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“Dio vuole la pace”: in Ghana centenario Imam va alla messa in chiesa cattolica

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
19 maggio 2019

Le celebrazioni pasquali coincidevano con il suo centesimo compleanno e Sheikh Osman Sharubutu, autorevole capo Imam del Ghana, ha voluto festeggiarlo in un modo davvero singolare: nel generale stupore, sia della comunità islamica, sia di quella cristiana, si è presentato presso la Chiesa Cattolica di Cristo Re, ad Accra, dove ha assistito alla messa celebrata da padre Andrew Campbell, un sacerdote di origine irlandese. Il venerando Imam, nonostante l’età avanzata, è lucidissimo, legge senza uso di lenti ed è in perfetto controllo delle proprie facoltà mentali per esprimere valutazioni e giudizi.

Il Capo Imam del Ghana, Sheikh Osman Sharubutu

La professione della fede islamica, in Ghana, è minoritaria rispetto a quella cristiana e l’iniziativa dell’eclettico Imam non è piaciuta agli ambienti più ortodossi che hanno giudicato oltraggioso il fatto che un’alta autorità dell’Islam offendesse i precetti coranici, pregando insieme a degli infedeli, nel loro tempio, ma l’Imam ha subito precisato che non si è recato in quel tempio per pregare secondo il rito cattolico, ma solo per assistere al suo svolgimento come profferta di pace e di solidarietà, verso i duecentocinquanta “fratelli cristiani”, brutalmente uccisi nel recente attacco terroristico in Sri Lanka.

Il capo Imam del Ghana con Padre Andrew Campbell, dopo la celebrazione della messa pasquale ad Accra

“Allah, vuole armonia e pace – ha detto Osman Sharubutuche possono essere conseguite solo attraverso la reciproca tolleranza tra cristiani e islamici”. La decisione di partecipare a uno dei più significativi eventi della cristianità, ha fatto definire la sua scelta, dai media locali e internazionali, come una “vivida luce di speranza, nelle tenebre dell’incomprensione e dell’odio”. In un’intervista rilasciata alla BBC, Aremeyao Shaibu, portavoce ufficiale dell’Imam, ha detto: “Con questo gesto, il venerabile Sheikh Osman Sharubutu, ha voluto cancellare l’immagine di una religione islamica, votata al conflitto e all’intolleranza, per restituirla ai suoi valori fondanti di solidarietà, di pace e di amore”.

La Chiesa Cattolica del Cristo Re di Accra, dove si è svolto il servizio pasquale cui ha partecipato l’Imam ghanese

Questi concetti, l’Imam Sharubutu, non li limita al mero valore delle parole, ma li attua pienamente nel suo stile di vita. Il cancello della sua modesta dimora, nel povero quartiere di Fadama, alla periferia di Accra, è sempre aperto a chiunque abbia bisogno di assistenza. La sua fontanella offre liberamente acqua potabile a tutti e la sera, viene anche servito cibo gratuito a chi non ha i mezzi per procurarselo. Considerando l’istruzione, un importante strumento per l’emancipazione, morale e sociale, l’Imam Sharubuto, ha sostenuto centinaia di giovani ghanesi nei loro studi in patria e all’estero, favorendo così la creazione di una futura classe dirigente in grado di sostenere il Paese nei suoi progetti mirati alla giustizia sociale e allo sviluppo economico.

Il Capo Imam del Ghana, Sheikh Osman Sharubutu, con il vescovo cattolico di Accra, Monsignor Charles Gabriel Palmer-Buckle

La comunità islamica del Ghana, rappresenta solo il 18 per cento dell’intera popolazione, ma non sono solo gli islamici a pregare affinché il capo Imam Sheikh Osman Sharubutu, possa vivere ancora a lungo. Per tutto il popolo ghanese, la sua figura – che ha più volte interloquito con le autorità politiche per riportare la pace là dove questa appariva a rischio – è un simbolo di pace e di stabilità nazionale che lo rende simile a un Ghandi africano. Con alcuni dissennati Imam che in varie moschee del mondo incitano i loro proseliti all’odio e allo sterminio, è naturale che ci sia apprensione su chi potrà succedere a questo venerando e saggio uomo di Allah, nel proseguire il suo stupefacente ministero.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Berlino restituisce la croce di pietra di Cape Cross alla Namibia

