16.9 C
Nairobi
lunedì, Marzo 23, 2026

L’escalation petrolifera comincia a ritorcersi contro USA e Israele

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 21 marzo 2026 Mentre...

La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 20 marzo 2026 "Volete...
Home Blog Page 41

La guerra continua in Cisgiordania ma lontano dalle telecamere

Speciale per Africa Express
Alessandra Fava
22 gennaio 2025

A Gaza c’è una tregua temporanea. Ma intanto lo Stato di Israele attacca il Nord della Cisgiordania con bombardamenti e svuota il campo profughi di Jenin creato nel 1948.

Parla di “cessate il fuoco temporaneo” il premier israeliano Benjamin Netanyahu e non fa presagire niente di buono, specie dopo che Elise Stefanik, nominata da Trump stesso ambasciatrice Onu per gli USA, ieri davanti alla Commissione esteri del Senato statunitense, ha detto che rimane dell’idea che Israele abbia “ha un diritto biblico sulla Cisgiordania”.

https://youtu.be/m3taciX7E2Y

In Israele infuriano le polemiche sulla tregua. I sostenitori dell’estrema destra sono convinti che il governo stia rilasciando palestinesi che diventeranno domani dei terroristi e cercheranno di combattere Israele.

Sostegno elettorale

Di un vero e proprio accordo di pace di fatto non ne parla nessuno. Netanyahu è interessato in primis a mantenere il sostegno dei suoi elettori in vista delle prossime elezioni, ma sicuramente suonano solo come una minaccia le parole che ha detto ieri a Sky News, a proposito della conversazione tra lui e il presidente Donald Trump:

“Abbiamo parlato mercoledì, si è congratulato per l’accordo e ha sottolineato che la prima fase è un cessate il fuoco temporaneo. Verso le prossime fasi dell’accordo stiamo considerando aspetti importanti, e per riportare a casa tutti gli ostaggi e raggiungere tutti gli obiettivi della guerra, sia il presidente Trump che il presidente Biden hanno fornito pieno sostegno al diritto di Israele di riprendere il cambattimento, se Israele arriva alla conclusione che i negoziati della seconda fase sono inutili. Davvero apprezzo la decisione di Trump di togliere tutte le restrizioni alla fornitura di munizioni e servizi essenziali allo Stato di Israele. Se dovessimo riprendere la guerra, lo faremo con nuovi modi e con una forza tremenda”.

Impegno bellico

Il rinnovo dell’accordo USA-Israele quindi è un nuovo impegno bellico e il presidente Trump ha tolto anche eventuali sanzioni o limitazioni nei viaggi contro i coloni accusati di aggredire i palestinesi nella West Bank.

Quindi quelle del premier non sembrano le parole su un accordo stabile e neppure su una pace duratura. La tregua durerà probabilmente quel che basta per liberare tutti o parte degli ostaggi israeliani catturati da Hamas il 7 ottobre 2023.

Sempre peggio

Intanto in Cisgiordania la situazione è sempre peggiore. I Territori Occupati, da decenni hanno una circolazione limitata da check point fissi e mobili che venivano rafforzati a seconda dei casi.

Assopace Palestina in un comunicato sostiene che ci sono ora 898 blocchi nei Territori Occupati, di cui 173 sono cancelli di ferro installati dopo il 7 ottobre.

Check point chiusi

Inoltre da ieri sono stati chiusi i check point dei centri principali, e quindi sono tagliate fuori Ramallah, Hebron, Qalqilya, Betlemme e Salfit.

Khatima davanti alle rovine della sua serram, distrutta il 13 gennaio 2025, a Al Funduq, a est di Qalqilya (foto Ocha)

Si continua a morire e combattere a Jenin, nel nord della Cisgiordania, la città ribelle per eccellenza, dove per reazioni alla stasi dell’Autorità palestinese, Hamas rischierebbe di vincere le elezioni (se si tenessero le elezioni).

Nelle ultime ore solo a Jenin sono morti 10 palestinesi, per cui il conto dei morti solo qui e da inizio d’anno sale a 22. Per le strade si spara. I carri armati hanno distrutto molte strade di accesso alla città. 

E stanno anche svuotando il campo profughi di Jenin, creato nel 1948 da famiglie che hanno lasciato le aree della costa occupate da Israele. Questa volta però, insieme all’esercito israeliano, prendono parte alle azioni di guerra anche le forze di polizia dell’Autorità palestinese.

Fatah screditato

Il partito di Fatah, ormai screditato agli occhi di tanti palestinesi e dato nei sondaggi ormai perdente anche nella West Bank, cerca di ridurre la forza di Hamas, pur sapendo che almeno per governare Gaza dovrà fare i conti anche con questa forza politica.

Nelle ultime ore sono state bombardate e distrutte completamente anche abitazioni nel distretto di Jenin e molti abitanti parlano di “gazificazione” per indicare una distruzione di aree abitate come avvenuto a Gaza nell’ultimo anno e mezzo.

Case distrutte dall’esercito israeliano con attacchi aerei a Burquin nel distretto di Jenin – foto AFP

Le Nazioni Unite parlano di 2 mila rifugiati sempre a Jenin, vale a dire gente a cui hanno distrutto la casa. Hamas denuncia anche un assalto all’ospedale di Al-Razi a Jenin dove l’esercito israeliano avrebbe catturato combattenti feriti.

Attacchi dei coloni

Mentre a Gaza infuriava la guerra ufficiale, nel 2024, OCHA (l’agenzia dell’ONU che si occupa delle violazioni dei diritti umani) ha documentato mille vittime nei Territori Occupati, 1.432 attacchi dei coloni israeliani, di cui 204 incidenti con molotov e materiale incendiario con cui hanno bruciato abitazioni, strumenti agricoli.

L’associazione pacifista e contro l’occupazione Peace Now ha contato 56 nuovi insediamenti illegali nel 2024, di cui 8 in area B (accordo di Oslo). Il furto di terra parte da una piccola casa prefabbricata deim difesa dall’esercito. Qui il report completo:

https://peacenow.org.il/en/at-least-seven-outposts-established-in-palestinian-controlled-area-b
Un outpost a est di Tekoa in zona B, foto Peace Now.

Ma Israele non vuole occhi indiscreti o imparziali su quanto accade. Infatti sono stati revocati “temporaneamente” i permessi ad entrare in Cisgiordania per tutti i giornalisti del canale televisivo Al Jazeera, ma a farlo – anche qui – è stata l’Autorità palestinese con sede a Ramallah.

No ai giornalisti

La motivazione è che i giornalisti dell’emittente producevano “materiale e notizie che ingannavano e fomentavano litigi”.

Dietro questa decisione ci sarebbe il partito di Al Fatah che ha bloccato l’attività della tv a Jenin, Tubah e nella West Bank in generale per impedire di documentare la lotta tra la fazione politica ora in minoranza legata all’Autorità palestinese di Mahmud Abbas e le nuove leve che fanno riferimento ad Hamas.

La rete tv qatariota ha risposto con un comunicato che il divieto impedisce la copertura dell’escalation militare nella West Bank. D’altra parte Israele aveva già fatto chiudere l’ufficio di Ramallah.

https://network.aljazeera.net/en/press-releases/al-jazeera-deplores-palestinian-authority%E2%80%99s-decision-close-its-office-west-bank-and

Naturalmente anche a Gaza i giornalisti internazionali non hanno il permesso di entrare.

Giustificazione ufficiale

La giustificazione ufficiale è che l’entrata della stampa non fa parte dell’accordo tra le parti. Ma è evidente uno, che l’esercito israeliano non vuole che si scoprano i crimini (sono disperse almeno 7 mila persone) e due, Hamas non vuole che si indaghi su quanto resta della rete di tunnel e della struttura militare in generale.

