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South Sudan crack Down On Civil Society

Africa ExPress Special Correspondent
Saba Makeda
Juba, 6th September 2016

Civil Society in South Sudan has a long history of participation in the struggles of the Nation. The current situation in South Sudan is not different.

During the recent UN Security Council mission to South Sudan (4 September 2016), Civil Society organisations met with the Security Council and shared their views on the situation in South Sudan.

Militiamen patrolling the street of Juba
Militiamen patrolling the street of Juba

In fact both the organisations holding to the government view as well as those that support views that are not in line with the Government such as the demand for an arms embargo and the deployment of a protection force in Juba, met with the UN Security Council.

Since the events of July 2016, Civil Society Organisations in South Sudan have experienced a shrinking space. Following the recent UN Security Council mission the Government of South Sudan has intensified it’s crackdown of National Ngo’s and specifically it is targeting those National Ngo who are not in line with the views of the Government.

Already at least 20 national organisations focused on governance and human rights have been notified that they will not be registered. These organisations are now following up on the issue.

The United Nations Council members visit UNMISS Protection of Civilians sites, in Juba and meet with internally displaced people and see for themselves the prevailing humanitarian and security conditions.
The United Nations Council members visit UNMISS Protection of Civilians sites, in Juba and meet with internally displaced people and see for themselves the prevailing humanitarian and security conditions

Today the harassment and arrest of civil society activists is has culminated today in the killing of Mr Emanuel Wani.

Mr Emanuel Wani is a young man who, during the UN Security Council Mission, presented a paper to the Council Members. This afternoon he was taking lunch with some friends in Munuki (Juba) when a security vehicle approached them. The young men scattered and ran. Emanuel Wani was pursued by the National Security vehicle and shot dead.

Saba Makeda
makedasaba@ymail.com

Sudan: nella guerra contro i migranti l’Italia finanzia e aiuta i janjaweed

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Massimo AlberizziDal Nostro Inviato
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 4 settembre 2016

Nella confusa guerra contro il traffico di esseri umani e la lotta per contenere l’immigrazione dall’Africa, l’Italia è stata incaricata di dare supporto logistico ai janjaweed, le milizie paramilitari sudanesi diventate famose per le atrocità commesse in Darfur: i diavoli a cavallo bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

Janjaweed a cavallo
Janjaweed a cavallo

L’accusa, lanciata da Yasser Arman, segretario del Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), il gruppo ribelle che opera in Sud Kordofan, regione meridionale del Sudan ma contesa dal Sud Sudan, è grave e precisa: “Abbiamo accurate informazioni secondo cui esiste un piano dell’Unione Europea per finanziare le Rapid Support Forces (RSF, il nome ufficiale dei gruppi janjaweed, ndr). In particolare la Germania metterebbe a disposizione il denaro necessario, mentre all’Italia è stato affidato il supporto logistico”. Accusa confermata ad Africa ExPress da fonti diplomatiche delle Nazioni Unite a Khartoum.

Yasser Arman attacca ancora sostenendo che la messa in opera del piano è cominciata tre mesi fa: “Affida ufficialmente ai janjaweed di proteggere i confini del Sudan con il pretesto che occorre combattere l’immigrazione illegale verso l’Europa, oltre al traffico di essere umani e al terrorismo”. Arnan è molto duro: “Gli interessi di queste forze accusate di genocidio, si saldano così a quelle dell’Europa. Loro sono i terroristi che in questo modo godono di un riconoscimento internazionale ufficiale. Se il “Protocollo di Khartoum” non verrà immediatamente bloccato vorrà dire che queste bande di assassini potranno vedere riconosciuto il loro preteso diritto di ammazzare con la copertura dell’Europa e quindi anche dell’Italia”.

Yasser Arman
Yasser Arman

Nei giorni scorsi, quando a Ventimiglia decine di profughi sono stati respinti alla frontiera con la Francia, 40 sudanesi bloccati in Italia sono stati deportati in Sudan. Tra loro alcuni darfuriani che in patria sono trattati come traditori. Sarebbe interessante sapere se il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, si è interessato della loro sorte una volta rientrati a Khartoum. Nel Nord Darfur invece le pattuglie di RSI ai confini settentrionali hanno finora bloccato 600 migranti, soprattutto eritrei ed etiopici. L’ultima operazione il 13 agosto: arrestati 24 somali, scappati dalla guerra, e 2 kenioti, in fuga dalla fame provocata dalla crisi economica.

Le milizie janjaweed sono state organizzate dal governo sudanese per combattere i gruppi antigovernativi che nel 2003 hanno lanciato una cruenta guerriglia in Darfur. Formate essenzialmente da tribù arabe erano utilizzate per terrorizzare la popolazione civile di origine africana. Assalivano i villaggi e, dopo averli saccheggiati, bruciavano le capanne, uccidevano gli uomini adulti violentavano le donne per metterle incinte e dargli un figlio arabo. Rapivano i bambini e i ragazzi. Le femmine erano costrette a subire ogni forma di violenza e trattate come concubine. I maschi reclutati a forza o ridotti in schiavitù.

Nella prima parte degli anni Duemila la guerra del Darfur, scoppiata nel 2003, è stata sulle pagine di tutti i giornali e l’ONU ha inviato anche gruppi di investigatori che hanno confermato il carattere omicida delle milizie accusate di genocidio. Lo stesso presidente sudanese, Omar Al Bashir, salito al potere con un colpo di Stato il 30 giugno 1989, è stato incriminato dalla Corte Penale Internazionale: genocidio e crimini contro l’umanità. Contro di lui è stato spiccato un mandato di cattura.