Africa ExPress
Windhoek, 18 maggio 2019

La croce in pietra portoghese di Cape Cross tornerà in Nambia il prossimo agosto. Lo ha annunciato un portavoce del Museo di Storia Tedesca (Deutsches Historisches Museum) di Berlino.

Cape Cross, Namibia

Il monumento del XV secolo era posizionato a Cape Cross, un promontorio sulla costa atlantica della Namibia, per guidare gli esploratori portoghesi. Nel 1876, durante il periodo coloniale tedesco, la croce in pietra era stata portata in Germania.  Il governo di Windhoek nel 2017 aveva fatto formale richiesta a Berlino per la restituzione dell’opera.

Monika Grütters, ministro tedesco per i beni culturali tedesco ha sottolineato che la restituzione della croce in pietra di Cape Cross è un segnale che la Germania riconosce il suo passato coloniale e che desidera costruire un rapporto di reciproco rispetto con i Paesi che aveva amministrato. Il ministro ha aggiunto che le ingiustizie commesse all’epoca sono state dimenticate e rimosse per troppo tempo.

In effetti, la restituzione della croce è un gesto significativo e permette ai due Stati  di intensificare le loro relazioni, visto che già da diversi anni i due Paesi hanno avviato negoziati perché Berlino riconosca il genocidio commesso da tedeschi nei confronti dei nama e herero. Le due etnie hanno chiesto alla Germania non solo il riconoscimento ufficiale per gli orrori commessi, ma pretendono anche un copioso risarcimento.

Alla fine dell’ottocento La Namibia è diventata colonia della Germania. I soldati tedeschi e i coloni sequestrarono le terre e il bestiame delle popolazioni locali, per non parlare delle violenze razziali, stupri e omicidi contro loro, riducendo anche in stato di schiavitù molti uomini e donne. Parecchi abitanti del posto si indebitarono con gli europei, facendosi prestare soldi a interessi altissimi: nella maggior parte dei casi non riuscivano a onorare il debito, con conseguente confisca di terre e animali, oltre a quelle arbitrali commessi dai soldati tedeschi.

Nel 1885 gli herero firmarono diversi trattati con la Germania per garantirsi protezione. Ma gli accordi furono sistematicamente violati dai militari tedeschi. Stanchi delle continue vessazioni, nel 1904 gli herero si ribellarono, un anno dopo si aggiunsero anche i Nama. In un attacco a sorpresa uccisero oltre cento coloni tedeschi. Il 2 ottobre dello stesso anno il generale tedesco Lothar von Trotha firmò l’ordine di annientamento (Vernichtungsbefehl) nei confronti dei guerrieri herero, le loro donne e i loro bambini, esteso in seguito ai nama. Ebbe così  inizio quello che è stato definito il “primo genocidio del XX secolo” .

Herero e nama, Namibia, durante il periodo coloniale tedesco

Colpevoli di essere insorti, gli herero furono uccisi sistematicamente dai militari tedeschi e spinti nel deserto dell’Omaheke, al confine con l’attuale Botswana, dove molti morirono di stenti. I sopravvissuti furono internati in campi di concentramento e condannati ai lavori forzati. Si stima che durante la repressione tedesca morirono l’ottanta per cento degli herero e il cinquanta per cento dei nama.

Africa ExPress
@africexp

Silvia Romano: troppe domande e troppi depistaggi ma il terrorismo non c’entra

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Speciale per Africa ExPress e Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
17 maggio 2019

Sono quasi sei mesi che Silvia Romano è stata rapita a Chakama e di lei non si sa più nulla. Notizie provenienti da sciacalli sono state diffuse senza alcuna verifica. Comportamenti sciagurati che hanno fatto traballare le speranze della famiglia, madre, padre e sorella, oscillate tra speranze di rivedere Silvia viva e vegeta e terrore di non poterla rivedere mai più.