Ma c’è un effetto quasi distopico nel vedere le foto dei poliziotti che dirigono il traffico tra le rovine, coordinati da Hamas che è sempre al governo ufficiale della Striscia.

Procedura dei visti

Che si vogliano eliminare tutti i testimoni risulta anche dal fatto che gli operatori di 200 ONG italiane non hanno ricevuto il rinnovo del visto per lavorare a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est.

Anzi la procedura dei visti per i cooperanti prima della durata di un anno rinnovabile per quattro, sarà in futuro sottoposta a un dipartimento fatto da Ministero della diaspora, con rappresentanti di ministri della difesa, esteri, polizia e servizi segreti (articolo di Chiara Cruciati su Il manifesto 21 gennaio 2025).

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Altri Articoli sulla guerra a Gaza li trovate QUI

Gaza: le speranze e le fragilità del cessate il fuoco

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Silvia Romano e Cecilia Sala intrighi e misteri di due storie con notevoli analogie

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Malindi, Gennaio 2025

Gli intrighi e i misteri sul sequestro di Silvia Romano, denunciati da Africa ExPress, mostrano alcuni risvolti inquietanti che, se analizzati con attenzione, richiamano alla mente l’altrettanto strana vicenda dell’incarcerazione di Cecilia Sala, in Iran, e dell’arresto di Mohammed Abedini, alla Malpensa.

Soprattutto dopo che alcuni testimoni sentiti in Kenya hanno raccontato alcune cose e chiarito altre sul rapimento di Silvia Romano.

Malindi, Kenya

Il sequestro, è la versione unanime di alcuni testimoni, incontrati a Malindi e in Sudafrica, è stato voluto dagli americani che hanno organizzato uno schiaffo all’Italia per punirla, colpevole, secondo Washington di aver venduto armi all’Iran nonostante l’embargo imposto dagli Stati Uniti.

Selezionare la fonte

Non occorre andare in giro per Malindi a chiedere informazioni su quella oscura storia. Basta far sapere alle persone giuste che un giornalista italiano è in città e le notizie arrivano “da sole”. Certo occorre fare una cernita e selezionare la fonte per evitare di essere ingannati.

La prima regola, valida ancora di più in Africa, è non pagare mai le informazioni. A pagamento è molto facile riceverne a palate, ma normalmente si tratta di fake news, la cui collocazione giusta è il cestino delle immondizie.

Rapita a Chakama

Silvia è stata sequestrata il 20 novembre 2018 a Chakama, un villaggio a un’ottantina di chilometri da Malindi e liberata il 9 maggio del 2020.

La guest house per i volontari di Africa Milele a Chakama

La prima informazione che vado a verificare e che trovo esatta è quella che riguarda Johnny. L’uomo – mi raccontò – inseguì i rapitori che avevano appena catturato Silvia. Trovò abbandonate le motociclette con cui era stata portata via la ragazza. Il motore era ancora caldo. Chiamò quindi la polizia.

Al cellulare, mi disse, i tutori dell’ordine l’avevano fermato: “Non muoverti. Aspetta i rinforzi”. Così in attesa di aiuti (che non sono mai arrivati) erano state perse le tracce. Quando parlò con me – Silvia era ancora prigioniera – Johnny era rammaricato di non essere riuscito a far nulla per salvarla.

Trovato morto

Il mio informatore qualche tempo fa è stato trovato morto. Il suo decesso è stato archiviato come incidente di moto, ma il buco al centro della sua testa non ha convinto chi lo conosceva bene: “E’ stato ammazzato”.

La vicenda del sequestro di Silvia Romano è apparsa subito abbastanza confusa e misteriosa. Noi di Africa ExPress avevamo già manifestato perplessità su quel rapimento che avevamo considerato anomalo.

Dubbi accentuati

I nostri dubbi si erano accentuati ancora di più subito dopo l’inchiesta de Le Iene che aveva mostrato parecchie incongruenze e un ruolo di primo piano giocato da personaggi inquietanti legati ai servizi segreti.

Oggi, alla luce di nuovi indizi rivelati a Malindi, la storia del rapimento di Silvia appare più chiara. Noi avevamo già messo in evidenza che questa zona del Kenya, verso il confine con la Somalia, è affollata da spie e agenti segreti, informatori o semplici antenne.

Il territorio è soggetto a infiltrazioni e incursioni da parte degli islamisti che arrivano dalla Somalia.

Controllare i movimenti

A noi era apparso subito strano che i kenioti, con la loro possibilità di essere aiutati dagli americani e dagli inglesi, che nel Paese africano ancora hanno una forte presenza militare e di intelligence, non fossero riusciti a controllare i movimenti dei rapiti in fuga con la loro vittima.

Grazie al sostegno finanziario dei nostri lettori eravamo stati in grado di organizzare un’accurata inchiesta in più puntate.

Silvia Romano

Sempre Johnny aveva raccontato che durante la fuga, Silvia camminando tra cespugli e arbusti, si era procurata graffi e piccole ferite e si era ammalata. Durante il trasferimento in Somalia per curare la loro vittima, i rapitori si erano fermati in un villaggio tra Malindi e il confine somalo, Garsen.

Lì erano rimasti qualche giorno. Ma chi conosce Garsen, sa che quel piccolo centro è un coacervo di spie ed è spesso visitato da pattuglie di militari americani, talvolta travestiti da turisti di passaggio e quindi in abiti civili.

Possibile che nessuno si sia accorto della presenza di quella ragazza bianca passata di lì? E che nessuno abbia segnalato strani movimenti alle autorità keniote e agli americani? Nessuno ha saputo delle domande fatte al farmacista per scegliere le medicine giuste?

“E’ inverosimile – sibila tra i denti il funzionario, aggiungendo – anche perché, almeno ufficialmente, tutti la stavano cercando. Sono certo che gli americani sapevano perfettamente dov’era la ragazza. Non solo non hanno fatto niente per bloccare i rapitori, ma hanno addirittura agevolato il loro passaggio in Somalia aiutati, in questo, dai militari kenioti che sono dispiegati proprio in quella parte dell’ex colonia italiana”.

Investigatori italiani bloccati in hotel

Quindi americani e kenioti erano a conoscenza dei movimenti del commando di rapitori e della loro vittima?

“Certo – spiega il nostro informatore – e questo chiarisce molte cose. Per esempio perché non sono mai state avviate indagini serie sulla vicenda. I carabinieri del ROS sono venuti in Kenya ma non si sono mossi dal loro alloggio. Le autorità keniote, è la versione ufficiale, non gli hanno dato il permesso di muoversi. Probabilmente erano le stesse autorità italiane che non hanno fatto nulla per facilitare le indagini degli investigatori spediti in Kenya”.

Queste domande ce le eravamo già poste sia durante la prigionia di Silvia, sia dopo la sua liberazione, quando le Iene avevano trasmesso in televisione la loro inchiesta a puntate. Assieme alla  collega americana, Hillary Duenas, ci eravamo mossi senza problemi in lungo e in largo, parlando con testimoni, magistrati, poliziotti, uno dei quali aveva rilasciato un’intervista a volto coperto denunciando la mancanza di volontà inquisitoria.

Perché noi sì e gli investigatori dei carabinieri no?

Nella nostra indagine avevamo visitato l’albergo di Mombasa in cui Silvia aveva soggiornato prima di andare a prendere servizio a Chakama. Eravamo stati accolti dalla proprietaria con un sorriso: “Finalmente è arrivato qualcuno”.

