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Lieto evento in casa Alberizzi: è nata a Milano Mariblu Angela

Africa ExPress
Milano, 22 luglio2025

 Nella clinica Mangiagalli di Milano è nata questa mattina alle 7:22 Mariblu Angela Alberizzi, figlia di Misha Alberizzi, (figlio a sua volta di Massimo, direttore di Africa ExPress, e della giornalista Simona Fossati) computer engineer (ingegnere informatico) nella sede dell’ONU di Montreal in Canada, e della gentile consorte Nicole Pagani.

La piccola, che pesa 3,220 chilogrammi ed è alta 48,5 centimetri, e la sua mamma sono in ottime condizioni di salute. A lei, ai suoi genitori e al suo fratellino Martin e alla sorella più grande Marahja, i più fervidi auguri della redazione e dalla grande famiglia di Africa ExPress.

https://www.africa-express.info/2016/05/11/13377/

Sudan, una guerra caduta nell’oblio: così si continua morire sotto le bombe e di fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 luglio 2025

Il Sudan, teatro della più grande crisi umanitaria del momento con oltre 11 milioni tra sfollati e persone che hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, è una guerra ampiamente oscurata per conflitti e tensioni politiche in altre parti del mondo.

Dall’inizio della guerra civile si stima che siano morte oltre 150 mila persone, ma probabilmente sono molte di più. A tutt’oggi non si vedono spiragli di pace all’orizzonte. E gli scontri, iniziati nell’aprile 2023 tra le Rapid Support Forces (RFS) capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti,” e le forze armate sudanesi (SAF) di Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, leader del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, proseguono senza sosta. Il conflitto viene implementato anche “grazie” a svariati attori esterni, come Emirati Arabi Uniti, Libia e non solo.

Nuove sanzioni UE

Venerdì scorso il Consiglio Europeo ha adottato un nuovo pacchetto di sanzioni nei confronti di due personaggi e di due compagnie legate alle parti in causa. Si tratta di due comandanti militari, uno legato a SAF e l’altro alle RFS.

Abu Aqla Mohamed Kaikal in passato aveva disertato dalle RSF per poi unirsi a SAF nel 2024. È stato governatore dello Stato di Jazeera dopo la presa di potere dei paramilitari. E’ ritenuto responsabile di aver preso di mira i Kanabi, un gruppo storicamente emarginato, durante il periodo in cui è stato a capo delle Sudan Shield Forces (raggruppamento armato che combatte con i governativi).

Mentre Hussein Barsham ha svolto un ruolo di primo piano nelle operazioni delle RSF che hanno portato ad atrocità di massa, tra cui uccisioni mirate, violenze etniche, sfollamenti e violenze contro i civili, in particolare nel Darfur.

Le due società colpite dalla scure di Bruxelles sono Alkhaleej Bank e Red Rock Mining Company. La prima è in gran parte di proprietà di società legate ai membri della famiglia di Hemetti e svolge un ruolo essenziale nel finanziamento delle operazioni delle RSF.

La Red Rock Mining Company, la cui società madre è già sotto sanzioni USA, UE e GB, è accusata di agevolare la produzione di armi e veicoli per SAF. Il settore minerario è particolarmente importante perché alimenta il conflitto in Sudan. I giacimenti sono spesso collegati a zone di guerra e rappresentano siti strategicamente rilevanti per le parti in conflitto.

Le sanzioni dell’UE comprendono congelamento di beni e quello di fondi o risorse economiche. Inoltre, alle persone è stato vietato anche l’ingresso nei Paesi dell’Unione europea.

Massacro di civili

Intanto a metà luglio un gruppo di avvocati per i diritti umani sudanesi ha accusato i paramilitari di aver razziato e incendiato villaggi nello Stato del Nord Kordofan e di aver ucciso quasi 300 persone, tra cui bambini e donne incinte.

Sudan: RFS nuova offensiva contro civili inermi in Kordofan

I legali hanno riferito ai reporter di al-Jazeera che nel villaggio di Shag Alnom, più di 200 persone sono state massacrate, bruciate vive nelle loro case o fucilate. In altri piccoli comuni vicini sono stati uccisi altri 38 civili e decine sono stati rapiti. Il giorno seguente, sempre secondo gli avvocati, è stato attaccato anche il centro abitato di Hilat Hamid dove si è consumato un altro bagno di sangue: 46 abitanti ammazzati, tra loro anche bambini e donne incinte.

Va precisato che nei diversi villaggi colpiti dalla furia dei paramilitari non erano presenti obiettivi militari. E secondo OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti) dopo i sanguinosi attacchi, oltre 3.000 persone hanno lasciato le proprie case.

Morti nel deserto durante la fuga

E non capita di rado capita che chi fugge trova situazioni peggiori di quelle cha ha lasciato. Proprio in questi giorni 17 sfollati sono morti durante la fuga nel deserto. Avevano intrapreso il viaggio a Tina, nel Darfur, al confine con il Ciad, con la speranza di raggiungere Ad-Dabba nel Northern State del Sudan. La triste sorte degli sfollati è stata confermata da Abdul Rahman Ali Khairi, Humanitarian Aid Commissioner della regione. I sopravvissuti, tra loro anche 10 donne e 13 bambini, sono stati traferiti all’ospedale militare di Dongola.

Hiam Omar, funzionario dello Stato per lo sviluppo dell’infanzia, ha precisato che alcuni degli sfollati sono stati aggrediti dalla RSF subito dopo aver lasciato Tina.

Espulsioni di massa dalla Libia 

Mentre venerdì, l’Agenzia per la lotta all’immigrazione clandestina di Bengasi ha annunciato che le autorità della parte orientale della Libia hanno espulso più di 700 migranti sudanesi.

Secondo AP i poveracci sarebbero stati rispediti in patria perché affetti da malattie contagiose, come epatite, AIDS. Mentre altri tra i settecento deportati avrebbero alle spalle condanne penali importanti o sarebbero stati mandati fuori dal Paese per “motivi di sicurezza”.

Non è la prima volta che la Libia organizza espulsioni di massa di sudanesi. L’ultima risale allo scorso maggio. Secondo l’UNHCR, ben 500 fuggitivi sarebbero stati spediti da Al Kufra verso la zona di confine tra Sudan, Ciad e Libia. Il gruppo sarebbe stato poi “accolto da personale militare e di sicurezza dell’ex protettorato anglo-egiziano”.

Combattimenti nel Darfur settentrionale

Intanto continuano i combattimenti tra le due fazioni a al-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, l’unico feudo rimasto ancora sotto controllo dei governativi nella regione. Da mesi la città è costretta a vivere sotto bombe e pallottole. Gran parte della popolazione è fuggita, gli ospedali sono praticamente tutti distrutti e i convogli con aiuti umanitari sono regolarmente sotto attacco. Mancano i beni di prima necessità e, secondo l’ONU, il 40 per cento dei bimbi sotto i cinque anni ancora presenti in città soffrono di malnutrizione acuta. A al-Fasher lo stato di carestia è stato proclamato già alcuni mesi fa.

