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Trump autorizza forniture d’armi per 7 miliardi di dollari: destinazione Israele

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Quei governi fatti saltare da USA anche con l’aiuto degli squadroni della morte – 3

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Un convegno sull’Iran a Mendrisio si trasforma in una rissa

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Non solo M23: Kinshasa chiama Kampala per combattere altri gruppi armati

Africa ExPress
Kampala/Kinshasa, 3 marzo 2025

Kampala spedisce nuove truppe nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Stavolta non per dare la caccia al gruppo terrorista ADF, affiliato allo stato islamico. Allied Democratic Forces è un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995. E nemmeno per dar man forte all’esercito congolese nella lotta contro M23, supportato dai soldati ruandesi (RDF). Le autorità di Kinshasa hanno chiesto aiuto a UPDF (Forza di Difesa del Popolo Ugandese)  per stanare insieme a FARDC i miliziani di CODECO (acronimo per Cooperativa per lo sviluppo nel Congo, formato da combattenti di etnia Lendu), molto attivo nella provincia di Ituri, nella parte orientale del Paese.

Residenti decapitati

L’11 febbraio il gruppo armato ha ucciso oltre 50 persone a Djaiba (Ituri). Secondo quanto riferito alla stampa locale da testimoni oculari, i miliziani hanno bruciato parecchie case mentre gli abitanti si trovavano ancora all’interno. Hanno anche sparato contro chiunque si trovasse in strada, altri residenti sono stati decapitati con machete. Un massacro in piena regola.

Il giorno precedente avevano preso di mira un campo per sfollati nella stessa zona, ma per fortuna sono stati cacciati dai caschi blu di MONUSCO.

Miliziani CODECO, Congo-K

Miniere d’oro

Anche l’autunno scorso CODECO ha compiuto altre stragi nell’Ituri. Il gruppo è rinomato per la sua violenza e i suoi sanguinosi attacchi. Ma non è sempre stato così. Negli anni ’70 non era altro che una cooperativa agricola della comunità di Lendu (un’etnia di contadini), poi i componenti del gruppo hanno fiutato l’odore dell’oro e adesso controllano parecchi siti minerari nella provincia.

Ituri sotto attacco

La provincia dell’Ituri è sotto attacco di vari gruppi armati, tra questi CODECO e la milizia Zaïre, che sostiene di difendere la comunità Hema (formata essenzialmente da pastori). Dal 2017 a oggi le continue aggressioni hanno causato la morte di migliaia di civili e la fuga di massiccia di abitanti in campi per sfollati.

Attraversata la frontiera

Insomma l’Uganda ha accolto la nuova richiesta di aiuto e un convoglio ha attraversato la frontiera diretto a Mahagi. E ieri, Felix Kulayigye, portavoce di UPDF ha dichiarato ai giornalisti che la città è già sotto il loro controllo.

Già due settimane fa Kampala ha dispiegate un migliaio di soldati a Bunia, capoluogo di Ituri, rinforzi arrivati nel momento in cui M23 ha conquistato altri territori più a sud nell’est della ex colonia belga.

Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente Yoweri Museveni e capo delle Forze di Difesa dell’Uganda

A metà febbraio, Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente Yoweri Museveni e capo di UPDF aveva annunciato sul suo account X (ex Twitter) che le sue truppe avrebbero “invaso” l’Ituri, se tutte le forze presenti non dovessero consegnare le armi entro 24 ore. Allora il suo comunicato non era stato nemmeno commentato dal primo ministro congolese, Judith Suminwa, visto che Muhoozi è conosciuto per i suoi post provocatori sui social network.

A dirla tutta, i militari ugandesi sono presenti nel Congo-K dal 2021 per contrastare insieme ai soldati di FARDC i terroristi ADF, ma questo gruppo armato opera in tutt’altra zona, molto distante da Mahagi e dal raggio d’azione dove UPDF è già presente.

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Congo-K: massacri, ebola, morbillo, atrocità si consumano di continuo e in silenzio

Congo-K: operazione congiunta dell’esercito e dei caschi blu per bloccare i ribelli M23

Sospesa in Sudan distribuzione di cibo nei campi degli sfollati: migliaia a rischio morte per fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° marzo 2025

Dopo quasi due anni dall’inizio della guerra, in Sudan la popolazione è costretta a affrontare giornalmente nuove sofferenze. Oltre alle bombe, violenze di ogni genere, anche la fame è una vera e propria arma da guerra. Mentre continuano a arrivare i rifornimenti di armi, è nuovamente stata sospesa la distribuzione di cibo in alcune zone del Paese.

Stop di PAM e MSF

Anche per lo stop degli aiuti umanitari di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale), imposto dall’amministrazione Trump, l’80 per cento delle cucine d’emergenza ha dovuto chiudere i battenti.

MSF chiude per il momento operazioni nel campo per sfollati di Zamzam per continue violenze

E non solo. Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha momentaneamente sospeso l’attività nel campo per sfollati Zamzam, nel Darfur settentrionale, per l’intensificarsi dei combattimenti nell’area. “Senza gli aiuti alimentari salvavita, migliaia di famiglie potrebbero morire di fame nelle prossime settimane”, ha evidenziato Laurent Bukera, Direttore regionale per l’Africa orientale e Direttore nazionale ad interim di PAM per il Sudan.

Già nell’agosto dello scorso anno era stata dichiarata un’emergenza carestia nel sito per gli evacuati.

Come PAM, pure l’ONG Medici senza Frontiere è stata costretta a ritirarsi da Zamzam, vicino a Al-Fashir, capoluogo del Nord-Darfur, accerchiata da oltre 10 mesi dai paramilitari RFS.

Anche nel campo di Abu Shouk, situato a circa quattro chilometri da Al-Fashir, la situazione è drammatica. Gli 800.000 sfollati sono intrappolati tra i militari e i paramilitari.

Guerra senza sosta

Gran parte del Paese è teatro di continui combattimenti tra le due fazioni: le Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, da un lato e le Forze armate sudanesi (SAF) capitanate da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan.

Sia Hemetti, un ex capo janjaweed, sia il capo dello Stato sudanese sono stati sanzionati dal Tesoro dell’amministrazione Biden, poco prima di cedere il testimone a quella di Donald Trump. Le due fazioni sono accusate di aver commessi crimini contro i civili in questa assurda guerra di lotta per il potere.

Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha denunciato le inimmaginabili sofferenze del popolo sudanese. Ha poi sottolineato che le violazioni del diritto internazionale continuano nella più totale impunità.

Convoglio armi

Pochi giorni fa, secondo quanto riportato da Reuters, alcuni combattenti che sostengono i governativi hanno affermato di aver intercettato un convoglio carico di armi destinato alle RFS nei pressi di Al-Fashir. Gli alleati di al-Bashir sostengono di aver neutralizzato anche alcuni mercenari stranieri, senza però precisare la loro nazionalità. Alcuni mesi fa i gruppi armati a sostegno di SAF avevano scovato paramilitari colombiani al soldo delle RFS.

Gli irregolari di Hemetti hanno smentito l’attacco a un convoglio di armi destinato a rinforzare i loro arsenali. “Si tratta di pure menzogne”, hanno commentato.

Rapporto HRW

Intanto Human Rights Watch ha accusato i combattenti alleati dei governativi di aver attaccato intenzionalmente gli abitanti di un villaggio nel Sudan centrale.

Nel rapporto, pubblicato martedì scorso, HRW non esclude che gruppi allineati a SAF, tra questi Sudan Shield Forces, il battaglione al-Baraa Ibn Malik e milizie locali, potrebbero aver commesso crimini di guerra nello Stato di Al-Gezira, riconquistato dai governativi il mese scorso.

Ventisei civili sarebbero stati uccisi durante l’attacco del 10 gennaio contro una delle numerose aggressioni contro alcune comunità, accusate di aver sostenuto i paramilitari di RFS mentre la regione era sotto il loro controllo.