Nessun funzionario di polizia, né italiano, né keniota si era fatto vivo. Nessuno dei carabinieri, nessun diplomatico. Com’era stato possibile che nessuno avesse pensato di indagare anche in quell’hotel?

C’è anche da chiarire il ruolo che ha svolto la Turchia nel rapimento di Silvia Romano. “I turchi che in Somalia sono presenti con un contingente militare, sapevano perfettamente dove era tenuta prigioniera la ragazza, ma non hanno rivelato niente a nessuno – spiegano a Malindi -. Perché”?

Risposta immediata

La risposta arriva immediata chiara e precisa dal nostro interlocutore. “Il rapimento è stato voluto dagli americani per punire l’Italia che aveva venduto armi (probabilmente tecnologia nucleare) all’Iran”. Un affronto pesante agli Stati Uniti che avevano appena inasprito le sanzioni a Teharan.

“Gli esecutori materiali del ratto in Kenya hanno consegnato Silvia ad altra gente e al confine somalo ad altri ancora, quelli che l’hanno tenuta in custodia fino alla liberazione. Comunque i mandanti non vanno cercati né da noi, né in Somalia”.

Complicità inquietanti

“In quel rapimento – sottolinea sempre il nostro interlocutore che per motivi di sicurezza non vuole che sia rivelato il suo nome – ci sono complicità inquietanti che nessuno vuol rivelare. Non c’era nessuna volontà di trovarla”.

Ma le domande che restano in sospeso sono: “Qual è, o quali sono le contropartite pagate per la liberazione di Silvia Romano? E a chi?”

Cecila Sala: anche la sua vicenda presenta parecchi lati oscuri

Le stesse domande valgono per Cecilia Sala e per la sua liberazione dalle galere iraniane, nonché per Mohammed Abedini, per il suo rilascio dal carcere milanese di Opera.

“Nel caso di Silvia Romano credo che le contropartite siano state molto più alte di quanto è stato ipotizzato, ma d’altronde c’era molto da coprire – è la conclusione dell’anonimo interlocutore, che conclude – Se è stato pagato del denaro è per garantire il silenzio, non per ottenere la liberazione”.

Mohamed Abedini, detenuto in Italia

Noi di Africa ExPress non siamo riusciti a recuperare le prove (se esistono) di un coinvolgimento americano nel rapimento di Silvia Romano. Chi sa e che ha le prove non vuol parlare: “Troppo pericoloso”.

Per ora a noi è stato sufficiente mettere in evidenza che ci sono molti misteri e molte cose che non quadrano e non si riescono a giustificare. I due casi, quello di Silvia Romano e quello di Cecilia Sala, presentano analogie notevoli: i rapporti tra Italia, Iran e Stati Uniti.

Due vicende che coprono gli stessi interessi in contesti diversi. Le nostre indagini andranno avanti, anche se, a questo punto, sarebbe la politica a dover, in nome della trasparenza e della democrazia, spiegare cosa c’è dietro le vicende di queste due donne.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
X @malberizzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Gli articoli sul rapimento di Silvia Romano e l’inchiesta de Le Iene e di Africa Express li trovate qui

Sudan: esercito accusato di torture e omicidi di sud sudanesi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 gennaio 2025

Anche in questo inizio 2025 la maggior parte dei media internazionali dà poco spazio alla peggiore crisi umanitaria della storia recente. Non si arresta la scia di morte in Sudan per mancanza di cibo e cure a causa delle incessanti violenze

Sudan: morti, violenze, fame

La guerra continua

I combattimenti tra i due guerrafondai, Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RSF), e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, de facto presidente e capo dell’esercito, non risparmiano i civili, prime vittime di questa guerra.

Sanzioni USA

Nemmeno le sanzioni imposte dagli Stati Uniti sia a Hemetti prima e, qualche settimana dopo a al-Burhan, sono riuscite a bloccare i sanguinosi attacchi verso la popolazione, ormai allo stremo.

al-Burhan, presidente del Sudan e capo comandante delle forze armate (a sinistra), Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, capo delle RSF

L’amministrazione di Biden, pochi giorni prima di cedere il testimone a quella di Trump, ha sanzionato anche il capo dello Stato sudanese perché sotto la sua leadership “sono stati commessi attacchi letali contro i civili, compresi bombardamenti aerei contro infrastrutture protette, come scuole, mercati e ospedali”.

UA condanna uccisione sud sudanesi

Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, domenica scorsa ha condannato fermamente anche le violenze e le brutali uccisioni di cittadini sud sudanesi a Wad Madani, nello Stato di Al Jazirah in Sudan. Faki Mahamat ha chiesto a tutti gli attori interessati di continuare a collaborare con l’UA per una risoluzione pacifica dell’intollerabile conflitto in Sudan.

Soldati governativi

I responsabili delle violenze contro i civili sono i militari governativi, dopo aver ripreso il controllo della città di Madani, capoluogo di Aljazeera State. Secondo International Service for Human Rights (ISHR, ONG indipendente fondata nel 1984, con uffici a Ginevra e New York), le vittime sarebbero per lo più donne e bambini, ma SAF (Sudan Armed Forces, l’esercito sudanese) non avrebbe nemmeno risparmiato gli uomini.

Si tratta di persone provenienti dal Sud Sudan, Darfur e Sudan occidentale, ma residenti nella zona da decenni. I soldati di al-Burhan le avrebbero accusate di aver collaborato con i paramilitari delle RSF mentre l’area era sotto il loro dominio (dicembre 2023 – gennaio 2025).

Coprifuoco in Sud Sudan

Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir

Anche il presidente sud sudanese, Salva Kiir, ha protestato contro le uccisioni dei connazionali in Sudan. E pochi giorni fa il suo omologo sudanese ha formato un comitato d’inchiesta per indagare sui gravi fatti commessi dai militari nell’Aljazeera State.

16 sudanesi uccisi

I sud sudanesi sono rimasti scioccati dalle uccisioni dei loro connazionali in Sudan e a tutta risposta hanno iniziato a aggredire i sudanesi residenti nel loro Paese. Lunedì la polizia sud sudanese ha dichiarato che la scorsa settimana 16 cittadini sudanesi sono stati uccisi durante gli scontri, scoppiati nella capitale Juba e in altre regioni. A tutta risposta Salva Kiir, per evitare ulteriori spargimenti di sangue, ha imposto un coprifuoco sul territorio nazionale e ha invitato la popolazione alla calma.

Pulizia etnica

Anche nel Darfur settentrionale non si arrestano gli attacchi delle RSF e le milizia arabe, loro alleate, contro gruppi etnici africani, in particolare contro i fur e gli zaghawa.

Sudan, attacchi con droni a un mercato di Omdurman

Il 13 gennaio scorso, durante un attacco con droni a un mercato, altri 120 morti e 150 feriti a Omdurman, città gemella di Khartoum, sull’altra sponda del Nilo. Si suppone che il lancio delle bombe sia stata opera di SAF, visto che l’area della piazza Ombada Dares è controllata dai paramilitari di Hemetti.

E’ quasi impossibile sapere quante persone siano morte e quanti siano stati i feriti in questa sanguinosa guerra, scoppiata nell’aprile 2023. La gente continua a scappare dalle proprie case. Secondo gli ultimi dati ONU, gli sfollati sarebbero ora 11,5 milioni, mentre altri 3,4 milioni avrebbero cercato protezioni nei Paesi limitrofi. Inoltre, oltre 25 milioni di persone, cioè la metà della popolazione sudanese, soffrono la fame.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Anche a Natale nell’inferno del Sudan si muore: sotto le bombe o di fame

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

 

Africa: giornalisti in carcere, attivisti uccisi per aver criticato il governo

Dal Nostro Inviato Speciale
Costantino Muscau
Nairobi, 20 gennaio 2025

Chi dice no, con la penna, la radio, la televisione, i social finisce imbavagliato, sospeso, incarcerato a vita. O assassinato.

