17.7 C
Nairobi
giovedì, Febbraio 5, 2026

Trump autorizza forniture d’armi per 7 miliardi di dollari: destinazione Israele

Dal Nostro Redattore Difesa Antonio Mazzeo 4 febbraio 2026 Nuove...

Quei governi fatti saltare da USA anche con l’aiuto degli squadroni della morte – 3

Speciale Per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi 31 gennaio...

Un convegno sull’Iran a Mendrisio si trasforma in una rissa

Speciale per Africa ExPress Agnese Castiglioni* Mendrisio, 2 febbraio...
Home Blog Page 32

“Avete legami con i comunisti?”: la Casa Bianca invia questionario a agenzie umanitarie dell’ONU

BBC
Imogen Foulkes
Ginevra, 14 marzo 2025

Gli Stati Uniti hanno inviato alle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite un questionario in cui si chiede di dichiarare se hanno convinzioni o affiliazioni “antiamericane”.

Tra le 36 domande del modulo, inviato dall’Ufficio Statunitense per la Gestione e il Bilancio (OMB), che è parte dell’ufficio del presidente Donald Trump, visionato dalla BBC, ce n’è una che chiede se le organizzazioni hanno legami con il comunismo.

Le agenzie delle Nazioni Unite temono che la mossa sia un segno che gli Stati Uniti stanno pianificando di abbandonare il sostegno agli aiuti umanitari

Tra le maggiori organizzazioni umanitarie del mondo che hanno ricevuto il questionario, ci sono anche l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)i e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC).

L’amministrazione Trump ha lanciato un’azione di riduzione dei costi in tutto il governo statunitense, guidata dal miliardario Elon Musk, e ha ridotto ai minimi termini gli aiuti destinati all’estero..

I gruppi dell’ONU temono che la mossa dell’OMB sia un segno che gli Stati Uniti stanno pianificando di abbandonare completamente gli aiuti umanitari, o forse addirittura le stesse Nazioni Unite.

Gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il primo giorno del secondo mandato del Presidente Donald Trump.

Una delle domanda del questionario è la seguente: “Potete confermare che la vostra organizzazione non lavora con entità associate a partiti comunisti, socialisti o totalitari, o a qualsiasi partito che sposa convinzioni antiamericane?”.

Un’altra, invece, chiede alle agenzie di confermare che non ricevono finanziamenti da Cina, Russia, Cuba o Iran – questi Paesi non saranno i migliori amici di Washington ma, come tutti i 193 Stati membri delle Nazioni Unite, finanziano le grandi agenzie umanitarie.

Altre domande chiedono alle agenzie umanitarie di assicurarsi che nessun progetto includa elementi di DEI (diversità, equità e inclusione) o qualcosa legato al cambiamento climatico.

Questo potrebbe essere imbarazzante per agenzie come l’Unicef, che sostiene la parità di accesso all’istruzione per le ragazze, o il Programma alimentare mondiale, che cerca di prevenire le carestie sostenendo le comunità colpite dalla siccità a passare a colture più resistenti al clima.

Il professor Karl Blanchet, del Centro di studi umanitari dell’Università di Ginevra, ritiene che le agenzie di aiuto siano destinate a fallire: “La decisione è già stata presa. È molto probabile che gli Stati Uniti interrompano il loro coinvolgimento in qualsiasi sistema delle Nazioni Unite. È il multilateralismo contro l’America first: sono due estremi di uno stesso spettro”.

Le agenzie che lavorano a complesse operazioni umanitarie sono più schiette. È come sentirsi chiedere: “Hai smesso di picchiare tuo figlio, sì o no?”, ha detto un operatore umanitario frustrato.

Le agenzie umanitarie dell’ONU ritengono che il questionario fraintenda i loro principi fondamentali di neutralità e imparzialità: le persone che soffrono a causa di guerre o catastrofi naturali dovrebbero essere aiutate a prescindere dalle loro convinzioni politiche e gli aiuti non dovrebbero essere usati come strumento per rafforzare una particolare nazione.

Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU (OHCHR) ha già scelto di non compilare il modulo. “Dato che si tratta per lo più di domande chiuse, da rispondere con un “sì o un no, con uno spazio di elaborazione molto limitato, e, visto che alcuni punti non erano applicabili alle Nazioni Unite, non eravamo in grado di rispondere direttamente ai questionari online”, ha spiegato un portavoce alla BBC.

“Abbiamo, invece, fornito risposte via e-mail con spiegazioni alle domande per le quali potevamo dare un responso”.

Alcune delle domande riflettono anche gli interessi economici dell’amministrazione del Presidente Trump.

Un punto del questionario riguarda i progetti che potrebbero influenzare “i tentativi per rafforzare le catene di approvvigionamento degli Stati Uniti o per garantire i minerali di terre rare”.

Questa settimana, il segretario di Stato, Marco Rubio, ha annunciato la chiusura della maggior parte dei programmi dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID).

I sondaggi indicano che gran parte degli americani ritiene che il Paese spenda troppo in aiuti esteri.

Gli Stati Uniti spendono una percentuale di aiuti inferiore al PIL rispetto ai Paesi europei ma, grazie alla loro enorme economia, forniscono comunque il 40 per cento dei finanziamenti umanitari globali.

Molte delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite cui è stato inviato il modulo ricevono finanziamenti non solo da USAID, ma direttamente dal governo statunitense.

La BBC ha chiesto un commento all’OMB e alle missioni statunitensi presso le Nazioni Unite a New York e Ginevra.

Imogen Foulkes

L’articolo originale in lingua inglese della BBC lo trovate qui:

https://www.bbc.com/news/articles/c70enzddxywo

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Traguardo storico sulla parità di genere: la Namibia conquista la top ten nella classifica mondiale

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
15 marzo 2025

La Namibia, nel Global Gender Gap Index 2024 (GGGI), l’Indice del Divario Globale di Genere, è al top della classifica tra le 146 economie esaminate.

L’indagine annuale, pubblicata dal World Economic Forum (WEF), pone la Namibia in ottava posizione. Il suo punteggio totale è 805 su 1.000. Ha quindi colmato il divario di genere dell’80,5 per cento.

Sono quattro gli indicatori studiati, uguali per tutti i Paesi: partecipazione e opportunità economiche; risultati scolastici; salute e sopravvivenza e empowerment politico. I numeri che hanno portato il Paese dell’Africa meridionale tra i primi dieci sono: 100 per cento sull’educazione; 98 sulla salute; sull’economia 78,3 e sulla politica il 45,6 per cento.

Namibia Indice del Divario Globale di Genere
Indice del Divario Globale di Genere 2024 della Namibia
(Courtesy World Economic Forum)

Ruolo delle donne

Il Forum sottolinea che la Namibia ha una forte rappresentanza femminile nei ruoli ministeriali e parlamentari (46,2 e 79,2 per cento).

