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Gli intrighi di spie e faccendieri: il tranello teso all’italiano prigioniero in Mauritania


La prima puntata di questo reportage si trova qui:

Massimo AlberizziDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 19 agosto 2016

Il 16 agosto 2015 la guardia privata milanese Cristian Provvisionato arriva in Mauritania su incarico di Davide Castro, amministratore unico della società di diritto spagnolo V-Monitoring Intelligence Enforcement Division SL e figlio di Francesco, ex carabiniere e titolare della Vigilar una società di sicurezza di Milano. Dopo avere atteso invano un meeting inesistente, il 1° settembre viene arrestato. Di lui non si saprà più niente fino a dicembre. Per quattro mesi la famiglia chiede notizie a Davide Castro e cerca di contattare Manish Kumar, l’amministratore delegato della Wolf Intelligence, l’uomo di cui Castro sostiene di aver conquistato la fiducia. Nessuna notizia poi finalmente, poco prima di Natale, la fidanzata Alessandra riceve una telefonata dall’allora console generale italiano a Rabat, Claudio Martinello, che annuncia l’arresto del loro congiunto.

L’accusa, in un primo momento, è truffa ai danni dello Stato. Ma chiaramente non può essere rivolta a Cristian giacché lui è arrivato in Mauritania da 15 giorni, non sa nulla della compra-vendita dei software per hackerare computer e smartphone e, soprattutto, non ha firmato nessun documento a nome della Vigilar o della Wolf Intelligence. Più tardi l’incriminazione verrà cambiata: attentato alla sicurezza dello Stato, che contempla la pena di morte.

Davide Castro (a destra) e Manish Kumar fotografati in Spagna il 16 agosto 2015, il giorno in cui Cristian Provvisionato è arrivato in Mauritania
Davide Castro (a destra)

Come spiegato nel primo articolo la trappola che è stata tesa al milanese si manifesta in tutti i suoi contorni e lo scenario si va pian piano riempiendo dei protagonisti, attori di quel mondo opaco e invisibile fatto di spie, misteri profondi, truffatori incalliti, ex carabinieri e faccendieri che vendono fuffa. E, soprattutto, che mentono per tutelare i loro business, spesso al confine della legalità. La matassa del caso di Cristian è ingarbugliata anche perché nessuno vuole svelare il proprio ruolo assunto in questa vicenda. Tutti tacciono, anche il governo italiano che ha parecchie cose da nascondere, comprese le equivoche coperture ad aziende specializzate in strumenti di spionaggio.

Intanto la compagna di Cristian, Alessandra, è disperata. Vola in Mauritania ogni due tre mesi e ci rimane solo pochi giorni. Il biglietto aereo costa abbastanza caro e poi non può continuare a prendere giorni di ferie. In questi giorni è a Nouakchott, ha visto Cristian e ha inviato una lettera al presidente mauritano, Mohammed Ould Abdel Aziz, chiedendo il rilascio dell’uomo arrestato ma innocente. “Qui sono tutti comprensivi, mi hanno aperto le porte della caserma dove Cristan è detenuto – racconta – ma restano irremovibili su una cosa. Che gli vengano restituiti i soldi versati per comprare alcuni software che non funzionano. Sanno perfettamente che Cristan non c’entra nulla con questa storia”.

L’italiano – non ci sono dubbi – è tenuto in ostaggio: se i soldi saranno restituiti Cristian potrà tornare a casa, altrimenti dovrà restare in Mauritania ad libitum sempre che per calcare la mano e aumentare la pressione, a qualche giudice diligente non venga in mente di condannarlo a morte, pena prevista per chi attenta alla sicurezza dello Stato. E a chi si può andare a spiegare che l’accusa è inventata? Ma attenzione: sarebbe sufficiente restituire un milione e mezzo o piuttosto i mauritani pretendono che venga loro consegnata la mercanzia da loro acquistata e cioè il software per controllare telefoni e computer?

Ethical Hacking

Dopo Davide Castro, che contattato da Africa ExPress non vuole parlare, chi conosce almeno qualcuno dei misteri di questa vicenda è Leonida Reitano, il giornalista specializzato in ricerche sulle fonti pubbliche di intelligence, quelle che in gergo vengono definite come O.S.Int (Open Souce Intelligence). Reitano era in Mauritania per conto della Vigilar, la società di Castro. Curioso che un giornalista assuma un incarico per una società che si occupa di investigazioni e che sta cercando di vendere un software di spionaggio. Perché è andato laggiù? Qual era il suo compito preciso? A queste domande non risponde: “Ho raccontato tutto al mio avvocato e quindi non posso aggiungere altro”, spiega gentile. Reitano è ben conosciuto tra i giornalisti perché ha organizzato corsi di investigazione che prevedono l’uso di internet. E sa che lui è stato oggetto di uno scambio di ostaggi. E’ tornato in Italia e al suo posto è rimasto incastrato Cristian Provvisionato. Ma sa anche che in quel mondo è pericoloso, assai pericoloso, parlare e raccontare, cioè fare esattamente ciò che un giornalista deve fare. Si rischia facilmente di sparire, apparentemente suicida.

Il secondo è Manish Kumar, un indiano le cui tracce si possono individuare a Dubai, in Kenya, in Israele, in Germania, in Spagna, a Londra. E’ amministratore delegato della Wolf Intelligence con sede a Monaco di Baviera, una società che, tra l’altro, vende software per spiare a distanza computer e cellulari. Qualche anno fa ha intavolato trattative commerciali con un’azienda milanese ben conosciuta nel settore, la Hacking Team, società accusata dalle Nazioni Unite di aver venduto i sistemi di spionaggio elettronico a regimi, come quello sudanese, che non rispettano i diritti umani.

Incappucciato

Manish è amico e forse anche socio di Davide Castro. Ed è lui che ha veduto il software incriminato alla Mauritania, trattando l’affare con il consigliere alla presidenza Hmeyda Ould Bah, che nelle email compare semplicemente come Ahmed Bah, dal quale ha ricevuto un milione e mezzo di dollari. Raggiunto al telefono Manish si mostra disponibile a raccontare le sua versione. Richiama, dopo aver ascoltato un messaggio lasciato in segreteria telefonica. “Io non c’entro nulla – sostiene –. Ho consegnato tutti i 12 programmi che il governo mauritano aveva comprato da me. Ma loro ne vogliono un altro, il cosiddetto 13° item. E per quest’ultimo occorre pagare, stipulare un altro contratto. Tra l’altro, non è un mio prodotto. Io a mia volta lo devo comprare da un fornitore israeliano, il quale non me lo dà, se non lo pago. Io stavo aiutando il governo mauritano a comprare il 13° item; è un favore che stavo facendo al governo mauritano”.