Richard Otieno, ammazzato in Kenya

Attivista ucciso in Kenya

Come è successo a Nairobi, qui in Kenya, dove almeno la libertà di espressione e di stampa sembra garantita rispetto al resto del continente nero. O, meglio sembrava. Dopo l’uccisione domenica notte di Richard Otieno un noto e coraggioso attivista per i diritti umani. Il suo corpo senza vita, trafitto da diverse pugnalate, è stato trovato a Elburgon, cittadina nella contea di Nakuru, a ovest del Paese, a quasi 4 ore di auto da Nairobi. Richard Otieno è stato trafitto a poca distanza dalla stazione di polizia e quasi alle porte di casa, dove lo ha lasciato un Boda Boda, (mototaxi).

Proprio secondo la polizia, Richard Otieno è stato attaccato da individui armati sconosciuti dopo aver visto una partita di calcio del campionato inglese. Gli inquirenti sospettano moventi personali. Al contrario dell’entourage del militante che teme un assassinio politico. L’avvocato della vittima, Rosalinda Wamaitha, ha dichiarato che Richard Otieno si sentiva minacciato.

Intimorito

La moglie di Otieno, Margaret Mwikali, è stata più precisa, parlando con i media: “Mio marito era intimorito, dopo che giovedì scorso era stato seguito da tre individui e, a novembre, era stato aggredito. Dava per certo che i mandanti fossero politici locali”.

Ieri, dopo che la notizia dell’omicidio si era diffusa, la popolazione è scesa in strada per protestare in nome di “Molo President”, o voce critica del governo, come Richard era conosciuto. La folla ha preso il suo corpo, lo ha posto sul tetto di un’auto e portato in processione.

Su un video di YouTube si vedono centinaia di persone che appiccano fuochi, si sente anche l’esplosione di  colpi d’arma da fuoco. Forse delle forze dell’ordine, che hanno lanciato anche gas lacrimogeni.

Intolleranza politica

Richard Otieno era stato uno degli animatori della generazione Z, dei giovani che a giugno avevano manifestato contro la politica economico fiscale del governo. In una dichiarazione su X l’ex vicepresidente destituito, Rigathi Gachagua cavalca il malcontento, definendo la morte di Richard Otieno “una testimonianza scioccante del livello di intolleranza politica e di repressione in Kenya”.

“Questo brutale assassinio, ricorda ancora una volta i crescenti pericoli affrontati dai difensori dei diritti umani in Kenya”, scrive in un comunicato Defenders Coalition, un’organizzazione della società civile.

Sequestro lampo attivista

E pensare che pochi giorni fa Maria Sarungi, l’attivista tanzaniana, in prima linea nella sua campagna on line “Change Tanzania”, contro la presidente Samia Sululu Hassan, aveva esaltato la libertà di stampa del Kenya, dopo la sua brutta avventura. Il 12 gennaio infatti, è stata vittima di un misterioso sequestro. Tre o quattro uomini armati l’hanno portata via dalla guest house in cui vive, da quando 4 anni fa è fuggita dalla Tanzania, l’hanno minacciata e rilasciata dopo poche ore.

Rapimenti in Kenya

In realtà, dopo le manifestazioni di giugno, la società civile continua a puntare il dito contro la Polizia e a denunciare violenze e sparizioni forzate. Più di 80 persone sono state rapite in sei mesi.

In carcere da 8 anni

Certo, qui in Kenya non succede come in Senegal, dove la stampa ha visto un suo illustre esponente e scrittore, René Capain Bassène, rinchiuso in cella da 8 anni, con le accuse di omicidio, tentato omicidio, associazione criminale.

Burundi mette museruola

O come in Burundi , dove Sandra Muhoza  è detenuta nelle “accoglienti” celle del burundesi “solamente” dal 13 aprile 2024 e condannata il 16 dicembre scorso a 21 mesi di carcere per un commento su wattsapp. Dal suo sito on line “La Nova Burundi”, Sandra Muhoza avrebbe attaccato l’integrità del territorio nazionale e incitato all’odio razziale. La pubblica accusa aveva chiesto una pena di 12 anni!

Nel Sud Sudan, Emmanuel Monychop Akop, direttore del quotidiano in lingua inglese “The Dawn” è stato, invece, prelevato in redazione a Juba dal National Security Service ( NSS) il 28 novembre scorso ed è scomparso per un mese. Poi, una volta confermata la sua esistenza in questo mondo, è ancora in attesa di comparire davanti a un giudice.

Niger vieta critiche

In Niger – e questa notizia è purtroppo fresca fresca – il giornalista Seyni Amadou è finito in gattabuia la notte tra sabato 18 gennaio e domenica 19. Amadou è il  caporedattore del canale privato Canal 3. È  stato fermato in seguito alla sospensione di Canal 3 per un mese. Perché mai? La tv si sarebbe permessa di stilare una classifica di gradimento dei ministri in base alle loro prestazioni al governo!

In Italia, a essere sinceri, non dovremmo meravigliarci più di tanto, se pensiamo a quello che è successo all’editoria e alla informazione nell’infausto ventennio è a un certo bavaglio che aleggia anche ai giorni nostri.

Senza divagare troppo, però, è evidente che in Africa costa molto caro informare liberamente, mordere, o  soltanto fare il solletico al potere, spesso illegalmente costituito e ancor più illegalmente esercitato.

67 giornalisti in carcere

Secondo il rapporto del censimento carcerario del 2024 del Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), “fino al  1° dicembre 2024 non meno di 67 periodisti erano stati incarcerati in tutta l’Africa in relazione al loro lavoro”.

La triste e preoccupante classifica dei regimi forcaioli è guidata da un Paese “notoriamente sicuro” come l’Egitto: 17 in galera.

Dittatura eritrea in testa

Segue un altro bell’esemplare libertario come l’ Eritrea (16 prigionieri). Medaglia di bronzo, nettamente staccata, l’Etiopia con 6 detenuti; quindi Camerun, Ruanda e Tunisia, con 5. Al settimo posto la potente e potenzialmente ricca Nigeria (4). Seguono Algeria e Angola (2), Burundi, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Madagascar, Guinea e Senegal tutti con 1.

Nel rapporto del CPJ si afferma: “La maggior parte dei giornalisti detenuti in Africa deve affrontare accuse di ostilità nei confronti dello Stato, diffamazione, e diffusione di notizie false”. È una volta rinchiusi sono ammorbiditi a forza di botte.

I regimi liberticidi, come sempre succede (Mussolini docet) sono spietati e stupidi, non hanno il minimo senso del ridicolo.

Pressioni a testimoni

Il Senegal, ad esempio, figura nel censimento carcerario del 2024, dopo che il Comitato ha accertato che René Capain Bassène sta scontando la condanna all’ergastolo per quei crimini che numerosi testimoni hanno confermato che non avrebbe potuto commettere. Non solo: hanno ammesso di aver subito pressioni per accusarlo.

Due anni fa, Bassene, detenuto nel carcere di Ziguinchor, dopo l’ennesimo rifiuto della libertà provvisoria, dette iniziò a uno sciopero della fame. Niente è valso a cambiare la sua situazione.

Nel Sud Sudan, di fronte alle richieste di chiarimenti per l ‘arresto arbitrario di Monychol Akop, il portavoce dei Servizi di sicurezza nazionale, John David Kumuri, si  rifugiò in un “no comment”.