Ora si apre uno spiraglio, che fa un po’ sperare in una soluzione del grave episodio criminale. La ragazza milanese potrebbe essere stata testimone di un episodio di violenza e qualcuno avrebbe potuto farla rapire per evitare le gravi conseguenze provocate da una sua possibile denuncia.

Silvia Romano con uno dei bambini di cui si prendeva cura

Ma Silvia ha scritto tutto in un suo memoriale. E’ bene che resti in vita perché un eventuale suo omicidio su commissione potrebbe avere effetti ancora più gravi e devastanti per i mandanti del suo rapimento.

Nei mesi scorsi più volte sono state messe in giro notizie inventate secondo cui la giovane milanese sarebbe stata portata dai suoi rapitori in Somalia. Il contesto somalo è complicato e difficile, ma nell’ex colonia italiana – dove tutto è distrutto (Mogadiscio è ridotta a un cumulo di macerie), gli attentati sono continui, ci si muove solo con una buona scorta armata facendo attenzione ai banditi e alle gang di tagliagole islamici, dove la vita non vale niente e si può essere ammazzati per una bottiglietta di Coca Cola – una cosa funziona a dovere: le telecomunicazioni. Non è quindi difficile parlare con qualche leader governativo, qualche signore della guerra o addirittura qualche capo islamico (c’è perfino qualcuno che incarna tutte e tre le figura assieme). Bene, un’indagine in proposito porta a una sola conclusione: Silvia Romano non è mai stata portata in Somalia.

Per parlare invece di Chakama, occorre conoscere il contesto del villaggio in cui il 20 novembre dell’anno scorso Silvia è stata portata via da un commando armato. “Si tratta di un territorio completamente a economia rurale lontano dalle vie di comunicazione – spiega qualcuno che conosce molto bene la zona ma che non vuole sia reso pubblico il suo nome -. E’ un grande comprensorio che abbraccia 17 villaggi e sotto villaggi (da noi si parlerebbe di frazioni, n.d.r.), anche in Kenya piuttosto sconosciuto. A Chakama occorre andare apposta, non è un punto di passaggio, dove si capita per caso. E’ lontano da tutto, non arrivano i giornali, non si riesce a captare neppure la radio. Non ci sono negozi se non piccole botteghe, si vive di agricoltura e si campa ancora con il baratto. Non si vedono facce estranee e i pochi forestieri che arrivano vengono immediatamente notati dai locali. Insomma un modus vivendi senza alcuna relazione con il terrorismo organizzato. Quando è stata rapita, Silvia è stata caricata in spalla e portata verso il fiume, piuttosto che su un mezzo verso la strada più comoda e agibile”.

Uno scenario che apre numerose ipotesi ma che lascia anche spazio a parecchie domande. Per esempio, nessuno conosce le ultime telefonate di Silvia perché non si sa dove sia finito il suo telefono che era rimasto nella sua stanzetta di Chakama al momento del suo rapimento. E’ rimasto spento e bloccato per 40 giorni, poi qualcuno l’ha acceso e i messaggi whatsapp che le erano stati indirizzati sono stati ricevuti. Quindi il cellulare è rimasto inattivo ed è rimasto così per settimane.