Sudan: i bimbi defraudati del loro futuro, le prime vittime di questa guerra

E sono proprio i bambini le prime vittime di questo assurdo conflitto. Oltre al cibo, mancano anche i vaccini. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il Sudan è il Paese dove viene effettuato il minor numero di immunizzazioni a livello globale. Fino al 2022 (prima dell’inizio della guerra) il 90 per cento dei bambini sudanesi veniva sottoposto a vaccinazioni di routine, mentre ora si sono ridotte al 48 percento, perché il sistema sanitario è al collasso.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Sudan inferno in terra: guerra senza sosta da Khartoum al Darfur

Ai ribelli del Sudan armi cinesi via Emirati: e Khartoum rompe i rapporti diplomatici

Gaza: la strategia israeliana dei corpi smembrati per distruggere l’identità di un popolo

Speciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
Milano, 19 luglio 2025

Eliminare un popolo significa distruggere la sua identità, farla a pezzi e impedire alle vittime del genocidio di ricostruirla. I corpi palestinesi smembrati dalle bombe israeliane descrivono il reale obiettivo della politica del governo sionista: non lasciare traccia della loro esistenza.

“I palestinesi, però, hanno creato una nuova forma di resistenza alla pulizia etnica”, ha raccontato, in collegamento da Gerusalemme Est, Nadera Shalhoub-Kevorkian, intellettuale femminista palestinese, durante un incontro alla Casa delle Donne di Milano, giovedì 17 luglio scorso.

Collegamento da Gerusalemme Est con Nadera Shalhoub-Kevorkian, durante l’incontro del 17 luglio

Esperta in criminologia e studi sul genocidio, ha spiegato come i palestinesi – davanti ai resti dei propri cari – non si arrendono alla ricerca di qualcosa che possa ricostruire l’identità dei loro corpi smembrati. “In una fossa comune senza tombe e senza nomi, tra pezzi di carne lacerati avvolti da sacchi di plastica, anche un oggetto personale come la stoffa di un indumento può restituire il volto di una madre”, ha sottolineato la criminologa palestinese.

Una resistenza all’ideologia colonialista che tenta di indebolire l’identità del popolo colonizzato riducendo il corpo delle vittime in un’arma di distruzione: “Chi non muore sotto le bombe viene imprigionato nelle carceri israeliane dove le malattie, come la scabbia, vengono trasmesse attraverso il contatto fisco. Una strategia, anche questa, che ha come obiettivo la disgregazione”, sono le parole di Nadera Shalhoub-Kevorkian. I palestinesi, però, resistono al contagio e non smettono di cercarsi per restare uniti.

La locandina dell’incontro alla “Casa delle donna” con i relatori Nadera Shalhoub-Kevorkian e Ashraf Kagee

Il popolo palestinese è infatti percepito come un corpo unico, sia dai palestinesi stessi che dall’intera comunità internazionale. Se la Palestina non esiste come Stato sovrano, esiste come identità nazionale “che sta combattendo non solo per se stessa ma per tutto il mondo”, ha aggiunto Nadera Shalhoub-Kevorkian.

Con lei era presente anche Ashraf Kagee, psicologo sudafricano che ha lavorato molti anni a Gaza: “I palestinesi stanno resistendo al colonialismo economico capitalista perpetuato dai bianchi a partire dal genocidio sperimentato tra l’altro dai nativi americani. Non potrebbero fare quello che stanno facendo senza il supporto degli alleati occidentali”, ha affermato. Subito dopo ironizzando ha aggiunto: “La disumanizzazione dei popoli non bianchi è legittimata da guerre di ‘civilizzazione’ che l’uomo bianco ‘civilizzato’ si arroga il diritto di dover combattere per il bene del mondo intero”.

Gaza: fosse comuni per i cadaveri smembrati, non identificati

La strategia dello smembramento riflette la disgregazione delle classi sociali “che il sistema capitalista produce”, ha spiegato Ashraf Kagee. Dal punto di vista psicologico, però, quello che sta accadendo a Gaza richiede “un nuovo vocabolario perché i termini che utilizziamo non sono sufficienti per descrivere la realtà”, ha sottolineato.

“I palestinesi non devono avere la responsabilità di resistere al colonialismo economico capitalista per tutto il resto del mondo”, ha commentato infine Nadera Shalhoub-Kevorkian. “Anche gli occidentali possono farlo continuando a informarsi. Devono studiare, manifestare e non smettere mai di parlare”, hanno concluso entrambi.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
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Lotta contro il tempo per impedire che la Siria precipiti nell’anarchia

NEWS ANALYSIS
Giovanni Porzio
di ritorno da Damasco, 19 Luglio 2025

Quanto contano i simboli per i popoli del Medio Oriente? Me lo chiedevo alcuni mesi fa ad al-Qrayya, un polveroso villaggio siriano una ventina di chilometri a sud di Suwaida, mentre assistevo alle celebrazioni in onore di Sultan Pasha al-Atrash, condottiero dei Drusi durante la rivolta antifrancese del 1925.

Una grande folla si accalcava nella tomba-santuario del leader scomparso nel 1982: inni patriottici e sventolio di vessilli drusi, uomini a cavallo di scalpitanti giumente arabe, miliziani armati delle brigate di autodifesa, giovani donne nel costume tradizionale. Gli anziani con il fez, l’abito scuro, gli stivaloni e i lunghi baffi ricurvi parevano usciti da un vecchio dagherrotipo.

La immagini dell’Associated Press riprendono gli scontri dei gnomi scorsi tra drusi e beduini

I capi religiosi, volti antichi incorniciati da fluenti barbe bianche, incutevano rispetto. I discorsi finivano tutti con lo slogan reso celebre da Sultan Pasha: ad-din li-llah wa al-watan li-jami, la religione è per Dio, la patria è per tutti.

Drusi in allarme

Non era uno slogan casuale. Da quando l’ex jihadista Ahmed al-Sharaa ha conquistato il potere a Damasco, i drusi sono in allarme. Temono che il nuovo regime, nonostante i proclami inclusivi e la dichiarata volontà di salvaguardare le diversità culturali di cui è composto il mosaico siriano, possa privarli dell’autonomia di cui sono fieri e tenaci assertori.

Si sentono tra due fuochi: da una parte il governo che tenta faticosamente di estendere la propria autorità su un Paese frammentato, lacerato da divisioni etniche e religiose, ostaggio di una costellazione di gruppi armati e con una ventina di basi militari di potenze straniere (Turchia, Stati Uniti, Russia, Israele) impiantate sul suolo nazionale; dall’altra Israele, che con il pretesto di difendere “i fratelli” della comunità drusa siriana (ci sono villaggi drusi nelle alture occupate del Golan e molti drusi militano nelle IDF) pretende una “totale smilitarizzazione” del sud della Siria, ha occupato la sommità del monte Hermon, che domina Damasco e la valle libanese della Beqaa, e ha costruito nove avamposti permanenti sul lato siriano del Golan da cui partono incursioni armate sempre più aggressive con decine di vittime tra i civili.