Non è un caso che il 3 dicembre 2024, dopo il terzo mandato come vice-presidente, la parlamentare Netumbo Nandi-Ndaitwah ha vinto le elezioni presidenziali. È la prima donna che assume la posizione di capo dello Stato della Namibia ma anche in Africa australe. Il prossimo 23 marzo ci sarà la cerimonia di insediamento della neo-presidente.

Divario Globale di Genere Jill Biden e Netumbo Nandi-Ndaitwah
L’ex first lady USA, Jill Biden, e la presidente eletta della Namibia, Netumbo Nandi-Ndaitwah nel 2023

Nord Europa ai vertici

Nei primi dieci, otto sono Paesi europei, uno è dell’Oceania e uno dell’America Latina. In prima posizione della classifica globale c’è l’Islanda con un punteggio di 935 (93,5 per cento), l’ex colonia tedesca è l’unica economia africana del “Top ten”.

Seguono Finlandia (2°, 87,5 per cento), Norvegia (3°, 87), Nuova Zelanda (4°, 83,5); Svezia (5°, 81,6), Nicaragua (6°, 81,1%); Germania (7°, 81). Dopo la Namibia troviamo Irlanda (9°, 80,2) e Spagna (10°, 79,7).

Le altre economie africane

Dieci posizioni dopo la Namibia c’è il Sudafrica, al 18° posto, con il 78,5 per cento; al 27° il Mozambico (77,6); 39° il Ruanda, (75,7); 47° Eswatini, (74,4); 52° Zimbabwe, (74); 54° Tanzania, (73,4) e 57° Botswana, con il 73 per cento. Le altre economie africane sono in ordine sparso.

Divario Globale di Genere mappa della Namibia
Mappa della Namibia e la sua posizione geografica in Africa

Gli ultimi

Nelle ultime dieci posizioni, in coda dalla 137a alla 146a, sono otto le nazioni africane con punteggio tra 0.628 (62.8 per cento) e 0.568 (56,8). In ordine di merito: Marocco, Niger, Algeria, Congo-K, Mali e Guinea.

Termina la classifica, il disastrato Sudan. È vittima di una infinita guerra civile tra governativi di Abdelrahman al-Burhan e i paramilitari della Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”.

E l’Italia?

Il Belpaese si trova – dopo Timor-Est e prima del Ghana – 87a con il punteggio totale di 703 (70,3 per cento). L’Indice del Divario Globale di Genere penalizza l’Italia che scende di 8 posizioni rispetto al 2023.

Italia Indice del Divario Globale di Genere
Indice del Divario Globale di Genere 2024 dell’Italia (Courtesy World Economic Forum)

Nell’educazione l’Italia arriva al 99,6 per cento, alta anche nella copertura sanitaria e l’aspettativa di vita con il 96,7; nell’economia siamo al 60,8. Purtroppo è molto bassa la percentuale nella politica dove il divario di genere è al 24,3 per cento.

Poi c’è la desolante posizione delle donne nel mondo del lavoro che colloca l’Italia agli ultimi posti nell’UE dove la media è il 70 per cento. L’impiego femminile è al 52,5 per cento circa 18 punti percentuali rispetto all’impiego maschile che è al 70,4. Invece il tasso di disoccupazione femminile è all’8,4 per cento, doppio rispetto alla mancanza di lavoro maschile al 4,9.

Forse bisognerebbe guardare l’Africa con occhi diversi. A cominciare dalla Namibia.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Crediti immagini:
– Jill Bidel e Nandi-Ndaitwah
ByThe White HouseF20230222ES-0628, Public Domain, Link
– Mappa della Namibia
Di Marcos Elias de Oliveira JúniorOpera propria, Pubblico dominio, Collegamento
– Namibia posizione in Africa
Di
Marcos Elias de Oliveira

Elezioni generali in Namibia: pesanti irregolarità hanno segnato la consultazione

Maschi impotenti e aborti spontanei: in Namibia popolazione avvelenata da discarica delle multinazionali

Dopo Germania e GB anche l’Unione Europea investe un miliardo in Namibia per produrre idrogeno verde

Proposta di America e Israele: deportiamo i palestinesi di Gaza in Africa

Africa ExPress
New York, 14 marzo 2025

Guerre, conflitti interni, terrorismo, cambiamenti climatici, persecuzioni e altro spingono sempre più persone a lasciare le proprie case e cercare protezione e rifugio nei campi per sfollati o per profughi.

Da tempo i fondi scarseggiano, le Organizzazioni internazionali sono in grande difficoltà per portare cibo e beni di prima necessità alle persone vulnerabili.

Taglio fondi

“Molti moriranno, perché gli aiuti si stanno assottigliando, si stanno esaurendo”, ha precisato Tom Fletcher, sotto-segretario generale dell’Ufficio per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), in occasione di un briefing al Palazzo di Vetro mercoledì scorso.

Taglio Fondi USAID

Dopo l’insediamento di Donald Trump, gli Stati Uniti hanno ridotto drasticamente – dell’83 per cento – i programmi dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Ma anche altri governi hanno fatto considerevoli tagli nel capitolo “aiuti umanitari” dei loro bilanci.

Investimenti difesa

Fletcher non ha fatto un elenco dei Paesi che non contribuiranno più quanto prima. Basta tuttavia ricordare che il Regno Unito a fine febbraio ha fatto sapere di aver ridotto il budget destinato agli aiuti umanitari, per finanziare maggiori investimenti nella difesa. Parecchi altri governi sono sulla stessa scia delle autorità di Londra.

Leitmotiv: via i palestinesi da Gaza

Ci si chiede dunque come Washington e Tel Aviv intendono finanziare la loro ultima proposta, che ha dell’inverosimile. Israele e gli USA stanno sondando il terreno per deportare rifugiati palestinesi in Africa. Via dalla loro terra, via da Gaza è il leitmotiv di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Dopo aver sterminato migliaia e migliaia di gazavi, chi è rimasto in vita deve sgomberare il campo. E il più lontano possibile. Dunque via, possibilmente in Africa.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu

Somalia, Somaliland, Sudan

Secondo quanto riportato da Associated Press, alti funzionari americani e israeliani sarebbero in contatto con Somalia, Somaliland e Sudan perché accolgano palestinesi della Striscia di Gaza. Una mossa già ampiamente condannata, che sta sollevando, inoltre, gravi questioni legali e morali, poiché tutti e tre i luoghi sono poveri e, in alcuni casi, devastati da guerre e violenze. Tale proposta mette in dubbio anche l’obiettivo dichiarato da Trump, cioè di voler ricollocare i palestinesi di Gaza in una “bella zona”.

