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Al-Masri: un criminale in libertà

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Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
31 gennaio 2025

Il governo italiano rilascia e rimanda a casa Najeem Osema Al-Masri Habish, su cui pende un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale, che lo accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi nel carcere di Mitiga, in Libia, a partire dal 2015.

Arrestato la scorsa domenica a Torino, è stato liberato martedì e rimandato in Libia a bordo di un aereo dei servizi segreti italiani. La corte d’appello liquida la vicenda come “errore procedurale nel suo arresto”. Un vizio di forma, insomma: non è consentito l’arresto di iniziativa della polizia giudiziaria senza l’interlocuzione preventiva tra il ministro della giustizia e la corte di appello di Roma.
Carcere di Mitiga, Tripoli – Libia [photo credit Human Rights Watch]
Tutto questo mentre Giorgia Meloni ancora non comprende appieno la differenza tra un avviso di garanzia e un’iscrizione al registro degli indagati.

Codice penale

Il nostro codice penale recita: “chiunque aiuti taluno a eludere le investigazioni della Corte Penale Internazionale è punito con la reclusione fino a quattro anni”. È per questo che il procuratore, Francesco Lo Voi, ha aperto un’indagine contro la Meloni. l’Italia è ancora un Paese in cui l’azione penale è obbligatoria.
Ed è anche uno stato di diritto, ciò significa che difendere i collaboratori di giustizia – l’avvocato Luigi Li Gotti, in questo caso, autore dell’iscrizione nel registro degli indagati della premier Meloni – non dovrebbe essere valutato come un oltraggio.

Segreto istruttorio

Intanto aumenta il caos in governo. Nordio e Piantedosi scappano dal dibattito parlamentare sullo scandalo Al-Masri dicendo di non poter violare il “segreto istruttorio”, peccato però che quest’ultimo è stato abrogato nel 1989 e la nozione vigente è segreto investigativo.
Ma chi è Al-Masri? Numero uno della polizia giudiziaria libica e capo della filiale di Tripoli dell’Istituto di Riforma e Riabilitazione – nota rete di centri di detenzione gestiti dalle Forze di Difesa Speciali (SDF), appoggiate dal governo – Al-Masri è uno dei criminali più feroci della Libia.
Spalleggiato sempre dalle SDF, un’unità di polizia militare implicata, in Libia occidentale, nelle atrocità della guerra civile che seguì il rovesciamento e l’uccisione del dittatore libico Muʿammar Gheddafi, nel 2011.

Agenzia governativa

Oggi SDF è una delle agenzie governative più potenti di Tripoli, con cui l’Italia, e l’Europa, hanno costruito un rapporto che vale milioni di euro di finanziamenti.
https://x.com/IntlCrimCourt/status/1882120000766615896
È dovere di tutti gli Stati che hanno ratificato la carta di Roma di cooperare pienamente con la Corte Penale Internazionale nelle sue indagini e nei procedimenti giudiziari dei crimini.
La liberazione, senza preavviso né consultazione della Corte stessa, di Al-Masri è un duro colpo per la giustizia internazionale ed è un’occasione persa per spezzare il ciclo di impunità in Libia.

Attenzione indesiderata

Un processo contro Al-Masri potrebbe attirare un’attenzione indesiderata sulle politiche migratorie dell’Italia e sul suo sostegno alla guardia costiera libica, nell’azione comune contro l’accoglienza di migranti, rifugiati e richiedenti asilo.
Gruppi per i diritti umani hanno documentato gravi abusi nelle strutture di detenzione libiche dove sono trattenuti i migranti, accusando l’Italia di essere complice di tali condotte.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
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Il presidente congolese chiede aiuto all’Angola e lancia un appello alla mobilitazione

Africa ExPress
Kinshasa, 30 gennaio 2025

Dopo i violenti combattimenti dei giorni scorsi tra i ribelli M23, i soldati ruandesi e le truppe congolesi insieme ai suoi alleati, ora a Goma regna una relativa calma.

Ora nel capoluogo del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, si sentono solo sporadici colpi di arma da fuoco, ma solo in alcuni quartieri. Comunque la situazione generale resta ancora assai confusa. Nella città manca tutto. Energia elettrica, internet e acqua non sono ancora stati ripristinati. E mancano i viveri.

Duranti i combattimenti per la conquista di Goma sono state uccise oltre 100 persone, e i feriti sono stati moltissimi. Gli ospedali fanno fatica a far fronte all’emergenza, perché mancano medicinali.

Truppe ruandesi entrano a Goma

Chi può, si sposta nel vicino Ruanda per acquistare beni di prima necessità. A Goma negozi, mercati, molti edifici pubblici e privati sono stati saccheggiati e distrutti.

I miliziani di M23, sostenuti dal  Ruanda, mercoledì hanno cominciato la marcia di avvicinamento a Bukavu, all’altra estremità del lago Kivu e capoluogo della vicina provincia del Sud-Kivu.

Discorso alla nazione

Ieri, Felix Tshisekedi, presidente del Congo-K, isolato diplomaticamente in sede internazionale, è volato a sorpresa in Angola. A Luanda ha incontrato il suo omologo João Manuel Gonçalves Lourenço. Ufficialmente non si sa nulla sul contenuto dei colloqui ma, come ha scritto l’autorevole newsletter Africa Intelligence, Kinshasa è alla disperata ricerca di un sostegno che nella regione può dargli solamente l’ex colonia portoghese.

In serata Tshisekedi è rientrato in Congo dove ha tenuto un discorso molto atteso alla nazione, invitando alla mobilitazione. Ha anche assicurato che una risposta è “in corso” e denunciato “l’inazione” della comunità internazionale. La sua “passività rasenta la complicità”, ha detto.

Ha poi accusato il Ruanda per la presenza di migliaia di suoi soldati sul territorio congolese e ha descritto i ribelli M23 come “marionette”. Non ha neppure risparmiato il Palazzo di Vetro, che, secondo lui, avrebbe commesso una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Felix Tshisekedi, presidente del Congo-K

Il presidente non ha escluso le vie diplomatiche per risolvere la crisi in atto, anzi, ha sottolineato “Privilegiamo la via del dialogo”.

Tshisekedi ha annunciato di aver dato istruzioni al governo di ridurre le spese delle istituzioni e ha fatto un appello al settore privato per sostenere le spese belliche.

Infine ha invitato i giovani ad arruolarsi nell’esercito, e ha concluso il suo intervento con queste parole: “Il Congo non si arrenderà. Non vi abbandonerò mai”.

Fuggiti i capi dell’esercito

Appena i miliziani dell’M23 sono entrati alla periferia di Goma, generali, colonnelli e alti ufficiali dell’esercito congolese (FARDC) si sono dati alla fuga. Sono saltati su un battello e si sono diretti a Bukavu, dalla parte opposta del lago Kivu.

