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Niger, il viaggio in Africa della Merkel tra promesse di sviluppo e richieste imbarazzanti

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 ottobre 2016

La seconda tappa del viaggio africano ha portato la Merkel ieri a Niamey, la capitale del Niger, dove ha incontrato il presidente Mahamadou Issoufou. Migrazione, e come arginare i flussi sempre crescenti e la sicurezza, guerra al terrorismo sono stati i temi principali del colloquio bilaterale.  Senza mezzi termini Isouffou ha fatto presente alla Merkel che i fondi predisposti dall’UE per il suo Paese sono assolutamente insufficienti per frenare l’emigrazione. Il presidente ha chiesto un piano Marshall per il Niger e l’intera Regione. Ovviamente la cancelliera ha risposto a tale richiesta con un netto rifiuto.

La Merkel ha comunque promesso a Isouffou un forte impegno per favorire lo sviluppo del Niger, promessa fatta anche al suo omologo maliano il giorno precedente, in cambio di una maggiore collaborazione per quanto concerne la gestione dei flussi migratori.

Angela Merkel, cancelliera tedesca e Mahamadou Issoufou, presidente del Niger
Angela Merkel, cancelliera tedesca e Mahamadou Issoufou, presidente del Niger

Il Niger è uno tra i Paesi più poveri al mondo. La mortalità infantile è elevatissima. Duecentoquarantotto piccoli su mille non raggiungo i quattro anni d’età; la principale causa sono le precarie condizioni di salute e l’alimentazione tutt’altro che ricca e variabile. Anche la scolarizzazione è molto bassa, raggiunge appena il ventinove per cento ed è riservata per lo più ai maschi,sessanta per cento, mentre solo il quaranta per cento delle bambine frequenta la scuola.

La ex-colonia francese rappresenta un importante punto di passaggio per i profughi provenienti dall’Africa occidentale. Si trova, infatti, in una posizione strategica per i flussi migratori che vogliono raggiungere le coste libiche per imbarcarsi alla volta dell’Italia
.
Si stima che lo scorso anno almeno centomila persone in fuga da fame nera, guerre e persecuzioni, abbiano attraversato Agadez, città e capoluogo della regione omonima nel nord del Niger, verso il confine con la Libia, per raggiungere le nostre coste.

Issoufou ha salutato favorevolmente l’intenzione della Germania di voler costruire una sua base all’aeroporto di Niamey per facilitare l’intervento delle proprie truppe in Mali. Grazie alla posizione geografica strategica del Niger  – confina con la Libia, la Nigeria e il Mali – è possibile condurre una guerra contro il terrorismo su tre fronti.

E per il 2017 la Germania prevede di incrementare la presenza delle sue truppe in Mali e in Niger, in particolare è in programma l’invio di altri uomini per la missione EUCAP (European external action service) per l’addestramento delle forze di sicurezza locali e la formazione di nuovi poliziotti. Progetti per far desistere i giovani ad abbandonare il Paese e a per coloro che saranno rimpatriati sono in fase di sviluppo.

migranti in partenza dal Niger
migranti in partenza dal Niger

La cancelliera ritiene che l’Africa, insieme al trattato sottoscritto con la Turchia, rappresentino i punti chiave delle politiche migratorie. Grazie agli aiuti per lo sviluppo, migliorerà la qualità della vita delle popolazioni residenti. “In questo modo” – sottolinea la cancelliera – si combattono le cause profonde della migrazione”.

La qualità della vita delle persone migliora, invece, evitando  la repressione e i conflitti, specie quelli interni, che costringono le persone a lasciare le proprie radici. Collaborare con dei dittatori è come camminare sulle sabbie mobili. Forse l’UE ha omesso di prendere in considerazione questo piccolo particolare, pur di chiudere le porte a persone bisognose di protezione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali: Prima tappa del viaggio in Africa della cancelliera tedesca

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena,  10 ottobre 2016

Angela Merkel, il cancelliere tedesco, ha terminato oggi la sua visita a Bamako, Mali, prima tappa del suo safari in Africa. Il suo tour  prevede un incontro con il presidente nigerino Mahamadou Issoufou a Niamey, in Niger, mentre martedì volerà ad Addis Ababa, capitale dell’Etiopia, sede dell’Unione africana (UA).

Al suo arrivo a Bamako ha incontrato il presidente maliano Ibrahim Boubacar Keïta. Tema principale del colloquio è stato ovviamente l’immigrazione “clandestina” verso l’UE, lo scopo principale del viaggio in Africa della cancelliera. Infatti, la Germania, l’Italia e la Francia si sono impegnati con l’UE di cercare degli accordi con le ex-colonie francesi, in particolare con il Mali e il Niger. Da gennaio a settembre di quest’anno seimilacinquecento maliani hanno fatto domanda di asilo nell’UE, relativamente pochi, ha fatto notare la Merkel  “e per questo la stabilizzazione del Paese è nelle nostre priorità” – ha aggiunto.

Angela Merkel e il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita
Angela Merkel e il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita

I tedeschi partecipano a MINUSMA (acronimo francese per Mission multidimensionnelle Intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation au Mali) con cinquecentoquaranta soldati, mentre altri centotrenta militari fanno parte dell’EUTM (acronimo per “Missione di formazione dell’UE”), con il compito di formare le forze di sicurezza maliane. (http://www.africa-express.info/2015/11/28/mali-terroristi-attaccano-i-peacekeeper-merkel-invia-650-militari/).

