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Sudafrica, leader dell’opposizione spara a un comizio: 5 anni di galera

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 23 aprile 2026 Guilty!...

Maratona di Boston: miniera di dollari per gli atleti kenyani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 22 aprile 2026 C’è...
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Centrafrica, scuole occupate da gruppi armati: l’anno scolastico non comincia

Africa ExPress
Bangui, 29 settembre 2016

L’UNICEF  denuncia che migliaia di bambini e giovani non hanno potuto cominciare l’anno scolastico nella Repubblica Centrafricana (CAR), perché gruppi armati hanno occupato scuole e impedito l’accesso in alcune zone della ex colonia francese. “Le scuole non fanno parte del conflitto, non sono coinvolte politicamente”,  ha spiegato  Donaig Le Du, capo delle relazioni con i media dell’UNICEF nella Repubblica centrafricana e ha aggiunto: “Non bisogna impedire a nessun bambino di frequentare la scuola durante i conflitti”.

Bambini mostrano disegni di armi
Bambini mostrano disegni di armi

I caschi blu di MINUSCA (la missione dell’ONU nel CAR) hanno ordinato ai gruppi armati che hanno occupato le scuole di liberare immediatamente gli edifici. In caso contrario li sgombreranno con la forza.Una scuola su cinque è chiusa, poco più di quattrocento,  ad un bambino su tre viene così negata l’istruzione per mancanza di insegnanti, per problemi di sicurezza o perché sfollato o profugo. (http://www.africa-express.info/2016/09/19/senza-pace/)

Un Paese senza pace. E come sempre, sono i bambini a pagare il prezzo più alto.

Africa ExPress

 

 

Bongo rieletto in Gabon, opposizione accusa di brogli, dubbi degli osservatori stranieri

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 27 settembre 2016

Suo padre Omar Bongo presidente del Gabon per 41 anni durante un colloquio informale aveva spiegato: “Alle elezioni i brogli si fanno prima, non durante il voto”. Parlava non di se stesso, ma dei suoi colleghi africani. Qualche anno dopo avrebbe chiarito il significato di quella frase, chiudendo gli aeroporti del suo Paese per impedire al candidato dell’opposizione di arrivare in tempo per registrarsi alle presidenziali.

La cerimonia di insediamento di Ali Bongo
La cerimonia di insediamento di Ali Bongo

Suo figlio Ali Bongo Ondimba è stato meno scaltro e per vincere sul suo contendente, Jean Ping, ha dovuto aggiudicarsi (con i brogli sostengono in tanti) oltre il 90 per cento dei voti in uno dei collegi più importanti. Comunque, tra le proteste dell’opposizione e i dubbi degli osservatori internazionali, con un impercettibile vantaggio di 7000 voti, ha vinto le elezioni ed è stato proclamato presidente per il secondo mandato di sette anni.

Pascaline Bongo Ondimba
Pascaline Bongo Ondimba

E’ stata comunque una battaglia in famiglia. Jean Ping padre cinese, ex segretario dell’Unione Africana e, soprattutto, ex marito della sorella del presidente Ali Bongo, Pascaline, era uno degli eredi dell’enorme fortuna che il vecchio leader Omar Bongo ha accumulato nei 41 anni di dittatura.

Jean Ping con la moglie inali-ivoriana Jeanne-Therese
Jean Ping con la moglie inali-ivoriana Jeanne-Therese

Pascaline, una delle donne più influenti di tutta l’Africa, è ancora in ottimi rapporti con l’ex marito, ora sposato con Jeanne-Thérèse, un’italo ivoriana, grande amica della moglie del presidente della Costa D’Avorio, Dominique Ouattara. Non ha invece buone relazioni con il fratello che accusa tra l’altro di non essere figlio naturale di Omar Bongo, ma di essere stato adottato. In palio ci sono le enormi ricchezze di uno dei maggiori produttori di petrolio del continente.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Distrusse i templi: il vandalo di Timbuctù condannato a 9 anni dalla Corte dell’Aja

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 settembre 2016

I giudici della Corte penale internazionale (ICC) dell’Aja hanno condannato oggi Ahmad Al Faqi Al-Mahdi, alias Abu Tourab, a nove anni di detenzione per aver distrutto deliberatamente a Timbuctu, in Mali, nel 2012 i luoghi sacri, considerati patrimonio mondiale dall’UNESCO.