Alla fine degli anni Duemila i janjaweed, per troppo tempo sotti i riflettori, erano stati sciolti (ma più formalmente che di fatto), ma riattivate nell’agosto 2013 sotto il comando del NISS (National Intelligence and Security Service) i servizi segreti del regime sudanese, per combattere contro le ribellioni presenti in Darfur, nel Sud Kordofan e nel Blu Nile.

Nel giugno scorso alcuni di questi gruppi paramilitari sono stati trasferiti nel Northern State con il pretesto di combattere i traffici di droga e di esseri umani controllati da bande internazionali. In realtà, come prevedono gli accordi con l’Unione Europea – per implementarli l’Europa ha stanziato 100 milioni di euro – hanno preso posizione per controllare il confine con l’Egitto e, soprattutto, con la Libia per non fare passare i migranti.

Mohammed Hamdan Dagl
Mohammed Hamdan Dagl

Un disegno inutile e utopistico: chi vuole lasciare il proprio Paese e la propria terra perché si sente minacciato non viene certamente spaventato da uno spiegamento di janjaweed nel deserto. E troverà un’altra strada per arrivare sulle coste del Mediterraneo.

Arman ha poi spiegato in un documento diffuso alla stampa che una volta donati ai Janjaweed i veicoli e il resto dell’equipaggiamento logistico saranno utilizzati per tentare di sedare le guerriglie interne e non certo per fermare i migranti. “Il processo di Khartoum è un piano diabolico voluto da Satana”, ha aggiunto. Non per niente il termine janjaweed è un neologismo inventato dai superstiti dei massacri e significa “diavoli a cavallo il cui obbiettivo è ammazzare, stuprare e distruggere”.

Lo stesso comandante dei janjaweed, Mohamed Hamdan Dagl, (detto Hametti) venerdì scorso ha ammesso le relazione che lega i propri irregolari con la UE. “Noi – ha raccontato spavaldo durante una conferenza stampa – combattiamo gli immigrati illegali a nome dell’Europa”. Forse l’Europa dovrebbe vergognarsi di avere per alleato un gruppo di assassini.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Aggrappato al potere Ali Bongo resiste in Gabon, ma metà della sua famiglia si ribella

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 settembre 2016

Libreville, la capitale del Gabon, è una città paralizzata dalla paura. Dopo gli scontri in piazza di mercoledì sera, la città e i suoi abitanti sono increduli davanti a tanta crudeltà: cinque persone sono morte, molti i feriti e, il ministro degli Interni, Pacomes Moubelet Boubeya, ha ammesso che sono state interrogati millecento cittadini. Quanti di loro sono stati liberati o sono stati buttati nelle luride galere, non è stato però precisato.

Dopo le elezioni presidenziali, che si sono svolte lo scorso 27 agosto, la Commission electorale nationale autonome et permanente” (CENAP) ha annunciato mercoledì sera i risultati: Ali Bongo Ondimba, l’esponente del partito democratico gabonese, si è aggiudicato il 49,80 per cento delle preferenze, mentre  Jean Ping, il candidato unico del “Front uni de l’opposition” ha ottenuto solamente il 48,23 per cento dei consensi. (http://www.africa-express.info/2016/09/02/elezioni-presidenziali-gabon-poco-trasparenti/).

Ali Bongo Ondimba a sinistra Jean Ping a destra
Ali Bongo Ondimba a sinistra Jean Ping a destra

Ping e i suoi sostenitori hanno prontamente contestato i risultati, denunciando frodi e brogli elettorali a larga scala. Immediata la reazione della popolazione, che è scesa in piazza, ma le manifestazioni sono state represse dalle forze dell’ordine con estrema violenza.

Anche il quartier generale di Ping è stato preso d’assalto e circondato dagli apparati di sicurezza. Solamente ieri sera il gruppo di sostenitori che si trovava al suo interno, è stato liberato, grazie all’appello lanciato alle autorità gabonesi dal ministro degli esteri francese, Jean-Marc Ayrault.

Venerdì sera, durante una conferenza stampa, Ping, figlio di un cinese e di una gabonese, si è autoproclamato presidente del Gabon. “Le président c’est moi” (il presidente sono io), ha dichiarato, aggiungendo: “E come presidente eletto, sono estremamente preoccupato per le sorti di questo Paese. La pacificazione passa attraverso la riconta dei voti, bisogna ridare fiducia alla popolazione”.

Il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha espresso la sua preoccupazione per le violenze scoppiate dopo le elezioni e ha chieste alle autorità di operare nel pieno rispetto dei diritti umani. Ban ha inoltre sottolineato che anche l’ONU chiede la massima trasparenza nella verifica dei voti.

Anche il Consiglio per la pace e la sicurezza (CPS) dell’Unione Africana (UA),  durante la sua 620° riunione si è detto molto preoccupato per le violenze post-elettorali scoppiate in Gabon, perché potrebbero mettere in pericolo la stabilità e la pace non solo nella ex-colonia francese, ma di tali conseguenze ne potrebbe risentire l’intera Regione. Il CPS ha fatto un appello alle parti interessate, chiedendo di trovare una soluzione nel rispetto della Costituzione con la massima urgenza.

L’UE, gli USA e la Francia hanno chiesto alla CENAP di pubblicare i processi verbali di ogni seggio elettorale, perché si possa facilmente verificare la conformità dei risultati con quelli proclamati.

Ma il potere gabonese rifiuta categoricamente la riconta dei voti, invocando la legge elettorale del Paese, che non prevede questa procedura.