Alleati di SAF attaccano villaggio a Al-Gezira (Sudan)

SAF ha fatto sapere che in questo casi si tratterebbe di aggressioni personali e si sta indagando su quanto accaduto nel villaggio di Tayba. Nel frattempo ha inviato truppe per proteggere gli abitanti.

Governo parallelo RFS

Colpo di scena la scorsa settimana a Nairobi, dove le RSF e una coalizione di gruppi armati e politici hanno siglato un documento volto alla formazione di un governo parallelo (“Political Charter for the Government of Peace and Unity”) nelle aree sotto il loro controllo. Il fatto che il Kenya abbia concesso ospitalità ai ribelli e associati ha irritato non poco il governo di Khartoum e ha creato frizioni a livello diplomatico tra le due Paesi.

Nairobi: RFS e alleati firmano documento per creazione di un governo parallelo a Nairobi

Secondo l’AFP, tra i firmatari risulta anche una fazione del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese del Nord (SPLM-N) guidata da Abdelaziz Al-Hilu. Il gruppo controlla parti degli Stati del Kordofan e del Nilo Blu.

Mohammed Hamdan Dagalo, capo dell’RSF, non era presente al vertice di Nairobi. Il documento è stato siglato da Abdel Rahim Dagalo, fratello di Hemetti e numero due dei paramilitari.

I firmatari intendono creare un governo che abbia come obiettivo di porre fine alla guerra e di garantire l’accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari. AFP, che ha potuto consultare il testo, riporta che nel documento i vari componenti si impegnano a “costruire uno Stato laico, democratico e decentrato, basato sulla libertà, l’uguaglianza e la giustizia, senza pregiudizi culturali, etnici, religiosi o regionali”.

Prevede inoltre la creazione di un “nuovo esercito nazionale unificato e professionale”, che rifletta la “diversità e la pluralità” dello Stato del Sudan.

Rischio divisione Paese

L’intenzione di voler creare un governo parallelo ha suscitato non poche perplessità nella comunità internazionale. Il portavoce del segretario generale dell’ONU ha evidenziato che si rischia di dividere ulteriormente il Paese e potrebbe portare addirittura a un peggioramento della crisi in atto.

La Lega Araba ha condannato atti volti a mettere a rischio l’unità del Sudan o di esporre il Paese a una possibile divisione o frammentazione.

E durante una conferenza stampa al Cairo, Ali Youssef, ministro degli Esteri sudanese, ha dichiarato che il suo governo non potrà mai accettare che un altro Paese riconosca un governo parallelo.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Mercenari colombiani combattono in Sudan con gli ex janjaweed

Il super-verme che potrebbe risolvere l’inquinamento da plastica in Africa

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
28 febbraio 2025

Forse siamo vicini alla soluzione dell’inquinamento di plastica in Africa. Un team di quattro scienziati e scienziate kenioti del Centro Internazionale di Fisiologia ed Ecologia degli Insetti (ICIPE) di Nairobi, Kenya, ha scoperto un super-verme mangia plastica. La ricerca è stata pubblicata su Nature da Evalyne Ndotono, Chrysantus Tanga, Segenet Kelemu e Fathiya Khamis.

Supereroe africano

Il super-verme africano si chiama Alphitobius ed è la larva di un “riciclatore”. E se, grazie al suo importante lavoro, riusciremo a eliminare la plastica dal grande continente, sarà veramente un supereroe africano.

Video dei super-vermi Alphitobius mentre mangiano polistirolo (Courtesy ICIPE)

Sì, perché ha cittadinanza e vive nell’Africa sub-sahariana e avrà parecchio lavoro da smaltire visto l’enorme inquinamento da plastiche. Alphitobius viene chiamato anche verme della farina minore perché vive soprattutto negli allevamenti di pollame. È la forma larvale, che dura otto/dieci settimane, dello scarafaggio Alphitobius.

Negli allevamenti l’insetto trova calore, riparo e soprattutto grande e costante quantità di cibo, situazione ottimale che permette la sua crescita e la riproduzione.

Il lavoro degli scienziati

La scienziata senior del team, Fathiya Khamis dell’ICIPE, in un articolo pubblicato su The Conversation spiega l’esperimento.

“Abbiamo scoperto che i vermi della farina alimentati con polistirolo e crusca sono sopravvissuti in misura maggiore rispetto a quelli alimentati con il solo polistirolo – spiega -. Si aggiungono a un piccolo gruppo di insetti che sono in grado di scomporre la plastica inquinante. È la prima volta che una specie di insetto originaria dell’Africa è stata trovata in grado di farlo”.

Pasto a base di polistirolo

La sperimentazione è durata oltre un mese con tre campioni di larve. Un gruppo è stato alimentato con sola crusca, un altro con crusca e polistirolo e un terzo con solo polistirolo.

“Abbiamo scoperto che i vermi della farina nutriti con polistirolo e crusca sono sopravvissuti in misura maggiore rispetto a quelli alimentati con il solo polistirolo.

Il microbiota intestinale

Ma la scoperta più importante è il microbiota intestinale della larva come “Il nostro studio ha esaminato anche i batteri intestinali dell’insetto – spiega la scienziata -. Volevamo identificare le comunità batteriche che possono sostenere il processo di degradazione della plastica”.

Secondo lo studio “I batteri predominanti osservati nelle larve alimentate con dieta a base di polistirolo sono stati Kluyvera, Lactococcus, Klebsiella, Enterobacter ed Enterococcus. Ma lo Stenotrophomonas ha dominato la dieta di controllo”.

L’indagine ha confermato che il verme può sopravvivere con una dieta a base di polistirolo. Questo succede grazie a un consorzio batteri fortemente associati alla degradazione di questo tipo di plastica.

La plastica in Africa

Purtroppo in Africa, secondo i dati del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) solo il 4 per cento della plastica viene riciclato.

Eppure il 70-80 per cento dei rifiuti solidi urbani generati nel continente sarebbe riciclabile. Durante le piogge questi rifiuti riempiono i corsi d’acqua e le strade delle città diventano fiumi saturi di materie plastiche.

super-vermi, strada allagata piena bottiglie di plastica
Congo, strada allagata piena bottiglie di plastica

Tutti i Paesi africani hanno presente il problema dei rifiuti delle plastiche, dal polistitolo ai PET, comprese le buste. Alcuni di questi hanno preso provvedimenti per arginare l’inquinamento. In 16 hanno hanno messo al bando la plastica purtroppo senza introdurre regolamenti e farli rispettare.

Alphitobius anche cibo del futuro

I vermi dell’Alphitobius, come le cavallette che divorano i raccolti, in Africa sono cibo super-proteinico. In alcuni Paesi africani come l’Uganda vengono sgranocchiate come snack o come street-food.

Ma non tutti sanno che il verme della farina minore (Alphitobius diaperinus) dal gennaio 2023 può essere venduto anche anche nell’Unione Europea. Dopo la farina di grillo è il quarto tipo di insetti approvato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Congo-K, la tragedia dei rifiuti di plastica che diventano fiumi dopo le inondazioni

In Uganda l’invasione di cavallette è una manna: fritte sono un cibo prelibato

Piovono sanzioni sul Ruanda, ma i ribelli avanzano nell’est del Congo-K

Africa ExPress
Kinshasa, 26 febbraio 2025

Mentre continua l’avanzata del gruppo armato AFC/M23 nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, iniziano a piovere sanzioni sul governo di Kigali.

M23 è un gruppo armato, composto soprattutto da tutsi e sostenuto dal Ruanda, mentre AFC, che significa Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23.

Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Risoluzione Consiglio Sicurezza

Durante la seduta di venerdì scorso al Palazzo di Vetro, il Consiglio di Sicurezza ha condannato con una risoluzione il sostegno del Ruanda al gruppo M23. Kigali, secondo rapporti degli esperti indipendenti delle Nazioni Unite, è presente nel Congo-K con almeno 4.000 uomini. La condanna, votata all’unanimità, ha chiesto al governo ruandese di ritirare immediatamente le proprie truppe. Ha altresì intimato ai ribelli M23 di liberare i territori sotto loro controllo nel Nord e Sud Kivu, in particolare i rispettivi capoluoghi, Goma e Bukavu.