Il Sudan è devastato da un conflitto interno, iniziato nell’aprile 2023. In alcune zone e in campi per sfollati è già stato dichiarato lo stato di carestia. Proprio a causa dei continui scontri tra le due fazioni, le Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, da un lato e le esercito sudanese (SAF), capitanate da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, dall’altro, le Organizzazioni internazionali non riescono nemmeno a consegnare gli aiuti umanitari.

Belle zone

E la Somalia? La nostra ex colonia è un Paese meraviglioso, peccato solo che è uno tra gli Stati più poveri al mondo, in ginocchio da cambiamenti climatici, dove si alternano siccità e alluvioni, per non parlare dei continui attacchi dei sanguinari al-Shebab. Certo, i luoghi scelti sono tutte “belle zone”, proprio come la Striscia di Gaza, distrutta da guerre, bombe, carestie.

Il governo di Khartoum ha fatto sapere di aver rinviato al mittente la proposta di Washington e Mogadiscio sostiene di non aver ricevuto alcuna richiesta in tal senso.

Questa mattina, Abdirahman Dahir Adan, ministro degli Esteri del Somaliland, ha dichiarato ai reporter di Reuters di non aver ricevuto finora nessuna richiesta per ospitare palestinesi.

Va ricordato che il Somaliland, ex colonia britannica ha proclamato l’indipendenza dal Regno Unito il 26 giugno 1960 (si chiamava Stato del Somaliland), e, dopo 5 giorni si è unita alla Somalia Italiana, indipendente dal 1° luglio dello stesso anno. Dopo lo scoppio della guerra civile somala il 30 dicembre 1990, e il conseguente collasso della Somalia, il 18 maggio 1991 il Paese si è ritirato dall’unione. Ma il suo governo non è stato riconosciuto dalla comunità internazionale, tanto meno dalla Somalia.

Kakuma: vietato protestare

Certo, per le armi i soldi si trovano, per salvare vite umane non sempre. Una decina di giorni fa i rifugiati del campo di Kakuma, in Kenya, che ospita decine di migliaia di persone provenienti per lo più dal Sud Sudan, ma anche dal Congo-K, Somalia, Etiopia, hanno protestato per i drastici tagli di cibo e altro. E’ intervenuta la polizia e ha sparato contro i manifestanti, al meno 4 persone sono state ferite.

Difficile sopravvivenza

Africa ExPress è in contatto con persone del campo. “La vita è sempre più difficile, siamo disperati”, hanno raccontato. Le razioni alimentari sono diminuite del 40 per cento. Il cibo non è sufficiente, lo stomaco brontola sempre. E i nuovi arrivati, che fuggono da zone di conflitto, giungono nel sito senza nulla, spesso solo con i vestiti che indossano. Tra loro ci sono molti, tantissimi bimbi affamati e malati, e non di rado anche malnutriti.

Campo alle porte del deserto

Si abbandonano i più vulnerabili e fragili in ogni parte del mondo. Anche in Niger la situazione è altrettanto tragica. La maggior parte dei migranti che si trovano nel campo di Agadez sono stati espulsi dall’Algeria, buttati nel deserto. Ora si trovano nel centro umanitario, finanziato dall’Unione Europea e dall’Italia, dove le condizioni di vita sono terribili.

Sono in attesa di essere ricollocati altrove, impresa non semplice. L’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU (UNHCR), ha fatto sapere che meno dell’1 per cento degli ospiti  potrà essere accolto da un’altra parte. Dunque vengono proposte soluzioni alternative, cioè restare nella ex colonia francese stabilmente con permesso di soggiorno regolare che permetterebbe loro di poter lavorare. Ma la maggior parte degli ospiti non vorrebbe restare nel Paese.

I migranti del campo, che si trova alle porte del deserto del Sahara, non hanno ricevuto le tessere alimentari per il mese di febbraio. Abbandonati da tutti, protestano silenziosamente da mesi per le loro miserabili condizioni di vita, con la speranza di ricevere almeno il cibo per sopravvivere.

Guerra Congo-K

Anche nell’est della travagliata Repubblica Democratica del Congo, gli sfollati chiedono cibo e aiuti, altrettanto i rifugiati che hanno cercato protezione nel vicino Burundi, scappati dalle continue aggressioni del gruppo armato M23/AFC, sostenuto dal Ruanda.

La vita degli sfollati e profughi è amara in qualsiasi parte del mondo. Ed ora, con la mancanza di fondi, molti di loro non riceveranno nemmeno l’indispensabile per sopravvivere. La loro vita rischia di trasformarsi in un inferno peggiore dal quale sono scappati.

Africa ExPress
X: @africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Guerra a Gaza: altri articoli li trovate qui

Sospesa in Sudan distribuzione di cibo nei campi degli sfollati: migliaia a rischio morte per fame

Dinka contro Nuer, Sud Sudan nel caos: rischio nuova guerra civile

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 marzo 2025

In Sud Sudan, il fragile accordo di pace, siglato nel 2018 tra Salva Kiir, presidente del Paese (di etnia dinka), e Riek Machar, primo vice-presidente (Nuer), è a rischio più che mai. Malgrado gli appelli alla calma, lanciati dalla comunità internazionale, non si arrestano i combattimenti tra l’esercito fedele al capo dello Stato e un gruppo di giovani combattenti nuer, l“Armata Bianca”, alleato a Machar.

Scontri a febbraio

Durante la sanguinosa guerra civile del 2013-2018, i miliziani nuer hanno combattuto a fianco delle forze di Machar, contrapposti alle truppe di etnia prevalentemente dinka, fedeli a Kiir.

Sud Sudan: combattimenti tra Armata Bianca e governativi

Gli scontri sono iniziati a febbraio nella contea di Nasir, nello Stato del Alto Nilo. A tutt’oggi non sono ancora chiare le reale ragioni. Secondo quanto riportato da Human Rights Wach, non si esclude che i disordini possono essere stati provocati dal disarmo forzato.

La Missione dell’ONU in Sud Sudan (UNMISS) ha confermato che negli scontri avvenuti nell’Alto Nilo sono state utilizzate anche armi pesanti.

Salva Kiir (a sinistra) e il primo vice-ministro Riek Machard

Arrestati fedelissimi di Machar

Le violenze si sono poi intensificate dopo l’arresto di due ministri (uno dei quali è stato poi rilasciato) e di diversi alti ufficiali militari, alleati di Riek Machar.

Venerdì scorso, è stato attaccato un elicottero di UNMISS, mentre stava evacuando un alto ufficiale e soldati da Nasir, dopo che la base dei governativi è stata assaltata dall’ “Armata Bianca”. Durante l’aggressione all’aeromobile è morto un membro dello staff di UNMISS, 27 soldati sud sudanesi e il generale maggiore Majur Dak. Secondo le Nazioni Unite, tale assalto potrebbe costituire un crimine di guerra.

USA rimpatria personale

Con l’intensificarsi dei combattimenti, il dipartimento di Stato di Washington ha richiamato in patria il personale non strettamente indispensabile.