Mahdi, un ex militante di Ansar Dine, si è detto pentito dei crimini commessi e la Corte ne ha tenuto conto, anche se dai documenti in possesso dell’ICC si evince che nel 2012 Mahdi non solo aveva dato supporto logistico e morale durante gli attacchi, ma ha anche partecipato attivamente alla distruzione di cinque su nove monumenti, oltre che alla porta centenaria della moschea Sidi Yahia.

Ahmad Al Faqi Al Mahdi
Ahmad Al Faqi Al Mahdi

E’ la prima volta che una persona sospettata di essere un militante islamista viene giudicato dall’ICC ed è senza precedenti anche la sentenza, che senz’altro passerà alla storia. Sancisce infatti che “la distruzione del patrimonio culturale è un crimine di guerra”.

Secondo Erica Bussey, capo consulente legale di Amnesty International, il verdetto pronunciato oggi è un chiaro riconoscimento che attacchi a monumenti storici e religiosi possono distruggere l’identità e la cultura di un popolo e costituisce pertanto un crimine secondo il diritto internazionale.

“Durante il conflitto in Mali del 2012 sono state uccise, torturate, rapite, stuprate centinaia di civili”, ha sottolineato la Bussey e ha aggiunto: “L’ICC deve pertanto continuare ad investigare su questi crimini, commessi da tutte le parti coinvolte”.

Timbuktu, Mali
Timbuktu, Mali

 

Questa sentenza rappresenta comunque un primo passo verso una presa di coscienza e una maggiore responsabilità nei confronti di tutti i crimini commessi nel 2012.

scontri a Kidal, Mali
scontri a Kidal, Mali

La pace in Mali è ancora lontana. Proprio a Timbuktu è stata rapita per la seconda volta all’inizio dell’anno una missionaria svizzera, Béatrice Stockly. Il suo sequestro è stato rivendicato dal gruppo Emirato del Sahara, una fazione di Al Qaeda nel Maghreb Islamico  (AQMI) (http://www.africa-express.info/2016/01/30/al-qaeda-rivendica-il-rapimento-della-cooperante-svizzera-in-mali/). E’ ancora in mano ai suoi aguzzini, a distanza di nove mesi.

Proprio in questi giorni la Mediazione internazionale del Mali, che comprende l’ONU, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, l’Unione aAfricana, l’Unione Europea e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), ma in particolare  Ramtane Lamamra, ministro degli esteri dell’Algeria, capofila delle trattative, ha espresso il suo disappunto per il ritardo dell’applicazione del processo di pace e riconciliazione. Proprio nelle ultime settimane il gruppo Tuareg Imghad e alleati (Gatia, pro governo) e il coordinamento dei movimento pro AZAWAD (CMA ex ribelli) si sono scontrati nuovamenti a 85 chilometri a nord-est di Kidale. (http://www.africa-express.info/2016/08/22/14413/).

I mediatori hanno sottolineato che tutte le parti interessate e firmatari del Trattato di pace e di riconciliazione devono assolutamente mantenere gli accordi stipulati e di assumersi tutte le responsabilità che esso comporta. In particolare è stato chiesto al governo della ex-colonia francese di prendere le misure necessarie per una messa in opera diligente dell’Accordo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Uganda bloccato il gay pride, decine di arresti a Entebbe

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Africa ExPress
Kampala, 27 settembre 2016

Il ministro ugandese per l’etica e l’integrità, Simon Lokodo ha fatto bloccare dalle forze dell’ordine la gay pride, organizzata sul lago Vittoria a Entebbe.

La manifestazione dei gay dell'anno scorso in Uganda (foto AFP)
La manifestazione dei gay dell’anno scorso in Uganda (foto AFP)

In un comunicato il ministro ha condannato qualsiasi attività pubblica dei gay e ha sguinzagliato i poliziotti per arrestare gli attivisti che malgrado l’ammonimento di Lokodo avevano organizzato la parata. Ma sono stati bloccati all’entrata dell’Entebbe resort. Una dozzina di persone si sono allora date appuntamento in un secondo resort, ma qui, la polizia ha vietato l’ingresso. In seguito i più sono stati caricati in minibus, scortati dalle forze dell’ordine verso Kampala, la capitale dell’Uganda.

poster-2E’ la seconda volta quest’anno che  attivisti LGBTI (acronimo inglese per lesbian, gay, bisexual, trans, e/o intersex) cercano di organizzare un gay pride. All’inizio di agosto un concorso di bellezza è stato brutalmente interrotto e gli organizzatori sono stati tutti arrestati.