Sanzioni

Londra ha deciso di bloccare gran parte degli aiuti al Ruanda e Washington ha sanzionato il portavoce civile di AFC/M23 e un politico ruandese.

Durante la riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea di lunedì sono stati presi i primi provvedimenti contro il Paese delle Mille Colline per il suo sostegno ai ribelli nel Congo-K. La prima tranche di sanzioni, che include lo stop di qualsiasi dialogo politico in materia di difesa e sicurezza, è già attiva.

Per il momento non è stato ancora sospeso il Memorandum of Understanding, siglato con il Ruanda un anno fa e “volto a favorire lo sviluppo di catene di valore durature e resilienti per le materie prime critiche”. Peccato però che questi minerali si trovino in RDC e da anni il regime di Paul Kagame cerca di impossessarsene, anche grazie al gruppo M23. Secondo quanto riferito da Kaja Kallas, capo della politica Estera della Commissione Europea, il MoU, sarà soggetto a una revisione.

Veto Lussemburgo

Inaspettatamente però, Xavier Bettel, ministro degli Esteri del Lussemburgo, l’unica monarchia al mondo retta da un granduca, si è avvalso del diritto di veto e ha bloccato le sanzioni contro funzionari ruandesi. La decisione del capo della diplomazia lussemburghese ritarda i provvedimenti contro Kigali, poiché tali misure devono essere adottate all’unanimità.

Bettel ha giustificato la sua mossa con il fatto che bisogna dare spazio ai negoziati in corso. In particolare è necessario attendere quanto emergerà dalla riunione ministeriale congiunta tra i Paesi della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC) e la Comunità dell’Africa Orientale (EAC), prevista per il 28 febbraio prossimo.

Corte Penale Internazionale

Intanto nella giornata di ieri è atterrato a Kinshasa Karim Khan, procuratore generale della Corte Penale Internazionale dell’Aja, che da tempo sta indagando sui gravissimi crimini commessi nella parte orientale del Congo-K dopo la ripresa delle ostilità di M23.

Karim Khan, procuratore della Corte Penale Internazionale a Kinshasa, Congo-K

Giacché la diplomazia è al lavoro per riportare la Pace, nell’est della ex colonia belga la popolazione continua a pagare il prezzo più alto di questo conflitto. Secondo le autorità di Kinshasa, da gennaio a oggi sarebbero morte oltre 7mila persone. E le stragi non si fermano. Anche oggi Radio Okapi (emittente della MONUSCO, la missione di pace dell’ONU nel Paese) ha denunciato la vile uccisione di tre giovani a Uvira (Sud-Kivu), crimine commesso da uomini armati in divisa. L’assassinio dei tre potrebbe essere collegato all’uccisione di un uomo, fatto avvenuto la sera precedente. La vittima, che indossava una tuta militare, è stata bruciata viva martedì sera nello stesso quartiere della città.

Insicurezza

L’insicurezza sta aumentando in tutto il centro abitato, e, come riferito da Medici senza Frontiere, oltre 30mila persone sono già scappate. La gente ha paura, le case si stanno svuotando. Molte attività commerciali sono chiuse e il cibo comincia a scarseggiare.

Congo-K, Uvira: popolazione sotto tensione

Persino gli ospedali non vengono risparmiati dalle sparatorie, mettendo in serio pericolo pazienti e staff.

Casi di colera a Goma e dintorni

Anche a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, sotto controllo di M23/AFC, la situazione è a dir poco catastrofica. OCHA (Ufficio degli Affari Umanitari dell’ONU) ha registrato un aumento degli episodi criminali, come sequestri, aggressioni, rapine in casa e furti. L’Organizzazione ha anche messo in guardia la popolazione del pericolo di mine e proiettili non esplosi, disseminati sia in città che nelle zone periferiche, per non parlare della sanità, ormai al collasso. Ci sono inoltre casi sospetti di colera nel campo di MONUSCO, dove si sono rifugiati molti soldati disarmati dell’esercito congolese (FARDC).

Ora si teme che l’epidemia possa espandersi. Nelle ultime due settimane è morta una persona a causa dell’infezione batterica, mentre sono stati riscontrati 420 casi a Goma e zone circostanti.

Agenti di polizia e soldati di FARDC sono passati nelle fila di M23

Defezione truppe

Nei giorni scorsi centinaia di poliziotti e militari di FARDC si sono uniti al gruppo armato AFC/M23.

Intanto i ribelli sono solo a una quarantina di chilometri da Uvira, la seconda città più importante del Sud-Kivu. Se dovessero conquistare anche questo grande centro abitato, gli irregolari potrebbero aprirsi un corridoio per raggiungere la provincia di Tanganyika.

Partenza soldati sudafricani

Nei giorni scorsi il gruppo armato AFC/M23 ha ordinato a tutte le forze armate straniere presenti sul territorio di lasciare immediatamente Goma. Quasi duecento militari sudafricani del contingente della Comunità Economica dell’Africa Australe (SADC) hanno già lasciato il Congo-K, dove è presente dal 2023 in appoggio dell’esercito regolare nella lotta contro M23. Le truppe di Pretoria hanno dovuto attraversare il confine verso il Ruanda, per poi imbarcarsi all’aeroporto internazionale di Kigali. Stessa sorte era toccata ai mercenari rumeni qualche settimana fa.

Altri componenti del contingente SADC (tra questi ancora parecchi sudafricani, oltre a malawiani e tanzaniani) sono chiusi nella loro base all’aeroporto e a Mubambiro, all’uscita di Goma.

Blocco aiuti USA

Molte ONG congolesi sono in grave difficoltà, non solo a causa del teatro di guerra nella parte orientale del Congo-K, ma anche per il blocco dei finanziamenti di USAID, imposto dall’amministrazione di Donald Trump. Il Congo-K è stato il maggiore beneficiario degli aiuti umanitari statunitensi nell’Africa francofona.

Africa ExPress
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https://www.africa-express.info/2025/02/22/congo-k-governativi-sbandati-attaccano-e-saccheggiano-il-vescovado-di-uvira/

https://www.africa-express.info/2024/03/29/accordo-unione-europea-kigali-per-lesportazione-di-minerali-dal-ruanda-minerali-che-pero-sono-in-congo-k/

 

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Se c’è qualcuno che non dimenticherà né perdonerà sono i palestinesi

EDITORIALE
da Haaretz
Gideon Levy
Tel Aviv, 16 febbraio 2025

Un’immagine vale più di 1000 parole: centinaia di detenuti palestinesi rilasciati sabato scorso sono visti in ginocchio, in prigione, costretti ad indossare magliette con la stella di David blu e le parole “non dimenticheremo né perdoneremo“.

Israele li ha così costretti a diventare stendardi ambulanti del sionismo nella sua forma più spregevole. La settimana prima i detenuti liberati avevano braccialetti con un messaggio simile: “Il popolo eterno non dimentica. Perseguiteremo e troveremo i nostri nemici.”

Foto, diffusa sabato dal servizio carcerario israeliano, di prigionieri palestinesi con magliette con il logo del servizio carcerario e la frase “Non perdoneremo né dimenticheremo”, Credit: Israeli Prison Service

Non c’è niente di meglio di queste immagini ridicole per riflettere quanto in basso possa scendere la propaganda di uno Stato moderno.

Quelle magliette, le scritte, la stella di David fanno parte di un processo narrativo che ha plasmato la psicologia di una nazione, disumanizza.

Il mondo, compreso Israele, ha dimenticato la Germania nazista, il Vietnam ha dimenticato gli Stati Uniti, gli algerini hanno dimenticato la Francia e gli indiani hanno fatto lo stesso con la Gran Bretagna: solo il “popolo eterno” non dimentica. Che cosa ridicola.