Il processo a Sandra Muhoza, previsto per settembre 2024, fu spostato di due mesi per mancanza di carburante! Non ce n’era a sufficienza per trasportarla dalla prigione centrale Mpimbi della capitale burundese, Bujumbura, al …tribunale.

Rischio pena di morte

Nigeria e Ruanda infieriscono sui comunicatori utilizzando le leggi sulla criminalità informatica. In Angola, Carlos Raimundo Alberto è stato spedito in galera per diffamazione, nonostante avesse ottenuto la libertà vigilata a metà novembre 2024.

Sempre secondo il rapporto del CPJ  “cinque giornalisti detenuti in Etiopia per essere condannati a morte se giudicati per terrorismo, mentre il sesto è stato arrestato senza accusa. Quelli arrestati in Camerun stanno scontando pene che vanno dai 10 ai 32 anni. L’Eritrea, a sua volta , è rimasta tra i peggiori carcerieri di giornalisti. Tra essi, alcuni detengono il record delle prigionie più lunghe al mondo.

Sì, c’è qualcosa che non va sotto questo cielo africano. Per chi dice no.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Il giornalista francese Antoine Galindo di Africa Intelligence arrestato in Etiopia

RSF, la libertà di stampa in Africa peggiora ancora rispetto all’anno scorso

Mistero sul sequestro sotto gli occhi della polizia di un tigrino a Nairobi

La guerra di propaganda fa un’altra vittima eccellente: il giornalismo

Nuova strage in Nigeria: esplosione di un’autocisterna uccide oltre 70 persone

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 gennaio 2025

Il carburante è diventato un bene prezioso in Nigeria, dove il costo della vita ha raggiunto livelli insostenibili per buona parte della popolazione.

Ieri, una grande autocisterna è stata coinvolta in un incidente sulla strada che collega Abuja, la capitale del gigante dell’Africa, con Kaduna (capoluogo dell’omonimo Stato federale).

Nigeria: esplosione di un’autocisterna

Raccolta carburante

Così, senza pensarci molto, un gruppo di persone si è dunque precipitato verso il grosso automezzo che trasportava 60mila litri di benzina per raccogliere un po’ di carburante mentre si riversava sull’asfalto.

Poco istanti dopo il veicolo è esploso, lasciando dietro di sé una scia di morti e feriti. Il numero delle persone che hanno perso la vita è tutt’ora provvisorio.

Cattive condizioni strade

Esplosioni di autocisterne e incidenti sono all’ordine del giorno, viste le cattive condizioni delle strade. Solo due settimane fa è esplosa un’altra cisterna nel Delta State, uccidendo 5 persone.

Lo scorso ottobre, invece, ne sono morte 153 nel Jigawa State, nel centro-nord del Paese, mentre le persone stavano tentando di accaparrarsi un po’ di carburante.

Muhammadu Buhari, ex presidente della Nigeria

Muhammadu Buhari, ex presidente del Paese, è andato su tutte le furie dopo aver appreso la notizia della nuova strage. E, in un breve comunicato ha sottolineato: “I nigeriani non prestano attenzione agli avvertimenti. E’ stato detto e ripetuto di non raccogliere carburante mentre fuoriesce”.

Inflazione alle stelle

In un rapporto stilato alla fine dello scorso anno da funzionari nigeriani, agenzie delle Nazioni Unite e diverse ONG, si prevede che nel 2025 oltre 33 milioni di cittadini della ex colonia britannica soffriranno la fame.

Il galoppante aumento dei prezzi è iniziato nella seconda metà dell’anno scorso, dopo che il presidente del Paese, Bola Tinubu, ha svalutato la naira e tagliato i sussidi per cercare di risollevare la crescita economica e sostenere le finanze pubbliche. Ma il vero problema della Nigeria è la corruzione dilagante.

Nigeria: civili uccisi durante un attacco aereo

Boko Haram

Ci sono Paesi dove la morte è sempre dietro l’angolo. Una decina di giorni fa, durante un attacco a una base militare situata a Sabon Gari, nel distretto di Domboa nel nord-est della Nigeria, otto soldati sono stati ammazzati dai sanguinari terroristi Boko Haram.

Il governo di Abuja ha poi fatto sapere che durante la controffensiva aerea sarebbero stati uccisi 34 jihadisti.

Bande criminali

Qualche giorno fa, durante un attacco aereo, nello  Zamfara State, nel nord-ovest della Nigeria, sono stati uccisi almeno 16 civili. Apparentemente erano stati scambiati per una banda di criminali.

Alcuni abitanti hanno raccontato invece ai reporter locali che le vittime erano membri di gruppi di vigilanza locali e civili. Tutti erano impegnati a proteggere la popolazione dai gruppi armati che continuano a arricchirsi con il rapimento di persone a scopo di riscatto.

Il rapimento per estorsione in Nigeria rappresenta un’attività a basso rischio e alta remunerazione. Le persone rapite dalle bande criminali vengono solitamente liberate dopo la consegna del denaro e raramente i responsabili vengono arrestati. In Nigeria è illegale pagare per la liberazione di un ostaggio.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
RIPRODUZIONE RISERVATA

https://www.africa-express.info/2024/03/10/boko-haram-e-bande-di-gruppi-armati-scatenati-in-nigeria-in-una-settimana-tre-sequestri-di-massa/

https://www.africa-express.info/2024/12/23/distribuzione-del-cibo-in-nigeria-nella-calca-morte-schiacciate-oltre-30-persone/

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

La scienziata italiana dell’innovativo farmaco antimalarico ci racconta come funziona

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
19 gennaio 2025
(2 – fine)

La scoperta della scienziata Antonella Pantaleo di un farmaco antimalarico rivoluzionario potrebbe fermare la strage annuale di quasi 600 mila persone (dati OMS 2023). Uno sterminio che, per  il 94 per cento, colpisce il continente africano. I bambini sotto i 5 anni sono, per oltre il 76 per cento, vittime della malattia.

Diciannove anni di duro lavoro in Europa, USA, Africa e Asia. E sette brevetti. Tra queste invenzioni ce n’è una per le missioni extraterrestri con l’alga spirulina (Arthrospira platensis) per produrre ossigeno e cibo su Marte.
In questa intervista ci spiega come funziona il nuovo medicinale conto la malaria.

Come funziona il suo nuovo farmaco antimalarico? Stimola anche il sistema immunitario dell’ospite colpito per combattere l’infezione?

Il farmaco (Imatinib) ha effetto sull’ospite, ovvero sull’eritrocita, non sul Plasmodium. L’imatinib è un inibitore dell’enzima tirosin-chinasi presente nelle cellule e viene utilizzato principalmente nel trattamento di patologie come la leucemia mieloide cronica. Il suo meccanismo d’azione consiste nel bloccare specifiche tirosin-chinasi, inibendo così la proliferazione delle cellule tumorali.

Pertanto, l’Imatinib ha alcuni effetti antinfiammatori, ma non attiva il sistema immunitario. Pensiamo che agisca principalmente stabilizzando la membrana dei globuli rossi e sopprimendo l’attivazione delle cellule immunitarie e delle cellule endoteliali.

Antonella Pantaleo
La prof.ssa Antonella Pantaleo dell’Università di Sassari

Quali sono stati i principali effetti collaterali osservati finora con questa nuova terapia?

Non abbiamo riscontrato effetti avversi gravi, ma alcuni pazienti hanno riportato sintomi lievi che non differivano dai sintomi osservati nel gruppo di controllo trattato con la terapia standard.

La terapia è efficace contro tutte le specie di Plasmodium che causano la malaria?

