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Sudafrica, leader dell’opposizione spara a un comizio: 5 anni di galera

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Somalia, scontri a Galkayo. Morti, feriti e una marea di gente in fuga

Africa ExPress
Mogadiscio, 24 ottobre 2016

Secondo l’ONU, nelle ultime tre settimane in Somalia. a causa dei continui scontri, nelle ultime tre settimane settantacinque mila persone sono fuggite dai loro villaggi, hanno abbandonato le loro case e ben diciotto sono state ammazzate. Il periodo delle piogge è alle porte, eppure molte donne e bambini dormono all’aperto, senza un tetto dove rifugiarsi.

A Galkayo si sono verificati altri scontri lunedì scorso tra le forze leali alle due Regioni semi-autonome Galmudug e Putland. Si teme che il conflitto possa durare molto più del previsto e per questo motivo molte persone hanno deciso di lasciare i campi per sfollati, dove molti di loro avevano trovato rifugio. Ora sono nuovamente in fuga, in particolare donne, bambini e anziani si sono riversati nella periferia della città.

sfollati somali
sfollati somali

Galkayo è il capoluogo della Regione di Mudug, nel centro-nord della Somalia, e divisa tra diversi gruppi di miliziani, fedeli alle due Province. Sempre secondo l’ONU, il governo centrale sta cercando di riportare la pace nell’area.

Scontri tra milizie di clan che controllano varie zone del Paese sono ancora all’ordine del giorno dopo venticinque anni di guerra civile.

Nel sud, invece, gruppi estremisti come gli al shabaab danno regolarmente del filo da torcere alle truppe del debole governo centrale. Attualmente in Somalia ci sono undici milioni di sfollati e no su dieci vive in condizioni disastrose.

Si può solo sperare che le piogge, che dovrebbero cadere tra ottobre e gennaio, chiamate “Dehr rains” siano abbondanti per arginare la terribile siccità che ha ridotto alla fame cinquemilioni di persone.

Africa ExPress

 

 

 

Liberati dai pirati in Somalia 26 marittimi asiatici prigionieri da cinque anni

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExpress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 ottobre 2016

Dopo quasi cinque anni sono stati liberati ventisei marinai di origine asiatica dai pirati somali. La loro nave, la  FV Naham 3, è stata sequestrata nel marzo del 2012 a sud delle Seychelles. Il natante e l’equipaggio sono poi stati portati al largo delle coste della Somalia. Lì il mercantile è affondato. In seguito i marinai, provenienti da diversi Paesi asiatici (Cambogia, Filippine, Cina, Taiwan, Indonesia, Vietnam) sono stati nascosti nella boscaglia fino al loro rilascio. Oggi i ventisei sono arrivati in Kenya, impazienti di prendere il primo volo verso casa, per riabbracciare i propri cari.

John Steed, un collaboratore della ”Associazione per il supporto degli ostaggi” ha fatto sapere che le informazioni circa lo stato di salute degli ostaggi sono state scarse e limitate alle foto inviate quale prova che fossero ancora tutti in vita.

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Ha aggiunto: “Non sono stato informato se è stato pagato un riscatto”. I marinai sono stati trattenuti per quasi tutto questo tempo in un piccolo villaggio di pescatori, a Dabagala, vicino a Harardheere, città che dista quattrocento chilometri a nord-est di Mogadishu, la capitale della nostra ex-colonia.   La popolazione, in particolare glia anziani della comunità locale, si sono visti coinvolti in una brutta storia. Harardheere era conosciuta come la più importante base dei bucanieri somali al culmine della crisi della pirateria nel Corno d’Africa.

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pirata somalo

I pirati delle coste somale hanno perso forza e potere negli ultimi anni, anche logomissioneatalantagrazie all’ Operazione Atlanta della Missione Eu Navfor Somalia, attiva dal 2008 per proteggere le navi in transito nel Corno d’Africa, per monitorare la pesca al largo della Somalia, per supportare missioni dell’UE e di organizzazioni internazionali che collaborano per la sicurezza marittima e altre attività nella Regione.

Nel novembre 2014 l’UE ha esteso il mandato della Missione sino alla fine di quest’anno. (http://www.africa-express.info/2015/01/05/somalia-europa-e-nato-guerra-contro-pirati-sino-alla-fine-del-2016/).