Altro mistero: che fine ha fatto la scheda telefonica italiana di Silvia. Non era installata su nessun telefono perché lei in Kenya non la utilizzava. Riposta da qualche parte in camera sua nel villaggio dove soggiornava, è sparita.
Gli inquirenti italiani si sono recati in Kenya e a Nairobi, la capitale dell’ex colonia britannica, hanno avuto colloqui con i loro omologhi locali. Si è discusso delle indagini senza grande soddisfazione. Gli inquirenti kenioti mostrano una sorta di reticenza a parlare della vicenda di Silvia Romano. Perché? Hanno commesso qualche errore nelle ricerche? Hanno battuto realmente tutte le strade? Oppure, ipotesi inquietante: è coinvolto qualche pezzo grosso? Il Paese non è certamente un esempio di trasparenza, ma di solito su queste cose, da qualche anno, si mostra assai collaborativo con i nostri investigatori. Proprio qualche mese fa dalle parti di Malindi sono stati arrestati alcuni italiani che dovevano sanare i loro conti con la giustizia del nostro Paese. Forse qualche forte pressione diplomatica potrebbe portare a una chiara definizione della questione e non è detto che la ragazza non potrebbe tornare finalmente a casa. Perché nessuno ha pensato di stanziare una ricompensa seria (non i risibili 8 mila euro messi a disposizione delle autorità keniote) per chi darà notizie certe sulla sorte di Silvia?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Dopo 3 tentativi falliti, giovane nera sudafricana conquista la vetta dell’Everest

Africa ExPress
Pretoria, 16 maggio 2019

Una giovane sudafricana, Saray Khumalo, conquista l’Everest. La Khumalo, dopo tre tentativi falliti, entrerà così nella storia come prima donna nera che è riuscita a toccare il punto più alto del mondo.

La Khumalo vive a Johannesburg, è mamma di due maschietti e è una top manager di uno degli istituti finanziari più prestigiosi del Sudafrica. In passato ha scalato altre montagne di tutto rispetto, come il Kilimanjaro (5 896m) in Tanzania (2012), Mera Peak (6 476m) in Nepal (2014), Lobuche East (6 119m) sempre in Nepal (2014),  l’Elbrus (5 642m) in Russia (2014) e l’Aconcagua (6 980m) in Argentina (2015).

Saray Khumalo che questa mattina ha conquistato la vetta più alta dell’Everest

Saray ha provato già altre tre volte a raggiungere la prestigiosa vetta. Nel 2014 è arrivata fino al campo base, ma non ha potuto procedere a causa di una valanga che ha travolto sedici sherpa. L’anno seguente la spedizione è stata bloccata al campo 2 per un terremoto. Mentre nel 2017, a novantanove metri dalla vetta si è infortunata per il maltempo. E’ stata portata a valle da un elicottero.  Oggi finalmente la sua perseveranza e grinta è stata premiata.

Grazie alle sue ardue e coraggiose imprese, la scalatrice è riuscita a raccogliere fondi da molti sponsor e privati, che ha utilizzato per realizzare biblioteche per bambini nel suo Paese.

Africa ExPress
@africexp

Staffetta 4 x 400 bronzo in Giappone. Vince l’Italia più bella: quella multietnica

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano,15 maggio 2019

Un’ex fotomodella romana della Nigeria; una poliziotta nigeriana di Fidenza; una soldatessa modenese del Sudan, una friulana ex calciatrice cresciuta a Laguna Beach (California). Questo il quartetto azzurro-colorato che ha scritto una pagina di storia dell’atletica femminile.

Maria Benedicta Chigbolu, 29 anni, Ayomide Folorunso, 23, Raphaela Lukudo, 25, Giancarla Dimich Trevisan, 26, pochi giorni fa (il 12 maggio per la precisione) a Yokohama, in Giappone, ai Mondiali di staffette, hanno conquistato nella 4×400 una medaglia da tutti definita storica.

Il quartetto, piazzandosi al terzo posto in finale con il tempo di 3’27″74, preceduto soltanto da Polonia (3’27″49) e Stati Uniti (3’27″65), ha ottenuto il miglior tempo stagionale. L’Italia non era mai salita sul podio in questa manifestazione (la IAAF World RELAYS) giunta quasi ignorata alla quarta edizione e con questa medaglia di bronzo ha guadagnato l’accesso ai Mondiali di atletica di Doha (27 settembre-6 ottobre). Un evento avvenuto senza polemiche, per fortuna. Forse sintomo dì normalità della diversità in un’Italia avvelenata dall’intolleranza? Facciamo un salto indietro, alla fine di giugno 2018.

