Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Nairobi, 17 febbraio 2025
È il percorso di un giovane atleta ugandese prodigio che domenica scorsa, 16 febbraio, ha stupito il mondo a Barcellona. Il suo nome è Jacob Kiplimo, ha 24 anni, i genitori che coltivano il mais a Kween sul monte Elgon, quattro fratelli maggiori che lo hanno “contagiato”.
Domenica ha polverizzato il record sulla distanza della mezza maratona,(21,0975 chilometri) sulle strade della città catalana, che ospitava la 35esima edizione della E Dreams Mitja Maratò by Brooks. Ha corso nel tempo strabiliante di 56:42, migliorando di quasi un minuto il precedente primato dell’ etiope ventisettenne Yomif Kejelcha, di 57:30 ottenuto a Valencia nell’ottobre 2024.
Jakop Kiplimo, ugandese, record mondiale della mezza maratona a Barcellona
Sotto i 57 minuti
Kiplimo è il primo runner a scendere sotto i 57 minuti in questa gara di fondo. Un evento che si riteneva impossibile, soprattutto per il modo in cui si è realizzato.
Secondo gli esperti, i 48 secondi di differenza dal precedente primato proiettano l’atletica in una “terra incognita”, aprendo una nuova era nelle gare endurance.
Senza annoiare il lettore in analisi tecniche, basti dire questo: ha coperto 10 km, tra il quinto e il quindicesimo km, con il tempo straordinario di 26’46” e ha percorso i 21 km complessivi della mezza maratona a una media di 2’46” a km! Mostruoso.
Due icone dell’atletica dietro l’ugandese
Chi è arrivato dietro di lui, i trentaduenni keniani Geoffrey Kipsang Kamworor, (in 58:44) e, (in 59:40) non erano dei carneadi qualsiasi, ma fior di corridori. Cose da pazzi, ha commentato un giornalista televisivo.
In effetti il passo con cui Jacob si è involato dopo pochi km sembrava quello di Hermes, il figlio di Zeus, con le ali ai piedi!
Gemma dello sport
In Uganda il giovane Jacob era già considerato una eroe, una gemma dello sport. Anche perché aveva stupito in “ tenera” età.
La sua prima vera gara risale al 2015, una selezione in Uganda prima dei Campionati mondiali di corsa in montagna. Kiplimo vince , ma la federazione gli dice che è troppo giovane per competere a livello internazionale. Il piccolo runner, che già doveva raggiungere la scuola correndo per 5 km, vedeva uscire ogni mattina per allenarsi i 4 fratelli maggiori e – ricorderà – “Nella mia mente, dicevo: ‘Voglio essere come loro”.
Allenato in Italia
Nel dicembre 2015 si trasferisce in Toscana. Prima si prepara con l’allenatore, Giuseppe Giambrone, poi con Iacopo Brasi, della scuderia di Federico Rosa, noto manager dei campioni.
In breve: diventa due volte campione del mondo di cross-country, e nel 2021, quale portacolori dell’Atletica Casone Noceto (in provincia di Parma), conquista il primato del mondo sulla mezza maratona, che, tre anni dopo, nel 2024, cede, per un solo secondo, a Kejelcha.
Domenica, in Catalogna, ha consumato la sua vendetta sull’etiope, detronizzandolo e ottenendo il più grande miglioramento nel record maschile della mezza maratona.
Yomif Kejelcha, però, sempre domenica e sempre in Spagna (a Castellon) ha risposto da par suo sui 10 mila metri. Ha infatti segnato il secondo tempo di sempre con 26:30.
Meteo perfetto
Intanto Jakob si gode la vittoria e guarda avanti. “È stata la gara perfetta – ha commentato sul traguardo – Temperatura ideale (13 gradi, ndr), niente vento, circuito fantastico: tutto è andato meglio del previsto. Mi sono ritrovato pieno di energia e ho deciso di imporre un ritmo più vivace dal terzo chilometro, ma non avrei mai immaginato di andare sotto la barriera dei 57 minuti. È sorprendente. Ora non gareggerò più fino al mio debutto in maratona a Londra il 27 aprile.”
Tutti gli occhi sono puntati su di lui: riuscirà a scendere sotto le 2 ore nella specialità maggiore?
“Rivale” morto un anno fa
Le premesse ci sono. Chi stava per farcela è stato il kenyano Kelvin Kiptum, che detiene il record della maratona in 2h00’35. Purtroppo Kiptum non ci sarà: l’11 febbraio 2024, la malasorte ha stroncato la sua giovane e promettente carriera.
Kelvin Kiptum, medaglia d’oro a Valencia nel 2022
Un incidente automobilistico se lo è portato via, a 25 anni, con l’allenatore, in un tragico scontro
Spesso i pericoli per questi campioni vengono non dai rivali in strada, ma dalle strade tortuose e insidiose africane. Ne sa qualcosa proprio Jacob Kiplimo: nell’aprile 2024, anche lui rischiò grosso tornando in famiglia, nell’Uganda orientale.
La sua vettura sbandò, volò via. Lui vi restò intrappolato, ma, soccorso, portò a casa la pelle.
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Speciale per Africa ExPress Elena Clara Savino
Parigi, 16 febbraio 2025
Da un mese circa Nicolas Sarkozy è davanti al tribunale che deve giudicare sui finanziamenti libici da lui ricevuti per la campagna presidenziale del 2007. Più precisamente Sarkozy è accusato di “finanziamento illegale della campagna elettorale”, “occultamento di appropriazione indebita di fondi pubblici”, “corruzione passiva” e “associazione a delinquere”.
Le indagini giudiziarie per arrivare alla apertura del processo, che investe anche alcuni dei suoi più stretti collaboratori, sono durate oltre un decennio, fatto che suggerisce la complessità del caso, definito sulla stampa francese uno dei più gravi scandali della Quinta Repubblica, e noi aggiungiamo il più incredibile e fantasioso.
Nicolas Sarkosy durante l’udienza in Tribunale a Parigi
Taccuino imbarazzante
Gli ultimi fatti del processo riguardano un taccuino imbarazzante dell’ex ministro del petrolio libico Choukri Ghanem, che conferma incontri segreti a Tripoli tra Claude Guéant e Brice Hortefuex, emissari di Sarkozy, e due personaggi libici impresentabili, dei quali uno è l’agente corrotto Ziad Takieddine.
Già nelle prime udienze i francesi erano stati incapaci di offrire una versione razionale di altri loro incontri segreti con Abdallah Senoussi, dignitario libico condannato ma non arrestato e ricercato dalla Francia per terrorismo.
Mondo sotterraneo
Il diario di Choukri Ghanem conferma l’esistenza di un mondo sotterraneo di fondi occulti, e di fatto inchioda Sarkozy e i suoi collaboratori a maneggi dove sono in gioco non solo milioni di euro, ma i rapporti equivoci intrattenuti dal Presidente francese con un dittatore Gheddafi inseguito da mandati di cattura internazionali.