Cristian Provvisionato fotografato qualche mese prima di partire per la Mauritania
Cristian Provvisionato fotografato qualche mese prima di partire per la Mauritania

Manish continua il suo racconto: ”Cristian non è un mio dipendente. Lui lavora per Davide Castro che l’ha spedito in Mauritania. Io ho scritto diverse lettere al governo mauritano spiegandogli che lui non c’entra niente, ma non mi hanno mai risposto”. Formalmente è tutto vero. E’ stato Castro amministratore unico della società di diritto spagnolo V-Monitoring Intelligence Enforcement Division SL a reclutare il quarantenne milanese e a mandarlo in Mauritania. Ma non è proprio così semplice sbrogliare la matassa. Prima di Provvisionato nell’ex colonia francese c’era un altro indiano, un certo Nafees, incaricato da Manish, cioè dalla Wolf International. Era lui che avrebbe dovuto illustrare la bontà dei prodotti di spionaggio informatico al governo della Mauritania. Ma era riuscito, accampando motivi di salute, a lasciare il Paese: al posto suo era arrivato a garanzia della regolarità del contratto Leonida Reitano, a sua volta rimpiazzato da Cristian il 16 agosto. Cioè gli uomini della Wolf lasciano il posto a quelli della Vigilar. Perché? Che interesse aveva la Vigilar, visto che il contratto era concluso? Ricomporre il puzzle non è semplice e più si avanza con le indagini, più appare chiaro che nel gioco delle responsabilità il milanese è rimasto con il cerino in mano.

Ribadisce ancora Manish al telefono: “Noi siamo stati pagati per consegnare 12 articoli e 12 articoli abbiamo consegnato. Il 13° non era di nostra competenza ma prodotto da alcuni tecnici israeliani che, ovviamente, pretendono di essere regolarmente retribuiti”. Il governo mauritano sostiene invece che il milione e mezzo versato comprendeva anche l’acquisto di questo 13° articolo”.

Ma chi sono questi israeliani? A chi si era rivolto Manish? E qual è stato il ruolo della Hacking Team in questa vicenda? E i servizi segreti italiani? Sanno qualcosa. Probabilmente sì, tanto.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter@malberizzi
(2 – continua)

La prima puntata di questo reportage  si trova qui

Un bronzo più prezioso dell’oro. Può capitare anche questo alle Olimpiadi

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 18 agosto 2016

Prendiamo Inès Boubakri, ovvero una stoccata per la storia. Una stoccata per il suo Paese, la Tunisia. Un affondo in onore di “tutte le donne arabe” e contro il terrorismo. Un allungo per le donne tutte, che, come lei, lottano quotidianamente per ritagliarsi il loro spazio nella società umana. “Devono credere che esistono e contano”. Altro che fioretto! La medaglia di bronzo di Ines Boubakri alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nella gara di fioretto femminile (è la prima dell’Africa in questa disciplina) ha avuto la potenza di una clava. I Giochi sono ormai in vista del traguardo finale (il 21 agosto), ma questo terzo posto sul podio conquistato l’11 agosto dalla ventisettenne tunisina ha una valenza, che, in questo momento, può oscurare medaglie di metallo più pregiato.

La tunisina Ines Boubakri, medaglia di bronzo nel fioretto
La tunisina Ines Boubakri, medaglia di bronzo nel fioretto

Fra i successi degli atleti africani, infatti, alcuni sono così ovvii e scontati che quasi varrebbe la pena di sorvolarci: dove sono lo stupore e meraviglia per la vittoria dei kenioti David Rudisha (800 metri maschili), Faith Kipyegon (1500 metri femminili), Jemima Jelagat Sumgong (maratona femminile, prima volta per una donna del Kenya)?

E per Ruth Jebet, medaglia d’oro, il 15 agosto, a soli 19 anni sui 3 mila siepi? La giovanissima, mingherlina, Ruth corre da tre anni per il Bahrain, ma indovinate dove è nata? In Kenya! E che dire dell’etiope Almaz Ayana? Il 12 agosto la ventunenne Almaz ha dominato i 10 mila metri, letteralmente demolendo il record del mondo, sia pure con qualche sospetto avanzato dalla stampa britannica sui controlli antidoping del suo Paese. Sempre in tema di vittorie prevedibili, non possiamo sottacere la nona consecutiva sui 3 mila siepi ottenuta dal saltafossi keniota la notte tra il 17 e il 18 agosto: stavolta la medaglia d’oro sul collo se l’è messa Conseslus Kipruto, 21 anni.

Un vero ricambio generazionale, o passaggio del testimone, che dir si voglia: Conseslus ha migliorato il record olimpico dopo 28 anni, portandolo a 8,03,28 nonostante i 36 gradi brasiliani e ha spodestato il compatriota Ezekiel Kimboi, 34 anni, due volte campione olimpico, giunto terzo, ma subito dopo squalificato per essere uscito fuori pista. Il suo erede, appunto Conseslus Kipruto, “porta con se il marchio di garanzia sul luogo di nascita: Eldoret”, ha commentato, sul sito della Federazione italiana di atletica leggera, Giorgio Cimbrico, grande esperto giornalista di atletica.

La keniota Jemima Jelagat Sumgong, medaglia d'oro nella maratona femminile
La keniota Jemima Jelagat Sumgong, medaglia d’oro nella maratona femminile

Eldoret – doveroso ricordarlo – si trova nella contea Uasin Gishu (già nota come Provincia della Rift Valley) ed è ben nota nell’ambito sportivo mondiale: grazie alla sua posizione elevata è il luogo ideale per preparare le gare di corsa di media e lunga distanza. Qui ha sede il centro di allenamento in altura della International Association of Athletics Federations (Iaaf). In questa zona è nato l’indimenticabile Kip Keino, qui si addestrano i migliori corridori del mondo.

Torniamo alle medaglie prestigiose, ma annunciate.

Non possiamo trascurare il superman sudafricano Wayde van Niekerk, che sui 400 metri piani, il 15 agosto, ha battuto pure lui il limite assoluto. Già campione mondiale a Pechino 2015, il religiosissimo Van Nierkee, 24 anni compiuti esattamente un mese prima, ha fatto segnare 43,03 abbattendo il record di Michael Johnson (43,18) che risaliva al 1999.

Nel nuoto, poi, una menzione speciale meritano altri due sudafricani: Chad Le Clos, complessivamente deludente, ma bronzo nei 100 farfalla e quarto nei 200 farfalla. E Cameron Van der Burgh pure argento dietro il fenomenale inglese Adam Peaty nei 100 metri rana.

Se poi guardiamo i piazzamenti, la musica non cambia: in genere o sono stati occupati da corridori del Kenya o dell’Etiopia, a parte il brillantissimo mezzofondista algerino Taouffik Makhloufi (28 anni) secondo alle spalle di Rudisha negli 800 metri. I 10 mila metri maschili, dominati dal britannico ( che poi è un somalo) Mohamed Farah, hanno visto al secondo posto il keniota Paul Kipnghetich Tanui e al terzo l’etiope

Nella maratona femminile, dietro la trentaduenne coriacea, fortissima Sumgong sono spuntate la coetanea e quasi concittadina Eunice Jepkirui Kirwa, che correva per il Bahrain, ma pure lei è nata e cresciuta nella Rift Valley (continua ad allenarsi a Kapsabet) e due etiopi: Mare Dibaba, già campionessa mondiale a Pechino 2015, e Tirfi Tsegaye, maratoneta di valore, originaria di Bekoji, città celebre per aver dato i natali ad altri grandi runners etiopi come Kenenisa Bekele e Tirunesh Dibaba.

Eunice Jepkirui Kirwa
Eunice Jepkirui Kirwa

E nei 10 mila metri femminili alle spalle di Almaz Ayana sono giunte, nell’ordine, Vivian Cheruiyot (Kenya), Tirunesh Dibaba (Etiopia), Alice Aprot Nawowuna (Kenya), Betsy Saina (Kenya). Sui 3 mila siepi Ruth Kebet, che ha regalato al suo Paese adottivo il primo alloro olimpico, si è lasciata alle spalle di buoni 50 metri una (ex) connazionale, Hyvin Kiyeng Jepkemoi. A proposito della Kebet: dopo il suo successo i keniani – ha scritto Nairobi News – non sapevano se congratularsi con lei o condannarla ( per…alto tradimento). Sul sito la polemica è stata rovente: ha fatto bene o male a “vendersi” per denaro?

