Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 settembre 2016
A Kaga Bandoro, città situata nel centro della Repubblica Centrafricana (CAR) e nel vicino villaggio Ndomete sono state uccise oltre venti persone, molti altri sono stati feriti durante gli scontri tra uomini armati appartenenti agli ex-Séléka (alleanza di ribelli per lo più composta da musulmani) e militanti degli anti-balaka (gruppi armati composti per lo più cristiani e animisti). Gli abitanti terrorizzati, sono fuggiti nella foresta o hanno cercato ospitalità presso altre comunità vicine. Testimoni oculari riferiscono che a Ndomete i militanti ex-Séléka non hanno risparmiato nessuna casa. E’ stata una strage. Tra le vittime anche il capo del villaggio.
Kaga Bandoro, il campo dei rifugiati
Qualche giorno prima, il 16 settembre, membri di un gruppo armato hanno fatto irruzione nell’ospedale di Kaga Bandoro chiedendo con prepotenza cure immediate per un loro compagno, vittima di un incidente di automobile. Michel Yao, coordinatore umanitario ad interim e rappresentante dell’Organizzazione della sanità nel CAR ha condannato l’intrusione nell’ospedale e la violenza contro il personale sanitario.I pazienti, presi dal panico sono fuggiti terrorizzati.
Per ora il bilancio dei morti e dei feriti è ancora provvisorio. Tra i feriti gravi c’è un operatore umanitario .
In un comunicato, diffuso ieri da MINUSCA (“United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic”), ha chiesto ai responsabili di cessare immediatamente le ostilità, che gatto provocato la mortesi diverse persone. Il portavoce di MINUSCA ha sottolineato che chiunque alimenti questa nuova ondata di violenza nella prefettura di Nana Gribizi (la ex-colonia francese è suddivisa in quattordici prefetture) o altrove, con lo scopo di destabilizzare il Paese, sarà perseguito dalla legge. Nel comunicato fa anche appello alla popolazione locale di non cedere al desiderio di vendetta.
MINUSCA, in conformità al suo mandata, cioè proteggere la popolazione civile, ha deciso di rinforzare i propri dispositivi militari a Kaga Bandoro e Ndomete per evitare che la situazione deteriori ulteriormente. Peccato che non sempre la popolazione è stata protetta dal contingente di pace. Alcuni militari francesi sono inquisiti dalla Procura parigina per aver commesso violenze su minori. Sotto accusa per gli stessi reati anche alcuni caschi blu di MINUSCA. Sospetti terribili che non fanno onore né alla Francia, né all’ONU.
MINUSCA a Kaga-Bandoro
Come è stato preannunciato il 13 maggio scorso da François Hollande durante la sua ultima visita a Bangui, la capitale del Paese, la Francia ritirerà le proprie truppe dalla sua ex-colonia i primi di ottobre. ll contingente francese è presente nel Paese dal dicembre 2013. Forte di milleseicento uomini, autorizzata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’ONU con la risoluzione numero 2127, alla missione era stato assegnato il compito di disarmare gli ex-Séléka e gli anti-balaka .
La crisi era iniziata un anno prima, alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede un aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente musulmano della ex-colonia francese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.
Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana, fortemente voluta dal segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon. Le forze dell’Unione Africana del contingente MINUSCA presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) e le truppe francesi dell’operazione Sangaris si uniscono al contingente dell’ONU, che ha inviato 6500 soldati e 1000 poliziotti.
Faustin-Archange-Touadera, presidente del CAR
La popolazione e la comunità internazionale aveva riposto molte speranze nelle elezioni, nel nuovo presidente Faustin-Archange Touadéra, ma per ora i risultati desiderati non si sono realizzati.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) a fine luglio 2016 su una popolazione di 4,6 milioni, gli sfollati erano ancora 384.300, mentre i rifugiati nei Paesi confinanti 467.800. La guerra civile ha causata la morte di diverse migliaia di persone, per lo più civili.
A tutt’oggi la metà della popolazione necessita di aiuti alimentari. La gente è allo stremo e dalla fine di agosto un’epidemia di colera miete altri morti. Il “Humanitarian Pooled Fund” per il CAR ha stanziato la somma di 1,5 milioni di Dollari per far fronte a questa emergenza.
Drammi senza fine si consumano quotidianamente in questo Paese dell’Africa nel silenzio quasi totale dei media.
Special for Radio Dabanga
New York, 5th April 2016
A UN Security Council (UNSC) panel report that links Sudanese militia leader Musa Hilal to vast gold sales in Darfur, has been put on hold by Russia, thereby temporarily blocking the extension of contracts for the experts in the UN Monitoring Panel for Sudan.
As a Permanent Member of the UNSC with the power of veto, Russia seeks to redact key details on the Sudanese gold trade in the United Nations Security Council’s Panel of Experts’ report, and blocked its publication. The report also documents obstructions by the Sudanese government in investigating a deadly attack on Unamid peacekeepers in Darfur.
Former Janjaweed leader and tribal chief, Musa Hilal welcomed by his supporters at Khartoum Airport on 30 May 2015 (Saleh Ajab Aldor)
Musa Hilal, a key leader of the Janjaweed, the large numbers of militiamen on horseback who terrorised civilians in Darfur at the start of the conflict in 2003, earns about $54 million a year in profits from North Darfur’s Jebel ‘Amer. It is one of the largest unregulated gold mines in the conflict region, according to the confidential report obtained by Foreign Policy.
The panel’s report claims that the gold trade has put more than $123 million into the pockets of armed groups throughout Darfur, in addition to Hilal’s earnings. Russia’s demand to edit these paragraphs was met with rejection from the US and Western allies.
“Once these sections are edited, Russia will approve the publication,” a well-informed source in the UN told Radio Dabanga. “But taking out paragraphs nullifies the report’s credibility. Once this is allowed, other member states will want to edit sections to their advantage, too.”
Other findings by the panel have highlighted the failure of UN sanctions to constrain the ongoing fighting by the Sudanese military, allied militias, and opposition groups, that has kept the troubled region mired in a state of chaos and violence.
More attacks on Unamid
Foreign Policy magazine obtained the Panel of Expert’s report, which also documented a 225 percent increase in attacks against Unamid in the last year.
The Sudanese government refused the panel’s request to interview a suspect in an attack in May 2014 on the peacekeeping mission in North Darfur’s Kabkabiya, where militant Arab tribesmen opened fire on four Rwandan peacekeepers, killing one. Sudan’s refusal to make the suspect available “adversely affects the panel’s ability to gather information, including biometrics” needed to complete the investigation into the attack, according to the panel report.
The Sudanese Air Force, meanwhile, continues to deploy attack helicopters and Antonov An-26 bombers in violation of a UN arms embargo, according to the report. The panel also uncovered “clear evidence” that Sudan has deployed cluster munitions in Darfur.
The experts found that in general, violence was continuing in Darfur, reinforcing reports by Human Rights Watch that a government-backed armed group, the Rapid Support Forces, committed atrocities, including widespread sexual assault.
“Russia’s hold on the re-appointment of the panel members comes at the expense of their research time in Darfur.”
Russian opposition
Russia has also put on hold the appointment of the panel’s five members for the latest mandate. The panel should have taken office on 13 March, as the mandate in Resolution 1591 was extended in February. A well-informed source told Radio Dabanga that “starting that day, the mandate kicked-off; however no expert on Sudan has been appointed so far. It is a distressing fact that there is no active panel now that keeps track of the situation in Darfur.”
“Most likely, the pause also affects the quality of future reports from the panel, as it is left with a shorter time frame to travel to Sudan and Darfur, research, and write their report,” the source said.
The Panel of Experts is to provide a midterm update on its work to the UN Sanctions Committee no later than 12 August this year, and to submit a final report to the Security Council by 13 January 2017. “The tight schedule makes investigations on Darfur difficult.”
Gold sanctions
Resolution 1591 also placed a travel ban and asset freeze on those “impeding the peace process” in Darfur since 2005; individuals including Musa Hilal.
Hilal heads the Revolutionary Awakening Council (RAC), an association of his combatants and native administration leaders in North Darfur. Its military commanders have taken control of the Jebel ‘Amer gold mining area in El Sareif Beni Hussein locality. The RAC established a management board for the area in December 2014, announcing that all visitors have to be permitted by the board.