Israele impedisce Stato unitario

Netanyahu, che non ha gradito la recente stretta di mano tra Donald Trump e al-Sharaa e la parziale revoca delle sanzioni economiche alla Siria, sembra deciso a impedire la nascita di uno Stato siriano unitario che avverte come una potenziale minaccia. Gli scontri dei giorni scorsi a Suwaida, innescati da una faida tra drusi e beduini, s’inquadrano in questo complesso scenario.

Quando le forze di sicurezza siriane sono intervenute per sedare i disordini, che hanno provocato almeno 250 vittime, l’aviazione israeliana ha bombardato il quartier generale dell’esercito a Damasco costringendo le milizie inviate da al-Sharaa a ritirarsi e a riconsegnare ai drusi il controllo del loro territorio.

La comunità drusa è divisa. Bahaa al-Jamal, comandante delle forze druse a Suwayda, è categorico: “Non riconosciamo l’autoproclamato presidente. Non è stato eletto e noi non siamo stati consultati. Accetteremo solo una costituzione federalista che garantisca la piena autonomia delle regioni del Paese”.

Città pluralista

Lo sceicco Yussuf Jarbu’a, uno dei capi spirituali della comunità, è più conciliante. Mi mostra con orgoglio il tempio principale di Suwayda, la biblioteca, gli uffici dei servizi sociali. Elenca i successi dell’amministrazione drusa, la pulizia delle strade, l’efficienza degli ospedali.

Mi parla di una città pluralista che resiste alla logica tribale e confessionale. “Siamo aperti al dialogo con le autorità di Damasco – dice – purché rispetti la nostra identità”. Su un punto s’irrigidisce: “Israele ha sempre cercato di allargare i propri confini. Ma noi non accetteremo mai un’occupazione straniera”.

Problema delle minoranze 

L’inquietudine dei drusi, che si sono finora rifiutati di integrare le loro milizie nell’esercito siriano, e delle altre minoranze, curde e cristiane, è cresciuta dopo i massacri perpetrati lo scorso marzo contro gli alawiti. Più di 1.600 civili, donne e bambini, sono stati trucidati, torturati, mutilati e seppelliti in fosse comuni dai tagliagole uzbeki, ceceni e uiguri che militano nei gruppi qaedisti e dai militari della divisione Hamza e della brigata Sulayman Shah, entrambe affiliate all’Esercito nazionale siriano sostenuto dalla Turchia.

Al-Sharaa ha risposto nominando nel governo provvisorio quattro ministri in rappresentanza delle principali minoranze. Ma il progetto di costituzione conferisce al presidente un potere quasi assoluto: primo ministro, capo delle forze armate e della sicurezza nazionale, facoltà di nominare i giudici, i ministri e un terzo del futuro parlamento.

Sharia fonte nuova Costituzione

Stabilisce inoltre che la sharia, la legge islamica, sarà la “principale fonte” del diritto. E così i cristiani di varia confessione, che prima della guerra erano più di due milioni, si sono ridotti a meno di 400 mila, e chi è rimasto fa carte false per raggiungere i parenti in Australia, in Canada o in Europa.

“Al-Sharaa” mi diceva l’arcivescovo cattolico di Aleppo, Hanna Jallouf, “deve sbarazzarsi degli estremisti salafiti e dei foreign fighters, cresciuti nell’ideologia di al-Qaida e dello Stato islamico. E per questo ha bisogno di tempo”. Ma i siriani, dopo 14 anni di guerra e di privazioni, sono stanchi di aspettare. Gli sfollati interni sono sette milioni: sopravvivono privi di aiuti in tendopoli di fortuna perché le loro case e i loro villaggi sono rasi al suolo. Sei milioni sono rifugiati all’estero.

Impedire che la Siria precipiti nell’anarchia è la priorità della nuova amministrazione. La criminalità è in aumento, le vittime di omicidi, esecuzioni sommarie, scontri armati, deflagrazioni di mine e di proiettili inesplosi si contano a migliaia. I jihadisti dello Stato islamico hanno intensificato gli attacchi nelle province di Raqqa e DeirEzzor, mentre un centinaio di depositi di armi chimiche non sono ancora stati individuati.

Il controllo limitato del territorio

Damasco controlla appena la metà del territorio siriano e con la decisione di dissolvere l’esercito di Assad, una mossa rivelatasi disastrosa nel caso dell’Iraq post Saddam, al-Sharaa dispone solo dei ventimila combattenti del suo movimento (Hayat Tahir al-Sham, Organizzazione per la liberazione del Levante) e non può per il momento disfarsi degli altri gruppi armati senza rischiare una nuova guerra civile. Il licenziamento di quasi mezzo milione di poliziotti e impiegati statali ha inoltre esasperato il malcontento di una popolazione che vive al 90 per cento sotto la linea della povertà, stretta nella tenaglia della disoccupazione e dell’iperinflazione.

Le casse dello Stato sono vuote: non ci sono i soldi per pagare i salari delle forze di sicurezza e dei funzionari dei ministeri. Senza contare l’immensità dei fondi (tra i 500 e i mille miliardi di dollari) necessari per ricostruire un Paese in rovina.

Casse vuote

Damasco e le grandi città sono afflitte da continui black out energetici: negozi e abitazioni privi di pannelli solari o batterie al litio restano al buio e senza acqua corrente. Nella capitale i sobborghi di Yarmuk, Jobar e Harasta sono un cumulo di macerie, come il quartiere armeno ad Aleppo, Baba Amr a Homs e l’intera cittadina di Maarat al-Numan.

Strade, ponti, scuole, ospedali, chiese, moschee e sinagoghe sono gravemente danneggiate. Nei villaggi rasi al suolo dall’aviazione e dalle bombe a grappolo, gli abitanti superstiti sono accampati tra gli scheletri delle loro case. “Qui almeno la metà degli edifici sono distrutti”, afferma Mahael-Shaer, sindaca dell’aramaica Maalula, patrimonio dell’Unesco.

Lo scenario geopolitico è altrettanto fosco. Gli Stati Uniti mantengono le loro basi nella zona petrolifera a est dell’Eufrate e hanno spinto Mazloum Abdi, leader curdo delle SDF (Forze democratiche siriane, partner della coalizione antiterrorismo a guida americana), a un accordo con Damasco che prevede il cessate il fuoco e l’integrazione entro un anno delle forze curde nel futuro esercito siriano.

Ruolo Turchia

Ma nel frattempo, gli scontri tra peshmerga curdi e milizie filoturche non sono mai cessati. La Turchia, principale sponsor di al-Sharaa, tratta la Siria come terra di conquista: consolida le posizioni nel nord (ad Aleppo è già in uso la lira turca), mira a espandere la propria sfera d’influenza e vede l’opportunità di stroncare definitivamente le ambizioni dei curdi nella regione autonoma del Rojava.