Choukri Ghanem, ex ministro di Gheddafi
Il corpo senza vita di Choukri Ghanem è stato trovato galleggiante nel Danubio a Vienna il 29 aprile 2012. Un incidente, secondo la polizia austriaca, ma più realisticamente una morte “altamente sospetta”.
Rivelazioni di Mediapart
Il ministro è morto il giorno dopo che Mediapart aveva rivelato la vicenda libica: una correlazione, che tuttavia non significa causalità.
Il taccuino del ministro del petrolio libico indebolisce vieppiù la linea di difesa di Sarkozy, secondo la quale la vicenda del finanziamento di Gheddafi non è altro che un’invenzione revanscista del dittatore alla vigilia dell’offensiva militare voluta dalla Francia nel 2011.
In data 29 aprile 2007, cioè nel bel mezzo della campagna presidenziale francese, Ghanem registrava pagamenti fantasmagorici effettuati dal regime libico alla squadra di Sarkozy per un importo totale di 6,5 milioni di euro.
Audace acrobazia
In una delle ultime udienze Sarkozy ha tentato di confondere le prove con una “audace acrobazia”: “On ne sait pas si cela a été écrit à cette date ou si c’est sur un vieux carnet sur lequel il a écrit ça. Moi-même, il m’est arrivé d’écrire sur de vieux carnets.”
Rimane in ogni modo schiacciante per il presidente francese la descrizione dei flussi occulti registrati per iscritto e prodotti dalla accusa – che corrispondono a quelli effettivamente versati a una società offshore di Ziad Takieddine, denominata Rossfield Limited – sia riguardo agli importi, sia per i canali utilizzati.
Rimane scioccante la spregiudicatezza di Sarkozy, che dopo aver spillato centinaia di euro a Gheddafi, portati fisicamente in pesanti valige dalla Libia in Francia (come necessario in questi casi), prendeva la decisione di guidare la distruzione del regime libico con le conseguenze che conosciamo: circolazione di armi nel Sahel, guerra civile in Libia, crisi economica di tutta la regione, aumento esponenziale delle milizie jihadiste e delle incursioni mortifere nelle desolate e assolate terre del nord africa, fino al Mali, al Niger, al Burkina Faso, costituzione di enclave musulmane armate e violente).
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Nell’Est della Repubblica Democratica del Congo l’avanzata dei ribelli M23 (per lo più tutsi), supportati dalle truppe ruandesi, non si arresta. Dopo la presa di Goma, capoluogo del Nord-Kivu, ieri miliziani sono entrati a Bukavu, città principale della provincia del Sud-Kivu e fra pochi giorni potrebbero conquistare anche a Uvira, il secondo centro abitato più grande dell’area.
Bukavu in mano agli M23
La caduta di Bukavu, città che è già stata sotto assedio da soldati dissidenti dell’esercito congolese nel lontano 2004, dà così ai ribelli M23 e alle truppe ruandesi il controllo totale del lago Kivu, che si estende lungo il confine con il Ruanda. Attualmente l’esercito congolese è sostenuto da truppe sudafricane e burundesi.
Entrata dell’M23 a Bukavu
E intanto dal suo accountX (ex Twitter), Muhoozi Kainerugaba, capo delle Forza di Difesa Popolare dell’Uganda (UPDF, cioè l’esercito) e figlio del presidente Yoweri Museveni, ha minacciato di invadere la provincia di Ituri (nella parte orientale del Congo-K), se tutte le forze presenti non dovessero consegnare le armi entro 24 ore.
Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente Yoweri Museveni e capo delle forze di difesa dell’Uganda
No comment di Kampala
Il leader di UPDF è conosciuto per i suoi post provocatori su X. Il primo ministro congolese, Judith Suminwa, a margine del summit dell’Unione Africana a Addis Abeba, ha riferito a Reuters che il suo governo non intende rilasciare commenti sulle affermazioni di Kainerugaba.
Ma nella ex colonia belga non ci si sorprende più di nulla, tutto può succedere. Il Paese è vampirizzato, le sanguisughe sono ovunque, pur di ritagliarsi una fetta delle infinite risorse minerarie. Quella regione del mondo è ricchissima di materie prime, titanio, niobio, litio, cobalto, rodio, petrolio, oro, platino, diamanti, solo per citarne alcune, che attraggono appetiti inconfessabili di compagnie multinazionali, spalleggiate dai rispettivi governi.
Questi soldati governativi in fuga raccontano di come i loro capi siano scappati con la cassa e li abbiano abbandonati
Parte della popolazione di Bukavu ha accolto i miliziani M23 festosamente. La gente è stanca, spossata, distrutta da anni di guerra e spera che con l’arrivo dell’invasore, in gran parte responsabile delle aggressioni degli ultimi tre anni, si possa iniziare a sognare di pace.
Bukavu città vuota
Il nostro stringer del capoluogo del Sud-Kivu ci ha fatto sapere ieri che al momento attuale si vedono pochi uomini in uniforme nelle vie della città: “Qui sono tutti spariti. Tranne alcuni soldati governativi che non sono ancora scappati. Stanno saccheggiando la città. Poi ci sono alcuni giovinastri che si sono impossessati delle armi abbandonate. Anche loro vagano per il centro abitato cercando di acciuffare quanto più possibile. Ora siamo in attesa delle prossime mosse dei ribelli”.
Situazione ancora confusa
La confusione regna sovrana nella parte orientale del Congo-K. Nel Nord-Kivu i ribelli e l’Alleanza del fiume Congo (della quale fa parte anche M23) hanno instaurato un governo parallelo a quello ufficiale.
L’Alleanza del fiume Congo (in francese Alliance Fleuve Congo) è una coalizione politico-militare di gruppi ribelli e partiti politici. Il leader dell’unione è Corneille Nangaa, ex presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente, che cerca di rovesciare il governo della Repubblica Democratica del Congo. Su Nangaa pende un mandato arresto internazionale, emesso dalla Corte militare di Kinshasa e Goma per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nonché per insurrezione.
Arrestato vice-governatore
Secondo alcune fonti, Romuald Ekuka Lipopo, vice-governatore del Nord-Kivu sarebbe stato arrestato. E’ accusato di aver abbandonato le proprie truppe durante l’attacco degli M23 a Goma, la notte del 27 gennaio. Tale incriminazione pende anche su altri ufficiali dell’esercito congolese.
Generale Ekuka Romualdo Lipopo
Va ricordato che le truppe governative congolesi (FARDC) sono mal equipaggiate e poco addestrate, mentre i ribelli hanno addirittura in dotazione autovetture americane di ultima generazione.
Saccheggi a Kinshasa
Ma anche nella capitale Kinshasa i problemi non mancano. Tanto che Daniel Bumba, governatore della provincia, ha promesso che chiunque minacci di turbare l’ordine pubblico e/o di attaccare le chiese cattoliche e protestanti nella capitale congolese domenica 16 febbraio, sarà perseguito.