La Merkel ha confermato al presidente maliano il pieno appoggio nella lotta contro la droga e i trafficanti di uomini. E ha sottolineato: “Vogliamo dare il nostro contributo alla stabilizzazione del Paese”. Dal canto suo Keïta ha promesso un maggiore impegno del suo governo per frenare l’emigrazione, ma in cambio ha chiesto un ulteriore “regalo”: altri elicotteri per la missione MINUSMA, richiesta per ora lasciata in sospeso dalla cancelliera.

Soldati della Minusma in pattugliamento
Soldati della Minusma in pattugliamento

Prima della sua partenza  verso il Continente nero la Merkel ha rilasciato una breve dichiarazione durante una conferenza stampa: “Dovremmo impegnarci di più del destino dell’ Africa. Il suo benessere è nell’interesse della Germania”.

Certo, meno richiedenti asilo, meno grattacapi. Ecco perché è stato istituito il fondo fiduciario d’emergenza dell’UE per l’Africa, al quale ha persino aderito la Svizzera, garantendo un contributo di cinque milioni di Euro, per affrontare le cause profonde della migrazione africana e proteggere meglio i migranti. Certo, garantire investimenti che dovrebbe dare una maggiore qualità di vita alle popolazioni. Ma esiste il reale pericolo di finanziare dittatori. Con il flusso di denaro a disposizione aumenta la repressione e con essa la fuga dal proprio Paese.

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Cheikh Ag Aoussa,leader di Ansar Dine, morto sabato

Nel 2012 oltre la metà del nord della ex-colonia francese era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in  gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo.  Alcune zone, come Kidal, sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane ed internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il  “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali” (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/) e l’attuazione dell’accordo stenta a decollare (http://www.africa-express.info/2016/08/22/14413/).

Solo due giorni fa è stato ucciso Cheikh Ag Aoussa , capo di Ansar Dine, movimento ribelle tuareg. Aoussa stava tornando da una riunione tenutasi alla sede di MINUSMA a Kidal, nel nord-est del Paese, quando la sua macchina è saltata su una mina ed è morto sul colpo.

 Cheikh Ag Aoussa, un touareg della tribù degli  Ifoghas fa parte dell’Alto consiglio per l’unità dell’AZAWAD (HCUA); nel 2012, l’inizio dell’insurrezione, aveva fatto parte di ANSAR DINE, guidato ancora oggi dal touareg maliano Iyad Ag Ghaly.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

 

 

L’11 ottobre si celebra in tutto il mondo la giornata delle bambine voluta dall’ONU

Africa ExPress
Ginevra, 9 ottobre 2016

Il 19 dicembre 2011 l’Assemblea generale dell’ONU ha istituito con la risoluzione numero 66/170 la giornata internazionale delle bambine e ragazze che si celebrerà l’11 ottobre di ogni anno. Tale ricorrenza è dedicata a tutte le bimbe e adolescenti, ai loro diritti, così spesso negati.

Secondo un rapporto dell’UNICEF (il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia), la bambine devono dedicare quaranta per cento più tempo dei loro coetanei maschi per svolgere lavori domestici gratuiti. Vale a dire centosessanta milioni di ore al giorno su scala mondiale.

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Due bambine su tre cucinano, riordinano la casa e al meno la metà deve provvedere all’approvvigionamento dell’acqua per tutta la famiglia e/o raccogliere la legna per cucinare.

Nel suo rapporto l’UNICEF sottolinea che spesso le bambine e adolescenti svolgono anche lavori meno visibili: si prendono cura dei vecchi nonni e dei fratellini più piccoli. Tra i quattro e nove anni dedicano in media trenta per cento più tempo per questi lavori dei loro coetanei maschili, mentre man mano che crescono questo raggiunge anche il cinquanta per cento.

Le “piccole donne” sono esposte a non pochi pericoli mentre si recano ad attingere l’acqua al fiume, ai pozzi o quando vanno a raccogliere la legna: spesso subiscono violenze di ogni genere durante il tragitto.

Al primo posto troviamo la Somalia: le bambine sacrificano almeno ventisei ore settimanalmente per i lavori domestici, seguita dal Burkina Faso e dallo Yemen. Tempo che le bambine sono obbligate a dedicare ai lavori di casa, a discapito dello studio, ma anche del gioco. Il vero lavoro di tutti bambini dovrebbe essere il gioco, la spensieratezza. Un bambino felice diventerà un adulto consapevole e responsabile.

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sposa bambina

L’11 ottobre sarà presentato il rapporto completo dall’ONU, che includerà anche dati circa le violenze sessuali che subiscono troppo spesso le giovanissime, parlerà delle spose bambine e delle mutilazioni genitali.

Africa ExPress

 

Jihadisti attaccano campo profughi maliani in Niger: 22 soldati morti e 5 feriti

Africa ExPress
Niamey, 7 ottobre 2016

Nel primo pomeriggio di ieri è stato attaccato un campo per rifugiati per maliani a Tazalit, nella Regione di Tahoua, Niger, a circa trecento chilometri dalla capitale Niamey.