In the past, Russia, China, as well as some non-permanent Security Council members were opposed to an adjusted version of the resolution by the US and the UK, that would sanction individuals who impose illegal taxes on traditional gold miners and are engaged in illegal gold trafficking. The US Chargé D’Affaires in Khartoum was summoned by the Sudanese Foreign Ministry to explain the added restrictions in the draft resolution.
Gold has been the main source of income in Sudan since it became an oil importer when South Sudan seceded in 2011. Khartoum expects the country’s gold production to reach 100 tonnes this year.
Musa Hilal
The Janjaweed leader gained notoriety after conflicts in Darfur erupted into a full-scale war in April 2003. Hilal was released from prison and tasked by the Sudanese government with the mobilisation of militiamen, who mainly targeted unarmed civilians in the region and attacked Darfur villages.
After working as the presidential assistant for federal affairs, Hilal returned to North Darfur after 2013, where his fighters launched widespread attacks on government forces and allied militias.
Speciale per Africa ExPress Paola Rolletta Maputo, 15 settembre 2016
Finalmente una buona notizia. O quasi. L’arte africana contemporanea gode di buona salute. Da Settembre 2016 a Febbraio 2017 ci sono otto fiere dedicate all’arte africana, nel mondo.
Si sono appena chiusi i battenti della 9 edizione della Fiera d’Arte di Johannesburg, con 80 mostre divise in sei categorie, con gallerie e organizzazioni provenienti da 17 paesi africani, Europa e Stati Uniti. A breve apriranno i battenti, a Londra, della quarta edizione della fiera dell’arte africana contemporanea, organizzata da 1:5,4, l’iniziativa creata da Touria El Glaoui nel 2013.
Tra le piattaforme internazionali che dedicano all’Africa spazi ad hoc, come la nuova Fiera di Arte Africana di Parigi, ci sono gli incontri continentali di alto livello – che aiutano a sconquassare il ghetto dove finora è stata relegata l’arte africana – come la fiera d’arte di Kampala, di Dakar, di Addis Ababa, di Lagos, di Accra, di Cape Town…
Un dipinto di Lionel Smit
Dal 2004, quando venne organizzataAfrica Remix per supplire alla necessità di presentare in una grande esposizione la ricchezza dell’arte contemporanea africana e degli artisti della sua diaspora, l’arte contemporanea africana circola nelle grandi piattaforme e gli artisti (perlomeno alcuni!) finalmente sono considerati per la loro qualità e non per la loro appartenenza al continente. È il riconoscimento che c’è valore e questo si riflette nei prezzi di alcune case d’asta importanti. Nel 2006 un’opera di Gerard Sekoto venne battuta a 174.581 USD. Negli Stati Uniti, per esempio, l’opera di El Anatsui, Paths to the Okro Farm (2006) è stata venduta per 1.5 milioni di USD nel 2014.
Gonçalo Mabunda, l’arte di riciclare pistole e mitra
Sono quasi vent’anni che l’artista mozambicano Gonçalo Mabunda (Maputo, 1975) lavora residui bellici e li trasforma in arte. Con la fiamma ossidrica, proiettili, kalashnikov, pistole prendono nuova forma. Fuse, saldate, le armi diventano oggetti disarmanti.
Quelle sedie, o meglio dire troni, cattedre, (nella foto) che escono dalla fucina di Maputo, nella Avenida Karl Marx 1834, sono state motivo ricorrente, per molti anni, della sua scultura che si è fatta sempre più critica politica, di “riapertura del futuro”.
Ora sono anche le maschere di metalli riciclati, che rimettono al potere di trasformazione dell’arte nella precaria esistenza dell’umanità. Un messaggio importante quando in Mozambico la guerra che sembrava finita per sempre, continua sordida. Quella con le armi e quella con la finanza.
Come direbbe il filosofo Achille Mbembe, “coscienti della nostra precarietà come specie di fronte alle minacce, saremo capaci di superare la possibilità della estinzione totale dell’umanità aprendoci a questa nuova epoca, l’Età dell’Antropocene”.
Gallerie, aste, piattaforme artistiche, festival e fiere s’interessano all’arte africana contemporanea. Non già solo più all’arte di aereoporto[1], quella variante artigianale e locale dell’arte contemporanea cosmopolita che circola di fiera in fiera, in aereo naturalmente: produzioni un po’ così, fatte ad “arte” per differenti pubblici stranieri. In giro ci sono tante piattaforme che ancora definiscono geograficamente, quasi a creare un “a parte”, rafforzando lo status di “esotico” che nel XXI secolo è davvero provinciale, con aggiunta una dose di paternalismo che avvelena qualsiasi cosa.
Come esempio, è interessante notare come in Portogallo, i critici d’arte non abbiano mai organizzato una mostra della collezione africana di Jean Pigozzi, considerato uno squalo bianco ecc, e apprezzino, senza critica alcuna, la perfomance di Sindika Dokolo, il milionario congolese marito di Isabel dos Santos, figlia plurimilionaria del presidente angolano, che dello squalo ha tutte le caratteristiche, come scrive il critico d’arte portoghese, Alexandre Pomar.
Ma qualcosa sta cambiando. Quello che sta accadendo è un’attenzione critica, e economica, per l’arte prodotta da artisti africani nel continente e/o nella diaspora, anche se ancora l’Africa viene vista come “una identità singolare”, una single story, insomma. C’è chi dice che è il prezzo da pagare, “un male necessario” perché prima viene la visibilità, un “punto vendita”, poi, eventualmente gli artisti saranno inclusi in mostre che non hanno niente a che vedere con l’Africa.
Uno dei fattori è certamente la crescita economica, lo sviluppo infrastrutturale, l’aumento dell’investimento straniero e soprattutto il crescente numero di milionari nel continente, la diffusione – anche se ancora piuttosto ridotta – del collezionismo privato d’arte continentale. Ci sono, comunque, esempi piuttosto eclatanti come il milionario congolese Sindika Dokolo che però ha deciso di spostare il quartier generale della sua fondazione da Luanda a Porto, in Portogallo…
Fotografie di Justin Dingwall
Dal 2006, i prezzi dell’arte africana sono aumentati del 300%, scrive la rivista Ogojii, citando Giles Peppiant, direttore del dipartimento di arte africana della casa d’asta londinese Bonhams. E la tendenza è aumentare perché l’arte del continente è ancora sottovalutata. Joost Bosland, direttore della Stevenson Gallery, nel panel di discussione della Fiera d’Arte di Basilea (giugno 2016), ha detto che la visibilità dell’Arte Africana è importante dal punto di vista storico ma questa visibilità non si riflette ancora in termini economici.
Ci sono segnali interessanti anche se le leggi del mercato sono crudeli. Anche nell’arte. Il “carburante” iniettato al mondo dell’arte africano, sia in termini di collezionismo che di finanziamento, via ONG e filantropie varie, sta scemando per via della crisi.
C’è chi dice che dovranno essere proprio quegli artisti africani – rappresentati nelle gallerie fuori dal continente africano – che si sono affermati criticamente, economicamente e istituzionalmente, a promuovere e supportare lo sviluppo dell’arte nel continente. Insomma, il futuro è roseo, q.b.
[1] Concetto proposto da Frank McEwen, all’inizio degli anni 60, quando nel periodo delle indipendenze africane, lui insieme a Ulli Beier, Pancho Guedes e i loro amici artisti neri si interrogavano sul futuro dell’arte.
Speciale per AfricaExpress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 settembre 2016
Edgar Lungu, ha finalmente prestato il giuramento come presidente dello Zambia al National Heroes Stadio di Lusaka, la capitale del Paese, ieri, dopo un mese dalla sua contestata ri-elezione. Proprio lunedì è stata rigettata dalla Suprema Corte la petizione presentata dal partito all’opposizione, “United Party for National Development “(UPND) di bloccare l’insediamento ufficiale in quanto illegale e incostituzionale.
Lungu ha vinto questa tornata elettorale per una manciata di voti in più rispetto al suo rivale, Hakainde Hichilema. Il leader del partito al potere, il “Patriotic Front” (PF) ha riportato a casa il 50,35 per cento delle preferenze, mentre il suo antagonista dell’UPND il 47,67 per cento, secondo i dati del “Electoral Commission of Zambia” (ECZ) .
Il presidente Edgar Lungu
Migliaia di persone sono accorse allo stadio per ascoltare il discorso del presidente, che ha sottolineato: “Non c’è tempo per la vendetta. Dobbiamo restare uniti e in pace. C’è molto lavoro da fare”.
