Pochi mesi fa si sono laureati i primi medici in Namibia, all’università di Windhoek, la capitale della ex-colonia tedesca, in seguito amministrata dal Sudafrica, dal quale ha avuto l’indipendenza solo nel 1990. La nuova facoltà di medicina e chirurgia è stata inaugurata nel 2010 e qualche mese fa i primi trentasette hanno terminato il loro corso di studi e immediatamente sono stati assunti in vari ospedali nel Paese.
Studenti della facoltà di medicina a Windhoek, Nambia
Con entusiasmo e dedizione curano i pazienti, che sono fieri di vedere questi giovani dottori “made in Namibia” nelle corsie. Si può parlare di una vera e propria rivoluzione del servizio sanitario, visto che in passato gli aspiranti medici dovevano emigrare in Sudafrica, Russia, Cuba, Algeria e Cina per frequentare questo corso di studi.
Tjamena Murangi può essere definito un vero e proprio pioniere. Ha venticinque anni e da pochi mesi presta servizio al pronto soccorso dell’ospedale Katatura di Windhoek.
Murangi non ha tempo per riposarsi, la mole di lavoro è immensa, i pazienti in attesa per essere visitati sono moltissimi, spesso percorrono anche oltre cinquanta chilometri per sottoporsi alle cure, perché la maggior parte della popolazione vive in aree rurali.
Il giovane dottore è preoccupato, teme che la pressione alla quale sono sottoposti i sanitari possa avere ripercussioni negative sugli ammalati, ma è fiducioso; nella nuova facoltà di medicina e chirurgia sono ammessi annualmente una cinquantina di studenti, dunque fra qualche anno sarà colmato il grave ammanco di dottori nel Paese.
Pur essendo un Paese che si espande su una superficie molto vasta, la Namibia conta meno di 2,5 milioni di abitanti. E’ ricchissima di diamanti, che vengono estratti dalla NAMDEB Diamond Corp., una joint-ventures tra il governo, l’Anglo American Plc (AAL) e la De Beers, la più grande compagnia di diamanti al mondo. E’ il quinto produttore di uranio. Ha molte miniere di zinco e oro. Pesca, agricolture e turismo sono in forte espansione.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 novembre 2016
Le accuse di Amnesty International verso le forze dell’ordine italiane non perdonano: casi di abusi e violenze, talvolta persino equiparabili a torture, pur di “estorcere” le impronte digitali ai profughi nei quattro hotspot operativi in Italia: Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Taranto.
Matteo de Bellis, ricercatore del segretariato di Londra dell’Organizzazione, ha intervistato centosettanta tra rifugiati e migranti in Italia. Le testimonianze – alcune delle quali agghiaccianti – sono state raccolte i un rapporto pubblicato oggi. Dura la replica del prefetto Mario Morcone, capo per immigrazione del Viminale, della polizia e di Bruxelles, che prendono le distanze dalle accuse di Amnesty.
Gli hotspot sono stati fortemente richiesti sul nostro territorio dalla Commissione europea, con l’intento di prendere le impronte digitali a tutti. Molti profughi non hanno però intenzione di fermarsi nel nostro Paese. Intendono raggiungere altre mete per riunirsi con familiari o amici in grado di supportarli per iniziare una nuova vita in Occidente, dunque non vorrebbero rilasciare le loro impronte, per evitare l’espulsione e essere rimandati in Italia per il regolamento di Dublino.
Hotspot, migranti in attesa
Il sistema hotspot e lo screening si attivano non appena si mette piede sul suolo italiano. Non importa se le persone siano distrutte, sotto choc dalla traversata, durante la quale hanno rischiato di morire o perso qualche compagno di viaggio e/o familiare. La burocrazia prima di tutto, anche se i profughi non dispongono di tutte le informazione necessarie sulla procedura per la richiesta d’asilo. Spesso non sono in grado di rispondere alle domande poste dagli agenti di polizia determinanti per il futuro dei nuovi arrivati.
Dal rapporto si evince che nella maggior parte dei casi le procedure da parte degli agenti della polizia vengono effettuate correttamente. Purtroppo però la formazione degli agenti spesso non è adeguata per poter decidere sul futuro di persone che fuggono da Paesi in guerra, conflitti interni, oppressioni, carestie e fame. Dopo una breve intervista, le persone vengono suddivise in aventi diritto all’asilo e NON aventi diritto; a quest’ultimi viene notificato al momento un ordine di respingimento o espulsione, incluso quello del rimpatrio forzato, grazie ad accordi sottoscritti con alcuni dei Paesi d’origine dei profughi.
Basti ricordare l’espulsione di quarantotto profughi sudanesi alla fine di agosto. Un atto a dir poco disumano. Sappiamo bene chi è Omar al-Bashir, che si è macchiato dei più efferati crimini, ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aja, eppure l’UE non ha esitato a sottoscrivere accordi con questo dittatore per arginare il flusso migratorio. (http://www.africa-express.info/2016/10/28/i-finanziamenti-italiani-e-europei-agli-stupratori-sudanesi-gli-eurodeputati-scrivono-al-governo-di-roma/). Trattati con altri governi africani sono in fase di attuazione, anche grazie al “safari” in qualità di ambasciatrice dell’UE e della Germania, della cancelliera tedesca Angela Merkel, che poche settimane fa ha visitato alcuni leader di Paesi del Continente nero.
Alazare Kidar Brhane
Una volta giunti in Italia, chi fugge da situazioni di estremo pericolo, spera di trovare almeno un po’ di tranquillità, ma l’iter per raggiungere questo obbiettivo, è lungo ed estenuante, anzi succede che la meta rimanga un sogno. E’ accaduto nuovamente (http://www.africa-express.info/2016/01/12/la-morte-di-un-rifugiato-eritreo-e-la-sua-storia-da-migrante/)
a Cagliari, dove ieri, nel reparto di rianimazione è spirato Alizar Kidar Brhane, di vent’anni, giunto sull’isola con lo sbarco dello scorso 21 marzo insieme ad altri 666 compagni di viaggio, dopo essere stati soccorsi in diverse operazioni di salvataggio a largo della Libia.
Alizar è stato trovato per terra, in una pozza di sangue, alle nove del mattino del 1° novembre. Immediato l’intervento del 118, ma le sue condizioni sono apparse subito disperate. Chissà da quante ore giaceva sul freddo pavimento vicino ad un’uscita posteriore dello stabile.