Yasmine Sooka, rappresentante della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha sottolineato: ”I recenti scontri nel nord-est del più giovane Stato della Terra (il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel luglio del 2011) rischiano di compromettere anni di intenso lavoro per portare la pace nel Paese”. La Sooka ha chiesto l’immediata cessazione delle ostilità delle parti.

Il presidente Salva Kiir ha pregato la popolazione di mantenere la calma e ha assicurato che il Paese non ripiomberà in un’altra guerra civile.

Truppe ugandesi

Questa mattina, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito di Kampala, nonché figlio di Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, ha annunciato di aver inviato forze speciali a Juba per “mettere in sicurezza” la capitale. Tuttavia il ministro dell’Informazione del Sud Sudan ha smentito categoricamente la presenza delle truppe di Muhoozi nel Paese.

Truppe ugandesi a Juba, la foto è parte di un video pubblicato ieri sul profilo X di Muhoozi Kainerugaba

Insomma un vero e proprio giallo, visto che un portavoce militare ugandese ha affermato che proprio il governo di Juba avrebbe richiesto l’invio delle truppe di Kampala. E sul suo account twitter il figlio di Museveni ha dichiarato di sostenere Salva Kiir.

Ora bisogna capire quali sono le reali intenzioni del figlio di Museveni, perchè già ora si parla di interferenze da parte dell’Uganda, criticata anche nel 2013 e nel 2016 per i suoi interventi militari nel Sud Sudan.

Correva l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annunciava i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede a favore della secessione; i sud sudanesi avevano scelto l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – viene festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace di allora, l’indipendenza venne proclamata il 9 luglio 2011.

Guerra civile 2013-2018

Dopo un breve periodo di pace, una nuova guerra è all’orizzonte: gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Macharsono cominciati quando il presidente dinka Kiir ha accusato il suo vice, nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Le prime scaramucce sono scoppiate il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto sono iniziati combattimenti anche a Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto.

Elezioni generali nel 2026

Molti sud sudanesi non hanno mai conosciuto la pace. Anche dopo la firma dell’accordo del 2018, diverse zone del Paese sono state teatro di scontri tra comunità, aggressioni di militari e gruppi armati. E le tanto ambite elezioni presidenziali sono state rinviate per l’ennesima volta al 2026, le prime dopo la dichiarazione dell’indipendenza.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Il Congo-K offre a Trump le sue miniere in cambio dell’aiuto contro i ribelli

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
10 marzo 2025

Se la cosa non fosse tragica, ci si potrebbe fare una risata. Tutti corrono alla corte di Trump a offrire le proprie ricchezze minerarie in cambio di aiuti militari per sopravvivere. Sembra di assistere a Totò che vende ai turisti americani la Fontana di Trevi. Non solo Ucraina, quindi. Ora ci si è messa anche la Repubblica Democratica del Congo.

Cioè un Paese che ha subito la colonizzazione belga piuttosto selvaggia (l’amministrazione di re Leopoldo aveva ordinato di tagliare le mani agli indigeni che non portavano ai loro capi abbastanza bastoni di caucciù raccolti nelle foreste), ora offre le sue ricchezze del sottosuolo a un altro colonizzatore.

Qualche giorno fa l’agenzia economica finanziaria Bloomberg ha battuto la notizia secondo la quale il Congo-K ha offerto agli Stati Uniti l’accesso esclusivo a minerali critici e progetti infrastrutturali in cambio di assistenza per la sicurezza, contro i ribelli del M23/AFC, che assieme alle truppe del vicino Ruanda hanno invaso le ricche regioni minerarie dell’est del Paese.

Incontro urgente

In una lettera al Segretario di Stato americano Marco Rubio, Kinshasa ha chiesto un incontro urgente tra il presidente congolese, Felix Tshisekedi, e quello americano, Donald Trump, per discutere un patto che darebbe alle aziende americane l’accesso ad alcuni dei minerali più ambiti per la transizione energetica.

Ieri sera Reuters ha confermato che Washington ha accettato di aprire negoziati sulla questione.

La miniera di rame e cobalto a Tenke Fungurume in Katanga

Il messaggio pubblicato sul sito di Foreign Agents Registration Act  è stata inviato dal lobbista Aaron Poynton dell’Africa-USA Business Council, una società imprenditoriale afro-americana che esercita pressioni a favore di Kinshasa per conto di Pierre Kanda Kalambayi, presidente della commissione del Senato congolese per la difesa, la sicurezza e la protezione delle frontiere.

Competitività industriale

“Le risorse della RDC sono parte integrante della competitività industriale e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il Congo è il maggior produttore mondiale di cobalto e importante produttore di litio, tantalio e uranio”, c’è scritto nella lettera. Una partnership “sarebbe un’opportunità unica per gli Stati Uniti di stabilire una catena di approvvigionamento affidabile ed esclusiva”.

L’invito a sfruttare le vaste risorse del Congo ex belga dimostra che Tshisekedi è diventato sempre più disperato nella sua lotta contro l’M23/AFC e il Ruanda. I ribelli e i loro alleati minacciano di rovesciare il suo governo centrale e si sono già impadroniti di giacimenti importati.

Disponibilità a discutere

Il dipartimento di Stato ha dato quindi la sua disponibilità “a discutere di partnership in questo settore” con una mail di risposta alla ministra degli Esteri e della Cooperazione internazionale, Therese Kaykwamba Wagner: “I partenariati con le aziende statunitensi rafforzeranno l’economia degli Stati Uniti e della RDC”.

Lettere simili sono state indirizzate anche ai capi delle commissioni Esteri di Camera e Senato, al senatore repubblicano Ted Cruz, al segretario al Commercio Howard Lutnick e al rappresentante repubblicano Rob Wittman, che presiede il gruppo di lavoro sulla politica dei minerali critici della Camera dei rappresentanti americana.

Accordo difficile

Ma secondo alcuni analisti sentiti da Africa ExPress, un accordo di questo tipo nell’immediato è abbastanza difficile.

Anche perché durante il suo mandato, Joe Biden aveva tentato senza successo di promuovere le risorse minerarie del Congo-K presso imprese statunitensi. Aveva trovato dinieghi diffusi e generalizzati a causa della pesante corruzione, delle condizioni di lavoro (anche minorile) e il degrado ambientale.

Ma ci sono altri ostacoli da superare. Nella RDC gli Stati Uniti sono schierati a sostegno dei due contendenti in guerra. Gli M23/AFC e soprattutto i loro alleati ruandesi hanno ricevuto armi e mezzi logistici da Washington. Nei video che mostrano l’ingresso dei ribelli a Bukavu (Sud-Kivu), si vedono mezzi militari e due fonti hanno confermato ad Africa ExPress che si tratta di veicoli della General Motors, apparentemente nuovi.