Se c’è qualcuno che un giorno “non dimenticherà né perdonerà”, saranno i palestinesi, dopo 100 anni di tormenti, compresi i prigionieri che sono stati rilasciati due sabati fa. Non dimenticheranno in quali condizioni sono stati detenuti e alcuni non perdoneranno la loro ingiusta detenzione, senza che si sia mai tenuto un processo sul loro caso.

Le emozioni si sono scatenate di nuovo sabato scorso, e a ragione. Altre tre vite sono state liberate dall’inferno. (…)

Ma mentre tutti gli occhi umidi erano rivolti alla base militare di Re’im – primo punto di arrivo degli ostaggi, e poi al Centro Medico Sheba e all’Ospedale Ichilov, dove subito dopo sono stati portati – sono stati rilasciati altri 369 detenuti e prigionieri palestinesi, tutti esseri umani, esattamente come i nostri Sagui, Iair e Sasha.

La folla brucia le magliette indossate dai prigionieri palestinesi liberati a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza, sabato.Credit: Abdel Kareem Hana / AP

Le telecamere dei media stranieri si sono concentrate meno sui palestinesi, mentre quelle israeliane li hanno quasi del tutto ignorati. Dopotutto, sono tutti “assassini”.

Nessun elicottero li ha aspettati per portarli in ospedale e alcuni sono stati immediatamente espulsi dal loro Paese.

Una minoranza di loro aveva le mani sporche di sangue; gli altri erano prigionieri politici, oppositori del regime. La maggior parte di loro era residente a Gaza ed è stata coinvolta in quell’inferno.

Non è certo che tutte le centinaia di gazawi rilasciati sabato abbiano mai alzato una mano contro un soldato delle Forze di Difesa Israeliane o contro i residenti delle comunità di confine di Israele.

Alcuni di loro sono stati rapiti da Khan Yunis, proprio come gli israeliani sono stati rapiti da Nir Oz. Ma per quanto riguarda Israele, tutti loro facevano parte della forza Nukhba di Hamas.

Anche loro erano attesi da famiglie entusiaste, non meno delle famiglie Dekel Chen, Troufanov e Horn. Anche loro amano i loro figli. Alcuni di loro non sapevano cosa fosse successo ai loro cari dall’inizio della guerra, proprio come le nostre famiglie.

Ma mentre alle nostre famiglie, come a tutta la nazione, è stato permesso di gioire quanto volevano, guidati dalle trasmissioni di propaganda di Israele che trasformano ogni celebrazione umana in un festival di indottrinamento in stile nordcoreano, ai palestinesi è stato vietato di gioire.

Un prigioniero palestinese che indossa una maglietta del servizio carcerario israeliano viene salutato dopo essere stato rilasciato dalla prigione israeliana, nella città cisgiordana di Ramallah, sabato. Credit: Mahmoud Illean/AP

A Gerusalemme Est e in Cisgiordania, ogni manifestazione di gioia è stata nuovamente proibita. Non è stato permesso loro di esprimere la felicità. È così crudele la nostra tirannia, che si estende fino al controllo delle loro emozioni.

A giudicare dal trattamento dei prigionieri e degli ostaggi – un indice molto significativo – è difficile capire quale società sia più umana.

Israele rispetta la Convenzione di Ginevra più di Hamas? Non può più affermarlo. Questa dura impressione non può più essere modificata, nemmeno con le magliette con la Stella di David blu.

Gideon Levy

Haaretz è in quotidiano d’opposizione pubblicato anche in lingua inglese. L’originale di questo articolo si trova qui

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Editoriale-denuncia di Haaretz: “Quando Israele abusa degli ostaggi che tiene in custodia”

La nemesi di Israele: accusa di antisemitismo quelle Nazioni Unite che l’hanno voluto

Israele: mille modi per far cadere il governo Netanyahu

Due zambiani a processo per stregoneria contro il presidente

Africa ExPress
Lusaka, 24 febbraio 2025

Uno studio del 2018 ha rilevato che il 79 per cento dei zambiani crede ancora nella stregoneria. Generalmente chi è accusato di utilizzare poteri nefasti viene giudicato da un tribunale tradizionale. Ma stavolta due uomini, accusati di tali reati, sono dovuti comparire davanti ai giudici di una Corte civile.

Il presidente dello Zambia, Hakainde Hichilema

Magia e fenomeni soprannaturali

Non c’è da meravigliarsi, visto che il destinatario delle pratiche occulte dei due accusati è il presidente dello Zambia, Hakainde Hichilema.

Tutto il Paese sta seguendo con curiosità e interesse il processo e riflette chiaramente la credenza nella magia e nei fenomeni soprannaturali, ancora molto presente in alcune parti dell’Africa meridionale e non solo.

Legge coloniale

Torna alla ribalta anche una legge del 1914, risalente all’epoca colonia, che criminalizza tali pratiche. In molti, tra questi studiosi e anche politici, stanno criticando questa normativa.

E, Gankhanani Moyo, docente di beni culturali all’Università dello Zambia, ha sottolineato che il legislatore di allora non ha tenuto conto delle sfumature delle credenze tradizionali africane. “La nostra società e gli individui tradizionali del mio Paese credono in una forte relazione tra il mondo umano e il soprannaturale”, ha chiarito il professore.

Licenza per amuleti

I due uomini, di 42 e 43 anni, sotto processo, sono stati arrestati a dicembre per stregoneria mentre tentavano di vendere diversi amuleti, tra questi anche un camaleonte vivo. Durante le perquisizioni nelle loro case, la polizia ha trovato, oltre al rettile, 14 bottiglie vuote di medicinali tradizionali, la coda di un animale non meglio identificato e altro materiale ridotto in polvere.

Statuette utilizzate nelle pratiche di stregoneria.In Africa cono chiamate juju o grigri

Gli accusati hanno negato di praticare la stregoneria, ma di essere in possesso di una licenza per vendere amuleti.

Intrighi politici

Durante il processo sono emersi anche intrighi politici. Nella fase delle indagini preliminari è stato evidenziato che il mandante dei due indagati sarebbe il fratello di Emmanuel Banda, ex membro indipendente del Parlamento di Lusaka, con lo scopo di nuocere e maledire il presidente.

Qualcuno ritiene però che l’accusa nei confronti di un congiunto di Banda non sia altro che una trovata di Hichilema in previsione delle prossime presidenziali che si svolgeranno nel 2026.

Visto l’interesse che il processo sta suscitando nel Paese – durante la prima udienza il tribunale era stracolmo –  la magistratura aveva autorizzato che le altre udienze fossero trasmesse in diretta TV. Ma poi ha fatto marcia indietro, forse perché il potente Consiglio delle Chiese dello Zambia aveva espresso parere contrario alla messa in onda dei dibattimenti in aula.

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Ladri di peni e di seni e caccia alle streghe: una maledizione africana senza fine

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Transgender saudita esule in America indotta al suicidio dall’avvocato della sua ambasciata

da BBC Eye Investigations
Katy Ling
11 febbraio 2025

Quando un’importante donna trans saudita ha pubblicato il suo biglietto d’addio su X, i suoi amici e seguaci sono rimasti sconvolti. Il biglietto, visto da milioni di persone, diceva che un avvocato negli Stati Uniti – dove aveva cercato di chiedere asilo – l’aveva convinta a tornare in patria in una famiglia e in un Paese che non avrebbero accettato la sua nuova identità.

Il BBC World Service ha identificato quest’uomo come Bader Alomair, che ha lavorato presso l’ambasciata dell’Arabia Saudita a Washington DC.

Rientri controversi

Il legale è collegato ai controversi rientri dagli Stati Uniti di diversi altri studenti sauditi, tra cui due accusati di aver commesso un omicidio durante il periodo universitario.

Eden Knight si è tolta la vita nel 2023 dopo essere tornata in Arabia Saudita con l’avvocato Bader Alomair

Alomair non ha risposto alle accuse sollevate nella nostra inchiesta.