Alizar è fuggito dall’Eritrea quando aveva poco più di quindici anni. I genitori volevano per lui certezze, un domani, una vita vera, senza oppressioni, non un servizio militare infinito. Il viaggio del giovane è stato lungo e penoso. Prima di raggiungere l’Italia, la Sardegna, è stato per tre anni in Libia, in galera, in mano ai trafficanti e alle milizie. Non si sa cosa sia accaduto al giovane, un ragazzo riservato, quasi timido, rispettoso. Attendeva con ansia il giorno della ricollocazione, che gli era già stata concessa. La sua morte è avvolta ancora da un fitto mistero.
Aggiornamento
Secondo le ultime notizie, cinque organi di Alazar sono stati espiantati. Lo ha comunicato Ugo Storelli, responsabile dell’equipe espianti dell’ospedale Brotzu di Cagliari, precisando che cuore e fegato sono stati trapiantati a Bologna, i reni in Sardegna, mentre i polmoni a Padova.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 1. Novembre 2016
All’alba di ieri oltre duecento migranti dell’area sub sahariana hanno cercato di entrare a Ceuta, enclave spagnola insieme a Melilla, sulla costa mediterranea del Marocco.
Le forze dell’ordine spagnole hanno cercato di respingere l’assalto, ma duecentoventi profughi sono riusciti a scavalcare la rete metallica. Trentadue di loro hanno riportato ferite e sono stati accompagnati nel vicino ospedale. Alcuni si sono accasciati addirittura per terra spossati dalla fatica e per i tagli riportati a causa del fino spinato. Anche tre poliziotti hanno dovuto ricorrere alle cure mediche.
La polizia è ancora alla ricerca di alcuni giovani africani che si sono dilagati nei vicini boschi. Gli altri profughi si trovano già nell’apposita struttura per essere identificati.
L’alta barriera metallica che separa Ceuta dal Marocco
Una barriera metallica di ultima generazione, lunga otto chilometri a Ceuta e dodici a Melilla, rinforzata e innalzata solo poco tempo fa con un finanziamento dell’UE e il beneplacito FRONTEX “Agenzia Europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’UE”, con sede centrale a Varsavia .
La massiccia presenza delle forze dell’ordine e l’alto sbarramento non hanno fermato i giovani nemmeno questa volta. La volontà di entrare in Europa dalla porta laterale è enorme. Ma a molti di loro non sarà nemmeno permesso di inoltrare la domanda di asilo, verranno respinti immediatamente.
Ormai sono in molti a cercare questa via di fuga. La Libia è un Paese sempre più pericoloso e durante la traversata su gommoni di pessima qualità e barconi sovraffollati sono già annegate oltre tremilaottocento persone quest’anno, senza contare i dispersi.
Special for Africa Express Saba Makeda
Somewhere inside Eritrea, 31st October 2016
During the UN meeting in New York, Mr Yemane Gebreab – special advisor for the Eritrean president Isaias Afeworki – raises and crosses his arms in an open and clear support for the Ethiopian people who are presently demonstrating against the Ethiopian Government and struggling for their democratic civil and political rights.
Mr Yemane Gebreab, how can you support the Ethiopian struggle and at the same time silence so many in Eritrea? The struggle of the Eritrean people for their democratic civil and political rights is just as valid as the struggle of the Ethiopian people? It is true that 100’s have been killed in Ethiopia – is it also true that they are counted and known? Eritreans disappear and cannot be counted. We disappear not only into unknown prisons but also in our silence, in our separation from each other. We disappear into our fear of each other of spies and informants and assassins. We disappeared for speaking our minds out and for having a point of view.
Mr Yemane Gebreab have you stopped to consider the consequences to Eritrea of your hypocritical gesture? Have you stopped to consider that, in a context where the current regime in Ethiopia already blames the State of Eritrea for supporting their opposition, your action could be seen at best as a confirmation of their suspicions and at worst a declaration of war? No. I do not think you have considered
Yemane Gebrehab protests during the session of UN agains the work of the Commission of Inquiry on Human Rights in Eritrea
The Eritreans who have spoken their mind or protested have done it in a calm manner writing letters, giving speeches. Even the soldiers that took over Forte Baldissera in 2013 limited their action to requesting the implementation of the 1997 Constitution. Our protests have mostly been polite requests asking that our civil and political rights would be respected. Our reward for such peaceful approaches is: intimidation, disappearances, torture, vilification insults we have become a frozen nation afraid of our own shadow – we have become the disappeared.
We are told that the crime of the people that you have disappeared and specifically the crime of such peoples as : Petros Solomon, Ogbe Abraham, Haile Woldentensae, Mahmud Ahmed Sheriffo, Germano Nati, Berhane Ghebre Eghzabiher, Astier Feshation, Saleh Kekya, Hamid Himid, Estifanos Seyoum, and (xi)Beraki Ghebre Selassie is “ … conspiracy to overthrow the legal government of the country …..” – In other words the disappeared are accused of Treason.
The People Front for Democracy and Justice (PFDJ) should stop referring to itself as the Legal Government, no such mandate has been given by the people of Eritrea. It is still the Transitional Government of Eritrea. Where is the proof of the Treason? In fact if there is a conspiracy it is that the people who have been disappeared are loyal to the Eritrean People and not the PFDJ or President Isias Afewerki . The Disappeared dared to see that in Eritrea, the PFDJ and the President are not one and the same.
The mantra of the Eritrean Government is that we must continue to sacrifice our youth to the mind numbing, soul destroying National Service/ Warasy Yekalo . We must sacrifice our elders to the same mind numbing soul destroying People’s Army because we are occupied by Ethiopia and therefore at war. For 15 years we continue to apply the “No talk” hard line approach to the border with no result. At what point do we declare that the policy has failed? When do we have an open national dialogue as to possible alternatives to solve the Badme issue? To keep on doing the same thing and to expect a different result is the very definition of madness. To suggest that alternative approaches be considered is to immediately become an enemy of the state and to be disappeared, silenced or otherwise vilified.
To continue on the present course is to accept that we have no relationship with Ethiopia, no relationship with Sudan, and definitively no relationship with Djibouti , and that our relationship with IGAD, the African Union, the UN and the EU will continue to be strained. To continue on the present course is to continue to alienate the youth and thus to ensure our limited progress towards sustainable development.