Le ragazze italiane che hanno vinto il bronzo nella 4 x 400 ai mondiali in Giappone

Voliamo da Yokohama a Tarragona, in Spagna. Ai giochi del Mediterraneo il medesimo quartetto, quasi nella stessa formazione, vinse la medaglia d’oro.

Quel successo fu definito la risposta al raduno leghista che si svolgeva domenica 1 luglio, a Pontida. “Prime le italiane”, “Realtà 1 vs Pontida 0”, “ciaone Salvini”, furono i beffardi e polemici commenti su social.

Questa volta, no. Nessuno, giustamente, ha sottolineato il colore o l’origine di tre delle quattro atlete. Il Messaggero – più che giustamente – parlando di Maria Benedicta Chigbolu la definisce atleta reatina, perché vive e si allena a Rieti sotto la guida di Maria Chiara Milardi, che segue anche il suo fidanzato, il quattrocentista della Nazionale Matteo Galvan.

In realtà, Benedicta, seconda di 6 figli, è nata a Roma nel quartiere Torrevecchia (il suo accento è inconfondibilmente romanesco) da mamma italiana, Paola, insegnante di religione, e papà nigeriano, Augustine, consulente internazionale. Suo nonno, Julius , è stato una celebrità nel suo Paese nel salto in alto: giunse in finale alle Olimpiadi di Melbourne nel 1956.
Benedicta, che corre per l’Esercito, ha fatto anche la modella e si è laureata in Scienze dell’educazione (sogna di aprire un asilo nido). Nel 2016, per meriti sportivi il comune di Cercemaggiore (Campobasso) le conferì la cittadinanza onoraria. Questo perché a Cercemaggiore, simpaticamente autodefinitosi paese di vino e di briganti, era nato suo nonno materno e Benedicta vi trascorre le vacanze.

Anche Ayomide Folorunso, Ayo per gli amici, nata da una famiglia originaria del Sud-Ovest della Nigeria (Abeokuta) nel 1996, non è stata ricordata per le sue origini né come icona anti-Pontida. Dal 2004 vive a Fidenza (Parma) con la mamma Mariam e il papà Emmanuel, geologo minerario. È diventata italiana nel 2013 e nel giugno 2015 è stata arruolata nelle Fiamme Oro della Polizia, proveniente dal Cus Parma e – come avevamo scritto lo scorso anno – studia Medicina perché mira a diventare pediatra e dedicarsi alla cura dei piccoli.

Anche Rapahela Bohaeng Lukudo gareggia da 4 anni per l’Esercito: si allena nel centro sportivo della Cecchignola. È nata ad Aversa (Caserta) da genitori sudanesi ma – come ricorda il sito della Federazione italiana di Atletica leggera – “quando “Raffaella” aveva appena due anni, la famiglia si trasferì a Modena e nel 2011 per un paio di anni nei pressi di Londra, rientrando poi in Italia. Studia scienze motorie ma ha frequentato l’istituto d’arte, conservando la passione per disegno e foto”.

Per assurdo quella che ha suscitato una certa curiosità è stata proprio la più….italiana di tutte (almeno nel nome): Giancarla Dimich Trevisan. Il nonno era, infatti, puro friulano, di San Vito al Tagliamento, la nonna toscana di Lucca. Si erano trasferiti oltreoceano a Des Moines (Iowa) dove è nato il papà di “Gia”, architetto, che poi si è spostato in California del Sud per lavoro. Il primo sport di Giancarla è stato il calcio nel ruolo di attaccante, ma per un infortunio al ginocchio ha deciso di passare all’atletica. Ora vive a Los Angeles con il marito Corey Butler, sposato nel 2018. Ha studiato psicologia e management dello sport. Nel tempo libero ama dipingere ma senza trascurare (e come poteva essere diversamente nel mare per eccellenza dei surfisti?) il windsurf.