A quel punto il resto degli effettivi dell’esercito, sottufficiali e truppa, si sono consegnati agli uomini dell’M23 e ai militari ruandesi.

Le forze armate di Kinshasa sono mal pagate, poco addestrate e il loro equipaggiamento non è stato ammodernato. I soldati, dopo essere stati abbandonati degli alti ufficiali, parlando con i giornalisti hanno denunciato i loro comandanti per essersi venduti gli armamenti, mitra, proiettili e perfino armi pesanti e di aver intascato i finanziamenti stanziati per comprare arsenali nuovi. Li hanno accusati di corruzione, una malattia endemica nell’ex colonia belga.

Mercenari in partenza  

Intanto 288 mercenari rumeni catturati dai miliziani e dall’esercito ruandese sono stati trasferiti in Ruanda attraverso il valico di confine “Grande Barrière”, che si trova a Goma. In abiti civili, sono stati perquisiti e controllati dagli agenti dell’immigrazione. In seguito il gruppo è salito a bordo di autobus con cui hanno raggiunto l’aeroporto di Kigali.

I soldati di ventura (rumeni, bulgari, bielorussi e georgiani) sono stati reclutati dalla Amani Sarl, filiale congolese della società bulgara Agemira, una compagnia controllata dai servizi segreti francesi.

Olivier Jean Patrick Nduhungirehe, ministro degli Esteri ruandese ha commentato in modo sarcastico l’impiego dei paramilitari da parte di Kinshasa.

Sul suo account X (ex twitter) ha postato: “Siamo stati l’unico Paese al mondo a denunciare l’impiego di mercenari al soldo del Congo-K, utilizzati per combattere accanto a FARDC e i suoi alleati wazalendo (patrioti in swahili, ndr). Questo fatto è in totale violazione di varie convenzioni dell’Unione Africana e dell’ONU. Sia il Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro, sia l’UE e tanto meno i Paesi di origine dei mercenari non hanno mai detto una parola sull’esternalizzazione della guerra da parte di Kinshasa (…)”.

Colloqui 

Il capo della diplomazia di Kigali ha poi affermato che il suo Paese è favorevole al cessate il fuoco in tutta la regione e al dialogo. Il suo governo chiede da tempo colloqui tra Kinshasa e M23.

Nduhungirehe ritiene che la perdita di Goma abbia indebolito Felix Tshisekedi e ora la sua unica opzione è quella di negoziare con i ribelli. Opzione che il presidente congolese ha già rifiutato quando il dialogo è stato tentato dal capo di Stato angolano João Manuel Gonçalves Lourenço.

Ora verso Sud-Kivu 

Intanto a Bukavu, dove si sono diretti i ruandesi e i miliziani M23 sono terrorizzati. I medici, infermieri e pazienti della Fondazione Panzi hanno lanciato un accorato appello: “Aiutateci, temiamo una mattanza”. Panzi è stata creata da Denis Mukwege, medico congolese, insignito del Premio Nobel per la Pace 2018, e poi candidato alla presidenza del Congo nella scorsa tornata elettorale.

Il ginecologo e ostetrico Denis Mukwege nel suo ospedale in Congo
Il ginecologo e ostetrico Denis Mukwege nel suo ospedale in Congo

Crispin Kashale, portavoce dell’ospedale di Bukavu (Sud-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo), si è sfogato con i reporter di Eurobserver: “Siamo disperati, abbiamo già ricevuto diversi messaggi con minacce. Cosa dobbiamo fare con i nostri pazienti?

Kashale ha ricordato la carneficina dell’ottobre 1996 all’ospedale di Lemera, nel territorio di Uvira (città nel Sud Kivu). Allora, durante un attacco di miliziani di ADFL (Alleanza Democratica per la Liberazione del Congo, guidata dal capo ribelle e poi presidente Laurent Kabila) furono uccisi i pazienti e tutto lo staff medico e paramedico.

Gruppo armato M23

Gli M23 prendono il nome da una data, 23 marzo 2009, giorno nel quale fu siglato un accordo di pace tra il governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi .

Il gruppo tutsi aveva accusato il governo congolese di emarginare la minoranza etnica tutsi presente nel Paese e di appoggiare l’FDLR (Forces démocratiques pour la libération du Rwanda) una milizia a maggioranza hutu.

Con la firma di un altro accordo di pace siglato nel 2013 a Nairobi, l’M23 aveva accettato lo scioglimento come gruppo armato e rinunciato alla violenza. In cambio Kinshasa aveva promesso ai ribelli l’integrazione nell’esercito regolare. Entrambe le parti non hanno mai tenuto fede agli impegni presi.

Azione difensiva

Nei mesi scorsi l’ONU aveva accusato il Ruanda di sostenere l’M23. Kigali aveva sempre negato e ora sostiene che le proprie truppe hanno sconfinato nell’ex colonia belga come azione puramente difensiva.

Anche nella capitale Kinshasa dove la popolazione era scesa in piazza – attaccate diverse ambasciate e saccheggiati alcuni negozi – ora è tornata la calma.

Angola: ritiro truppe ruandesi

Mercoledì, a fine mattinata, (come abbiamo scritto sopra) il presidente congolese è volato a Luanda per un colloquio riservato con il suo omonimo angolano Lourenço, che, incaricato dall’Unione Africana, aveva tentato di negoziare i colloqui tra Kinshasa e Kigali. Dialoghi falliti a metà dicembre dello scorso anno per il rifiuto di Tshisekedi di incontrare i ribelli M23.

Dal canto suo l’Angola già l’altro giorno ha chiesto il ritiro immediato dei miliziani da Goma e delle truppe ruandesi presenti sul territorio congolese. Lourenço auspica inoltre una ripresa urgente dei colloqui sulla questione degli M23 e degli altri gruppi armati attivi in Congo-K.

Situazione umanitaria

La situazione umanitaria è estremamente preoccupante. La distribuzione di aiuti alimentari è stata sospesa. A Goma (un milione di abitanti e altrettanti sfollati) e la sua regione vive una crisi umanitaria cronica da molti anni. E, secondo quanto riferito martedì dal ministro degli Esteri di Kinshasa, a causa dei combattimenti dall’inizio di gennaio hanno lasciato le loro case  altre 500.000 persone.

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Congo-K: altri articoli li trovate QUI

Goma: caccia ai mercenari rumeni arruolati dal governo congolese

 

Piano Mattei per l’Africa: asso pigliatutto per quattro privati in agricoltura, energia e innovazione tecnologica

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
30 gennaio 2025

BF (ex Bonifiche Ferraresi), Leonardo, Eni e Coldiretti hanno fatto il pieno e, del Piano Mattei, hanno preso tutto. Occupano il settore agroindustriale, quello energetico e l’innovazione tecnologica.