Mr Yemane you and the Government of Eritrea protests the work of the UN Commission of Inquiry on Human Rights in Eritrea as another ploy of Ethiopia or the West to destroy Eritrea. Completely by failing to understand that the Commission has done so much work not because of the support of the guidance of Ethiopia, but because of the work and the struggle of the Eritrean youth who want to have a voice and who want to defend and protect other Eritrean youth.
The same Eritrea youth want a country to be proud of are now demanding to know where their family members are . They have picked up the relay baton for the struggle for a free Eritrea and are following up the call of the Catholic Bishops of Eritrea and are asking the Government of Eritrea: “Where is my Father?”; “Where is my Mother? “; Where is my Sister?”; “Where is my Brother?“ It is time to provide a response that is not a put down or yet more vilification.
Both the Commission of Inquiry on Human Rights in Eritrea and the African Commission of Human Rights have found that the State of Eritrea has committed human rights violations.
The findings of the African Commission of Human Rights are the earliest and relate to a case that was brought before the African Commission of Human Rights – Liesbeth Zegveld and Messie Ephrem – v- Eritrea (No250/2002; (2003)).
Dr Liesbeth brought a complaint against the Government of Eritrea for the illegal detention of 11 former government officials namely: (i) Petros Solomon, (ii) Ogbe Abraham, (iii) Haile Woldentensae, (iv) Mahmud Ahmed Sheriffo, (v) Germano Nati, (vi) Berhane Ghebre Eghzabiher, (vii) Aster Feshation, (viii)Saleh Kekya, (ix) Hamid Himid, (x) Estifanos Seyoum, and (xi)Beraki Ghebre Selassie . The 11 were part of a group of 15 senior officials (i.e. G15) of the ruling party Peoples Front for Democracy and Justice (PFDJ) who had been openly critical of the Eritrean Government’s policies.
Sheila B. Keetharuth from Mauritius was appointed in October 2012 as the first Special Rapporteur on the situation of humor rights in Eritrea
The complaint states that the arrests were in violation of Eritrean law as well as the African Charter on Human and People’ Rights. In this case the African Commission of Human Rights found that: “…the State of Eritrea is in violation of Articles 2, 6, 7(1) and 9(2) of the African Charter of Human and Peoples’ Rights”[1] ;and recommended that the detainees be compensated at the same time urged: “ ….the State of Eritrea to order the immediate release of the 11 detainees, namely : Petros Solomon, Ogbe Abraham, Haile Woldentensae, Mahmud Ahmed Sheriffo, Germano Nati, Berhane Ghebre Eghzabiher, Astier Feshation, Saleh Kekya, Hamid Himid, Estifanos Seyoum, and (xi)Beraki Ghebre Selassie”
To date, except for Saleh Kekya, the detainees have not been released and remain disappeared.
On 8 June 2016, the Commission of Inquiry on Human Rights in Eritrea released its second report[2]. The report was presented to the Human Right Council on 21 June. Specifically the Commission reported that: https://e.xpda.co/aO1w3E4sHWdmejz2Ha0nMJFiNA0 “… gross human rights violations it documented in its previous report ( ie 2015 report) persist, including arbitrary detention, enforced disappearances, torture, killings, sexual and gender- based violence, discrimination on the basis of religion and ethnicity, and reprisal for the alleged conduct of family members. In addition, many of those subjected to enforced disapperence in the past remaion unaccounted for. “
“While the Commission notes the State’s increased engagement with the international community, there is no evidence of progress in the field of human rights. Human rights violations are cited as the main motivating factor for departure by the consistently large number of Eritreans fleeing the country, including by the rising number of unaccompanied minors.”
Eritreans continue to be subjected to indefinite military/national service. The Government has recently confirmed that there are no plans to limit its duration to the statutory 18 months. Conscripts are drafted for an indefinite duration of service in often abusive conditions, and used as forced labour. “
The 2016 report of the Commission of Inquiry confirmed the reccomendations of the 2015 report and made the following additional recommendations: that: the mandate of the Special Rapportour for Eritrea be extended; the UN Security Council refer the situation in Eritrea to the International Criminal Court and impose travel bans and asset freeze, on persons responsible for crimes against humanity or other gross violation s of human rights; the African Union establish an accountability mechanism to investigate, prosecute and try individuals reasonably believed to have committed crimes against humanity.
Yemane Gebreab, aka Monkey, the most powerful man in Eritrea after the dictator Isaias Afeworki
On 29 October 2016, Mr Mike Smith presented the oral update and confirmed the UN Commissions’ report and the reccomendations therein specifically identifying the following categories of persons as the main perpetratros of Human Right abuses: the Eritrean Defence Forces, in particular the Eritrean Army, the National Service Office; the National Security Office; the Eritrean Police Forces ; the Ministry of Information; the Ministry of Justice; the Ministry of Defence; the People’s Front for Democracy and Justice; the Office of the President
Though the mandate of the Commission of Inquiry on Human Rights in Eritrea ended as of June 2016 the mandate of the Special Rapporteur continues.
The recommendations of the UN Commission of Inquiry on Human Rights in Eritrea clearly provide a clear link between the UN process and the African Union process and the struggle must continue.
Article 2 Every individual shall be entitled to the enjoyment of the rights and freedoms recognised and guaranteed in the present Charter without distinction of any kind such as race, ethnic group, colour, sex language, religion, political or any other opinion , national and social origin, fortune, birth or other status
Article 6 Every individual shall have the right to liberty and to security of his person. No one may be deprived of his freedom except for reasons and conditions previously laid down by law. In particular, no one may be arbitrarily arrested or detained
Article 7(1) Every individual shall have the right to have his cause heard. This comprises:
The right to an appeal to competent national organs against acts violating his fundamental rights as recognised and guaranteed by conventions, laws, regulation and custom in force
The right to be presumed innocent until proven guilty by a competent court or tribunal;
The right to defence, including the right to be defended by the counsel of choice;
The right to be tried within reasonable time by an impartial court of tribunal
Article 9(1) Every individual shall have the right to receive information
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 ottobre 2016
Maiduguri, capoluogo del Borno State nel nord-est della Nigeria, è una delle mete preferiti dei sanguinari Boko Haram. Sabato mattina una donna si è fatta saltare per aria proprio all’entrata di un campo che ospita sedicimila sfollati, persone che hanno lasciato i loro villaggi, le loro case proprio a causa dei terroristi.