Eden Knight apparteneva a una delle famiglie più rispettate del regno mediorientale.

Dopo essersi trasferita in Virginia nel 2019 con una borsa di studio del governo saudita per studiare alla George Mason University, all’inizio del 2022, Eden ha deciso di passare dal presentarsi come uomo al presentarsi come donna, indossando abiti femminili e assumendo ormoni sessuali femminili.

Seguito online

Eden ha trovato una comunità su X e Discord in cui si è sentita accettata e ha iniziato ad avere un seguito online. In un post, ha condiviso una foto della sua carta d’identità saudita accanto al suo nuovo look femminile e il post è diventato virale.

Questo tweet di Eden Knight ha dato il via a una tendenza a postare vecchie fototessere di persone transgender in tutto il mondo

Essere transgender in Arabia Saudita non è tollerato né dalla società né dal governo: abbiamo parlato con diversi sauditi transgender, che ora vivono fuori dal regno, che ci hanno raccontato delle molestie e, in alcuni casi, delle violenze subite.

Il ritorno in Arabia Saudita poteva quindi essere difficile per Eden. Sappiamo che il suo visto da studentessa è scaduto all’incirca all’epoca del suo tweet virale, così ha deciso di chiedere asilo negli Stati Uniti per rimanervi in modo permanente.

Un vecchio amico

Eden ha raccontato di essere stata contattata da un vecchio amico che a sua volta le ha presentato un investigatore privato americano, Michael Pocalyko.

Questi si è offerto di aiutarla nella richiesta di asilo e di ricucire i rapporti con la sua famiglia, come ha spiegato un altro amico, Hayden, con cui Eden viveva in Georgia all’epoca.

L’amico di Eden, Hayden (a sinistra), dice di aver ascoltato la conversazione iniziale di Eden con l’investigatore privato Michael Pocalyko

Altri amici hanno condiviso con noi i messaggi di Eden, secondo i quali il signor Pocalyko le avrebbe detto che doveva trasferirsi dalla Georgia a Washington DC per presentare la sua richiesta di risarcimento.

Secondo l’ultimo messaggio pubblicato su X, alla fine di ottobre del 2022, l’investigatore privato ha incontrato Eden scendendo dal treno nella capitale statunitense. Era accompagnato da un avvocato saudita di nome Bader, ha scritto la ragazza.

Sinceramente ottimista

“Ero sinceramente ottimista e credevo che potesse funzionare”, ha confessato Eden nel suo ultimo messaggio. Ha raccontato poi che Bader l’ha ospitata in un bell’appartamento vicino a Washington DC e l’ha portata in giro per la città.

Ma col tempo sembra che abbia iniziato a mettere in dubbio le sue motivazioni. Eden ha scritto agli amici, nei messaggi condivisi con la BBC, che Bader la stava “detronizzando”. Ha raccontato che Bader ha cercato di buttare via tutti i suoi abiti femminili e le ha chiesto di interrompere la terapia ormonale.

Eden ha anche raccontato agli amici che Bader le ha detto che non poteva chiedere asilo negli Stati Uniti e che doveva tornare in Arabia Saudita per farlo. Un esperto di immigrazione statunitense ha spiegato che questo consiglio non è corretto.

Messaggio agli amici

Nel dicembre 2022, Eden ha inviato un messaggio agli amici dicendo: “Sto tornando [in Arabia Saudita] con un avvocato e spero per il meglio”. La sua nota di suicidio su X chiarisce che l’avvocato in questione si chiamava “Bader”.

Non è passato molto tempo prima che Eden chiarisse agli amici che il ritorno era stato un errore. Ha inviato loro un messaggio per dire che i suoi genitori avevano preso il suo passaporto e che il governo le aveva ordinato di chiudere il suo account su X.

Eden ha scritto agli amici di avere le prove che i suoi genitori avevano ingaggiato delle persone per farla tornare in Arabia Saudita. “L’avvocato che mi stava aiutando a ottenere l’asilo lavorava con i miei genitori alle mie spalle”, ha detto a uno di loro.

Nei mesi successivi, dicono gli amici, Eden ha perso ogni speranza di fuggire dall’Arabia Saudita.

Ha lavorato in una posizione junior in un’azienda tecnologica e in pubblico ha assunto la sua identità originale maschile.

Abusi continui

Eden ha scritto a un’amica per raccontarle che stava cercando di continuare a prendere ormoni femminili, ma che i suoi genitori glieli avevano ripetutamente confiscati.

Ha spiegato agli amici di aver subito continui abusi verbali e ha inviato loro un video – che noi abbiamo visto – registrato di nascosto in cui un membro della famiglia le gridava che le avevano fatto il lavaggio del cervello con le idee occidentali.

Eden si è tolta la vita il 12 marzo 2023.

Volevamo trovare “Bader”, l’avvocato che Eden ha accusato di averla detronizzata e di averla convinta a tornare a casa, per chiedergli di più sugli eventi che hanno preceduto la sua morte.

Abbiamo cercato avvocati con questo nome nell’area di Washington e ne è venuto fuori uno: Bader Alomair. Le informazioni online su di lui erano limitate, ma un elenco obsoleto di professionisti che lavoravano a Riyadh riportava il suo nome completo in arabo, che a sua volta ci ha portato a un account Facebook inattivo che mostrava una sua foto alla Harvard Law School.

Foto cruciale

Nei messaggi che Eden ha inviato agli amici, ha detto che il suo avvocato aveva studiato ad Harvard.

Poi, una fonte ha condiviso una foto cruciale – scattata da Eden dall’appartamento in cui il signor Alomair l’aveva installata. Siamo riusciti a geolocalizzarla in un quartiere residenziale alla periferia di Washington DC.

Una persona che si trovava lì ci ha detto di aver conosciuto Eden e di averla vista con il signor Alomair.

Abiti femminili

Ha spiegato che Eden possedeva abiti femminili, gioielli e trucchi, ma che doveva nasconderli quando veniva il signor Alomair. La costringeva a tagliarsi i capelli e le diceva di non radersi, ha detto il testimone.

Abbiamo cercato più volte di contattare il signor Alomair, ma non ha risposto. Quando abbiamo visitato l’indirizzo indicato sul registro dell’Ordine degli Avvocati di Washington, abbiamo visto un uomo che corrispondeva alle sue foto salire su un SUV e allontanarsi.

Il codice sulla targa di Bader Alomair ci ha aiutato a scoprire di più su di lui

L’abbiamo seguita, notando l’insolita targa dell’auto: il codice indicava che l’auto era stata rilasciata dall’ambasciata dell’Arabia Saudita a Washington DC e che il proprietario del veicolo era un dipendente dell’ambasciata.

Il ruolo di Alomair all’interno dell’ambasciata era quello di sostenere gli studenti sauditi negli Stati Uniti – ci ha detto un avvocato che ha lavorato con lui in precedenza.

Abbiamo scoperto articoli di giornale che evidenziavano casi in cui Alomair aveva aiutato i senzatetto a causa di un uragano in Florida, per esempio. Ma abbiamo anche scoperto che la sua assistenza si è estesa a situazioni più controverse.

Accusati di omicidio

Il 13 ottobre 2018, due studenti sauditi sono stati interrogati dalla polizia statunitense per la morte di un aspirante rapper in North Carolina – accoltellato, secondo quanto riferito, dopo un alterco con i due.

Circa due mesi dopo, Abdullah Hariri e Sultan Alsuhaymi sono stati accusati di omicidio, ma ormai avevano lasciato gli Stati Uniti.

Appena quattro giorni dopo l’accoltellamento, il signor Hariri era su un volo di ritorno in Arabia Saudita, come suggerisce un’e-mail condivisa con noi. La mail contiene i dettagli dei voli di ritorno che, secondo la nostra fonte, il signor Alomair ha organizzato sia per il signor Hariri che per il signor Alsuhaymi.