Nella capitale sono iniziati pure i saccheggi nelle case dei dignitari e parenti del regime. Molte famiglie vicine al presidente Felix Tshisekedi sono state evacuate in Europa. Soldati e poliziotti di guardia stanno vendendo oggetti di valore e altri beni, sapendo che difficilmente i proprietari torneranno. Ma anche altri rapinatori armati sono già “al lavoro” e l’insicurezza colpisce anche coloro che abitano nelle vicinanze dei dignitari in fuga.
Ritorno del presidente
Il presidente congolese, che si trovava in Germania negli ultimi giorni, è rientrato a Kinshasa ieri. Seconda una breve nota della presidenza, il capo dello Stato non partecipa al vertice dell’Unione Africana a Addis Abeba come previsto inizialmente.
Un bambino soldato arruolato frettolosamente dai governativi
Escalation conflitto
Antonio Guterres è sempre più preoccupato della situazione in Congo-K. All’apertura del vertice dell’UA, il segretario generale dell’ONU ha sottolineato che bisogna assolutamente evitare una escalation regionale del conflitto.
Abusi sessuali
Minerali, potere, conquiste. A pagarne le conseguenze è la popolazione civile. Migliaia di morti, per non parlare di violenze e abusi contro gli abitanti.
Entrata a Bukavu dell’M23. Si notino i grandi veicoli militari, probabilmente dagli americani che li hanno in dotazione
Secondo UNICEF, nelle province del Sud- e Nord-Kivu del Congo-K molti minori sono stati vittime di violenze sessuali da parte di uomini armati coinvolti nel conflitto. I partner dell’Agenzia ONU hanno segnalato che in 42 strutture sanitarie i casi di stupro trattati nella settimana tra il 27 gennaio e il 2 febbraio si sono quintuplicati. Nel 30 per cento dei casi si è trattato di abusi sessuali su bambini. Tra le vittime ci sono anche maschietti. E come spesso accade, tali aggressioni vengono utilizzate come arma da guerra.
Il direttore esecutivo di UNICEF, Catherine Russell, ha lanciato un appello urgente affinché tali violenze cessino immediatamente.
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Reid Miller è andato in pensione dall’Associated Press,
come capo dell’ufficio di Seoul nel 1999.
In precedenza era stato il responsabile
dell’ufficio di Nairobi e ha seguito la guerra in Somalia
dal 1990 al 1994. E’ morto il 6 febbraio all’età di 90 anni.
Speciale per Africa ExPress Keith B. Richburg*
Washington, 14 febbraio 2025 (Original version in English at the end)
Quando sono atterrato per la prima volta a Nairobi nel 1991 e ho trovato la strada per il mio nuovo ufficio, il Washington Post Bureau, all’ultimo piano di un edificio fatiscente chiamato Chester House nel centro di Nairobi, ho incontrato un variopinto assortimento di colleghi giornalisti.
Erano spavaldi e avventurieri, vestiti con pantaloni kaki, gilet multitasche e stivali robusti, e potevano raccontarti storie infinite di sopravvivenza a incidenti aerei e di viaggi con gli eserciti ribelli mentre coprivano un continente spesso sotto copertura.
Festa per il 60° compleanno di Reid all’hotel Sahafi di Mogadiscio. Era il 1993. Da sinistra Phil Davies (BBC) Massimo Alberizzi (Corriere della Sera), Cynde Stand (CNN), Reid Miller (Ap), Donatella Lorch (New York Times)
La maggior parte di loro aveva tra i 20 e i 25 anni. Io mi sentivo il vecchio del gruppo, già sulla trentina e reduce da un incarico di quattro anni nel Sud-Est asiatico e da un anno sabbatico alle Hawaii.
Poi ho incontrato Reid Miller.
Reid aveva quasi cinquant’anni ed era un esperto che aveva seguito – ed era sopravvissuto – alle guerre di guerriglia in America Centrale negli anni Ottanta. Letteralmente sopravvissuto; fu uno dei pochi che si salvò dall’esplosione di una bomba durante una conferenza stampa di un leader della guerriglia nicaraguense in un campo base che uccise tre giornalisti e molte altre persone.
Reid non ne parlava molto, a meno che non glielo si chiedesse, e di solito davanti a una bottiglia di whisky. Era discreto riguardo alle sue avventure e fughe passate.
Quando incontrai Reid nell’ufficio dell’Associated Press, in fondo al mio corridoio, la prima cosa che mi colpì fu il suo aspetto elegante. Niente giacca safari per Reid. Indossava una camicia a maniche corte stirata, pantaloni di cotone leggero con una piega così netta da poterci tagliare la carta. E mocassini marroni perfettamente lucidati.
Era il capo dell’ufficio e si vestiva come tale. Ci sedemmo, lui fumò uno di quelli che sembravano una serie infinita di sigari sottili e tirò fuori da un cassetto della scrivania una bottiglia di whisky e due bicchieri.
Reid era della vecchia scuola.
Ci divertivamo a scambiarci storie di guerra: io gli raccontavo le mie imprese di copertura dei colpi di Stato e delle rivolte “popolari” in Asia, e Reid mi deliziava con le storie dell’America centrale. Lo trovavo in un certo senso uno spirito affine e mi piacevano il suo tono e i suoi modi sardonici e sobri. Reid non si vantava mai. Quando raccontava una storia divertente, di solito era lui il bersaglio della battuta.
Reid Miller al suo 60° compleanno all’Hotel Sahafi di Mogadiscio nel 1993, cigarillo sempre acceso
Il mio aneddoto preferito di Reid: la capitale del Nicaragua, Managua, aveva subito un terremoto devastante che aveva distrutto gran parte del quartiere centrale degli affari, rendendo difficile la navigazione.
Una volta Reid chiese indicazioni per l’ambasciata statunitense e la gente del posto gli disse di percorrere una certa strada e di cercare un grosso cane marrone che dorme sempre all’angolo: quella è la strada da prendere per l’ambasciata. Reid disse che alcuni anni dopo, quando tornò a Managua, seppe che il grosso cane marrone era morto. Ancora una volta aveva bisogno di indicazioni per l’ambasciata. Un abitante del luogo gli disse: “Vai dritto lungo la strada dove dormiva il grande cane marrone”.
Reid Miller con la collega Tina Susman rapita a Mogadiscio subito dopo il suo rilascio
Credo di aver raccontato questa storia più di Reid.
A volte poteva essere scorbutico, burbero, qualche volta scontroso (soprattutto se interrotto per una scadenza). Ma era un buon collega e i suoi molti collaboratori più giovani lo vedevano come un mentore e un maestro. Fin dal nostro primo incontro, ricordo che il mio pensiero da trentatreenne: “Spero di poter continuare a fare questo lavoro fino all’età di Reid Miller”.
