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Forti pressioni della Cina sul Sudafrica: la strategia per isolare Taiwan

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
11 febbraio 2025

La parola d’ordine di Pechino è: “Una sola Cina”. È diventata un mantra che il presidente cinese Xi Jinping ripete in ogni occasione. Gli serve per non far dimenticare ai Paesi sotto la sua influenza economica che Taiwan appartiene alla Cina.

L’ultimatum

L’ultimo caso sulla questione riguarda il Sudafrica che si trova nella situazione di dover “bullizzare” Taipei per conto di Pechino. Dopo una lettera dello scorso ottobre, a fine di gennaio, il Dipartimento per le Relazioni Internazionali e la Cooperazione (Dirco) del Sudafrica ha dato l’ultimatum all’Ufficio di collegamento di Taiwan.

Entro fine marzo l’ambasciata de facto di Taipei dovrà lasciare la capitale amministrativa sudafricana, Pretoria, e andare a Johannesburg. Ma viene anche declassata a Ufficio commerciale.

Da sin. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e il presidente cinese Xi Jinping

La risposta di Taiwan

Il 2 febbraio, dal Ministero degli Esteri taiwanese (MOFA), è arrivata la risposta al Dirco. “Il MOFA ribadisce che il governo di Taiwan rimane fermo nel suo rifiuto di accettare la violazione unilaterale del governo sudafricano dell’accordo bilaterale. Taiwan continuerà a comunicare con il Sudafrica sui principi di parità e dignità”.

Lin Chia-lung, ministro degli Esteri di Taiwan si è rifiutato di spostare la sede diplomatica a Johannesburg. Al parlamento del suo Paese ha dichiarato: “Il nostro ufficio è ancora in funzione e rimarrà nella capitale”.

South Africa-Taiwan Amity Association (Courtesy Taipei Liaison Office in the Republic of South Africa)

No entry al ministro sudafricano

Il recente viaggio a Taiwan di Ivan Meyer, politico di Alleanza Democratica, secondo partito sudafricano, non è per niente piaciuta alla Cina. Infatti il parlamentare, ministro dell’Agricoltura e Turismo della Provincia del Capo Occidentale sudafricano è oggi bandito dalla Cina.

A Meyer e la sua famiglia è stato vietato l’ingresso nella Repubblica Popolare Cinese, Hong Kong e Macao, oggi territori appartenenti alla Cina. Taiwan sostiene che Pechino voglia “punire” tutti coloro che hanno rapporti con l’Isola che considera suo territorio.

Il post su X, dell’ottobre scorso, del senatore USA Marco Rubio

“Bullismo diplomatico”

La questione tra Taipei e Pretoria hanno mosso anche Marco Rubio prima del suo incarico come segretario di Stato di Donald Trump. Su X, Rubio ha scritto: “Il governo sudafricano sta commettendo un grave errore cedendo alle richieste di Pechino. Il Sudafrica non dovrebbe essere vittima delle tattiche di bullismo diplomatico della Cina comunista”.

“Una sola Cina”

La pressione cinese su Pretoria è un altra tessera del puzzle che Pechino continua a inserire con arrogante insistenza riguardo a Taiwan. Il 5 febbraio, pochi giorni dopo l’ultimatum sudafricano contro la rappresentanza diplomatica di Taipei, il leader cinese Xi Jinping ha visitato il Kirghizistan. In una dichiarazione congiunta di Xi Jinping e Sadyr Japarov, presidente kirghiso, si afferma: “Taiwan è una parte inalienabile della Cina”.

Stesso copione nel giorno seguente. Il presidente cinese, il 6 febbraio, era in visita a Brunei dove ha incontrato il sultano Haji Hassanal Bolkiah Mu’izzaaddin Waddaulah. Le due parti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sulla cooperazione Cina-Brunei. Anche qui stesso mantra che l’Isola è una parte inalienabile della Cina.

La parola d’ordine “Una sola Cina” sta passando in tutti i Paesi che cooperano con il Dragone. Chi non si adegua sarà penalizzato.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Crediti foto:
Presidente Xi Jinping
Di 首相官邸 – Questo file è stato ricavato da un altro file, CC BY 4.0, Collegamento
Presidente Cylil Ramaphosa
Di 10 Downing Street – https://www.gov.uk/government/news/pm-uk-and-south-africa-will-turbocharge-growth-together, OGL 3, Collegamento

Altra vittoria di Putin: a febbraio in Sudafrica manovre militari marine con Russia e Cina

Terminate le seconde esercitazioni navali in Sudafrica con Russia e Cina in salsa anti-occidentale

Accordo Gibuti-Cina per costruire una base spaziale in Africa

Divorzio confermato tra Alleanza Stati del Sahel e Comunità Economica dell’Africa Occidentale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 febbraio 2025

Gli Stati dell’AES, Alleanza degli Stati del Sahel (Burkina Faso, Mali e Niger) sono ufficialmente usciti da ECOWAS (acronimo inglese per Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentali) mercoledì 29 gennaio 2025. Ouagadougou, Niamey e Bamako, governati da giunte militari di transizione dopo i colpi di Stato, avevano già manifestato un anno fa la loro ferma volontà di voler abbandonare l’organizzazione regionale. Ma secondo lo statuto di ECOWAS devono trascorrere 12 mesi per rendere effettivo il ritiro.

Gli Stati di AES (Mali, Burkina Faso, Niger) escono da ECOWAS

Fedeli al CFA

I tre Paesi sono però rimasti “fedeli” a UEMOA (Unione economica e monetaria ovest-africana), organizzazione internazionale che comprende 8 Stati africani (Mali, Burkina Faso, Niger, Benin, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Togo, Senegal), creata per promuovere l’integrazione economica tra quelli che   condividono una moneta comune, cioè il CFA, garantita dal franco francese e quindi dall’euro.

Per ora gli abitanti locali sperano in svolte economiche e politiche positive in seguito all’uscita da ECOWAS. Quest’ultima ha comunque chiarito che la sua porta rimane aperta qualora i Paesi dell’AES dovessero avere dei ripensamenti in futuro.

Nuovo passaporto

Le questioni aperte e ancora da risolvere tra ECOWAS e gli Stati saheliani restano ancora parecchie. Intanto le autorità di transizione militare hanno subito emesso un nuovo passaporto con la menzione AES, anche se i vecchi documenti di viaggio dell’organizzazione regionale saranno ancora validi fino alla loro scadenza.

Ibrahim Traoré, presidente del Burkina Faso, riceve il primo passaporto AES

L’introduzione del nuovo passaporto rappresenta un primo passo verso una più stretta cooperazione tra i tre Stati saheliani. E Ibrahim Traoré, capo dello Stato del Burkina Faso, è stato il primo a ricevere il nuovo documento valido per l’espatrio.

Contingente anti-terrorista

E per contrastare i jihadisti, i tre presidenti delle giunte militari – Ibrahim Traoré (Burkina Faso), Assimi Goïta (Mali) e Abdourahamane Tchiani (Niger) -hanno deciso di formare un nuovo contingente di 5000 militari composto dalla forze armate dei tre Paesi.

Cooperazione militare Mali – Senegal

Nei giorni scorsi Birame Diop, ministro della Difesa del Senegal si è recato a Bamako dove ha incontrato il suo omologo maliano, Sadio Camara. I colloqui si sono protratti per due giorni. I due ministri sono pronti ad avviare una più intensa collaborazione sul piano della sicurezza.