La giovane, in effetti, dal suo paese adottivo, il Bahrain, l’ex emirato del Golfo Persico (ora è un regno), è stata premiata con l’equivalente di 52 milioni di scellini keniani, circa 460 mila euro!

Tanti si sono indignati, soprattutto perché hanno paragonato questa cifra al compenso attribuito dal Kenya a un suo corridore rimasto fedele alla madre patria, David Rudisha, confermatosi re degli 800 metri: un misero milione di scellini, meno di 9 mila euro. Altri però hanno scritto: di fronte a una cifra simile chi non andrebbe col Bahrain? Non è mancato chi, alludendo ai cambiacasacche ma in altro campo, malignamente ha commentato: “i politicanti che passano da un partito a un altro, intascano oltre 10 milioni di scellini, chi vince la medaglia d’oro appena 1 milione!”

L'etiope Almaz Ayana vincitrice del 10 mila metri femminili
L’etiope Almaz Ayana vincitrice del 10 mila metri femminili

A proposito di cambiacasacche nello sport, una seconda polemica è scoppiata perché per la prima volta dal 1960 il Kenya non avrà finalisti in una delle ultime gare olimpiche: i 5 mila metri. Si è gridato allo scandalo, perché in realtà 3 keniani ci sono: Albert Kibichii Rop, 24 anni, Paul Chelimo, 26, e Bernard Lagat, 41 anni! Il primo però, gareggia per il solito Bahrain, gli altri due per gli USA.

Di fronte a tali e tanti ori e argenti, perché erigere una fiorettista tunisina a simbolo africano di questa olimpiade brasiliana? La scelta può sembrare arbitraria ed esagerata, ma con i tempi che corrono il suo bronzo acquista un valore altissimo.

Inès Boubakri (ora signora Le Pechoux, come ci tiene a specificare anche tramite il proprio profilo social riportando il cognome del marito pure fiorettista) era entrata nella storia come la prima donna africana ad aver conquistato una medaglia ai Campionati del Mondo di scherma.

Due anni dopo, questa bella tunisina che in Francia ha trovato l’amore e il luogo ideale per coltivare il suo talento schermistico, ha fatto un passo ulteriore, diventando la prima donna africana a vincere una medaglia nella scherma olimpica (l’argento glielo ha levato la nostra Elisa Di Francisca). La stessa Elisa che sul podio si era ammantata della bandiera dell’Unione Europea e aveva dedicato la sua medaglia alle vittime di Parigi e Bruxelles e alla lotta contro il terrorismo. “Ero così emozionata che non me ne ero accorta. Ma il gesto di Elisa, mia avversaria in pedana è bellissimo: anch’io appoggio senza esitazione e con entusiasmo qualsiasi iniziativa che punti a combattere il terrorismo”, ha commentato Inès. Che poco prima si era rivelata anche lei campionessa sportiva e di coraggio con questa dedica speciale: “Che le donne possano trovare un posto nella società. Questa medaglia è storica per la Tunisia. Spero possa essere un messaggio a tutte le donne, tunisine e arabe, soprattutto quelle giovani, perché credano che possono avere un ruolo importante nella società”.

Come ha scritto il sito “Il Pianeta scherma”: “Ines è una di queste: per ritagliarsi il suo ruolo ha scelto una pedana come palcoscenico e un fioretto come strumento d’espressione. Ha lasciato la Tunisia a 19 anni per diventare schermisticamente grande in Francia – lei figlia di tiratrice che ha gareggiato ad Atlanta – ma le sue radici sono rimaste ben radicate nella patria natia. E proprio alla sua terra la campionessa dal cuore d’oro ha voluto dedicare il primo pensiero al termine di una giornata storica, la più bella della sua vita sportiva e non solo”.

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it

Botswana, elicottero della polizia spara su boscimani che cacciano e precipita

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 17 agosto 2016

Un gruppo di nove boscimani del Botswana che cacciavano l’antilope per procurarsi il cibo sono stati attaccati a colpi di arma da fuoco da un elicottero in dotazione alla polizia dello stato africano che poco dopo si è schiantato al suolo.

boscimani: "siamo cacciatori non bracconieri"
Protesta dei boscimani: “siamo cacciatori non bracconieri”

Sei i poliziotti feriti nell’incidente aereo e i cacciatori boscimani sono rimasti illesi dai colpi dei poliziotti ma sono stati arrestati e in carcere sono stati denudati e picchiati.

Il fatto è accaduto qualche giorno fa nel Central Kalahari Game Reserve e denunciato la scorsa settimana da Survival International, movimento mondiale che lotta per i diritti dei popoli indigeni contro lo strapotere delle multinazionali e dei governi che hanno tutto l’interesse a eliminare i gruppi tribali “scomodi”.

Elicottero AS350 B3e della polizia del Botswana
Elicottero AS350 B3e in dotazione alla polizia del Botswana

Tra questi ci sono i San, che rappresentano l’1,3 per cento della popolazione, tribù itineranti boscimane di cacciatori-raccoglitori, che vivono nel deserto del Kalahari, territorio situato tra Botswana, Sudafrica e Namibia.

Tutto ciò accade nonostante, nel 2006, la Corte Suprema del Botswana abbia riconosciuto il diritto dei Boscimani a vivere e cacciare per procurarsi il cibo sulla loro terra ancestrale dove, secondo dati del Commonwealth, vivono da circa 30mila anni. Ma il governo di Gaborone si rifiuta di rispettare questo diritto.

Ian Khama, presidente del Botswana, a Londra durante la conferenza sul commercio illegale di flora e fauna selvatica in Africa
Ian Khama, presidente del Botswana

Per il governo del presidente Ian Kahma, al potere dal 2008, questi gruppi di cacciatori-raccoglitori sono considerati semplicemente bracconieri.

Per perseguitarli viene utilizzata tecnologia militare avanzata: nel 2015 il governo di Gaborone ha ordinato tre elicotteri AS350 B3e di Airbus Helicopters, dotati di apparecchiature per la visione notturna che comunicano con guardie armate a terra.

Con la stessa facilità con cui impedisce ai Boscimani di procurarsi da vivere, denuncia Survival, il governo incoraggia i ricchi cacciatori che pagano lauti compensi per la caccia grossa.

Mappa del Botswana e dell'Africa australe
Mappa del Botswana e dell’Africa australe

Stephen Corry, direttore generale di Survival International: “Il Generale Khama e il suo governo dovrebbero vergognarsi per aver implementato questa crudeltà al di sopra della legge, e dovrebbero vergognarsi anche le grandi organizzazioni per la conservazione che non si esprimono contro questo approccio”.

La politica dello ‘sparare a vista’ è immorale  – continua Corry – è un inganno ed è anche controproducente. Prendere di mira i cacciatori indigeni danneggia la conservazione. Quante altre persone dovranno morire inutilmente prima che i conservazionisti se ne accorgano?”.

I problemi sono iniziati con la scoperta dei diamanti.  Nel 1996 quando la De Beers, ha valutato la potenziale estrazione di diamanti nel Central Kalahari Game Reserve è cambiato tutto.