Il pesante bombardamento israeliano su Damasco è anche un avvertimento a Erdogan. Il rischio è che la strategia di Netanyahu entri in rotta di collisione con quella di Ankara. Lo scontro a distanza tra le due potenze regionali è già in corso. Con Tel Aviv che accusa la Turchia di volere instaurare un protettorato in Siria e la Turchia, membro della Nato, che ritiene Netanyahu “il maggiore pericolo per la sicurezza del Medio Oriente”. Ancora una volta, è improbabile che il destino della Siria sarà lasciato nelle mani dei siriani.

Giovanni Porzio
porzio.giovanni@gmail.com
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“My way”, Trump e la sua agenda per il Medioriente

Trump non demorde: migranti deportati a eSwatini (ex Swaziland)

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 luglio 2025

Destinazione eSwatini (ex Swaziland). L’amministrazione Trump ha spedito altri 5 migranti nel piccolo Paese dell’Africa meridionale, governata da Mswati III, l’ultimo monarca assoluto del continente. Qualche anno fa il re è stato accusato di reprimere il dissenso con la violenza.

Mswati III
Mswati III, re di eSwatini

Nel 2021 le forze di sicurezza avrebbero ucciso decine di persone durante manifestazioni a favore della democrazia. In seguito, diversi politici sono stati condannati a lunghi anni di carcere per istigazione alla violenza. Ma secondo i critici tali accuse sarebbero state inventate di sana pianta per mettere a tacere le voci del dissenso.

“Criminali barbari”

La portavoce del dipartimento di Sicurezza nazionale, Tricia McLaughlin, ha precisato che i detenuti portati forzatamente nelle carceri di eSwatini provengono da Vietnam, Giamaica, Cuba e Yemen. Sono stati condannati negli USA per svariati crimini gravi. “Sono individui talmente barbari, che nemmeno i loro Paesi di origine li hanno voluti accogliere”, ha sottolineato la McLaughlin.

USA: deportazione migranti verso Paesi terzi

Le autorità di eSwatini hanno confermato l’arrivo delle persone deportate dagli USA. Una portavoce del governo del regno, Thabile Mdluli, ha spiegato che le deportazioni sono il risultato di lunghe trattative e solidi impegni a altissimi livelli.

Secondo quanto dichiarato dalla portavoce di eSwatini, il regno dell’Africa meridionale intrattiene ottimi rapporti con gli Stati Uniti da oltre 50 anni. Ed è proprio per questo motivo che ogni accordo stipulato tra i due governi mette in primo piano gli interessi di entrambe le nazioni.

Diritti umani

La portavoce ha però ammesso che ci sono dei problemi relativi ai diritti umani nell’accettare persone trasferite forzatamente in un Paese terzo, come eSwatini, che ovviamente non è quello d’origine dei deportati. “Il regno collaborerà con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) per facilitare il transito dei detenuti nelle rispettive nazioni di appartenenza”.

ICE: preavviso di 6 ore

Secondo una nota del 9 luglio di Todd Lyons, direttore ad interim dell’Agenzia federale USA Immigration and Customs Enforcement generalmente – resa nota dal Washington Post – ICE attende almeno 24 ore per espellere una persona dopo averla informata del suo allontanamento in un cosiddetto “Paese terzo”. Tuttavia, secondo il memorandum, in circostanze eccezionali l’Agenzia federale potrebbe espellere anche con un preavviso di sole sei ore, a condizione che la persona abbia la possibilità di parlare con un avvocato.

La nota precisa poi che i migranti possono essere inviati in nazioni che si sono impegnate a non perseguitarli o torturarli.

6 milioni di dollari a El Salvador

Già a marzo Washington ha inviato oltre 200 venezuelani a El Salvador. Appena arrivati, le loro teste sono state rasate a zero e poi sono stati rinchiusi nel Centro di Confinamento per il Terrorismo (CECOT). In questa prigione di massima sicurezza le condizioni dei detenuti sono state paragonate alla tortura. Secondo alcune fonti, l’amministrazione Trump avrebbe sborsato quasi 6 milioni di dollari al governo salvadoregno per ospitare in quella putrida galera i deportati dall’America.

A maggio Washington avrebbe voluto trasferire altri detenuti anche in Libia, fatto ovviamente negato da funzionari governativi di Tripoli. Un tribunale federale aveva bloccato all’ultimo momento tale l’espulsione. Ma gli avvocati degli immigrati coinvolti hanno dichiarato ai media statunitensi che un aereo, già pronto in pista all’aeroporto per il decollo, era stato fermato all’ultimo momento proprio grazie all’ordine della Corte.

Il 5 luglio scorso, dopo varie peripezie, sono atterrati in Sud Sudan altri 8 deportati, condannati per reati gravi negli Stati Uniti. Solo uno tra loro è sud sudanese, due sono originari dal Myanmar, due da Cuba, mentre uno dal Vietnam, un altro da Laos e l’ultimo dal Messico.

Sud Sudan Paese a rischio

L’arrivo dei condannati al trasferimento forzato è stato confermato dal dipartimento della Sicurezza interna di Washington e dal ministero degli Esteri di Juba. Gli otto sono rimasti per alcune settimana alla base militare statunitense di Gibuti, dopo che un giudice americano aveva sospeso questa forma di espulsione, in quanto ai migranti non era stata data una “opportunità significativa” di contestarla.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, a destra e Riek Machar, leader dell’opposizione e primo vice-presidente

La Corte suprema USA ha poi convalidato l’espulsione dei detenuti verso il Sud Sudan, uno tra i Paesi più poveri al mondo.

Il più giovane Stato della Terra ha avuto l’indipendenza dal Sudan solamente nel 2011 e da allora ha conosciuto pochi anni di pace. E, a tutt’oggi, la situazione del Paese resta instabile.

Durante la guerra civile (2013 – 2018) sono morte oltre 400mila persone e dallo scorso gennaio le tensioni tra il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar, agli arresti domiciliari, sono alle stelle. Secondo le Nazioni Unite, tra gennaio e aprile sono state uccise almeno 900 persone. L’ONU teme che da un momento all’altro possa riesplodere un conflitto interno su larga scala. E il dipartimento di Stato USA sconsiglia ai propri cittadini viaggi nel Paese africano a causa di “crimini, rapimenti e conflitti armati”.

Finora non sono stati resi noti dettagli su un accordo tra il Sud Sudan e gli USA circa la deportazione degli 8 detenuti. Va ricordato però che all’inizio dell’anno, Marco Rubio, segretario di Stato di Washington, ha revocato tutti i visti per i titolari di passaporti sud sudanesi, per il rifiuto del Paese di accettare i propri cittadini espulsi.

Altre trattative in corso 

Il diritto internazionale vieta il trasferimento di migranti irregolari verso nazioni in cui rischiano la tortura o l’esecuzione. Intanto Washington sta lavorando per espandere le deportazioni verso altri Paesi terzi.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Dinka contro Nuer, Sud Sudan nel caos: rischio nuova guerra civile

ESwatini: ucciso avvocato e difensore per i diritti umani mentre il re fustiga gli oppositori al suo regime

“Gaza, il silenzio che urla”. Le testimonianze strazianti dalla Striscia all’Umanitaria di Milano

Speciale Per Africa Express
Valentina Vergani Gavoni
16 luglio 2025

Ai giornalisti internazionali è vietato entrare a Gaza. E solo pochi operatori umanitari riescono a portare fuori la loro testimonianza.