Magnate israeliano

Per altro contractor di società americane sono segnalati nelle miniere di oro e di diamanti in concessione a Dan Gertler, il magnate israeliano che è pure ancora sotto sanzioni da parte dell’amministrazione USA.

Dan Gertler

“Gli americani tengono i piedi in due paia di scarpe – suggerisce con un’immagine colorita un esperto di cose africane – così, comunque vada, il guadagno è assicurato”. Ma i trattati e le alleanze? “Business is business. Paper is paper. Carta straccia”, risponde sicuro.

E i francesi? Anche loro su due fronti. Dietro i congolesi, il cui presidente Felix Tshisekedi ha perso il sostegno degli USA e sta tentando un faticoso recupero, offrendo a Trump le miniere, ma anche dietro i ruandesi, entrati nel Commonwealth Britannico nel 2009, allentando i rapporti con Parigi, che invece tenta il riavvicinamento.

Società cinesi

Inoltre occorre considerare che le miniere del Congo-K sono dominate da società cinesi. Un accordo con gli Stati Uniti consentirebbe a Tshisekedi di “allontanarsi dall’influenza dominante della Cina e di rafforzare i legami economici con l’Occidente”, ha scritto il gruppo di pressione nell’evidente tentativo di convincere l’amministrazione trumpiana.

La proposta congolese offre alle aziende americane il controllo operativo e “diritti esclusivi di estrazione ed esportazione”. Concede agli USA l’accesso alle sue strutture militari (che comunque andrebbero profondamente ristrutturate date le condizioni di evidente degrado). Ma non solo. Prospetta la costruzione di una base comune con un porto in acque profonde sulla costa atlantica del Congo (lunga soltanto 37 chilometri) e la creazione di una riserva mineraria strategica comune.

In cambio il Congo-K chiede agli Stati Uniti di provvedere all’addestramento ed all’equipaggiamento delle forze armate del Congo e assistenza diretta alla sicurezza. Avrebbero accesso a basi militari “per proteggere le risorse strategiche”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
X: @malberizzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

CONGO-K: altri articoli li trovate cliccando QUI

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Attacchi di Trump al Lesotho: “Lì finanziamo gay e lesbiche. Ma dove sta ‘sto Paese?”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 marzo 2025

“Stiamo dando 8 milioni di dollari al Lesotho per promuovere LGBT+. Ma chi ha mai sentito parlare di questa nazione?” Sono le parole di Donald Trump, presidente USA, durante un suo recente intervento al Congresso. In tale occasione ha spiegato perché ha tagliato finanziamenti americani a alcuni Paesi stranieri. Il Taykoon ritiene tali contributi “sprechi spaventosi”.

Taglio finanziamenti

Tra i Paesi che perderanno l’aiuto economico, Trump ha menzionato anche il piccolo Regno.

Il ministro degli Esteri del Lesotho, Lejone Mpotjoane, ha riferito ai reporter di Reuters che il discorso di Trump è stato “piuttosto offensivo”. “Sono rimasto scioccato sentire un presidente che si riferisce a un altro Stato sovrano in quel modo”, ha poi aggiunto. In seguito il ministro ha dichiarato a AP che il suo governo intende inviare una lettera ufficiale di protesta a Washington.

La principale ONG che sostiene le persone LGBT+ in Lesotho, People’s Matrix, ha assicurato a AFP di non aver ricevuto gli “8 milioni di dollari” menzionati dal presidente statunitense. “Non stiamo ricevendo alcun fondo americano. Non sappiamo dove siano finiti questi 8 milioni di dollari”, ha fatto sapere, Tampose Mothopeng, portavoce di People’s Matrix.

Anche il sito governativo USA , Foreignassistance.gov, che raccoglie le sovvenzioni di tutte le sue agenzie, non menziona finanziamenti a ONG che sostengono le persone LGBT+.

HIV/AIDS

Anche se non c’è traccia alcuna di questi 8 milioni di dollari, è pur vero che il Lesotho ha ricevuto aiuti sostanziosi da Washington, per lo più per la sanità pubblica, per la quale gli USA hanno stanziato 120 milioni di dollari nel 2024. Una buona fetta di questi fondi, 43,5 milioni, sono stati destinati alla lotta contro HIV/AIDS. Nel Regno il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti al mondo. Inoltre, è tra i Paesi africani con il maggiore numero di suicidi e omicidi.

Maletsunyane Falls, Lesotho, Paese ricco di acqua

Il Lesotho, che in bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu, è conosciuto anche come il regno del cielo. E’ una monarchia parlamentare e i rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il Paese conta 2,3 milioni di abitanti, è un ex protettorato britannico, che ha ottenuto l’indipendenza nel 1996.

Enclave Sudafrica

Il piccolo Regno, tra i Paesi economicamente meno sviluppati al mondo, è una enclave del Sudafrica e la sua economia dipende per lo più da Pretoria. Gran parte dei lesothiani lavora nelle miniere sudafricane.

Il Lesotho ha poche risorse a causa dell’ambiente ostile dell’altopiano e dello spazio agricolo limitato nelle pianure. La maggiore ricchezza è l’acqua – chiamata localmente “oro bianco” – che viene esportato in Sudafrica. Anche l’export di diamanti contribuisce al PIL.

Sviluppo turismo

Da qualche tempo il Paese si sta facendo conoscere anche nel settore degli sport invernali. E la stazione sciistica Afriski è a 3.222 metri sopra il livello del mare, è la più alta dell’Africa ed è una delle poche nel continente. Afriski si trova sulle montagne Maloti del Lesotho, e attira appassionati di sci e snowboard africani e non solo.

Va anche ricordato che il piccolo Regno è tra i Paesi con la più grande concentrazione di orme e fossili di dinosauri.

Il Lesotho ha anche molte fabbriche tessili, che producono jeans e altro abbigliamento. La maggior parte di questi prodotti viene esportata negli USA grazie a African Growth and Opportunity Act (Agoa). Questo piano commerciale permette ai Paesi africani ritenuti idonei di inviare determinate merci negli Stati Uniti senza pagare le tasse.

Gli stabilimenti lesothiani hanno persino rifornito griffe famose, come Wrangler e Levi’s, e per questo motivo il Paese è ora conosciuto come la capitale del denim dell’Africa. Gran parte di queste fabbriche appartiene a migranti provenienti da Cina e Taiwan.