Attività di De Beers/Gope Exploration Company nel Central Kalahari Game Reserve
Attività di De Beers/Gope Exploration Company nel Central Kalahari Game Reserve

Nel 1997 il governo ha iniziato l’espulsione delle tribù San e Bakgalagadi ma, grazie all’aiuto legale di Survival, i San hanno avuto riconosciuti i loro diritti ancestrali di poter cacciare nell’area protetta.

Allo stesso tempo, alla De Beers Gem Diamonds/Gope Exploration Company (Pty) Ltd. il governo del Botswana,  ha concesso un permesso per condurre attività estrattive all’interno della riserva.

Survival International, per tenere alta l’attenzione sulla delicata situazione del popolo San ha lanciato la campagna “Bot50”  per ricordare che “ciò che sta accadendo in Botswana ai boscimani è simile alla situazione dell’apartheid in Sudafrica”.

Boscimani accendono il fuoco nella maniera tradizionale
Boscimani accendono il fuoco nella maniera tradizionale

“Se le cose non cambieranno, nella riserva non ci saranno più boscimani nel giro di poche generazioni – scrive Survival – La corte ha anche stabilito che il divieto di Boscimani di cacciare è contro la costituzione ed equivale alla loro condanna a morte.” Probabilmente è ciò che il governo vuole.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti foto:
– Protesta dei boscimani
Courtesy Survival International
– President Ian Khama of Botswana at the London Conference on The Illegal Wildlife Trade, 13 February 2014 – By Foreign and Commonwealth Office – http://www.flickr.com/photos/foreignoffice/12498848125/, OGL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42311680
– Mappa Africa australe
Courtesy of Secretariat of United Nations
– Mappa Botswana
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=67245
– Attivita di Gope Exploration Company
Courtesy Google Maps
– Boscimani accendono il fuoco
By Isewell, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4107327

Zambia: rieletto il presidente Edgar Lungu tra accuse di brogli e trucchi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 agosto 2016

La commissione elettorale dello Zambia, la “Electoral Commission of Zambia” (ECZ) ha dichiarato  il presidente uscente, Edgar Lungu, leader del partito “Patriotic Front” (PF), vincitore di questa tornata elettorale. Lungu si è aggiudicato il 50,35 per cento dei voti, superando il suo maggiore rivale, Hakainde Hichilema, del partito all’opposizione, il “United Party for National Development “(UPND), che ha raccolto il 47,67 per cento dei consensi.

Hichilema, 54 anni, economista e uomo d’affari a livello internazionale, ha subito contestato il risultato delle votazioni presidenziali, accusando l’ECZ di brogli elettorali.

Il presidente rieletto Edgar Lungu
Il presidente rieletto Edgar Lungu

Il PF ha respinto le accuse ma l’ECZ ha insistito nelle sue critiche con veemenza.  I funzionari della commissione elettorale hanno anche spiegato che il ritardo delle pubblicazioni dei risultati dei voti è stato dovuto al fatto che giovedì scorso la popolazione si è recata alle urne non solo per le presidenziali. In questa tornata elettorale si è votato anche per il rinnovo del Parlamento e gli zambiani  si sono espressi attraverso un referendum su alcuni emendamenti della Costituzione. Inoltre in molte città si sono svolte anche le elezione per i sindaci e per il rinnovo dei consigli municipali.

Jack Mwiimbu, l’avvocato dell’UPND, ha fatto sapere ai giornalisti che il suo partito ha in mano prove schiaccianti che dimostrano i brogli elettorali. Mwiimbu ha aggiunto: “Confidiamo che la Corte Costituzionale dichiari nullo questo risultato”.

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Lo sfidante Hakainde Hichilema

Lungu è stato eletto alla fine di gennaio dello scorso anno (http://www.africa-express.info/2015/01/28/zambia-eletto-nuovo-presidente/). Allora aveva raccolto solo una manciata di voti (28.000) in più del suo avversario Hichilema, che anche in tale occasione aveva accusato l’ECZ di complotti e di aver truccato il voto. Il primo mandato di Lungu è durato solo diciannove mesi, perché è subentrato a Michael Sata, morto nell’ottobre 2014 . I zambiani sono tornati alle urne, perché nel 2016, appunto, sarebbe terminato il mandato del defunto capo dello Stato.

Fino a qualche anno fa lo Zambia era considerato uno dei Paesi africani emergenti dal punto di vista economico. Con la caduta del prezzo del rame, di cui lo Zambia è il secondo produttore del continente africano, le sue entrate si sono ridotte notevolmente. La chiusure di diverse miniere di rame ha prodotto migliaia di disoccupati. La siccità e la carenza nell’ approvvigionamento di corrente elettrica  hanno avuto un ulteriore grave impatto negativo sull’economia.

Una miniera di rame nella regione del Copperbelt
Una miniera di rame nella regione del Copperbelt

Fortunatamente il kwacha zambiano è in lenta ripresa, dopo essere stato declassato come peggiore valuta del mondo lo scorso anno.

Oltre al gravissimo problema economico, il nuovo governo dovrà affrontare alcuni altri punti chiave, come la disoccupazione, l’elevato costo della vita, l’istruzione e il carente sistema sanitario.

Il settanta per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e lo stipendio medio annuale pro capite si aggira sui 395 dollari.

L’aspettativa di vita dei zambiani è piuttosto bassa. Si colloca sui 49 anni, a causa dell’infezione da HIV / AIDS, che in questo Paese assume toni drammatici. Si stima che oltre il 12,9 per cento la popolazione adulta tra i 15 e i 49 anni ne sia colpita.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Aggiornamento: 16 agosto 2016

I festeggiamenti per la vittoria di Edgar Lungu dovranno attendere. La Corte Costituzionale ha dato seguito alla richiesta dell’UPND, il partito all’opposizione. I giudici hanno due settimane di tempo per esprimersi sulla delicata questione dei brogli elettorali. Potrebbero anche decidere di annullare queste elezioni presidenziali.

La polizia ha fatto sapere di aver arrestato quasi centocinquanta persone  perché contestavano  il risultato elettorale nelle roccaforti dell’opposizione. Un membro del partito al potere è ugualmente in stato di fermo perchè aveva dato fuoco ad una vettura della polizia.

Lungu, durante un comizio post-elettorale tenutosi a Lusaka,  ha comunicato ai suoi sostenitori che non potrà prestare giuramento, finchè la Corte Costituzionale non avrà dato il nulla osta.

Italiano da un anno agli arresti in Mauritania, abbandonato da tutti rischia la pena di morte

Massimo AlberizziDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 14 agosto 2016

Intrighi, guerra di spie, coni d’ombra che nessuno vuole illuminare, personaggi dal profilo oscuro, che agiscono con coperture governative, servizi segreti che si muovono senza alcun controllo istituzionale, ex carabinieri chi si sono messi in proprio. In questo scenario – dove l’indicibile più indaghi e più viene a galla – si inquadra la vicenda di Cristian Provvisionato, il quarantaduenne detenuto in Mauritania, esattamente da un anno, con un’accusa gravissima: attentato alla sicurezza dello Stato. Un’incriminazione che potrebbe comportare una sentenza spaventosa: la condanna a morte. Improbabile però, perché anche i mauritani sanno perfettamente che Cristian in questa vicenda non c’entra ed è solo un capo espiatorio, tenuto in ostaggio dal Paese africano. Ma ciò non giustifica il fatto che nessuno si stia occupando di lui. Anzi sembra proprio che qualcuno lo stia sacrificando in nome di interessi diversi, come la sicurezza del nostro Paese. C’è da giurare che, se ci sarà un processo, il governo per evitare indagini metterà il segreto di Stato.