Keith B. Richburg*
*Keith B. Richburg è un giornalista americano ed ex corrispondente estero che ha lavorato per oltre 30 anni per il Washington Post. Attualmente è professore di giornalismo presso l’Università di Princeton, mentre dal 2016 al 2023 è stato direttore del Journalism and Media Studies Centre dell’Università di Hong Kong. Dal febbraio 2021 è stato presidente del Club dei corrispondenti esteri di Hong Kong fino al maggio 2023. Keith Richburg è originario di Detroit, Michigan. Ha frequentato la Liggett School dell’Università del Michigan (BA, 1980) e la London School of Economics. È stato corrispondente estero del Washington Post nel Sud-Est asiatico dal 1986 al 1990, in Africa a Nairobi dal 1991 al 1994, a Hong Kong dal 1995 al 2000 e a Parigi dal 2000 alla metà del 2005. È stato redattore estero del Post e capo dell’ufficio di New York del Post dal 2007 al 2010. Dal 2009 al 2012 è stato corrispondente dalla Cina per il Post con sede a Pechino e Shanghai. Ha anche coperto le guerre in Iraq e Afghanistan, attraversando a cavallo l’Hindu Kush, un viaggio che ha raccontato nella sezione Style del Post. È autore di Out of America, che racconta le sue esperienze di corrispondente in Africa, durante le quali ha assistito al genocidio del Ruanda, alla guerra civile in Somalia e a un’epidemia di colera nella Repubblica Democratica del Congo. Il libro di Richburg ha suscitato polemiche nella comunità afroamericana a causa della critica percepita nei confronti degli africani.
Reid Miller is gone: a gentleman, a friend, an old-fashioned journalist
Africa Express Special Keith B. Richburg**
Washington, 14 February
When I first landed in Nairobi in 1991 and found my way to my new office, the Washington Post Bureau on the top floor of a rundown building called Chester House in downtown Nairobi, I met a colorful assortment of journalism colleagues. They were swashbucklers and adventurers clad in khaki pants, multi-pocketed vests and sturdy boots, and they could regale you with endless stories of surviving plane crashes and traveling with rebel armies while covering an often undercover continent.
Most of them were in their early or mid-20s. I felt like the old man of the group, already mid-30s and just off a four year assignment covering Southeast Asia and a year-long sabbatical in Hawaii.
Then I met Reid Miller.
Reid was in his late 50s, and an experienced hand having covered — and survived — the guerrilla wars of Central America in the 1980s. Literally survived; he was one of the few who walked away from a bomb blast at a press conference by a Nicaraguan guerrilla leader at a base camp that killed three journalists and several others. Reid didn’t talk about that much, unless you asked him, and usually over a bottle of whiskey. He was understated about his own past adventures and escapes.
When I met Reid in the Associated Press Office, at the end of the hallway from mine, what struck me first was how dapper he looked. No safari bush for Reid. He was in a pressed short sleeve shirt, wearing light cotton pants with a crease so sharp you could cut paper on it. And perfectly polished brown loafers. He was the Bureau Chief, and he dressed like it. We sat down, he smoked one of what was like an endless stream of thin cigarillos and pulled a bottle of whiskey and two glasses from a desk drawer.
Reid was old school.
We enjoyed trading war stories — me, telling him my exploits covering coups and “people power” uprisings in Asia, and Reid regaling me with stories of Central America. I found him a kindred spirit in a way, and I liked his sardonic, understated tone and manner. Never any braggadocio from Reid. When he told an amusing story, he was usually the butt of the joke.
My favorite Reid yarn; Nicaragua’s capital, Managua, had suffered a devastating earthquake that destroyed much of the central business district, making it difficult to navigate. Reid was once asking directions to the U.S. Embassy, and the locals told him to do down a certain street, and look for a big brown dog that always sleeps on the corner, and that’s the road to take to the embassy. Reid said some years later when he returned to Managua, he learned the big brown dog had died. He once again needed directions to the embassy. A local told him helpfully; Go straight down the road to where the big brown dog used to sleep….
I think I’ve now told that story more than Reid.
He could sometimes be cantankerous, curmudgeonly, a few times surly (especially if interrupted on deadline). But he was good colleague, and his many younger staff members saw him as a mentor and teacher. From our first meeting, I remember my 33-year-old self thinking; I hope I can still be doing this job as long as Reid Miller.
He retired as Bureau Chief in Seoul in 1999, and passed away Feb. 6 at age 90.
Keith B. Richburg**
**Keith B. Richburg is an American journalist and former foreign correspondent who spent more than 30 years working for The Washington Post. Currently serving as the Ferris Professor of Journalism at Princeton University, he was the director of the Journalism and Media Studies Centre of the University of Hong Kong from 2016 to 2023. From February 2021, he has been President of the Hong Kong Foreign Correspondents’ Club until May 2023. Keith Richburg is a native of Detroit, Michigan. He attended the University Liggett School, the University of Michigan (BA, 1980) and the London School of Economics (MSc. 1985) He served as a foreign correspondent for The Washington Post in Southeast Asia from 1986 until 1990; in Africa (Nairobi) from 1991 through 1994; in Hong Kong from 1995 through 2000; and in Paris from 2000 until mid-2005. He was Foreign Editor of The Post, and was chief of the New York bureau of The Post from 2007 until 2010. He was a China correspondent for The Post based in Beijing and Shanghai from 2009 to 2012. He also covered the wars in Iraq and Afghanistan, riding a horse partway across the Hindu Kush, a journey he chronicled in The Post’s Style section. He is the author of Out of America, which detailed his experiences as a correspondent in Africa, during which he witnessed the Rwandan genocide, a civil war in Somalia, and a cholera epidemic in Democratic Republic of Congo. Richburg’s book provoked controversy in the African American community[3] due to its perceived criticism of Africans.
Dal Nostro Esperto in Cose Militari Antonio Mazzeo
13 febbraio 2025
Il Regno del Marocco si conferma come il maggiore cliente arabo del complesso militare industriale di Israele.
Artiglieria ATMOS
Secondo quanto rivelato dal quotidiano franceseLa Tribune,le autorità militari di Rabat avrebbero sottoscritto con la grande azienda bellica Elbit Systems Ltd. (Haifa) un contratto per la fornitura di 36 semoventi ruotati di artiglieria ATMOS da 155 mm.
Artiglieria ATMOS dell’israeliana Elbit Systems Ltd
I sistemi di artiglieria saranno montati a bordo dei camion “Tatra” di produzione ceca, per potersi trasferire e spostare sui campi di battaglia con una velocità maggiore.
Sistema flessibile
“L’ATMOS o Autonomous Truck MountedHowitzer System è un sistema molto flessibile che consente di installare cannoni da 105 mm e 155/39 – 155/52 mm su telai di diversa provenienza, con cabina blindata per la protezione di equipaggio ed artiglieri”, ripota il sito specializzato Ares Difesa.
I sistemi di artiglieria ATMOS sono dotati di sofisticati apparati computerizzati di comando e controllo del fuoco che consentono il caricamento automatico in grado di erogare fino ad 8 colpi al minuto ed ingaggiare bersagli entro un raggio di circa 40 km.
I semoventi possono ospitare da due a sei militari di equipaggio. Gli ATMOS sono avio trasportabili da velivoli come i C-130 “Hercules” prodotti dal colosso statunitense Lockheed Martin.