Secondo un testimone oculare, l’attentatrice con la sua cintura imbottita di esplosivo, si è lanciata in mezzo ad un gruppo di persone che stavano uscendo dal campo verso le sette del mattino. Oltre alla kamikaze sono morti sette uomini. Undici donne sono rimaste ferite.
Una seconda esplosione si è verificata solo trenta minuti più tardi ad un chilometro di distanza. Un kamikaze, alla guida di un taxi a tre ruote con due passeggeri, si è fatto esplodere dietro un’autocisterna carica di benzina, diretta nel vicino deposito della NNPC, la compagnia nazionale di petrolio.
I due attacchi hanno ammazzato nove persone e ferito altre ventiquattro, alcune in modo grave, che sono state ricoverate nel vicino ospedale.
Questa mattina un altro kamikaze ha cercato di entrare nel campo per sfollati. Fortunatamente è stato avvistato da alcune persone che prontamente hanno allertato i militari presenti nell’accampamento. L’uomo è stato freddato dai soldati prima che potesse varcare il cancello, evitando così una strage.
Dopo una breve pausa, dovuta a dispute interne per la leadership, Boko Haram è riemerso il 12 ottobre, uccidendo dodici sfollati vicino a Maiduguri. Con l’attacco odierno è il terzo rivolto verso i disperati in fuga dalle violenze.
I terroristi nigeriani, che hanno giurato fedeltà allo Stato islamico, dal 2009 hanno ucciso oltre ventimila persone e costretto altri 2,6 milioni a scappare , cercando protezione in campi per sfollati o nei Paesi limitrofi. Alcuni hanno anche tentato di raggiungere l’Italia. Infatti, secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, il diciannove per cento dei centocinquantasettemila profughi giunti sulle nostre coste nel 2016 sono di nazionalità nigeriana.
Il presidente del Ciad Idriss Déby
Durante la sua visita in Cameroun, il presidente del Ciad, Idriss Déby, ha elogiato l’operato della Joint task force multinazionale nella guerra contro i Boko Haram, che da anni rendono insicure anche le zone dei Paesi confinanti con la ex-colonia britannica, vale a dire, Camerun, Ciad e Niger. “Tuttavia – ha specificato Déby – “è molto difficile stanare i miliziani che si sono nascosti tra le comunità che popolano la Regione del Lago Ciad. Chiediamo più collaborazione alla popolazione. Devono denunciare le persone sospettate di appartenere alla setta islamista”.
Déby ha salutato favorevolmente la costituzione di gruppi di autodifesa nelle comunità, che contribuiscono alla lotta contro i terroristi. Infine il presidente della ex-colonia francese ha sottolineato che la pace è un ingrediente indispensabile per lo sviluppo. Senza pace, stabilità e sicurezza i Paese dell’Africa centrale non potranno mai raggiungere i loro obiettivi di sviluppo.
In questi giorni il governo degli Stati Uniti ha chiesto a Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria, di impegnarsi maggiormente nella lotta contro i terroristi. Il sottosegretario per la sicurezza civile, la democrazia e diritti umani degli USA, Sarah Seewall, pur riconoscendo i progressi fatti dal governo di Buhari, ha specificato durante un’intervista rilasciata a Maiduguri, che il presidente dovrebbe esercitare più pressione nei confronti dei fondamentalisti. “Dovrebbe evitare che si riorganizzino ed è indispensabile che il governo federale e quelli dei singoli Stati collaborino più strettamente nelle campagne militari finalizzate alla lotta contro il terrore”. Infine ha aggiunto: “Noi non trattiamo con i terroristi, non vi chiediamo come siate riusciti a farvi consegnare ventuno ragazze sequestrate a Chibok nel 2014, ma sosteremo i vostri sforzi per battere il jihadismo”.
Due settimane fa Buhari è stato ricevuto da Angela Merkel, la cancelliera tedesca, a Berlino. (http://www.africa-express.info/2016/10/15/14934/). Pochi giorni prima, mentre la Merkel si trovava in visita ufficiale in altri Stati Africani, il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, si è recato a Abuja, la capitale del gigante dell’Africa, per studiare la situazione del Paese prima che la cancelliera incontrasse Buhari. Argomento principale dei colloqui con il suo omologo nigeriano, Geoffrey Onyeama, è stato ovviamente come arginare il flusso dei migranti. Il ministro degli esteri ha subito puntualizzato che non esiste una bacheca magica per frenare l’emigrazione dei suoi concittadini. “Povertà, insicurezza e poca istruzione sono le cause, ma tutte e tre sono attualmente tra le priorità del mio governo” – ha precisato Onyeama.
Il ministro degli esteri tedesco ha promesso un ulteriore contributo di due milioni di Euro per aiuti umanitari nel nord-est del Paese, dove, secondo i dati dell’UNICEF, quattrocentomila bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione grave e rischiano di morire.( http://www.africa-express.info/2016/09/24/lago-ciad-crisi-umanitaria/)
Quest’anno la Germania ha stanziato 18,7 milioni di Euro nella stessa Regione per svariati progetti. Nel 2017 saranno finanziati anche programmi per l’addestramento delle forze dell’ordine. Steinmeier è ottimista per il futuro del gigante dell’Africa. Ha fiducia nel nuovo governo, che lotta contro la corruzione, i Boko Haram.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 29 ottobre 2016
Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, ha annunciato l’inizio dell’addestramento della Guardia Costiera libica nell’ambito dell’operazione Sophia di Eunavfor med.
La formazione di settantotto militari della Guardia costiera della Libia di Fayez al Serraj, governo senza grande potere m riconosciuto dall’ONU, è suddivisa in tre fasi: la prima in mare, sulla nave italiana San Giorgio e l’olandese Rotterdam nel Mediterraneo centrale; la seconda a terra a Malta e la Grecia; la terza e ultima avverrà su navi libiche. Il costo della preparazione dei militari libici è coperto dal Meccanismo Athena (finanziamento dei costi comuni delle operazione militari dell’UE nell’ambito di sicurezza e di difesa comune), nonché dalle attività di volontariato e del personale degli Stati membri.
Fayez al Serraj, capo della Guardia costiera libica a destra Enrico Credendino, Operazione Sophia a sinistra
Durata prevista dell’addestramento è di quattordici settimane e dovrebbe concludersi con la consegna di dieci motovedette italiane, sei delle quali destinate alla Guardia costiera e quattro per alla Marina militare libica.