Cristian Provvisionato fotografato al mare pochi giorni prima del suo viaggio in Mauritania
Cristian Provvisionato fotografato pochi giorni prima del suo viaggio in Mauritania

La Mauritania spera così di avere indietro il milione e mezzo di dollari pagato per acquistare un software di intrusione studiato per controllare a tappeto computer e smartphone, ma che, una volta installato, avrebbe potuto spiare anche i computer e gli smartphone del compratore, e cioè la presidenza della Repubblica dell’ex colonia francese. Una transazione di un apparato di spionaggio che le Nazioni Unite considerano un’arma e che deve sottostare alle regole internazionali di vendita delle armi.

Quando il 14 agosto dell’anno scorso lascia la fidanzata Alessandra al mare, Cristian Provvisionato pensa di restare in Mauritania una o, al massimo, due settimane. Ha appena ricevuto una telefonata di Davide Castro che lo invita ad accettare un breve lavoro in Africa. Invece, partito per Nouakchott due giorni dopo, Cristian è ancora lì. Da allora. Bloccato dalla polizia e dai servizi segreti e tenuto agli arresti in una caserma locale.

Davide Castro è il figlio di Francesco Castro, un ex carabiniere titolare della Vigilar, una società di sicurezza senza alcuna competenza specifica nel campo dell’informatica. Durante quella telefonata arrivata sotto l’ombrellone, Davide spiega a Cristian che l’incarico assegnatogli è semplice: presentare al governo dell’ex colonia francese un prodotto di cyber intelligence, cioè sicurezza informatica, da utilizzare per controllare e spiare computer e cellulari (magari installando all’insaputa del proprietario un virus che ne succhia i dati), penetrare nei computer prelevando tutto il contenuto della memoria e tenere sotto controllo il traffico informatico.

Davide Castro
Davide Castro

Cristian non ha alcuna competenza informatica, ma conosce l’inglese perché ha fatto un corso di sicurezza in Inghilterra. Lui dovrà leggere due paginette con la presentazione dell’azienda. Niente dettagli tecnici perché poi prenderà la parola un ingegnere specializzato che illustrerà ai potenziali clienti, la presidenza della Repubblica della Mauritania, appunto, la bontà del software. Davide Castro spiega sommariamente a Cristian che si tratta di un “prodotto” informatico dedicato alla spionaggio elettronico. In una email successiva, Castro è più preciso: “Come ti ho già accennato telefonicamente in seguito ad alcune attività investigative internazionali da me svolte personalmente nel corso degli utimi anni ho avuto modo di sviluppare alcuni validi contatti nel mondo della Cyber Intelligence. Tra questi mi sono principalmente legato a Manish Kumar, C.E.O di Wolf Intelligence, un’azienda che si occupa dello sviluppo e della vendita di avanzate soluzioni tecnologiche, cyber e Advanced Monitoring Intelligence. Parliamo sia di soluzioni software, sia di dispositivi hardware”.

“Queste soluzioni – spiega bene Davide Castro nel suo messaggio – possono essere vendute solo a governi o agenzie di intelligence governative o di law enforcement. In seguito ad una serie di di incontri tra Milano-India e Dubai (dove ho potuto effettuare un po’ di training) ho deciso di fondare una mia società di intelligence V-Mind con sede a Barcellona e principale motivo sia dei miei viaggi che della mia assenza da Milano”. Quindi Castro sa che sta vendendo alla Mauritania armi, anche se non letali quindi informatiche. E sa anche che è impossibile vendere questo materiale senza i regolari permessi dello Stato che, tra l’altro, prevedono, la presentazione da parte del Paese compratore di un certificato “utilizzatore finale”, nel quale si assicura che quanto è stato acquistato non sarà venduto o comunque passato a Paesi terzi. Un documento necessario a impedire che Paesi sotto embargo riescano a impadronirsi di armi che non possono ottenere per vie legali.

La sede della Vigilar in viale Premuda a Milano
La sede della Vigilar è in un palazzo d’epoca in viale Premuda a Milano. La segretaria è gentile ma non lascia entrare nessuno. Abbiamo lasciato il biglietto da visita chiedendo di essere contattati. Interessava avere il parere di Francesco e Davide Castro sulla vicenda. Non è arrivata nessuna risposta.

Castro racconta ancora che Manish Kumar, gli ha affidato in esclusiva la gestione per la zona Africa della vendita delle sue soluzioni. “In Mauritania – continua nella sua email a Cristian – rappresenterai la Wolf Intelligence, in qualità di responsabile vendite Area Europa. Non avrei bisogno di visto in quanto il cliente è il governo della Mauritania, una volta atterrato verrai accolto da una persona che ti accompagnerà presso il tuo appartamento. E’ probabile che lo stesso ti chiederà il passaporto per farti mettere in visto. Il passaporto ti verrà poi restituito al termine delle trattative, al momento del tuo ritorno”.

E poi l’affondo profondo con la trappola che Cristian non afferra nella sua pericolosità: “Sostituirai Leonida Reitano, un professore esperto di O.S.INT (Open Source Intelligence, cioè notizie che si possono trovare su fonti pubbliche, come libri, articoli o internet, ndr) (probabilmente ripartirà lunedì o martedì). L’ho già inviato in Sudafrica a luglio sempre per conto di Manish per rappresentare Wolf Intelligence alla Fiera di Sicurezza. Con Leonida qualificati pure come nostro collaboratore, esperto di security in aree a rischio”.

L’email si conclude con la proposta economica di 1500 euro alla settimana e di un bonus di 3000, se la vendita andrà a buon fine.

Allettato anche dal compenso Cristian accetta. Si precipita a Milano e il 16 agosto parte per Nouakchott.

Leonida Reitano davanti alla sede della Federazione Nazionale della Stampa (il sindacato dei giornalisti) dove ha tenuto alcuni corsi sull'utilizzo di fonti di intelligence aperti (OSINT)
Leonida Reitano davanti alla sede della Federazione Nazionale della Stampa (il sindacato dei giornalisti) dove ha tenuto alcuni corsi sull’utilizzo di fonti di intelligence aperti (OSINT)

All’arrivo nella capitale mauritana tutto procede come promesso. Leonida Reitano viene a prenderlo all’aeroporto assieme a un gruppo di mauritani, all’apparenza funzionari del governo, e consegna loro il passaporto per le procedure di rito. Non rivedrà più il suo documento. Il tranello che lo bloccherà in Africa è scattato e il cappio organizzato da non si sa bene chi, si chiude attorno al bodyguard milanese.

Leonida Reitano è l’uomo che Cristian deve sostituire, secondo le consegne ricevute da Castro, alla riunione prevista pochi giorni dopo con i tecnici governativi per presentare i prodotti della Vigilar. La guardia milanese non sospetta che in realtà si tratta di una sorta di “scambio di ostaggi”. Infatti un paio di giorni dopo Reitano parte per l’Italia. Nel bagaglio non ha nessun vestito elegante, nessuna giacca, nessuna cravatta. Come avrebbe potuto partecipare in maglietta e pantaloncini corti a un meeting d’alto livello?