Durante l’offensiva, si presume ad opera di un gruppo armato jihadista, sono stati uccisi ventidue militari nigerini, altri cinque sono rimasti feriti. Un responsabile dei servizi di sicurezza ha precisato che tra trenta e quaranta uomini, pesantemente armati , che parlavano tamashek, la lingua tuareg, hanno fatto irruzione nel campo e si sono diretti verso la stazione di comando. Lì hanno aperto il fuoco con le loro mitragliatrici contro i militari, che stavano pranzando.

I terroristi hanno lasciato il campo due ore più tardi, portando con se viveri, abiti, munizioni, armi e tre autovetture, di cui una appartenente all’UNHCR (l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite).

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Poco prima di battere in ritirata hanno incendiato un’ambulanza e saccheggiato l’ambulatorio medico. Poi sono fuggiti su un veicolo militare prima dell’arrivo dei rinforzi dell’esercito nigerino.

Secondo le stime dell’UNHCR il Niger ospita attualmente sessantamila rifugiati maliani e ottantamila nigeriani, per lo più in fuga dai sanguinari Boko Haram.

Malgrado i suoi confini deboli e poco sorvegliati, il Niger rappresenta un’isola in mezzo ad una vasta area instabile. Alcuni dei Paesi confinanti, Mali, Libia e Nigeria, sono sempre sotto la minaccia di gruppi terroristici.

Anche il Niger ha subito diversi attacchi importanti ad opera dei Boko Haram, il peggiore solo qualche mese fa a Bosso (http://www.africa-express.info/2016/06/07/boko-haram/)

Africa ExPress

 

Malawi: le miniere hanno portato fame e povertà

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 ottobre 2016

Nagomba non è più giovane, fra poco compirà settantaquattro anni. Ogni mattina si alza all’alba per andare a prendere l’acqua al fiume. Malgrado i dolori all’anca, cammina con passo sicuro, veloce. Mezz’ora di marcia , un pochino di più per tornare, l’acqua pesa. L’anziana signora vive sulle sponde del lago Malawi.

Sarebbe ben più semplice attingere dal pozzo, vicino a casa, “ma questa è cattiva, fa male, non si può nemmeno utilizzare per lavarsi”, spiega Nagomba.

Qui l’acqua non è mai stato un problema prima che scoprissero le miniere di carbone. “Avevo dei rubinetti proprio vicino a casa mia – racconta l’anziana signora e aggiunge – avevo l’acqua corrente in cucina e in bagno. Poi un giorno sono arrivati i camion, appartenevano alla compagnia che gestisce le miniere. Con il beneplacito del governo, hanno preso la mia terra e la mia casa e ci hanno costretto  a spostarci a sud del confine del bacino carbonifero. Hanno raso al suolo tutte le case e le tubature dell’acqua”.

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Tutto ciò succedeva più o meno nove anni fa. Nagomba e i suoi vicini avevano sperato che le miniere avrebbero portato progresso e sviluppo, invece hanno procurato solo dolori, disagi e pericoli.

Da oltre dieci anni il Malawi, uno dei Paesi più poveri al mondo, ha promosso investimenti privati nel settore dell’estrazione mineraria, per diversificare l’economia, basata soprattutto sull’agricoltura. Karonga, dove vive anche Nagomba, è situato sulla sponda occidentale del Lago Malawi. Lì si trovano una miniera di uranio e due di carbone. Queste miniere dovevano rappresentare  il banco di prova dell’industria mineraria. Il governo aveva annunciato che grazie alle miniere ci sarebbero stati molti nuovi posti di lavoro e che la qualità della vita dei residenti sarebbe migliorata. Sono state fatte molte altre promesse, come la costruzione di scuole, ospedali, nuovi pozzi d’acqua potabile. Nulla di tutto ciò si è tradotto in realtà.

Una scarsa applicazione delle leggi esistenti e una politica poco vigile, poca trasparenza e il non coinvolgimento delle comunità locali ha lasciato la popolazione residente senza protezione alcuna. La gente è stata abbandonata, tenuta all’oscuro dei propri diritti. Nessuno è stato informato dei rischi quotidiani  causati dall’attività mineraria. Le società minerarie non devono rendere conto a nessuno di eventuali devastazioni ambientali e/o altro.

Nagomba deve provvedere a tre nipoti, oltre che prendersi cura del vecchio e malato marito. Prima di essere costretta a lasciare la sua casa, vivevano grazie ad un piccolo appezzamento di terreno molto fertile. Era convinta di ricevere un mucchio di soldi, un risarcimento cospicuo. Invece il denaro per l’esproprio non era nemmeno sufficiente per la costruzione della nuova casa. La famiglia ha dovuto vendere due mucche per terminarla. Per il terreno non ha visto nemmeno l’ombra di un quattrino. Era di proprietà del governo, anche se veniva coltivato da sempre dalla sua famiglia, dei suoi avi prima di lei, ma non era in possesso di alcun documento che potesse dimostrare che fosse suo.

La storia di Nagomba è una storia nella storia. E’ la fine che hanno fatto tutte le famiglie dell’area, anzi, alcune hanno dormito per settimane sotto un albero prima di poter andare in una casa nuova. Spesso non bastavano i soldi, non sapevano come procuraseli per terminare l’abitazione.