Senegal e Mali condividono una frontiera lunga oltre 400 chilometri e hanno parecchi problemi in comune. Tra gli altri lotta contro il terrorismo e l’estremismo violento, criminalità transfrontaliera, traffici illeciti e reti criminali. “Tutto ciò – ha sottolineato Diop – ci impone di unire i nostri sforzi”.

Terroristi senza freni

Intanto gli attacchi dei terroristi continuano senza sosta. L’ultimo risale a venerdì scorso in Mali, dove un convoglio scortato da militari governativi (FAMa) e mercenari di Wagner è stato assalito a pochi chilometri dal villaggio di Kobe. Era diretto a Ansongo, nel nord del Paese. La colonna era composta da 22 minibus, 8 camion, sei pullman grandi e una decina di autovetture.

Mali: attacco dei jihadisti a convoglio, scortato da militari e mercenari di Wagner

Uomini armati sono spuntati da entrambi i lati della strada e hanno aperto il fuoco contro il convoglio, sparando contro civili, militari e mercenari, uccidendo una trentina di persone e ferendone molti altri. Cinque camion sono stati incendiati, mentre le altre vetture sono poi ripartite senza aver subito danni.

I civili feriti sono stati portati all’ospedali di Gao, mentre i soldati e i russi sono stati trasportati al centro medico militare di Sévaré.

Secondo un testimone locale, i viaggiatori erano per lo più minatori, molti tra loro stranieri, che stavano andando verso il giacimento d’oro artigianale di Intahaka, non distante dal Niger, nella zona del tre frontiere (Mali,Niger, Burkina Faso). L’area di Ansongo è spesso teatro di attacchi dei terroristi del gruppo Stato Islamico del Grande Sahara (EIGS). Finora l’agguato non è stato ancora rivendicato.

Dal canto suo lo Stato maggiore delle forze armate ha parlato di 25 civili morti e di altri 13 feriti, mentre i soldati di FAMa avrebbero ucciso almeno 19 terroristi.

Attacchi a postazioni militari

Altre stragi anche in Burkina Faso. Finora però nessuna conferma o smentita dal regime di Ouagadougou. Domenica, 2 febbraio, i jihadisti di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), secondo quanto riferito da testimoni del luogo, hanno attaccato diverse postazioni militari a Djibo, nella provincia di Soum, nel nord del Paese, uccidendo venti persone tra militari e volontari per la Difesa della Patria (VDP, ausiliari civili dell’esercito). I terroristi hanno poi rivendicato gli attacchi.

D’altronde la città di Djibo, capoluogo della provincia di Soum, è sotto assedio di JNIM da tempo. Molti abitanti sono fuggiti lo scorso settembre in seguito all’ultimatum lanciato dai jihadisti affiliati a Al-Qaeda, di lasciare la città.

Violenze dell’esercito

Piovono anche nuove accuse sull’operato dell’esercito burkinabé. Testimoni raggiunti dai reporter di RFI hanno riferito che il 28 gennaio scorso i militari, appena arrivati a Koulango, nei pressi di Titabe, nel nord-est della ex colonia francese, hanno interrogato gli abitanti girando casa per casa e ucciso 23 persone.

Poche ore più tardi la stessa scena si è ripetuta a Tioutibe, sempre nella regione di Titabe. Secondo fonti contattate da RFI, tra le vittime ci sarebbero uomini, donne e persino neonati.

Violenze commesse dai militari nei confronti della popolazione non sono nuove nel Paese. Fatti simili sono già accaduti in altre zone del Burkina Faso, documentati dettagliatamente in un rapporto di Human Rights Watch, pubblicato nell’aprile dello scorso anno.

Via Croce Rossa dal Niger

E dopo aver dato il benservito ai militari francesi e al contingente USA, ora il regime di Niamey ha messo alla porta anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Le autorità non hanno fornito alcuna motivazione per questa decisione. Il governo ha semplicemente emesso una nota verbale per chiedere la chiusura degli uffici del CICR – presente nel Paese da ben 35 anni – e il rimpatrio immediato del personale straniero presente sul territorio.

Comitato Croce Rossa Internazionale espulso dal Niger

Un déjà vu. Meno di tre mesi fa anche la ONG francese ACTED e al suo partner nigerino APBE hanno dovuto chiudere i battenti. Nel 2020 sono stati uccisi 8 operatori umanitari della ONG – 2 nigerini e 6 cittadini d’oltralpe – in un agguato teso da un gruppo terrorista nel parco delle Giraffe, che dista solo una sessantina di chilometri dalla capitale.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

https://www.africa-express.info/2020/08/10/agguato-nella-riserva-delle-giraffe-in-niger-ammazzati-brutalmente-6-francesi-e-2-nigerini/

https://www.africa-express.info/2024/08/31/niger-dopo-francia-e-usa-via-anche-il-contingente-tedesco-resistono-le-truppe-della-missione-italiana/

https://www.africa-express.info/2024/04/13/via-gli-occidentali-arrivato-in-niger-il-primo-contingente-russo-ma-i-jihadisti-non-mollano/

https://www.africa-express.info/2024/11/24/agguato-in-mali-jihadisti-rivendicano-uccisione-di-6-mercenari-russi/

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Gaza: la Svizzera indaga sulla presenza di un criminale di guerra israeliano

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
8 febbraio 2025

Guerra a Gaza

E a proposito di attenzione mediatica ai fatti mediorientali, la Francia ha risposto con un appello dei suoi scienziati, che stanno boicottando fondi e aiuti dalla Russia,  come d’altronde anche quelli provenienti da Israele.

Scienziati francesi

Mediapart ospita infatti un sollecito di interruzione di qualsiasi collaborazione scientifica. Il documento è stato firmato da 500 scienziati e ricercatori delle Università di Francia, CNR, Inrae, Cirad, Ird, Ined, Inria. L’invito al rifiuto dei fondi è stato sottoscritto anche da molte associazioni e ONG per condannare il genocidio in corso nei Territori occupati e le multiple violazioni del diritto internazionale commesse dallo Stato di Israele.

https://blogs.mediapart.fr/les-invites-de-mediapart/blog/050225/500-scientifiques-interpellent-leurs-directions-sur-les-violations-du-droit-internatio

Medioriente senza guerra

Intanto in Israele circola un video che fa discutere e commuovere. Si tratta di uno smanettatore israeliano, un John Lennon d’Oriente, a regalarci con l’intelligenza artificiale un’idea di che cosa potrebbe essere il Medio Oriente senza più guerre.

Immaginare confini senza filo spinato da Sof Tov di Yoni Bloch

Si chiama Yoni Bloch e da alcuni anni ha creato una società con sede a New York e Tel Aviv per produrre video-musica in cui gli utenti possono intervenire cambiando le storie e persino il finale. Ma così non succede nella sua “Imagine” che si chiama Sof Tov (Felice Finale): è già una storia positiva e sta spopolando in Israele.

Si vedono ostaggi tutti liberati, autostrade che passano in territori palestinesi, auto che entrano in Siria e Libano dove non ci sono più confini spinati. L’ufficio di reclutamento dell’esercito ha chiuso e i fucili sono sotto chiave in una gabbia, pronti per essere rottamati. Si vede un’Unione del Medio Oriente e un treno bianco e rosso che porta gli israeliani fino in Egitto, senza alcun controllo. Il treno tocca anche Beirut e arriva a Damasco come ai vecchi tempi.