Non si capisce questo accanimento, visto che quattro anni di seguito tali eventi si sono svolti senza troppi problemi.

Proprio due anni fa la Corte Costituzionale ugandese ha dovuto cancellare le leggi draconiane contro lesbiche e gay per un vizio di forma (http://www.africa-express.info/2014/08/06/uganda-la-corte-costituzionale-cancella-la-legge-anti-gay/). Le norme omofoniche prevedevano persino l’ergastolo per gli omosessuali.poster

La società ugandese è profondamente conservatrice. I gay generalmente sono sottoposti a severe critiche e dunque l’abrogazione delle leggi che punivano l’omosessualità non è stata accolto con entusiasmo dalla maggior parte della popolazione.

Ancora oggi essere gay nella maggior parte dei Paesi africani anglofoni è considerato un reato, salvo qualche eccezione come  il Sudafrica, il Kenya e il Botswana, nella cui capitale, Gaborone, solo pochi giorni fa, le autorità hanno espulso un predicatore americano anti-gay. (http://www.africa-express.info/2016/09/21/botswana-espelle-pastore-americano-anti-gay/)

Africa Express

Voto truccato: la Corte Costituzionale del Gabon convalida il risultato elettorale

Africa ExPress
Libreville, 26 settembre 2016

Durante la notte tra venerdì e sabato, attorno all’una di notte, la Corte Costituzionale del Gabon ha convalidato la rielezione di Ali Bongo Ondimba. Ora è ufficialmente il presidente della ex colonia francese.

Il suo diretto avversario, Jean Ping, aveva deposto il ricorso presso la Suprema Corte senza farsi troppe illusioni, ben conscio che “La torre di Pisa pende sempre dalla parte del potere” . Con questa istanza l’opposizione aveva sperato di ottenere il riconteggio delle schede elettorali nel Haut Ogooué, Regione dove Bongo ha ottenuto un risultato eclatante: il novantacinque per cento dei consensi con una partecipazione al voto che si avvicina al cento per cento.

Ali Bongo Ondimba, presidente del Gabon
Ali Bongo Ondimba, presidente del Gabon

La tornata elettorale è stata criticata dagli osservatori occidentali. T>utti hanno contestato poca trasparenza (http://www.africa-express.info/2016/09/02/elezioni-presidenziali-gabon-poco-trasparenti/).

Secondo i risultati definitivi, Bongo si è aggiudicato il 50,66 per cento delle preferenze, mentre Ping, che è anche l’ex cognato del presidente, il  47,24 per cento.

Poco ore dopo l’annuncio della Corte Costituzionale, Bongo è apparso nell’emittente di Stato, invitando gli oppositori al dialogo. “Discuteremo insieme tutti gli aspetti e problemi della Nazione e ciò ci permetterà di scrivere un nuovo capitolo della storia del Gabon” ha sottolineato Bongo.

Invito al dialogo politico per evitare la contestazione, tattica cara già a suo padre, Omar Bongo.

Africa ExPress

 

Oltre due milioni e mezzo di rifugiati sul lago Ciad rischiano di morire di fame

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 settembre 2016

Attorno al lago Ciad  è in atto una delle peggiori crisi umanitarie del momento. Il bacino è  è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. La zona è abitata attualmente da 21 milioni di persone.

Gli abitanti sono quasi triplicati negli ultimi due anni, sono in molti ad essersi rifugiati qui dalla nord-est ella Nigeria.  Hanno dovuto lasciare i loro villaggi, le loro povere case a causa delle continue incursioni e gli attacchi kamikaze dei sanguinari jihadisti Boko Haram.

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Due milioni e 600 mila persone tra sfollati e rifugiati hanno cercato protezione nell’area e sono stati accolti per lo più dalle comunità locali, anche loro tra le più povere al mondo. Nove milioni e 200 mila  hanno bisogno di assistenza, 6,3 milioni di persone versano in grave crisi di insicurezza alimentare e necessitano di aiuti immediati, tra loro 572.000 bambini sono colpiti da denutrizione acuta severa.