Le quattro realtà hanno seguito l’iter del Piano Mattei con la Meloni durante i suoi viaggi in Africa. Hanno messo a punto con il governo i primi progetti che ne fanno un nuovo modello di cooperazione internazionale. Un nuovo modello che dovrebbe essere, secondo la premier, “non predatorio”.

Piano Mattei - Giorgia Meloni e Moussa Faki
La premier italiana Giorgia Meloni e il presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki al summit Italia-Africa

I quattro del poker

BF, è diventata una holding leader nell’agroindustria. In Italia gestisce 11.000 ettari con tecnologie avanzate. La sua competenza, aggiunta alla tecnologia satellitare di Leonardo con cui si è alleata permette di aumentare le altissime tecnologie nella filiera alimentare.

Leonardo, si muove dalla difesa all’aerospazio. Nel Piano Mattei ha un ruolo fondamentale grazie alle tecnologie che permettono di trovare soluzioni tecnologiche nel settore agricolo, nella cyber sicurezza, nella digitalizzazione e nella sanità. La sinergia con BF contribuisce a migliorare l’applicazione delle sue sofisticate tecnologie nelle aree di intervento.

ENI, vuole rinnovare la propria immagine che la vede multinazionale del fossile. Intende diventare attore chiave nella transizione energetica del Piano Mattei nei Paesi emergenti attraverso la produzione di agroenergie.

Ha firmato un accordo con Coldiretti per promuovere produzioni agricole sostenibili e valorizzare gli scarti e i sottoprodotti. L’obiettivo è la fabbricazione di biocarburanti di seconda generazione ottenuti dall’idrogenazione di oli vegetali e grassi animali riciclati (HVO). Ma anche biometano per la filiera della chimica da fonti rinnovabili.

Coldiretti, ha aderito per prima al Piano Mattei, quando ancora non esisteva il programma. A novembre 2023, aveva annunciato il progetto “40mila ettari coltivati per la rinascita dell’Africa”. Un programma promosso con BF, Filiera Italia e Consorzi Agrari d’Italia. La proposta dell’organizzazione degli imprenditori agricoli intende garantire sovranità alimentare e rafforzare l’economia locale attraverso filiere corte e sostenibili.

Grafico del Piano Mattei (Courtesy GEA-WITHUB)

Cosa è il Piano Mattei

Il Piano Mattei per l’Africa, Giorgia Meloni, lo aveva annunciato già durante la campagna elettorale nel 2022. A Roma, il 28 e 29 gennaio 2024, al summit Italia-Africa il Piano ha avuto la sua presentazione ufficiale voluta dalla Meloni come Presidente del Consiglio. Presenti al Vertice capi di Stato, di Governo e ministri delle Nazioni africane, l’Unione Africana e i rappresentanti dell’Unione Europea.

Il Piano, ha spiegato la premier, dura quattro anni e ha a disposizione 5,5 miliardi di euro. Tre miliardi dal fondo italiano per il clima (stanziati dal governo Draghi) e 2,5 miliardi e mezzo dal fondo per la Cooperazione allo sviluppo.

La cabina di regia prevede la premier come presidente e vice-presidente il ministro degli Esteri. Ma anche il presidente della Conferenza Stato-Regioni e l’Agenzia italiana alla cooperazione e lo sviluppo. Ne fanno parte il gruppo assicurativo-finanziario Sace, direttamente controllato dal Ministero dell’Economia; Ice, Agenzia per la promozione all’estero; imprese partecipate; terzo settore e università.

La tirata d’orecchi africana

Moussa Faki, presidente della Commissione dell’Unione africana, al vertice Italia-Africa, ha voluto togliersi un sassolino troppo fastidioso dalla scarpa.

Signora presidente, sul Piano Mattei che propone avremmo auspicato di essere consultati – ha sottolineato -. L’Africa è pronta a discutere contorni e modalità dell’attuazione. Insisto sulla necessità di passare dalle parole ai fatti, non ci possiamo più accontentare di promesse, spesso non mantenute”.

Piano Mattei Paesi Africani al gennaio 2025
Piano Mattei Paesi Africani al gennaio 2025 (Courtesy Mapchart)

I quattordici Paesi del Piano

Lo scorso ottobre, con un testo di 35 pagine, il governo ha presentato i primi 21 progetti. Riguardano nove Paesi: Algeria, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico, Repubblica del Congo (Congo-B) e Tunisia. Con il 2025 si sono aggiunti anche Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania.

Giorgia Meloni ha pronunciato spesso le sue parole d’ordine riguardo al Piano Mattei: “approccio non predatorio” e “cooperazione da pari a pari”. Ci auguriamo che vengano messe in pratica e non siano parole vuote solo per ottenete materie prime e fermare i migranti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Giorgia Meloni in Mozambico e Congo per negoziare il rifornimento di gas

Le illusioni di Meloni in Etiopia: coccola il premier che ha fatto invadere il suo Paese da una dittatura sanguinaria

Goma: caccia ai mercenari rumeni arruolati dal governo congolese

Africa ExPress
Goma, 28 gennaio 2025

Nella ricca città mineraria congolese di Goma, catturata dai ribelli dell’M23 e dalle truppe ruandesi, ci sono ancora sacche di resistenza delle truppe governative, fedeli al governo centrale di Kinshasa, e ai loro alleati (volontari wazalendo, cioè patrioti in swahili).

Scontri a fuoco sono stati segnalati in tutta la città, in centro e in periferia, e Radio Okapi, emittente delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, parlando di “situazione sanitaria catastrofica” ha lanciato un’accorata denuncia: “Gli ospedali straripano per i feriti e i farmaci sono agli sgoccioli”.

Quattrocento feriti

Il dottor Michael Bolingo, del nosocomio CBKA Virunga, sostiene di aver registrato fino a stamattina 400 feriti e una ventina di morti, militari e civili, tra cui alcuni bambini.

In risposta all’invasione delle truppe ruandesi entrate in Congo per occupare Goma, miliziani del Fronte Democratico di Liberazione del Ruanda (FDLR, miliziani Hutu eredi degli autori del genocidio del 1994, scappati dal loro Paese), Wazalendo e soldati dell’esercito regolare congolese (FARDC) sono entrati a loro volta nel Paese invasore e hanno occupato l’aeroporto di Gisenyi, la città immediatamente a ridosso del confine.

Il Fronte Democratico per la Liberazione del Ruanda con un messaggio ad Africa ExPress, ha comunicato di aver catturato una serie di villaggi: Ruzizi, Nyamasheke, Karongi, Rutsiro, Ngororero, Nyabihu, Rubavu. A parte gli ultimi due, che sono nei dintorni di Gisenyi, gli altri si trovano sulla costa orientale del Lago Kivu.