Il farmaco è stato testato  su Plasmodium falciparum, ma il meccanismo d’azione suggerisce che dovrebbe essere efficace anche su altre specie di Plasmodium, ma non è stato ancora testato.

Terapia a breve termine

È una terapia a lungo o a breve termine e ci sono rischi di resistenza al trattamento, come accade con altre terapie antimalariche?

E’ a breve termine, non ci sono rischi di resistenza, questo è il motivo del successo del farmaco in quanto non è diretto al parassita e quindi esso non può mutare per eludere il farmaco.

Pantaleo imatinib
Struttura dell’Imatinib

Oltre che in compresse la terapia può essere somministrata in altri modi e quanto dura il trattamento?

Abbiamo testato l’Imatinib sotto forma di compresse ma esistono anche formulazioni in polvere per soluzione orale, utilizzate in pazienti che hanno difficoltà a deglutire le compresse. Al momento, non sono disponibili formulazioni per somministrazione endovenosa. I pazienti guarivano, rispetto alle terapie tradizionali, nella metà del tempo; già al terzo giorno la parassitemia era nulla

La terapia può essere utilizzata anche nei bambini, nelle donne in gravidanza o nei soggetti fragili?

Siamo in una fase di sperimentazione in cui il farmaco
viene testato solo su uomini adulti, mancano una ventina di pazienti da arruolare per passare a  donne e bambini. Siamo fiduciosi in quanto il farmaco come scritto sopra è già utilizzato per la cura della leucemia in donne in gravidanza e nei  bambini.

Utilizzabile con altri farmaci

Potrebbe essere utilizzato in combinazione con altri trattamenti antimalarici esistenti? Ci sono rischi di resistenza al trattamento, come accade con altre terapie antimalariche?

Si! Infatti lo abbiamo testato anche in combinazione con diidroartemisinina e piperaquina. Non ci sono rischi di resistenza

Il suo lavoro vede coinvolte oltre all’Università di Sassari anche l’Università di Torino e la Purdue University, Indiana, USA. Inoltre ha lavorato anche in Uganda, Vietnam e Laos, quanti pazienti sono stati trattati negli studi clinici finora?

I pazienti analizzati ed intervistati sono stati circa 250 ma una cinquantina adatti ad essere arruolati per il trial. Il Journal of Exprimental Medicine (JEM) ha pubblicato l’articolo sul trial con tutte le indicazioni sul numero dei pazienti e sulla terapia anche combinata con altri farmaci.

La terapia potrebbe essere adattata o utilizzata anche contro altre malattie trasmesse da parassiti o da insetti, come la dengue o zika?

Bisognerebbe dapprima testare il farmaco in vitro su altre specie parassitarie, poi ex vivo e poi ancora in vivo, come è stato fatto per testarlo sul plasmodium. Lo studio è iniziato nel 2006.

Pantaleo mappa malaria
Mappa di crescita e decrescita della malaria (Courtesy OMS-WHO 2023)

Contro altre patologie

La terapia potrebbe essere adattata per combattere altre malattie?

Lo è! Imatinib è un farmaco antineoplastico appartenente alla classe degli inibitori delle tirosin-chinasi, è stato studiato e prodotto per il trattamento della leucemia mieloide cronica e successivamente usato anche per il trattamento della leucemia linfoblastica acuta PH+.

E’ utilizzato anche per la cura di alcuni tumori stromali (cioè tumori che spesso insorgono all’interno del tratto gastrointestinale) e di alcune neoplasie (cioè tumori) in cui sono coinvolte altri enzimi chinasi inibiti dal farmaco. Inoltre è stato dimostrato ultimamente da uno studio olandese che il farmaco riduce la mortalità nei casi gravi di COVID-19.

Secondo dati 2023 dell’OMS, il 94 per cento dei contagi e dei decessi causati dalla malaria sono in Africa. Se la terapia dovesse essere ampiamente utilizzata, quale impatto potrebbe avere sul numero di casi di malaria e sul controllo della malattia soprattutto nel continente africano ma anche a livello globale?

La risposta a questa domanda è complessa e dipende da molti fattori, come ad esempio quale sarà il farmaco standard di cura (SOC), ovvero quale sarà il trattamento di riferimento, una singola dose sarà sufficiente a curare tutti i pazienti? Quanto sarà il costo della terapia combinata? Dipende anche dalla rete di distribuzione del farmaco e da chi si farà carico dei costi.

Il  MIT di Boston ha utilizzato l’Intelligenza artificiale per l’identificazione di una nuova classe di antibiotici. Pensa  che l’IA possa essere utile per il vostro lavoro?

Il successo del MIT nel trovare una nuova classe di antibiotici dimostra chiaramente il potenziale rivoluzionario dell’IA, che potrebbe accelerare significativamente i progressi anche nel nostro campo di studio.

Potrebbe forse identificare rapidamente composti promettenti, prevederne l’efficacia e ottimizzare i protocolli di sperimentazione clinica. Ma soprattutto credo che potrebbe offrire nuove intuizioni sui meccanismi d’azione dei farmaci e supportare la pianificazione di interventi epidemiologici.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA
(2 – fine)

La prima puntata sul farmaco antimalarico la trovate qui

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

 

Malaria sconfitta? Scienziata italiana scopre super-farmaco che elimina il parassita della mortale malattia

Malawi, Kenya e Ghana dal 2018 sperimentano Mosquirix, il primo vaccino anti malaria

Al summit dell’Unione Africana si celebrano i buoni risultati contro la malaria

Scienziati all’attacco della malaria: OMS autorizza secondo vaccino

La scomparsa dell’America buona incarnata da Carter

Dal quotidiano Domani
Mario Giro*
Gennaio 2025

Intervistato già molto anziano su come avrebbe voluto essere ricordato, Jimmy Carter non rispose di getto, come fanno con battute i leader attuali, ma abbassò lo sguardo e ci pensò su.

Poi rialzò i suoi occhi azzurri e disse: “Vorrei essere ricordato come un buon nonno e un buon padre”.

Jimmy Carter, ex presidente USA, morto all’età di 100 anni

Dopo un altro minuto di silenzio aggiunse: “Per sintetizzare direi uno che ha sempre proposto pace e diritti umani”. Seguì altro silenzio pensoso e alla fine: ”direi che pace e diritti umani possano bastare”.

Jimmy Carter è morto a 100 anni lasciando dietro di sé la migliore eredità possibile per un leader della più grande potenza mondiale. Solo che tale eredità è stata accumulata dopo i 4 anni alla Casa Bianca e non durante.

Carter è l’ex presidente più di successo dell’intera storia americana. Nessuno dei suoi pari è riuscito a vivere dopo la presidenza una vita piena e dedicata ai principi come ha fatto Carter, mediante il Carter Center in cui è stato personalmente coinvolto.

I suoi valori

Mediazioni, controllo democratico delle elezioni, opere in favore dei diritti umani hanno costellato i decenni successivi la sua presidenza, con un impegno personale senza eguali.

Ciò che impressiona di più è la fedeltà assoluta ai propri valori: cristiano praticante, uomo di chiesa, Carter ha sempre creduto nella pace e nei diritti umani senza mai smentirsi, né durante il suo mandato né dopo.

Ha reagito a modo suo al giudizio critico dato dai contemporanei (e dai posteri) di non aver saputo interpretare il tempo della forza nascente proprio all’inizio degli anni Ottanta, quando perse la rielezione.

La fine degli anni Settanta fu un tempo di crisi ma anche di grandi speranze sancito dagli accordi di Helsinki e dalla distensione della quale fu ardente paladino, come dimostra la pace tra Egitto e Israele (l’univa che davvero tiene).