I continui attacchi dei pirati, che hanno paralizzato le rotte della navigazione, rapito centinaia di marinai e sequestrato un’infinità natanti lungo i duemila chilometri di costa della Somalia, è costato milioni di dollari all’industria mondiale della navigazione. Da circa tre anni la situazione è migliorata, grazie alla Missione Eunavor e la presenza di uomini addetti alla sicurezza sulle navi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il Sudafrica avvia le procedure per uscire dalla Corte Penale Internazionale

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExpress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 ottobre 2016

Venerdì scorso il governo sudafricano ha dichiarato voler abbandonare la Corte penale internazionale (CPI), perché rappresenta un conflitto d’interesse con le leggi vigenti in materia di immunità diplomatica . Il presidente Jacob Zuma ha inviato all’ONU una lettera che da inizio alla procedura ufficiale. L’uscita diventerà effettiva solo un anno dopo la notifica al Palazzo di vetro.

 Pretoria aveva già espresso la sua intenzione di voler abbandonare la CPI lo scorso anno dopo la visita di Omar al-Bashir, presidente del Sudan, che nel giugno 2015 aveva partecipato ad un summit dell’Unione Africana (UA) in Sudafrica. Era stato ricevuto con tutti gli onori di un capo di Stato dalle massime autorità sudafricane. Bashir è ricercato dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio.

a sinistra Omar al-Bashir,presidente del Sudan, a destra Jacob Zuma, presidente del Sudafrica
a sinistra Omar al-Bashir,presidente del Sudan, a destra Jacob Zuma, presidente del Sudafrica

 In tale occasione il presidente sudanese era scappato da un aeroporto militare sudafricano, beffando, con la complicità delle autorità politiche, i magistrati. (http://www.africa-express.info/2015/06/15/bashir-evade-dal-sudafrica-e-sfugge-alla-cattura-ordinata-dal-tribunale-internazionale/.

Lo scorso marzo l’Alta Corte sudafricana ha condannato severamente il governo di Zuma per aver impedito l’arresto di al-Bashir durante il summit dell’UA (http://www.africa-express.info/2016/03/18/alta-corte-sudafrica-contro-governo-illegale-e-vergognoso-non-arrestare-al-bashir-2/). E una prossima visita del presidente sudanese è alle porte: il 7 novembre dovrebbe partecipare ad una conferenza a Città del Capo, dunque, per evitare un altro “incidente diplomatico” è meglio correre ai ripari subito. Al-Bashir è un leader importante non solo per il Sudafrica, anche per l’Unione Europea è un partner indispensabile per arginare il flusso migratorio.

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Il Sudafrica è il secondo Stato africano in una settimana che ha comunicato all’ONU di voler abbandonare la CPI: La ex-colonia britannica è stata preceduta dal Burundi di pochi giorni (http://www.africa-express.info/2016/10/19/burundi-il-presidente-firma-la-legge-per-scita-dalla-corte-penale-internazionale/).

Il ministro della giustizia sudafricano, Michael Masutha, durante una conferenza stampa ha fatto sapere che il governo presenterà una proposta di legge in Parlamento per abbandonare la CPI.

La Corte penale internazionale è basata sullo Statuto di Roma, che, tra l’altro, contempla l’arresto di capi di Stato sui quali pende un mandato di cattura. Una procedura che porterebbe come conseguenza un “cambio di regime” . Ma tale norma è incompatibile con la legislazione sudafricana, che garantisce loro l’immunità diplomatica.

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Negli ultimi anni si è creata una profonda frattura tra la CPI e molte Nazioni del Continente nero. Trentaquattro Stati africani avevano sottoscritto volontariamente l’adesione alla giurisdizione della Corte con sede nell’Aja (Olanda), eppure da qualche anno alcuni Paesi hanno deciso che la loro idea di giustizia internazionale non è compatibile con lo Statuto di Roma.

Secondo Amnesty Internationa l’uscita dalla CPI del Sudafrica è un vero e proprio tradimento nei confronti di milioni di vittime di violazioni dei diritti umani nel mondo intero.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Volevano manifestare contro la nuova Costituzione: arrestati in Costa d’Avorio i leader dell’opposizione

Africa ExPress
Yamoussoukro, 21 ottobre 2016

Ieri mattina la polizia ha arrestato alcuni dirigenti dei maggiori partiti d’opposizione prima di una manifestazione ad Abidjan, Costa d’Avorio, per protestare contro la nuova Costituzione, fortemente voluta dal presidente Alassane Ouattara.