Non abbiamo potuto controllare la veridicità di questa notizia. Se fosse provata, la conquista di questi villaggi sarebbe stata possibile solo grazie all’intervento dell’esercito del Burundi, cosa verosimile perché il suo governo è controllato dagli Hutu, che collaborano con FDLR.

Protezione siti minerari

Oggi all’alba a GOMA, come ci hanno segnalato i nostri stringer in loco, i miliziani dell’M23 si sono dati alla caccia dei mercenari rumeni che, come ha già segnalato Africa ExPress, sono presenti a Goma e nei dintorni per combattere contro l’M23 e proteggere i siti minerari governativi. Nei combattimenti di qualche giorno fa gli irregolari hanno inflitto gravi perdite alle truppe ruandesi che quindi vorrebbero catturarli e mostrarli ai giornalisti.

In questi video che abbiamo già pubblicato e ripubblichiamo, si vedono i rumeni in azione.

I contractor rumeni sono stati arruolati dalla Amani Sarl, filiale congolese della società bulgara Agemira, una compagnia controllata dai servizi segreti francesi.

Capo del contingente fino a qualche mese fa era il colonnello Romuald Létondot, un paracadutista veterano dell’esercito francese, che ha servito in Mali, Senegal, Togo, Afghanistan and Kosovo.

Paga mensile

La paga mensile di questi soldati di ventura varia dei 5 mila ai 6 mila dollari: esentasse certo, ma senza assicurazione.

Gli uomini, rumeni soprattutto, ma anche bulgari, moldavi, georgiani e bielorussi, sono reclutati da Horatiu Potra, fondatore della società di mercenari RALF, che ha il quartier generale a Sibiu in Romania.

La foto qui sotto lo mostra il 2 gennaio dell’anno scorso con due militari congolesi a Goma. Potra è un mercenario rumeno che ha fatto parte della Legione Straniera francese negli anni Novanta.

Guardia del corpo

E’ stato anche la guardia del corpo principale dell’emiro del Qatar alla fine degli anni ’90 e ha prestato servizio nella Repubblica Centrafricana sotto l’ex presidente Ange-Félix Patassé.

Horatiu Potra, tra due dei suoi uomini congolesi

Africa ExPress ha anche provato a confermare la presenza di elementi del corpo mercenario russo Africa Corps (gli ex Wagner), come ci è stato segnalato. Nonostante le voci insistenti, nessuno dei nostri stringer a Kinshasa, Goma e Kigali, è stato in grado di verificale l’informazione.

Ancora questa mattina a Kinshasa la popolazione è scesa in piazza e ha assalito le ambasciate di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Kenya e Uganda. L’ambasciata ruandese è stata date alle fiamme.

La gente ne ha approfittato per saccheggiare alcune case private, come si può vedere nel video inviatoci da uno dei nostri stringer.

Sempre ieri, Willy Ngumbi Ngengele, vescovo di Goma, ha lanciato un appello, chiedendo a tutte le parti coinvolte nell’attuale conflitto armato e alla popolazione di mostrare assoluto rispetto per la vita umana e per le infrastrutture private e pubbliche.

Stasera a Goma, senza elettricità, senza acqua corrente e senza internet, il silenzio era rotto da colpi d’ama da fuoco. La diplomazia è a lavoro per fermare le armi, ma la soluzione non sembra facile.

Gli interessi in gioco sono enormi e gli appetiti delle grandi multinazionali smisurati. Occorre aspettare domattina per vedere alla luce del sole come si è sviluppata la situazione.

Africa ExPress
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I video pubblicati a corredo di questo articolo sono esclusivi e girati dagli stringer di Africa ExPress

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Non solo russi: anche mercenari rumeni, bulgari e georgiani all’assalto delle ricchezze del Congo-K

 

Orrore in Kenya: continua le serie infinita di femminicidi

Dal Nostro Corrispondente
Costantino Muscau
Nairobi, Gennaio 2025

I poliziotti gli hanno chiesto: “Che cosa porta in quello zaino? Possiamo vedere?”. L’uomo, un giovane falegname, ha risposto senza scomporsi: “Che cosa c’è nel mio zaino? Il corpo di mia moglie, anzi alcuni pezzi, il resto è a casa”.

È un orrore senza fine. E senza confini la Spoon river delle donne. L’Italia nel 2024 ne ha contate 109.

Il falegname, John Kiama Wambua, arrestato in Kenya con i resti della moglie nello zaino

In Kenya il femminicidio sta raggiungendo livelli quantitativi e raccapriccianti inimmaginabili.

Sposato da 3 settimane

Il falegname si chiama John Kiama Wambua, ha 29 anni, e si era sposato appena tre settimane fa.

All’alba di martedì 22 gennaio è stato fermato dagli agenti  nel distretto di Huruma, una baraccopoli, a est di Nairobi.

L’uomo trasportava sulle spalle uno zaino nero stracolmo e si muoveva in modo giudicato sospetto.

I poliziotti hanno pensato che Wambua nascondesse qualcosa di illegale, hanno perquisito il bagaglio rigonfio  e, “con loro grande sorpresa – si legge in una dichiarazione della Direzione delle indagini criminali (DCI) del Kenya – hanno trovato il torace di una donna. L’uomo non appariva per niente turbato”.

Moglie 19enne

I poliziotti sono andati a casa del falegname, un monolocale in lamiera, hanno trovato un coltello da cucina insanguinato, vestiti intrisi di sangue e, sotto il letto, altre parti del corpo (non tutte) del cadavere della moglie, la diciannovenne Joy Fridah Munani.

Il resto del corpo smembrato (la parte inferiore) è saltato fuori sabato mattina, 25 gennaio, in un sacco, lungo le rive del lurido fiume Mathare. A scoprilo, un ragazzo di strada che setacciava i detriti del fiume alla ricerca di qualcosa di utile.

Non è la prima volta che la cronaca e la società devono occuparsi di così truci episodi.

Rinchiusa in un sacco

All’inizio del 2024, Rita Waeni, 20 anni, studentessa della Jomo Kenyatta University of Agriculture and Technology (JKUAT), venne smembrata e rinchiusa in un sacco. Anche allora l’indignazione fu diffusa, come adesso.

Stavolta, dopo l’ultimo bestiale femminicidio, il 15esimo nelle prime tre settimane del 2025, ha spinto un alto magistrato, il procuratore Gilbert Sikwe, a denunciare  l’allarmante crescita del numero di donne che vengono massacrate e ha sollecitato le forze di polizia a compiere approfondite indagini.