Nel 2015 le miniere sono state chiuse. L’area non è stata bonificata. La terra, una volta fertile, ora produce poco o niente. Ogni volta che piove, l’acqua che scorre giù dalle miniere è scura, acida e penetra nel terreno. Prima del loro arrivo qui si coltivava grano, riso e cassava. Ora non cresce nulla. La gente è povera, non può permettersi di comprare il cibo. Nagamba precisa: “Dobbiamo coltivare ciò che mangiamo. La nostra acqua è inquinata. Hanno distrutto la nostra terra e ci hanno lasciato con niente. Rischiamo di morire di fame”.

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Le comunità locali hanno chiesto alla compagnia mineraria di bonificare l’area. Si sono anche rivolti al commissario distrettuale. Ma stanno ancora aspettando risposte. Ora temono anche per la loro salute e dei loro animali.

Il governo malawiano ha mosso alcuni passi nella giusta direzione negli ultimi mesi, riconoscendo l’assoluta necessità di bonificare l’area, cosa che ha chiesto alla compagnia mineraria. Finora questa non ha mosso nemmeno un dito.

“Non ho mai avuto problemi nella mia vita”,precisa Nagomba, riferendosi ai tempi passati, quando aveva abbastanza cibo e acqua potabile.  E aggiunge: “La compagnia mineraria mi ha portato molti problemi. Dopo nove lunghi anni, durante i quali tutti noi abbiamo sofferto la fame e senza protezione del governo, ho poche speranze che le cosse possano migliorare. Il tempo è scaduto. Non ci rimane che attendere di andare nelle nostre tombe”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Amnesty International accusa: i Paesi poveri aiutano i rifugiati, i ricchi no

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 ottobre 2016

Dieci Paesi che insieme rappresentano solamente il 2,5 per cento dell’economia globale, ospitano oltre la metà di tutti i profughi. Un peso enorme che grava sulle spalle di nazioni povere, lasciate praticamente sole dall’Occidente nell’affrontare questo gravoso compito. Lo sostiene Amnesty International sconto cui il 56 per cento dei 21 milioni di rifugiati sono ospitati in Medio Oriente, Africa e nel sud dell’Asia.

Al primo posto troviamo la Giordania che ha accolto 2,7 milioni di profughi, seguita dalla Turchia con 2,5 milioni,  Pakistan con 1,6 milioni e infine il Libano con oltre 1,5 milioni.

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Rifugiati sud-sudanesi

Gli altri Paesi che hanno accolto un gran numero di rifugiati sono l’Iran, l’Etiopia, il Kenya, l’Uganda , la Repubblica Democratica del Congo e il Ciad.

Il segretario generale di Amnesty International, Salil Shetty, ha sottolineato che alcuni hanno fatto sforzi enormi, a volte ben più di quanto potessero affrontare realmente, per ospitare i cittadini di un Paese confinante in crisi. Shetty ha aggiunto: “Milioni di persone scappano da guerre e persecuzioni, come dalla Siria, Sud Sudan, Afghanistan ed Iraq e sono esposti a pericoli terribili durante la fuga ed è inammissibile che poi si trovino ridotti in povertà e miseria”.

Amnesty sostiene giustamente che i Paesi più ricchi ospitano pochi profughi e i loro sforzi sono minimi rispetto a quegli Stati che vicini a nazioni in piena crisi.

0ef5bdcec4bc4882aa2f1255460915bd3a7ef533-1La Gran Bretagna, per esempio, dal 2011 ha accettato di ospitare meno di ottomila siriani, mentre la Giordania ne ha accolto oltre 655.000. Eppure la popolazione giordana è dieci volte inferiore rispetto a quella della Gran Bretagna e il suo PIL è solo l’1,2 per cento di quello del gigante europeo.

Il rapporto evidenzia che non è assolutamente sufficiente inviare aiuti in denaro. I Paesi ricchi non possono e non devono “ pagare” per non far entrare i profughi a casa loro.

Amnesty propone che i Paesi più ricchi diano una casa per il dieci per cento dei profughi globali annui, escludendo il Canada, che ha già accolto oltre trentamila siriani lo scorso anno.

I  leader, è il suggerimento dell’organizzazione,  devono sedersi a tavolino e iniziare un dibattito serio e costruttivo per venire incontro alle persone costrette a lasciare le proprie case a cause di guerre o persecuzioni. Dovranno inoltre spiegare perché possono salvare le banche, sviluppare nuove tecnologie e combattere  guerre, ma non sono in grado di assicurare un alloggio sicura a 21 milioni di rifugiati, che rappresentano lo 0,3 per cento della popolazione mondiale.

Kathleen Newland, una dei fondatori dell’Istituto per le politiche migratorie, ha sottolineato: “Vedremo sempre più persone utilizzare rotte clandestine, costretti a rivolgersi ai trafficanti, mettendo in grave pericolo la propria vita cercando di raggiungere un luogo dove ricominciare una nuova vita”. I profughi troveranno sempre nuove rotte alternative, ancora più pericolose, se si cercherà di bloccare quelle già esistenti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Pregnant and homeless: South Sudan’s women refugees

Special for IRIN
Sally Nyakaniyanga
Adjumani, Uganda,  30th September 2016

Josephine Maziku arrived at Uganda’s Nyumanzi Transit Centre in June this year six months pregnant and with only the dress she was wearing. “I wish I had managed to carry clothes. At least I would use those to cover my child,” said the 18-year-old.