Greg Norman Collection per “Trump Golf”

Greg Norman Collection

Ma siamo sicuri che il presidente americano non conosca davvero il Regno di Lesotho? Eppure sui campi da golf, anche Trump indossa eleganti magliette “Golf Trump”, firmate da Greg Norman, ma prodotte nella piccola nazione africana. La Greg Norman Collection, fondata nel 1992, è un’azienda leader nella commercializzazione di abbigliamento ispirato al golf e la sua collaborazione con il Trump Golf Club è di lunga data.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Lesotho: altri articoli li trovare qui

Orma enorme scoperta nel Lesotho conferma che i dinosauri carnivori vivevano in Sudafrica

Mozambico: reparti speciali di polizia sparano contro auto dell’ex candidato presidente Mondlane, morti e feriti

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
7 marzo 2025

Nella tarda mattinata del 5 marzo le Unità di intervento rapido (UIR) della polizia mozambicana hanno aggredito il corteo del candidato presidente dell’opposizione Venancio Mondlane. L’attacco ha lasciato sull’asfalto due morti. I feriti sono sedici tra questi anche due bambini che erano appena usciti da scuola. 

La dinamica della sparatoria

Il corteo di auto di Mondlane, ex candidato presidente per il Partito Ottimista per lo Sviluppo del Mozambico (PODEMOS) sta attraversando la capitale Maputo. Al suo seguito i manifestanti in festa che appoggiano il politico e contestano il risultato delle elezioni. Un risultato giudicato truffa elettorale.

Poco dopo le 13.00 “Un contingente dell’UIR ha speronato la carovana di Venancio Mondlane e ha iniziato a sparare con proiettili veri e gas lacrimogeni. Questo contingente, pesantemente e sproporzionatamente armato, era trasportato in due veicoli blindati e sei auto furgonate Mahindra”, si legge nella nota del team di Mondlane.

“I colpi sono stati sparati a distanza ravvicinata e diretti contro coloro che seguivano Venâncio Mondlane. Sono state uccise due persone tra le quali anche un membro dell’équipe del candidato presidente”, dice il comunicato.

Questo materiale video ci è stato inviato dal Mozambico
Attenzione! Questo video potrebbe urtare la vostra sensibilità
Unità di intervento rapido (UIR) sparano a manifestazione di Venancio Mondlane

La protesta del “popolo di Mondlane” era contro la sua esclusione dall’accordo con i partiti di opposizione. I gruppi politici invitati lo avevano firmato mercoledì mattina con Daniel Chapo, candidato del FRELIMO insediatosi alla presidenza del Mozambico il 15 gennaio. L’attacco è stato trasmesso in diretta sui social media nei profili online dell’ex candidato alla presidenza.

Venâncio Mondlane, contattato dalla Radio televisione portoghese (RTP) ha confermato di stare bene. Il politico ha dichiarato che diversi membri del suo staff sono stati feriti. Ma non si sa se lui è stato colpito e dove si trova nel momento in cui scriviamo. Secondo la polizia era necessario disperdere la manifestazione per problemi di ordine pubblico ma molti si chiedono: “Perché sparare ancora sui dimostranti?”.

Post FB contro sparatoria Mondlane
Post di un bimbo ferito dalla polizia dopo la sparatoria contro Mondlane

Perchè hai fatto sparare a mio figlio?

“Presidente Daniel Chapo, perché hai fatto sparare a mio figlio? Ti scrivo col cuore ferito…che male ha fatto il mio bambino? Stava solamente uscendo da scuola con la divisa scolastica – è il post su facebook di un padre disperato – . È per questo che hai chiesto il nostro voto? Per ammazzare i nostri figli?…Era solo un bambino innocente”.

Morti, feriti e arresti arbitrari

Dal 21 ottobre 2024 al 16 gennaio 2025, la piattaforma mozambicana Decide, ha registrato 315 morti, in tutto il Paese. Nelle manifestazioni contro i brogli elettorali il 91 per cento dei decessi è stato causato da colpi sparati con proiettili veri dalla polizia. Il restante 9 per cento è deceduto per inalazione di gas lacrimogeni o aggressione fisica.

Le manifestazione di protesta indette da Mondlane sono state un successo di popolo. Decide ha registrato circa 730 sparatorie della polizia che hanno causato più di 3.000 feriti. Le detenzioni illegali sono state oltre 4.200 in tutto il Mozambico. Il 96 per cento di questi è ancora in custodia.

Mondlane scampato ad altro attentato

Non è la prima volta che l’ex candidato presidente sfugge a un attentato. Era già stato minacciato di morte via social. Mentre era in Sudafrica con la famiglia in esilio volontario, ha raccontato di essere scampato per miracolo ai killer che stavano entrando in casa.

Il 19 ottobre scorso gli squadroni della morte mozambicani, a Maputo hanno freddato con una ventina di proiettili due suoi importanti collaboratori. Si chiamavano Elvino Dias e Paulo Guambe.

Mondlane alla manifestazione a Maputo
Mondlane alla manifestazione a Maputo

Non si arrende

Mondlane, continua a contestare le elezioni dello scorso 9 ottobre vinte dal partito FRELIMO al potere dall’indipendenza (nel 1975) senza soluzione di continuità. Brogli provati con schede elettorali precompilate, elettori fantasma, seggi sotto il controllo del FRELIMO, opacità nel conteggio dei voti e altro.

L’indagine “25 years of electoral fraud, protected by secrecy” (25 anni di frodi elettorali protette dal segreto) conferma i brogli del partito al potere. Lo ha pubblicato il Centro per l’integrità pubblica (CIP), ONG di Maputo

Venancio Mondlane, dopo essere scampato anche a quest’ultima sparatoria continua a convocare manifestazioni contro il FRELIMO e la truffa elettorale.

“Vogliamo annunciare che dal 2025 fino al 2030 ci saranno 1.825 giorni di manifestazioni quotidiane. Se non fate quello che vuole il popolo, non governerete in Mozambico”, ha dichiarato.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Elezioni in Mozambico: Frelimo e Podemos “abbiamo vinto” ma osservatori UE protestano per irregolarità

Elezioni in Mozambico, assassinati due esponenti del partito di opposizione Podemos

 

Continua il braccio di ferro in Mozambico: il leader di Podemos invita i militari a disobbedire e proclama nuovo sciopero

In bilico l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza: violazioni e pretese allontanano la pace

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
6 marzo 2025

Bloccato l’ingresso di cibo, acqua, materiale sanitario, carburante, in un’eco dell’assedio imposto da Israele sulla Striscia di Gaza.

È ormai manifesta la ripetuta violazione del diritto internazionale umanitario, secondo il sottosegretario generale per gli affari umanitari delle Nazioni Unite, Tom Fletcher.

Striscia di Gaza [photo credit Haaretz]
Continua la pressione del governo di Tel Aviv su Hamas, affinché accetti quella che Benjamin Netanyahu descrive come una proposta degli Stati Uniti per estendere la prima fase del cessate il fuoco.

Seconda fase

Dunque, sembra lontana la seconda fase, secondo cui Hamas rilascerebbe gli ostaggi rimasti, in cambio del ritiro completo delle Forze di Difesa Israeliane (cioè l’esercito) da Gaza e di un cessate il fuoco duraturo.