Un memorandum d’intesa sulla preparazione dei militari di Serraj è stato firmato il 23 agosto scorso tra Enrico Credendino, comandante dell’Operazione Sophia e Abdalh Toumia, a capo della Guardia costiera e della sicurezza dei porti libici.
L’attività comprenderà, oltre alla formazione nautica di base a competenze specialistiche più avanzate, lezioni sul diritto internazionale, nonché sui diritti umani. Sui due vascelli verranno imbarcati anche team di altri Stati membri dell’UE per completare l’addestramento, nonché una rappresentanza di Frontex e dell’UNHCR, secondo un comunicato di European Union external action.
Tutta l’operazione è finalizzata ad aumentare la sicurezza nelle acque territoriali libiche, attività di ricerca e di recupero per salvare vite umane; insomma la Guardia costiera e la Marina militare del Paese dovranno essere in grado di arginare il traffico di esseri umani verso le nostre coste. In altre parole i militari che saranno formati dagli italiani avranno il compito di dare la caccia ai gommoni e ai barconi carichi di migranti e profughi, fermarli e ricacciarli in Libia. Certamente l’Alto Rappresentante Mogherini sa che in Libia si combatte una guerra feroce e sa che una volta rientrati nell’ex colonia italiana quest’umanità in fuga andrà in contro a violenze e angherie di ogni genere.
L’UE ha esteso lo scorso 20 giugno l’Operazione Sophia di EUNVFOR MED fino al 27 luglio 2017 (risoluzione, affidando alla stessa altri due incarichi: la preparazione della Guardia costiera libica e contribuire all’attuazione dell’embargo dell’ONU sulle armi dirette alla Libia in alto mare a largo delle sue coste.
L’UE, con l’Italia in prima linea, è pronta a tutto pur di arginare il flusso migratorio dalle aree subshariane anche con il “Processo di Khartoum” il cui piano di attuazione è ormai in pieno svolgimento. Memorandum d’intesa sono stati già firmati con alcuni Paesi, basti ricordare il viaggio in Africa (www.Africa-Express.info ne ha parlato ampiamente nei suoi articoli) della cancelliera Angela Merkel, in veste di “ambasciatrice dell’UE”, oltre che della Germania.
Quest’anno sono giunte sulle nostre Coste 153.450 profughi, tra loro oltre 16.800 minori non accompagnati. Le stragi in mare in questo 2016 registrano cifre agghiaccianti: finora più di tremilaottocento persone hanno perso la vita cercando di fuggire da guerre, conflitti interni, persecuzioni e fame nera, senza contare ovviamente i dispersi in mare. Una vera ecatombe.
Certamente, una volta terminato l’addestramento e grazie alle nuove motovedette, i libici saranno in grado di salvare qualche vita in mare, ma cosa sarà dei profughi, se giunti nuovamente in terra africana saranno rinchiusi nelle terribili prigioni e/o centri di accoglienza nell’attesa di un probabile rimpatrio? In Libia l’immigrazione illegale è un reato e dunque chi viene colto in flagranza può essere trattenuto ad libitum, il più delle volte fino al rimpatrio. Certamente all’arrivo in patria l’ex profugo non viene accolto con un tappeto rosso. Spesso lo aspettano altri anni di galera, se non una condanna a morte.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 28 ottobre 2016
Dopo l’articolo di Africa ExPress che ha denunciato il maldestro tentativo italiano di fornire un aiuto logistico al Sudan per controllare le frontiere e rimandare a casa i profughi in fuga dall’inferno dei loro Paesi, 25 parlamentari europei, guidati dall’italiana Barbara Spinelli e dalla francese Marie-Christine Vergiat, hanno deciso di scrivere ai ministri Alfano (Interni) e Gentiloni (Esteri) e al capo della polizia Franco Gabrielli, per chiedere spiegazioni.
L’articolo di Africa ExPress, “Sudan, nella guerra contro i migranti l’Italia finanzia e aiuta i janjaweed” (riferiva, tra l’altro, che gli aiuti italiani finiranno direttamente nelle mani dei “diavoli a cavallo”, assassini, stupratori e rapitori di bambini, divenuti famosi in Darfur, la regione occidentale del Sudan, per la loro brutalità. Terrorizzavano la popolazione bruciando i loro villaggi.
Gli ex janjaweed hanno abbandonato i cavalli e i cammelli e ora si muovono con i fuoristrada
I migranti che attraversano il Sudan per raggiungere passando per la Libia le coste del Mediterraneo, scappano soprattutto da Eritrea, Somalia, Sud Sudan, dove rischiano di finire sotto il pugno di ferro del regine più repressivo del mondo assieme alla Corea del Nord (Eritrea) o nel tritacarne di due guerre dove i morti che si contano sono soprattutto civili (Somalia e Sud Sudan).
La lettera, che per conoscenza è stata inviata a Filippo Grandi, direttore dell’UNHCR (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di proteggere i profughi) e a Lacky Swing, direttore dello IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), chiede chiarimenti sul rimpatrio forzato di 40 sudanesi arrestati alla frontiera di Ventimiglia in agosto e rispediti in fretta e furia a Khartoum.
“Tale espulsione di massa – scrivono i parlamentari europei – ha portato alla luce l’esistenza di un Memorandum d’intesa con il Sudan sottoscritto il 3 agosto a Roma dal capo della polizia italiana Franco Gabrielli e dal suo omologo sudanese, generale Hashim Osman Al Hussein, alla presenza di funzionari del ministero dell’Interno e del ministero degli Affari esteri. Un accordo tenuto a lungo segreto, mai discusso né ratificato dal Parlamento italiano, che prevede la collaborazione delle polizie dei rispettivi Paesi nella gestione delle migrazioni e delle frontiere”.
Il generale capo della polizia sudanese Hashim Osman Al Hussein (foto SUNA)
Qual è la natura degli accordi, anche finanziari, tra Italia e Sudan, si chiedono i firmatari della missiva, preoccupati che il denaro stanziato dall’Unione Europea finisca nelle casse di un Paese che non tiene in alcuna considerazione i diritti umani. Sul presidente sudanese Omar Al Bashir e su alti funzionari del regime al potere, tra l’altro, pende un mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, genocidio e stupro.