Armi israeliane efficienti
Secondo quanto rivelato dal sito internet Army Recognition, la decisione marocchina di dotarsi del sistema israeliano sarebbe maturata a seguito di una serie di problemi tecnici riscontrati nel sistema di artiglieria semovente CAESAR, acquistati dall’azienda KNDS France nel 2022 per un importo di oltre 200 milioni di euro. “Da qui la necessità di individuare un’alternativa più affidabile ed efficiente come i cannoni di Elbit Systems”, spiega Army Recognition.
Utilizzato a Gaza
Il sistema ATMOS da 155 mm è impiegato dalle forze armate israeliane dal 2004 ed ha avuto purtroppo un ruolo di rilievo nelle sanguinose operazioni di bombardamento contro la Striscia di Gaza a partire del 7 ottobre 2023.
L’ATMOS è stato venduto pure alle forze armate di Azerbaijan, Botswana, Camerun, Colombia, Danimarca, Filippine, Romania, Ruanda, Thailandia, Uganda e Zambia.
Contratto milionario
“L’accordo tra le forze armate del Regno del Marocco ed Elbit Sistems, valutato in centinaia di milioni di dollari, sottolinea l’interesse crescente di Rabat verso la tecnologia militare di Israele e rafforza i legami nel settore difesa tra le due nazioni”, commenta il portale Israel Defense.
Terzo esportatore armi
Secondo il SIPRI, autorevole istituto internazionale di ricerca sui temi della pace di Stoccolma, lo Stato di Israele è divenuto il terzo esportatore di armi e apparecchiature militari al Marocco, conquistando una fetta del mercato pari al 10 per cento di tutte le acquisizioni del regno.
Visita a Rabat
Dopo la firma dei cosiddetti “Accordi di Abramo” tesi a normalizzare i rapporti diplomatici ed economici tra alcuni Paesi arabi e Tel Aviv, nel novembre 2021 il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz si è recato in visita ufficiale a Rabat per sottoscrivere un accordo di cooperazione bilaterale nel campo della difesa, dello scambio di informazioni di intelligence, della cooperazione industriale, dell’addestramento e della formazione militare.
Nel 2023 l’Aeronautica da guerra marocchina ha ordinato il sistema di “difesa” aerea e antimissile Barak MX prodotto dalle Israel Aerospace Industries (IAI) con una spesa di 540 milioni di dollari. Inoltre sono stati integrati a bordo dei cacciabombardieri F-5E una ventina di sistemi radar prodotti da un’altra grande azienda militare israeliana, Elta Systems.
Droni israeliani acquistati dal Regno del Marocco
Il Marocco si è rivolto ad Israele anche per dotarsi dei più avanzati sistemi aerei a pilotaggio remoto, poi impiegati contro gli indipendentisti nella Repubblica Araba Saharawi Democratica (l’ex Sahara spagnolo) che il regno occupa illegalmente dal 1976.
Acquisto droni
In particolare nel settembre 2022 le autorità marocchine hanno acquistato 150 droni WanderBe ThunderB dall’azienda Blue Bird Aero Systems (stabilimenti e quartier generale presso l’EmerHefer Industrial Park, distretto centrale di Israele).
Recentemente sarebbe stato espresso pure l’interesse di acquistare da BlueBird le nuove “munizioni vaganti”Spy X (loiteringmunition, anche note come droni kamikaze).
Sempre nel 2022 il Marocco ha acquisito il sistema anti-drone SkyLock Dome prodotto dalla compagnia SkyLock Systems Ltd. di Kefar Sava.
Satelliti IAI
Nel luglio 2024, in piena campagna genocida contro la popolazione palestinese di Gaza, il regno del Marocco ha ordinato a Israel Aerospace Industries – IAI due satelliti ad alta risoluzione OptSat-3000, che saranno messi in funzione nello spazio entro cinque anni. Il valore della commessa è superiore al miliardo di dollari.
“I satelliti venduti da IAI saranno in grado di operare in congiunzione con il sistema satellitare radar italiano denominato COSMO-SkyMed”, spiega il sito specializzato Israel Defense. E se lo affermano loro non c’è motivo di non credere all’ennesima connection Roma-Tel Aviv.
Antonio Mazzeo amazzeo61@gmail.com
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La volpe perde il pelo ma non il vizio. In Arabia Saudita continua l’accanimento contro la mano d’opera straniera e secondo il ministero degli Interni di Ryad alla fine di gennaio sono stati deportati 10mila lavoratori.
Arresti in tutto il Paese
Altri 21mila sono stati arrestati in tutto il Paese per violazioni delle leggi sulla residenza, reati legati alle leggi sul lavoro, arrivo illegale nel regno wahabita e quant’altro. Si tratta di lavoratori provenienti dall’Africa, Asia, ma anche da altri Paesi del Medioriente.
Arabia Saudita rimpatri forzati
E il giro di vite continua: il ministero ha riferito che altre 27.000 persone sono state indirizzate alle rispettive missioni diplomatiche per ottenere i documenti di viaggio, mentre per altre 2.300 si prospetta l’espulsione; le autorità saudite stanno preparando la necessaria documentazione.
Maggioranza etiopi
Durante le operazioni di rastrellamento delle ultime settimane, le forze di sicurezza hanno anche messo dietro le sbarre oltre 1.400 persone mentre erano in procinto di entrare illegalmente nel regno. La maggior parte sono etiopi (55 per cento), e poi (41 per cento) yemeniti. In 90 sono invece stati bloccati perché stavano tentando di lasciare il Paese senza autorizzazione. Le autorità hanno arrestato anche 18 persone sospettate di aver ospitato, trasportato o assunto cittadini stranieri privi di documenti.
Un “déjà vu”
Insomma una retata su larga scala, ma nulla di nuovo, era già successo in passato. Nel 2013 il provvedimento di espulsione aveva colpito 23mila etiopi. Anche nel 2023 migliaia – soprattutto donne – sono state rispedite a Addis Abeba.
Kafala
In parecchi Paesi arabi, molti lavoratori, specie per quanto riguarda i collaboratori domestici, viene ancora applicata la Kafala. Tale norma vincola la residenza legale alla relazione contrattuale con chi li ha assunti. Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro. Se un dipendente rifiuta, decide di abbandonare l’abitazione senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione.
Moderna schiavitù
Tale regolaequivale a una forma di moderna schiavitù. Per poter lasciare il Paese, tale meccanismo prevede un visto di uscita, per ottenerlo il datore di lavoro deve dare il suo benestare.
Riforme
Già alla fine del 2020 il regno wahabita aveva annunciato di voler modificare il sistema kafala, introducendo nuove leggi sul lavoro. Le riforme poi introdotte purtroppo si sono rivelate inadeguate e l’applicazione delle nuove norme non ha ancora ottenuto i risultati voluti. Così i lavoratori migranti continuino a subire gravi abusi dei diritti umani. A tutt’oggi le regole difficilmente vengono applicate ai più vulnerabili e meno protetti, come collaboratori domestici, autisti, agricoltori, pastori e guardie di sicurezza.
Malgrado le problematiche e i gravi rischi che corrono i migranti, alla fine dello scorso anno il governo del Kenya aveva invitato giovani donne a candidarsi come tate in Arabia Saudita.