Secondo il presidente, la nuova Costituzione permetterebbe di voltare pagina, dopo un decennio di disordini politici e una guerra civile. Non così i leader dell’opposizione, che la ritengono un progetto di disaccordo e di divisione sociale.

Manifestazione ad Abidjan contro la Costituzione
Manifestazione ad Abidjan contro la Costituzione

Mamadou Koulibaly, ex-presidente dell’Assemblea nazionale, Aboudramane Sangaré, Danielle Boni Claverie (ex-ministro e oppositore), Gnangbo Kacou, deputato indipendente e Kouadio Siméon, ex- candidato alle presidenziali, non hanno potuto manifestare questa mattina ad Abijan, la città più popolosa e ex-capitale della Costa d’Avorio.

Le forze dell’ordine ivoriane non hanno avuto timore di usare gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti subito dopo averli avvisati che la marcia di protesta non era stata autorizzata e hanno arrestato alcuni esponenti dell’opposizione, fortunatamente rilasciati qualche ora dopo.

La popolazione dovrà esprimersi sulla nuova Costituzione, adottata recentemente dall’Assemblea nazionale. Il referendum è previsto per il 30 ottobre 2016. Pochi giorni fa una frangia dell’opposizione ha chiesto ai proprio elettori di non recarsi alle urne.

Il portavoce del governo, Bruno Kone, ha dichiarato di non essere stato informato sui fatti accaduti ad Abidjan, mentre il Ministero degli interni non ha voluto rilasciare nessuna dichiarazione.

Africa ExPress

Congo-K : tumulti, repressione e un colpo di mano di Kabila. Elezioni rinviate al 2018

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 ottobre 2016

Tra manifestazioni di piazza, tumulti, repressione violenta delle proteste da parte della polizia, critiche delle ambasciate occidentali, violando il patto che prevedeva il ricambio al vertice del Paese dopo i due mandati del presidente Joseph Kabila, le autorità congolesi hanno deciso di rimandare le elezioni, previste per novembre, alla primavera del 2018.

Joseph Kabila, presidente del Congo-Kinshasa, è salito al potere dopo la morte del padre, Laurent-Désiré Kabila, nel 2001. E’ stato rieletto nel 2006 e nel 2011; il suo mandato scade  a dicembre di quest’anno.  Ma lui ne ha chiesto un altro, il terzo,  e la  casa è contestata dall’opposizione, perché anticostituzionale.

Manifestazioni a Kinshasa
Manifestazioni a Kinshasa

Lunedì scorso i partecipanti al “dialogo nazionale” della Repubblica Democratica del Congo – boicottato dalla maggior parte dell’opposizione – si sono accordati di posticipare le prossime elezione alla primavera del 2018. Tale accordo è stato approvato dalla Corte Costituzionale congolese.

La crisi nel Congo-K dura dall’ultima rielezione di Kabila nel 2011. Allora il leader fu accusato di scrutini poco trasparenti e di brogli elettorali .

Il ministro degli esteri francese, Jean-Marc Ayrault, ha fortemente criticato il posticipo della tornata elettorale, temendo nuove violenze. “C’è un solo modo per uscire da questa crisi: il presidente deve farsi da parte, non deve ricandidarsi”, ha sottolineato Ayrault e ha aggiunto: “Rimandare le elezioni non è la soluzione del problema, anzi. Potrebbe provocare nuovi scontri nelle piazze e di conseguenza scatteranno repressioni”.

Anche gli altri ministri degli esteri dell’UE non hanno apprezzato il rinvio delle presidenziali nella ex-colonia belga e sono pronti a varare sanzioni economiche contro Kinshasa, se le elezioni non si terranno entro il prossimo anno. “Per ora ci sono consultazioni in corso con il governo americano e l’UE a questo proposito”, ha specificato Ayrault.

Attualmente alla MONUSCO, la Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione della Repubblica Democratica del Congo, partecipano diciottomila caschi blu. Il comandante, Maman Sambo Sidikou, durante il suo intervento al Consiglio di Sicurezza del 12 ottobre scorso, ha evidenziato che la stabilità del Paese è estremamente fragile, l’attuale crisi potrebbe intensificare violenze ad ampia scala. “Purtroppo non ci sono progressi nei dialoghi tra le parti”,  ha aggiunto.