Fattura per i voli

Nessuno dei due studenti ha mai commentato pubblicamente il caso.

Un mese dopo, secondo un’altra e-mail, Alomair ha ricevuto una fattura per i voli, che, secondo la nostra fonte, gli sarebbe servita per ottenere il rimborso dall’ambasciata saudita.

Una foto di Bader Alomair, condivisa con noi da una fonte anonima

Un’altra fonte afferma di aver lavorato con lui per rappresentare decine di altri studenti sauditi negli Stati Uniti contro accuse che vanno dall’eccesso di velocità alla guida in stato di ebbrezza.

“Bader si presentava agli incontri con un modulo in arabo, redatto dall’ambasciata saudita, che gli studenti dovevano firmare [e che] prometteva di rimborsare le spese legali al governo saudita una volta tornati in patria”.

La fonte ci ha detto che gli studenti si presentavano alla prima udienza ma sparivano prima delle udienze successive, anche se non sappiamo se il signor Alomair abbia avuto un ruolo in questo.

Facilitato la fuga

Nel 2019, l’FBI ha avvertito che i funzionari sauditi hanno probabilmente facilitato la fuga di cittadini sauditi dai procedimenti giudiziari statunitensi.

“L’FBI valuta che i funzionari del regno dell’Arabia Saudita quasi certamente assistono i cittadini sauditi con sede negli Stati Uniti per evitare problemi legali, minando il processo giudiziario statunitense. Questa valutazione è fatta con grande fiducia”.

Secondo le fonti, Alomair continua a vivere e lavorare negli Stati Uniti. Possiede diverse proprietà commerciali nei dintorni di Washington DC e nell’agosto 2024 sembra aver fondato un nuovo studio legale in Virginia, di cui è socio titolare.

Michael Pocalyko, Bader Alomair e l’ambasciata saudita a Washington DC non hanno risposto alle nostre domande.

Abbiamo contattato la famiglia di Eden per chiedere se volessero partecipare a questa storia, ma non hanno risposto.

Katy Ling

Se siete interessati da uno dei temi trattati in questo articolo, potete trovare informazioni sulle organizzazioni che possono aiutarvi tramite la BBC Action Line.

Nel Regno Unito è possibile chiamare gratuitamente, in qualsiasi momento, per ascoltare informazioni registrate al numero 0800 066 066. Nel resto del mondo, potete trovare aiuto qui.

L’articolo originale si trova qui

People outside the UK can watch the documentary on YouTube

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Congo-K: governativi sbandati attaccano e saccheggiano il vescovado di Uvira

Africa-Express
Kinshasa, 21 febbraio 2025

Nell’est della Repubblica Democratica del Congo regna il caos più totale. Giovedì mattina Africa-Express ha ricevuto un whatsapp da Uvira, le seconda città del Sud-Kivu. “Tre uomini in divisa dell’esercito congolese (FARDC) sono entrati nel vescovado per saccheggiarlo”.

Militari governativi allo sbando

“Il vescovo Sébastien-Joseph Muyengo Mulombe e due sacerdoti – continua il messaggio – hanno rischiato di essere ammazzati. Per fortuna stanno bene, ma i tre militari hanno rubato tutto il denaro e i loro telefoni”.

Monsignor Joseph-Sébastien Muyengo, vecovo della diocesi di Uvira, Sud-Kivu, Congo-K

Ieri sera la nostra redazione ha parlato telefonicamente con monsignor Muyengo, che ha spiegato quanto è accaduto giovedì scorso. I tre militari governativi hanno ordinato al prelato e due sacerdoti, con i fucili puntati alla testa, di stendersi per tessa. Poi sono stati derubati di tutto, trascinati e chiusi nelle loro camere e minacciati di morte nel caso avessero aperto bocca o opposto resistenza.

Popolazione abbandonata

“La situazione è davvero grave – ha commentato il prelato -. La popolazione di Uvira è abbandonata a sé stessa. Le autorità civili e militari e gran parte dei soldati e agenti di polizia sono scappati. Altri, invece, sono rimasti bloccati qui, perché i battelli verso Kalamie (capoluogo della provincia congolese di Tanganyika) non partono più. Uvira è nelle mani di governativi sbandati. Si tratta soprattutto di militari e poliziotti fuggiti da Bukavu, capoluogo del Sud-Kivu, oramai in mano ai ribelli M23 e dei ruandesi”.

Due fotografia del vescovado di Uvira

Saccheggi 

“Nel frattempo gli uomini di FARDC e i loro “alleati” Wazalendo (patrioti in swahili), hanno iniziato a avere divergenze che non di rado finiscono in scaramucce. Ma le due fazioni restano complici quando si tratta di saccheggiare e depredare i residenti di tutti i loro averi. Ecco perché molti abitanti attendono ora l’arrivo dei combattenti di AFC/M23 come “liberatori”. La popolazione è stanca della guerra, di violenze e vessazioni”.

L’AFC vuol dire Alleanza del fiume Congo, una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23.

Migliaia di congolesi in fuga verso il vicino Burundi

Fuga in Burundi

Secondo un operatore umanitario, le violenze nella zona di Uvira hanno causato diversi morti e feriti. Molti residenti sono fuggiti verso il sud o il vicino Burundi, che sta accogliendo migliaia e migliaia di rifugiati congolesi. “Un’ondata tale non si è vista dall’inizio degli anni 2000”, ha spiegato Brigitte Mukanga-Eno, rappresentante di UNHCR nel Paese della Regione dei Grandi Laghi.

Gitega richiama truppe

L’ex protettorato belga sta richiamando i suoi 10mila uomini in patria. Nel 2023 le autorità di Gitega (dal 2018 capitale del Burundi) avevano inviato le proprie truppe in Congo-K a sostegno di FARDC, per combattere i miliziani M23. Da mercoledì il rimpatrio dei militari di stanza nelle piana di Rusizi (nelle vicinanze della frontiera con il Burundi) è stato accelerato per evitare che restino intrappolati nella ex colonia belga con l’arrivo dei ribelli e i loro alleati ruandesi.

Un alto ufficiale di Gitega ha fatto sapere che alcune unità militari sono già praticamente nelle mani del nemico. Attualmente ci sono già problemi di approvvigionamento dei propri soldati rimasti ancora nella RDC.

Colpito centro MSF

L’M23 continua a guadagnare terreno nell’est del Congo-K. Nel Nord-Kivu i ribelli stanno procedendo verso Butembo e Beni, due centri abitati importanti della provincia. Mentre vicino a Goma, a Masisi, durante scontri con i militari governativi, sostenuti dai suoi alleati Wazalendo, è stato ferito gravemente un impiegato di Medici senza Frontiere (MSF). L’organizzazione ha condannato questo ennesimo episodio di violenza che ha direttamente colpito una struttura umanitaria.

UE: invito al dialogo

L’Unione Europea ha convocato venerdì l’ambasciatore di Kigali accreditato a Bruxelles, criticando l’offensiva degli M23 e dei suoi alleati ruandesi in corso in RDC. L’UE ha poi chiesto l’immediato ritiro dei militari del governo di Paul Kagame. Ha invitato tutte le parti implicate nel conflitto di cessare le ostilità e di riprendere il dialogo.

Africa ExPress
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Congo-K: i ribelli M23 entrano senza trovare resistenza nel capoluogo del Sud-Kivu

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Storia del sudafricano Elon Musk che da giovane sosteneva l’apartheid e aveva simpatie suprematiste

 

Per Africa ExPress
Alessandra Fava
14 febbraio 2025

Su Elon Musk in qualità di braccio destro del neo-presidente americano Donald Trump abbiamo letto di tutto: che consuma ketamina, che ha alti e bassi, che non ha accettato la transizione di una delle figlie Vivian Jenna Wilson (oggi marxista), che ha 11 figli ma ne ha procreati almeno dodici (uno è morto) e come sta cercando di sovvertire la democrazia statunitense.