Lunedì 14 luglio a Milano – presso la sede della Società Umanitaria in via San Barnaba 48 – Federica Iezzi, medico e giornalista appena rientrata dalla Striscia, ha raccontato ciò che ha visto e vissuto in prima persona come cardiochirurgo pediatrico.

L’Auditorium deli’Umanitaria, dove si è svolto il convegno, era completamente pieno. Nonostante i tempi molto brevi per organizzare l’evento e le vacanze estive che potevano essere un deterrente, quello che sta accadendo in Palestina è arrivato alle coscienze di molti. E chi aveva la possibilità di raggiungere il capoluogo lombardo non ha perso l’occasione per ascoltare una voce che arriva dall’inferno di Gaza.

 

I racconti di Federica Iezzi hanno portato all’esterno una realtà censurata da un blocco totale imposto dal governo israeliano. Al fianco degli operatori sanitari palestinesi, la dottoressa italiana ha operato nell’ospedale Kamal Adwan, attaccato e distrutto dai bombardamenti. Il direttore Hussam Abu Safiya è stato arrestato il 27 dicembre 2024. E come lui, moltissimi sono i civili prigionieri nelle carceri israeliane.

Le immagini evocate dalle parole di una delle pochissime persone entrate a Gaza hanno suscitato emozioni devastanti quando il pubblico le ha potute vedere sullo schermo. Video filmati dalla stessa operatrice umanitaria che tra rabbia e commozione ha descritto nel dettaglio il momento in cui stava operando una bambina ed è arrivato l’avviso di evacuare l’ospedale entro 20 minuti. “Non potevo farlo”, ha affermato con le lacrime agli occhi. Non poteva lasciarla morire e si è rifiutata di abbandonarla.

“Non sono andata a Gaza per criticare Israele. Sono entrata per fare il mio lavoro”, ha sottolineato. E da medico ha raccontato come i bambini vengono amputati senza anestesia, solo con la tachipirina perché manca tutto: “Non avevamo neanche i letti per i pazienti”.

Per spiegare cosa sta accadendo davvero ha riportato la voce di un’altra bambina che prendendola per mano le ha detto: “Mi stai portando al cimitero”.

Con lei era presente al convegno anche Federica D’Alessio, giornalista e fondatrice di Kritica.it, una testata giornalistica che analizza e denuncia l’orrore che arriva all’esterno della Striscia di Gaza. “Il popolo palestinese in questo momento rappresenta il paradigma di quello che potrebbe succedere a tutti i popoli del pianeta. Se si afferma che è normale criminalizzare un intero popolo in risposta a un attentato terroristico, o per qualunque motivo, e procedere con il genocidio di questo popolo in nome dell’autodifesa vuol dire che siamo tutti minacciati. E che tutti potremmo essere, in futuro, trattati nello stesso modo”, ha spiegato Federica D’Alessio alle persone in sala.

A moderare l’incontro era Massimo Alberizzi, corrispondente storico dall’Africa del Corriere della Sera, direttore dei quotidiani Africa ExPress e Senza Bavaglio.  Un’occasione questa per affermare il diritto all’informazione e resistere alla repressione della libertà di stampa.

La partecipazione di così tante persone ha confermato l’esigenza di conoscere la verità. Ha dimostrato a chi continua a censurarla che il popolo non è più disposto a credere alla falsificazione sistematica della realtà. E le urla dal silenzio non possono più essere ignorate.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
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USA coinvolti nel genocidio: ex portavoce del Pentagono ed ex agenti CIA nella campagna mediatica di Israele

USA coinvolti nel genocidio: ex portavoce del Pentagono ed ex agenti CIA nella campagna mediatica di Israele

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
15 luglio 2025

Ci sono anche un ex portavoce del Pentagono e alcuni dirigenti della CIA a occuparsi della comunicazione di UG Solutions e di Safe Reach Solutions, le aziende coinvolte nel genocidio in corso a Gaza.

E’ l’ennesima prova della regia USA, nell’intera operazione di rioccupazione militare della Striscia ad opera delle forze di difesa israeliane (IDF). Secondo un report dei giorni scorsi di URWA ormai l’esercito dello Stato ebraico ha ristretto la popolazione palestinese nel 17,5 per cento della Striscia.

Le rovine di Rafah, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, gennaio. Crediti: Mohammed Salem/Reuters

La comunicazione serve a restituire al mondo un’immagine rassicurante coprendo gli orrori che stanno succedendo. Si parte dalla terminologia. Tutta l’operazione che serve a massacrare centinaia di gazawi in cerca di cibo ogni giorno deve essere mascherata come un’attività di alto valore umanitario.

E quindi l’azienda di contractor che coordina il massacro si chiama Gaza Humanitarian Fundation, come Africa ExPress ha già raccontato. La narrazione è che la Fondazione distribuisce cibi e aiuti alla popolazione ormai alla fame e che le truppe armate combattono i disordini e i tentativi di saccheggi da parte di Hamas, questione smentita in diverse occasioni da Hamas stessa.

Di umanitario non c’è niente, visto che decine di inchieste hanno dimostrato che ogni giorno vengono ammazzati donne, bambini e gazawi attirati verso i centri di distribuzione per la fame, come ha dimostrato anche la televisione americana CBS.

La parola umanitario ha successo visto che pochi giorni fa è emerso che il governo israeliano prepara una Humanitarian City, tra Rafah e l’Egitto, dove confinare definitivamente almeno 600 mila gazawi destinati ad emigrare in qualche paese straniero.

Hamas ha già risposto che non accetta la trattativa in questi termini e che la città  un ghetto. D’altra parte anche i campi di sterminio nazisti portavano la scritta Il lavoro rende liberi come fossero campi di lavoro per prigionieri di guerra.

Ma torniamo al coinvolgimento USA. A ricostruire il ruolo di alti apparati degli Stati Uniti è il giornalista Jack Poulson: ha scoperto che la pagina dedicata alla comunicazione con i media di UG Solutions, una delle aziende che collabora con la Fondazione, è stata creata da Seven Letter. Seven Letter ha pagato addirittura Sabrina Sigh una ex portavoce del Pentagono.

L’azione dell’azienda non si ferma alla comunicazione a proposito di UG, ma diffonde fakenews anche sull’operato dell’IDF, l’esercito israeliano, coprendo i crimini di guerra in corso (Gaza Humanitarian Foundation’s private military contractor hires crisis comms firm led by former Biden and Obama spokespersons)

Per altro, come ricostruisce anche Greyzone, https://thegrayzone.com/tag/seven-letter/  Seven Letter agisce sulla scia di SKDK, altra aziende top di comunicazione statunitense, che di recente impiega Vedant Patel, ex portavoce del Dipartimento di stato di Biden, particolarmente ferrato nel negare delitti documentati compiuti contro i palestinesi nei Territori occupati. SKDK rappresenta 10/7 Project, un consorzio di organizzazioni ebraiche nato con il 7 ottobre 2023, data dell’attacco di Hamas in Israele.