Fino a qualche anno fa lo Zambia era considerato uno dei Paesi africani emergenti dal punto di vista economico. Con la caduta del prezzo del rame, di cui lo Zambia è il secondo produttore del continente africano, le sue entrate si sono ridotte notevolmente. La chiusure di diverse miniere di rame ha prodotto migliaia di disoccupati. La siccità e la carenza nell’ approvvigionamento di corrente elettrica hanno avuto un ulteriore grave impatto negativo sull’economia.
Lungu dovrà affrontare non pochi problemi da subito. Oltre alla gravissima situazione economica, il nuovo governo dovrà confrontarsi con la crescente disoccupazione, l’elevato costo della vita, l’istruzione e il carente sistema sanitario. Non dimentichiamoci che l’infezione da HIV / AIDS, in questo Paese assume toni drammatici. Si stima che oltre il 12,9 per cento la popolazione adulta tra i 15 e i 49 anni ne sia colpita.
Il settanta per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e lo stipendio medio annuale pro capite si aggira sui 395 dollari.
Reali,il cibo tipico dello Zambia
La crescente inflazione ha fatto salire i prezzi dei beni di prima necessità alle stelle e buona parte della popolazione ha persino dovuto rinunciare al mealie-meal (una polenta di mais), piatto forte della tradizione culinaria zambiana e che non dovrebbe mai mancare sulle mense delle famiglie. Negli ultimi mesi i pomodori sono aumentati del 114 per cento, il mais in grani del 35 per cento e un rotolo di mealie-meal del trenta per cento.
La caduta del prezzo del rame sul mercato internazionale ha avuto un forte impatto negativo sull’economia del Paese, le cui entrate erano basate prevalentemente sull’esportazione di tale minerale. Su una popolazione di 14,98 milioni di persone, la disoccupazione giovanile è del 10,5 per cento. Giovani operai, manovali e persino i neo-laureati non riescono a trovare un impiego. Ciò ha portato alcuni ex-studenti universitari ad organizzare la “campagna dei pomodori”. Vestiti di tutto punto con toga e tocco hanno aperto dei banchetti informali nei mercati locali con la scritta “vendesi pomodori”. I laureati, che si erano illusi di poter aspirare a posizioni manageriali, si sono resi conto che il diploma ottenuto dopo tanti sacrifici anche da parte dei familiari per poter finanziari gli studi, si era ridotto ad un pezzo di carta senza valore.
Il governo aveva risposto ai giovani con un appello di mettersi in proprio e diventare imprenditori, ma i più non avevano, non hanno le risorse necessarie.
Analizzare questa tornata elettorale non è facile. Lungu ha vinto solo per una manciata di voti. Una piccola maggioranza della popolazione urbana e rurale ha forse voluto dimostrare fedeltà al PF, che li ha “salvati” dopo il malgoverno e la crescente corruzione del Movement for Multi-party Democracy (MMD,) al potere nel 2012. In questo caso vale il detto: “Meglio il diavolo che conosci già”.
Poi ci sono i giovani, in particolare quelli con interessi socio-politici, convinti che la politica di Lungu sia favorevole a loro e economicamente più sostenibile a lungo termine.
Il terzo punto è certamente di origine etnica. Erano in molti a mormorare che non avrebbero mai votato un presidente appartenente alla tribù Tonga cui appartiene Hakainde Hichilema.
Lungu ha puntato molto sulla divisione etnica, spargendo odio e sospetto nei confronti dei Tonga, un popolo molto chiuso. Peccato solo che il motto “One Zambia, one Nation” abbia tutt’altro significato.
Speciale per Africa ExPress Andrea Spinelli Barrile
Maratea, 13 settembre 2016
Tira una pessima aria in Guinea Equatoriale, piccolo paese africano all’estremo sud del Golfo di Guinea governato da quasi un quarantennio da uno dei “dinosauri” africani più spietati, il leader più longevo del continente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo.
Teodoro Obiang Nguema Mbaso, presidente dittatore della Guinea Equatoriale
Il figlio di Obiang, Teodorin Nguema Obiang, secondo vicepresidente della Repubblica, Ministro della Difesa e designato erede del padre, noto nel panorama internazionale tra i 15 casi di corruzione più clamorosi, una classifica stilata quest’anno dalla ong Trasparency International, è stato rinviato a giudizio in Francia per riciclaggio internazionale di denaro, appropriazione indebita di fondi pubblici, appropriazione indebita e corruzione.
La notizia, battuta mercoledì 7 settembre dall’Agence France-Presse, ha fatto immediatamente il giro del mondo: Nguema, che già in passato è stato protagonista di un altro processo per riciclaggio, appropriazione indebita e corruzione, questo negli Stati Uniti e conclusosi con un faraonico patteggiamento che il vice-capo di Stato africano non ha mai onorato, tanto dal convincere i magistrati americani a riaprire il caso. Quel processo americano fu possibile grazie alle prove fornite da un imprenditore italiano inizialmente indagato e poi completamente scagionato, Roberto Berardi, che ha pagato con il carcere quelle rivelazioni alla magistratura americana: due anni e mezzo di vero inferno in una delle peggiori prigioni di tutta l’Africa centrale, una storia che Africa ExPress ha raccontato dall’inizio alla fine e dalla quale Berardi è uscito vivo ma defraudato di ogni bene.
Da sin. Roberto Berardi al suo arrivo in Italia con il senatore Luigi Manconi e Andrea Spinelli Barrile
Il rinvio a giudizio del 47enne Nguema in Francia è il culmine, per ora, di un iter processuale travagliato fatto di ricorsi e scappatoie: i legali del vice-capo di Stato guineano le hanno provate davvero tutte per evitare al proprio cliente il processo francese ma dopo l’umiliante sequestro di beni in diretta televisiva – l’intero immobile nel quale c’è la sede dell’ambasciata parigina della Guinea Equatoriale, un palazzo ottocentesco in Avenue Foch, i beni mobili al suo interno, come la cantina di vini pregiati e la collezione di Yves Saint Laurent-Pierre Bergé, e una collezione di auto da fare invidia a un divo di Hollywood – e una sequela di ricorsi rigettati dalla procura, dal giudice e persino dalla Cassazione francese Nguema non ha più alternative se non il rendersi contumace.
L’inchiesta francese ha rivelato come Nguema abbia riciclato in Francia centinaia di milioni di euro di capitali di provenienza illecita tra il 2007 e il 2011, direttamente, per interposta persona o tramite società di copertura. Nel 2014 Nguema si era appellato all’immunità diplomatica, richiesta respinta nel 2015 dalla Cassazione, e nel giugno del 2016 si è persino rivolto alla Corte Internazionale di Giustizia de L’Aja, il più alto organo giudiziario delle Nazioni Unite, per porre fine al processo francese. William Bourdon, avvocato francese di Trasparency International e di Berardi e presidente della ong anti-corruzione Sherpa France, si è detto entusiasta del rinvio a giudizio: “Sarà il primo processo di questo tipo in Francia” ha dichiarato a Jeune Afrique.
Con un comunicato stampa del 12 settembre il Partido Democratico de Guinea Ecuatorial (PDGE) ha negato che Nguema sia stato rinviato a giudizio, parlando di “notizie false” e spiegando che il contenzioso è attualmente al vaglio della Corte Internazionale di Giustizia. La salute del “sovrano” Teodoro Obiang, el jefe de Estado, è un altro elemento di grande incertezza per il futuro del piccolo Paese africano: 74 anni di cui 37 trascorsi al potere, malato da tempo e logorato dalla lotta tra i suoi figli per la successione, Obiang è da anni inseguito da voci sulla sua imminente morte, se non fisica almeno politica, ma per il momento è lui che continua a mantenere il potere ben saldo nelle sue mani spesso interessandosi personalmente dei guai giudiziari della moglie e del figlio prediletto Teodorin.