Like many other expectant mothers who fled South Sudan’s violence, she had little time to think of anything but escape. When she got to the border, she was brought to this overcrowded settlement in Uganda’s northern Adjumani district.

According to the Norwegian Refugee Council, 1,700 South Sudanese arrive in Uganda each day. The country currently hosts approximately 315,000 refugees and asylum seekers from its troubled neighbour.

Nyumanzi is one of four transit centres set up to cope with the flow. The wait is meant to be for just a few weeks before the refugees are relocated to permanent settlements in Adjumani.

Donne sudsudanesi incinte rifugiate in Uganda
South Sudanese homless, pregnant women in Uganda

But some have stayed for as long as three months. As a result, a centre designed to hold 2,000 people can have a population of several times that.

Survival is basic: a daily ration of posho – maize meal porridge – and beans, inadequate pit latrines, and not enough water. Diseases such as cholera and malaria are commonly reported. “For expectant mothers, the situation is critical,” said William Drani, coordinator for the Nyumanzi Health Centre.

At transit camps, maternal mortality increases “dramatically” as a result of “poor nutrition (expectant mothers are given the same ration of posho and beans), walking long distances to the health centre, poor health infrastructure and lack of family [support],” he told IRIN.

Albert Alumgbi, assistant settlement commander in the office of the prime minister, and stationed at Nyumanzi, said the centre’s sole clinic is only a referral facility, and also caters to the local population. “This is an emergency situation,” Alumgbi told IRIN. “Sometimes there are no medical personnel at the clinic to assist them, especially during the evening.” The centre serves more than 180 patients per day, and since June that has included a total of 380 expectant mothers.

Prisca Mindraa, from Pagan in South Sudan, is six months pregnant with her seventh child. She has only been to the health centre once since she arrived three months ago. “I have to wake up early in the morning and walk a long distance [and queue] in order to arrive at the health centre on time before they close at midday,” she explained.

Pregnant and labouring

Expectant mothers are advised to visit at least three times during their pregnancy. But aside from the more-than-two-kilometre walk to the centre and the long queues, they also have to contend with gender norms, which leaves all domestic chores to women. “I have to fetch water and queue for food for the family even when my husband is there,” said Limio Nite, who is expecting her third child.

Vicky Amondi, a midwife at the health centre, acknowledges that development partners provide “dignity packs” to mothers after delivery, including soap, underwear, and a bucket.

But she says what’s also needed is special food for pregnant mothers, and clothes for the babies once they deliver. “Organisations that support refugees should provide special food packs for pregnant women at the camps, and assist with clothes for the newborn babies, as the dignity pack only has a shawl to cover the baby,” she said.

To earn some money, women – even if they are pregnant – weed the fields of Ugandan farmers, or collect firewood to sell in the camp for 15 US cents a bundle. “We spend the whole day working in the fields for [30 – 60 cents] for the whole day with no food,” said Abio Kevin.

But she has a hidden stash of wealth, in the form of a duck she managed to bring from her hometown of Nimule, close to the Ugandan border. “I’m hoping to sell the duck for [$4.50] in order to raise money to buy clothes for my unborn child,” she told IRIN.

What money she’s earning at the moment she uses to buy more nutritious food, and to vary the monotony of posho and beans.

Sally Nyakaniyanga

Nigeria: sempre più diffuse le fabbriche di neonati e i rapimenti di bambini

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 ottobre 2016

Quando la polizia di Owerri, località nello Stato d’Imo nel sud-est della Nigeria, ha fatto irruzione nello stabile, era convinta  che fosse  un orfanotrofio,  gli agenti non si sono resi conto subito di trovarsi in una fabbrica di neonati.  C’erano donne giovanissime dai  15 anni ai 25 anni insieme a undici neonati già venduti o in procinto di esserlo.

“Le fabbriche dei bambini”: sono così chiamati i luoghi dove giovanissime e giovani donne partoriscono nell’ex colonia britannica e in cambio di quattro soldi cedono i loro bambini al mercato nero dei trafficanti.

Solo pochi giorni più tardi anche la polizia dell’Enugu State ha interrogato sei ragazze minorenni incinte. Il destino dei loro nascituri sarebbe stato lo stesso di quelli dell’Imo State.

neonati in una fabbrica di bambini in Nigeria
neonati in una fabbrica di bambini in Nigeria

I due esempi riportati non sono casi isolati. Le “fabbriche di bébé” si trovano un po’ in tutta la Nigeria. Africa ExPress ne ha parlato già in passato (http://www.africa-express.info/2014/06/28/smantellato-traffico-di-neonati-tra-niger-nigeria-e-benin/). Arresti famosi non sono serviti a fermare l’infame traffico.

Giovani ragazze e donne vengono attirate con l’inganno in tali fabbriche.  Spesso sono in attesa di un bambino, frutto di una notte d’amore o di violenza. Altre volte, invece, vengono messe incinta nella fabbrica stessa, dove sono costrette a restare, sorvegliate a vista, fino alla nascita del bambino, dietro una piccola ricompensa in denaro.