Un treno israeliano che arriva alle piramidi – il video di Yoni Bloch

Si vedono all’aeroporto Ben Gurion anche i voli per Teheran e abbracci di atleti e la Coppa del Mondo in cui si qualifica anche Israele. “Il video è un po’ esagerato e un po’ reale – ha detto Bloch a Canale 12, emittente israeliana – Lo scopo della canzone non è descrivere la realtà ma ricordare alla gente che non deve smettere di sognare”. Per vederlo integralmente: https://www.youtube.com/watch?v=erLAgHIP6UM

Mercenari USA a Gaza

Quello che ci restituisce la realtà è un po’ diverso. Secondo un’inchiesta di Reuters, una piccola agenzia del Nord Carolina, la UG Solution, sta reclutando contractor (cioè mercenari) da mandare a Gaza. Non certo per ricostruirla, ma per militalizzarla, come vi abbiamo raccontato nella traduzione: https://www.africa-express.info/2025/02/03/il-checkpoint-di-gaza-sara-presidiato-da-decine-di-mercenari-americani-armati/.

La notizia precede la dichiarazione del presidente americano, Donald Trump, del 4 febbraio sulla ricostruzione di Gaza, con “i palestinesi che andranno a vivere in Egitto o Giordania”. Sulla sparata di Trump ci sono una ridda di congetture: il suo entourage dice che era totalmente all’oscuro di questo progetto. Ma la tempistica sulla ricerca dei contractors ci fa pensare altrimenti.

Certo nella società israeliana si è creata una spaccatura. Questo scampolo di prima tranche di tregua ha dato ancor più spazio alle voci dei familiari degli ostaggi che ormai sono diventati una specie di sinistra del Paese. Mancano ancora nomi di ostaggi da rilasciare, persone che sarebbero nelle mani di Hamas e sui quali non ci sono ancora trattative in corso e quindi aumentano le pressioni dei familiari. La madre di due di loro, Sylvia Cunio, ha passato giornate davanti alla stanza del primo ministro a Gerusalemme.

A questo proposito e sulla militarizzazione della società israeliana è certo interessante ascoltare l’intervista al direttore esecutivo di B’Tselem, una ONG che monitora i Territori occupati e Gaza e il livello di sopraffazione cui sono quotidianamente sottoposti i palestinesi. Ecco qui Yuli Novak, intervistata da Fatima Bhutto di Al Jazeera.

https://www.youtube.com/watch?v=OcrbUNGNCWU

Premier israeliano da Trump

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, a destra, con il presidente USA, Donald Trump

Netanyahu non ha nessuna intenzione di ritirare l’esercito da Gaza e dal corridoio di Philadelphi, al confine con l’Egitto, come sarebbe previsto dalla seconda fase dell’accordo (che inizia lunedì 10 febbraio), ma piuttosto vuole rilanciare la guerra contro Hamas. Secondo Haaretz, quotidiano israeliano, il premier ne avrebbe discusso con Trump in occasione della sua vista a Washington.

Intanto si acuiscono i problemi economici di Israele. A fine marzo il governo Netanyahu sarà anche tenuto a redigere il bilancio.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Israele: altri articoli li trovate QUI

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Salviamo la cappella di Malindi! Firma la petizione di Africa Express

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Malindi, 6 febbraio 2025

English translation at the end

Un’importante testimonianza di enorme valore storico a Malindi rischia di scomparire, ingoiata dal cemento. E Africa Ex-Press lancia una petizione per salvarla.

Chi pensa che Malindi sia solo sole, mare, cielo azzurro si sbaglia. Nella città costiera keniota ci sono anche dei gioiellini storici che val la pena di visitare, giusto per far qualcosa di culturale e non solo di ludico.

Per esempio, è interessante una visita alla piccola cappella costruita nel 1502 dai membri dell’equipaggio portoghese che accompagnò Vasco de Gama nel suo secondo viaggio verso le Indie.

La piccola cappella di Vasco de Gama che sta per essere sommersa da una palazzina di cemento

Certo, non crediate di trovare affreschi o immagini come nelle chiese europee o etiopiche. Il valore di quella cappella è prevalentemente storico. E’ il primo edificio cristiano costruito in Africa orientale dove già per altro esistevano moschee, giacché quella costa del continente faceva parte del sultanato di Zanzibar, a sua volta tributario del sultano dell’Oman.

Il piccolo gioiellino storico è stato preservato nei secoli e in questi anni sottratto agli appetiti di chi voleva abbatterlo per costruire un edificio residenziale. Ora però, come si vede dalle immagini, rischia di venire ingoiato dal cemento di una palazzina che un’azienda cinese gli sta costruendo accanto. La sua destinazione è una sorta di mercato del pesce o un laboratorio per la lavorazione del pescato.

Al di là della legittima domanda “Chi gli ha dato i permessi necessari?” (la cui risposta è scontata in un Paese ad alto tasso di corruzione, ndr) la parte più sensibile della popolazione di Malindi, è insorta, si è rivolta ai giudici che hanno bloccato i lavori.

Ma i pescatori di Malindi, aizzati dai cinesi (probabilmente anche con cospicui versamenti di denaro), hanno risposto raccogliendo firme per invitare i magistrati a ribaltare la loro decisione.

Tra gli indignati contro questo mostro Franco De Paoli, chargé d’affaire dell’Ordine di Malta in Kenya, che ha mobilitato l’ambasciatore del Portogallo, il vescovo di Malindi, Willybar Lagho, la direttrice del museo di Malindi, Doris Kamuye, il nunzio apostolico in Kenya, vanMegen, il rappresentante dell’UNESCO e altre personalità politiche e del mondo diplomatico del Kenya. Tutti a difesa della piccola perla di Malindi.

Massimo A. Alberizzi
X: @malberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

FIRMA LA PETIZIONE CLICCANDO SUL LINK QUI SOTTO

English translation:

An important landmark of enormous historical value in Malindi is in danger of disappearing, swallowed by concrete. And Africa Ex-Press launches a petition to save it.

Those who think Malindi is just sun, sea, and blue skies are wrong. There are also historical gems in the Kenyan coastal city that are worth visiting, just to do something cultural and not just playful.

For example, it can be important a visit to the small chapel, built in 1502 by members of the Portuguese crew that accompanied Vasco de Gama on his second voyage to the Indies.

While the curch does not have frescoes or images it has an important historical value. It is the first Christian building built in East Africa where, by the way, mosques already existed, since that coast of the continent was part of the Sultanate of Zanzibar, itself a tributary of the Sultan of Oman.

The little historic gem has been preserved over the centuries and in recent years rescued from the appetites of those who wanted to tear it down to build a residential building now, however, as can be seen from the pictures, it is in danger of being swallowed up by the concrete of a building that a Chinese company is building next to it. Its intended use is as a kind of fish market or a workshop for processing the catch.

Beyond the legitimate question “Who gave him the necessary permits?” (the answer to which is a foregone conclusion in a country with a high rate of corruption, ed.) the most sensitive part of the population of Malindi rose up and turned to the judges who stopped the work.

But the fishermen of Malindi, egged on by the Chinese (probably also with hefty payments of money), responded by collecting signatures urging the magistrates to overturn their decision.

Among those outraged against this monster Franco De Paoli, chargé d’affaire of the Order of Malta in Kenya, who mobilized the ambassador of Portugal, the bishop of Malindi, the director of the Malindi museum, and other political and diplomatic figures in Kenya. All in defense of the little pearl of Malindi.