Ecco, in queste quattro maglie azzurre sono racchiusi un mondo e la nuova Italia pronte a regalare ancora sorrisi e soddisfazioni arcobaleno all’Atletica italiana.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Siccità in Namibia, stato di emergenza. Colpite 500mila persone

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 16 maggio 2019

“A causa della siccità in tutte le regioni della Repubblica della Namibia viene dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Uffici, ministeri e agenzie sono mobilitati per assicurare l’assistenza necessaria alle comunità”.

Siccità in Namibia
Siccità in Namibia

Con un comunicato scarno e diretto, il presidente Hage Geingob, la settimana scorsa ha dichiarato grave situazione del vasto Paese dell’Africa australe. Una siccità che ha colpito diverse aree in cui impatto arriva su una popolazione di 500mila persone, un quarto degli abitanti.

Secondo il ministro dell’informazione Stanley Simataa, è la peggiore siccità registrata nel Paese fino ad oggi. E mentre il primo ministro, Saara Kuugongelwa-Amadhila, chiede aiuto alla comunità internazionale, il governo ha già stanziato l’equivalente di 35milioni di euro. Una cifra che serve per acquistare cisterne per fornire acqua a 10mila famiglie delle aree maggiormente colpite e per distribuire cibo.

Il tweet con la dichiarazione dell’ emergenza siccità del presidente Hage Geingob

Quella di quest’anno è la seconda “emergenza siccità”, in tre anni, soprattutto per la mancanza delle piogge stagionali che cadono tra gennaio e marzo. I fiumi del nord del Paese si sono seccati e la maggior parte della popolazione non riesce a coltivare per il consumo familiare.

Anche gli allevamenti sono sotto pesantissimo stress: negli ultimi sei mesi sono morti 60mila capi di bestiame. Il governo ha dichiarato che sovvenzionerà gli allevatori che riducono le loro mandrie. ll ministro Simataa, li ha invitati tenere un numero ragionevole di capi per la riproduzione fino a quando quando l’emergenza sarà terminata.

Namibia
Mappa dell’Africa australe. In rosso la Namibia (Courtesy Google Maps)

La Namibia, già colonia tedesca, poi protettorato britannico e in seguito sotto il controllo del Sudafrica, è indipendente dal 1990. Ha un territorio estremamente arido con corsi d’acqua a carattere torrentizio che prendono vita durante la stagione delle piogge.

Ricchissima di minerali ma con pochissima terra coltivabile a causa dell’aridità del suolo, il Paese africano, importa il 70 per cento del cibo dal fertile vicino Sudafrica.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Sudan, 7 dimostranti in piazza uccisi a sangue freddo dagli ex janjaweed

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Speciale per Africa ExPress e per Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
14 maggio 2019

Almeno sette dimostranti, che partecipavano in piazza a Khartoum al sit-in contro i militari, e un ufficiale dell’esercito, sono stati ammazzati domenica a tarda notte a sangue freddo, poche ore dopo l’annuncio di un accordo per nominare un governo di transizione misto. Diversi militanti sono stati feriti assieme a due soldati. Non è ancora ben chiaro a chi appartenga la mano omicida. I manifestati accusano le autorità, i soldati hanno addossato la colpa a elementi estranei “infiltrati nella protesta”. Sembra proprio però che l’attacco al cuore della piazza miri a fare deragliare il processo di pace, il cui obbiettivo è quello di varare un governo di transizione a partecipazione comune, civili-militari, per arrivare a elezioni democratiche e a una nuova leadership.

Proteste in Sudan

Lo stringer del Fatto Quotidiano, sentito al telefono a Khartoum, non ha avuto dubbi: “Responsabili del massacro sono i paramilitari della Rapid Support Forces, gli ex janjaweed, i diavoli a cavallo che negli anni scorsi terrorizzavano le popolazioni del Darfur. Attaccavano i villaggi indifesi, massacravano gli uomini, violentavano le donne, rapivano i bambini e bruciavano le capanne. Sono paramilitari che sostengono il presidente Omar Al Bashir, cacciato un mese fa dalle proteste di piazza e ricercato dal Tribunale Penale Internazionale, proprio per quei crimini contro l’umanità perpetrati delle province occidentali del Paese”.