Una strada di Kinshasa completamente deserta
Una strada di Kinshasa completamente deserta

Durante una manifestazione dell’opposizione contro il governo, tra il 19 e il 20 settembre scorso, sarebbero morti quarantanove civili e quattro poliziotti, secondo le stime dell’ONU.

Mercoledì scorso la coalizione dei partiti dell’opposizione ha indetto  una nuova protesta, costituta lo scorso giugno da Étienne Tshisekedi, ex primo ministro ai tempi del dittatore Mobutu Sese Seko e leader e presidente del partito “Unione per la democrazia e il progresso sociale” (UDPS).

Il cartello appeso sulla saracinesca di un negozio: "Chiuso a causa della Vicce Morte"
Il cartello appeso sulla saracinesca di un negozio: “Chiuso a causa della Vicce Morte”

La contestazione di ieri, In Congo la chiamano “Ville morte”, cioè città morta, uno sciopero generale totale, è trascorsa senza incidenti di riguardo. A Kinshasa un grande mercato, situato nel nord-ovest della capitale e generalmente molto frequentato, era deserto. Pure in molte strade della capitale dove il traffico è sempre congestionato, era fluido. Un centinaio di poliziotti sono stati inviati nelle vicinanze della residenza di Tshisekedi, uno dei maggiori oppositori di Kabila.

Se la parola d’ordine “città morta” ha avuto successo nella capitale, a Lubumbashi, la seconda città del Paese e feudo di Moïse Katumbi,ex-governatore della Provincia del Katanga, ricco uomo d’affari,  attualmente in esilio e uno dei maggiori oppositori del presidente,  è stata totalmente ignorata.

Il governo è stato categorico: chi non si reca al lavoro sarà sanzionato severamente. Certo, alcuni capi di Stato risolvono i problemi con l’oppressione. La libertà di parola, i diritti civili e umani sono semplicemente un optional.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail
@cotoelgyes

 

Il presidente del Burundi ha deciso: fuori dalla Corte Penale Internazionale

Africa ExPress
Bujumbura, 18 ottobre 2016

Il Burundi ha deciso di uscire dalla Corte Penale Internazionale.  Il presidente, Pierre Nkurunziza, ha promulgato la legge in questo senso votata dal parlamento il 12 ottobre scorso. Ora il governo deve comunicare la sua decisione all’ONU. L’uscita diventerà effettiva solo un anno dopo la notifica al Palazzo di vetro.

Il 12 ottobre solo due parlamentari hanno votato contro la proposta di uscire dal Tribunale. Quattordici si sono astenuti, mentre novantaquattro si sono espressi a favore. Il Burundi vanta il triste primato di essere il primo Paese a ritirarsi dalla giurisdizione internazionale.

E’ ovvio che tale decisione è la risposta alla CPI che lo scorso aprile ha aperto un’inchiesta preliminare sulle violenze scoppiate nel 2015 dopo la decisione del presidente di candidarsi per un nuovo mandato, che ovviamente ha ottenuto . Nel luglio dello scorso anno è stato rieletto, mettendo a tacere i suoi oppositori, con una feroce repressione delle manifestazioni di piazza (http://www.africa-express.info/2015/09/05/burundi-torture-ai-dimostranti-si-rischia-un-nuovo-genocidio-come-ruanda/).
Tali violenze sono costate la vita ad oltre cinquecento burundesi e in migliaia hanno dovuto fuggire dal Paese.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi
Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

Lo scorso aprile tre investigatori dell’ONU in un loro rapporto hanno fatto i nomi di tre funzionari, accusati di essere responsabili di torture e di omicidi di oppositori politici del regime. In risposta Bujumbara ha espulso i tre investigatori e ha rigettato la decisione dell’ONU di voler istituire una commissione d’inchiesta che possa portare le prove delle terribile violenze che si sono verificate lo scorso anno.

Sidiki Kaba, presidente dell’Assemblea della CPI dice di essere molto preoccupato per la decisione presa dal Burundi di voler uscire dalla giurisdizione internazionale. “Un tale ritiro significa un passo in dietro nella lotta contro l’impunità”, ha sottolineato Kaba in una dichiarazione rilasciata sul sito della CPI.