Una cronista che lo segue da tempo dice che “si tratta del 15enne più geniale che ci sia in giro”, che vuole sempre vincere e che si sente il salvatore del mondo.

Saluto nazista

Secondo il giornalista britannico Chris McGreal, che è stato corrispondente dal Sudafrica per The Guardian durante gli anni dell’apartheid fino al 2001 ed è ancora una firma del giornale inglese, il saluto nazista all’insediamento del neopresidente degli Usa a gennaio scorso è da prendere sul serio.

McGreal ricostruisce una biografia molto approfondita rispetto al brodo di cultura di cui si è cibato Musk nella sua infanzia e adolescenza e ricollega molto del suo pensiero al suprematismo bianco e razzista dell’apatheid. https://www.democracynow.org/2025/2/11/elon_musk_was_raised_under_racist?jwsource=em

I suoi recenti articoli su The Guardian:

https://www.theguardian.com/us-news/ng-interactive/2025/feb/08/elon-musk-politics-doge

https://www.theguardian.com/technology/2025/jan/26/elon-musk-peter-thiel-apartheid-south-africa

Musk nasce a Johannesburg nel 1971. Suo nonno Vivian Jenna Wilson era arrivato nel Paese nel 1950.

Leggi razziste

Oggi Musk dice che in Sud Africa i bianchi sono vittime “di leggi razziste sulla proprietà privata”, negando quindi che durante gli anni dell’apartheid, mentre Mandela e altri leader dell’ANC erano sepolti nelle prigioni, il 10 per cento dei bianchi possedeva l’85 per cento delle terre.

“Negli Stati Uniti i media non hanno avuto abbastanza attenzione all’infanzia e adolescenza sudafricane di Musk, che finora era un uomo d’affari e fine. Ora che lui e altri sono entrati in politica, la loro vita è sotto i riflettori – dice Chris McGreal al telefono con  Africa ExPress – La gente che non ha vissuto quell’epoca o non conosce a fondo il Sudafrica non riesce a immaginare come i bianchi di lingua inglese, che possedevano e gestivano l’economia del Paese, fossero immersi in un’ideologia totalizzante ed è quella in cui è cresciuto Musk”.

“Non penso che tutte le sue scelte odierne risalgano a quel periodo – continua il giornalista – ma ritrovo nello stile, nel linguaggio, nel fraseggio usati, riferimenti e risonanze con quel concetto totalitario di supremazia bianca, di priorità bianca, che non sono state esclusiva del Sudafrica, ma certamente si rifanno a quel periodo”.

Musk avrebbe ispirato uno degli ordini esecutivi con cui Trump sta bersagliando le istituzioni statunitensi volto a tagliare gli aiuti al Sudafrica. E consente a Trump di accusare il governo sudafricano, appunto, di dare la caccia ai bianchi.

Dietro ci sarebbe il progetto di Starlink in Sudafrica. Musk da tempo vuole vendergli la connessione satellitare. Sembra che il governo gli abbia chiesto in cambio di collegare gratuitamente scuole e stazioni di polizia. Ma secondo indiscrezioni pare che Elon Musk abbia deciso di non investire più nel Paese per non creare precedenti di ‘regalie’ al governo di turno. Da ciò sarebbe scattata la sua “vendetta’”.

 

Tornando a nonno Joshua, arriva in Sudafrica proprio quanto le leggi sull’apartheid divengono più aggressive: i neri non possono lavorare in certi settori e in certi posti, scattano divieti di movimento e vengono strettamente controllati, perquisiti e arrestati. Si  formano ghetti di neri, le township. Già il Land Act del 1913 aveva strappato molte terre alle popolazioni native.

Milizia neonazista

Quando nasce Elon, il primo ministero è John Vorster, prima membro della milizia neonazista OB, che era legata all’estrema destra tedesca e si ispirava al nazismo. OB è l’abbreviazione della parola afrikener Ossewabrandwag che vuol dire “sentinella del carro trainato dai buoi” e ha perseguitato anche gli ebrei a Johannesburg negli anni Trenta.

La seconda guerra mondiale vede il Sudafrica accanto alla Gran Bretagna, ma le simpatie di OB restano verso i nazisti. Addirittura durante il conflitto questo grupposcolo tenta di uccidere un primo ministero, Jan Smuts, ma il piano viene scoperto.

Nel 1942 John Vorster, già in politica, fa un bel discorso collegando il nazionalismo cristiano sudafricano con il nazismo in Germania e il fascismo in Italia.

Quindi, dice Chris McGreal, Elon Musk è cresciuto in questa cultura di nazionalismo cristiano, odio per i neri, passione per la ricchezza derivante dalla segregazione razziale.

Miniere di smeraldi

A far fortuna in Sudafrica è il padre di Musk, Errol, che investe in miniere di smeraldi in Zambia. Quando i suoi genitori si separano, Elon ha fatto una vita di discreto lusso, dice di aver ereditato dal padre uno yacht, un jet e diversi immobili.

Il nonno muore, ma la nonna Maye gli sopravvive a lungo, anche lei era una sostenitrice dell’apartheid. “La coppia dei nonni condivideva queste idee politiche razziste – commenta ancora McGreal per Africa Express – Mentre della madre di Musk non sappiamo molto”.

Secondo la ricostruzione del giornalista del Guardian, il nonno Joshua quando viveva in Canada appoggiava un movimento chiamato Technocracy Incorporated che sognava di sradicare la democrazia negli Usa e in Canada, ed eleggere al potere uomini di affari per governare una federazione tra i due Paese. Una teoria che assomiglia parecchio al trumpismo attuale.

Camicie nere

Negli anni Trenta in Canada il movimento di nonno Joshua si era avvicinato al Nazismo e vestiva camicie nere. Allo scoppio della guerra, nel 1939, il Canada si schiera con la Gran Bretagna, il movimento viene vietato e il nonno viene arrestato anche perché gli vengono trovati documenti che inneggiano al nazismo.

Resta in prigione alcuni mesi. Una volta liberato nonno Joshua si trasferisce in Sudafrica dove con l’apartheid potrebbero realizzarsi i suoi piani di sovvertire lo Stato e mettere a governare i ricchi.

Ma il brodo di coltura si arricchisce con alcuni personaggi chiave, amici di Elon. Come Peter Thiel, membro di quella che McGreal chiama “la mafia di PayPal”. Thiel inizialmente vive a Swakomund (Namibia) perché suo padre possiede una miniera di uranio li vicino.

Ancora negli anni Ottanta Swakopmund era famosa perché ci vivevano simpatizzanti di Hitler e del nazismo. Un reporter del The New York Times a metà degli anni Settanta diceva di essere stato salutato col saluto nazista da un benzinaio che aveva anche detto “Heil Hitler”. A maggio veniva celebrato il compleanno di Hitler e Thiel frequentava una scuola tedesca.

Cimeli nazisti

Solo una decina di anni fa, noi di Africa ExPress abbiamo potuto constatare a Swakopmund l’esistenza di negozi in cui si potevano acquistare memorabilia nazisti: teste grandi e piccole di Hitler con tanto di baffetti, medaglie con le croci uncinate, elmetti dell’esercito del Terzo Reich e cimeli del genere.

Negli anni Settanta l’uranio veniva comprato dal Sudafrica per sviluppare la bomba atomica in collaborazione con Israele. Il Sudafrica ringraziava lo stato ebraico inviando navi cariche di yellow cake, il prodotto finale dei processi di concentrazione e purificazione dei minerali che contengono uranio, grazie al quale Tel Aviv è riuscito a costruire il suo ordigno nucleare.

Spinta libertaria

Quell’uranio – ricostruisce McGreal – poteva arrivare proprio dalle miniere del padre di Thiel o da altre della zona. Comunque pian piano sia Thiel che Musk junior si avvicinano alle posizioni della comunità sudafricana anglofona, che apparentemente, a differenza degli afrikaner, si oppone all’apartheid, anche se, alla fine gode come gli altri dei privilegi della divisione societaria. “Di fatto i bianchi sfruttavano i neri e si arricchivano alle loro spalle”, racconta McGreal.