Ad Asaba, capitale del Delta State, ricco di petrolio, una coppia reclutava clandestinamente le ragazze, invitandole a farsi mettere incinte. Una volta in stato di gravidanza, cercava di convincere le giovani a vendere il proprio figlio a coppie sterili o a settari dediti a sacrifici umani. Mentre a Port Harcourt, nel River State, una di queste “fabbriche” ha venduto per 1.800.000 Naira (poco più di undicimila dollari) ciascun neonato.

Secondo l’UNESCO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) il traffico di bambini in Nigeria è uno dei maggiori crimini commessi nel gigante dell’Africa, secondo solo alla frode e al traffico di droga.

Tempo fa l’ambasciata statunitense in Nigeria ha chiesto di esaminare il DNA di una coppia che aveva fatto richiesta di un visto per l’espatrio per sé e due gemelli che teneva in braccio. Il test ha rilevato che nessuno dei due era genitore naturale dei gemelli.

Inchieste a trecentosessanta gradi hanno portato alla luce questo traffico disumano, praticato quasi ovunque nel Paese. Molto spesso dietro il rapimento e contrabbando di minori ci sono trafficanti di esseri umani e le cosiddette “fabbriche di bambini”, controllate da operatori sanitari che in realtà sono criminali incalliti senza scrupoli.

Le giovani donne vengono pagate per mettere al mondo dei figli, per soddisfare sia il mercato nazionale e che quello internazionale. Se sono fortunati, i piccoli vengono “acquistati” da coppie sterili, desiderosi solo di adottare un figlio, pronti a pagare cifre esorbitanti sul mercato internazionale. Altre volte, invece, i neonati vengono ceduti a sette i cui rituali prevedono perfino sacrifici umani.pregnant-teenagers-ok-660x330

 Il traffico di neonati si sta espandendo sempre di più e le autorità nigeriane non possono più far finta di nulla. “La cosa più ripugnate è che le ragazze, spesso minorenni, sono complici di questo traffico e non di rado sono proprio loro a proporsi per fare un po’ di soldi”, ha specificato Ebere Amaraizu, responsabile delle relazioni pubbliche della polizia nigeriana.

Sempre secondo la Amaraizu, la polizia cerca comunque di individuare in primo luogo i proprietari delle “fabbriche dei bambini”.

Recentemente è stata arrestata una donna, sopranominata “Madame one Thousand” che gestiva un orfanatrofio, l’”Ahamefula Motherless Babies Home”, ma in realtà gestiva la vendita di bambini. Quando la polizia ha fatto irruzione nell’edificio ha arrestato anche due “stallloni”, il cui compito consisteva nel mettere incinta le ragazzine.

Le forze dell’ordine sono anche sulle tracce di persone che rubano i bambini direttamente nei reparti di maternità degli ospedali. Nell’Ebonyi State, nel sud-est del colosso africano, viene rapito sistematicamente un gran numero di  bambini  tra i due e i cinque anni.  Buona parte delle piccole vittime sono destinate al mercato del sesso, altre vengono utilizzate per svolgere lavori pesanti e altri ancora per rituali, solo pochi di loro hanno la fortuna di essere adottati.  A volte è anche l’estrema povertà a spingere le stesse famiglie a dare i propri figli a parenti o amici in affidamento, che spesso non sono altro che collaboratori dei trafficanti.

La polizia di questo Stato ha dichiarato guerra a questi criminali e negli ultimi mesi le forze dell’ordine sono riuscite a riconsegnare  sei bambini rapiti alle proprie famiglie. Si stima che da maggio 2015 siano spariti cinquanta bimbi, ma sicuramente sono ben di più, anche perché molti casi non vengono denunciati, specie nelle zone rurali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Has Algeria taken an anti-IS vaccine?

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Jenny Gustafsson
Alger, 28 September 2016

As so-called Islamic State recruits members from across the world, one Muslim country has set itself apart. Despite its geographic proximity to extremist-prone regions and a chequered past of militancy, Algeria, on the southern shores of the Mediterranean, has fewer recruits than many others, including next-door neighbours Morocco and Tunisia.

At first, it seems surprising. Algeria, the largest country in Africa and home to 40 million people, knows extremism well. When the Soviet Union invaded Afghanistan in 1979, Algerians were among the first to join the newly formed mujahideen. Then, during Algeria’s civil war in the 1990s – known locally as the “black decade” – Islamist groups established a presence across the country.

A woman walks through Algiers' old town. The entire city, like most of the country, suffered greatly during the "black decade" of the 1990s. Karim Mostafa/IRIN
A woman walks through Algiers’ old town. The entire city, like most of the country, suffered greatly during the “black decade” of the 1990s. Karim Mostafa/IRIN

Attacks and bombings, followed by counter-offensives from the government, led to the deaths of more than 150,000 people and the disappearances of another 7,000. Only in 2001 was the conflict finally brought to an end.

Fifteen years later, radicalism appears to hold relatively little appeal in Algeria. There could, of course, be a spectacular attack tomorrow and statistics don’t tell the whole story, but in terms of IS’s recent recruitment of foreign fighters, Algeria lags far behind other countries in North Africa.