In cambio dell’erogazione di 1,8 miliardi di euro da parte del Fondo Fiduciario per l’Africa (EUTF), cui l’Italia contribuisce con 10 milioni di euro, “dittature come quella sudanese diventano partner dell’Unione nel processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ricevendo finanziamenti che mescolano in maniera molto rischiosa gli aiuti allo sviluppo e misure probabilmente repressive contro i migranti”.
Il governo italiano teme il passaggio in parlamento, infatti annovera gli aiuti che si accinge a fornire al Sudan sotto la voce aiuti alla cooperazione allo sviluppo. Un escamotage ingannevole perché si tratta di un vero sostegno militare. Nelle prossime settimane è atteso in Italia un gruppo di sudanesi, probabilmente ex janjaweed. Parteciperanno a un training militare necessario per combattere il traffico di esseri umani Insomma una perfetta guerra ai migranti.
Forse che Renzi e Gentiloni si aspettano che gli ex janjaweed, che ora hanno cambiato nome e si chiamano Rapid Support Forces abbiano cambiato anche abitudini? Quante donne in fuga dal loro Paese, saranno stuprate nel deserto libico da gentaglia coperta dalla bandiera (e dai soldi) dell’Italia e dell’Unione Europea? Quanti uomini saranno uccisi e quanti ragazzini ridotti in schiavitù.
Ragazzine eritree in fuga dal loro Paese
Scrivono infatti le eurodeputate e gli eurodeputati: “Secondo numerose fonti, tra i beneficiari dei Fondi europei per la gestione dei flussi migratori ci saranno le milizie Janjawid, note per la pulizia etnica attuata nel Darfur. Quel che si teme è che simili accordi, anche con il contributo di tali milizie, abbiano come scopo non dichiarato quello di impedire ai profughi eritrei, etiopi e sudanesi di raggiungere la Libia e attraversare il Mediterraneo”.
I firmatari della lettera infine sostengono che il mancato passaggio del Memorandum d’intesa alle Camere costituisce una violazione dell’art. 80 della Costituzione italiana e chiedono che “sia fatta luce sulla natura degli accordi, anche finanziari, con il Sudan. In questo ambito ricordiamo che il fondo fiduciario UE per l’Africa è in gran parte finanziato con fondi per lo sviluppo, e che questi ultimi non devono essere condizionati a politiche di controllo e dissuasione dei flussi migratori”.
Ecco il testo integrale della lettera inviata dagli eurodeputati
Alla cortese attenzione: del Ministro dell’Interno
Angelino Alfano
del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
Paolo Gentiloni
del Capo della Polizia di Stato, direttore generale della Pubblica Sicurezza
Prefetto Franco Gabrielli
e per conoscenza:
all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)
dott. Filippo Grandi,
al Direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM)
ambasciatore William Lacy Swing
Bruxelles, ottobre 2016
Gentili Onorevoli Angelino Alfano e Paolo Gentiloni, gentile Prefetto Franco Gabrielli,
ci rivolgiamo a voi in merito al rimpatrio forzato avvenuto lo scorso 24 agosto di 40 profughi sudanesi arrestati a Ventimiglia e dintorni, condotti all’aeroporto di Torino-Caselle e caricati su un volo charter Egyptair con destinazione Khartoum.
Tale espulsione di massa, la cui legittimità è stata contestata da associazioni, ong e parlamentari, ha portato alla luce l’esistenza di un Memorandum d’intesa con il Sudan[1] sottoscritto il 3 agosto a Roma dal capo della polizia italiana Franco Gabrielli e dal suo omologo sudanese, generale Hashim Osman Al Hussein, alla presenza di funzionari del ministero dell’Interno e del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Un accordo tenuto a lungo segreto, mai discusso né ratificato dal Parlamento italiano, che prevede la collaborazione delle polizie dei rispettivi Paesi nella gestione delle migrazioni e delle frontiere.
Barbara Spinelli
Il comunicato diffuso dall’Ambasciata italiana a Khartoum precisa che l’accordo “si iscrive nel più ampio quadro di cooperazione tra Sudan e Unione Europea sui temi migratori: in particolare il Processo di Khartoum, lanciato in Italia nell’autunno del 2014, e il Fondo fiduciario d’emergenza dell’Unione europea per la stabilità e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e del fenomeno degli sfollati in Africa, lanciato nel novembre 2015 al vertice di La Valletta”.[2]
In cambio dell’erogazione di 1,8 miliardi di euro da parte del Fondo Fiduciario per l’Africa (EUTF), dittature come quella sudanese diventano in tal modo partner dell’Unione nel processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere. Ricordiamo che la Corte penale internazionale ha emesso nel 2009 un mandato di arresto contro il Presidente del Sudan Omar al-Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
L’Italia contribuisce all’EUTF con 10 milioni di euro, collocandosi tra i primi due Paesi erogatori.
Il Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione dovrebbe erogare al Sudan 173 milioni di euro complessivi, destinati allo sviluppo e alla gestione dei migranti, mescolando in maniera molto rischiosa gli aiuti allo sviluppo e misure probabilmente repressive contro i migranti.
Il Memorandum d’intesa con il Sudan ha un ruolo precursore. Interrogato da associazioni, giornalisti e parlamentari, il Prefetto Gabrielli ha peraltro difeso la scelta di non sottoporlo a esame parlamentare: “É uno strumento di cooperazione di polizia e non necessita di un passaggio in Parlamento”.[3] “Quanto alla presunta illegalità dell’accordo in base al quale i migranti sono stati rimpatriati – ha aggiunto in un’intervista successiva – occorre precisare che l’accordo è stato regolarmente firmato con uno Stato che gode del pieno riconoscimento internazionale del nostro Paese”.[4] Un pieno riconoscimento concesso a uno Stato i cui richiedenti asilo, nel 2015, hanno ottenuto dall’Italia la protezione umanitaria nel 60 per cento dei casi.
Secondo numerose fonti, tra i beneficiari dei fondi europei per la gestione dei flussi migratori ci saranno le milizie Janjawid, o Rapid Support Forces (RSF), note per la pulizia etnica attuata nel Darfur. Quel che si teme è che simili accordi, anche con il contributo di tali milizie, abbiano come scopo non dichiarato quello di impedire ai profughi eritrei, etiopi e sudanesi di raggiungere la Libia e attraversare il Mediterraneo.