Il cappio giudiziario stretto attorno al collo del rampollo della famiglia Obiang non è l’unico elemento critico che in questo momento il Paese deve affrontare sul piano internazionale, e non solo: il 18 luglio scorso Agapito Mba Mokuy, ministro degli Esteri della Guinea Equatoriale, è stato escluso dalla corsa per la presidenza della Commissione dell’Unione Africana. Sembrerebbe una notizia come le altre, se non fosse che il Presidente Obiang in quelle ore stava tessendo la sua tela diplomatica con incontri formali a Kigali, in Ruanda, con il ghanese Mahama e il ciadiano Deby. Infuriato e contrariato Obiang è rientrato a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale, prima ancora della fine dello spoglio delle schede, anticipando platealmente la partenza e mostrando il proprio disappunto. Un fatto, questo, che secondo una fonte diplomatica di Africa ExPress ad Addis Abeba, dove ha sede l’Unione Africana, mostrerebbe come l’UA abbia operato una scelta, in merito ai rapporti diplomatici con la Guinea Equatoriale: abbandonarla al suo destino.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale il PIL in Guinea dovrebbe calare non poco quest’anno, almeno del 10%: la diagnosi dell’FMI è “pessimistica” ma secondo le stime il Paese non dovrebbe tornare a crescere prima del 2021. Un’eternità. I bassi prezzi del petrolio sui mercati e un consistente calo della produzione di idrocarburi negli ultimi due anni per via della mancata modernizzazione dei principali impianti del Paese stanno mettendo in ginocchio l’economia della Guinea, che come quella di altri colossi petroliferi come il Venezuela, il Brasile, lo Zimbabwe, il Mozambico e l’Algeria, per fare alcuni esempi, si basa essenzialmente sull’estrazione e la vendita di petrolio all’estero (90% del PIL; 87% di ricavi e 89% delle esportazioni totali).
Nel rapporto pubblicato l’8 settembre 2016 dall’FMI il quadro tracciato è preoccupante, anche se non critico: la crescita è diminuita di mezzo punto percentuale negli ultimi quattro anni ma solo nel 2015 il PIL è diminuito del 7,4% e il trend è in costante discesa. La crisi petrolifera e i limitatissimi margini di guadagno fiscali, risicati perché negli anni le aziende estere sono già state abbondantemente saccheggiate dagli oligarchi al potere e perché nonostante il reddito pro-capite sia superiore ai 32.000 dollari l’anno la realtà è che l’85% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. La cleptocrazia che regna indisturbata la Guinea Equatoriale da decenni ha tirato troppo la corda e oggi i capitali restano stipati nei container che gli oligarchi e la famiglia Obiang hanno nascosto nell’impenetrabile foresta ma il Paese è sempre più allo sfascio.
Le violenze nel vicino Gabon sono un altro elemento di incertezza, in questo caso non solo per la Guinea Equatoriale ma per l’intera regione: un’incertezza talmente grave che Teodoro Obiang, amico da sempre dei Bongo – padre e figlio – ha invitato il presidente gabonese a lasciar perdere e mollare il colpo in favore del suo oppositore Jean Ping. Un voltafaccia che potrebbe essere solo l’ennesimo tentativo di ingraziarsi la Francia, che ha apertamente condannato le violenze ed espresso vicinanza all’esponente dell’opposizione, schierandosi di fatto con lui, un tentativo che tuttavia non sembra essere andato a buon fine.
A completare il quadro critico del piccolo ma ricchissimo Paese africano ci sono le notizie stampa, rimbalzate in tutto il mondo, circa “il dittatore più terrificante del mondo”: il quotidiano britannico The Sunha pubblicato un articolo il 10 settembre scorso, ripreso da tutti i principali quotidiani internazionali, circa la violenza che Obiang utilizza per governare il Paese e circa alcune voci sulla sua presunta passione per la carne umana. Si tratta di voci che si rincorrono da anni: a chi scrive sono state riferite più volte da diversi guineani espatriati, da ex-detenuti divenuti avvocati autorevoli ed attivisti per il diritto nel Paese africano e anche da Severo Moto, oggi leader dell’opposizione all’estero e vicino al regime fino al 1982. Incarcerato a Black Beach a Malabo ed esiliato successivamente in Spagna, almeno dal 2003 Moto muove accuse orribili e incredibili al Presidente Obiang ma rese credibili da ciò che di certo e documentato accade in Guinea Equatoriale per ordine del Presidente e della sua sanguinaria famiglia: tortura istituzionalizzata, giustizia iniqua, violenza a tutti i livelli sociali, pena di morte (anche se ufficialmente la Guinea ha firmato la moratoria internazionale), carcerazione a tempo indeterminato senza processo. Una realtà che conoscono bene due connazionali, Fabio e Filippo Galassi, incarcerati da oltre un anno nel carcere di Bata Central e condannati entrambi a oltre 20 anni per appropriazione indebita di fondi della società, un processo svoltosi senza le dovute garanzie di diritto e probatorie, come confermato ad Africa ExPress dal loro avvocato guineano. E ancora corruzione e ruberie, tangenti e narcotraffico, la cosa pubblica in Guinea Equatoriale si mescola pericolosamente con le bramosie criminali dell’onnipotente famiglia al potere.
Spesso alla radio, tutte le stazioni sono controllate dall’ufficio della Presidenza, si può ascoltare gli speaker che spiegano la natura divina del Presidente Obiang, il quale “può uccidere chiunque desideri perché non deve rendere conto a nessuno, nemmeno a Dio”. Roba forte per un Paese che si professa cattolico, sia in termini di credo religioso che di donazioni al Vaticano: la Santa Sede sembra in effetti, allo stato attuale, l’ultimo amico del piccolo paese africano. Il nunzio apostolico Piero Pioppo, savonese, bertoniano ed ex-direttore generale dello Ior, mantiene infatti un rapporto molto stretto con la famiglia Obiang, che ogni anno garantisce donazioni faraoniche alla diocesi dell’Africa Centrale. Donazioni talmente consistenti che il 12 agosto scorso una delegazione di oltre 100 persone, tutti esponenti istituzionali della Repubblica africana tra cui Presidente Obiang e consorte, è stata ricevuta in Vaticano da Papa Francesco. Durante la detenzione di Roberto Berardi le visite erano state ben quattro in dodici mesi: mai nessun capo di Stato era stato ricevuto con tale cadenza dal Santo Padre.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi Nairobi, settembre 2016
La Presidenza del Consiglio dei ministri del nostro Paese ha comprato da una società che si occupa di spionaggio informatico un software che permette di penetrare nei computer e negli smartphone. L’informazione è contenuta un’e-mail inviata il 14 marzo 2014 da David Vincenzetti, amministratore delegato della Hacking Team, società che appunto produce sistemi di intrusione informatica, al direttore del ministero dello Sviluppo Economico, Amedeo Teti.
A proposito di un blocco informatico che ha fatto saltare un appuntamento tra i due, Vincenzetti scrive: “La ragione di questo ingiustificato e illecito blocco sono le allegazioni pubblicate dagli attivisti Canadesi di Citizen Lab e la risonanza mediatica che esse hanno comportato. A poco, finora, sono servite le tempestive comunicazioni al registrar (la figura che gestisce i domini per conto dell’utente finale, ndr) effettuate ieri sera da alcuni dei nostri clienti italiani quali Polizia, Carabinieri e Presidenza del Consiglio”. Dunque – secondo Vincenzetti – tra i clienti dell’Hacking Team, oltre alle forze dell’ordine, c’è anche l’organo esecutivo più alto del nostro Paese. Perché la presidenza del Consiglio dei ministri compra un sistema per spiare i computer privati?
David Vincenzetti, fondatore e amministratore delegato della Hacking Team
“Gli spioni spiati”, titolava un quotidiano poco più di un anno fa quando le e-mail interne dell’Hacking Team erano state spiate, scaricate e pubblicate su WikiLeaks da ignoti hacker. Quelle mail rivelano anche che la società nel 2014 ha venduto il suo software al governo egiziano che quindi avrebbe avuto a disposizione tutti i mezzi per spiare anche il cellulare (e quindi i movimenti) di Giulio Regeni, il giovane italiano ucciso al Cairo nel febbraio scorso. La società di spionaggio informatico sa esattamente se quel software è stato utilizzato dalle autorità arabe.
La Hacking Team per un certo periodo è stata in contatto e ha trattato la vendita del suo micidiale software il Galileo Remote Control System (RCS) con il governo della Mauritania e ha scambiato alcuni messaggi con Manish Kumar, il proprietario della Wolf Intelligence, altra società che si occupa di spionaggio informatico.