In numbers published in December, Tunisia, Algeria’s much smaller neighbour, tops the list with 6,000-7000 recruits to extremist groups (mostly IS) in Syra and Iraq; Morocco, bordering on the other side, had between 1,200 and 1,500 recruits. Algeria, in comparison, was the origin of only about 200 fighters.

Dalia Ghanem-Yazbeck, a visiting scholar at the Carnegie Middle East Center who is also Algerian, has spent the past 10 years studying radicalisation but was still taken aback by the low numbers.

“I was very surprised [at] first,” she told IRIN. “How come a land like Tunisia, the happy child of the Arab Spring, has higher numbers than us?”

There are few visible reminders of the civil war on Algiers' main thoroughfare, but the conflict is still part of the collective memory
There are few visible reminders of the civil war on Algiers’ main thoroughfare, but the conflict is still part of the collective memory

The main explanation, she believes, is Algeria’s own legacy of conflict. The experience of living with extremism remains fresh in the country’s collective memory and works as a form of psychological deterrent.

“The war was a massive trauma for the Algerian population,” Ghanem-Yazbeck explained. “People are still scared and absolutely do not want to repeat it. When images come from Libya and Syria today, they are daily reminders of what millions of Algerians have lived through.”

Akram Kharief, an Algerian journalist and expert on security issues, agrees. Looking at Algeria today, he sees it as proof that the “jihadist promise” can fail.

“It can [fail], because it has already done so here. Interestingly, when you look at those who have committed terrorist crimes in Algeria in the past 10 years, the average age is 39 years. That is people coming from what remains [of radical groups], not new recruits.”

The role of the state

This does not mean terrorism has become a non-issue in Algeria. There have been a number of incidents in the past years, including the deadly hostage taking at a gas facility in In Amenas in 2013 and the killing of a French tourist by an IS-aligned group in northern Algeria in 2014. The regional branch of al-Qaeda, al-Qaeda in the Islamic Maghreb, continues to retain its standing and reputation.

But IS has been less successful. The group that killed the French tourist Jund al-Khalifa was eliminated less than three months after the killing; a replacement group was also finished off within a few days. The reason, Ghanem-Yazbeck believes, is Algeria’s investment in its security forces.

With a vast and largely uninhabited desert, and long borders with countries including Mali and Libya, maintaining control is a formidable task but one that Algeria has poured resources into.

The country is the largest importer of weapons in Africa, and is alone on the continent in spending more than $10 billion on its military every year. Its police force also far exceeds that of others: 209,000 people were employed in Algeria’s national security service in 2014, in comparison to Morocco’s 46,000 or the 143,000 in France, which has 65 million inhabitants – 25 million more than Algeria.

“[The army] has become a massive force,” said Ghanem-Yazbeck. “If you add to that the police, gendarmerie, and intelligence branches, it has avoided many Algerians from reaching out [to groups like IS].”

Countering extremism

The years of conflict in the 1990s gave the government valuable expertise in heading off extremism before it has time to flourish, even if the methods it uses are sometimes questionable.

A source who works on anti-radicalisation in Algiers described to IRIN, on condition of anonymity, what happened to a young man whose friend was recruited by IS.

As part of a reconciliation process after the civil war, many former fighters were granted amnesty and reintegrated into their communities.

Algeria has fewer IS recruits than next-door neighbours Morocco and Tunisia
Algeria has fewer IS recruits than next-door neighbours Morocco and Tunisia

“They are now talking to youths, telling them that violence leads to nothing,” he explained, mentioning the case of a long-time fighter who lives in Jiel, a conservative northern area of the country.

Today, Hadjoudj said, that fighter is “actively reaching out and discouraging youth from joining [IS]”.

He added that in his conversations with young people who sympathise with Islamist extremism, they don’t tend to mention a desire to go abroad and fight. “There is a consciousness today, especially in many low-income neighbourhoods, that what happened during our years of terrorism led to nothing.”

Government buy-in

The Algerian regime, led by 79-year-old president Abdelaziz Bouteflika from the National Liberation Front (FLN) has an interest in fighting radicalisation not only to keep the peace – the issue has become one of its best instruments for remaining in power.

“The state is capitalising on the fact that Algerians are fed up with violence. It was very enlightening to see that the FLN’s latest slogan was ‘stability and continuity’,” said Ghanem-Yazbeck.

She describes a government that is trying to leave the traumatic years of the 1990s behind, but not willing to actually resolve what happened.

“There was a reconciliation after the war which was good, but we still haven’t talked about those years. We need to do that in order to really move on.”

Woman and stairs

Karim Mostafa/IRIN

Algeria has fewer IS recruits than next-door neighbours Morocco and Tunisia

One thing the government has done, she explained, is control the Algerian religious sphere. Radical preachers were shut out from the mosques after the 1990s, and the government has since kept them under its authority. A national union to unite the country’s imams was formed in 2013 to act as a “bulwark against imported religious ideas”. There are also plans for the launch of a university programme to train imams.

Young Algerians are joining IS in relatively low numbers
Young Algerians are joining IS in relatively low numbers

Ghanem-Yazbeck points to another reason why IS has little appeal in Algeria: Dawa Salafiya, or “quiet Salafism”, as it is sometimes called. This alternative Islamic movement, which spreads its messages through a number of media channels, has gained ground in Algeria since the end of the civil war.