Africa ExPress

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 ottobre 2016

Un operatore umanitario americano, Jeffery Woodke, è stato sequestrato venerdì scorso ad Abalak, nella Regione di Tahoua, nel centro del Niger. Uomini armati sono penetrati nella sua casa, uccidendo il guardiano e la domestica, poi  lo hanno costretto a salire sulla loro vettura, un pick up Toyota Hilux. “Hanno attraversato il deserto, per entrare in Mali  – ha raccontato il ministro degli interni nigerino, Mohamed Bazoum, durante una conferenza stampa -. Temiamo che il rapimento sia stato organizzato da militanti di MUJAO (acronimo francese per “Mouvement pour l’unicité et le jihad en Afrique de l’Ouest”), anche se finora non sono giunte rivendicazioni. Sappiamo che si sono diretti a Menaka, nell’est del Mali, zona controllata appunto dai MUJAO”.

MUJAO è un gruppo terrorista fondamentalista nato da una scissione di “Al qaeda nel Magreb islamico”, AQIM. Nell’ottobre del 2014 il gruppo ha attaccato un convoglio dell’ONU, uccidendo nove caschi blu nigerini.

Jeffery Woodke, operatore umanitario statunitense
Jeffery Woodke, operatore umanitario statunitense

Woodke si trova nella ex-colonia francese dal 1992 e lavora per la JEMED, un’organizzazione non governativa, come operatore umanitario. I vicini di Woodke hanno riferito che uomini armati giunti in motocicletta hanno attaccato, sparando all’impazzata, la casa dell’americano..

 uomini appartenenti al gruppo terrorista islamista MUJAO
uomini appartenenti al gruppo terrorista islamista MUJAO

Nella pagina web della The Redwood Coast School of Missions, con base ad Arcata, in California, si legge che Woodke è un insegnate che da oltre venticinque è impegnato come missionario. Era perfettamente integrato e parla le lingue locali. Collabora anche con YWAM, un’organizzazione cristiana.

Il Dipartimento di Stato USA ha confermato il sequestro di Woodke e tramite la sua Ambasciata a Niamey ha chiesto ai concittadini residenti in Niger, in particolare nella Regione di Tahoua, di prendere le necessarie precauzioni.

Il sequestro è avvenuto solo pochi giorni dopo la visita della cancelliera Merkel a Niamey, la capitale del Niger.
http://www.africa-express.info/2016/10/12/niger-la-seconda-tappa-del-viaggio-in-africa-della-cancelliera-tedesca/

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Accordo “monumentale” tra 150 Paesi a Kigali per ridurre i gas che provocano l’effetto serra

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Massimo AlberizziSpeciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 15 ottobre 2015

Accordo definito “monumentale, stanotte a Kigali per eliminare gradualmente dal pianeta gli idrofluoro carburi, i gas utilizzati nei frigoriferi, nei condizionatori e nelle bombolette spray, una delle maggiori cause dell’effetto serra. L’impegno è stato sottoscritto da 150 Paesi.

I delegati – riuniti in Ruanda sotto l’egida dell’UNEP (United Nations Enviromental Programme, agenzia delle Nazioni Unite che ha sede a Nairobi) per discutere l’importante protocollo – hanno elaborato una modifica complessa del protocollo di Montreal. I paesi più sviluppati ridurranno l’uso dei gas HFC (Hydroflurocarbons, in inglese) dal 2019.

John Kerry, segretario di Stato americano a Kigali
John Kerry, segretario di Stato americano a Kigali

Ma alcuni critici dicono che il compromesso può avere un impatto minore del previsto.

Presente ai lavori – che sono durati due settimane – il Segretario di Stato americano John Kerry, che ha contribuito a mettere a punto i documenti finali tessendo una rete di pareri favorevoli. “E’ una grande vittoria per la Terra – ha commentato alla fine -. Un passo in avanti monumentale, che risponde alle esigenze delle singole nazioni, e nello stesso tempo permette di ridurre il riscaldamento del pianeta di mezzo grado centigrado”.

Il nuovo accordo vedrà tre percorsi separati per i diversi paesi. Le economie più ricche come l’Unione Europea, gli Stati Uniti e gli altri inizieranno a limitare l’uso di HFC operando un taglio di almeno il 10 per cento dal 2019.