Insomma milizie formate da criminali, cui il governo sudanese ha affidato il controllo delle frontiere settentrionali per bloccare il passaggio dei migranti, un compito finanziato – ufficialmente, con forniture logistiche, camionette, fuori strada, carburante e attrezzature diverse, ma non con denaro – dall’Unione Europea, con il concorso dell’Italia, ai tempi dell’amministrazione Gentiloni.

Secondo il nostro stringer: “Erano giorni che sul lungo Nilo si potevano veder passare automobili nere con a bordo presumibili agenti in borghese. Oggi nelle piazze erano tutti convinti che gli omicidi siano stati premeditati e organizzati per fare saltare gli accordi per arrivare a un governo civile”.

Manifestanti contro il governo militare di transizione

Certamente i gravi episodi di ieri avvalorano la tesi che una parte dell’élite militare del Paese non intende lasciare il potere. La piazza ha dato segni in insofferenza quando pochi giorni fa portavoce dell’amministrazione transitoria dei militari è stato nominato il generale Shams al-Din Kabashi. Trent’anni fa, 30 giugno 1989, quando Omar Al Bashir prese il potere e comparve in televisione per annunciare il successo del suo colpo di Stato, alle sue spalle era comparso proprio Kabashi. Ovvio il nervosismo della folla che protesta dal 18 dicembre dello scorso anno e in questi mesi ha sempre chiesto la rimozione di tutti gli ufficiali compromessi con il regime di Al Bashir.

Per altro Kabashi, in una conferenza stampa tenuta nella notte, ha tenuto a dichiarare che i soldati hanno l’ordine di non sparare sui civili e “mai spareranno”.

L’attacco di ieri segue di qualche ora l’annuncio del procuratore generale secondo cui l’ex presidente è stato incriminato per gli omicidi di manifestanti l’11 aprile scorso. Una notizia accolta con tripudio e giubilo dai dimostranti accampati da mesi davanti al quartier generale delle forze armate a Khartoum. Qualche settimana fa Al Bashir è stato accusato di riciclaggio di denaro e distrazione di fondi pubblici. In molti a Khartoum sostengono che ex dittatore sia già scappato all’estero: “Perché non lo fanno vedere in manette o dietro le sbarre?”, si è domandata una militante che ha parlato solo con garanzia dell’anonimato.

Ieri a tarda sera un portavoce del Freedom and Change Alliance (l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento), Taha Osman, ha spiegato come l’accordo per un governo comune con i militari sia già a buon punto: “Abbiamo trovato un accordo per un consiglio sovrano (una sorta di presidenza comune, ndr), un governo e un parlamento. Dobbiamo ora negoziare la loro composizione e il periodo di transizione”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Il Parlamento Panafricano invierà esperti in Libia per situazione migranti

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Africa ExPress
Pretoria, 14 maggio 2019

Ieri, il Parlamento Panafricano (PAP) (organo dell’Unione Africana, con poteri consultivi e di proposta, fondato nel 2004 e con sede a Midrand, in Sudafrica), ha dedicato la giornata al tema del 2019: “L’anno dei rifugiati, rimpatriati, sfollati, soluzioni durevoli per quanto concerne le deportazioni forzate in Africa”

Mirjam van Reisen, professoressa dell’Università di Leiden, Olanda, durante il suo intervento ha parlato della grave situazione dei migranti in Libia e della necessità di evacuare quanto prima queste persone in un luogo sicuro dove sia garantita la loro protezione. Van Reisen ha auspicato una stretta collaborazione tra l’Unione Europea e l’Africa, volta a fermare i trafficanti di esseri umani e ha sottolineato che l’esternalizzazione delle frontiere europee è stato assolutamente controproducente.