Ali Bongo Ondimba non vuole lasciare lo scettro: è stato eletto una prima volta nel 2009 con il 42 percento delle preferenze. E’ succeduto al padre, scomparso pochi giorni prima, Omar Bongo, che ha tenuto in mano lo “scettro” del Paese per oltre quarant’anni, dal 1967 fino alla sua dipartita. Una stessa famiglia che regna da quasi cinquant’anni, segnati da corruzione, sete di potere.

Forse i più non sanno che anche Ping è uno della famiglia, perché fino a qualche anno fa è stato sposato con la sorella di Ali Bongo Ondimba, Pascaline, ossia la figlia maggiore del defunto Omar Bongo e si sa, le liti in famiglia sono le peggiori, specie quando c’è di mezzo il potere e il denaro.

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Qualche giorno fa la moglie americana Inge di Ali Bongo, dalla quale non ha mai divorziato, ha fatto un appello al marito: non uccidere i gabonesi, specie tu, che non sei nemmeno uno di loro. Inge ha rivelato un segreto di famiglia che è sempre stato nascosto. Ali non sarebbe il figlio naturale di Omar Bongo, nato cristiano e morto musulmano, e della sua seconda moglie Joséphine Nkama, in arte Patience Dabany, una famosa cantante gabonese. Circola voce che Alì sia nato nel sud-est della Nigeria (Biafra) e adottato dalla coppia in tenera età perché orfano.

Una guerra di famiglia dunque, che rischia di destabilizzare l’intero Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

 

In Gabon l’opposizione accusa: presidenziali truccate. Proteste e violenze in piazza

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1. Settembre 2016

Il ministro degli interni del Gabon, Pacomes Moubelet Boubeya ha annunciato la vittoria del presidente uscente  Ali Bongo Ondimba, l’esponente del partito democratico gabonese, si è aggiudicato il 49,80 per cento delle preferenze, mentre  Jean Ping, il candidato unico del “Front uni de l’opposition” ha ottenuto solamente il 48,23 per cento dei consensi. Meno di una manciata di voti separano i due candidati e Ping non ha nascosto il suo disappunto, sottolineando che si tratta di una “vittoria rubata”.

Ali Bongo Ondimba, presidente del Gabon
Ali Bongo Ondimba, presidente del Gabon

Subito dopo la proclamazione del vincitore, i sostenitori di Ping hanno contestato il risultato, denunciando frodi e brogli elettorali.

Appena appresi  i risultati, si sono verificati violenti scontri nelle piazze, in particolare a Libreville, la capitale della ex-colonia francese. Finora sono morte tre persone, oltre ottocento manifestanti sono stati arrestati . Le forze dell’ordine hanno represso la manifestazione con la violenza, usando anche gas lacrimogeno. Jean Ping ha dichiarato che il suo quartier generale è stato preso d’assalto dalla guardia repubblicana, durante il quale sarebbero morte due persone, molte altre sarebbero state ferite.

Parigi ha espresso la sua viva preoccupazione per l’insorgere delle violenze nel Gabon e Jean-Marc Ayrault, ministro degli affari esteri francese, ha evidenziato che non c’è posto per la violenza durante le consultazioni elettorali. “I dubbi sull’esito vanno risolti nel rispetto della legge e con la massima trasparenza”.

manifestazione a Libreville 31.08.2016
Manifestazione a Libreville il 31 agosto scorso

Anche gli osservatori dell’UE hanno manifestato le loro perplessità circa la trasparenza elettorale.  Mariya Ivanova Gabriel, capo della Missione degli osservatori dell’UE nel Gabon e Josef Leinen, rappresentante della delegazione del Parlamento europeo, hanno chiesto alla “Commission electorale nationale autonome et permanente” (CENAP) di pubblicare i processi verbali di ogni seggio elettorale, perché si possa facilmente verificare la conformità dei risultati con quelli proclamati.

Anche l’Ambasciata USA in Gabon ha preso posizione sullo scrutinio e ha precisato che i suoi rappresentanti sono rimasti impressionati dalla determinazioni della popolazione nel voler esprimere il proprio voto e della pazienza che i cittadini hanno dimostrato durante le lunghe ore di coda davanti ai seggi elettorali. Tuttavia gli americani sono stati testimoni di carenze del sistema elettorale e di irregolarità nei seggi dove sono stati presenti. Per questo motivi, i responsabili dell’ambasciata hanno richiesto al governo gabonese di pubblicare i processi verbali di ogni seggio.

 Ali Bongo Ondimba, è stato eletto una prima volta nel 2009 con il 42 percento delle preferenze. E’ succeduto al padre, scomparso pochi giorni prima, Omar Bongo, che ha tenuto in mano lo “scettro” del Paese per oltre quarant’anni, dal 1967 fino alla sua dipartita. Una stessa famiglia che regna da quasi cinquant’anni.

Ma anche Jean Ping è stato uno di famiglia, perché fino a qualche anno fa è stato sposato con la sorella di Ali Bongo Ondimba, Pascaline, ossia la figlia maggiore del defunto Omar Bongo.

Jean Ping
Jean Ping

Ping ha occupato posizioni di prestigio in varie Istituzioni internazionali: oltre ad essere stato il presidente dell’Assemblea generale dell’ONU, ha presieduto anche la Commissione dell’Unione africana. Ma è stato anche il capo di gabinetto del suocero, nonché il suo ministro per gli affari esteri. Dunque, anche se dovesse diventare presidente del Gabon dopo il controllo dei voti, sarà ben difficile per lui contrastare la corruzione contro la quale lotta, ma della quale è stato uno dei protagonisti in un recente passato.