Sud Africa – Apartheid i luoghi vietati ai neri

Quindi la spinta libertaria, anti-governativa, la voglia di esplorare nuovi territori, potrebbe arrivare a Elon da quella fase. Thiel e Musk poi fonderanno PayPal insieme. Il terzo socio era David Sacks che nasce a Cape Town e a cinque anni viene portato nel Tennessee.

E proprio Sacks oggi esce fuori ora come il mago della cripto di Trump, dopo essersi occupato della raccolta dei fondi di Trump durante la campagna elettorale.

Il quarto socio

Il quarto socio è Roelof Botha, nipote di Pik Botha, l’ultimo ministro degli esteri del regime dell’apartheid in Sudafrica. Botha di fatto andava in giro per il mondo, anche da Reagan, a predicare che l’apartheid era finito, quando i neri continuavano a non avere gli stessi diritti e le istituzioni nazionali continuavano ad essere bianche.

Comunque quando la lotta dei neri acquista maggior forza e la rivolta delle township come Soweto si rafforza, Elon a 18 anni, giusto l’età del servizio militare, lascia il Paese. All’epoca aveva una società di credito online chiamata X.com.

E così arriviamo ai giorni scorsi, in cui Trump decide di cancellare gli aiuti statunitensi al Sudafrica e ospitare i bianchi che siano vittime di discriminazione razziale. Sembra una bella vendetta per l’affaire Starlink andato male in Sud Africa. Ma sopratutto dall’ultimo articolo di McGreal (14 febbraio) hanno pesato le attività di lobby negli Usa dei bianchi afrikaner di AfriForum e Africaner Foundation.

Nonostante i bianchi (7 per cento della popolazione) continuino ad avere oggi il 70 per cento delle terre, questi afrikaner sostengono che il governo sudafricano confischi terre e perseguiti alcuni “perché troppo bianchi” e che quindi in Sudafrica “ci siano regole strettamente legate alla razza”. Parole che risuonano anche in dichiarazioni dello stesso presidente degli Usa Donald Trump.

https://www.theguardian.com/us-news/2025/feb/14/trump-musk-south-africa-afriforum

“Non penso che c’entri anche il processo per genocidio contro Israele portato alla Corte Internazionale proprio dal Sudafrica – conclude McGreal -. Certo ci sono molti nell’amministrazione Usa che sono contro il processo per genocidio. Però penso che a Musk non importi niente della Corte. Piuttosto gli attacchi al Sud Africa, come ho detto, fanno emergere il brodo di cultura della sua infanzia, il concetto di razza bianca, l’idea secondo cui qualcuno ha diritto a sfruttare manodopera meno acculturata”.

 

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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I jihadisti del Sahel continuano la loro corsa alla conquista del Golfo di Guinea

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 febbraio 2025

In poco più di un mese il Benin ha subito tre attacchi dei jihadisti del Sahel. L’ultima aggressione risale a sabato scorso, nel parco W, già teatro in passato di sanguinosi assalti dei terroristi. Qualche anno fa in questa riserva naturale sono stati sequestrati anche turisti stranieri.

Nuovo attacco nel Parco “W”

Durante l’ultimo assalto nel parco transfrontaliero “W”, nel nord del Paese, sono stati ammazzati 6 militari dell’esercito della ex colonia francese e 17 aggressori, secondo quanto riferito lunedì a AFP da un ufficiale beninese, che ha voluto mantenere l’anonimato. Finora l’attacco non è stato rivendicato da nessuna formazione terrorista.

Attacco dei terroristi nel Parco W

Gran parte della riserva fa parte del Niger ed è situata sui meandri a forma di “W” dell’omonimo fiume. Alcune aree, invece si trovano in territorio burkinabé e beninese. Nel 1996 il parco è stato proclamato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Forza Mirador

A gennaio, invece, sono morti 28 militari (forse anche di più) nel nord del Paese, nella zona di confine tra Benin, Niger e Burkina Faso. L’attacco è stato poi rivendicato da JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), legato a al Qaeda.

Un’altra offensiva dei terroristi del 21 gennaio scorso è stata resa nota solo pochi giorni fa e tale aggressione è costata la vita a altri 5 soldati a Talamoussie. E solo due giorni fa un quarto attacco è stato respinto dalle truppe beninensi.

I militari uccisi facevano tutti parte di Forza Mirador, contingente antiterrorismo di 3mila uomini, creato nel febbraio 2022, volto a contrastare gli attacchi dei miliziani di JNIM e EIGS (Etat Islamique du Grand Sahara).

Dopo il rapimento di due cittadini francesi in Benin e l’omicidio della loro guida beninese nel 2019, il governo ha innalzato il livello di allarme per la sicurezza nei dipartimenti settentrionali. Da allora il Paese ha dovuto affrontare ripetuti attacchi dei terroristi del Sahel che cercano di estendere le loro attività ai Paesi del Golfo di Guinea.

Terroristi in libertà

Tempo fa, Patrice Tallon, presidente del Benin, aveva dichiarato che i terroristi proseguono le incursioni e danno filo da torcere nelle zone di frontiera, malgrado tutti gli sforzi messi in campo dal suo Paese. E il presidente aveva poi sottolineato che nei Paesi confinanti i jihadisti continuano a girare liberamente.

Le relazioni con Tallon e i suoi omologhi del Burkina Faso (Ibrahim Traoré) e Niger (Abdourahamane Tchiani) sono piuttosto tesi dopo i colpi di Stato. Pertanto risulta difficile una collaborazione costruttiva per trovare una strategia comune per combattere i continui attacchi dei jihadisti del Sahel.

Migliorare offensiva

Attualmente in Benin sono al lavoro esperti militari stranieri, la cui nazionalità non è stata resa nota al momento attuale. Le autorità ritengono infatti, che i terroristi attivi nel nord del Paese abbiano ormai cambiato strategia. Pertanto l’esercito ha deciso di rivedere la propria linea offensiva e, secondo quanto riportato da RFI, i professionisti arrivati dall’estero, dovranno verificare il sistema Mirador.

Una volta definito il parere degli esperti, il generale di Divisione, Fructueux Gbaguidi, dovrà apportare le modifiche suggerite nel rapporto per migliorare le operazioni del contingente attivo nel nord del Benin. A quel punto, volente o nolente, sarà comunque indispensabile rivedere le relazioni con i governi di Burkina Faso e Niger e elaborare una strategia militare comune per rispondere efficacemente ai continui assalti dei terroristi nella regione.

Istruttori UE

Benin: corso di istruttori spagnoli nell’ambito di un’iniziativa dell’UE

Intanto a fine gennaio sono arrivati a Porto-Novo 5 istruttori spagnoli della brigata “Canaris” per un corso di addestramento sul contrasto agli ordigni esplosivi improvvisati. Il training si è svolto nell’ambito dell’iniziativa di sicurezza e difesa dell’Unione Europea a sostegno dei Paesi dell’Africa occidentale del Golfo di Guinea. A questo ciclo di lezioni hanno partecipato 15 agenti della polizia repubblicana per migliorare le loro conoscenze nella lotta contro i terroristi nel nord del Paese.

Aiuti militari anche da USA

Va ricordato che alla fine di aprile, Bruxelles ha annunciato lo stanziamento di 47 milioni di euro per sostenere il Benin nella lotta al terrorismo, in particolare attraverso l’acquisto di attrezzature.

E a fine novembre dello scorso anno l’ambasciata statunitense in Benin ha donato all’esercito 12 veicoli blindati per il personale, 280 piastre balistiche e 35 radio tattiche. Il valore di queste attrezzature è stimato in 6,6 milioni di dollari.

Anche i vicini del Benin, Ghana e Togo, hanno subito attacchi jihadisti negli ultimi anni.

 Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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 RISERVATA

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