in Europa alla fine del 19mo secolo.

Tale ideologia si ricollega al colonialismo inglese di stampo razzista, praticato in epoca vittoriana dal primo ministro inglese Benjamin Disraeli, modello per i belgi e e altre nazioni europee, compresa l’Italia.

La teoria del colonialismo di sostituzione etnica si afferma nel 1891 con il barone tedesco Maurice de Hirsch, fondatore a Londra dell’Associazione per la Colonizzazione ebraica (JCA) al fine di aiutare i coloni sionisti in Palestina.

Sionismo socialista

Nel 1897 un pamphlet del fondatore del sionismo socialista, Nahman Syrkin, sostiene che la Palestina “deve essere evacuata per gli ebrei”. Nel 1905 Israel Zangwill afferma che gli ebrei devono cacciare gli arabi altrimenti dovranno avere a che fare con il problema di una grande popolazione aliena.

Nel 1939 il leader sionista Vladimir Jabotinski scrive: “Gli arabi devono lasciare spazio agli ebrei di Eretz Israel. Se è stato possibile trasferire i popoli baltici è anche possibile spostare gli arabi palestinesi”.

In Italia durante la guerra italo-turca si alimenta la propaganda razzista e anti islamista. Giovanni Pascoli nel discorso del 6 novembre 1911, noto come La grande Proletaria si è mossa esalta la conquista delle province libiche e l’occupazione delle terre sottratte ai nativi e destinate ai coloni italiani. Un vademecum per i futuri colonizzatori israeliani.

Sentimenti antichi di islamofobia risorgono, alimentati in quell’epoca dallo stato “liberale”, come soluzione alla spinta demografica dei territori italiani depressi. L’idea è elementare. Penetrare nel territorio di Cirenaica e Tripolitania fino ad arrivare alla guerra di invasione.

Prima con l’esercito e poi con i coloni italiani cui assegnare le terre sottratte ai nativi libici.

Deserto libico

Venti anni dopo il generale Adolfo Graziani nel deserto libico crea un enorme campo di sterminio ove periscono dai 50 ai 70 mila civili, in gran parte donne vecchi e bambini.

I fondatori di Israele provenienti dall’Europa hanno bene in mente come procedere e prima di arrivare alla conquista militare promuovono in Palestina l’immigrazione massiccia. Che diventa significativa dopo la dichiarazione di Balfour nel 1917.

Il volume dell’autorevole storico israeliano Ilan Pappe, La pulizia Etnica in Palestina (Fazi Editore), non è molto diffuso in Israele e viene trascurato anche in Occidente, compresa l’Italia. Il motivo si comprende leggendo le prime righe del volume.

Archivi blindati

Lo storico di Haifa, costretto ad emigrare nel Regno Unito, descrive fatti nascosti per anni dalla censura israeliana sottoposti al segreto di Stato. Solo a pochi storici hanno permesso di accedere agli archivi israeliani e britannici.

A partire dal 1986 vengono scandagliati i documenti riservati riguardo agli anni Quaranta da parte di Pappe appunto, Benny Morris, Avi Shlaim e Tom Segev. Ne è nata una storiografia di revisione che si oppone alla vulgata israeliana del 1948 celebrato solo come anno dell’indipendenza.

Crimini di guerra

Pappe svela i crimini di guerra in terra di Palestina dal 1947 al 1949. Lo storico di Haifa ricostrusce la pulizia etnica cui sono state vittime i nativi palestinesi.

Secondo Pappe l’egemonia ebrea si attua grazie alla complicità del protettorato inglese che nel 1937 elimina le teste pensanti del nazionalismo palestinese.

Terrore sionista

Nel 1931 viene costituito il gruppo paramilitare Irgun per assicurare una maggiore combattività contro gli arabi. Insieme ad altri gruppi paramilitari ebrei come l’Haganà e la banda Stern a partire dalla fine del 1947 semina il terrore nel Paese, ancora sotto protettorato inglese con i militari che non hanno difeso le vittime girandosi dall’altra parte.