Massimo A. Alberizzi
X: @malberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

SIGN THE PETITION BY CLICKING ON THIS LINK
https://chng.it/622qJK5mM2

Si continua a morire in Sudan ma la guerra è sempre più lontana dai riflettori dei media

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 febbraio 2025

I dati dell’Organizzazioni delle Nazioni Unite parlano chiaro: la guerra che sta flagellando il Sudan da poco meno di 22 mesi, ha costretto a 11,3 milioni di persone a lasciare le proprie case. Tra questi 2,5 hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, mentre 8,8 sono sfollati. Ben 14 milioni di bambini necessitano assistenza urgente. I più non possono frequentare la scuola, derubati della loro infanzia, dell’istruzione. E non hanno nemmeno accesso all’assistenza sanitaria perché, nelle zone di conflitto, il 70 per cento degli ospedali non è operativo.

Crisi umanitaria

Impossibile contare i morti. Sono decine di migliaia e si continua a morire sotto le bombe, di stenti, di fame.

La sofferenza della popolazione sudanese

Eppure il conflitto in Sudan e la sua popolazione continuano ad essere ignorati da gran parte della dei media e dalla comunità internazionale.

I due generali, Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RSF), e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, de facto presidente e capo dell’esercito (SAF), continuano incessantemente la loro lotta per conquistare il potere. Entrambe le fazioni sono accusate di crimini di guerra. Sia Hemetti, un ex capo dei famigerati janjaweed, sia il capo dello Stato sudanese sono stati sanzionati dal Tesoro dell’amministrazione Biden, poco prima di cedere il testimone a quella di Donald Trump.

Marcia verso Khartoum

Intanto l’esercito sta avanzando verso il centro di Khartoum, nelle mani dei paramilitari sin dall’inizio della guerra. Le RSF negano però che i loro uomini stiano fuggendo dalla capitale. “I combattimenti continuano”, ha dichiarato sui social network Mek Abu Shotal, uno dei leader dei miliziani. Mentre Hassan al-Turabi, un altro responsabile delle RSF, durante una conferenza stampa di pochi giorni fa ha sottolineato che “Il gruppo è sempre coeso e in grado di sconfiggere il nemico e non permetterà all’esercito di entrare a Khartoum”.

Nelle ultime settimane gli attacchi si sono nuovamente intensificati in diverse aree del Paese.

SAF riconquista Wad Madira nello Stato di La Gezira

E l’esercito ha fatto sapere di aver riconquistato Umm Rawaba, situata su un’autostrada strategica che collega il Nord Kordofan al Sudan centrale. Da fine gennaio anche Wad Madira, nello Stato di La Gezira è nuovamente nelle mani dei governativi. Migliaia di sfollati stanno tornando a casa, ma molti non troveranno più nulla. Molte abitazioni sono state saccheggiate, danneggiate, distrutte mentre la zona era sotto il controllo dei miliziani.

Chiesta no-fly zone

Bombardamenti su bombardamenti in molte zone. Anche questa settimana l’aeronautica militare di Khartoum ha lanciato bombe su Nyala, capoluogo del Sud Darfur. Ben 34 persone sono state uccise. Mohamed Ahmed Hassan, capo dell’amministrazione civile del Sud Darfur ha rinnovato il suo appello alla comunità internazionale affinché imponga una no-fly zone in Darfur, in particolare sul capoluogo del Sud Darfur, già oggetto di numerosi attacchi da quando è in mano ai ribelli dall’ottobre 2023.

Civili morti

Clémentine Nkweta-Salami, coordinatrice di OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari) in Sudan, ha denunciato un sanguinoso attacco a Omdurman, città gemella di Khartoum, sull’altra sponda del Nilo, in un’area controllata dai governativi. In seguito a bombardamenti aerei e artiglieria pesante, gli uomini di Hemetti avrebbero ucciso almeno 56 persone e ferito altre 158 che si trovavano in un mercato orto-frutticolo del centro abitato. E prontamente martedì scorso le RSF, con nuovi raid aerei, hanno centrato un ospedale della città, causando almeno una quarantina di vittime.

La coordinatrice ha severamente condannato anche le altre recenti aggressioni nel Nord-Kordofan (nel centro del Paese) e nel Darfur occidentale. Ovviamente a farne le spese è sempre la popolazione civile e, secondo l’ONU, tali offensive rappresentano gravissime violazioni dei diritti umani. Basti pensare che solamente la scorsa settimana, secondo stime di AFP (riprendendo i dati dell’ONU e dei soccorritori) sarebbero state uccise almeno 191 persone.

Crisi con Sud-Sudan

Intanto non si placano nemmeno le tensioni tra Juba e Khartoum, che accusa il Sud Sudan di appoggiare le RFS. E’ risaputo che almeno 5000 sud sudanesi combattono nei ranghi delle RFS, fatto che il governo di Salva Kiir non nega affatto. “Ma, ha precisato il ministro degli Esteri del Sud Sudan, il mio Paese ha sempre dichiarato la propria neutralità nel conflitto del Sudan”. Ha poi aggiunto che le dichiarazioni di Yasser al-Atta, vice comandante in capo dell’esercito sudanese, sarebbero false e pericolose e Juba le condanna fermamente. Il 20 gennaio al-Atta aveva detto che le RSF – che conta oltre centomila uomini – sono composte per il 65 per cento da sud sudanesi.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Sudan: esercito accusato di torture e omicidi di sud sudanesi

Addio all’Aga Khan: il Kenya è stato la sua seconda patria

Dal Nostro Corrispondente
Costantino Muscau
Nairobi, 5 febbraio 2025

Ei fu. Anche il Kenya, potremmo dire, ha il suo 5 maggio. È vero che l’annuncio ufficiale è arrivato poco dopo le 22,30 del 4 febbraio, direttamente dall’AKDN, (Aga Khan Development Network, ndr), ma è stato oggi, 5 febbraio, che il Paese ha preso coscienza e conoscenza della scomparsa di un personaggio che in 70 anni ha lasciato tracce profonde nella sanità, istruzione, cultura, economia di Nairobi e dintorni.

Aga Khan Hospital, Nairobi, Kenya

“Il principe Karim Al-Hussaini, Aga Khan IV, 49esimo Imam ereditario dei musulmani sciiti ismailiti e diretto discendente del profeta Maometto – si legge nell’annuncio –  è deceduto pacificamente ieri nella sua residenza di Lisbona, all’età di 88 anni, circondato dalla sua famiglia.

 

Giovani laureati all’università Aga Khan di Nairobi

Il Kenya è colpito, attonito, ma non muto. Anzi, ricordi e commemorazioni nella mattinata odierna si sono succeduti a ondate. L’Aga Khan University apre il suo sito con una foto del sorridente “leader visionario“ che nel 1983 la fondò“, per migliorare la qualità della vita nei Paesi in via di sviluppo attraverso l’insegnamento, ricerca e assistenza sanitaria di livello mondiale”.

Condoglianze dal mondo intero

Il presidente della Repubblica, William Ruto, ha dichiarato: ”Il mondo ha perso un leader straordinario che è andato oltre ciò che sembrava impossibile per aiutare i più vulnerabili attraverso le sue opere di beneficenza negli ospedali e nelle scuole”.