Marie Christine Vergiat
Lo scorso 30 agosto, durante una conferenza stampa tenutasi a Khartoum presso il ministero della Difesa sudanese, il comandante dell’Rsf Mohamed Hamdan Daglo (detto Hametti) ha sostenuto di controllare il traffico dei migranti per conto dell’Europa e ha lasciato intendere che, se l’Unione non aumenterà il suo già notevole sostegno economico, le milizie al suo comando potrebbero sospendere le operazioni nel deserto libico e facilitare la ripresa degli attraversamenti del Mediterraneo.[5] Le milizie sono state dispiegate ai confini settentrionali del Paese dallo scorso maggio: in circa tre mesi, in diverse operazioni, hanno fermato almeno 800 migranti, per la maggior parte eritrei, immediatamente rimpatriati. Malgrado la smentita della delegazione dell’UE a Khartoum,[6] Yasser Arman, il segretario generale del Sudan People’s Liberation Movement-North (Splm-N) – il movimento di opposizione armata che combatte il governo di Khartoum nel Sud Kordofan e nel Blue Nile – ha affermato di avere le prove del piano del governo sudanese inteso a rafforzare le Rsf con i fondi europei, affidando loro il controllo dei confini, e si è appellato all’UE perché non contribuisca a prolungare i conflitti aperti in Sudan.[7]
Chiediamo che parte abbia il governo italiano in questo piano, anche alla luce della denuncia avanzata da Yasser Arman: “Abbiamo accurate informazioni secondo cui esiste un piano dell’Unione Europea per finanziare le RSF. In particolare la Germania metterebbe a disposizione il denaro necessario, mentre all’Italia è stato affidato il supporto logistico”.[8] Tale accusa, confermata da fonti diplomatiche ONU a Khartoum, secondo il corrispondente di “Africa Express”,[9] è stata ripresa dall’eurodeputato Ignazio Corrao, secondo il quale “l’Italia sarebbe stata incaricata di fornire supporto logistico alle milizie Janjawid”.[10]
Il dittatore sudanese ricercato dalla Corte Penale Internazionale Omar Al Bashir
Rileviamo che il Memorandum d’intesa costituisce un atto politico che si iscrive nel contesto della cooperazione tra Sudan e Unione Europea in materia di immigrazione. La pretesa natura di atto puramente interno e amministrativo è smentita nello stesso Preambolo.[11] Per questo motivo, riteniamo che il mancato passaggio alle Camere costituisca una violazione dell’art. 80 della Costituzione italiana.[12]
Alle autorità italiane, chiediamo inoltre un chiarimento sul rimpatrio forzato dei 40 profughi sudanesi, avvenuto lo scorso agosto.
Domandiamo infine che sia fatta luce sulla natura legale degli accordi, anche finanziari, con il Sudan. In questo ambito ricordiamo che il Fondo fiduciario UE per l’Africa è in gran parte finanziato con fondi per lo sviluppo, e che questi ultimi non devono essere condizionati a politiche di controllo e dissuasione dei flussi migratori.
In attesa di una gentile risposta inviamo distinti saluti,
Barbara SPINELLI – GUE/NGL Marie-Christine VERGIAT – GUE/NGL Maite PAGAZAURTUNDÚA RUIZ – ALDE Ana GOMES – S&D Ignazio CORRAO – EFDD Laura FERRARA – EFDD Josu JUARISTI ABAUNZ – GUE/NGL Estefanía TORRES MARTÍNEZ – GUE/NGL Bodil VALERO – Greens/EFA Tamás MESZERICS – Greens/EFA Dimitrios PAPADIMOULIS – GUE/NGL Stefan ECK – GUE/NGL Kostadinka KUNEVA – GUE/NGL Malin BJÖRK – GUE/NGL Eva JOLY- Greens/EFA Fabio Massimo CASTALDO – EFDD Julie WARD – S&D Elly SCHLEIN – S&D Tania GONZÁLEZ PEÑAS – GUE/NGL Rina Ronja KARI – GUE/NGL Marina ALBIOL GUZMÁN – GUE/NGL Paloma LÓPEZ BERMEJO – GUE/NGL Bart STAES – Greens/EFA Patrick LE HYARIC – GUE/NGL João PIMENTA LOPES – GUE/NGL
[1]Memorandum d’intesa tra il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno italiano e la Polizia nazionale del Ministero dell’Interno sudanese per la lotta alla criminalità, gestione delle frontiere e dei flussi migratori ed in materia di rimpatrio, 3 agosto 2016, http://www.asgi.it/wp-content/uploads/2016/10/accordo-polizia-Italia-Sudan_rev.pdf.
[11] Memorandum d’Intesa, Preambolo: «Le Parti intendono promuovere e sviluppare la collaborazione di polizia per la prevenzione e il contrasto alla criminalità nelle sue varie forme, con particolare riferimento […] a tratta di persone e traffico di migranti, immigrazione irregolare, […] gestione delle frontiere e dei flussi migratori e in materia di rimpatrio, nonché della prevenzione e contrasto del terrorismo internazionale».
[12]Costituzione della Repubblica Italiana, Parte II, Titolo I, Sezione II: «Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali [cfr. art. 87 c. 8] che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi [cfr. artt. 72 c. 4, 75 c. 2, V]».
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 27 ottobre 2016
E’ sembrato un terrorista solitario armato di coltello, invece era solo uno squilibrato invasato, l’uomo che oggi pomeriggio intorno alle 3 ha cercato di ammazzare una guardia in servizio davanti ai cancelli dell’ambasciata americana a Nairobi.
L’attuale ambasciata americana a Nairobi
Pronta la reazione delle sentinelle armate che presidiano le legazione: hanno sparato immediatamente neutralizzando l’attentatore. Non si sa se sia stato ucciso e solo ferito. Testimoni oculari hanno raccontato che l’uomo è caduto al suolo e solo dopo qualche minuto i guardiani si sono avvicinati con grande circospezione, forse per paura che indossasse una cintura esplosiva, e l’hanno portato via.
La zona è stata immediatamente isolata. L’attentato non è stato ancora rivendicato.
L’ambasciata americana è stata costruita davanti all’enorme quartier generale delle Nazioni Unite nel quale lavorano 5 mila persone. La vecchia ambasciata sorgeva nel centro della capitale keniota ed è stata devastata da un tremendo attentato nell’agosto del 1998.