Di che software si tratti è spiegato con tutta la chiarezza necessaria in una e-mail inviata il 13 settembre 2011 da Marco Bettini addetto alle vendite della Hacking Team, a Manish Kumar. Scrive Bettini (il messaggio è in lingua originale a scanso di equivoci ed errori di interpretazione*): https://wikileaks.org/hackingteam/emails/emailid/580719
Dear Mr. Kumar,
Thank you very much for your interest in our technology. Our solution Remote Control System is designed to attack, infect and monitor target Pcs and Smart-phones in a stealth way. Supported PC platforms are: Windows XP/Vista/7 (32 & 64 bit) and Mac-OS. The Smartphones’ platforms are Windows Mobile, iPhone, Symbian, BlackBerry and Android. Once a target is infected RCS allows accessing a variety of information, including: Skype traffic (VoIP, chat), Keystrokes, files, screenshots, microphone eavesdropped data, camera snapshots, positioning, mail, message, contact list, etc . Invisibility features include full resistance to all the major and most common endpoint protection systems. Please have a look at the two RCS videos on our website: http://www.hackingteam.it/index.php/remote-control-system Before sending you technical information, you should sign the NDA in attachment. Regarding the business opportunity, in order to avoid any overlap on the same end user, we need more information about your customer (department, requirements, budget, etc).
Best Regards, Marco Bettini Sales Manager
L’NDA (acronimo che sta per non-disclosure agreement) è l’accordo di non divulgazione o di riservatezza. Impegna le parti a mantenere segrete le clausole specifiche di un contratto. Una procedura abbastanza normale.
Tra i funzionari dell’Hacking Team ci sono ex carabinieri ed ex agenti dei servizi e i suoi manager intrattengono rapporti anche con funzionari governativi non direttamente collegati alle forze dell’ordine. Sarà un caso, ma la sede della Hacking Team si trova in via Moscova a Milano, nello stesso isolato che ospita anche la caserma della Legione dei Carabinieri della Lombardia.
La mail di Bettini a Kumar è piuttosto inquietante, se si pensa che quel software può essere utilizzato per monitorare la vita informatica di persone comuni. Ma a leggerla si capisce anche che la posta in gioco è altissima. Chi possiede quel software può incidere profondamente nella vita di una nazione.
Questi preoccupanti particolari sono emersi durante le inchieste di Africa ExPress sulla delicata vicenda di Cristian Provvisionato, il cittadino italiano detenuto in Mauritania da oltre un anno. La storia della guardia privata milanese è finalmente approdata all’attenzione del CoPaSiR, il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, l’organo preposto al controllo dei servizi segreti. Non si sa bene ancora, però, quando sarà discusso.
Provvisionato è stato arrestato nel Paese africano con un’accusa gravissima, che prevede la pena di morte: attentato alla sicurezza dello Stato. La guardia privata milanese sembra essere il capro espiatorio di un traffico internazionale di quei software studiati per spiare telefoni cellulari e computer.
Quando il 16 agosto 2015 arriva in Mauritania su mandato di Davide Castro, figlio di Francesco Castro, un ex carabiniere titolare della Vigilar, società di sicurezza senza alcuna competenza specifica nel campo dell’informatica, Cristian Provvisionato non pensa che il 1° settembre verrà arrestato. L’incarico che lo aspetta è apparentemente semplice: presentare al governo dell’ex colonia francese la società V-Mind, con sede a Barcellona, di Davide Castro che distribuisce un prodotto di cyber intelligence, molto simile all’RCS della Hacking Team.
Provvisionato non sa neppure di cosa si tratti; lui non ha competenze informatiche particolari. Comunque in Mauritania viene spedito per sostituire Leonida Reitano un esperto in analisi e ricerca attraverso la rete di informazioni e notizie (il cosidetto OSINT, cioè Open Source Intelligence). Che incarico Davide Castro abbia affidato a Reitano non è chiaro, ma Provvisionato, dopo pochi giorni e quando Reitano è già tornato in Italia, viene arrestato e da allora è agli arresti in una caserma di Nouakchott, la capitale della Mauritania. I protagonisti (e le comparse) di questa vicenda sanno tutto, compresi i dettagli, ma nessuno vuol parlare. Africa ExPress è in grado ora di pubblicare il contratto di vendita di quei software e di quegli hardware forniti al governo africano.
La fattura profuma con l’elenco dei materiali consegnati in Mauritania
La fattura proforma di 2 milioni e mezzo di dollari per quella fornitura viene emessa il 6 dicembre 2014 da una società basata a Dubai, la Kheradmand Trading Company LLC, di cui è proprietario Rohitash (detto Rohit) Bhomia. L’autorizzazione al pagamento dalla banca Centrale mauritana per conto del ministero dell’economia di Nouakchott alla filiale di Neuilly sur Seine (Francia) dell’Unione di Banche Arabe e Francesi (con un meccanismo piuttosto lungo e complicato come pubblicato dal documento qui accanto) viene data il 22 gennaio 2015. Rohitash Bhomia vive ora a Nairobi, ma finora i tentativi di contattarlo sono andati a vuoto.
La Kheradmand Trading Company è la compagnia che distribuisce il materiale della Wolf Intelligence, società tedesca il cui amministratore delegato, Manish Kumar non ha alcuna difficoltà a mostrare un documento che i suoi avvocati hanno spedito al governo mauritano, a quello italiano e a Davide Castro: “Cristian Provvisionato non ha alcuna relazione alcun rapporto con noi. Non c’entra nulla con questa storia e la sua detenzione è una grave violazione dei diritti umani. Va rilasciato immediatamente”. Rohit Bhomia e Manish Kumar avevano trattato l’affare direttamente con Ahmed Ould Bah, consigliere del presidente della Repubblica della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Azizi.
Da parte mauritana il governo è laconico e alla richiesta di chiarimenti si limita a rispondere con una dichiarazione lapidaria: “Chiedete al governo italiano: loro sanno tutto”.
Renzi e Al Sisi
Le due domande precise che vorrei fare a tutti sono semplici e banali: perché Provvisionato è agli arresti in Mauritania? E perché finora nessuno si è impegnato seriamente per tirarlo fuori da lì?
Il software venduto al governo dell’ex colonia francese è un’arma pericolosissima, specie se messa in mano a Paesi guidati da dittature e governi autoritari e intolleranti. Consente loro di individuare blogger dissidenti ed e-mail e conversazioni telefoniche di oppositori che lavorano in segreto proprio per evitare l’arresto. E’ il caso dell’Egitto cui la Hacking Team ha venduto quel software utilizzato per spiare gli oppositori al regime, quindi anche delle persone frequentate da Giulio Regeni nei suoi giorni di permanenza al Cairo prima di essere ucciso.
L’ordine di pagamento della Banca Centrale della Mauritania
La vendita di questi sistemi informatici è soggetta a regole precise e, nel caso l’acquirente sia un Paese soggetto a embargo internazionale, è monitorata dalle Nazioni Unite.
Pochi mesi prima della distribuzione al governo mauritano del software invasivo da parte della Wolf Intelligence e della Kheradmand, una società italiana – la Hacking Team – era stata contattata da Ahmed Bah, lo ricordo, consigliere del presidente del Paese africano, proprio per acquistare gli stessi apparati di spionaggio informatico. Il software informatico di intrusione Galileo RCS è molto simile a quello della Wolf Intelligence. L’affare però salta perché il prezzo richiesto dalla società milanese viene ritenuto troppo alto dagli africani.
Appurato che la Hacking Team non ha venduto il suo software alla Mauritania, il migliaio di mail dei suoi funzionari pubblicate da WikiLeans (come quella che abbiamo citato qui sopra) prova che ci sono stati rapporti tra i dirigenti milanesi e il governo mauritano e Wolf Intelligence.
Le attività della Hacking Team sono state investigate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il rapporto che la riguarda è stato pubblicato nel 2014. Accusata di aver venduto il suo software a “Paesi canaglia”, la Hacking Team ha sempre negato ogni addebito fino alla pubblicazione delle sue e-mail su WikiLeaks.
La ringrazio molto per il vostro interesse nella nostra tecnologia.