Il quotidiano Daily Nation, corazzata informativa, assieme al canale NTV, del National Media Group, la più grande società mediatica indipendente di Kenya, Tanzania, Uganda e Ruanda, di proprietà di Karim, trabocca di condoglianze e celebrazioni di ogni parte del pianeta: dal segretario dell’ONU, Antonio Guterres, a Re Carlo III, al primo ministro canadese, Justin Trudeau, al premio Nobel per la pace, la giovane pakistana Malala Yousafzai.

Agenzie sviluppo private

L’Aga Khan Development Network (AKDN), la rete di agenzie di sviluppo private e non confessionali fondata dal principe, che impiega 96 mila persone, “mentre onora l’eredità del fondatore ribadisce l’impegno a continuare a lavorare per migliorare la qualità della vita di individui e comunità in tutto il mondo, come lui desiderava, indipendentemente dalle loro affiliazioni religiose o origini”.

Può sembrare il tutto enfatico ed esagerato, ma spesso si sottovaluta che cosa abbiano significato per il Kenya, forse più che per il Pakistan, Bangladesh, Tajikistan, Afghanistan, Canada, Sardegna (con la Costa Smeralda), la figura e l’opera di questo miliardario amante del lusso, ma riservato e filantropo (seppure non proprio… disinteressato).

Karim Al-Hussaini, Aga Khan IV, 49esimo Imam ereditario dei musulmani sciiti ismailiti

Padre di 3 figli e una figlia, due mogli, padrone di un’isola alle Bahamas, di un jet, un superyacht, di cavalli di razza (famoso il leggendario Sherman), aveva la cittadinanza onoraria del Canada, quella britannica e quella portoghese, dove si trova una notevole comunità ismaelitica.

Seconda patria

Tuttavia il  Kenya e questa parte dell’Africa, per Karim, sono stati una seconda patria. Era nato a Ginevra il 13 dicembre 1936, da Aly Khan e dalla britannica Joan Buller, ma parte della sua infanzia la ha trascorsa proprio a Nairobi e a Mombasa, sull’oceano Indiano.-

E nel 1957 si trovava in Tanzania, dove si era trasferito con il padre, quando succedette al nonno quale discendente di Maometto e guida dei venti milioni di ismailiti. Il papà, infatti, era stato cacciato dalla linea di successione a causa del suo tumultuoso matrimonio con l’attrice americana Rita Hayworth.

Nominato successore

Dopo l’apertura del testamento, Aga Khan Development Network ha annunciato poche ore fa il successore di Karim Aga Khan. E, secondo le volontà del padre, Rahim Al-Hussaini Aga Khan V, il secondo dei quattro figli – il primo dei tre maschi – sarà il 50esimo Imam ereditario dei musulmani sciiti ismailiti e diretto discendente del profeta Maometto.

Istruzione e Sanità

A Nairobi, le più grandi istituzioni riguardanti l’istruzione e la sanità sono due punti di riferimento non solo storici, ma anche fisici.

Svettano infatti, nel quartiere indiano Parkland, le due torri di 37500 metri quadri, collegate da un ponte, progettate dallo studio di architetti di fama internazionale, Payette.

I rapporti tra la sua famiglia e il Kenya durano da oltre un secolo, la catena di ospedali e i centri medici distribuiti in tutto lo Stato (da Kisumu, a Mombasa, a Kericho, a Eldoret, a Kisi) è stata avviata oltre 70 anni fa. Intendiamoci: l’assistenza è qualificata, ma tutta privata.

Se non si hanno soldi, non si entra: le assicurazioni sanitarie, indispensabili per viaggiatori, operatori e turisti, sono  tutte convenzionate, ma se si vuole un trattamento adeguato è preferibile evitare la classe – diciamo così- popolare (cameroni che un paziente non si aspetterebbe in una struttura di questo, livello).

Meglio scegliere  la “business”, ovvero la stanza singola. Altrimenti son dolori: non solo si paga anche l’aria (o, meglio, l’acqua fisiologica, cerotti, insomma tutto), anche con prezzi un pochino più economici ma l’assistenza non è proprio il massimo.

Contrasto alla povertà

Comunque l’opera complessiva dell’AKDN in Kenya è stata utile, massiccia, ammirevole non solo nell’istruzione e salute, ma anche nel contrasto alla povertà, nella promozione del turismo e nella difesa dell’ambiente.

Nel 1996, Karim, in visita ufficiale, rafforzò i rapporti con il governo firmando un accordo di Cooperazione. Si calcola che gli interventi umanitari abbiano coinvolto in modo diretto 7 milioni di kenyani e 4 milioni in modo indiretto.

Protezione ambiente e natura

Un anno fa il principe Hussain Aga Khan, 50 anni, terzogenito di Karim, appassionato di immersioni, inaugurò una mostra di foto marine al museo nazionale del Kenya, a conferma del coinvolgimento della sua famiglia nella protezione della natura.

Nel 2009 aveva dato vita alla organizzazione senza scopo di lucro FON,  (Focused on nature) per sostenere gli habitat minacciati o in via di estinzione. L’anno prima suo padre era tornato nella capitale per l’ampliamento delle facoltà di Scienze della Salute e di Cardiologia e Cancro.

Emancipazione economica donne

Esattamente un anno fa era venuta in Kenya anche la primogenita, Zahara Aga Khan, 54 anni, per continuare, in pratica, il lavoro paterno. Incontrando il presidente Williams Ruto e la First Lady Rachel Ruto, “hanno esplorato opportunità di collaborazione in nuovi settori, quali, ad esempio, il progresso della emancipazione economica delle donne”.

Zahara Aga Khan con il presidente del Kenya, William Ruto

Come disse una volta lo scomparso principe “essere ricchi non è un peccato e l’Islam insegna tolleranza, compassione per i più vulnerabili e sostiene la dignità umana”.

Campione di pluralismo

Per questo, probabilmente, il riconoscimento più giusto e più degno per Aga Khan IV è quello riassunto nella biografia scritta dal giornalista viaggiatore e scrittore tanzaniano, Mansoor Ladha, “Aga Khan: bridge between East&West”.

“È stato la faccia moderata dell’Islam, campione di pluralismo, promotore dei valori dell’Islam miranti a ridurre l’estremismo e il radicalismo. Un ponte tra l’Oriente e l’Occidente”.

Costantino Muscau
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Il Congo-K accusa: “La pubblicità calcistica ‘Visit Rwanda’ gronda di sangue”

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Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, 4 febbraio 2025

Rwanda, Rwanda, il sole splende in Rwanda. Le nuvole scure della tristezza se ne sono andate. Dio le ha spazzate via. L’amore prevarrà”. Questa la colonna sonora eseguita dal cantante ivoriano Alpha Blondy di un toccante e suggestivo video pubblicitario. Ora però arrivano accuse che oscurano quelle meravigliose immagini del Paese dalle mille colline. Delle vere pallonate in faccia al regime di Kigali.

Sangue sulle sponsorizzazioni

Scende nel sanguinoso campo di battaglia dell’est del Congo un player inaspettato: il calcio. “Sono sponsorizzazioni grondanti di sangue, quelle fatte con il Rwanda. È ora di dire basta”.

Maglia dei giocatori dell’Arsenal

Questo ha messo per iscritto il ministro degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, Therese Kayikwamba Wagner, 42 anni, in una lettera inviata a tre importantissimi club europei, l’Arsenal, di Londra, il tedesco Bayern Monaco e il francese Paris Saint Germain.