L’attività di questi gruppi di comunicazione fa apparire e sparire pagine e articoli e video a seconda delle convenienze. Mentre il genocidio è in corso qualche contractor, finita la missione, ha dato alla stampa un video in cui si vede chiaramente in che cosa consiste l’attività militare di appoggio all’esercito israeliano.

Ma Greyzone ha anche scovato un video pubblicato da UG Solutions stessa in un comunicato stampa: si vede chiaramente che i cecchini sparano sulla folla di gazawi affamati. Appena uscita la notizia su Greyzone l’intera pagina è sparita dalla rete o meglio il video è stato eliminato ed è apparsa una pagina web edulcorata con una datazione precedente.

Lo sforzo di tutto questo apparato di comunicazione è far sembrare che i reparti di mercenari in azione per la Gaza Humanitarian Foundation sono lì per impedire che Hamas saccheggi i viveri destinati alla popolazione. Per altro anche Safe Reach Solutions, altra azienda nata dal nulla che lavora con la Fondazione, è retta da un ex capo della Cia, Philip Francis Reilly. Le aziende di contractor hanno iniziato a operare a maggio e da allora si sono demoltiplicati i morti.

Dalla Striscia intanto continuano a uscire video e immagini pubblicati in rete dai palestinesi. L’inferno e l’orrore sono quotidiani. Uscire da Gaza verso l’Egitto costa 5 mila dollari a persona. Non si riesce a lasciare neppure volendo la morte e la guerra. Molte famiglie hanno lanciato appelli per chiedere soldi per evacuare.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Rapporto Interpol 2025: Africa sotto attacco dei cybercriminali con IA

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
15 luglio 2025

“RANDSOMWARE ATTACK, i tuoi file sono stati criptati. Hai 3 giorni per pagare o i tuoi documenti andranno persi”. Quando sul monitor del computer aziendale appare la schermata con questo testo e un teschio subentra il panico e poi la rabbia e l’impotenza.

In Africa, purtroppo, succede sempre più spesso. Lo documenta il 4° report di Interpol “Africa Cyber Threat Assessment Report 2025” che evidenzia i dati del 2024. Si basa su dati raccolti da 53 paesi membri africani.

Il ransomware è sono uno dei molteplici strumenti utilizzati dalla cybercriminalità. Secondo i report regionali sulla sicurezza informatica, ci sono anche altre minacce significative. Tra queste: malware, truffe online, compromissione delle email aziendali (BEC) e sextortion digitale.

Interpol - Ransomware-attack
Schermata tipica di un ransomware attack

Malware

Il Global Cyberthreat Index dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU) ha confermato che questi programmi malevoli che danneggiano il sistema operativo sono molto utilizzati. I Paesi maggiormente colpiti nel 2024 sono stati Etiopia, Zimbabwe, Angola, Uganda, Nigeria, Kenya, Ghana e Mozambico.

Ransomware e LockBit

I Paesi con più attacchi da ransomware nel 2024 sono stati Sudafrica ed Egitto. Sono seguiti da Nigeria, Kenya, Gambia, Tunisia e Marocco che hanno, anche questi, economie altamente digitalizzate.

LockBit è una gang di cybercriminali filorussi conosciuta per i suoi metodi aggressivi a doppia estorsione. Criptano le reti delle vittime mentre minacciano di pubblicare i dati rubati. Nel febbraio 2024 ha rivendicato la responsabilità di un attacco al Fondo pensioni sudafricano degli impiegati (GEPF).

LockBit ha colpito oltre 2.000 aziende e ha estorto più di 120 milioni di dollari. È responsabile anche di attacchi informatici in Italia.

Sextortion

Oltre al ransomware i cybercriminali utilizzano anche sempre più la sextortion digitale, il ricatto sessuale con foto esplicite compromettenti. La minaccia è danneggiare la reputazione della vittima: “paghi o le pubblichiamo”. Sono immagini rubate dai PC o dagli smartphone delle vittime.

Il 60 per cento dei Paesi africani ha segnalato un aumento della sextorsion digitale, spesso facilitata dall’uso di immagini generate con intelligenza digitale per ricattare capitani d’industria.

La sextortion colpisce anche privati cittadini, soprattutto donne e adolescenti. In Egitto, nel 2024, una piattaforma di supporto digitale ha ricevuto oltre 250mila richieste di risarcimento legate questa terribile estorsione. Sono state principalmente richieste che provenivano da donne e ragazze.

I dati dei paesi africani membri dell’INTERPOL mostrano un notevole aumento delle segnalazioni di sextortion digitale: oltre il 60 per cento. Ma la vergogna nel denunciare nasconde una percentuale molto più alta. Il ricatto sessuale online viene perpetrato attraverso email, i social e soprattutto con la messaggeria istantanea.

Black Axe e la BEC

La BEC è la “compromissione delle email aziendali”. È diventata un business multimilionario gestito dalla criminalità organizzata. La maggiore concentrazione di attività BEC è in Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio e Sudafrica.

Le reti criminali, visto il vuoto legislativo e la lentezza della burocrazia dei Paesi africani, si sono evolute in imprese milionarie altamente organizzate. Tra queste c’è Black Axe che, in tutto il pianeta, conta migliaia di membri. La mutinazionale del cybercrimine è responsabile di truffe finanziarie su larga scala che hanno generato miliardi di euro.

Interpol percentuali di aumento della scam in Africa
Grafico Interpol con le percentuali di aumento della scam in Africa (Courtesy Interpol)

Scam

La criminalità informatica rappresenta oltre il 30 per cento di tutti i crimini denunciati sia nell’Africa occidentale che in quella orientale. Le truffe online (scam) in alcune economie africane hanno avuto crescite elevatissime.

In Zambia in dodici mesi, rispetto al 2023, la scam è cresciuta quasi del 3.000 per cento (+2.930); in Marocco +826 per cento. L’Egitto ha visto un aumento del 476 per cento; l’Angola +349; il Benin +242; l’Algeria +232; l’Uganda +204 e il Kenya +214.

Ingegneria sociale e IA

I Paesi africani membri di INTERPOL, confermano che i criminali informatici stanno costantemente affinando le loro tattiche. Oggi lanciano attacchi sempre più sofisticati utilizzando ingegneria sociale (per rubare con l’inganno informazioni personali) e intelligenza artificiale.