Infatti il meeting salta. Manish Kumar non si presenta in Mauritania e il 1° settembre Cristian viene arrestato.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
(1 – continua)

La seconda puntata di questa inchiesta si può leggere qui

Gli intrighi di spie e faccendieri: il tranello teso all’italiano prigioniero in Mauritania

Incappucciato

 

Etiopia, il governo scatena la repressione contro gli oromo e gli amhara

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 agosto 2016

Mentre gli occhi del mondo sono tutti puntati sulla ventiquattrenne etiope Alamz Ayana, che si è aggiudicata la medaglia d’oro nei diecimila metri alle olimpiadi di Rio con il tempo di 29 minuti e 17.45 secondi, nella nostra ex-colonia si infiammano le proteste nel quasi silenzio dei media.

Le forze dell’ordine hanno nuovamente calcato la mano, uccidendo una novantina di persone lo scorso week end nelle regioni centro-occidentali dell’Oromia e nell’Amhara. Lì risiedono le due più grandi etnie, che rappresentano due terzi della popolazione etiopica. Secondo una stima di alcuni attivisti, anche migliaia di manifestanti sono stati arrestati nella capitale Addis Ababa.

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Merera Gudina, leader  del “Oromo People’s Congress” ritiene che il Paese è arrivato ad un bivio. “Le persone sono stanche, chiedono i loro diritti”, precisa Gudina e aggiunge: “La popolazione protesta contro l’accaparramento dei terreni (landgrabbing) e chiede risarcimenti adeguati. Le elezioni sono state truccate, il costo della vita aumenta in continuazione e diventa sempre più difficile il sostentamento della famiglia”.

Gudina, con molta amarezza, afferma: “Il governo non ha nemmeno tentato una mediazione, nessuna proposta di dialogo con gli oppositori o rappresentanti del popolo. L’unica risposta che abbiamo ricevuto sono state pallottole, repressione”.

L’alto commissario per i diritti umani dell’ONU, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha chiesto al governo etiopico l’autorizzazione all’ invio di osservatori  internazionali nelle Regioni Oromia e Amhara.  “Bisogna assolutamente approfondire questo eccesivo uso della forza. Il mio ufficio è in contatto con il governo del Paese per ottenere le necessarie autorizzazione”, ha fatto sapere Al Hussein mercoledì scorso in un comunicato.

Per tutta risposta, Getachew Reda, un portavoce del governo di Addis Ababa, ha fatto sapere che la presenza degli osservatori internazionali nelle due specifiche Regioni, per investigare sulle violenze non è gradita. Il governo è responsabile della sicurezza dei propri cittadini. Reda ha sottolineato che nel Paese africano sono già presenti molti funzionari dell’ONU, perché dunque inviarne altri in Oromia e in Amhara?

Reda ha assicurato che il governo aprirà un’inchieste interna in collaborazione con i residenti, per verificare se le forze dell’ordine hanno effettivamente abusato del loro potere e dell’uso delle armi.

L’ultima ondata di proteste è iniziata lo scorso novembre nella città di Ginchi nell’Oromia perché il governo centrale aveva predisposto l’esproprio di molti terreni agricoli per destinarli all’espansione della capitale Addis Ababa. Numerosi agricoltori si sarebbero così trovati in difficoltà senza la loro terra e senza lavoro. C’era il pericolo che si potessero trasformare in sfollati. Tale progetto  fortunatamente non è stato messo in atto, ma le proteste si sono protratte, perché molti manifestanti non sono stati rimessi in libertà.

A maggio di quest’anno si sono svolte le elezioni parlamentari, vinte del partito al potere, il “Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front “(EPRDF), che si è aggiudicato una valanga di voti. Gli oppositori e i critici hanno manifestato il loro disappunto per questa schiacciante vittoria e hanno parlato di brogli elettorali.

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Human Rights Watch stima che tra novembre e giugno le forze dell’ordine abbiano ammazzato oltre quattrocento persone. Nello stesso periodo sono stati arrestati molti personaggi, tra loro anche  Bekele Gerba, un attivista Oromo.

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Le proteste sono ora dilagate anche in altre regioni della nostra ex-colonia. La popolazione si sta organizzando secondo criteri etnici.

In tutto il Paese la situazione è molto tesa. Il primo ministro, Haile Mariam Desalegn, si è lasciato sfuggire durante un’intervista alla BBC che l’Etiopia sta scivolando verso un conflitto etnico, simile a quello dei Paesi confinanti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

AU Launches a Continental Passport while Brexit Closes Doors

Tonderayi Mukeredzi
Addis Abeba, 11th August 2016

The image of Rwandan President Paul Kagame and Chadian President Idriss Déby proudly holding the first two copies of the newly launched pan-African passport at the African Union (AU) summit in the Rwandan capital Kigali this month marked the type of historic moment rarely seen at such gatherings, where outcomes are often measured in declarations or resolutions.

With the launch of the new pan-African document, the continent moved up a notch towards the free cross-border movement of goods and people—in direct opposite to Brexit, the decision by British voters to exit the European Union.

The AU will issue the new biometric or electronic passport only to African heads of state, foreign ministers and diplomats accredited by the AU headquarters in Addis Ababa, Ethiopia. It will bear the AU’s name and that of the issuing country. The plan is for African governments to roll it out to their citizens by 2018.

Il presidente ruandese Paul Kagame, il suo omologo ciadiano, Idriss Déby, mostrano il loro passaporto panafricano al summit dell'AU che si è tenuto a Kigali nel giugno scorso. sotto lo sguardo compiaciuto della presidente della Commissione dell'Africa Union. la sudafricana Nkosazana Dlamini-Zuma (Photo: African Union)
Il presidente ruandese Paul Kagame, e il suo omologo ciadiano, Idriss Déby, mostrano il loro passaporto panafricano al summit dell’AU che si è tenuto a Kigali nel giugno scorso. sotto lo sguardo compiaciuto della presidente della Commissione dell’Africa Union. la sudafricana Nkosazana Dlamini-Zuma (Photo: African Union)

Many thought the move was well overdue, since one of the AU’s regional trading blocs, the 15-member Economic Community of West African States (ECOWAS), has been offering 90-day visa-free entry to member states’ citizens since the late 1970s.

Visas in Ghana

One sign that the region is making progress in dismantling intra-African trade barriers is that while the AU was launching its new passport, Ghana, a member of ECOWAS, was starting to issue visas upon arrival to citizens of all 54 African countries. Prior to the move, Ghana offered visa-free entry only to ECOWAS citizens.

According to the African Development Bank’s Africa Visa Openness Report 2016, acquiring a visa is a huge challenge for travellers, with Africans still needing visas to travel to 55% of other African countries. Only 13 out of 54 countries offer liberal access (visa-free or visa on arrival) to Africans.

Integrationists say restrictions on movement across borders go against the continent’s goal of becoming “One Africa” and further negate the spirit of the AU’s Agenda 2063, the continent’s long-term economic blueprint. They maintain that visa-free regimes promote intra-African trade and investment, facilitate business and create employment opportunities.

So far Seychelles is the only country in Africa that has abolished visa requirements for all African countries, with Ghana, Mauritius and Rwanda having made great strides. Namibia and Zimbabwe have also made notable progress.

In March, Zimbabwe scrapped its requirement for visas for citizens of members of the Southern African Development Community (SADC), another AU regional trading bloc. The country is already one of only nine African countries offering e-Visas, which allow visitors to apply online and pay for a visa on arrival, facilitating easy and hassle-free travelling.