Per David Ben Gurion e per i suoi vertici della gerarchia sionista “uno Stato ebreo solido significa uno Stato che che si estenda sulla maggior parte della Palestina e che comporti pochissimi palestinesi se proprio debbono esserci”.

Dichiarazione dello Stato d’Israele 1948

Quando viene dichiarata la nascita dello Stato di Israele nel maggio 1948 già 250 mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e dalle loro terre. Circa 200 villaggi rurali sono stati completamente evacuati.

Guerra fallita

Ma la pulizia etnica non si arresta ai centri urbani più grandi nemmeno di fronte alla guerra della Lega Araba che fallisce in pochi giorni grazie al numero esiguo dei combattenti stranieri, mal armato e mal equipaggiato.

Vi è l’inerzia di alcuni Paesi come l’Arabia Saudita, l’impotenza di altri ancora in lotta contro il colonialismo come la Siria e il Libano e soprattutto il doppio gioco della Giordania che si accorda con il neonato Israele per avere in cambio i territori della Cisgiordania, destinati alla Palestina dalla risoluzione Onu del 1947.

Pappe descrive una “finta guerra” servita in seguito alla propaganda sionista. Provvidenziale in quel frangente l’aiuto militare della Russia con armi destinate a rendere prima potenza mediorientale il nascente Israele.

Documenti riservati

Pappe descrive, in base a documenti riservati e diari di statisti dal calibro di Ben Gurion, la cronaca degli eccidi dei civili e della pulizia etnica capillare nelle zone a maggioranza araba.

La prassi è un copione pianificato. Occupazione militare. Terrore e fuga forzata dei sopravvissuti. In molti casi vengono divisi i maschi dai 10 ai 50 anni dal resto della popolazione. I primi destinati alla prigionia e all’eliminazione fisica. Vengono registrati stupri di gruppo anche nei confronti di bambine di 12 anni. Ma sui numeri vige ancora il silenzio. La furia non si arresta fino ai primi mesi del 1949.

Giovanissimi cittadini

Pappe nelle conclusioni del suo volume critica i colleghi dell’Università di Tel Aviv allineati con la propaganda governativa incapaci di una revisione storiografica seria.

Oggi uno sparuto gruppo di giovanissimi cittadini israeliani, obiettori di coscienza come Sofia e David, è la voce critica di un Paese bloccato dalle menzogne del passato.

Secondo i ragazzi, i sionisti si sentono giudicati per quello che sono e non per quello (il male) che fanno. Eppure lo stesso Pappe e Noam Chomsky pensano che la pianificazione del genocidio dei palestinesi è iniziata nel 2006. E intensificata in maniera massiccia dopo il 7 ottobre 2023. Ma non è ancora finita.

Federico Senatore
fsenatore57@gmail.com

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Egitto: diritti umani violati? Macron assegna la Legion d’Onore ad al Sisi

Caos nel Sahel: misterioso attacco al palazzo presidenziale di N’Djamena, mentre il Senegal caccia la Francia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 gennaio 2025

Ieri sera, poco prima delle 20.00, si sono sentiti colpi di arma da fuoco nelle vicinanze del palazzo presidenziale a N’Djamena, la capitale del Ciad.

Attacco al palazzo presidenziale a N’Djamena, capitale del Ciad

Già nella tarda serata di ieri, il portavoce del governo, ha fatto sapere che 20 persone sono morte, 2 soldati e 18 aggressori, che in un primo momento si pensava fossero miliziani di Boko Haram. Ma l’ ipotesi di un assalto terroristico è stata scartata ben presto.

Nessun legame con terroristi

Questa mattina le autorità hanno confermato che l’attacco è stato opera di un gruppo di ragazzi di un quartiere della capitale, nessun legame con i terroristi. Il governo ha invitato i residenti alla calma, spiegando che la situazione è sotto controllo.