“Nessuna agenzia o Paese può affrontare queste sfide da solo” – ha affermato Neal Jetton, direttore dell’Unità criminalità informatica di INTERPOL.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Operazione Red Card: sette Paesi africani con Interpol contro la cybercriminalità: oltre 300 arresti

Interpol: falsi vaccini anti Covid-19 pericolosi sequestrati in Sudafrica e Cina

 

Iran ingarbugliato: Trump non vuole il cambio di regime ma vuole azzopparlo

Speciale per Africa ExPress
Pino Nicotri
13 Luglio 2025

Chi sperava, me compreso, che si arrivasse almeno a un cambio di regime che abbattesse finalmente l’odiosa e molto repressiva teocrazia iraniana è rimasto deluso. Tanto più che lo stesso presidente Trump, fresco di bombardamenti assieme a Israele, ha tenuto a dichiarare esplicitamente che lui in Iran non vuole alcun cambio di regime https://forbes.it/2025/06/24/trump-frena-sul-cambio-di-regime-in-iran-sarebbe-solo-un-caos .

La guida suprema dell’Iran, Ayatollah Seyed Ali Khamenei.

Trump ha così messo a nudo tutta l’ipocrisia di chi, da Netanyahu e i suoi ministri ai suoi supporter italiani ed europei, ha tentato di mascherare l’aggressione militare all’Iran anche come una iniziativa per la liberazione (https://www.corriere.it/esteri/25_giugno_14/netanyahu-rovesciare-ayatollah-iran-israele-3d33fdc4-77d8-4e51-b092-2687d2d27xlk.shtml) del popolo iraniano dal giogo della dittatura. Liberazione promessa come imminente (https://askanews.it/2024/09/30/netanyahu-agli-iraniani-presto-sarete-liberi/)  già lo scorso anno.

Giacimenti petrolio e gas

La disgrazia dell’Iran è l’avere enormi giacimenti di petrolio e di gas, pari rispettivamente al 10 per cento e al 15 per cento delle riserve mondiali, giacimenti dei quali ha parlato con interesse nei giorni scorsi lo stesso Trump, che non vuole un cambio di regime anche per evitare danni strutturali o passaggi di mano nell’orbita russa o cinese di quegli immensi giacimenti di gas e oro nero.

Iran, ricco di giacimenti di petrolio e gas

Giacimenti che sono la disgrazia dell’Iran né più e né meno come per gli indigeni dell’America del Nord lo sono stati i giacimenti di oro giallo, in particolare del Klondike, e per gli indigeni dell’America del Sud quelli in particolare nel Venezuela, Brasile, Colombia e regione delle Ande. Abbondanza che ha portato allo sterminio di gran parte dei popoli indigeni da parte degli invasori e conquistatori europei decisi a impadronirsi ad ogni costo di quel tesoro.

Ai tempi dello scià Reza Palavi tutta l’industria petrolifera dell’Iran, ancora chiamato Persia, era in mano alle Sette Sorelle, nome creato da Enrico Mattei per indicare le compagnie statunitensi e inglesi – Exxon, Shell, BP, Chevron, Mobil, Gulf e Texaco – padrone di fatto dell’oro nero iraniano. Nel 1953 però il governo democraticamente eletto di Mohamed Mossadeq volle nazionalizzare l’industria petrolifera, pericolo scongiurato da USA e Inghilterra con un colpo di Stato. l’ “Operazione Aiax”. Il golpe uccise nella culla la neonata democrazia iraniana, portò in galera il capo del governo e instaurò una sanguinaria dittatura militare camuffata da monarchia assoluta dello scià.

Ritorno di Khomeini 1970

La repressione fu tale da provocare alla lunga, dopo 25 anni, un insurrezione popolare, che il primo gennaio 1970 portò al ritorno trionfale dopo 15 anni di esilio a Parigi dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Con conseguente creazione della repubblica islamica, regime teocratico tuttora al potere, fuga dello scià, fine della monarchia e inizio dei rapporti molto difficili con Stati Uniti e con Europa, che hanno tarpato le ali dello sviluppo economico e industriale iraniano con l’imposizione di dure sanzioni di ogni tipo, tanto alle esportazioni quanto all’importazione di qualsiasi investimento e tecnologia straniera.

Sulla via del fallimento

Soffocamenti ancora in corso a causa anche del regime teocratico, detestato non senza motivi, tanto dall’Occidente quanto dal mondo arabo. Con il 10 per cento delle riserve petrolifere mondiali e il 15 per cento delle riserve di gas, l’Iran potrebbe essere una superpotenza energetica come l’Arabia Saudita, e finanziarsi un impetuoso sviluppo produttivo anche industriale. invece oggi l’Iran lo si può considerare uno Stato capitalista sulla via del fallimento.

Quando sono stato in Iran una ventina di anni fa ho notato che c’erano cantieri ovunque, il Paese era chiaramente impegnato nello sviluppo quanto meno delle infrastrutture, cosa notata anche da miei conoscenti che ci sono stati in seguito. Per finanziare un tale sviluppo servono le centrali nucleari per produrre l’energia elettrica utilizzando l’atomo anziché il petrolio e il gas, in modo da poterne esportare il più possibile e procurarsi così i capitali necessari per finanziare il boom produttivo.

Donne in primo piano

L’Iran ha 90 milioni di abitanti e una gioventù numerosissima e vivacissima. Secondo stime recenti ( https://www.ilsole24ore.com/art/iran-donne-lottano-la-liberta-dell-intero-paese-AEZ0WtoC ) il 70 per cento della popolazione iraniana è sotto i trent’anni. E a trainare lo sviluppo e ammodernamento del Paese sono le donne, altamente qualificate: il 97 per cento è alfabetizzato, di questo 97% il 66% è composto da laureate. Come se non bastasse, il 70 per cento delle laureate lo sono in materie STEM, acronimo di Science, Technology, Engineering and Mathematics (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).

Donne iraniane in primo piano

La vera minaccia per la teocrazia sono le donne, le cui proteste e lotte per le libertà personali hanno provocato manifestazioni di massa represse nel sangue. Lo slogan “Donna, vita, libertà!” è stato e continua ad essere gridato nelle strade di tutto l’Iran, nelle aule scolastiche, nelle Università e nei luoghi di lavoro.

E’ chiaro che un tale Paese, che oltretutto ha più di tremila anni di storia e civiltà, se riuscisse a liberarsi dell’anacronistico giogo teocratico potrebbe diventare rapidamente – anche grazie al probabile ritiro di almeno parte delle pesanti sanzioni occidentali – il Paese più sviluppato del Medio Oriente musulmano: diventerebbe di fatto – paradossalmente assieme a Israele – il più occidentale come costumi, libertà, laicità e sviluppo.

Il tutto, in un’area geografica – Arabia Saudita intesta – dominata dal monopolio dell’islam wahabita, il ramo più fanatico e regressivo del mondo musulmano, nel quale la famosa e giustamente famigerata legge religiosa della Sharia rappresenta di fatto sia la costituzione che il codice penale.

E con la Siria caduta di recente in mano al gruppo di potere molto vicino all’ISIS, che oggi pare si sia dissociato in modo totale dallo Stato Islamico.

Ed è anche chiaro che se l’Iran potesse disporre liberamente di centrali nucleari per produrre energia elettrica evitando di dover bruciare fiumi di petrolio o gas, potrebbe esportare molto più oro nero e gas e finanziare così il proprio sviluppo economico e industriale.