Likewise, Namibia scrapped visa requirements in May for all holders of diplomatic or official passports from AU member states. Although the visa exemptions do not apply to all Africans, they are widely seen as a precursor to a continent-wide visa-free regime.

Southern Africa ranks as the third most open sub-region in Africa. It allows the highest number of the world’s population into its countries without visa restrictions, while East Africa is the continent’s most visa-open sub-region.

Kenya, Rwanda and Uganda share the East Africa Tourist Visa, an open visa initiative for citizens from the three countries. In the coming months, Rwanda could very well follow Seychelles’s footsteps, as it is carrying out a study expected to recommend abolishing visa requirements for all African nationals. In the meantime, Burundi and Tanzania have opted to stay out of the common tourist visa initiative for security reasons.

Yves Butera, spokesperson for the Rwanda Directorate General of Immigration and Emigration, said removing visa restrictions would promote African unity and help the continent reduce its dependence on donor aid.

“The idea of an Africa with seamless borders is the way to go. Africa is endowed with vast natural resources, including minerals and rich soil. If we can combine our strength, then we could live without financial help from Western and European countries,” he told Africa Renewal.

Mr. Butera said his country’s non-restrictive visa regime has allowed more visitors to visit Rwanda, which has boosted trade and development and created jobs.

“We support the idea of visas on arrival; if necessary we should remove visas to Rwanda so that people can freely visit our country and other African countries,” he said. “As well, the idea of open visas and/or visas on arrival is beneficial to us because it facilitates the ease of doing business between our country and other countries, and that helps investors to come here easily, and to spend, which creates revenue and jobs.”
iiiiiHe urged other African countries to adopt visa-free policies, which is one of the many elements that have lifted Rwanda to its ranking among the top three easiest places to do business in Africa. A high ranking on the World Bank’s ease of doing business index means the regulatory environment is conducive to starting and operating a company.

The World Tourism Organization (WTO), a UN body that promotes tourism, notes that Africa has made significant progress in simplifying the issuance of visas since the organisation started monitoring tourism visa policies in 2008.

“In 2008, Africans comprised on average 88% of the world’s population to apply for a traditional visa prior to departure. This has decreased to 57% in 2015, because many African countries have introduced travel facilitation measures such as visa on arrival and e-Visa,” Rut Gomez Sobrino, a WTO media officer, told Africa Renewal.

WTO research has shown that tourist visa facilitation can deliver important benefits by increasing tourist numbers and generating more income, said Ms. Sobrino, adding that “[visa facilitation] is also a key element in fostering regional integration, and we are thus very pleased to see the progress that is being made in Africa.”

This is corroborated by the Africa Visa Openness Report, which observes that Rwanda, a country that abolished work permits for East African Community citizens to support its open-visa policy, has increased its trade with Kenya and Uganda by at least 50%, while the visa-on-arrival policy has increased African arrivals in Rwanda by an average of about 22% per year. Foreign nationals, however, may be charged up to $100 for a 90-day East African Tourist Visa or $30 for a 30-day Rwandan visa purchased at the airport.

For a seamless Africa to be a success, the WTO says it is imperative to continue to push for the elimination of visa requirements, the continuous liberalization of international air transport to the benefit of all stakeholders, the promotion of initiatives (such as one-stop border posts) that reduce delays, and the creation of interregional and international transport and road transit. A one-stop border post merges two stops in a national border control process into one to reduce transit costs and facilitate the easy movement of passengers and goods.

What are the threats? 

The greatest threats to a borderless Africa lie in the prospect of increased risks to national security and heightened exposure to regional conflicts, contagion from public health crises and the movement of the jobless from many parts of the continent. African countries with strong economies tend to attract a large number of migrants from poor countries.

The lack of technological infrastructure and capacity to issue biometric passports is likely to create problems for many African countries. Only 13 of the 54 African countries currently offer biometric passports.

However, the experiences of Mauritius, Rwanda, Seychelles and the ECOWAS bloc show the positive effects of open-visa policies on economies, and that governments can address security concerns and economic migration by investing in new technologies, effective traveller identification management systems and integrated border controls.

For full integration, open visas should also be accompanied by free movement of goods and the removal of high, protective tariff barriers.

According to the World Bank, intra-African trade costs are around 50% higher than in East Asia, and are the highest of intraregional costs in any developing region. In its December 2015 brief, “Deepening African Integration: Intra-Africa Trade for Development and Poverty Reduction”, Anabel Gonzalez, the bank’s director of trade competitiveness, notes that because of high costs, Africa has integrated with the rest of the world faster than with itself.

Effective regional integration, she suggested, must involve more than removing tariffs; it must also involve addressing on-the-ground constraints that paralyze the daily operations of ordinary producers and traders. This is done through regulatory reforms and building the capacity of institutions tasked with enforcing the regulations.

Africa seems to be going where the EU is coming from, given the Brexit experience and the anti-immigration sentiment sweeping Europe; the majority of its citizens are keen on moving towards a more integrated continent, although outbreaks of xenophobia have been reported. Integration starts with making it easier for people and services to move freely across national borders.

The new AU passport is an important new addition to the steps Africa is already taking to achieve the goals embodied in the Agenda 2063 vision.

Tonderayi Mukeredzi

*Tonderayi Mukeredzi
writes for United Nations
Africa Renewal magazine

Read the original article on Theafricareport.com : Seamless borders and development | West Africa
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Riprende la guerriglia a Cabinda: il FLEC attacca, morti e feriti tra l’esercito angolano

Africa ExPress
Luanda, 9 agosto 2016

Nuovi scontri qualche giorno fa tra i militanti separatisti del movimento “ Front for the Liberation of the Enclave of Cabinda” (FLEC) e l’esercito angolano nell’enclave della ex-colonia portoghese tra il Congo-Brazzaville e il Congo-Kinshasa.

I combattimenti hanno avuto luogo l’ultimo week end di luglio tra Dinge e Massabi e si sono protratti per due giorni, durante i quali sono stati uccisi quattro ufficiali angolani e sette soldati, mentre altri sei militari delle truppe delle forze armate dell’ex-colonia portoghese (FAA) hanno perso la vita in un imboscata in altra un’altra località della provincia. Sembra che siano morti anche due militanti dei ribelli. Sale così a quaranta il numero di vittime dalla ripresa delle ostilità.

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Una fonte delle forze armate ha confermato gli scontri ci sono stati, ma non ha fatto menzione né di vittime, né di feriti. La fonte ha precisato che le misure di sicurezza nella regione sono state notevolmente rafforzate anche con pattugliamenti aerei.

Con l’indipendenza dal Portogallo, ottenuta nel 1975, l’enclave è stata inclusa come provincia della nuova nazione. Da allora è iniziato un lungo periodo di instabilità politica, tuttora non risolta, con continui scontri fra il FLEC e organizzazioni analoghe e l’esercito angolano. Dal 2007 è diventata una Provincia a statuto speciale.

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L’enclave è ricca di petrolio, diamanti e oro e da alcuni stata ribattezzata “Il Kuwait africano” . Dall’Oceano Atlantico, non lontano dalla costa, viene estratto il sessanta per cento del greggio angolano, per lo più dai cinesi. La Cina è infatti il maggiore partner economico del governo del Paese. Malgrado le immense ricchezze dell’enclave, la popolazione – all’incirca quattrocentomila persone – vive in povertà, per non dire in miseria.