Proteste società civile

Questo, a dire il vero, la società civile lo chiede da tempo. Esattamente un anno fa, il 27 gennaio, migliaia di donne e uomini hanno marciato a Nairobi e in altre grandi città del Kenya chiedendo la fine della violenza contro le donne al grido “Siamo esseri umani”, “Smettetela di ucciderci!”

In dicembre centinaia di donne sono scese di nuovo in piazza nella capitale del Kenya per protestare contro il massacro senza fine. La polizia le ha accolte disperdendole con i gas lacrimogeni.

Alto tasso femminicidi

Il Kenya, purtroppo è noto, ha uno dei tassi più alti in Africa di questo genere di assassini. All’origine di questo scempio in genere ci sono le mura domestiche, “il luogo più pericoloso per una donna”, ha scritto l’ONU.

Amanti, mariti, parenti sono spesso i carnefici. Spinti da rabbia, gelosia, possesso, disprezzo o, come si sospetta nel caso del falegname, addirittura da fanatismo satanico.

Ma non mancano neppure altre barbare motivazioni.

Stregoneria

Il 22 gennaio quattro uomini sono stati condannati dalla Alta Corte della contea di Kisii (sud ovest del Kenya) a 40 anni di carcere ciascuno per aver linciato quattro donne tra i 57 e 85 anni, accusate di stregoneria. Giudicato colpevole anche il figlio di uno dei quattro, al quale sono stati inflitti solo 15 anni di prigione, perché minorenne all’epoca dei fatti (ottobre 2021).

Le poverette erano state estratte a forza dalle loro capanne del villaggio Nyagonyi da un gruppo di 16 persone armate di machete, coltelli, bastoni. Portate in aperta campagna, erano state trucidate e bruciate. E questo nonostante una delle vittime designate, per avere salva la vita, avesse offerto tutto il denaro ricavato dalla vendita di una mucca (soldi che le sarebbero serviti per curarsi). Gli assalitori (dodici dei quali scagionati per insufficienza di prove) hanno incassato la somma, ma non per questo hanno risparmiato la “presunta” strega.

Inchiesta

The Daily Nation, in un’inchiesta sconvolgente, pubblicata proprio il 23 gennaio a ridosso dell’ultimo orrido delitto, ha scritto che, tra il gennaio e novembre 2024, sono state ben 172 le donne sterminate, 22 in più rispetto al 2023.

In prima pagina, il quotidiano, ha pubblicato le foto di 6 delle ultime vittime; fra esse due tredicenni e la prima dell’anno, Jane Wanjru, di 26 anni, trovata senza vita in un pozzo a Mukurweini, nella contea di Nyeri (Kenya centrale).

Un report dell’ONU parla di 47 donne kenyane uccise in media alla settimana. Secondo la rete regionale di organizzazioni di dati che traccia questi omicidi sulla base di resoconti giornalistici, (Africa Data Hub) dal 2016 nel Paese sono state eliminate almeno 500 donne e ragazze.

Africa Data Hub: donne uccise in Kenya

Tutti questi dati, però, stridono con quelli forniti dalla Direzione della polizia criminale. Il direttore dell’agenzia, Mohamed Anun, ha parlato di 94 casi negli ultimi 3 anni. Di essi 65 sarebbero finiti davanti ai giudici.

Task Force governo

Il governo sembra che si stia dando una mossa, spinto dall’ indignazione collettiva. Il 18 gennaio scorso è stata formata una task force di 42 membri per tentare di porre freno a questa escalation sanguinosa. Alla guida è stato messo l’ex vice capo della Giustizia, Nancy Makokha Baraza, una 68enne che è stata la prima donna in Kenya a ricoprire questa carica.

Una donna modello per una generazione di studentesse di Legge, anche perché la sua tesi di dottorato in Giurisprudenza fu sul diritto degli omosessuali.

Baraza, però, nel 2011 vide traballare carriera e prestigio. Questo perché entrando in un famoso centro commerciale, il Village Market, rifiutò di sottoporsi alla perquisizione di rito e minacciò di sparare alla guardia. Ne segui’ una querelle che si concluse nel 2012 con le sue dimissioni.

Ora è stata “resuscitata” dal presidente William Ruto, al quale la ex magistrata si è impegnata a presentare entro tre mesi l’analisi dei casi di violenza di genere e di femminicidio e programmare un’azione a difesa delle donne.

Femminicidio endemico

“Il femminicidio in Kenya deve essere considerato un fatto endemico, che attraversa tutta la società, e deve diventare una emergenza nazionale”, ha commentato Anna Ireri, direttrice di Fida, la federazione delle avvocate che si batte da oltre 30 anni contro ogni discriminazione verso donne e i bambini.

“Non bastano leggi repressive e operazioni di polizia –  ha rincarato Nelius Njuguna, consigliere legale della Commissione dei diritti umani in Kenya (KHRC) -. È a livello sociale che bisogna agire prima di tutto, nelle famiglie e nelle scuole. È lì che bisogna sradicare il male”.

Njuguna non ha molta fiducia nel Governo. A dicembre la sua organizzazione protestò con fermezza contro la repressione poliziesca delle donne che manifestavano.

“Come può essere credibile il presidente Ruto che dice di stanziare 100 milioni di scellini (circa 735 mila euro, ndr) per combattere il femminicidio e poi interrompe con la violenza una marcia che chiede la fine del femminicidio?”

Due generi: uomo e donna

Lo stesso Ruto l’altro giorno ha ufficialmente dichiarato di essere d’accordo con il presidente Trump: in Kenya esistono solo due generi, l’uomo e la donna.

Collins Jumaisi Kalisha, il serial killer evaso dalla prigione

Intanto il presunto serial killer più spietato della nazione, Collins Jumaisi Kalisha, è uccel di bosco dopo essere evaso il 24 agosto 2024. È accusato dell assassinio di almeno 42 donne!

Sul sito della Direzione delle investigazioni criminali fa bella mostra una sua foto di ricercato, accompagnata dalla promessa di una ”significativa ricompensa “ per chi favorisce la sua cattura.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Kenya e Uganda sotto shock per il femminicidio della runner Rebecca Chepetegei

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Guerra in Congo-K: Goma in mano ai ribelli e alle truppe ruandesi

Africa ExPress
27 gennaio 2025

Nella tarda serata di ieri i ribelli M23  e soldati ruandesi sono entrati a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, provincia nell’est della Repubblica Democratica del Congo. La popolazione li ha accolti in festa.

 

Durante la notte è stato diffuso un comunicato stampa dell’Alliance Fleuvre Congo, nel quale si ordina ai soldati congolesi di consegnare le armi a MONUSCO (Missione di pace dell’ONU) e di radunarsi nello stadio questa mattina.