Per far fronte a questa crisi umanitaria, l’ONU e le organizzazione non governative necessitano con la massima urgenza di oltre 550 milioni di dollari.  Un appello in questo senso il 23 settembre è stato fatto proprio  dal vice-segretario generale dell’ONU Jan Eliasson. Italia, Belgio, USA, Gran Bretagna e altri hanno assicurato un impegno finanziario di 163 milioni di dollari per il supporto umanitario nel bacino del Lago Ciad.

Stephen O’Brien, sottosegretario generale di OCHA (United Nations Office for the Coordination of humanitarian affairs) ha commentato così queste donazioni: “Dobbiamo usare queste nuove, importanti risorse extra per accelerare i nostri impegni  per salvare vite, assistere e portare aiuti alle persone in questa aerea così tormentata “.

Oltre agli aiuti immediati, bisogna pianificare progetti a lungo termine per lo sviluppo dell’aerea e sradicare le cause profonde di questa crisi.

Propositi eccellenti, ma sarà un’impresa ardua fermare definitivamente i sanguinari Boko Haram, principale causa dell’emergenza nel bacino del Lago Ciad.

All’inizio di agosto il gruppo terrorista nigeriano e l’ISIS hanno comunicato un cambiamento nella leadership di Boko Haram.  Il nuovo capo ora è Abu Musab al-Barnawi, ex portavoce del gruppo jihadista, ha sostituito Abubakar Shekau, leader dal 2009. Non dimentichiamoci che i sanguinari terroristi nel febbraio 2015 hanno giurato fedeltà all’ISIS e alla fine dello scorso anno oltre duemila militanti si sono trasferiti in Libia per combattere a fianco dell’ISIS. (http://www.africa-express.info/2015/12/02/i-boko-haram-nigeriani-scendono-in-libia-per-dar-manforte-ai-miliziani-dellisis/)

Dal 2009 i Boko Haram sono responsabili di oltre 20.000 morti e di 2,1 milioni tra sfollati e rifugiati, nonché delle morti che questa crisi umanitaria senza precedenti nel bacino del Lago Ciad sta causando.

Abubakar Shekau (sinistra), il nuovo leader dei Boko Haram, Abu Musab al-Barnawi (destra)
Abubakar Shekau (sinistra), il nuovo leader dei Boko Haram, Abu Musab al-Barnawi (destra)

Gli operatori umanitari spesso trovano notevoli difficoltà nel distribuire gli aiuti umanitari proprio a causa dei continui attacchi dei terroristi. Pur avendo ripreso i territori controllati dai Boko Haram, l’esercito nigeriano e la Forza multinazionale composta da truppe ciadiane, nigerine, camerunensi e, ovviamente nigeriane, non sono ancora riusciti a “bonificare” i territori del nord-est della Nigeria, il gigante dell’Africa che sta affrontando anche una seria crisi economica dall’agosto scorso.

Sei giorni fa, nel villaggio di Kwamjilari, che dista solo una trentina di chilometri da Chibok, dove  sono state rapite le studentesse nell’aprile 2014, i militanti hanno ucciso otto persone davanti a una chiesa, molti i feriti. Uomini armati sono arrivati in bicicletta e hanno sparato contro i fedeli all’uscita della funzione domenicale. Ma non si sono accontentati di sparare, hanno incendiato le povere case del villaggio e dato fuoco ai campi di mais.

La scorsa settimana è stato attaccato anche un convoglio di camion che trasportavano merci da Damboa a Maiduguri, la capitale del Borno State, scortato da militari. Sei persone sono state ammazzate, diversi i feriti, tra loro anche tre soldati. L’imboscata ad opera dei Boko Haram, è stata confermata dal direttore per le relazioni pubbliche dell’esercito nigeriano, Sani Usman.

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Questi attacchi continui dimostrano come la popolazione non riesce a tornare alla quotidianità, quanto sia difficile sopravvivere nel nord-est della ex-colonia britannica, dalla quale sempre più persone cercano di scappare, per trovare pace e una vita nuova in occidente. Spesso una fuga inutile, visti i rimpatri collettivi che vengono effettuati sistematicamente dal nostro governo: la Nigeria è considerato un Paese sicuro. Sicurissimo, visto che nel nord-est muoiono giornalmente un gran numero di bambini per denutrizione, no diciamolo chiaramente, muoiono per fame!