Alcuni Paesi in via di sviluppo in America Latina bloccheranno l’uso di HFC dal 2024. Altri, in particolare l’India, il Pakistan, l’Iran, l’Iraq e gli Stati del Golfo non congeleranno il loro uso fino al 2028. La Cina, il più grande produttore al mondo di HFC, comincerà a tagliare l’utilizzo solo dal 2029. India, inizierà anche più tardi, nel 2032

Certo, secondo gli esperti, l’accordo sarà pienamente attuato farà una grande differenza per il riscaldamento globale. Si stima che saranno rimossi dall’atmosfera circa 70 miliardi di tonnellate di anidride carbonica entro il 2050.

Se l’accordo entrerà in vigore, i nuovi frigoriferi, gli impianti di condizionamento e le bombolette spry utilizzeranno in futuro gas refrigeranti meno dannosi.

L’impatto complessivo del nuovo trattato rischia però di essere compromesso dalla concessioni fatte da India e Cina. Secondo alcuni ecologisti si rischia di non raggiungere l’obbiettivo di ridurre di mazzo grado il riscaldamento del pianeta.

Massimo A. Alberizzi
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Business dei migranti: la Merkel promette soldi alla ricca e corrotta Nigeria

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena,14 ottobre 2016

Il presidente nigeriano, Muhammadu Buhari , è stato ricevuto oggi dalla cancelliera Angela Merkel e dal presidente della Repubblica tedesca Joachim Gauck.

La Merkel ha puntualizzato che il suo governo è disposto a sostenere la Nigeria che sta attraversando una crisi economica, dovuta al calo del prezzo del petrolio. Il colloquio con il presidente nigeriano, un generale ex-golpista, hanno toccato ovviamente anche altre tematiche, in particolare la questione dei jihadisti Boko Haram che spargono terrore nel nord-est della ex-colonia britannica dal 2009, provocando una crisi umanitaria senza precedenti nella Regione del lago Ciad (http://www.africa-express.info/2016/09/24/lago-ciad-crisi-umanitaria/) . Naturalmente  si è discusso a lungo della questione migranti.

pan1476361993Secondo le statistiche, il quindici per cento dei profughi giunti sulle nostre coste sono di origine nigeriana. Una collaborazione con il governo dell’ex colonia britannica per arginare le partenze dei giovani nigeriani è quindi fortemente auspicata ed una espicita richiesta in tal senso è stata sottoposta a Buhari.  La cancelliera ha sottolineato che durante il G20 del prossimo anno collaborazione e dialoghi con il gigante dell’Africa proseguiranno.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria a sinistra con Joachim Gauck, presidente della Repubblica federale tedesca
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria a sinistra con Joachim Gauck, presidente della Repubblica federale tedesca

La Nigeria con centottanta milioni di abitanti è lo Stato più popolato del Continente nero, è abitato da quattrocento etnie diverse e si parlano cinquecentoquattordici tra lingue e idiomi. E soffre di una malattia che sembra incurabile, almeno per il momento: la corruzione. Pur vantando uno tra i PIL più elevati dell’Africa, la maggior parte della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà.

La cancelliera è stata generosa con Buhari: “Diciotto milioni di euro per  il ravvenamento del Lago Ciad e cinquanta milioni per le altre aree”, ha specificato Malam Garba Shehu, assistente capo di Buhari per i media e la pubblicità.

Ieri, il giorno che precedeva l’incontro con le massime autorità tedesche, sono state rilasciate ventuno delle studentesse rapite a Chibok nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014, grazie alla mediazione della Svizzera e del Comitato internazionale della croce rossa (ICRC) . Un portavoce del governo nigeriano ha fatto sapere in un comunicato ieri mattina che le giovani sarebbero state consegnate all’esercito nigeriano nella Regione di Banki nel Borno State (nord-est del Paese) da alcuni membri di Boko Haram. Il ministero degli esteri della confederazione elvetica ha confermato la partecipazione ai dialoghi con i terroristi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Etiopia: Merkel conclude il viaggio in Africa, i presidenti di Ciad e Nigeria arrivati a Berlino

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 ottobre 2016

Martedì scorso Angela Merkel, il cancelliere tedesco, ha concluso il suo viaggio in Africa ad Addis Ababa.  Nella capitale della nostra ex-colonia è stata accolta dal premier etiopico Hailemariam Desalegn e la presidente della commissione dell’Unione Africana, Nkosazana Dlamini-Zuma. Ha poi inaugurato lo stabile del Consiglio di Sicurezza dell’UA, dedicato a Julius-Nyerere, ex-presidente della Tanzania, completamente finanziato dalla Germania.