Dopo di lui solo signori della guerra (come Reagan o i Bush) o della prosperità occidentale (Clinton, Biden e Trump) o dello scontro culturale (Obama): insomma presidenti come leader forti.

Carter invece fu l’”uomo del sorriso”, il presidente gentile, considerato troppo evanescente e fragile per un tempo di durezza come quello della rivoluzione iraniana, del fanatismo crescente e dell’ultima fase dell’Urss (guerra in Afghanistan, Etiopia, Mozambico e Angola rosse ecc.).

La sua immagine

Forattini lo disegnava come una dentiera sorridente senza corpo. Eppure Carter non ha mai ceduto al destino della forza, continuando a fare la sua parte in favore di un mondo di pace e dei diritti umani, in maniera sommessa ma tenace. Ha offerto l’immagine di un leader di altro tipo, di un’America gentile e antieroica, che non si impone né costringe altri a seguirla.

Un’America buona come raramente accade. Siamo abituati a concepire gli Stati Uniti il paese leader, il più forte per deterrenza militare e per capacità produttiva e tecnologica.

Spesso ci spaventiamo quando gli Usa perdono colpi nei confronti di potenze alternative, come fu l’Unione Sovietica ieri o lo è oggi la Cina. Carter propose un’immagine diversa di America non aggressiva.

Per tutta la via è rimasto pervicacemente un paladino dei diritti umani e contrario al doppio standard che Washington (come tutto l’Occidente) utilizza continuamente. Senza angelismi ma con ostinazione ha sempre difeso la parte della pace anche se ciò costava o gli veniva imputato come errore o debolezza.

L’ambasciata a Teheran

L’occupazione dell’ambasciata a Teheran da parte delle nascenti guardie della rivoluzione islamica, distrusse ogni possibilità di rielezione.

Venne il momento di un leader forte e molto rispettato, Ronald Reagan, che riarmò il Paese costringendo addirittura i sovietici alla resa. Nessuno mette in discussione quella politica che ha offerto ancora almeno due decenni di supremazia totale all’Occidente.

Allo stesso tempo – osserviamo oggi – ha creato attorno ad esso molti nemici. Possiamo vedere gli effetti della “scelta della forza” nel risorgere infinito di contrasti e guerre, mai davvero terminate.

Nuovo fantasma

Il pacifismo viene criticato come il “nuovo fantasma” che si aggira per l’Europa. Per contrasto con esso si preferisce ciecamente (e senza senso storico) l’unica via della contrapposizione.

Carter non era un pacifista ma un pacificatore: un leader favorevole all’alternativa del negoziato che tenti di ritrovare sempre un nuovo equilibrio.

La sua presidenza si concluse in fretta con un senso di fallimento ma la sua vita è continuata a lungo con successo, sempre in lotta permanente per i diritti dell’uomo e la pace.

Popolarità, fama e affermazione

Nessun presidente è riuscito come lui ad avere un destino post-presidenziale con più popolarità, fama e affermazione. Alla fine ha ottenuto il rispetto di tutti, anche dei suoi avversari.

L’unico che gli si possa in parte accostare è Robert F. Kennedy, con la notevole differenza di non essere mai stato alla Casa Bianca perché ucciso prima di conquistarla.

Anche lui (più del fratello JFK) aveva incarnato – seppure per un breve periodo – un’America diversa e più buona: fu il sentimento prevalente degli americani dell’epoca.

Nel libro fotografico “The Train” che pubblica le immagini degli americani che salutarono il suo feretro che tornava a casa per ferrovia, si vedono i volti dell’America di una volta, povera e dignitosa, dove non si urlava e non ci si odiava, almeno non quanto oggi. Un’America simpatica e forse scomparsa per sempre. Quella di Jimmy Carter.

Mario Giro*
*Politologo

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Malaria sconfitta? Scienziata italiana scopre super-farmaco che elimina il parassita della mortale malattia

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
18 gennaio 2025
(1 – continua)

I bambini africani, e non solo, non moriranno più di malaria. Sembra un azzardo ma grazie a una scienziata italiana, Antonella Pantaleo, siamo sulla strada giusta.

Due decenni di lavoro e sette brevetti con esperienza, oltre che in Europa, anche negli Stati Uniti, Uganda, Vietnam e Laos. La ricercatrice comincia a lavorare sulla malaria nel 2006 all’Università di Torino.

Cambio di paradigma

Nel 2009, viene chiamata dall’Ateneo di Sassari, dipartimento di Scienze biomediche. “Facevo il dottorato ed ero in treno per Zurigo con il mio tutor, il professor Proto Pippia – racconta Pantaleo -. E gli dico: non è al parassita (Plasmodium) che dobbiamo guardare. Dobbiamo lavorare sull’eritrocita (il globulo rosso). Lui mi guarda e il viso si illumina. Mi risponde: hai ragione, blocchiamo questa modifica”.

Antonella Pantaleo al microscopio
La professoressa Antonella Pantaleo al microscopio nel suo laboratorio all’Università di Sassari

Cambia quindi il punto di vista della lotta alla malaria e al Plasmodium veicolato dalla zanzara anofele. A differenza degli altri farmaci che operano sul parassita, il lavoro di Antonella Pantaleo è stato utilizzare il medicinale sui globuli rossi attraverso un processo chimico (fosforilazione).

Questo processo mette l’eritrocita in condizioni di “ingabbiare” il parassita che non può replicarsi negli altri globuli rossi. “Allora ci siamo chiesti – racconta la scienziata – quali farmaci in commercio bloccano la fosforilazione? Ne abbiamo studiato tantissimi anche negli Stati Uniti, compresi i medicinali orfani”.

Finalmente trovano quello che cercavano: il principio attivo Imatinib. Il farmaco è utilizzato per il trattamento di pazienti con leucemia mieloide cronica. In vitro reagiva benissimo: “Il parassita rimaneva intrappolato nel globulo rosso – rivela la studiosa -.  Non riusciva ad infettarne altri”.

I fondi del filantropo

Negli Stati Uniti, a Indianapolis, la scienziata presenta il suo lavoro in una tavola rotonda. Durante la pausa viene avvicinata dal filantropo statunitense Tom Hurvis presente all’incontro. “Di cosa hai bisogno per continuare la ricerca? – le chiede Hurvis -. La scienziata risponde che servirebbe una centrifuga e un microscopio. Invece arriva un finanziamento di 70 mila dollari e vengono depositati tre brevetti.

In Uganda

Con questo finanziamento, in Uganda, inizia la fase ex vivo: la studiosa doveva mettere in coltura il sangue dei pazienti malati di malaria. “Ho visto bambini senza speranza che morivano di malaria celebrale – racconta -. Ho passato i primi giorni a piangere. A casa avevo un bambino di 4 anni e mi immedesimavo”. I test ex vivo riescono: senza Imatinib il parassita cresce; con il farmaco non cresce. Rimane ingabbiato e muore dopo 24 ore.

Vietnam e Laos,  guariti in 3 giorni

Vengono presentati i risultati e Mr. Hurvis e Pardue University (USA) e Università di Torino sponsorizzano i trial clinici in Vietnam in Laos. Il farmaco funziona. Il malato di paludismo, 24 ore dopo aver assunto una compressa, sta bene. In tre giorni sono guariti. Costo: 1 euro.

“Non è stato semplice, c’è un lavoro incredibile dietro questi studi ma vedere i pazienti andar via già dopo l’assunzione della prima compressa perché stavano bene ci ha ripagato di tutte le fatiche. Con un euro abbiamo curato la malaria. Ha funzionato ancora meglio nei pazienti con parassitemia più alta” – ci dice entusiasta -.