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Mozambico, crisi politico-militare tra governo e opposizione: firmato nuovo accordo

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 settembre 2016

C’è la speranza di una tregua nella guerra non dichiarata e nella crisi politico-militare tra il partito al governo Frelimo (Frente de libertação de Moçambique) e Renamo (Resistença nacional moçambicana) il maggiore partito di opposizione.

L’intervento di mediatori internazionali per il momento ha migliorato la situazione che diventava sempre più esplosiva facendo parlare solo le armi. Però, nonostante la presenza della mediazione internazionale, coordinata dall’Unione Europea le violenze continuano.

Rifugiati mozambicani in Malawi
Rifugiati mozambicani in Malawi

Attacchi armati e attentati
Il 12 agosto scorso le autorità di Murrumbala
, nella provincia di Zambezia 1.400 km nell’interno a nord della capitale Maputo, hanno dichiarato che presunti uomini armati Renamo hanno attaccato il quartier generale della polizia. Un secondo attacco è avvenuto a Mopeia, 150 km a sud di Murrumbala dove hanno preso d’assalto il centro sanitario, portato via materiale ospedaliero, incendiato un’auto della polizia e rubato quattro moto.

Una decina di giorni fa l’attacco delle forze armate mozambicane alla base dei ribelli Renamo, nel distretto di Murrumbala. L’operazione è stata confermata dal capo della polizia della Zambezia, Jacinto Felix.

Felix ha dichiarato all’Afp che “Le forze di sicurezza hanno preso d’assalto il quartier generale Renamo e sono riuscite a recuperare i beni che erano stati rubati nella zona”.

Pochi giorni prima Renamo aveva denunciato un attentato contro Ivone Soares, deputata e capo del gruppo parlamentare del partito mentre in auto era a Quelimane, 1.500 km sulla costa a nord della capitale. Un uomo in moto per due volte ha avvicinato l’auto della donna e ha sparato con un AK-47 ma l’arma si è inceppata.

In una nota Renamo ha dichiarato che “il tentativo di omicidio è opera degli squadroni della morte e si inquadra in una campagna di ostruzione dell’attività di opposizione che in nessun modo contribuisce alla pace e alla riconciliazione in Mozambico”.

Andando ancora indietro, lo scorso gennaio, a Beira, seconda città del Paese, Manuel Bissopo, numero due del partito Renamo e membro del parlamento mozambicano, è rimasto gravemente ferito in un attentato a colpi di kalashnikov mentre era sulla sua auto.

Anche il leader Renamo, Afonso Dhlakama, dice di essere nel mirino: ha affermato che ci sono stati due tentativi di assassinarlo da parte del governo.

Il partito al governo ha invece accusato Renamo di una serie di attacchi contro la polizia, centri sanitari e contro treni delle compagnie minerarie nell’area centrale e settentrionale del Paese. Afonso Dhlakama, ha ammesso la responsabilità Renamo in diversi attacchi per disperdere le forze di sicurezza nella zona di Gorongosa nota per essere una base-rifugio di Dhlakama durante la guerra civile.

Il capo Renamo ha negato gli attacchi alle colonne di auto scortate dai militari sull’autostrada N1 e l’imboscata contro due auto di Radio Mozambico e della Televisione del Mozambico sull’autostrada N7 nella provincia di Manica.

Da sinistra: l'ex presidente mozambicano Armando Guebuza e il leader Renamo Afonso Dhlakama, dopo la firma degli accordi di pace
Da sinistra: l’ex presidente mozambicano Armando Guebuza e il leader Renamo Afonso Dhlakama, dopo la firma degli accordi di pace

Il fallito accordo di pace
Tutto ciò accade dopo la firma
di un accordo di pace, nel settembre 2014, tra Afonso Dhlakama e l’allora presidente della repubblica Armando Guebuza. Un patto necessario per porre fine a un periodo di due anni di instabilità che prevedeva, dopo vari tentativi di disarmare la Renamo, la sua integrazione nell’esercito e la riforma della Commissione elettorale di sorveglianza.

L’annullamento dell’accordo Dhlakama-Guebuza è stato causato dal risultato delle elezioni presidenziali del 2014, vinte dal partito Frelimo con il 57 per cento dei suffragi risultato mai accettato Renamo (36,6). Il partito di Dhlakama ha rivendicato la vittoria avendo ottenuto la maggioranza in sei delle 10 regioni e ha accusato di brogli il partito al governo. Il leader Renamo era addirittura arrivato a minacciare la secessione delle province dove aveva avuto la maggioranza dei voti, cosa che probabilmente non sarebbe riuscito a fare.