In un comunicato di pochi giorni fa la leadership del FLEC ha chiesto al governo cinese di rimpatriare immediatamente i suoi cittadini residenti, impiegati nell’estrazione del petrolio. La loro presenza, è stato sottolineato, rappresenta “una provocazione”.

Finora il governo dell’Angola non ha rilasciato nessun commento sull’accaduto.

Africa ExPress

São Tomé e Príncipe: presidente per 15 anni e di nuovo candidato si dimette dal ballottaggio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 agosto 2016

Colpo di scena al secondo turno delle presidenziali a São Tomé e Príncipe, il più piccolo Stato del continente africano: Pinto da Costa, presidente uscente, ha ritirato la sua candidatura all’ultimo momento, venerdì scorso, immediatamente prima del ballottaggio che si è tenuto ieri. Ha deciso quindi di non partecipare al ballottaggio, lasciando così via libera al suo rivale ed ex-primo ministro Evaristo Carvalho.

Ieri l’affluenza alle urne è stata molto bassa. I seggi elettorali hanno chiuso le porte alle 18.00, ora locale. I 111.000 cittadini aventi diritto al voto, sono stati invitati ugualmente a recarsi alla seconda tornata elettorale, ma i più hanno boicottato questo loro diritto-dovere, l’unico candidato rimasto in lizza al ballottaggio è stato Evaristo Carvalho. Dunque ora si attende solamente la proclamazione ufficiale da parte del Comitato elettorale nazionale (CEN).

Un seggio elettorale (foto ENCA)
Un seggio elettorale (foto ENCA)

Lo Stato lagunare conta 143.500 abitanti,  circa 137 500 vivono a São Tomé e 6 000 a Príncipe. La ex-colonia portoghese si trova nell’Oceano Atlantico, a largo dell’Africa centro-occidentale, nel Golfo di Guinea. E’ composta da una ventina di isole, le due maggiori sono São Tomé e Príncipe, che distano centoquaranta chilometri tra loro.  E’ considerato un modello di democrazia nel così travagliato continente africano. Eppure in questo momento l’ex-colonia portoghese, dopo ben venticinque anni di multipartitismo, sta attraversando una crisi politica inedita, iniziata il 17 luglio scorso dopo la prima tornata elettorale delle presidenziali.

I risultati provvisori del primo turno davano come vincete Carvahlo,  si sarebbe aggiudicato la maggioranza assoluta con il 50,1 per cento dei voti. Poco dopo la Commissione elettorale nazionale ha cambiato versione dei risultati, aprendo la strada al ballottaggio.

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Secondo i dati ufficiali proclamati dal Tribunale Costituzionale, il 17 luglio Carvalho si è aggiudicato il 49,8 per cento delle preferenze, Pinto da Costa, solamente il 24,83 per cento, risultato fortemente contestato dal presidente uscente, che ha parlato persino di brogli elettorali.

Per questo motivo l’anziano pesidente e Maria das Neves, il terzo candidato in lizza per l’ambita poltrona, si sono rivolti al Tribunale Costituzionale, chiedendo l’annullamento della prima tornata elettorale. I giudici della Corte hanno però rigettato questo loro ricorso.

Da Costa, oggi settantanovenne, è stato presidente per quindici anni, dal 1975, anno nel quale lo Stato lagunare ha ottenuto l’indipendenza dal Portogallo, al 1991. Nel 2011 è stato nuovamente rieletto e ha occupato la poltrona fino all’altro giorno.

In un comunicato alla nazione di venerdì scorso, Da Costa ha annunciato il suo ritiro definitivo dal ballottaggio, perché ritiene questo processo elettorale fraudolento.  “Non posso accettare  una cosa del genere, né come candidato, tanto meno come presidente”, ha specificato, invitando la popolazione di boicottare le urne.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes


Sudafrica, disfatta elettorale per l’ANC: persa Pretoria, un bianco eletto a Mandela Bay

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Johannesburg, 8 agosto 2016

Alle elezioni locali che si sono tenute nei giorni scorsi in Sudafrica, l’African National Congress, il partito al potere dalla fine del regime di segregazione razziale, è stato sconfitto a Pretoria dal gruppo di opposizione Democratic Alliance (DA, Alleanza Democratica). A Tshwane, il comune che comprende la capitale, il candidato della DA ha preso il 43 per cento dei voti, quello della ANC il 41. L’opposizione ha conquistato 93 seggi, mentre l’ANC è secondo con 89 consiglieri, sui 214 che formano il consiglio municipale. La Democratic Alliance deve comunque costituire una coalizione per formare il governo della città metropolitana.

Helen Zille, tra i leader della Democratic Alliance, bacia un residente di un villaggio durante una dimostrazione prima delle elezioni
Helen Zille, tra i leader della Democratic Alliance, bacia un residente di un villaggio durante una dimostrazione prima delle elezioni (foto AFP)

Nella più grande città del Paese, e capitale economica, Johannesburg, l’ANC ha battuto gli avversari, ma ha perso la maggioranza assoluta, ottenendo solo il 44 per cento dei voti. Soprattutto il partito al potere ha dovuto cedere anche Nelson Mandela Bay, area metropolitana nella Eastern Cape, che comprende Port Elizabeth. Ha vinto un bianco Athol Trollip della Democratic Alliance . La città che ha preso il nome del simbolo della lotta anti apartheid vanta una ricca storia di lotta contro il razzismo e, ventidue anni dopo la fine dell’odioso regime segregazionista, i neri hanno votato non in base alla razza, ma confrontandosi sui problemi quotidiani. Athol Trollip, che parla correntemente Xhosa, non siederebbe oggi sulla poltrona di sindaco se la stragrande maggioranza delle persone di colore non avesse votato per lui.

Quella odierna è la peggiore performance elettorale dell’ANC da quando ha governato indisturbato e senza ostacoli, cioè dalla fine dell’apartheid nel 1994.

Neri e bianchi assieme alle dimostrazioni contro l'ANC
Neri e bianchi assieme alle dimostrazioni contro l’ANC

Gli analisti dei giornali sudafricani sostengono che il potere del partito storico è stato minato da una serie di scandali per corruzione e di beghe interne. L’economia è ferma dalla crisi finanziaria globale cominciata nel 2008 e il Paese ha uno dei più alti tassi di disuguaglianza economica in tutto il mondo.

Gli scandali hanno colpito anche il presidente Jacob Zuma la cui casa è stata ristrutturata con un finanziamento di soldi pubblici per 20 milioni di dollari. La Corte costituzionale ha recentemente condannato Zuma a restituire allo Stato oltre 500.000 dollari.

Il leader della Democratic Alliance, Mmusi Maimane ( a destra) e Athol Trollop, sit nuovo sindaco di Nelson Mandela Bay (Foto Daily Dispatch
Il leader della Democratic Alliance, Mmusi Maimane ( a destra), e Athol Trollop, il nuovo sindaco di Nelson Mandela Bay (Foto Daily Dispatch)

L’ANC ha ancora saldamente in mano le redini del Paese, ma che i suoi consensi sono in forte calo. Si può tranquillamente affermare che la maggioranza nera è pronta a non seguirne più ciecamente le direttive. L‘attuale tornata elettorale mostra che a livello nazionale il suo sostegno si attesta al 54 per cento. Alla Democratica Alliance vanno il 27 per cento dei consensi. Buona la performance di un nuovo gruppo, il radicale Economic Freedom Fighters che ha preso l’8 per cento.

Massimo A. Alberizzi
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