Per parte sua Israele è molto più sviluppata e ricca dell’Iran, sia come prodotto interno lordo che, soprattutto, come reddito pro capite (l’Iran è solo al 144esimo posto nella classifica mondiale, Israele invece è molto più in alto), ma ha solo 7 milioni e mezzo di abitanti, 2 milioni e mezzo dei quali sono israeliani arabi o palestinesi mentre l’Iran di abitanti ne ha 90 milioni.

In opposizione con mondo arabo

E’ lapalissiano che un Iran liberato dalla camicia di forza della teocrazia, in pace con l’Occidente e quindi liberato anche dalle sanzioni di vario tipo, diventerebbe il Paese più importante del Medio Oriente.

Ecco spiegato perché in realtà nessuno, a partire da Trump, vuole un cambio di regime a Teheran. Agitando il pericolo che possa produrre bombe atomiche, all’Iran deve essere impedito di produrre energia elettrica con le centrali nucleari, anziché con quelle a petrolio e gas.

Forse è il caso di ricordare che per poter invadere l’Iraq senza troppa opposizione delle opinioni pubbliche del mondo, gli USA arrivarono ad affermare che il regime di Bagdad stava per produrre bombe atomiche, pur sapendo bene che era una affermazione assolutamente falsa. Una volta invaso l’Iraq dalla coalizione dei “volenterosi”, capitanata dagli USA e con una piccola partecipazione anche italiana, non si trovò la minima traccia non solo di bombe atomiche, ma neppure di uranio arricchito e non arricchito.

Pino Nicotri
pinonicotri@gmail.com

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I fanatici di Israele che l’hanno l’atomica: “Niente bomba all’Iran perché sono fanatici”

Congo-K: cacciati i mercenari rumeni, arrivano i colombiani della società americana Blackwater

Africa ExPress
Kinshasa 12 luglio 2025

Subito dopo la presa di Goma, capoluogo del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo da parte dei ribelli M23/AFC, i mercenari rumeni, che combattevano accanto alle forze armate congolesi, sono stati rispediti a casa dagli invasori.

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuto dal vicino Ruanda. Mentre AFC , che significa Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23.

Blackwater: mercenari colombiani per il Congo-K

Tuttavia, il presidente del Paese, Felix Tshisekedi, non ha perso tempo a prendere contatti con un’altra società di sicurezza privata. Si tratta dell’americana Blackwaters, fondata da Eric Prince, un ex ufficiale delle forze speciali Navy SEALS. E secondo fonti congolesi ben informate, Kinshasa avrebbe già firmato a gennaio di quest’anno un contratto con l’agenzia statunitense.

Soldati di ventura sudamericani attivi in Sudan

Tramite la Blackwater, il fondatore e direttore Prince, avrebbe già ingaggiato mercenari, per lo più colombiani, da inviare nell’ex colonia belga. I soldati di ventura del Paese dell’America meridionale sono già attivi in Sudan, dove combattono accanto ai paramiliari delle Rapid Suport Forces (RFS) guidate da Hemetti, un ex leader dei famigerati janjaweed.

La Colombia ha vissuto un lungo conflitto armato e i militari hanno grande esperienza in fatto di combattimenti armati. Lo stesso vale per gli ex paramilitari e guerriglieri. Secondo gli esperti, sono circa 4.000 i mercenari colombiani coinvolti negli attuali conflitti. Recentemente Bogotà ha ammesso che in Ucraina sono morti una cinquantina di connazionali.

Eric Prince, discusso personaggio ultraconservatore, originario del Michigan, è molto vicino a Donald Trump. Sua sorella, Betsy DeVos, era ministro dell’Istruzione durante il primo mandato di Trump (2017-2021).

Molti osservatori temono ora che il coinvolgimento di appaltatori militari privati possa innescare un conflitto regionale più ampio. Secondo gli esperti, urge un intervento diplomatico.

Trattato di pace sotto egida USA

E questi interventi “diplomatici” sono  effettivamente già atto. Il 27 di giugno i ministeri degli Esteri di Ruanda e Congo-K, rispettivamente Olivier Nduhungirehe e Thérèse Kayikwamba Wagner, hanno siglato uno “storico trattato di pace” a Washington in presenza del segretario di Stato americano, Marco Rubio.

Accordo di Pace tra Ruanda e Congo-K siglato a Washington
A sinistra, il ministro degli Esteri congolese, Thérèse Kayikwamba Wagner, a destra il suo omologo ruandese, Olivier Nduhungirehe,e Marco Rubio, segretario di Stato USA al centro

Donald Trump, fiero di essere il promotore di tale accordo, ha invitato Paul Kagame, capo di Stato del Ruanda e Felix Tshisekedi, il suo omologo congolese, alla Casa Bianca per la fine di questo mese. Gli Stati Uniti stanno esercitando una forte pressione perché in tale occasione i due leader siglino un trattato di pace permanente.

Dossier economici

Il presidente americano ha poi sottolineato che durante il summit verranno discussi e firmati anche altri dossier di carattere economico. Di fatto però la Chiesa cattolica congolese definisce tutti questi pourparler come una sorta di transazione: “Pace in cambio di minerali”.

Una guerra non termina con la firma di un documento che definisce la cessazione delle ostilità. E infatti continuano sporadici combattimenti tra l’AFC/M23 e l’esercito regolare (FARDC), sostenute dai Wazalendo (gruppo di autodifesa), in diverse località del Nord e del Sud Kivu. Mentre lo stringer di Africa ExPress ha confermato che a Goma è dintorni sono state uccise diverse persone da bande armate.

Nel frattempo si continua a parlare di pace anche a Doha (Qatar), dove mercoledì è arrivata una delegazione di altri funzionari del governo di Kinshasa e esponenti di M23/AFC.

Contrabbando minerali verso il Ruanda

E mentre la politica discute, sul campo il contrabbando di minerali verso il Ruanda non si arresta. Lo hanno spiegato esperti indipendenti delle Nazioni Unite in un rapporto che dovrebbe essere pubblicati nei prossimi giorni.

Dal documento è però già trapelato che grazie all’occupazione di grandi fette di territorio da parte dei ribelli M23, sostenuti dal governo di Kigali, l’esercito ruandese avrebbe svolto “un ruolo cruciale” nell’aumentare queste esportazioni illegali.

Stagno, coltan e tungsteno, una volta arrivati in Ruanda, vengono mescolati con la produzione locale e poi etichettati come minerali ruandesi, ha spiegato a RFI, Jean-Pierre Okenda, direttore dell’ONG congolese La Sentinelle des Ressources Naturelles. Stabilire poi la tracciabilità dei beni del sottosuolo è impresa praticamente impossibile in periodo di guerra.

Africa ExPress
@africexp
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Goma: caccia ai mercenari rumeni arruolati dal governo congolese

Le mani di Trump sulle ricchezze del Congo: pronto il trattato di pace con il Ruanda