Il Gabon è ricoperto per l’85 percento di foreste dove vivono tra 50 e 70 mila scimpanzé, 45 mila gorilla e 60 mila elefanti che abitano i 13 parchi nazionali. Il Paese conta poco meno di un milione e mezzo di abitanti. E’ forse uno degli Stati più “ricchi” dell’Africa: il reddito pro capite è di 18.000 dollari l’anno. L’economia è essenzialmente basata sul petrolio e l’esportazione di legname, anche se la maggior parte dei proventi dall’estrazione del petrolio va in tasca alle multinazionali e a poche famiglie plutocrati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotolgyes

 

Lo Zimbabwe dichiara guerra ai bracconieri e amputa i corni ai rinoceronti

Africa ExPress
Harare 31 Agosto 2016

Le autorità per la fauna selvatica dello Zimbabwe hanno iniziato l’operazione”dehorne rhinos”, che consiste nell’amputare le corna ai rinoceronti presenti nei suoi parchi nazionali, per scoraggiare i bracconieri dal cacciare  questi pachidermi. Solo lo scorso anno sono stati uccisi cinquanta esemplari  nei parchi nazionali zimbabwesi, per asportare le preziose sporgenze, tanto richieste dal mercato asiatico per la preparazione di medicine tradizionali e altro.

Secondo alcuni gruppi per la conservazione della fauna selvatica, nel 2015 sono stati ammazzati barbaramente ben 1.305 rinoceronti in tutto il continente, per lo più in Sudafrica.

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In collaborazione con “ Aware Trust Zimbabwe (ATZ) conservation group” sono già state asportate le corna a parecchi  esemplari di rinoceronte adulto per controllare e contenere il dilagante bracconaggio.

“Il nostro scopo ”,  – ha spiegato Lisa Marabini dell’ATZ” , è quello di asportare le corna di ogni singolo rinoceronte e di inserire un numero identifictivo nelle orecchie dei piccoli per poterli monitorare meglio”.

Questi pachidermi sono i più soggetti al bracconaggio e per motivi di sicurezza non è stato specificato a quanti di loro siano già state amputate le corna. Si stima che nei parchi nazionali dello Zimbabwe vivano settecento rinoceronti.

Africa ExPress

Congo K: The danger of fighting fire with fire

IRIN
Beni, 26th August 2016

Civilians in Congo turn to self-defence groups to stop massacres

People in the eastern Congolese city of Beni have had enough of massacres. Angered by the inability of the army to protect them against shadowy armed groups, some are secretly forming their own self-defence units.
But it’s a decision that can’t be taken lightly. The last thing the Democratic Republic of Congo needs is more militias, and there are voices in the community urging caution.

“The young have understood that they cannot fold their arms when faced with the killers that the state and its partners no longer know how to stop,” said Jean-Paul Ngahangondi, national coordinator of the Beni-based Convention for the Respect of Human Rights.

But “there is a danger,” he said. “The risk is using any means necessary, [leading to the creation of more] armed groups.”

People in Beni are still reeling from the latest attack on 13 August, when unknown men raided the Rwangoma suburb of the city and used machetes to kill more than 50 people, including women and children.

The Kyaghanda Yira cultural association (Yira is the majority ethnic group in North Kivu Province) said the attack, the deadliest to date, brings to more than 1,500 the number of civilians killed since October 2014.

“The genocide will only continue. Innocent civilians are being executed while the Congolese government fails to come up with any retaliatory or preventative measures,” said Jules Vahikehya, secretary general of Kyaghanda Yira.

“The international community must recognise the Beni massacres as a genocide, with a view to taking the necessary measures to avoid the situation escalating like it did in Rwanda.

In an open letter to President Joseph Kabila, a coalition of civil society groups listed the humanitarian toll of the violence. Aside from the deaths, it includes “more than 1,470 people missing, more than 1,750 huts burnt down, semi-deserted villages, and schools and health clinics destroyed”.

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The toll

The displaced include people like Masika Kaghoma. Her family moved to Eringeti, outside Beni, to escape the violence. But running short of food, her husband and eldest son took the risk to return to their fields.

“Half-way, they met the cut-throats who decapitated them with machetes. Having learnt of this new atrocity, I took my four other children and walked with them to Beni town centre,” she told IRIN.

Three months on, she now lives in nearby Butembo, surviving through scavenging in the market. “Me and my children do the rounds at the supply depots,” she said. “If there’s a banana that fall
during unloading, I grab it. This is how life is for us these days.

The government blames the violence on the Allied Democratic Forces, an Islamist rebel group with links to Uganda. But critics say it’s not that simple. Behind the narrative of an Islamist menace, there is evidence of Congolese military involvement, with potential links to smuggling racket.

In May, the Congolese army and the UN’s Force Intervention Brigade launched a new operation to destroy what was billed as the last remaining pockets of ADF.

But the ability of the killers to still penetrate Beni, getting past military checkpoints, leaves people shaking their heads.

“More than 18 months after the beginning of the massacres, the Congolese army deployed on the ground, with several thousand heavily armed soldiers, hasn’t been able to identify to the population the true identity of the killers and adapt its operating model accordingly,” said Vahikehya, of Kyaghanda Yira.

Julien Paluku, governor of North-Kivu, is more upbeat. “The last operations by our armed forces, at the end of July and the beginning of August, succeeded in destroying the enemy bases in Nadui and Mwalika, which were allowing these terrorists to be very mobile around the peripheries of Beni,” he said.