La nostra soluzione Remote Control System è progettata per attaccare, infettare e controllare in modo invisibile PC e smart-phone scelti come obbiettivo. Le piattaforme supportate per colpire i PC sono: Windows XP / Vista / 7 (32 e 64 bit) e Mac-OS. Le piattaforme per gli smartphone Windows Mobile, iPhone, Symbian, BlackBerry e Android. Una volta che un obiettivo è stato infettato RCS permette di accedere a una serie di informazioni, tra cui: il traffico Skype (VoIP, chat), i testi scritti, i file, le immagini, i dati voce origliati dal microfono, le foto scattate dalla macchina fotografica, la posizione, la posta, i messaggi, l’elenco dei contatti, ecc.. Le caratteristiche di invisibilità [del sistema] comprendono piena resistenza a tutti i principali e più comuni sistemi di protezione degli obbiettivi. Per favore dia un’occhiata ai due video RCS sul nostro sito web: http://www.hackingteam.it/index.php/remote-control-system
Prima di inviare le informazioni tecniche, lei dovrebbe firmare il NDA in allegato. Per quanto riguarda le opportunità di business, al fine di evitare sovrapposizioni sullo stesso utente finale, abbiamo bisogno di più informazioni sul suo cliente (dipartimento, requisiti, budget, ecc).
I migliori saluti Marco Bettini Direttore delle vendite
La prima puntata di questo reportage si trova qui
Cristian Provvisionato fotografato qualche mese prima di partire per la Mauritania
Cristian Provvisionato è stato inviato in Mauritania da una società di vigilanza di Milano. A sua insaputa si è trovato incastrato un un gioco di spionaggio informatico. Nessuno si occupa della sua sorte. Anzi sembra proprio che qualcuno lo stia sacrificando in nome di interessi diversi, come la sicurezza del nostro Paese. C’è da giurare che, se ci sarà un processo, il governo per evitare indagini metterà il segreto di Stato. Gli strani incarichi affidati dalla società di vigilanza
La trappola che è stata tesa alla guardia privata milanese si manifesta in tutti i suoi contorni e lo scenario si va pian piano riempiendo dei protagonisti, attori di quel mondo opaco e invisibile fatto di spie, misteri profondi, truffatori incalliti, ex carabinieri e faccendieri che vendono fuffa. E, soprattutto, che mentono per tutelare i loro business, spesso al confine della legalità. La matassa del caso di Cristian è ingarbugliata anche perché nessuno vuole svelare il proprio ruolo assunto in questa vicenda.
Tutti sanno, ma nessuno parla. E intanto, come abbiamo raccontato nelle puntate precedenti, Cristian Provvisionato, la guardia privata milanese incastrata in un oscuro intrigo, resta in Mauritania, agli arresti in una caserma della polizia. E’ lì dal 16 agosto 2015. Trattato bene certo, ma non può tornare in Italia. Di tanto in tanto il fratello Maurizio e la fidanzata Alessandra vanno in Africa a trovarlo. Quelli che sanno, non vogliono raccontare. Probabilmente perché il trabocchetto in cui è caduto Provvisionato prevede la presenza di spie, faccendieri, ex carabinieri, ex agenti segreti e agenti segreti, società inquisite dalle Nazioni Unite. Sembrano tutti ben protetti da una coltre di omertà.
La Guardia costiera libica ha arrestato venerdì scorso due operatori umanitari dell’organizzazione tedesca Sea Eye. Secondo quanto riportato dalla Deutsche Welle, i due viaggiavano su un motoscafo, recentemente acquistato da Sea Eye per interventi veloci, che sarebbe penetrato nelle acque territoriali della nostra ex-colonia proveniente dalla Tunisia. La nave madre sta raggiungendo in queste ore il motoscafo e il suo equipaggio proveniente da Malta.
La nave tedesca Sea Eye
Ayoub Qasim, portavoce della “Libyan navy” riferisce che il motoscafo dei tedeschi sarebbe stato intercettato venerdì a largo di Zawiya. Qasim ha sottolineato che l’equipaggio avrebbe ignorato gli avvertimenti della Guardia costiera libica. “I nostri uomini hanno sparato qualche colpo in aria e solo allora i tedeschi si sono fermati. Due persone sono state arrestate”, ha aggiunto il portavoce.
Uno di loro è stato identificato. Si tratta di Dittmar Christian Kania, cittadino tedesco. Del suo connazionale, arrestato insieme a lui, non sono state rese note le generalità.
Il portavoce della Libyan Navy ha annunciato poco fa che i due tedeschi sono stati rilasciati questa sera. Gli operatori umanitari avrebbero dichiarato di essersi addormentati e non si sarebbero dunque accorti di essere penetrati nelle acque libiche.
Organizzazione Sea Eye è nata nell’autunno del 2015, quando un piccolo gruppo di persone della città di Regensburg, guidato dall’imprenditore Michael Buschheuer, ha deciso di non voler più assistere inerme alla morte di rifugiati nel Mediterraneo. Ha acquistato un vecchio peschereccio battente bandiera olandese, l’ha risistemato e allestito per il soccorso in mare, e lo ha utilizzato per trovare persone in pericolo e salvarle dall’annegamento. La Sea-Eye è oggi costituita da circa 200 persone provenienti da tutta la Germania e da altri paesi europei. Tutti lavorano per il progetto Sea-Eye in maniera volontaria, rinunciando alle proprie ferie e al tempo libero. Dallo scorso aprile la nave tedesca è attiva a largo della costa libica e in pochi mesi è riuscita a trarre in salvo oltre quattro mila persone.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 10 settembre 2016
Per arginare il flusso migratorio dall’Africa, alla fine di luglio, in una conferenza stampa congiunta, la Commissione UE e Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, hanno proposto misure atte ad assistere gli Stati partner, compreso il Sudan, nell’attività della gestione delle frontiere e dei migranti. In breve, sono previsti finanziamenti per migliorare la sicurezza. Eccezionalmente si prevede anche di sostenere le forze armate negli Stati partner dell’UE.
Dunque il finanziamento dell’UE dovrebbe coprire oltre alle spese per lo sviluppo militare anche quelle relative alla sicurezza delle persone, come il controllo dei confini, gestione delle attività migratorie, sminamento, disarmo e smobilitazione di ex-combattenti.
“Investire nella sicurezza è nell’interesse dell’UE e degli Stati partner, dobbiamo affrontare insieme il terrorismo, i conflitti e l’estremismo. Dobbiamo mettere i nostri partner in condizione d poteri affrontare autonomamente la propria sicurezza, la stabilità e l’amministrazione”, ha precisato la Mogherini.
Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza
La proposta della Commissione prevede che i finanziamenti, stanziati inizialmente per lo sviluppo, dovranno essere utilizzati per la sicurezza delle frontiere e altro. In questo modo non sarà necessario stanziare altri fondi.
Sembra effettivamente che l’esercito sudanese sia tra i beneficiari di questi finanziamenti. Nel mese di giugno il governo della ex-colonia britannica ha inviato forze paramilitari nell’ovest del deserto, al confine con la Libia. Qualche settimana fa sono stati arrestati trecento profughi in viaggio verso le coste libiche per raggiungere il nostro Paese.
Il corpo paramilitare Rapid Support Forces (RSF) fa parte dell’apparato di sicurezza sudanese. Peccato solo che il loro comandante sia Mohamed Hamdan Dagalo ‘Hemet’, l’ex-capo dei terribili, sanguinari janjaweed, responsabili di stragi nel Darfur. Nei rapporti dell’ONU i janjaweed vengono spesso schedati come terroristi.
Secondo rapporti del 2015 dell’ong Human Rights Watch, i membri dell RSF sono stati responsabili di infiniti crimini contro i civili, macchiandosi dei gravissimi reati di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Ecco chi sono i partner dell’UE. Ma tutto ciò era prevedibile e anche l’Italia ha la sua parte di responsabilità. Infatti, poco meno di un anno fa sono stati ripresi i dialoghi bilaterali tra il governo italiano e le autorità sudanesi.
Lapo Pistelli, ex-sottosegretario agli esteri, oggi vicepresidente dell’ENI
Centro dei colloqui è stato naturalmente il Processo di Khartoum, elaborato e imbastito da Lapo Pistelli, ex-sottosegretario degli affari esteri, (oggi vicepresidente dell’ENI), nel 2014, durante il semestre di presidenza dell’Italia al Consiglio europeo. Pistelli si era recato dapprima in Eritrea per riallacciare i rapporti con la nostra ex-colonia, dove vige il peggior regime dittatoriale dell’Africa per poi proseguire il suo viaggio a Khartoum, dove ha incontrato anche Omar Al Bashir, presidente del Sudan sul quale pende a tutt’oggi un mandato di cattura internazionale per genocidio e crimini di guerra.