“Being very disappointed with the Islamist parties in the 1990s, people increasingly started turning to Dawa Salafiya, which doesn’t have any involvement in politics. In fact, it believes that politics has a damaging effect on Muslims. In that sense, they are an alternative to jihadism,” she said.

Ghanem-Yazbeck thinks Algerians may be “vaccinated” against this kind of radicalisation for now, but the vaccine won’t last forever.

“The memory of what happened in the 1990s is fading away a bit with every year, and new generations are growing up who did not experience the war, and violence will return. It is only a question of when.”

Jenny Gustafsson

 

La denuncia di Amnesty: in Sudan al-Bashir massacra il Darfur con armi chimiche

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 settembre 2016

Altre pesantissime accuse contro Omar al-Bashir, presidente del Sudan accusato dalla Corte Penale Internazionale, di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur.

Omar al-Bashir presidente del Sudan
Omar al-Bashir presidente del Sudan (courtesy Amnesty International)

L’ennesima denuncia contro in carnefice sudanese arriva dal Amnesty International con il rapporto “Scorched earth, poisoned air. Sudanese government forces ravage Jebel Marra, Darfur” (Terra bruciata, aria avvelenata. Le forze governative sudanesi devastano Jebel Marra, Darfur) diffuso oggi sull’uso di armi chimiche contro la popolazione civile dove vive la minoranza non musulmana.

Mappa del Sudan. Il Darfur è la parte più scura
Mappa del Sudan. A sinistra, il Darfur è la parte più scura


Amnesty ha affermato di aver raccolto prove credibili
sull’uso di questo tipo di armi – vietate dalle convenzioni internazionali – da parte delle forze sudanesi anche contro bambini molto piccoli in una delle zone più isolate del Darfur.

Lo dimostra attraverso riprese satellitari, oltre 200 approfondite interviste con sopravvissuti e l’analisi da parte di esperti di decine di immagini agghiaccianti di bambini e neonati con terribili ferite. Secondo l’associazione per i diritti umani, da gennaio al 9 settembre 2016 sono stati condotti almeno 30 probabili attacchi con armi chimiche nella zona del Jebel Marra.

Foto satellitare del villaggio di Nouguey dopo l'attacco con armi chimiche (Courtesy Amnesty International)
Foto satellitare del villaggio di Nouguey, in Darfur, dopo l’attacco con armi chimiche (Courtesy Amnesty International)

Tirana Hassan, direttrice della Ricerca sulle crisi di Amnesty International: “È difficile trovare le parole per descrivere la dimensione e la brutalità di questi attacchi. Le immagini e i video che abbiamo esaminato nel corso delle nostre ricerche sono sconvolgenti: un bambino che piange dal dolore prima di morire; altri pieni di ferite e vesciche; altri ancora che non riescono a respirare o che vomitano sangue”.

Sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti e di coloro che si sono presi cura delle vittime, Amnesty International ha potuto concludere che dalle 200 alle 250 persone possano essere morte a causa dell’esposizione ad armi chimiche. Probabilmente la maggior parte di loro erano bambini.

Altre centinaia di persone sopravvissute agli attacchi, nelle ore e nei giorni successivi, hanno sviluppato gravi disturbi gastrointestinali, tra cui diarrea e vomito di sangue; la loro pelle si è riempita di vesciche, hanno cambiato colorito, sono svenute, hanno perso completamente la vista e hanno sviluppato problemi respiratori che sono descritti come la principale causa di morte.

Bambini feriti da armi chimiche in Darfur (Courtesy Amnesty International)
Bambini feriti da armi chimiche in Darfur (Courtesy Amnesty International)

Secondo esperti indipendenti c’è il forte sospetto che siano stati usati agenti chimici vescicanti, come mostarda solforosa, mostarda al nitrogeno o lewisite. Dalle riprese satellitari risulta che nei primi otto mesi del 2016 sono stati distrutti o danneggiati 171 villaggi nella maggior parte dei quali, al momento dell’attacco, non vi era presenza formale di oppositori armati.

Le accuse contro al-Bashir e il suo esercito riguardano anche ulteriori gravi violazioni dei diritti umani tra cui il bombardamento sistematico di civili, l’uccisione di uomini donne e bambini, il rapimento e lo stupro di donne, lo sfollamento forzato e i saccheggi.

“Le armi chimiche sono state bandite per decine di anni soprattutto per la crudeltà dei danni inflitti alla popolazione che non può essere giustificata – ha dichiarato ancora Hassan – L’uso di armi chimiche è un crimine di guerra, ciò che è successo è una reale violazione delle leggi internazionali. Le prove che abbiamo raccolto sono credibili e ci parlano di un regime intenzionato ad attaccare la sua popolazione civile in Darfur senza timore di ripercussioni a livello internazionale”.

Eppure l’occasione per arrestare Omar al-Bashir ci sarebbe stata: durante il vertice dell’Unione Africana in Sudafrica nel giugno 2015. Ma il presidente sudafricano Jacob Zuma non permise l’arresto di al-Bashir , fatto che scatenò uno scontro istituzionale tra Ministero della Giustizia e il Tribunale di Pretoria.

L’Alta Corte del Sudafrica definì “illegale e vergognoso il comportamento del governo di Pretoria” per non aver arrestato il presidente sudanese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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– Mappe Darfur
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