Basta pubblicità

Contiene l’invito esplicito a interrompere i loro accordi pubblicitari con “Visit Rwanda”, la colossale e patinata campagna di propaganda turistica per il piccolo Stato dell’Africa orientale.

Accuse pesanti

La ministra ha accusato i tre giganti del calcio mondiale di essere “direttamente responsabili della situazione disastrosa” nella guerra in corso da anni nel suo Paese. L‘Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che quest’anno oltre 400.000 persone siano state costrette ad abbandonare le proprie case con 4 mila soldati ruandesi attivi nell’area insieme al gruppo ribelle M23, sostenuto dal governo di Paul Kagame, presidente del Ruanda, e composto prevalentemente da elementi di etnia Tutsi.

Solo difesa

Il governo ruandese respinge ogni accusa. Dichiara di difendersi e denuncia l’esercito congolese di essersi alleato con gli hutu per attaccare i tutsi in Congo e minacciare quindi il Rwanda. Inutile ricordare che il Paese delle mille colline nel 1994 fu teatro dell’agghiacciante genocidio nello scontro fra Hutu e Tutsi, molti dei quali si rifugiarono in Congo.

Congo-K: civili in fuga

Risorse depredate

Pochi giorni fa la ministra congolese aveva chiesto sanzioni e l’intervento del Consiglio di sicurezza dell’ONU, accusando il Rwanda di agire impunemente e di depredare le risorse del Congo. “Migliaia di persone sono intrappolate nella città di Goma, assediata, con accesso limitato a cibo, acqua, elettricità e sicurezza. Innumerevoli vite sono state perse. Quando è troppo, è troppo”, aveva detto la  Wagner.

Ora la ministra è scesa concretamente in campo, nel bellico e calcistico, con una trovata clamorosa, in pratica la richiesta di una “auto sanzione “.

Monito ai presidenti

Ha scritto alle tre società, in particolare al presidente del Bayern, Herbert Hainer, e ai proprietari dei Gunners (Arsenal), con i quali esiste il più antico accordo pubblicitario. In una lettera a Stan Kroenke e al figlio Josh, la Wagner ha ribadito quanto dichiarato all’Onu, ma puntando il dito: ”Il vostro sponsor è direttamente responsabile di quanto accade. Scrivo per mettere in discussione la moralità del vostro club, dei vostri sostenitori e dei vostri giocatori, sul perché continuate a collaborare con ‘Visit Rwanda”.

Secondo la Wagner, le forze sostenute dal Ruanda hanno saccheggiato “milioni di tonnellate di minerali”, riportandoli oltre confine e poi vendendoli sul mercato globale.

Minerali rubati

“Quanto siete certi che i soldi dei minerali ottenuti col sangue non vengano utilizzati per finanziare il vostro accordo?”, ha concluso.

L’appello è giunto proprio mentre il gruppo ribelle M23 ha conquistato Goma, la città più grande del Congo-K orientale. Il ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo ha commentato che negli obitori degli ospedali intorno a Goma, in seguito a questa offensiva, nella zona (ricca di oro, stagno e soprattutto di coltan) c’erano quasi 800 cadaveri.

Sportswashing

Da anni il Rwanda usa lo sport come strumento – ha ricordato l’altro giorno la BBC – per migliorare la propria immagine globale e la campagna Visit Rwanda ha sicuramente aumentato la notorietà del Paese, anche se la strategia pubblicitaria è definita dai critici come “sportswashing”.

Mondiali di ciclismo su strada

D’altra parte è nota la passione sportiva del presidente Paul Kagame, 67 anni, che ha annunciato la sua candidatura per organizzare una gara di Formula 1, mentre a settembre Kigali dovrebbe ospitare i Campionati mondiali di ciclismo su strada.

L’evento, il primo in terra d’Africa, è stato confermato il 31 gennaio dall’organismo di governo mondiale del ciclismo (UCI), perché – a suo dire -il Ruanda “rimane sicuro per il turismo e gli affari” e i combattimenti sono limitati alla Repubblica Democratica del Congo.

Tour du Rwanda

Così come è previsto il regolare svolgimento del 17esimo Tour du Rwanda, che inizia il 23 febbraio e si concluderà il 2 marzo, nonostante  le squadre in gara, tra la terza e la quarta tappa, pernottino a Rubavu, a 10 km da Goma.

Quanto al calcio, l’ Arsenal è stato il primo, con il logo sulla maglietta all’altezza dell’avambraccio sinistro, dei tre giganti calcistici a firmare, nel 2018, un accordo con la compagnia turistica statale ruandese, rinnovato nel 2021. Il valore economico sarebbe di 10 milioni di sterline (12,5 milioni di dollari/12 milioni di euro) all’anno per la squadra del nord di Londra.

Kagame tifoso dell’Arsenal

Non è un caso che il 9 aprile 2024, Paul Kagame, sia volato a Londra per assistere all’incontro di Champions League tra Arsenal e Bayern (in occasione del 30esimo anniversario del genocidio).

La società calcistica londinese in passato ha sostenuto che il contratto riguarda la promozione del  turismo, non il supporto alla leadership del Paese o a qualsiasi sua politica. “La  maglia dell’Arsenal viene vista 35 milioni di volte al giorno in tutto il mondo e la squadra è una delle più seguite a livello mondiale – avevano dichiarato i due contraenti al momento della stipula dell’accordo – il che consente a Visit Rwanda di essere vista nelle nazioni amanti del calcio ovunque e contribuisce a farla diventare una destinazione turistica e di investimento ancora più di successo”.

Visita ufficiale Arsenal 

Nonostante ciò, violente polemiche erano scoppiate quando la squadra non aveva rinunciato a una visita ufficiale nel Paese africano proprio nel momento in cui il  governo conservatore inglese aveva deciso di spedire in Rwanda gli immigrati senza documenti. (Un provvedimento poi fallito nella sua attuazione).

Football Academy

Nel 2019, è stato sottoscritto il contratto pubblicitario con il Paris St Germain valido fino al 2025. Nell’ambito della partnership, nel 2020 è stata fondata la Paris Saint-Germain Football Academy a Huye, nella provincia meridionale del Ruanda.

Football Academy del Paris Saint-Germain in Ruanda

Appena al 2023 risale invece la collaborazione con il Bayern Monaco: una partnership quinquennale per lo sviluppo del calcio e la promozione del turismo con il Rwanda.

Paradossalmente, l’FC Bayern Monaco, che sostiene di essere il più grande club sportivo del mondo con 150 milioni di follower sui social network, sarebbe la squadra più vicina alla ministra che lo ha messo nel mirino.

Origini anche tedesche

Therese Kayikwamba Wagner, ministro degli Esteri congolese

Therese Kayikwamba Wagner, infatti, è – come dice un suo cognome –  anche tedesca. Lo è da parte di padre, Johannes Wilhelm Wagner, originario del Nord Reno Vestfalia. Missionario cattolico, Wagner è giunto ventinovenne, nel 1966, in Congo, dove ha prestato servizio in una parrocchia popolare di Matete. Qui ha conosciuto Thérèse Kayikwamba Kabundji, per la quale, come si dice, ha gettato la tonaca alle ortiche, e l’ha sposata nel 1977, da cui ha avuto tre figli. Ora la ministra ha messo da parte i legami affettivi.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Altri articolo sulla guerra in Congo-K li trovare cliccando QUI

 

Kagame finanzia l’Arsenal (sua squadra del cuore) per promuovere il turismo in Ruanda

 

Il checkpoint di Gaza sarà presidiato da decine di mercenari americani armati

Reuters
Jonathan Landay e Aram Roston
Washington, 30 gennaio 2025

Secondo un portavoce dell’azienda e una mail di ricerca del personale visionata da Reuters, una piccola società di sicurezza statunitense sta assumendo quasi 100 veterani delle forze speciali americane per aiutare a gestire un posto di blocco a Gaza durante la tregua tra Israele e Hamas

Vengono introdotti così contractor americani armati nel cuore di una delle zone di conflitto più violente del mondo.