UN gets its share of blame

It’s not only the Congolese army that’s being criticised for its performance. The UN’s peacekeeping and stabilisation mission in Congo, MONUSCO, is also heavily condemned.

“We no longer understand the attitude of the international community, these great powers, these powerful international organisations,” said Mbindule Mitono, national minister for North-Kivu and key member of the Union for the Congolese Nation, the second largest opposition party.

“We are in the process of counting thousands of dead, but they [the UN] still don’t take any action, as they are doing elsewhere, for example in Mali, in Libya, in Syria, where they are engaged against terrorism.”

On 17 August, at the end of three days of national mourning declared by the government in memory of the victims of the Rwangoma massacre, student groups in Beni issued a three-day ultimatum to MONUSCO to leave the country.

“MONUSCO has proved its uselessness and its negligence in protecting civilians,” declared Riginal Masinda, spokesman for the Beni students.

“The international community must recognise the Beni massacres as a genocide, with a view to taking the necessary measures to avoid the situation escalating like it did in Rwanda,” said Franck Mukenzi, a local youth council leader in North-Kivu.

Rather than UN peacekeepers, he called for an Operation Artemis-style intervention, a European Union-led mission in 2003 to quell violence by ethnic militias fighting in northeastern Ituri Province.

A “hellish cycle”

Feeling angry and abandoned, the idea of the community taking care of their own defence is gaining currency in Beni, and groups are beginning to emerge.

Some are unarmed, with the goal of merely tracking the insurgents. But at least one, called Mazembe, has been launched with the aim of fighting back, a law student at the Catholic University of Graben in Butembo told IRIN.

He said he had been approached to join, and the recruiter’s argument was that the scale of the massacres in North-Kivu meant it was now time for a “popular force” to defend the community.

“He told me to tell my friends about it,” said the student, who asked not to be named. “He is waiting for our decision to organise an awareness-making meeting and some tattooing that will make us invincible to bullets.”

“Today, the young people of Beni want to guarantee their own protection,” said Jackson Sivulyamwenge, a journalist from the Catholic radio station, Moto d’Oicha. “But they are hesitant to come out openly, for fear of reprisals by the security services, which might see them as creating militias.”

For some, the idea of creating more armed groups recalls the dark days in eastern Congo, when a multiplicity of ethnic-based so-called defence units preyed on the population.

According to Nicaise Kibel Bel’Oka, who heads the Centre for Geopolitical Study and Research in Eastern Congo, “to train young people in the logic of these self-defence groups is to want to plunge the region into a new crisis.”

For Ngahangondi, of the Beni-based Convention for the Respect of Human Rights, the government has to be able to find a way to reassure people that it’s on top of the problem, before young men start arming themselves.

“If not, we risk returning again to the hellish cycle of self-defence militias,” he warned.

IRIN

Tutti sanno ma nessuno parla. E Cristian Provvisionato resta agli arresti in Mauritania

Massimo AlberizziDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 22 agosto 2016

Tutti sanno, ma nessuno parla. E intanto, come abbiamo raccontato nelle puntate precedenti, Cristian Provvisionato, la guardia privata milanese incastrata in un oscuro intrigo, resta in Mauritania, agli arresti in una caserma della polizia. E’ lì dal 16 agosto 2015. Trattato bene certo, ma non può tornare in Italia. Di tanto in tanto il fratello Maurizio e la fidanzata Alessandra vanno in Africa a trovarlo. Quelli che sanno, non vogliono raccontare. Probabilmente perché il trabocchetto in cui è caduto Provvisionato prevede la presenza di spie, faccendieri, ex carabinieri, ex agenti segreti e agenti segreti, società inquisite dalle Nazioni Unite. Sembrano tutti ben protetti da una coltre di omertà.

Uno che sa tutto della vicenda, ma che se parla rischia grosso, è Davide Castro, figlio dell’ex carabiniere Francesco proprietario della società di vigilanza e investigazioni Vigilar, e lui stesso amministratore di una società di diritto spagnolo (la V-Monitoring Intelligence Enforcement Division SL), aperta nel gennaio 2015 e chiusa nel marzo 2016.

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Impossibile contattare i due Castro, che però sono in possesso di una esaustiva relazione consegnata nelle loro mani da Leonida Reitano, il professore esperto di O.S.Int (Open Source Intelligence) che era in Mauritania immediatamente prima di Cristian. Anche lui ostaggio del governo africano? Ufficialmente no, di fatto sì. Secondo una nota scritta di suo pugno, Reitano sarebbe dovuto rientrare in Calabria il 9 agosto, ma sapeva anche che avrebbe potuto rimanere in Africa, infatti scrive in un messaggio a una sua amica: “Vediamo quando torno. Qua è tutto mezzo incasinato”. E’ bene ricordare che Cristian viene contattato da Castro jr il 14 agosto 2015 e parte il 16 per la Mauritania. Reitano va a prenderlo in aeroporto e poi, due giorni dopo, torna in Italia, lasciando la guardia privata milanese ostaggio laggiù.

Di Manish Kumar abbiamo scritto nelle scorse puntate. Indiano, residente in Germania è l’amministratore delegato dalla Wolf International, società che sviluppa software per introdursi segretamente in computer e smartphone. Manish, nel tentativo di venire in aiuto di Provvisionato “ingiustamente arrestato, perché non ha commesso nessun reato e non conosce neanche la faccenda”, ha dichiarato ad Africa ExPress, ha inviato al governo italiano una relazione che dovrebbe essere stata consegnata ai magistrati milanesi che si occupano della vicenda dopo un esposto dei familiari di Provvisionato. Dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, perché con i magistrati, complici probabilmente le vacanze estive, non si è riusciti a parlare.