L’Alliance Fleuvre Congo è una coalizione politico militare fondata poco più di un anno fa (il 15 dicembre 2023) in Kenya. Ne fanno parte diciassettepartiti politici e due gruppi militari, tra cui l’M23. La guida Corneille Yobeluo Nangaa ex presidente della Commissione Elettorale Indipendente. Obbiettivo primario dell’AFC (per altro sottoposto a sanzioni da parte del governo americano)è quello di rovesciare il governo del presidente Félix Tshsekedi.

Da quanto si apprende – le comunicazioni sono difficili, visto che nel capoluogo manca ancora la corrente elettrica, l’acqua e internet – l’aeroporto di Goma è stato chiuso dopo l’esplosione di una granata di 40 mm lanciata da un drone sulla pista.

Da alcuni video si vedono civili congolesi che stanno saccheggiando lo scalo.

Dopo il fallimenti dei colloqui di pace tra Kigali e Kinshasa sotto l’egida dell’Angola, nelle ultime settimane i combattimenti sono ripresi feroci. Da un lato l’esercito governativo  (FADC) e i suoi alleati, i wazalendo (patrioti in swahili), dall’altro i miliziani M23, sostenuti dal Ruanda.

In preda al panico, migliaia di persone sono fuggite dalle proprie case, terrorizzati dai continui scontri a fuoco e dalle violenze.

Migliaia di militari di Paul Kagame sono entrati stanotte e stanno ancora entrando a Goma, il cui confine con il Ruanda corre alla periferia della città. Nei video inviati dai nostri stringer si vedono colonne di veicoli carichi di soldati.

I civili impiegati delle Nazioni Unite si sono rifugiati in alcuni bunker.

Ieri si è tenuto un meeting d’urgenza del Consiglio di Sicurezza del ONU. Durante la seduta il segretario generale dell’organizzazione, Antonio Guterres, ha chiesto l’immediato ritiro dei militari ruandesi dal territorio congolese. Il leader dell’ONU ha inoltre fatto richiesta a Kigali di non appoggiare ulteriormente i miliziani M23.

Il Consiglio ha esortato il Ruanda e la RDC a riprendere i colloqui per raggiungere la pace e affrontare le questioni relative alla presenza dell’esercito ruandese nel Congo orientale e al sostegno congolese alle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, cioè la milizia Hutu erede degli autori del genocidio del 1994, che provocò oltre 800.000 morti tra tutsi e hutu moderati.

Thérèse Kayikwamba Wagner, ministro degli Esteri congolese, ha sottolineato: “Il mondo sta guardando, ora però è arrivato il momento di agire. Ha poi aggiunto:  “Le forze armate ruandesi (RDF) hanno bloccato l’aeroporto di Goma, mettendo così in pericolo voli civili e umanitari e continuano ad attaccare i campi per gli sfollati”.

Mentre il rappresentante del Ruanda durante il Consiglio di sicurezza di ieri ha affermato che la recente militarizzazione della Repubblica Democratica del Congo rappresenta una minaccia senza precedenti per la sicurezza del suo Paese. La presenza di forze congolesi e mercenari è inaccettabile. “Nel frattempo, ha sottolineato, Kigali non rappresenta una minaccia per la MONUSCO, anche se ora sta andando oltre il proprio mandato”.

Il rappresentante ruandese ha poi concluso il suo intervento con queste parole: “La comunità internazionale deve assumersi la sua parte di responsabilità per l’attuale conflitto. Noi siamo impegnati per una soluzione pacifica, ma la RD Congo deve svolgere un ruolo costruttivo e non può esternalizzare tali sforzi”.

L’M23 giura di difendere gli interessi tutsi, in particolare contro i miliziani FDLR.

Dal canto suo, Bintou Keita,  capo della Missione dell’ONU in Congo-K, ha confermato che i ribelli sono presenti vicino alla base di MONUSCO a Munigi, nella periferia nord di Goma. Ha inoltre esortato il Consiglio di Sicurezza a agire rapidamente, perché secondo lei l’M23 sta ricevendo rinforzi ruandesi nell’area di Goma.

Africa ExPress
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I video che pubblichiamo sono stati prodotti dagli stringer di Africa ExPress

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Guerra totale in Congo-K: truppe ruandesi attraversano la frontiera

Oggi alle 19:30 su Sky TG24 Massimo Alberizzi parla di Congo

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Stasera alle 19:30 il direttore di Africa ExPress Massimo Alberizzi su Sky TG24 – canale 50 del digitale terrestre, che si può vedere gratis, o via internet – parlerà della guerra che sta sconvolgendo il Congo. Il territorio dell’ex colonia belga dove è in atto il conflitto è ricchissimo e gli appetiti dei Paesi occidentali sono enormi.

 

La nemesi di Israele: accusa di antisemitismo quelle Nazioni Unite che l’hanno voluto

da Centro per la Riforma dello Stato
Giuseppe “Ino” Cassini*
25 gennaio 2025

“Il governo di Sua Maestà vede con favore la creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, purché non si pregiudichino i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche”. Questo scriveva nel 1917 il ministro degli Esteri britannico Balfour al banchiere Rothschild, principale referente del movimento sionista in Europa.

Ma come ha potuto un semplice “focolare” ebraico in Palestina diventare il “focolaio” di un conflitto che incendia il Medio Oriente da decenni?

Alla domanda ha indirettamente risposto Gideon Levy, editorialista di Ha’aretz: “Non era mai successo che un impero [il Regno Unito] promettesse una terra non sua [la Palestina] a un popolo che non ci vive [gli ebrei] senza chiedere il permesso a chi ci abita [i palestinesi]”.

Effettivamente, in Palestina vivevano all’epoca soltanto 50.000 sabra (ebrei locali) a fronte di 500.000 arabi tra musulmani, cristiani e drusi.

Tre milizie sioniste

Col tempo la popolazione aumentò; e nel dopoguerra gli ebrei scampati ai pogrom e ai lager affluirono in massa, espellendo a forza un milione di palestinesi. Una “pulizia etnica” operata con qualsiasi mezzo.

Tre milizie sioniste (l’Irgun, la Haganà e la banda Stern) si specializzarono in attentati terroristici nei villaggi e a Gerusalemme: il 22 luglio 1946 l’esplosione all’Hotel King David provocò 91 vittime e il 6 gennaio 1948 toccò all’Hotel Semiramis (26 vittime).

Armamenti High tech

Dal 1948 ogni guerra scatenata dai governi arabi si è conclusa rafforzando Israele, che con l’aiuto della Francia si è dotato anche dell’arma nucleare e ora è inserito fra i primi cinque venditori al mondo d’armamenti high tech (con il contributo annuo di 3,8 miliardi di dollari gentilmente offerti dal Pentagono).