Coltelli e machete

Secondo quanto trapelato oggi, pare che 24 giovani avrebbero simulato un guasto alla loro vettura proprio davanti al palazzo presidenziale.

Gli aggressori sarebbero stati tutti ubriachi e armati solamente di coltelli e machete. Anche se senza armi da fuoco, sono riusciti a ammazzare due soldati. La versione ufficiale, che però non convince, racconta che i ragazzi si sono poi impossessati delle armi dei militari morti e sono riusciti a penetrare per breve tempo nell’edificio.

I militari presenti avrebbero poi aperto il fuoco, uccidendo appunto gran parte degli aggressori e ferendone altri 6. Tutti indossavano jeans e magliette. I loro cadaveri, con i vestiti intrisi di sangue, sono state rimossi solamente in tarda mattinata.

Declassati

Gli aggressori sono accusati di attacco contro la personalità dello Stato e partecipazione a movimento insurrezionale. Ma da terroristi sono stati declassati a un gruppo di “giovani malintenzionati”.

Il palazzo presidenziale di N’Djamena

Il Paese sta attraversando un momento delicato. Recentemente il governo ha annullato la cooperazione in materia di difesa con la Francia, partner di lunga data. Fino a poco fa N’Djamena era un alleato chiave dell’Occidente nella lotta contro i terroristi.

Da oltre un decennio tutta la regione è dilaniata da insurrezioni e attacchi continui da parte di gruppi legati allo Stato Islamico, Al Qaeda, Boko Haram e altri gruppi minori.

Senegal licenzia Francia

Le autorità militari del Mali, del Burkina Faso e del Niger, che confina con il Ciad, hanno voltato le spalle all’Occidente da un po’ di tempo e i tre Paesi sono ora sostenuti dalla Russia e dai mercenari di Africa Corps (ex Wagner). E a fine novembre, anche il presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, ha chiesto il ritiro delle truppe francesi dal suo Paese.

Costa d’Avorio

I soldati d’oltralpe se ne andranno anche dalla Costa d’Avorio. Lo ha annunciato durante il suo discorso di fine anno, Alassane Ouattara, presidente del Paese. Ma fonti ufficiali riferiscono che in questo caso la partenza fa parte della politica di riorganizzazione della presenza militare francese in Africa.

Abidjan resta comunque un importante alleato della Francia. E, secondo fonti ben informate, Parigi sta preparando la riduzione degli effettivi per passare da una logica di intervento, a quella di cooperazione-formazione. Questo scenario prevede presumibilmente il mantenimento nel Paese di un centinaio di truppe, rispetto ai 600 effettivi presenti ora.

Il presidente francese, Emmanuel Macron

Non ci hanno ringraziato

Durante il tradizionale discorso agli ambasciatori accreditati a Parigi, Emmanuel Macron ha sostenuto che i capi di Stato africani hanno “dimenticato” di “ringraziare” quando la Francia è intervenuta militarmente nel Sahel nel 2013, dietro richiesta del Mali.

“Non è grave – ha aggiunto – i ringraziamenti verranno con il tempo. Senza il nostro intervento contro i terroristi nessuno sarebbe ora a capo del suo Paese rimasto sovrano grazie a noi”, facendo ovviamente riferimento ai suoi omologhi del Sahel.

Dichiarazioni che non sono piaciute ai governi africani. Hanno addirittura scatenato l’ira di alcuni, tra questi Mahamat Idriss Déby Itno, presidente del Ciad, che, indignato, ha risposto prontamente a Macron. Secondo il leader ciadiano, le affermazioni del capo dello Stato francese rasentano disprezzo per l’Africa e gli africani. “Penso che abbia sbagliato epoca”, ha poi concluso Déby Itno.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Anche il Ciad licenzia i francesi: cominciato l’addio

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