Fuga della popolazione in Malawi
L’incapacità politica di rispettare gli accordi
da ambo le parti e la ripresa di scontri tra esercito regolare e miliziani Renamo nella provincia di Tete, a nord est del Paese, hanno causato la fuga delle popolazioni dei villaggi al confine con il Malawi. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), dai 1.300 del gennaio scorso, i profughi mozambicani rifugiati in Malawi sono diventati 11.500. Il governo di Blantyre ha deciso di riaprire un ex campo per rifugiati mozambicani chiuso dopo gli accordi di pace del 1992 a causa del crescente numero di persone in fuga dal confinante Mozambico.

La mediazione internazionale
Nel giugno scorso, dopo mesi di scontri armati tra forze di sicurezza e miliziani Renamo, per trovare una soluzione alla grave crisi, il neo presidente della repubblica Filipe Nyusi eletto nel 2014 e Afonso Dhlakama hanno raggiunto un accordo per aprire il dialogo alla presenza di mediatori internazionali.

La mediazione è partita il 18 luglio. A capo della delegazione Mario Raffaelli, presidente Amref, con don Angelo Romano della Comunità di Sant’Egidio. Raffaelli, ex sottosegretario agli Affari esteri per l’Africa (1983-1989) è stato capo mediatore del processo di pace in Mozambico tra il 1990 e il 1992 insieme a Matteo Zuppi della Comunità di Sant’Egidio e oggi arcivescovo di Bologna.

Delegazione internazionale coordinata dall'Unione europea
Delegazione internazionale coordinata dall’Unione europea

È del 13 settembre scorso la notizia che il governo mozambicano si è detto disponibile a modificare la Costituzione per permettere all’opposizione di governare nelle province in cui ha ottenuto la maggioranza alle ultime elezioni. Un cambiamento profondo visto che fino ad oggi i governatori delle province sono nominati dal presidente della repubblica.

Firmato un nuovo accordo
Il 17 settembre, alla presenza della delegazione internazionale, è stato firmato l’accordo tra Frelimo e Renamo che prevede di trovare al più presto i meccanismi legali per la nomina provvisoria dei governatori delle province amministrate dalla Renamo e la preparazione del pacchetto legislativo entro la fine di novembre 2016. Se tempi e accordi presi alla presenza dei mediatori UE verranno rispettati, sul Mozambico si potrebbero aprire nuovi interessanti scenari.


Sandro Pintus

sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Il presidente del Botswana espelle un pastore americano anti-gay

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 settembre 2016

“Bisognerebbe lapidare tutti gay e tutte le lesbiche” , ha dichiarato convinto Steve Anderson, un pastore americano famoso per il suo odio verso gli omosessuali, durante il suo brevissimo soggiorno in Botswana.

Il presidente del Botswana, Ian Khama, ha dichiarato ai reporter di Reuters di aver ordinato personalmente l’arresto e l’espulsione immediata del religioso omofobo..

La scorsa settimana anche il governo sudafricano aveva dichiarato Anderson persona non grata e invitato a lasciare immediatamente il Paese.

Steve Anderson, pastore USA anti-gay
Steve Anderson, pastore USA anti-gay

Il pastore statunitense, appartenente alla “ Faithful Word Baptist Church” in Arizona si era fatto notare per il suo odio contro gli omosessuali lo scorso giugno quando in un night club di Orlando, Florida, sono stati ammazzati barbaramente cinquanta gay. Allora Anderson aveva esclamato: “Cinquanta pedofili in meno in questo mondo”.

Khama ha preso questa drastica decisione dopo aver ascoltato le parole del pastore durante una trasmissione in una radio della capitale Gabarone.  Anderson, senza battere ciglio, ha dichiarato durante l’intervista: “Bisognerebbe uccidere tutti gay e tutte le lesbiche” e ha aggiunto: “Inoltre la Bibbia vieta alle donne di predicare nelle chiese “.Parole fortemente criticate dal presidente stesso. “Non possiamo tollerare persone che spargono odio in questo Paese; può farlo a casa sua, ma non qui”, ha sottolineato Khama.