La prima fase del cessate il fuoco si è conclusa domenica. Subito dopo, Israele – con la mediazione dell’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff – ha proposto di estendere quella fase fino alla fine del Ramadan e alla festa ebraica della Pasqua, a metà aprile.

Ricorso alla corte suprema

Ore dopo l’annuncio di Israele, cinque gruppi non governativi hanno chiesto alla Corte Suprema di Israele un ordine provvisorio che impedisca allo Stato di ostacolare l’ingresso degli aiuti a Gaza, sostenendo che la mossa viola gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale e equivale a un crimine di guerra.

Un’ulteriore violazione dei termini della tregua, è il mancato ritiro dell’esercito israeliano dal corridoio Filadelfia (Philadelphi Corridor), sul confine tra Gaza e Egitto. In base all’accordo, le truppe di Netanyahu avrebbero dovuto iniziare il ritiro la scorsa settimana e terminarlo entro otto giorni.

I negoziati sulla seconda fase sarebbero dovuti iniziare un mese fa. Hamas ha insistito affinché quei colloqui iniziassero. Israele ha avvertito che potrebbe riprendere la guerra qualora avesse ritenuto inefficaci i negoziati.

Seicento camion

La prima fase del cessate il fuoco è entrata in vigore il 19 gennaio e ha consentito l’ingresso nella Striscia di 600 camion carichi di aiuti umanitari al giorno. E così sarebbe dovuto continuare durante tutte e tre le fasi del cessate il fuoco. In realtà, è stato consentito l’ingresso di meno del 50 per cento del numero concordato di camion.

Oltre al blocco di aiuti umanitari, l’esercito di occupazione israeliano ha violato ripetutamente il cessate il fuoco uccidendo almeno 100 palestinesi.

Trentatré rilasciati

Intanto continuano i colloqui a Il Cairo, in Egitto, tra Israele e Hamas, con la presenza di mediatori del Qatar e degli Stati Uniti.

L’accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri ha fermato la guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha ucciso più di 48.000 palestinesi, ha sfollato il 90 per cento della popolazione e ha lasciato l’enclave in rovina. Trentatrè sono gli ostaggi israeliani rilasciati finora e 59 sono quelli ancora trattenuti.

Circa 1.900 prigionieri palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono stati rilasciati nella prima fase dell’accordo. Molti di quelli scarcerati nel primo scambio, e alcuni nei tre scambi successivi, non erano mai stati accusati e sono stati detenuti senza processo nelle prigioni israeliane in base a quella che viene chiamata “detenzione amministrativa”, un processo ampiamente criticato dai gruppi per i diritti umani.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Ecco perché l’Ucraina fa gola a tutti: è una cornucopia di minerali critici

Speciale per Africa-ExPress
Sergio Pizzini*
Bologna, 5 marzo 2025
(English translation at the end) 

L’affermazione sui falsi depositi di terre rare in Ucraina, destinati agli Stati Uniti, avanzata dagli esperti della Società Geologica Italiana, è formalmente corretta.

Il termine terre rare, una famiglia di 15 elementi, i lantanidi, viene usato impropriamente dai politici, e riportato senza commenti dalla stampa, quando si tratta dei giacimenti di minerali critici di cui l’Ucraina è ricca.

Le ricchezze dell’Ucraina

Ricco sottosuolo

L’Ucraina, infatti, possiede depositi di 22 dei 34 minerali che l’UE classifica come critici, alcuni dei quali si trovano in zone controllate dalla Russia. Le diverse zone geologiche dell’Ucraina ne fanno un fornitore di prim’ordine di risorse minerarie, detenendo circa il 5  per cento del totale mondiale.

Per fare un primo esempio, l’Ucraina possiede una delle più grandi riserve di litio d’Europa, stimata in 500.000 tonnellate, circa il 3 per cento delle riserve totali mondiali, ma al momento non viene estratto nulla del litio ucraino.

Un ulteriore problema per il litio ucraino è che il minerale di litio presente è la petalite, un fillosilicato di litio e alluminio (Li Al Si4 O10), considerato più costoso per estrarre il litio metallico rispetto allo spodumene (LiAlSi2O6), il minerale primario utilizzato dai produttori di litio.

Indispensabili in molti settori

Nel 2022, l’Ucraina si è classificata al 69° posto nella produzione mondiale di cobalto, esportando solo 41.400 dollari di questo metallo. Sia il cobalto che il litio sono essenziali per la produzione di veicoli elettrici.

L’Ucraina è anche un potenziale fornitore chiave di titanio, berillio, manganese, gallio, uranio, zirconio, grafite e detiene il 7 per cento delle riserve mondiali. È uno dei pochi Paesi che estrae minerali di titanio, fondamentali per l’industria aerospaziale, medica, automobilistica e navale.

Interessanti giacimenti

Infine, l’Ucraina è ricca di depositi accertati di berillio, fondamentale per l’energia nucleare, l’industria aerospaziale, militare, acustica ed elettronica, nonché di minerali di uranio e zirconio, quest’ultimo importante per la produzione di ZrO2, che opportunamente drogato potrebbe funzionare come elettrolita solido per le celle a combustibile.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti

È quindi facile comprendere l’interesse di Trump per i minerali critici (lui li ha chiamati rare minerals) dell’Ucraina.

Sergio Pizzini*
©
RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.sergiopizzini.eu/curriculum.html
*Già professore ordinario di Chimica Fisica all’università degli studi di Milano

English translation

The claim about fakes concerning the rare earths deposits in Ukraine, to be to the USA, rised by experts of the Italian Geological Society, is formally correct.

The term rare earths, a family of 15 elements, the lantanides, is improperly used by politicians, and reported without comments by the press, when dealing with the deposits of critical minerals of which Ukraine is rich. Ukraine, in fact, holds deposits of 22 out of 34 minerals that EU classifies as critical, of which some are in parts controlled by Russia. Ukraine’s diverse geological zones make of it a top supplier of mineral resources, holding around 5% of the world’s total.

As a first example, Ukraine holds one of Europe’s largest lithium reserves, estimated at 500.000 tons, approximately the  3% of global total reserves, but none of Ukraine's lithium is being mined at present. The additional problem for Ukrainian lithium is that the lithium mineral present is petalite, a lithium aluminium phyllosilicate (Li Al Si 4 O 10 ), considered more costly to extract lithium metal than the spodumene (LiAlSi 2 O 6 ), the primary ore used by lithium producers.

 In 2022, Ukraine ranked 69th in world’s cobalt production, exporting just $41,400 worth of the metal. Both cobalt and lithium are essential for electric vehicle production.

Ukraine is also a key potential supplier of titanium, beryllium, manganese, gallium, uranium, zirconium, graphite, and holds the  7% of the world’s reserves. It is one of the few countries that mine titanium ores, crucial for the aerospace, medical, automotive and marine industries.