Durante il colloquio con il premier etiopico, la Merkel ha ricordato al suo omologo il deficit di democrazia nel Paese . Domenica scorsa il governo aveva proclamato lo stato di emergenza dopo manifestazioni di protesta nel sud della nostra ex-colonia, soppresse con estrema violenza dalle forze dell’ordine. Secondo l’organizzazione Human Rights Watch sono state uccise brutalmente oltre quattrocento perone dall’inizio dell’insurrezione del popolo oromo (http://www.africa-express.info/2016/08/13/etiopia-il-governo-scatena-la-repressione-contro-gli-oromo-e-gli-amhara/),  di cui cinquanta il 2 ottobre a Debre Zeyit. La cancelliera ha chiesto di aprire il dialogo con gli oppositori. Ma ha anche elogiato l’Etiopia per aver accolto oltre settecentomila profughi dai Paesi vicini, come Eritrea, Sud Sudan e Somalia .

La cancelliera si è offerta di inviare truppe tedesche per la formazione delle forze di sicurezza con l’intento di sviluppare strategie meno aggressive.

Angela Merkel con Hailemariam Desalegn
Angela Merkel con Hailemariam Desalegn

Anche se la libertà di stampa, diritti umani e democrazia sono ancora un optional nella nostra ex-colonia, viene considerata ugualmente un partner ideale per arginare il flusso migratorio e l’UE è sempre pronta a finanziare anche i dittatori pur di raggiungere questo scopo.
http://www.africa-express.info/2016/10/11/mali-prima-tappa-del-viaggio-africa-della-cancelliera-tedesca/
http://www.africa-express.info/2016/10/11/mali-prima-tappa-del-viaggio-africa-della-cancelliera-tedesca/
http://www.africa-express.info/2016/09/10/finanziamenti-dellue-agli-amici-dittatori-africani/

Idriss Déby, presidente del Ciad e Angela Merkel
Idriss Déby, presidente del Ciad e Angela Merkel

Ieri, appena ritornata a Berlino, la Merkel ha ricevuto Idriss Déby, presidente del Ciad, al potere dal 1990, sottolineando che è la prima volta che un presidente della ex-colonia francese visita la Germania.

La Merkel ha promesso aiuti per 8,9 milioni di Euro, per acqua e cibo.  vista la particolare situazione geografica del Paese pieno di profughi che premono alle frontiere : infatti confina a nord con la Libia e con il Sudan ad est, per non parlare della terribile situazione creatasi nella regione del lago Ciad che vede investito anche questo Paese in questa indescrivibile crisi umanitaria.
http://www.africa-express.info/2016/09/24/lago-ciad-crisi-umanitaria/.

Dal canto suo Déby ha sottolineato che il suo Paese ospita ottocentomila profughi , provenienti da Darfur, Repubblica centrafricana, Niger, Nigeria, oltre alla difficile situazione dei propri sfollati.

Finora non esistono relazioni commerciali-economiche tra il Ciad e la Germania. La Merkel ha promesso di incoraggiare le imprese tedesco a investire nella ex-colonia francese. In cambio ha chiesto al presidente ciadiano di promuovere la scolarizzazione delle bambine e il ruolo delle donne, in particolare di promulgare leggi contro i matrimoni di minori.

Ma ovviamente motivo dei colloqui tra la cancelliera tedesca e il presidente ciadiano era un altro: come arginare il flusso migratorio. L’UE ha promesso ben cinquanta milioni al Ciad per la lotta contro il terrorismo e per rafforzare il controllo delle frontiere.

Con la visita del presidente nigeriano Muhammadu Buhari a Berlino, prevista per domani, dovrebbe concludersi la faticosa e costosa settimana africana della Merkel. Buhari si trova già in Germania da ieri per il Business Forum Germania-Nigeria.

Cornelia I. Toelgyes
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