UG Solutions – una società di basso profilo fondata nel 2023 e con sede a Davidson, nella Carolina del Nord – offre a chi assume una tariffa giornaliera a partire da 1.100 dollari con un anticipo di 10.000 dollari ai veterani, si legge nella mail.

La Reuters il 7 gennaio ha riportato che funzionari emiratini avevano suggerito l’uso di contractor privati come parte di una forza di pace post-bellica a Gaza, e che l’idea aveva suscitato preoccupazione tra le nazioni occidentali.

Scontri a fuoco

Il dispiegamento di contractor statunitensi armati a Gaza, dove Hamas rimane una forza potente dopo 14 mesi di guerra, è senza precedenti e comporta il rischio che gli americani possano essere coinvolti nei combattimenti, mentre l’amministrazione del Presidente Donald Trump cerca di evitare che il conflitto tra Hamas e Israele si riaccenda.

Tra i rischi che corrono gli americani ci sono gli scontri a fuoco con i militanti islamici o con i palestinesi arrabbiati per il sostegno di Washington all’offensiva di Israele a Gaza. “È ovvio che si troveranno di fronte a una minaccia”, ha dichiarato Avi Melamed, ex funzionario dell’intelligence israeliana.

Il documento spiega che i contractor saranno armati con fucili M4, utilizzati dall’esercito israeliano e statunitense, e pistole Glock.

Le regole di ingaggio, che stabiliscono quando il personale di UG Solutions può aprire il fuoco, sono state finalizzate, ha dichiarato il portavoce. Ma non ha voluto rivelarle: “Abbiamo il diritto di difenderci”. Non ha voluto parlare neppure di come l’azienda si sia aggiudicata il contratto.

Ruolo dell’Egitto

Il viceministro degli Esteri israeliano Sharren Haskel ha dichiarato martedì ai giornalisti, senza nominare la UG Solutions o gli Stati Uniti, che Israele aveva chiesto che l’accordo includesse l’uso di una società privata.

Il suo compito sarebbe stato quello di lavorare con “una o più società di sicurezza egiziane” per aiutare a mantenere l’ordine e i flussi di aiuti umanitari a Gaza. Ma, ha commentato, resta da vedere se l’accordo “funziona davvero”.

Le precedenti tornate di negoziati per il cessate il fuoco sono state bloccate dalla richiesta israeliana di stabilire nel posto di blocco proprie truppe.

Negli ultimi giorni, testimoni a Gaza hanno descritto che il personale di sicurezza egiziano al checkpoint utilizzava scanner per cercare armi nascoste nei veicoli.

Fonte egiziana

Una fonte egiziana ha raccontato che gli egiziani al checkpoint hanno schierato forze speciali antiterrorismo addestrate negli ultimi mesi.

Un funzionario palestinese vicino ai colloqui, ha confermato che anche i contractor statunitensi saranno presenti al checkpoint, all’incrocio tra il corridoio Netzarim, che divide il nord e il sud di Gaza, e Salah al-Din Street, che separa l’est e l’ovest dell’enclave.

Reuters

Le posizioni approssimative dei due corridoi controllati da Israele che attraversano la Striscia di Gaza

Tuttavia, il funzionario ha affermato che gli appaltatori statunitensi saranno dislocati lontano dai residenti di passaggio e non dovranno avere a che fare con la popolazione locale.

La mail di UG Solutions diceva che la sua missione principale era “la gestione dei checkpoint interni e l’ispezione dei veicoli”. “Ci concentriamo solo sui veicoli”, ha puntualizzato il portavoce.

L’ufficio del primo ministro israeliano ha rifiutato di fornire ulteriori commenti sugli accordi di sicurezza. Il Dipartimento di Stato americano, il Ministero degli Esteri egiziano e Hamas non hanno risposto immediatamente alle richieste di commento.

I disastri dei contractor

In passato, il ricorso degli Stati Uniti a società di sicurezza private ha portato a disastri. Nel 2007, gli appaltatori della società Blackwater, ora defunta, hanno ucciso 14 civili nella piazza Al Nisour di Baghdad, scatenando una crisi diplomatica e indignando gli iracheni.

Un tribunale statunitense ha condannato quattro membri della Blackwater poi graziati da Trump durante il suo primo mandato.

Appesi a un ponte

Nel 2004, gli insorti di Fallujah, in Iraq, hanno ucciso quattro americani che lavoravano per la Blackwater e hanno appeso due dei loro corpi a un ponte, provocando una massiccia risposta militare statunitense.

Secondo il portavoce e un’altra fonte che ha familiarità con il contratto, i reclutati da UG Solutions lavoreranno con la Safe Reach Solutions, con sede negli Stati Uniti e si occupa di logistica e pianificazione.

Ogni assunto – spiega la mail – sarà coperto da un’assicurazione per morte accidentale e smembramento di 500.000 dollari e la paga giornaliera per gli ex medici delle forze speciali statunitensi salirà a 1.250 dollari.

Consorzio finanziato

Una fonte separata che ha familiarità con l’accordo ha svelato che Israele e “Paesi arabi” non meglio precisati coautori all’intesa stanno finanziando il consorzio.

Il governo degli Stati Uniti non ha avuto alcun coinvolgimento diretto nella decisione di includere una società di sicurezza nell’accordo per il cessate il fuoco o nell’assegnazione del contratto, ha detto la fonte.

La narrazione della vittoria

Ahmed Fouad Alkhatib, un ricercatore del think-thank Atlantic Council, cresciuto a Gaza, ha minimizzato il pericolo per gli americani perché il loro ruolo nel ritorno dei civili palestinesi sfollati rafforza la rivendicazione di vittoria di Hamas su Israele.

“Persino Hamas, con tutta la sua orrenda retorica e le sue azioni, capisce che è proprio la presenza americana… ad alimentare la sua narrazione della vittoria”, ha affermato.

Devastata dai bombardamenti

Gaza è stata devastata dai bombardamenti israeliani durante 15 mesi di guerra iniziati dopo l’assalto di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023 che, secondo il bilancio israeliano, ha ucciso 1.200 persone e ne ha prese in ostaggio altre 250.

Quasi 47.000 palestinesi, per lo più civili, sono morti nei combattimenti.

Il 19 gennaio è iniziato un cessate il fuoco di 60 giorni: la prima fase dell’accordo mediato da Egitto e Qatar con il sostegno degli Stati Uniti.

Da allora, centinaia di migliaia di sfollati palestinesi hanno attraversato a piedi e in veicoli il checkpoint a nord verso Gaza City, in gran parte ridotta in macerie dai bombardamenti israeliani.

Società sconosciuta

Diversi operatori del settore della sicurezza privata hanno dichiarato a Reuters di non aver mai sentito parlare di UG Solutions.