Eventually, Ukraine is rich of confirmed deposits of beryllium, crucial for nuclear power, aerospace, military, acoustic and electronic industries, as well as of uranium and zirconium ores, the last important for the production of ZrO 2, that suitably doped could work as solid electrolyte for fuel cells.

It is, therefore, easily to understand the Trump’s interest for Ukraine’s critical minerals.

Sergio Pizzini*
*Former professor of physical chemistry at the University of Milan.
http://www.sergiopizzini.eu/curriculum.html

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Pioggia torrenziale interrotto tour del Rwanda con polemiche: vince un francese

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, 4 marzo 2025

Era partito sotto un bel cielo, il 23 febbDalraio scorso, il 17esimo Tour ciclistico del Rwanda. È finito sotto una cattiva stella, domenica 2 marzo. Per “colpa” di un acquazzone tropicale, che ha stravolto l’ultima tappa, ha scatenato polemiche tra il francese vincitore, Fabian Doubey, 31 anni, e l’eritreo Henok Mulubrhan, 25 anni,  (giunto secondo), ha lasciato l’amaro in bocca agli organizzatori e seminato dubbi sul prossimo mondiale.

Il francese Fabien Doubey, vincitore del 17esimo tour del Rwanda

L’avvio di quella che negli anni è diventata una delle più importante manifestazioni ciclistiche continentali, era stato dato, al Kigali Amahoro Stadium, con una molta enfasi dal presidente della repubblica, Sua Eccellenza Paul Kagame, 67 anni, e dal presidente dell’Unione ciclistica internazionale (UCI), il francese David Lappartient, 51 anni.

Regime verso campionato 

La solennità dell’evento era legata al fatto che – come ha dichiarato la ministra dello Sport, Nelly Mukazayire, 43 anni, – il Paese delle mille colline, o la Svizzera africana, si appresta a ospitare, nel prossimo settembre ”lo storico campionato mondiale su strada, il primo del genere a onorare il continente africano”.

Tappa vicino a zona conflitto

Niente sembrava oscurare lo svolgimento festoso e spettacolare delle 7 tappe per complessivi 804 km, nonostante alla vigilia della corsa una squadra di livello mondiale, la belga Soudal-QuickStep, si fosse ritirata: era preoccupata per incolumità dei suoi atleti a causa della guerra in corso al confine tra Rwanda e Repubblica Democratica del Congo.

In effetti la terza tappa del Giro prevedeva l’arrivo dei 69 pedalatori a Rubavu. E’ una pittoresca città poco distante dalle zone del conflitto che devasta da anni la zona orientale del Congo-K, dove avrebbero un ruolo determinante anche le forze armate ruandesi che sostengono – secondo l’ONU – i ribelli del gruppo M23.

Strasburgo no a finanziamenti

Sempre a questo proposito, anche il Parlamento europeo ha chiesto all’Unione europea di sospendere l’accordo di cooperazione tra la Commissione europea e il Ruanda sul commercio di materie prime con il Paese e di fare pressione per annullare i mondiali di ciclismo in programma il 21-28 settembre a Kigali.

Pioggia tropicale

Al di là, o al di sopra di queste nubi, e nonostante la qualità dei ciclisti al 17esimo Tour del Rwanda non fosse proprio eccelsa, la gara si è svolta regolarmente con la partecipazione di un pubblico entusiasta fino a domenica 2 marzo.

Quel giorno le nuvole si sono scatenate in una pioggia equatoriale rendendo le strade scivolose proprio – beffa di Giove pluvio – quelle strade che dovevano fare da test per la rassegna iridata di settembre.

Dopo una caduta di 30 corridori, gli organizzatori si sono decisi a neutralizzare la gara e ridurre la parte del percorso che comprendeva la parte più dura (l’ascesa del Monte Kigali e l’omonimo muro).

Stop gara

Tornati tutti in sella, sei atleti si sono lanciati in una fuga, che è riuscita ad accumulare oltre un minuto di vantaggio sul plotone. Acque e vento però sono tornati a essere violenti, quel punto, il leader della classifica, la maglia gialla, Fabien Doubey, della TotalEnergies, si è improvvisato capo popolo e ha invitato i colleghi a rallentare e a fermare la gara.

La frazione così è stata definitivamente annullata. Immediata la reazione indignata dell’eritreo Henok Mulubrhan,25 anni, della Astana, distante in classifica solo 6 secondi, che mirava a spodestare il francese negli ultimi durissimi 13 km.

Proteste atleta eritreo

Tour Rwanda: interruzione ultima tappa per pioggia

Henok, già campione africano e vincitore del Tour del Rwanda nel 2023, al giro d’Italia di due anni fa era stato premiato e ammirato per la sua combattività: “Una vergogna  – ha dichiarato -. In Europa per queste gocce non avremmo mai fermato la corsa. Certo gli faceva comodo una soluzione del genere”.

Anche il terzo in graduatoria, a 11 secondi, Il tedesco Oliver Mattheis, 29 anni, ha ribadito: “Se annulliamo questa tappa, nelle Fiandre non ci saranno più corse”. (E nessuno si ricorda una Milano Sanremo finita sotto la neve).

Lo stesso direttore della competizione, Freddy Kamuzinzi, ha commentato: “Tutto è andato bene fino all’ultimo giorno. Ma non sapevamo che un solo corridore potesse impedire la conclusione della gara”.

Vincitore – portavoce sanzionato

Il vincitore si è, invece, giustificato dicendo: “Mi sono fatto il portavoce del gruppo, ho pensato alla nostra sicurezza”.

Non si è mostrata d’accordo la giuria, che gli ha inflitto un’ammenda di 200 franchi svizzeri “per comportamento scorretto e per aver danneggiato l’immagine dello sport”. Ora il vincitore rischia di comparire davanti alla commissione disciplinare dell’UCI.

Paese sicuro

Proteste anche di molti tifosi sui social, che hanno denunciato un certo strapotere della TotalEnergies. Sarà un caso – è stato fatto notare – che il responsabile della TotalEnergies, Jean-René Bernaudeau, avesse dichiarato di ritenere il Rwanda un Paese assolutamente sicuro e di avere fiducia nelle forze armate.

È difficile negare che il cammino verso i primi mondiali in Africa in 103 anni non stia diventando impervio, tra la guerra sulla porta di casa, pressioni internazionali, veri o presunti favoritismi, dubbi sulla sicurezza stradale.

Questo tour del Rwanda numero 17, infatti, è stato seguito attentamente dalla delegazione dell’UCI e dalle potentissime organizzazioni ASO e Golazo, incaricate dalla FederaIone ciclistica ruandese di organizzare i campionati del mondo su cui il “regime” di Kagame ha puntato alla grande.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

A uno spagnolo il tour del Ruanda pronto a ospitare i mondiali nel 2025