Migranti fragili a rischio
Spesso la mano d’opera straniera è costretta a lavorare molte più ore di quanto stabilito e capita anche che il salario sia inferiore rispetto agli accordi. E come succede spesso, molti restano persone a rischio detenzione, se considerati irregolari. E le prigioni saudite non sono proprio un albergo a 4 stelle. Qualche anno fa, alcuni etiopi avevano riferito a Amnesty International di essere stati picchiati e torturati con cavi e bastoni di metallo.
Viaggio spesso mortale
Gran parte dei migranti provenienti dal Corno d’Africa affronta un viaggio pericoloso per poter raggiungere l’Arabia Saudita. Molti si imbarcano a Obock (nel nord-est di Gibuti), ma prima di raggiungere la città portuale, da dove partono molti natanti (gestiti dai trafficanti) diretti verso lo Yemen, devono attraversare lande deserte e impervie, caldissime.
Non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, nel triangolo di Afar, che si trova a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta il punto più basso del continente africano. Muoiono di stenti, fame e sete.
Altri annegano durante la traversata. Una volta giunti in Yemen, sconvolto da una feroce guerra civile, rischiano di essere fermati dalle autorità yemenite mentre tentano di attraversare il Paese e vengono rinchiusi in centri di detenzione più che improvvisati.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 11 febbraio 2025
La parola d’ordine di Pechino è: “Una sola Cina”. È diventata un mantra che il presidente cinese Xi Jinping ripete in ogni occasione. Gli serve per non far dimenticare ai Paesi sotto la sua influenza economica che Taiwan appartiene alla Cina.
L’ultimatum
L’ultimo caso sulla questione riguarda il Sudafrica che si trova nella situazione di dover “bullizzare” Taipei per conto di Pechino. Dopo una lettera dello scorso ottobre, a fine di gennaio, il Dipartimento per le Relazioni Internazionali e la Cooperazione (Dirco) del Sudafrica ha dato l’ultimatum all’Ufficio di collegamento di Taiwan.
Entro fine marzo l’ambasciata de facto di Taipei dovrà lasciare la capitale amministrativa sudafricana, Pretoria, e andare a Johannesburg. Ma viene anche declassata a Ufficio commerciale.
Da sin. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e il presidente cinese Xi Jinping
La risposta di Taiwan
Il 2 febbraio, dal Ministero degli Esteri taiwanese (MOFA), è arrivata la risposta al Dirco. “Il MOFA ribadisce che il governo di Taiwan rimane fermo nel suo rifiuto di accettare la violazione unilaterale del governo sudafricano dell’accordo bilaterale. Taiwan continuerà a comunicare con il Sudafrica sui principi di parità e dignità”.
Lin Chia-lung, ministro degli Esteri di Taiwan si è rifiutato di spostare la sede diplomatica a Johannesburg. Al parlamento del suo Paese ha dichiarato: “Il nostro ufficio è ancora in funzione e rimarrà nella capitale”.
South Africa-Taiwan Amity Association (Courtesy Taipei Liaison Office in the Republic of South Africa)
No entry al ministro sudafricano
Il recente viaggio a Taiwan di Ivan Meyer, politico di Alleanza Democratica, secondo partito sudafricano, non è per niente piaciuta alla Cina. Infatti il parlamentare, ministro dell’Agricoltura e Turismo della Provincia del Capo Occidentale sudafricano è oggi bandito dalla Cina.
A Meyer e la sua famiglia è stato vietato l’ingresso nella Repubblica Popolare Cinese, Hong Kong e Macao, oggi territori appartenenti alla Cina. Taiwan sostiene che Pechino voglia “punire” tutti coloro che hanno rapporti con l’Isola che considera suo territorio.
The South African government is making a grave mistake by caving to Beijing’s demands.
Il post su X, dell’ottobre scorso, del senatore USA Marco Rubio
“Bullismo diplomatico”
La questione tra Taipei e Pretoria hanno mosso anche Marco Rubio prima del suo incarico come segretario di Stato di Donald Trump. Su X, Rubio ha scritto: “Il governo sudafricano sta commettendo un grave errore cedendo alle richieste di Pechino. Il Sudafrica non dovrebbe essere vittima delle tattiche di bullismo diplomatico della Cina comunista”.
“Una sola Cina”
La pressione cinese su Pretoria è un altra tessera del puzzle che Pechino continua a inserire con arrogante insistenza riguardo a Taiwan. Il 5 febbraio, pochi giorni dopo l’ultimatum sudafricano contro la rappresentanza diplomatica di Taipei, il leader cinese Xi Jinping ha visitato il Kirghizistan. In una dichiarazione congiunta di Xi Jinping e Sadyr Japarov, presidente kirghiso, si afferma: “Taiwan è una parte inalienabile della Cina”.
Stesso copione nel giorno seguente. Il presidente cinese, il 6 febbraio, era in visita a Brunei dove ha incontrato il sultano Haji Hassanal Bolkiah Mu’izzaaddin Waddaulah. Le due parti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sulla cooperazione Cina-Brunei. Anche qui stesso mantra che l’Isola è una parte inalienabile della Cina.
La parola d’ordine “Una sola Cina” sta passando in tutti i Paesi che cooperano con il Dragone. Chi non si adegua sarà penalizzato.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
10 febbraio 2025
Gli Stati dell’AES, Alleanza degli Stati del Sahel (Burkina Faso, Mali e Niger) sono ufficialmente usciti da ECOWAS (acronimo inglese per Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentali) mercoledì 29 gennaio 2025. Ouagadougou, Niamey e Bamako, governati da giunte militari di transizione dopo i colpi di Stato, avevano già manifestato un anno fa la loro ferma volontà di voler abbandonare l’organizzazione regionale. Ma secondo lo statuto di ECOWAS devono trascorrere 12 mesi per rendere effettivo il ritiro.
Gli Stati di AES (Mali, Burkina Faso, Niger) escono da ECOWAS
Fedeli al CFA
I tre Paesi sono però rimasti “fedeli” a UEMOA (Unione economica e monetaria ovest-africana), organizzazione internazionale che comprende 8 Stati africani (Mali, Burkina Faso, Niger, Benin, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Togo, Senegal), creata per promuovere l’integrazione economica tra quelli che condividono una moneta comune, cioè il CFA, garantita dal franco francese e quindi dall’euro.
Per ora gli abitanti locali sperano in svolte economiche e politiche positive in seguito all’uscita da ECOWAS. Quest’ultima ha comunque chiarito che la sua porta rimane aperta qualora i Paesi dell’AES dovessero avere dei ripensamenti in futuro.
Nuovo passaporto
Le questioni aperte e ancora da risolvere tra ECOWAS e gli Stati saheliani restano ancora parecchie. Intanto le autorità di transizione militare hanno subito emesso un nuovo passaporto con la menzione AES, anche se i vecchi documenti di viaggio dell’organizzazione regionale saranno ancora validi fino alla loro scadenza.