John Kerry, ex segretario di Stato USA

“Vogliono tutto – borbottava John Kerry quando era Segretario di Stato – la terra altrui, i soldi nostri, le atomiche loro”. Lo riconosceva già cinquant’anni fa Moshe Dayan: “I nostri amici americani ci offrono soldi, armi e consigli. Noi incassiamo i soldi, prendiamo le armi e snobbiamo i consigli”.

La tragedia toccò l’acme nel 1956, quando Israele si unì a francesi e inglesi nel bombardamento di Suez: un dilemma per le comunità ebraiche d’Egitto, Iraq, Siria e Maghreb, prese tra due fuochi (a Baghdad gli ebrei erano un quarto degli abitanti). Ovviamente i governi arabi confiscarono i beni di chi era partito.

Intanto, Israele vittoriosa e ben finanziata si lanciò in una politica d’immigrazione a tutto campo. Dalla sola Russia sbarcarono un milione di ebrei, veri e falsi, digiuni di giudaismo (certuni si sono divertiti a disegnare svastiche sui muri).

Solo qualche intellettuale la giudicava un’operazione neo-coloniale ammantata di retorica del kibbutz.

Bastione dell’Europa

Qui iniziamo a capire perché Israele costituisca il “focolaio” di conflitti permanenti in Medio Oriente. Theodore Herzl, fondando nel 1897 il movimento sionista, sognava uno Stato “bastione dell’Europa contro l’Asia, avamposto della civiltà contro la barbarie”.

Così Israele fece di tutto per sradicare le comunità ebree dal Marocco fino allo Yemen, distruggendo quella fiorente convivenza secolare. Diceva Ben Gurion: “Dobbiamo lottare contro lo spirito levantino che corrompe gli individui e la società, e preservare gli autentici valori ebraici come si sono cristallizzati nella diaspora”.

Negazionismo della destra

E Abba Eban: “L’obiettivo è di inculcare in loro uno spirito occidentale, invece di farci trascinare verso un orientalismo contro natura”.

Fino alla radicale negazione da parte di Golda Meir (“I palestinesi non esistono”), ribadita dal ministro Smotrich: “Non esiste un popolo palestinese. Sapete chi è palestinese? Io sono palestinese!”.

Il negazionismo della destra israeliana arrivata al potere fa da inquietante contraltare all’assurdo negazionismo dei neonazisti riguardo alla Shoah.

Per anni senza processo

Oggi la “sola democrazia in Medio Oriente” discrimina chi ebreo non è: ha messo in carcere almeno una volta il 40 per cento dei palestinesi di sesso maschile, molti in “detenzione amministrativa” per anni senza processo; attua esecuzioni mirate senza rispettare le proprie leggi; vieta i matrimoni misti; ha costruito un muro divisorio con i Territori Occupati condannato dalla Corte Internazionale di Giustizia; ha popolato la Cisgiordania di 600.000 coloni illegali, molti ultraortodossi e avidi lettori della Bibbia (che però non dice che è lecito confiscare terre, sradicare uliveti e sparare su contadini inermi).

Il colpo di grazia a ogni speranza di pace è stato inferto da Netanyahu, disposto a ogni bassezza pur di sfuggire alla giustizia israeliana, e ora anche a quella internazionale.

Deferito alla Corte dell’Aia per crimini di guerra, vuole screditare l’ONU, ossia l’istituzione che ha tenuto a battesimo Israele consentendo alla diaspora di creare un proprio Stato nazionale.

Persona non grata

Mai prima d’ora un Segretario Generale dell’ONU era stato dichiarato “persona non grata”; è finito nella lista dei personaggi sgraditi a Netanyahu, che dal palco stesso dell’Assemblea Generale ha osato definire l’ONU “una palude antisemita”.

In sintesi, Israele ricusa la legittimità del diritto internazionale, tra gli applausi di Washington.

L’attuale governo italiano non è da meno: ha fatto discretamente sapere che Netanyahu, se venisse in Italia, non verrebbe deportato all’Aia.

Forse perché l’ospitalità è sacra? Certo, lo conferma la Bibbia: “Non opprimerai il forestiero” (Esodo 23,9).

Il problema è che nella Bibbia si trova anche il modo di giustificare l’occupazione della Palestina: ”Stabilirò il tuo confine dal Mare Rosso fino al mare dei Filistei e dal deserto fino al fiume” (Esodo, 23,31).

Sono migliaia i libri usciti per dimostrare che questo conflitto è il principale tumore dei molteplici focolai di instabilità in Medio Oriente. Eppure basterebbe una sola parola a spiegarlo: IMPUNITA’.

Giuseppe “Ino” Cassini*

*Giuseppe (Ino) Cassini è stato un diplomatico italiano, ambasciatore in Somalia e in Libano. Ha lavorato anche in Belgio, Algeria, Cuba, Stati Uniti, Ginevra (ONU). Autore di Gli anni del declino, La politica estera del governo Berlusconi (2001-2006) (Bruno Mondadori 2007) e dell’ebook Anatomia di una guerra, Quella “stupida” guerra in Iraq (Narcissus 2013), conosce bene l’America profonda, l’America che afferma: “Washington non è la soluzione, è il problema”.

La guerra continua in Cisgiordania ma lontano dalle telecamere

Guerra totale in Congo-K: truppe ruandesi attraversano la frontiera

Africa ExPress
Kinshasa, 26 gennaio 2024

Mentre scriviamo riceviamo una telefonata dall’aeroporto di Goma, capoluogo del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Durante la chiamata si sentono detonazioni di armi pesanti. E il nostro stringer conferma: “La situazione qui è grave, gravissima”.

Truppe ruandesi

Combattimenti sono attualmente in atto tra le forze armate di Kinshasa (FARDC) e quelle di Kigali (RDF) alle porte di Goma e, secondo i nostri stringer, truppe ruandesi sono entrate in territorio congolese ai punti di frontiera 12 e 13 tra Goma (RDC) e Giseny (Ruanda) oggi, poco dopo l’alba.

La popolazione di Goma in fuga

Altre informazioni, ma questa volta non confermate, parlano anche di truppe ugandesi che hanno attraversato il confine con il Congo, ma più a nord.

Morti caschi blu

Intanto MONUSCO ha fatto sapere questa mattina che durante l’ondata di aggressioni degli ultimi giorni da parte dei ribelli M23 sono morti 2 caschi blu. E in Sudafrica è polemica sulla presenza delle truppe di SADC (Missione della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale, in inglese Southern African Development Community): il loro contingente ha contato 7 vittime.