Le Nazioni Unite considerano i software in grado di distruggere le sicurezze informatiche alla stregua delle armi tecnologicamente avanzate: la loro vendita è vietata ai Paesi soggetti ad embargo. Per la loro esportazione serve sempre un certificato di destinazione finale, proprio per evitare che finiscano in mani sbagliate.

Il problema dei servizi segreti e delle società che operano al loro fianco è che possono fare un ottimo lavoro di prevenzione e repressione contro il crimine e il terrorismo, ma se non sono controllate, c’è il rischio che deviino dal loro percorso eticamente corretto e che imbocchino una via che provoca danni e dolori.

E’ quello, probabilmente che sta accadendo a Cristian Provvisionato. Che ci sta a fare agli arresti in Mauritania? Un Paese che si cura dei propri cittadini non dovrebbe abbandonarlo così, al di fuori di ogni principio etico e corretto.

Davide Castro sostiene di aver avuto affidata da Manish Kumar la responsabilità della vendita dei prodotti della Wolf Intelligence in Africa. I due avrebbero venduto il software di spionaggio alla Mauritania, ma qualcosa si è inceppato. Dopo la consegna dei primi dodici programmi, gli africani volevano il tredicesimo. Sostengono di averlo pagato. Manish dice che non è vero. Occorreva quindi un ulteriore bonifico. Ma non a lui, che non ha questo “attrezzatura” informatica. Piuttosto a un gruppo di israeliani.

David "Dudi" Sternberg
David “Dudi” Sternberg

Secondo fonti diplomatiche delle Nazioni Unite a New York gli israeliani che hanno in mano la chiave di tutto sono due guru dell’informatica, David Sternberg (detto Dudi) e il suo amico Edward Alloni (detto Eddie). E’ da loro,a Gerusalemme, che è volato Manish Kumar nel giugno 2015 per cercare di ottenere l’item numero 13 da girare al governo della Mauritania. Perché quel programma, così essenziale, non è stato venduto al governo africano? Solo per soldi o perché qualcuno non ha voluto che Nouakchott (la capitale della ex colonia francese) entrasse in possesso di qual diabolico e ingegnoso sistema che permette ai governi di controllare oppositori e dissidenti?

Tra l’altro David Sternberg e Edward Alloni sono ben conosciuti dalle cronache. All’inizio degli anni Duemila sono finiti in carcere, condannati dalla Corte di Haifa, per aver violato i sistemi informatici di una banca israeliana, cui hanno sottratto un bel po’ di denaro. Qualcuno sostiene – ma senza fornire prove – che il governo dello Stato ebraico, piuttosto di tenerli in carcere, ha preferito servirsi del loro genio informatico. E così hanno cambiato casacca: dalla divisa di ladri a quella di poliziotti.

Sempre a New York, fonti diplomatiche hanno suggerito di chiedere informazioni sulla vicenda Provvisionato alla Hacking Team, una società di informatica, con sede a Milano, leader mondiale dei sistemi di intrusione nei computer e negli smartphone. La Hacking Team è stata inquisita dal gruppo di investigatori delle Nazioni Unite che indagano sulle violazioni dell’embargo in Sudan, un Paese che certamente non brilla per rispetto dei diritti umani.

La banca attaccata dagli hacker israeliani
La banca attaccata dagli hacker israeliani

Accusata di aver venduto a Khartoum il suo software di spionaggio informatico RCS (Remote Control System), ha sempre negato ogni addebito finché i suoi archivi, in nome della difesa della libertà di pensiero e di opinione, sono stati violati e scandagliati a fondo dagli hacker “buoni”, cioè quelli che lottano contro chi utilizza i sistemi di intrusione per incastrare dissidenti e oppositori. Insomma dai seguaci di Julian Assange e Edward Snowden, i quali considerano ignobile spiare i computer e gli smartphone per motivi politici. E chi lo fa, deve – secondo loro – essere punito. “Informaticamente punito”, naturalmente.

Nel 2014 i funzionari della Hacking Team hanno trattato la vendita del sistema informatico di intrusione RCS con il consigliere alla sicurezza del presidente della Mauritania. L’affare è andato in fumo perché gli africani hanno giudicato il prezzo troppo alto. Ed è per questo che si erano rivolti per l’acquisto alla Wolf International.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
(3 – continua)

La prima puntata di questo reportage si trova qui

Cristian Provvisionato fotografato qualche mese prima di partire per la Mauritania
Cristian Provvisionato fotografato qualche mese prima di partire per la Mauritania

Italiano da un anno agli arresti in Mauritania, abbandonato da tutti rischia la pena di morte

Cristian Provvisionato è stato inviato in Mauritania da una società di vigilanza di Milano. A sua insaputa si è trovato incastrato un un gioco di spionaggio informatico. Nessuno si occupa della sua sorte. Anzi sembra proprio che qualcuno lo stia sacrificando in nome di interessi diversi, come la sicurezza del nostro Paese. C’è da giurare che, se ci sarà un processo, il governo per evitare indagini metterà il segreto di Stato. Gli strani incarichi affidati dalla società di vigilanza 

La seconda puntata invece è pubblicata qui

Incappucciato

Gli intrighi di spie e faccendieri: il tranello teso all’italiano prigioniero in Mauritania

La trappola che è stata tesa alla guardia privata milanese si manifesta in tutti i suoi contorni e lo scenario si va pian piano riempiendo dei protagonisti, attori di quel mondo opaco e invisibile fatto di spie, misteri profondi, truffatori incalliti, ex carabinieri e faccendieri che vendono fuffa. E, soprattutto, che mentono per tutelare i loro business, spesso al confine della legalità. La matassa del caso di Cristian è ingarbugliata anche perché nessuno vuole svelare il proprio ruolo assunto in questa vicenda.