Questi incontri e altri diedero inizio al “Processo di Khartoum”: in sintesi, una sorta di intesa per affrontare il problema migratorio in seno alle relazioni internazionali accordandosi con dittatori per regolamentare con i loro governi la migrazione, creando centri di accoglienza nei Paesi di transito, e per lottare contro il traffico di esseri umani.
Durante una conferenza, tenutasi nella capitale italiana, alla fine di Novembre 2014, è stato firmato un documento politico intitolato “Dichiarazione di Roma”, siglato da 58 Paesi: 28 Stati membri dell’Unione Europea, due Paesi Schengen, Svizzera e Norvegia, e 28 paesi africani, tra i quali anche l’Eritrea e il Sudan . L’Algeria compare in qualità di osservatore. Il nostro ministro degli interni, Angelino Alfano, definì così lo storico accordo: “Difende la dignità umana e unisce tutti i paesi interessati contro la criminalità e la migrazione illegale”.
Lo scorso novembre, durante il “Vertice di Malta”, al quale hanno partecipato leader europei e africani, si sono stabiliti alcuni punti chiave nel tentativo di arginare il grande flusso migratorio definito “illegale”. Tra l’altro è stato riconosciuto da tutti i partecipanti che la migrazione comporta una responsabilità condivisa dei paesi di origine, di transito e di destinazione. A tale scopo l’Unione Europea ha messo a disposizione per l’emergenza in l’Africa un fondo fiduciario di 1,8 miliardi di Euro.
In tale accordo è anche previsto una più stretta collaborazione per migliorare la cooperazione in materia di rimpatrio, riammissione e reinserimento; migliorare la cooperazione sulla migrazione legale e la mobilità; affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e dello spostamento obbligato; prevenire e combattere la migrazione irregolare, il traffico dei migranti e la tratta di esseri umani.
Il nostro ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha sempre sottolineato: “L’immigrazione non riguarda soltanto le iniziative umanitarie ed il controllo delle frontiere, ma passa anche attraverso la cooperazione economica”. Ottimo proposito, restato però sulla carta.
Questo principio è stato anche evidenziato da Neven Mimica, commissionario dell’UE per lo sviluppo. Dopo la conferenza stampa di luglio si è espresso in questi termini: “La sicurezza e lo sviluppo vanno mano nella mano”.
Repressione in Sudan
Secondo l’UNHCR, il Sudan rappresenta la nazione di maggior transito per i profughi somali e eritrei, che numerosi cercano di raggiungere le nostre coste.
Gli attivisti sudanesi hanno fortemente criticato la politica dell’UE a riguardo della campagna contro la migrazione illegale e i trafficanti di uomini e il relativo stanziamento di somme ingenti ai leader africani.Temono giustamente che i pacchetti d’aiuto verranno utilizzati principalmente dagli apparati di sicurezza per opprimere ancora di più la popolazione e produrranno, così facendo, sempre nuovo migranti che scappano da persecuzioni, da Paesi dove i diritti umani sono praticamente inesistenti.
Il fine giustifica i mezzi, diceva Machiavelli, dunque, in questo caso, finanziare i dittatori è lecito per liberarsi dai migranti. Peccato solo che i partner scelti dall’UE poco contribuiranno a questa causa. Anzi.
Special for IRIN
Emma Supple Bangui, September 2016
The UN has paid more than half a million dollars to a company on its own sanctions list for allegedly fueling the conflict in Central African Republic through the sale of ‘blood diamonds’, an IRIN investigation reveals.
The UN accuses the company of funding one of two major militias in CAR, known as the Séléka, by purchasing diamonds from Séléka-controlled mines, which were then smuggled out of the country to BADICA’s sister company, KARDIAM, in Antwerp, Belgium.
And yet the UN’s stabilisation mission in CAR, whose mandate includes the disarmament and demobilisation of fighters, has a base on land owned by BADICA.
In an official response to IRIN, the UN department of peacekeeping confirmed that it holds a leasing contract with BADICA for premises in the capital Bangui. In a written response, a spokesperson said all rent paid to BADICA goes into a frozen account, which is monitored by CAR authorities. A UN payment of rent arrears to the BADICA Ecobank account was authorised in June, suggesting payments were held back for several months.
BADICA disputes the sanctions listing and has launched a legal challenge to its enforcement in the European Union, which is obliged to implement UN sanctions rulings. A person answering the telephone at KARDIAM’s office in Belgium declined to comment and efforts to contact BADICA in CAR were unsuccessful.
The UN says it has attempted to find alternative premises since BADICA’s listing, but without success. “No other site in Bangui meets the mission’s needs,” the UN spokesperson told IRIN. “The BADICA premises are unique in their size and their ability to accommodate the BJTF (Bangui Joint Task Force).”
The UN mission, known as MINUSCA, currently consists of nearly 13,000 uniformed personnel. It was set up in 2014 following the overthrow of President François Bozizé by Séléka rebels in 2013 with a mandate to protect civilians, promote human rights and support the political transition process.
Protesters gather outside MINUSCA headquarters in 2014 following violence in CAR
The sanctions, authorised by the UN Security Council, ban international trade and transactions and have global force. All of the company’s financial assets and economic resources are frozen and no further money can be transferred to the company by any individuals or entities. UN procurement rules specifically exclude companies on the sanctions list.
Pre-existing contracts with sanctioned firms can, however, continue under certain circumstances, according to Security Council resolutions. The spokesperson said the BADICA contract, as it began before the listing, was allowable under the terms of the sanctions resolution. The UN’s peacekeeping department says it has notified the Security Council sanctions committee and a panel of experts that advises on sanctions-related issues for the Central African Republic.
The UN has twice amended its contract with BADICA, originally signed on 1 November 2013. The current extension continues until the end of October 2016, and the monthly payments have increased from five to six million FCFA ($10,200) per month, according to the UN statement to IRIN.
“The mission is continuing to make all efforts to explore and identify alternative premises,” the statement continued.
BADICA is part of the Antwerp-based group Groupe Abdoulkarim, headed by businessman Abdoulkarim Dan Azoumi, who lives in Belgium. The group also includes Minair, an aviation company, and Sofia-TP, a transport firm, listed as “branches” of BADICA in the UN sanctions list.
IRIN’s examination of UN procurement data also revealed a UN contract with Sofia-TP for “transport and cargo services” in 2014.
BADICA’s offices in Carnot, a key mining region
Through both the leasing contract with BADICA and the contract with Sofia-TP, the UN had paid a total of $495,571 to Groupe Abdoulkarim by the end of 2015, whilst condemning one of its companies for its role in funding Séléka rebels through the diamond trade. Rent due in 2016 would increase the total to over $550,000.
The UN listing states: “BADICA/KARDIAM has provided support for armed groups in the Central African Republic, namely former Séléka and anti-balaka, through the illicit exploitation and trade of natural resources, including diamonds and gold.”
“These recent findings that reveal financial deals made between the UN peacekeeping mission in CAR and BADICA authorised by the UN security council reflects the failure of the international community to address the financing of the armed conflicts in CAR,” says Nathalia Dukhan from the Enough Project, a campaign which aims to end genocide and mass atrocities in Africa.
A new report for the UN Security Council on the conflict in CAR draws a picture of continued arms smuggling, militia activity, illicit exploitation of natural resources and an upsurge in conflict as well as abuses and displacement of civilians.
The UN’s mission to stabilise CAR has been weighed down by revelations of sexual abuse by peacekeepers. A senior UN human rights official recently resigned over the UN’s mishandling of reports of sexual abuse by foreign troops.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi Nairobi, 6 settembre 2016
L’Europa cerca di salvarsi dall’ondata di migranti affidandosi ai regimi africani, corrotti, autoritari e cleptocrati. Un grave errore paragonabile al tentativo di combattere la mafia alleandosi alla camorra. Il “Processo di Khartoum”, il groviglio di regole e accordi con i regimi del continente nero, sbandierato come la chiave che avrebbe risolto il problema biblico, mostra tutte le sue falle e, se i governanti europei avessero le idee chiare, dovrebbero abbandonarlo immediatamente. Rischia infatti di dimostrarsi catastrofico per le sorti dell’Europa, per quelle degli africani in fuga e di aggravare i problemi dovuti alla continua violazione dei diritti umani che affliggono l’Africa.