Naturalmente Anderson ha negato l’espulsione dal Paese. “Me ne vado di mia spontanea volontà”, ha specificato. Durante la sua intervista alla radio ha affermato di aver raggiunto il Botswana proveniente dall’Etiopia.Si tratta ovviamente di pure invenzione, visto che il 13 settembre è stato sbattuto fuori dal Sudafrica e ha raggiunto il Botswana prima che le autorità competenti potessero diramare le sue generalità a tutti i punti di frontiera per evitare che entrasse in territorio botswano.

In tutta l’Africa anglofona, o quasi, sono state varate leggi draconiane contro gay e lesbiche negli ultimi anni. Basti pensare che il presidente del Gambia ha dichiarato la rappresentante dell’UE, Agnèse Guillaud, come persona non grata, motivando la sua espulsione così: “L’UE è troppo tollerante con gay e lesbiche” (http://www.africa-express.info/2015/06/07/leuropa-troppo-permissiva-con-gli-omosessuali-il-gambia-espelle-lambasciatore-dellunione/).

Anche la Nigeria nel 2014 ha varato leggi severissime contro gli omosessuali (http://www.africa-express.info/2014/01/24/nigeria-aperta-la-caccia-ai-gay-piu-importante-che-affrontare-la-guerra-alla-corruzione/).

La lista dei Paesi africani che si sono espressi contrari all’amore omosessuale è lunga, Sudafrica e Botswana sono le due mosche bianche dell’intero Continente.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it

Amnesty International accusa: in Nigeria la polizia usa regolarmente la tortura

Dalla Nostra Corrispondente
Blessing Akele
Benin City (Nigeria), 19 settembre 2016

Non è difficile credere al resoconto delle denunce raccolte dai cittadini nigeriani sulle violenze e torture della polizia, pubblicato in settembre da Amnesty International. Basta aver vissuto anche per un breve periodo nell’ex colonia britannica per capire che il sistema di protezione civile è un’utopia. Quasi inesistente. Diciamo “quasi” per non far torto a quella parte esigua dell’autorità che s’impegna, pur con grande difficoltà a svolgere onestamente il proprio lavoro.

Tutti in Nigeria sanno che la polizia è violenta oltre che corrotta. Quanto riportato da Amnesty International risponde a verità. Sono cose che normalmente accadono nell’assoluto disinteresse dei vertici istituzionali.

Camera di tortura (Nigeria)
Camera di tortura (Nigeria)

Numerosi cittadini delinquono: molti sono criminali incalliti, altri invece sono disperati e non hanno alternative, se non la miseria micidiale. Lo stato sociale in Nigeria non esiste. I leader politici e imprenditoriali devono ancora scoprire il concetto e farlo proprio. Anzi, meglio, lo conoscono ma se ne infischiano, dato che i fondi pubblici necessari per instaurare lo stato sociale vengono utilizzati per interessi privati. E così i sospettati di crimini che finiscono nella rete della polizia vivono i momenti più terribili della loro vita.

Per la polizia non c’è alcuna differenza tra una persona colta in flagranza di reato e un sospettato. La presunzione di innocenza non esiste. Sono entrambi colpevoli. E subiscono la tortura o sono intimiditi al fine di estorcer loro denaro per un eventuale rilascio. Ma può anche succedere che il malcapitato consegni i soldi e poi si senta dire che non basta. Quindi, nonostante aver pagato una tangente si resta in cella. La polizia può tutto questo perché l’ordinamento penale prevede quello che in Italia non è previsto: la cauzione. Come negli Stati Uniti d’America. La giustizia in Nigeria è questione di ricchezza e povertà.  In Nigeria l’istituto della cauzione diventa quello della estorsione dal momento in cui a stabilire il prezzo da pagare sono i poliziotti e non già l’autorità giudiziaria, secondo quanto stabilisce la legge.

La questione della tortura e della violenza della polizia è annosa. Persino il mitico cantautore Fela Kuti, negli anni Settanta aveva trattato l’argomento con una canzone dal titolo: “Unknown soldier” Nel testo naturalmente non mancano: “unknown police”, “unknown civilian” che equivalgono a “unknown government”.

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La storia della violenza della polizia dell’epoca di Fela Kuti, racconta che allora i poliziotti erano ancora più strafottenti. Brutalizzavano direttamente in strada i cittadini, che venivano impunemente picchiati e schiaffeggiati. Gli agenti si giustificavano sostenendo che i malcapitati erano rapinatori o ladri. E i civili inermi dovevano tacere, subire e ringraziare il cielo se tornavano a casa e non in ospedale. La Nigeria era così.