Oltre 700 i campioni raccolti in Vietnam e Laos. “Stiamo prendendo contatti per fare trial clinici anche in Burkina Faso – riferisce Pantaleo -. Due settimane fa sono stata contattata per fare il trial nelle Filippine”.

Malaria il plasmodium dentro un globulo rosso
Malaria, il plasmodium all’interno di un globulo rosso

Il network

La dura battaglia della scienziata contro la malaria continua grazie a un network. Oltre all’Università di Sassari ne fanno parte la Purdue University, USA; l’Università di Torino; il National Institutes of Health, USA; Hulow Company di Tom Hurvis e Nurex, azienda sarda di biotecnologie.

La malaria in Africa

Gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO-OMS) ci dicono che nel 2023, ci sono stati 263 milioni di casi di malaria. I decessi, in 83 Paesi, sono stati 597.000. Il 94 per cento dei casi di malaria sono in Africa: 246 milioni. I decessi per la malattia in nella Regione africana sono il 95 per cento (569.000). Il 76 per cento di tutti i decessi per malaria nella Regione sono bambini sotto i 5 anni.

Il Plasmodium, grazie alla sua capacità di adattamento, ha reso inefficaci tutti i medicinali utilizzati fino ad oggi contro la malaria. Pare che Antonella Pantaleo abbia il farmaco che ferma il micidiale killer.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
(1 – continua)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

La scienziata italiana dell’innovativo farmaco antimalarico ci racconta come funziona

“Aiutateci”: appello dei giornalisti palestinesi da Gaza

Africa Express e Senza Bavaglio
17 gennaio 2025

“Quanti altri giornalisti devono essere uccisi prima di fare qualcosa per fermare l’impunità israeliana contro di noi? Siamo stati abbandonati dalle organizzazioni internazionali dei giornalisti, nessun supporto per noi che documentiamo da 459 giorni il primo genocidio della storia trasmesso in diretta”.

“Dai campi in cui ci siamo rifugiati raccontiamo le lacrime, la violenza, le uccisioni della nostra gente, e ancora i corpi umiliati, inceneriti, smembrati e ora anche congelati dal freddo”.

“In quanti altri modi dovete vederci uccisi per poter fermare l’inferno? Nemmeno una parola per chi questi fatti racconta, nessun sostegno per i giornalisti. Forse, se fossimo stati ucraini o di altra nazionalità, il mondo sarebbe corso in nostro aiuto”.

“Ma essendo palestinesi abbiamo un solo diritto: quello di morire ed essere mutilati dopo. Il giornalismo non è un crimine e noi non siamo bersagli, ma persone che stanno documentando un genocidio contro di noi”.

È una sintesi dell’appello disperato dei giornalisti di Gaza diffuso in rete, dinanzi al quale noi di Africa ExPress e di Senza Bavaglio non siamo rimasti indifferenti, nonostante si sia ben consci che rilanciarlo sui nostri canali potrebbe essere pregiudizievole e fors’anche rischioso.

Ma noi siamo giornalisti che mettiamo al primo posto la deontologia e l’umanità, quella che da mesi a Gaza è stata sepolta insieme a migliaia di cadaveri. Al di là delle ragioni e dei torti il genocidio in Palestina va fermato.

I giornalisti di Senza Bavaglio e Africa ExPress

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Gaza: le speranze e le fragilità del cessate il fuoco

Dalla Nostra Inviata Speciale
Federica Iezzi
di ritorno da Gaza City (Striscia di Gaza), 16 gennaio 2025

Mai la speranza è stata così segnata dalla fragilità. Le linee generali dell’accordo di un cessate il fuoco tra Israele e Hamas sono chiare da tempo. Il costo del ritardo è insostenibile.

Mentre si attende l’arrivo di domenica, giorno in cui il cessate il fuoco dovrebbe ufficialmente avere inizio, i bombardamenti a Gaza non si fermano.

Striscia di Gaza [photo credit Middle East Eye]
La prima fase dell’accordo prevederebbe il rilascio graduale di ostaggi israeliani e fino a 1.000 prigionieri palestinesi, insieme a un ritiro parziale delle truppe israeliane da Gaza. A questo si aggiungerebbe l’ingresso urgente nella Striscia di aiuti umanitari, indispensabile ma comunque tristemente inadeguato.

Altri colloqui

A seguire, inizieranno i colloqui sulle fasi successive dell’accordo che prevedono il ritorno di altri ostaggi in cambio di un completo ritiro militare israeliano da Gaza.

E i problemi con questo piano sono già evidenti. Membri rilevanti della coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu – tra cui il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich – sono evidentemente più interessati a un’occupazione permanente della Striscia di Gaza che al rilascio degli ostaggi.

Nessun ruolo per Hamas

Durante tutto il conflitto, il governo israeliano ha chiarito che non prevede alcun ruolo per Hamas in una Gaza post-conflitto.

Ma l’Autorità Nazionale Palestinese, ha scarsa credibilità tra i residenti di Gaza. Ciò lascia un interrogativo aperto su un futuro governo nell’enclave.

Immagine falsa

Una cosa è certa: Israele non sarà mai in grado di ripristinare la sua precedente immagine falsa e glamour che si era costruita a partire dagli anni ’50 e che aveva diffuso tra l’opinione pubblica occidentale.

Israele, genocidio nella Striscia di Gaza

Sarà per sempre nota come lo Stato genocida, selvaggio e di apartheid che sancisce sfacciatamente per legge che solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione nella terra di Palestina.

Stigma esteso

Lo stigma ricade su Israele ma si estende con prepotenza anche agli Stati Uniti e ai Paesi occidentali che sostengono Israele. Senza dimenticare i Paesi arabi sionisti che hanno normalizzato le relazioni con Israele e sono rimasti in silenzio.

Pochi sanno che: la resistenza armata palestinese a Beit Hanoun nelle ultime settimane ha generato un’enorme logoramento militare ed economico sulle spalle di Tel Aviv, i costi imposti all’esercito israeliano nel nord della Striscia di Gaza hanno scioccato la società israeliana.

Nessun antisemitismo

La guerra tra Israele e il braccio armato di Hamas non è un conflitto di religioni, come ha cercato disperatamente di dipingerlo la Comunità Internazionale, esasperando l’antisemitismo.

E’ una guerra coloniale tra un occupato e un occupante. E’ una guerra contro un governo coloniale, suprematista, razzista e genocida.

Una cospicua parte della società civile israeliana è rimasta nettamente contro la politica distruttiva di Netanyahu, non da ultimo perché ha esposto al mondo il brutto volto dello stato sionista e l’immoralità delle sue forze armate.

Prima dell’ottobre 2023

La storia non è iniziata nell’ottobre 2023. Il mondo avrebbe dovuto prendere atto di anni di orrore e condannarli in maniera massiccia invece di celebrarli o negarli.

Avrebbe dovuto capire che tutto è il risultato dell’espropriazione di un popolo, della negazione dei suoi diritti più elementari, della privazione della sua libertà e della sua disumanizzazione.

Ritenere che l’atto di massacrare i civili renderebbe la vita quotidiana dei palestinesi più accettabile è un’aberrazione.

Morire in silenzio

Ma pensare che questi stessi palestinesi accetterebbero di morire in silenzio perché il loro destino non interessa più a nessuno è una follia.

La guerra di Gaza è lo specchio di un mondo che sta morendo davanti ai nostri occhi. La guerra di Gaza segna la fine di un’illusione: quella di un desiderio occidentale, a volte sincero, di costruire un ordine internazionale basato su qualcosa di diverso dalla legge del più forte.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R