La quarta quarta puntata si trova qui

David Vincenzetti, fondatore e amministratore delegato della Hacking Team
David Vincenzetti, fondatore e amministratore delegato della Hacking Team

Venduto anche alla presidenza del consiglio italiana (e all’Egitto) il software per spiare cellulari e computer

La Presidenza del Consiglio dei ministri del nostro Paese ha comprato da una società che si occupa di spionaggio informatico un software che permette di penetrare nei computer e negli smartphone. L’informazione è contenuta un’e-mail inviata il 14 marzo 2014 da David Vincenzetti, amministratore delegato della Hacking Team, società che appunto produce sistemi di intrusione informatica, al direttore del ministero dello Sviluppo Economico, Amedeo Teti.

Gambia: oppositore muore in galera, ma l’Italia tratta per controllo immigrazione

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 agosto 2016

In Gambia è morto un altro oppositore del regime di Yahya Jammeh. Un dirigente del “United Democratic Party”(UDP), Ibrima Solo Krummah,  è morto lo scorso fine settimana all’ospedale di Edward Francis Small a Banjul, la capitale della ex-colonia britannica. Krummah è stato arrestato lo scorso 9 maggio insieme ad una trentina di altri membri e simpatizzanti del partito, per aver partecipato a due manifestazioni non autorizzate a metà aprile.

Secondo alcune organizzazioni per i diritti umani, a Krummah, e ad altri prigionieri, non sarebbero state concesse le cure mediche necessarie negli ultimi mesi. Il dirigente dell’UDP sarebbe stato trasferito in ospedale per essere sottoposto ad un intervento chirurgico. E’ deceduto tra il 19 e il 20 agosto. I leader dell’UDP hanno chiesto che venisse effettuata l’autopsia per accertare le cause della morte.

Il presidente Yahya Jammeh
Il presidente Yahya Jammeh

Un portavoce dell’Alto commissariato per i diritti dell’uomo (HCDH), Cécile Pouilly, durante una conferenza stampa tenutasi a Ginevra all’inizio della settimana, ha condannato aspramente la morte di Krummah e ha chiesto alle autorità gambiane di aprire un’inchiesta sulla fine di Sandeng e Krummah e sul fatto che ad entrambi sia stata rifiutata l’assistenza medica in carcere.

Il 23 luglio l’HCDH aveva già espresso la sua grande preoccupazione per la condanna inflitta ai membri del principale partito d’opposizione.

Un altro dirigente dell’UDP, Solo Sandeng, è morto in circostanze misteriose subito dopo il suo arresto, il 14 aprile 2016 (http://www.africa-express.info/2016/04/18/gambia-morto-in-carcere-un-leader-del-partito-dopposizione/). In seguito al suo decesso,  sono scesi in piazza  oppositori del regime di Banjul, tra loro il leader dell’UPD e avvocato per i diritti umani, Ousainou Darboe,  per avere risposte concrete dal governo circa la morte del loro compagno di partito Sandeng. La manifestazione è stata repressa con la violenza dalle forze dell’ordine.

Poco più di un mese fa Darboe e altri diciotto suoi compagni sono stati condannati a tre anni di carcere per aver osato chiedere chiarimenti sulla morte dell’amico. Jammeh non tollera chi si oppone alla sua politica, ai suoi dictat (http://www.africa-express.info/2016/07/24/gambia-pugno-di-ferro-del-dittatore-al-potere-galera-dissidenti/).

Anche il Dipartimento di Stato americano ha espresso il suo disappunto circa il maltrattamento dei prigionieri, nonché sulle accuse di tortura che il governo gambiano riserva agli oppositori.  La diplomazia americana ha chiesto un trattamento umano per tutti i detenuti e la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici.

Già in passato Jammeh è stato fortemente criticato dagli Stati occidentali per non rispettare i diritti umani fondamentali e per aver emesso leggi draconiane contro gay e lesbiche.  Per questo motivo nel giugno 2015 il Ministero degli esteri del Gambia ha dichiarato Agnès Guillaud, chargé d’affaires dell’Unione Europea nel Paese, persona non grata.  (http://www.africa-express.info/2015/06/07/leuropa-troppo-permissiva-con-gli-omosessuali-il-gambia-espelle-lambasciatore-dellunione/).

Verso la fine del 2014 il governo di Banjul ha anche impedito l’accesso al braccio della morte nelle putride galere a due ispettori dell’ONU, inviati per far luce su torture e omicidi arbitrari di detenuti. Dopo il fallito colpo di Stato del 30 dicembre 2014, la situazione è andata peggiorando. Molti presunti partecipanti al golpe e i loro familiari sono spariti, compresi figli minori e anziani genitori.

Jammeh è al potere da oltre vent’anni. Prima l’ha “conquistato” con un colpo di Stato nel 1994, poi è stato rieletto, grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate. Solo pochi anni fa si è convertito all’islam, forse per ottenere più consensi, visto che la maggior parte della popolazione è musulmana.