L’unico funzionario della società elencato nei registri di costituzione dello Stato della Virginia è Jameson Govani, che non ha risposto ai messaggi telefonici. È descritto come un veterano delle Forze speciali statunitensi.

Una fonte del settore della sicurezza privata statunitense informata sul contratto di UG Solutions, parlando a condizione di non essere citata per nome, ha detto che sembrava rischioso dispiegare gli americani a Gaza e che temeva che il combattimento potesse scoppiare “molto velocemente”.

Attaccati o catturati

Non era chiaro cosa sarebbe successo se gli americani fossero stati attaccati o catturati, o quale legge nazionale avrebbe regolato le azioni dell’appaltatore.

La mail non spiega chi li avrebbe salvati. Il portavoce dell’UG ha detto che il documento era obsoleto e che le forze di reazione rapida sarebbero state disponibili. Non ha fornito ulteriori dettagli. “Siamo ben attrezzati per garantire la nostra sicurezza”, ha concluso.

Jonathan Landay e Aram Roston

L’articolo originale in inglese lo trovate qui

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Grida dal Silenzio: l’inferno delle donne afghane documentate da Maria Grazia Mazzola

Speciale per Africa ExPress
Francesca Canino
Febbraio 2025

Si è spenta la luce in Afghanistan dopo il ritorno dei Talebani a Kabul nel 2021. Oggi il popolo afgano è solo, povero e senza mezzi, ma a cambiare è stata soprattutto la condizione delle donne, ben illustrata in un servizio di Maria Grazia Mazzola, dal titolo “Grida dal silenzio”, andato in onda sulla Rai.

Relegate in casa

Dopo lunghe battaglie per la parità di genere, le donne afgane sedevano in Parlamento, erano in magistratura, nell’esercito, ma oggi la dittatura talebana le ha relegate in casa, vittime della violenza maschile, delle fustigazioni tornate in auge, del carcere in cui troppo spesso sono rinchiuse.

L’inferno delle donne afghane, relegate nelle quattro mura di casa

Depressione

Molte di loro sono depresse e tentano il suicidio. La discriminazione femminile è adesso una grossa piaga che peggiora di giorno in giorno nel silenzio della comunità internazionale.

Il ritiro delle forze occidentali da Kabul ha escluso le donne dai negoziati e ha delineato per loro la condizione di schiave.

Carcere a cielo aperto

L’Afghanistan è un Paese carcere, da cui alcune donne sono riuscite a fuggire all’estero e si prodigano per aiutare chi è rimasto e vive murata nella propria casa. Ma perché le donne afgane subiscono violenze, vengono bruciate, sono schiave di una società in cui vige l’apartheid di genere?

Povertà

Perché tanta cattiveria da parte degli uomini? Frustrazioni e ignoranza maschile stanno lentamente uccidendo le donne afgane, mentre il Paese sprofonda nella povertà assoluta. È l’ennesimo capolavoro americano in giro per il mondo, su cui, forse, si dovrebbe discutere di più.

Francesca Canino
francescacanino7@gmail.com
@CaninoFrancesca
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Gaza: si parla di ricostruzione ma la tregua non è la pace

350 anni per ripresa

Secondo le Nazioni Unite servono 500 milioni di dollari per bonificare Gaza da 42 milioni di tonnellate di macerie dei palazzi distrutti dalle bombe in 470 giorni di guerra. Un precedente calcolo dell’Onu pubblicato a ottobre scorso sottolineava che “una volta stabilito il cessate il fuoco, ci vorranno 350 anni per tornare ai livelli di crescita del 2022”, infatti si calcola che solo il danno alle infrastrutture causato negli attacchi tra il 7 ottobre 2023 e gennaio 2024 ammontassero a 18,5 milioni di dollari, 7 volte il Pil di Gaza del 2022.

I giornali israeliani (editoriale su Jerusalem Post di qualche giorno fa) ridono ancora sulla storia dei 350 anni, ma è evidente che il calcolo è fatto senza aiuti esterni di sorta, come se l’amministrazione palestinese dovesse rimettere tutto a posto con fondi dell’area.
https://www.un.org/unispal/wp-content/uploads/2024/10/n2426074.pdf

Jabalya, a nord di Gaza, 25 gennaio 2025, foto UNRWA

Gaza sta tornando a respirare, le famiglie stanno rientrando a Nord. I camion entrano finalmente da varchi chiusi per mesi, Erez, Zikim e anche Kerem Shalom e distribuiscono viveri e aiuti anche nel martoriato Nord della Striscia. Ne passano oltre 600 al giorno. Negli incontri di pace, l’ONU si è impegnata a distribuire cibo, aiuti e tende.

Il lavoro è immane: ci sono esplosivi disseminati ovunque, spazzatura da raccogliere nei quartieri, detriti da rimuovere con le ruspe e gli impianti di desalinizzazione stanno tornando in attività grazie all’arrivo del petrolio con le autobotti.

L’UNICEF il 14 gennaio ha portato 500 sedie a rotelle per bambini che non possono camminare.

Normalità surreale

Chiamarlo ritorno alla normalità resta surreale: ad esempio, durante questa fase di tregua, l’esercito israeliano ha precisato che i palestinesi possono percorrere al Rashid Street a piedi dalle 5 di mattina in poi (è quella che i palestinesi fanno non lontano dalla costa, per passare da Sud al Nord della Striscia), mentre per imboccare al Salah al-Din Road (una via più centrale che prima era la costola di scorrimento di Gaza City e nuovamente collega Nord e Sud) bisogna aspettare le 7 di mattina, in auto.

Le indicazioni dell’esercito occupante dicono anche che è vietato avvicinarsi alle truppe israeliane e cooperare con terroristi che trasporti armi da Nord a Sud della Striscia.

Dall’inizio della guerra, sono morti 47.306 palestinesi e l’esercito israeliano ha perso 406 soldati (per un totale di 1.605 persone tra israeliani e stranieri). A ridosso della tregua, iniziata il 19 gennaio, tra il 14 e il 19 gennaio sono morte 268 persone e ne sono state ferite 738. Tra il 20 e il 23 gennaio sono morte altre 65 persone e ferite 416.

Anche Palestinian Civil Defence che funge da SOS, vigili del fuoco e aiuti di ogni genere ha perso 99 dipendenti, uccisi sotto le bombe, 319 sono rimasti feriti e 17 su 21 centri della Striscia sono stati distrutti. Nonostante ciò in questi due anni hanno spento 22 mila incendi e risposto a 500 mila richieste di aiuto.

10mila dispersi

A Gaza si cercano i morti sotto le macerie: risultano disperse circa 10 mila persone. I sopravvissuti vogliono dare una degna sepoltura alle vittime della guerra. Eppure qualche miracolo succede come l’abbraccio tra una ragazzina e suo padre dopo mesi di divisione (fonte verificata dalla tv Al Jazeera).

https://www.instagram.com/reel/DFUz9H6q5u1/

Sanità in ginocchio

La situazione sanitaria continua ad essere allarmante. Il ministro della Sanità di Gaza, Maher Shamiyeh, ha dichiarato che nessun ospedale a Gaza funziona. I nosocomi del Nord sono completamente distrutti e non è stato ancora liberato il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, Hussam Abu Safia, arrestato insieme allo staff e alle infermiere.

Secondo l’intelligence israeliana era un colonnello di Hamas. Nel Nord della Striscia si sono contati oltre i 520 attacchi aerei e sono stati arrestati 2.260 lavoratori di centri medici e ospedali.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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