Ibrahim Traoré, presidente del Burkina Faso, riceve il primo passaporto AES
L’introduzione del nuovo passaporto rappresenta un primo passo verso una più stretta cooperazione tra i tre Stati saheliani. E Ibrahim Traoré, capo dello Stato del Burkina Faso, è stato il primo a ricevere il nuovo documento valido per l’espatrio.
Contingente anti-terrorista
E per contrastare i jihadisti, i tre presidenti delle giunte militari – Ibrahim Traoré (Burkina Faso), Assimi Goïta (Mali) e Abdourahamane Tchiani (Niger) -hanno deciso di formare un nuovo contingente di 5000 militari composto dalla forze armate dei tre Paesi.
Cooperazione militare Mali – Senegal
Nei giorni scorsi Birame Diop, ministro della Difesa del Senegal si è recato a Bamako dove ha incontrato il suo omologo maliano, Sadio Camara. I colloqui si sono protratti per due giorni. I due ministri sono pronti ad avviare una più intensa collaborazione sul piano della sicurezza.
Senegal e Mali condividono una frontiera lunga oltre 400 chilometri e hanno parecchi problemi in comune. Tra gli altri lotta contro il terrorismo e l’estremismo violento, criminalità transfrontaliera, traffici illeciti e reti criminali. “Tutto ciò – ha sottolineato Diop – ci impone di unire i nostri sforzi”.
Terroristi senza freni
Intanto gli attacchi dei terroristi continuano senza sosta. L’ultimo risale a venerdì scorso in Mali, dove un convoglio scortato da militari governativi (FAMa) e mercenari di Wagner è stato assalito a pochi chilometri dal villaggio di Kobe. Era diretto a Ansongo, nel nord del Paese. La colonna era composta da 22 minibus, 8 camion, sei pullman grandi e una decina di autovetture.
Mali: attacco dei jihadisti a convoglio, scortato da militari e mercenari di Wagner
Uomini armati sono spuntati da entrambi i lati della strada e hanno aperto il fuoco contro il convoglio, sparando contro civili, militari e mercenari, uccidendo una trentina di persone e ferendone molti altri. Cinque camion sono stati incendiati, mentre le altre vetture sono poi ripartite senza aver subito danni.
I civili feriti sono stati portati all’ospedali di Gao, mentre i soldati e i russi sono stati trasportati al centro medico militare di Sévaré.
Secondo un testimone locale, i viaggiatori erano per lo più minatori, molti tra loro stranieri, che stavano andando verso il giacimento d’oro artigianale di Intahaka, non distante dal Niger, nella zona del tre frontiere (Mali,Niger, Burkina Faso). L’area di Ansongo è spesso teatro di attacchi dei terroristi del gruppo Stato Islamico del Grande Sahara (EIGS). Finora l’agguato non è stato ancora rivendicato.
Dal canto suo lo Stato maggiore delle forze armate ha parlato di 25 civili morti e di altri 13 feriti, mentre i soldati di FAMa avrebbero ucciso almeno 19 terroristi.
Attacchi a postazioni militari
Altre stragi anche in Burkina Faso. Finora però nessuna conferma o smentita dal regime di Ouagadougou. Domenica, 2 febbraio, i jihadisti di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), secondo quanto riferito da testimoni del luogo, hanno attaccato diverse postazioni militari a Djibo, nella provincia di Soum, nel nord del Paese, uccidendo venti persone tra militari e volontari per la Difesa della Patria (VDP, ausiliari civili dell’esercito). I terroristi hanno poi rivendicato gli attacchi.
D’altronde la città di Djibo, capoluogo della provincia di Soum, è sotto assedio di JNIM da tempo. Molti abitanti sono fuggiti lo scorso settembre in seguito all’ultimatum lanciato dai jihadisti affiliati a Al-Qaeda, di lasciare la città.
Violenze dell’esercito
Piovono anche nuove accuse sull’operato dell’esercito burkinabé. Testimoni raggiunti dai reporter di RFI hanno riferito che il 28 gennaio scorso i militari, appena arrivati a Koulango, nei pressi di Titabe, nel nord-est della ex colonia francese, hanno interrogato gli abitanti girando casa per casa e ucciso 23 persone.
Poche ore più tardi la stessa scena si è ripetuta a Tioutibe, sempre nella regione di Titabe. Secondo fonti contattate da RFI, tra le vittime ci sarebbero uomini, donne e persino neonati.
Violenze commesse dai militari nei confronti della popolazione non sono nuove nel Paese. Fatti simili sono già accaduti in altre zone del Burkina Faso, documentati dettagliatamente in un rapporto di Human Rights Watch, pubblicato nell’aprile dello scorso anno.
Via Croce Rossa dal Niger
E dopo aver dato il benservito ai militari francesi e al contingente USA, ora il regime di Niamey ha messo alla porta anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Le autorità non hanno fornito alcuna motivazione per questa decisione. Il governo ha semplicemente emesso una nota verbale per chiedere la chiusura degli uffici del CICR – presente nel Paese da ben 35 anni – e il rimpatrio immediato del personale straniero presente sul territorio.
Comitato Croce Rossa Internazionale espulso dal Niger
Un déjà vu. Meno di tre mesi fa anche la ONG francese ACTED e al suo partner nigerino APBE hanno dovuto chiudere i battenti. Nel 2020 sono stati uccisi 8 operatori umanitari della ONG – 2 nigerini e 6 cittadini d’oltralpe – in un agguato teso da un gruppo terrorista nel parco delle Giraffe, che dista solo una sessantina di chilometri dalla capitale.
E a proposito di attenzione mediatica ai fatti mediorientali, la Francia ha risposto con un appello dei suoi scienziati, che stanno boicottando fondi e aiuti dalla Russia, come d’altronde anche quelli provenienti da Israele.
Scienziati francesi
Mediapart ospita infatti un sollecito di interruzione di qualsiasi collaborazione scientifica. Il documento è stato firmato da 500 scienziati e ricercatori delle Università di Francia, CNR, Inrae, Cirad, Ird, Ined, Inria. L’invito al rifiuto dei fondi è stato sottoscritto anche da molte associazioni e ONG per condannare il genocidio in corso nei Territori occupati e le multiple violazioni del diritto internazionale commesse dallo Stato di Israele.
Intanto in Israele circola un video che fa discutere e commuovere. Si tratta di uno smanettatore israeliano, un John Lennon d’Oriente, a regalarci con l’intelligenza artificiale un’idea di che cosa potrebbe essere il Medio Oriente senza più guerre.
Immaginare confini senza filo spinato da Sof Tov di Yoni Bloch
Si chiama Yoni Bloch e da alcuni anni ha creato una società con sede a New York e Tel Aviv per produrre video-musica in cui gli utenti possono intervenire cambiando le storie e persino il finale. Ma così non succede nella sua “Imagine” che si chiama Sof Tov (Felice Finale): è già una storia positiva e sta spopolando in Israele.