Delegazione italiana in Gambia
La delegazione italiana in Gambia

A quanto pare tutto ciò interessa poco all’Italia. Infatti il 10 maggio scorso una delegazione italiana composta da funzionari della cooperazione e della polizia scientifica sono stati ricevuti dal ministro degli interni gambiano Ousman Sonko.  L’Italia ha chiesto la collaborazione del governo di Banjul per il controllo dell’immigrazione clandestina. Il nostro Paese fornirà alla ex-colonia britannica supporto tecnico per l’identificazione automatica delle impronte digitali (AFIS , acronimo inglese per Automated Fingerprint Identification System). La collaborazione prevede anche l’addestramento di  ufficiali gambiani nel Paese dell’Africa occidentale e in Italia per poter controllare al meglio i confini e scoraggiare i giovani ad intraprendere i pericolosi viaggi della speranza. Naturalmente uno dei punti chiave della discussione è stato il rimpatrio dei cittadini gambiani la cui richiesta d’asilo nel nostro Paese è stata respinta.

L’Italia ha predisposto l’invio di duecentocinquanta computer, altrettanti scanner e stampanti e altro materiale logistico-scientifico. Venti militari gambiani verranno addestrati in Italia.

Durante il meeting al Ministero degli interni a Banjul è stato firmato anche un protocollo d’intesa tra il Gambia e l’Italia per il controllo dei confini. Le trattative con il governo del piccolo Paese dell’Africa occidentale per contenere l’immigrazione clandestina e il controllo delle frontiere sono state intraprese alla fine dello scorso anno, quando una delegazione del governo gambiano si è recato nel nostro Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Recrudescenza della febbre gialla in Angola e nel Congo-Kinshasa

Africa ExPress
Ginevra, 25 agosto 2016

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha indetto una riunione urgente per il 31 agosto prossimo per analizzare la questione e come affrontare la recrudescenza della febbre gialla in Angola e nel Congo-Kinshasa.

Secondo l’organizzazione “Save the children” sarebbero già decedute oltre cinquecento persone nei due Paesi e avverte in un comunicato: “Se non saranno prese le misure necessarie per contrastare questa ondata di febbre gialla, il virus potrebbe ben presto espandersi a livello globale”.

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La febbre gialla è una malattia infettiva virale, trasmessa  attraverso la puntura della zanzara Aedes.  La malattia colpisce principalmente gli esseri umani e le scimmie. E’ endemica nelle aree tropicali dell’Africa, del Centro e del Sud America. Appartiene al genere del Flavivirus. E’ denominata febbre gialla, a causa dell’ittero che colpisce alcuni pazienti: occhi e pelle assumono un colorito giallastro. I primi sintomi appaiono generalmente tra tre e sei giorni dopo aver contratto l’infezione. Non esiste trattamento specifico, ma la vaccinazione preventiva è fortemente raccomandata. La malattia si presenta sotto varie forme: da lieve a grave, fino al decesso.

Con il superamento dell’infezione o della malattia conclamata, la persona colpita acquisisce un’immunità permanente.

Il portavoce di Margaret Chan, direttore generale dell’OMS, ha fatto sapere che il comitato di esperti indipendenti si riunirà il 31 agosto per fare il punto della situazione e prendere le contromisure necessarie.

Una campagna di vaccinazioni a larga scala è stata messa in atto nel Congo-K e nella ex-colonia portoghese Piccole cliniche da campo sono state installate nelle ultime settimane  al confine con l’Angola  e nella capitale Kinshasa sono state prese in prestito anche chiese e scuole.

Tre milioni di persone sono già state vaccinate nella ex-colonia francese, in Angola addirittura tredici milioni state sottoposte alla prevenzione, l’unico mezzo per contrastare il temibile virus.

Africa ExPress

 

Madagascar: uccisi due giovani volontari francesi

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Africa ExPress

Antananrivo, 22 agosto 2016

Domenica mattina all’alba sono stati ritrovati i corpi esanimi di un giovane di 25 anni e di una ragazza di 23 sulla spiaggia di Mangalomaso, sull’Isola di Sainte Marie in Madagascar. Avevano trascorso la notte in un night club che dista solo centocinquanta metri dal luogo del delitto.

Il ministro degli esteri di Parigi, Jean-Marc Ayrault, ha confermato la morte dei due stagisti con un comunicato: “In Madagascar è stato commesso un crimine orribile che è costato la vita a due volontari francesi”.

Le due vittime, Megalie Céline Hélène Chaigneu e Romain Rouis Henri Bollon, erano stagisti scientifici per l’associazione Cétamada, impegnata nella protezione delle balene. Infatti da luglio a settembre il tratto di mare tra la costa malgascia e la parte occidentale dell’isola, è popolato  da questi giganti mammiferi marini, presenti in gran numero. Molti cetacei si fermano nei dintorni per accoppiarsi e partorire.

 

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Jean-Jacques Ravello, vice-presidente dell’associazione e console onorario francese sull’Isola, residente qui da oltre trentacinque anni, ha sottolineato che si è trattato di un atto barbarico senza precedenti. “La popolazione è generalmente pacifica e non mi sono mai sentito minacciato da quando vivo qui”, ha aggiunto.

Le forze dell’ordine hanno dichiarato che i corpi sono stati ritrovati uno sopra l’altro, entrambi con profonde ferite alla testa e sul viso. Secondo il prefetto, le due salme sarebbero state spostate dal reale luogo di delitto. Le indagini sono ancora in corso.

Ogni sabato sera i collaboratori della Cédamada partecipano ad una riunione per fare il punto della situazione sul lavoro svolto durante la settimana e quello da svolgere in quella dopo. Alla fine del meeting i due francesi si sarebbero recati nel vicino night club per terminare in bellezza la giornata. Testimoni oculari hanno confermato di aver visto i due giovani ancora vivi attorno le 4.30 del mattino.

Africa ExPress