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Oggi le cose sono leggermente mutate. La differenza è che la gente viene portata nelle stazioni della polizia: gli atti di violenza sono rimasti gli stessi e gli arrestati ostici e recalcitranti subiscono le stesse torture.

I vertici della polizia sono al corrente di quanto accade. I politici, deputati e senatori, pure. Non agiscono perché consapevoli della necessità di fornire una valvola di sfogo alle forze dell’ordine. Ma i loro vertici (gli “Oga”, termine in slang nigeriano per definire i capi) maltrattano i sottoposti. Il tutto per sottrarre allo Stato i fondi previsti per l’aumento degli stipendi, per la formazione, per i materiali di lavoro. Chi protesta contro l’andazzo corruttivo, viene intimidito e zittito.

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I poliziotti e i loro capi e capetti  arrotondano i loro miseri stipendi con i proventi ottenuti con la violenza fisica, la tortura, l’intimidazione e l’estorsione. Gli attacchi per strada sono una routine, una cosa normale. I nigeriani sarebbero stupiti se non dovessero subire estorsioni, torture, intimidazioni..

thumbAmnesty International sostiene, che le istituzioni nigeriane (Parlamento e Senato) devono intervenire con precise norme che riconoscano la tortura come reato e puniscano severamente gli agenti della polizia che dovessero esercitarla.

Ma in Nigeria una riforma di questo genere non è semplice da attuare. Bisognerebbe innanzitutto cambiare gli uomini ai vertici delle istituzioni, (deputati, senatori, capi della polizia e persino il presidente e i componenti della presidenza), prima di poter presentare una simile proposta di legge.

In Nigeria esiste la pena di morte, seppure come estrema ratio. Non si può pensare che i suoi leader politici perdano il sonno o si pongano un problema di coscienza per i casi di tortura praticati dalla polizia.

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls

Rapiti due italiani e un canadese nel sud della Libia

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Africa ExPress
Tripoli, 19 settembre 2016 

Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni conferma di aver appreso oggi del rapimento di due cittadini italiani in Libia, precisamente a Ghat, nel sud-ovest della nostra ex-colonia, non lontano dal confine con il Niger e l’Algeria. Con loro è stato sequestrato anche un cittadino canadese. Bruno Cacace, Danilo Colengo e il loro collega canadese lavoravano per la CON.I.COS (Contratti Internazionali Costruzioni) di Mondovì, addetta alla manutenzione del piccolo aeroporto di Ghat. Secondo alcune informazioni non confermate nel 2011 i due dipendenti della CON.I.CONS siano stati rapiti e poi rilasciati.

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I tre viaggiavano su un fuoristrada guidato da un autista quando il mezzo è stato fermato alle prime ore di questa mattina. Per ora non sono state avanzate rivendicazioni da nessun gruppo.

Nasce spontanea una domanda: dopo il rapimento dei quattro italiani lo scorso anno e la tragica fine di due di loro, Fausto Piano e Salvatore Fallia, ammazzati a Sabrata, cosa ci facevano i nostri connazionali in una Libia ormai fuori ogni controllo e quanti italiani si trovano ancora nella nostra ex-colonia, esposti a gravi pericoli?

La mappa della Libia. Al confine con l'Algeria,verso il Niger si trova Ghat il villaggio dove sono stati rapiti gli italiani e il canadese
La mappa della Libia. Al confine con l’Algeria,verso il Niger si trova Ghat il villaggio dove sono stati rapiti gli italiani e il canadese

A Misurata si mormora che Khalifa Haftar abbia ingaggiato moltissimi merceneri sub-sahariani, per lo più dal Ciad e ribelli dal Sudan. C’è chi sostiene che sia stato proprio Haftar ad aver creato l’ISIS. La gente di Misurata disprezza i sub sahariani. Haftar, invece, sostiene il contrario; secondo lui l’ISIS è composto da tutti gli estremisti, Misurata compresa.

Lo stinger di Africa Express pochi giorni fa ha riferito telefonicamente da Bengasi che attualmente  la maggior parte dei componenti dell’ISIS, compresi i mercenari sub sahariani, attiva nella nostra ex-colonia si sia spostata da Sirte verso il sud. I dubbi su questa versione comunque restano.

Africa ExPress