Si vedono ostaggi tutti liberati, autostrade che passano in territori palestinesi, auto che entrano in Siria e Libano dove non ci sono più confini spinati. L’ufficio di reclutamento dell’esercito ha chiuso e i fucili sono sotto chiave in una gabbia, pronti per essere rottamati. Si vede un’Unione del Medio Oriente e un treno bianco e rosso che porta gli israeliani fino in Egitto, senza alcun controllo. Il treno tocca anche Beirut e arriva a Damasco come ai vecchi tempi.
Un treno israeliano che arriva alle piramidi – il video di Yoni Bloch
Si vedono all’aeroporto Ben Gurion anche i voli per Teheran e abbracci di atleti e la Coppa del Mondo in cui si qualifica anche Israele. “Il video è un po’ esagerato e un po’ reale – ha detto Bloch a Canale 12, emittente israeliana – Lo scopo della canzone non è descrivere la realtà ma ricordare alla gente che non deve smettere di sognare”. Per vederlo integralmente: https://www.youtube.com/watch?v=erLAgHIP6UM
La notizia precede la dichiarazione del presidente americano, Donald Trump, del 4 febbraio sulla ricostruzione di Gaza, con “i palestinesi che andranno a vivere in Egitto o Giordania”. Sulla sparata di Trump ci sono una ridda di congetture: il suo entourage dice che era totalmente all’oscuro di questo progetto. Ma la tempistica sulla ricerca dei contractors ci fa pensare altrimenti.
Certo nella società israeliana si è creata una spaccatura. Questo scampolo di prima tranche di tregua ha dato ancor più spazio alle voci dei familiari degli ostaggi che ormai sono diventati una specie di sinistra del Paese. Mancano ancora nomi di ostaggi da rilasciare, persone che sarebbero nelle mani di Hamas e sui quali non ci sono ancora trattative in corso e quindi aumentano le pressioni dei familiari. La madre di due di loro, Sylvia Cunio, ha passato giornate davanti alla stanza del primo ministro a Gerusalemme.
A questo proposito e sulla militarizzazione della società israeliana è certo interessante ascoltare l’intervista al direttore esecutivo di B’Tselem, una ONG che monitora i Territori occupati e Gaza e il livello di sopraffazione cui sono quotidianamente sottoposti i palestinesi. Ecco qui Yuli Novak, intervistata da Fatima Bhutto di Al Jazeera.
Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, a destra, con il presidente USA, Donald Trump
Netanyahu non ha nessuna intenzione di ritirare l’esercito da Gaza e dal corridoio di Philadelphi, al confine con l’Egitto, come sarebbe previsto dalla seconda fase dell’accordo (che inizia lunedì 10 febbraio), ma piuttosto vuole rilanciare la guerra contro Hamas. Secondo Haaretz, quotidiano israeliano, il premier ne avrebbe discusso con Trump in occasione della sua vista a Washington.
Intanto si acuiscono i problemi economici di Israele. A fine marzo il governo Netanyahu sarà anche tenuto a redigere il bilancio.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Malindi, 6 febbraio 2025
English translation at the end
Un’importante testimonianza di enorme valore storico a Malindi rischia di scomparire, ingoiata dal cemento. E Africa Ex-Press lancia una petizione per salvarla.
Chi pensa che Malindi sia solo sole, mare, cielo azzurro si sbaglia. Nella città costiera keniota ci sono anche dei gioiellini storici che val la pena di visitare, giusto per far qualcosa di culturale e non solo di ludico.
Per esempio, è interessante una visita alla piccola cappella costruita nel 1502 dai membri dell’equipaggio portoghese che accompagnò Vasco de Gama nel suo secondo viaggio verso le Indie.
La piccola cappella di Vasco de Gama che sta per essere sommersa da una palazzina di cemento
Certo, non crediate di trovare affreschi o immagini come nelle chiese europee o etiopiche. Il valore di quella cappella è prevalentemente storico. E’ il primo edificio cristiano costruito in Africa orientale dove già per altro esistevano moschee, giacché quella costa del continente faceva parte del sultanato di Zanzibar, a sua volta tributario del sultano dell’Oman.
Il piccolo gioiellino storico è stato preservato nei secoli e in questi anni sottratto agli appetiti di chi voleva abbatterlo per costruire un edificio residenziale. Ora però, come si vede dalle immagini, rischia di venire ingoiato dal cemento di una palazzina che un’azienda cinese gli sta costruendo accanto. La sua destinazione è una sorta di mercato del pesce o un laboratorio per la lavorazione del pescato.
Al di là della legittima domanda “Chi gli ha dato i permessi necessari?” (la cui risposta è scontata in un Paese ad alto tasso di corruzione, ndr) la parte più sensibile della popolazione di Malindi, è insorta, si è rivolta ai giudici che hanno bloccato i lavori.
Ma i pescatori di Malindi, aizzati dai cinesi (probabilmente anche con cospicui versamenti di denaro), hanno risposto raccogliendo firme per invitare i magistrati a ribaltare la loro decisione.
Tra gli indignati contro questo mostro Franco De Paoli, chargé d’affaire dell’Ordine di Malta in Kenya, che ha mobilitato l’ambasciatore del Portogallo, il vescovo di Malindi, Willybar Lagho, la direttrice del museo di Malindi, Doris Kamuye, il nunzio apostolico in Kenya, vanMegen, il rappresentante dell’UNESCO e altre personalità politiche e del mondo diplomatico del Kenya. Tutti a difesa della piccola perla di Malindi.
Massimo A. Alberizzi X: @malberizzi massimo.alberizzi@gmail.com
An important landmark of enormous historical value in Malindi is in danger of disappearing, swallowed by concrete. And Africa Ex-Press launches a petition to save it.
Those who think Malindi is just sun, sea, and blue skies are wrong. There are also historical gems in the Kenyan coastal city that are worth visiting, just to do something cultural and not just playful.
For example, it can be important a visit to the small chapel, built in 1502 by members of the Portuguese crew that accompanied Vasco de Gama on his second voyage to the Indies.
While the curch does not have frescoes or images it has an important historical value. It is the first Christian building built in East Africa where, by the way, mosques already existed, since that coast of the continent was part of the Sultanate of Zanzibar, itself a tributary of the Sultan of Oman.
The little historic gem has been preserved over the centuries and in recent years rescued from the appetites of those who wanted to tear it down to build a residential building now, however, as can be seen from the pictures, it is in danger of being swallowed up by the concrete of a building that a Chinese company is building next to it. Its intended use is as a kind of fish market or a workshop for processing the catch.
Beyond the legitimate question “Who gave him the necessary permits?” (the answer to which is a foregone conclusion in a country with a high rate of corruption, ed.) the most sensitive part of the population of Malindi rose up and turned to the judges who stopped the work.
But the fishermen of Malindi, egged on by the Chinese (probably also with hefty payments of money), responded by collecting signatures urging the magistrates to overturn their decision.
Among those outraged against this monster Franco De Paoli, chargé d’affaire of the Order of Malta in Kenya, who mobilized the ambassador of Portugal, the bishop of Malindi, the director of the Malindi museum, and other political and diplomatic figures in Kenya. All in defense of the little pearl of Malindi.
Massimo A. Alberizzi X: @malberizzi massimo.alberizzi@gmail.com
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