Truppe congolesi in marcia verso il fronte per respingere assalto M23 vicino Goma

SADC è presente nell’est della ex colonia belga dal dicembre 2023 per sostenere FARDC nella lotta contro i ribelli M23, sostenuti dal Ruanda.

Il numero dei feriti tra i caschi blu e i militari di SADC, tra questi alcuni gravi, non è ancora stato reso noto.

Secondo il comunicato di MONUSCO di domenica 26 gennaio 2025, la missione di pace sta evacuando tutto il personale non strettamente necessario.

Cittadinanza in ginocchio

A Goma manca tutto. La cittadinanza è terrorizzata. A causa dei combattimenti in corso nelle immediate vicinanze, il capoluogo è privo di corrente elettrica, è senza acqua e internet

Truppe congolesi schierare fuori Goma

Intanto Kinshasa ha richiamato tutti i suoi diplomatici da Kigali e il Palazzo di Vetro ha confermato la riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza per domani, lunedì.

Africa ExPress
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Notizia in aggiornamento

Ultima ora: Vista la gravità della situazione, il Consiglio di sicurezza è stato anticipato a oggi.

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Morti, feriti e sfollati: offensiva su larga scala dei ribelli M23 nell’est del Congo-K

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 gennaio 2025

Infuriano senza sosta i combattimenti nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, tanto che persino la comunità internazionale è preoccupata degli sviluppi delle ultime ore.

Consiglio Sicurezza

Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno ordinato ai loro connazionali di lasciare immediatamente Goma, capoluogo della travagliata provincia del Nord-Kivu, nell’est del Paese. Dietro richiesta di Kinshasa, il Consiglio di sicurezza dell’ONU si riunirà lunedì prossimo per un meeting d’urgenza per discutere dell’escalation del conflitto.

In Italia la Rete “Insieme per la Pace in Congo ha mandato una lettera a tutti i parlamentari europei per sollecitare un intervento politico delle istituzioni comunitarie nella ex colonia belga.

Combattimenti vicini a Goma

A solo una ventina di chilometri da Goma sono in atto feroci battaglie tra le forze armate congolesi (FARDC) e i ribelli M23.

Presenza militari di Kigali

Le Nazioni Unite hanno pubblicato in proposito un rapporto stilato da un gruppo di esperti. Nella loro ultima relazione hanno tra l’altro sottolineato che la presenza di truppe ruandesi in Congo-K è piuttosto consistente. Attualmente sarebbero dispiegati tra 3.000 e 4.000 uomini, che combattono accanto ai guerriglieri dell’M23. Le Forze di Difesa del Ruanda (FDR) dirigerebbero de facto le operazioni dei ribelli.

Escalation del conflitto nell’est del Congo-K

Il gruppo armato prende il nome da un accordo firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuto dal vicino Ruanda.

Morto governatore

Dopo l’uccisione del governatore militare del Nord-Kivu, Peter Cirimwami, il presidente del Congo-K, Felix Tshisekedi, ha presieduto personalmente una riunione strategica del Consiglio superiore della difesa.

Il governatore è morto al suo arrivo a Kinshasa dove era stato trasferito dopo essere stato colpito da un colpo di arma da fuoco. Era sul fronte di guerra, a Saké – la città dista una ventina di chilometri da Goma – da giovedì scorso.

Contingente SADC

Dal dicembre 2023 in Congo sono presenti le truppe di SADC (Missione della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale, in inglese Southern African Development Community), con 4.500 soldati provenienti da Malawi, Sudafrica e Tanzania. Sostengono le forze armate congolesi nella lotta contro i ribelli e finora hanno avuto solo un ferito.

Feriti caschi blu

Secondo la MONUSCO (Missione di pace dell’ONU nella RDC) alcuni caschi blu sono stati feriti. Le Forze di Reazione Rapida (QRF, l’unità d’élite della Missione ONU), sono state attivamente impegnate in intensi combattimenti con l’artiglieria pesante.

Wazalendo (cioè patroti)

Secondo quanto riporta Radio OKAPI, emittente e giornale online di MONUSCO, anche questa mattina la situazione è molto tesa attorno la città di Saké nel territorio di Nyiragongo, (Nord-Kivu).

L’esercito congolese sostenuto dai suoi alleati, in particolare i Wazalendo (patrioti in lingua swahli), le forze di pace della MONUSCO e i soldati della forza regionale SADC, stanno tentando di liberare le località di Mubambiro e Matcha, ancora occupate dai ribelli dell’M23, intorno al centro di Saké.

Congo-K: civili in fuga

Fonti locali hanno riportato che durante tutta notte e anche questa mattina si sono sentiti colpi di armi pesanti e leggere a Goma. I combattimenti molto vicini alla città hanno provocato guasti alla linea elettrica e in diversi quartieri manca la corrente.

Monito dell’ONU

Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha fermamente condannato le nuove offensive lanciate da M23, dopo il fallimento della mediazione tra Congo-K e Ruanda sotto l’egida dell’Angola. Il capo del Palazzo di Vetro ha chiesto ai ribelli di cessare immediatamente gli assalti e di rispettare il cessate il fuoco siglato l’estate scorsa.

Vista la presenza di forze ruandesi sul territorio congolese a sostegno dei ribelli, come esposto nel rapporto degli esperti dell’ONU, il portavoce di Guterres, Stéphane Dujarric, ha dichiarato: “Tutti gli attori devono rispettare la sovranità e l’integrità territoriale della RDC e cessare ogni sostegno ai gruppi armati, congolesi o stranieri”.

Il sanguinoso conflitto sta coinvolgendo anche le province di Ituri e del Sud Kivu (entrambe nell’est del Paese). A Nyundo (villaggio nel Sud Kivu), giovedì scorso sono stati uccisi due civili e diversi altri sono stati feriti durante scontri tra FARDC e M23. I ribelli, che volevano occupare il villaggio, sono stati però respinti dall’aviazione congolese.

“Proteggete i civili”

Con l’intensificarsi dei combattimenti, oltre 400mila persone sono fuggite dalle proprie case. L’UNHCR esorta tutte le parti a dare priorità alla protezione della popolazione, a rispettare la natura civile dei siti per sfollati e ad astenersi dall’uso di esplosivi e armi pesanti in tali aree.

Sfollati nel Congo-K vicino a Goma, Nord-Kivu

Gli ospedali sono quasi saturi di civili feriti. Donne, bambini e anziani vulnerabili vivono in condizioni di sovraffollamento e precarietà, con accesso limitato a cibo, acqua e servizi essenziali. Ma chi sente il grido di dolore della povera gente, dei bambini rimasti orfani, costretti a vivere nei campi per sfollati, derubati della loro infanzia e spesso senza protezione di un familiare?

 

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotorlgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

La pace può attendere: bloccati colloqui tra Congo-K e Ruanda

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