Il presidente Omar Al Bashir contro cui è stato emesso un mandato di cattura dalla Corte Penale Internazionale
Per decenni l’Europa ha tollerato che la maggior parte dei governi africani fossero guidati da dittatori senza scrupoli. Innumerevoli volte gli occidentali per tutelare i propri interessi hanno sistemato al potere presidenti amici, attenti a curare i loro conti nelle banche svizzere prima ancora del benessere delle popolazioni. I diritti umani sono stati violati sotto gli occhi di tutti, mentre le proteste contro i dittatori si limitavano a mormorii di circostanza.
Chiedere quindi a questi leader un aiuto per bloccare le migrazioni verso il ricco nord del mondo è stato ingenuo se non irresponsabile. Insomma l’Europa brancola nel buio e non si rende conto che la crisi dei migranti rischia di approfondirsi ancora di più. Ogni euro, versato ai dittatori sotto la fallace voce “aiuto”, viene utilizzato per accentuare la repressione contro le popolazioni. Ed è dunque un incentivo ad andarsene dalla propria terra.
Le milizie del Rapid Support Forces sono ben equipaggiate da fuoristrada sui quali è montato un cannoncino o una mitragliatrice pesante
Oggi molti di quei poveracci in fuga, scappano perché oppressi da quei regimi cui l’Europa chiede una mano per bloccare i viaggi della speranza. E quello che sta accadendo in questi giorni in Africa centrale è sintomatico del fallimento del “Processo di Khartoum”. E di come il cinismo di una politica miope stia provocando morti e massacri.
Come scritto su Africa ExPress (http://www.africa-express.info/2016/09/05/sudan-nella-guerra-contro-i-migranti-litalia-finanzia-e-aiuta-i-janjaweed/), il governo sudanese utilizza i famigerati janjaweed, miliziani sanguinari, assassini, stupratori e rapitori di bambini, per controllare i confini con la Libia e l’Egitto.
Il network Africa Monitors, che dall’Uganda monitora i movimenti dei rifugiati nel continente, ha pubblicato una serie di documenti basati su testimonianze di prima mano. Secondo l’organizzazione, il governo del Sudan sta utilizzando quei miliziani assassini (che da quelle parti vengono chiamati “uomini senza pietà”) contro i rifugiati eritrei che cercano di muoversi verso il Mediterraneo. (https://africamonitors.org/2016/08/29/sudanese-government-sends-the-janjaweed-against-eritrean-refugees/)
Scrive AM che i janjaweed – da poco sono stati ribattezzati Rapid Support Forces (RSF), un sistema semplice per dare agli irregolari una patente di regolarità – hanno arrestato centinaia di eritrei in fuga e li hanno rispediti nel loro Paese. Ma nelle cancellerie occidentali conoscono il destino cui vanno incontro coloro che scappano dall’ex colonia italiana e sono costretti con la forza a ritornarci? Leggono i rapporti delle Nazioni Unite, gli articoli di giornalisti indipendenti di tutto il mondo, i racconti delle organizzazioni umanitarie cacciati da lì? Cinica la politica e cinica la diplomazia che alla politica obbedisce.
Veicoli dei janjaweed i pattugliamento nel deserto del Darfur ai confini con la Libia
Ma – fortunatamente – non tutti i diplomatici sono cinici. E così qualcuno mostra un interesse etico per far emergere la verità, racconta in po’ di cose, sottolineando le differenze tra i discorsi che si tengono nelle stanze paludate a Roma, Bruxelles e nelle altre capitali e le sofferenze di chi è costretto a viaggiare in terre sconosciute, tra mille pericoli in cerca di un minimo di tranquillità e/o di una vita migliore.
Nel tentativo di bloccare “alla fonte” il traffico di migranti, l’Unione Europea ha stanziato 100 milioni di dollari, per finanziare il “Processo di Khartoum”, presentato come aiuto ai Paesi africani (dittature direi) per lottare contro l’immigrazione illegale. E così ieri l’Unione Europea – dopo le polemiche sugli aiuti che finiscono nelle mani dei janjaweed – ha diffuso una nota, pubblicata dal Sudan Tribune, che riporto integralmente qui sotto nel suo testo originale in inglese:
Press Release regarding the EU cooperation on migration with Sudan
The EU commitment to enhance cooperation with African countries on migration is firmly anchored within International Humanitarian Law and International Human Rights Law. The EU’s assistance to Sudan is delivered at bilateral and regional levels through international agencies and NGOs not through the Sudanese Government. No support has ever been provided to the Rapid Support Forces.
Cooperation in Sudan focuses on projects to tackle the root causes of migration; these projects contribute to improving livelihoods, stimulating youth employment, and supporting basic services for refugees, the displaced, and host communities. At the regional level, EU cooperation is helping to build capacity to prevent trafficking and smuggling of human beings, to enhance international protection of victims of criminal networks, to raise awareness about the perils of irregular migration, and to increase opportunities for labour migration.
The EU repeats its calls on the Government of Sudan, the opposition and the armed movements to demonstrate the leadership necessary to end the conflicts in Sudan, finalise the Cessation of Hostilities agreements and move towards a process of dialogue as a basis for lasting peace in their country.
Dichiarazioni molto confortanti, rassicuranti e significative. Peccato che il governo sudanese (sempre lo stesso dal 30 giugno 1989) sia molto diverso da quelli europei e la repressione sia uno dei metodi più usati per esercitare il potere.
Il comunicato della UE, formalmente corretto e ineccepibile, va paragonato alle dichiarazioni delle autorità sudanesi durante una conferenza stampa al ministero della Difesa a Khartoum il 30 agosto. Ufficiali dell’esercito, della polizia e della sicurezza (cioè l’intelligence), riuniti tutti insieme, hanno ammesso di combattere l’immigrazione e il traffico di persone, in nome e da parte dell’Europa. “Vorremmo che qualcuno ci ringraziasse per questo – ha dichiarato uno dei partecipanti all’incontro – e provvedesse al sostegno necessario”.
Miliziani janjaweed in cammello fotografati in Darfur
Ha preso la parola anche il capo della Rapid Support Forces, cioè dei janjaweed, il generale Hametti (il suo vero nome è Mohammed Hamadan Daglo) il quale ha ribadito che il mandato del suo lavoro – tener pulito il confine – gli è stato conferito in base agli accordi del suo Paese con l’Europa.
Secondo lo stringer di Africa ExPress a Khartoum, nella stessa conferenza stampa, Daglo ha minacciato di ritirare i suoi uomini dal confine. Se questo dovesse accadere, ha spiegato tra le righe, ma chiaramete, i migranti potrebbero continuare a passare per raggiungere il Mediterraneo. Ecco testuale, tradotto dall’arabo, uno dei suoi passaggi: “La lotta [che stiamo conducendo] contro l’immigrazione e il traffico di esseri umani è costata alle nostre forze pesanti perdite umane e la distruzione di parecchi veicoli durante le operazioni di pulizia nel deserto libico. Ciononostante nessuno ci ha ringraziato del sacrificio che abbiamo fatto”. Infatti i soldi dell’Unione Europea non sono ancora arrivati.
Politicamente ancora più pesante l’accusa lanciata contro i gruppi ribelli che operano nel Darfur. Secondo Daglo sono gli organizzatori del traffico di esseri umani.
Durante la conferenza stampa il portavoce del Rapid Support Forces ha fornito alcuni dati: 25 uomini dell’RSF sono stati uccisi e 315 feriti. Inoltre 151 auto sono andate distrutte. Oltre 800 migranti sono stati arrestati assieme a 9 organizzatori dei traffici. E’ stato poi rivelato che una commissione dell’Unione Europea è stata accompagnata dall’RSF al confine con la Libia. Quindi funzionari europei sono stati affidati nelle mani di quel gruppo accusato delle peggiori nefandezze, atrocità e crimini di guerra. Torneranno in Africa, è stato annunciato con una certa enfasi, in settembre. Non è proprio edificante per l’organizzazione paneuropea.
Mentre la Germania si occuperà del finanziamento dell’operazione “pulizia al confine” (per usare i termini di Daglo, all’Italia sono stati affidati compiti logistici. Infatti in un prossimo futuro è atteso in Italia un gruppo di janjaweed per l’addestramento necessario a combattere quei poveracci che vogliono passare il confine settentrionale del Sudan. L’accordo non è stato ancora reso operativo e i tempi non sono stati fissati, ma a Khartoum stanno già discutendo su chi mandare in missione nel nostro Paese. In nome della lotta alla migrazione illegale, siamo pronti a ospitare assassini, stupratori e rapitori di bambini?
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