Un soldato americano di guardia all’ambasciata poche ore dopo la violenta esplosione del 7 agosto 1998 in cui la legazione fu distrutta (AP Photo/Sayyid Azim)
Morirono più di 200 persone quasi tutti locali. Un camioncino carico di esplosivo riuscì a entrare nel parcheggio sotterraneo del palazzo che la ospitava. A quel punto il conducente lo fece saltare per aria, facendo crollare l’intero edificio.
L’attentato, contemporaneo a quello molto meno devastante che colpì l’ambasciata americana a Dar Es Salaam in Tanzania, fu rivendicato da Al Qaeda.
Speciale per AfricaExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 ottobre 2016
Bangui, capitale della tanto travagliata Repubblica Centrafricana, lunedì scorso è stata sconvolta da una manifestazione durante la quale sono morte diverse persone e molte altre sono rimaste ferite. Sotto accusa i caschi blu di MINUSCA ( acronimo inglese per United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic), che avrebbero aperto il fuoco sui manifestanti per impedire loro di dirigersi verso il quartier generale dell’ONU.
La data, il 24 ottobre, non è stata scelta a caso dalla società civile, che ha indetto il sit-in “città morta”. Infatti in tale giorno si celebra il settantunesimo anniversario della costituzione dell’ONU e la protesta era proprio rivolta a MINUSCA, missione fortemente voluta dal segretario generale Ban Ki-moon. La società civile chiede a gran voce che MINUSCA lasci il Paese quanto prima, per l’inerzia e l’inefficienza dei caschi blu. La popolazione non si sente protetta dalla loro presenza anzi, in alcuni momenti avverte maggiore pericolo proprio a causa delle truppe dell’ONU.
Bangui, Repubblica centrafricana sit-in “città morta” 24.10.2016
Bangui, “città morta”, cioè in sciopero generale. Gli organizzatori avevano chiesto ai cittadini della capitale, tramite comunicati pubblicizzati qualche giorno fa, di restare nelle proprie abitazioni e di non recarsi al lavoro, per paralizzare qualsiasi attività. Durante la notte tra domenica e lunedì sono state erette barricate un po’ ovunque nelle maggiori arterie della città. E all’alba sono stati incendiati dei pneumatici. Fuoco e fumo dappertutto. L’aeroporto è stato chiuso e l’unico volo previsto è stato annullato.
Le accuse nei confronti di MINUSCA sono pesanti: “Collaborano con i gruppi armati invece di proteggerci”, ha specificato Gervais Lakasso, uno degli organizzatori della manifestazione.
Verso le dieci del mattino si sono uditi i primi colpi di fucile, attribuiti a MINUSCA, che a fine giornata ha confermato di essere intervenuta per smantellare le barricate. Inoltre sono stati fermati dei manifestanti diretti verso il quartier generale della Missione ONU. Per disperderli, sono stati sparati alcuni colpi.
Bangui, 24.10.2016
MINUSCA denuncia le violenze scoppiate in alcuni quartieri della capitale, che hanno causato morti e feriti, il cui numero è ancora provvisorio. Si parla da quattro a otto morti e tra dodici e quattordici feriti, tra loro anche cinque caschi blu. I capi della missione respingono tutte le accuse nei confronti dei loro uomini. In un comunicato viene specificato che la l’operazione nella ex-colonia francese continuerà. La Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta per stabilire le responsabilità delle truppe dell’ONU.
Meno di dieci giorni fa, durante una sparatoria in un campo per sfollati a Ngakobo, nel centro del CAR, erano state uccise undici persone I feriti, una decina, sono stati trasportati all’ospedale di Bambari, trecento chilometri a nord-est di Bangui. MINUSCA ha rinforzato la sorveglianza del campo; per ora i responsabili delle violenze non sono stati ancora identificati.
Qualche giorno prima, incidenti simili erano scoppiati a Kaga-Banro. In un’altra località al centro della ex-colonia francese: erano morte trenta persone e altre cinquantasette erano state ferite durante uno scontro a fuoco verificatosi dopo la morte di un miliziano ex-Séléka (gruppi armati ai quali aderiscono per lo più musulmani), che ha tentato di rubare il gruppo elettrogeno di una radio locale. “La reazioni di altri elementi ex-Séléka è stata sproporzionata, riversando la loro rabbia contro la popolazione civile e gli sfollati”, ha riferito MINUSCA in un comunicato .
Repubblica centrafricana miliziani armati
La crisi della Repubblica Centrafricana è cominciata alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede un aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente musulmano della ex-colonia francese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka (per lo più composti da cristiani e animisti) e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.
Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana. Le forze dell’Unione Africana del contingente MUNISCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese fa, perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) hanno affiancato le truppe francesi dell’operazione Sangaris . Con la risoluzione 2301 del 26 luglio 2016 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rinnovato il mandato di MINUSCA fino a novembre 2017. Attualmente il contingente internazionale conta 12.870 uomini: 10.750 militari e 2.080 poliziotti, oltre ad un certo numero di personale civile.
La popolazione e la comunità internazionale aveva riposto molte speranze nelle elezioni, nel nuovo presidente Faustin-Archange Touadéra, ma per ora i risultati desiderati non si sono realizzati.
E inoltre la popolazione non si sente protetta dai caschi blu, anche perchè alcuni militari francesi sono inquisiti dalla Procura parigina per aver commesso violenze su minori. Sotto accusa per gli stessi reati anche alcuni caschi blu di MINUSCA. Sospetti terribili che non fanno onore né alla Francia, né all’ONU, che proprio qualche giorno fa ha reso noto i risultati di una sua inchiesta interna per questi fatti venuti alla luce nell’estate del 2015. Nella sua relazione confidenziale, Mercedes Gervilla, che dirige il gruppo di deontologia e disciplina dell’ONU, mette in dubbio gran parte degli abusi sessuali che sarebbero stati commessi tra il 2013 e il 2015 da caschi blu del contingente del Burundi, del Gabon e di soldati francesi in servizio a Dékoa. Secondo tale documento, alcune vittime sarebbero state incitate a produrre false testimonianze contro i soldati in questione in cambio di un compenso.
Attualmente in Francia sono in corso tre inchieste giudiziari sui fatti terribili fatti accaduti nel CAR, ma per ora nessun militare è stato incriminato formalmente.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
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