Mirjam van Reisen al Parlamento panafricano

“La schiavitù non è mai riuscita a ridurre le persone in merci e ciò non succederà mai. Il traffico di esseri umani, la riduzione in schiavitù sono crimini atroci e ognuno di noi, in qualsiasi luogo, può contribuire a fermarli”, ha concluso la van Reisen.

Alla fine della seduta del 13 maggio, il PAP ha siglato un Memorandum of Understanding (MoU) con l’UNHCR, volto, tra l’altro, alla protezione di migranti. Nei prossimi mesi PAP invierà esperti in missioni d’inchiesta in Libia e in altri Paesi africani.

Africa ExPress
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Un rapporto sulle tragiche verità in Sinai: rapimenti, maltrattamenti, torture e se la famiglia non paga il riscatto, la morte. Ma l’Eritrea continua a negare

Terroristi in azione in Burkina Faso: un prete e 4 fedeli uccisi durante la messa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 maggio 2019

Un sacerdote e cinque fedeli sono stati barbaramente ammazzati da un gruppo di miliziani durante la celebrazione della messa domenicale in una chiesa a Dablo, comune nella provincia di Sanmatenga, nel nord del Burkina Faso.

I terroristi non hanno perso tempo, il massacro è avvenuto solo due giorni dopo la liberazione di quattro ostaggi occidentali (due insegnanti francesi, una donna statunitense e una di nazionalità sud-coreana) , grazie a un’operazione congiunta delle Forze speciali francesi, americane, burkinabé e beninesi, durante il quale hanno perso la vita due teste di cuoio di Parigi e quattro terroristi.

Chiesa cattolica attaccata da terroristi a Dablo, Burkina Faso

E’ ancora incerta l’identità del gruppo jihadista responsabile dei sequestri e non si esclude che sia colpevole anche della carneficina nella chiesa di domenica mattina. Alcune fonti autorevoli ritengono che possa trattarsi di Ansarul Islam – vi aderiscono per lo più persone di etnia fulani – particolarmente attivo nel nord del Burkina Faso. Il loro leader è Jafar Dicko, fratello di Ibrahim Malam Dicko, predicatore burkinabé ucciso nel 2017, fondatore del raggruppamento. Ansarul Islam ha legami con Fronte per la liberazione di Macina, affiliato ad al-Qaeda.

Il capo è Amadou Koufa, predicatore radicale maliano, di etnia fulani, che nel marzo 2017 è apparso in un video insieme a altri quattro tra i più noti jihadisti del Sahel, annunciando l’unificazione di diverse formazioni armate, già attive da anni nell’area. L’organizzazione è stata chiamata Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani. La formazione terrorista è guidata da Iyad Ag-Ghali, alleato con al-Qaeda e i talebani afgani.

Anche l’organizzazione État islamique au grand Sahara (EIGS), è molto attiva nel Burkina Faso e molto vicino a Adnane Abou Walid al-Sarahoui. Gli islamici di al Sarahoui sono ben conosciuti dagli italiani perché nel 2011 rapirono la cooperante italiana Rossella Urru.

Alla fine di aprile un predicatore protestante e altre cinque persone sono state uccise a Silgadji, nel nord del Burkina Faso, durante una funzione religiosa. Mentre a febbraio è stato ammazzato un padre salesiano spagnolo, Antonio César Fernández, insieme a quattro agenti della dogana, al confine con il Togo, nel sud-est del Paese.

Sempre nel Burkina Faso sono stati rapiti un cittadino indiano e un sudafricano. Alcuni ostaggi sono ancora nelle mani dei terroristi come l’anziano medico australiano, Kenneth Elliot, sequestrato insieme alla moglie Jocelyn nel gennaio 2016. La donna è stata liberata un mese dopo, proprio mentre era in atto l’assalto terrorista a Bamako, la capitale del Mali. La coppia, che dal 1972 risiedeva a Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali, aveva aperto un ospedale di 120 letti quarant’anni fa. Erano considerati i medici dei poveri, molto amati e stimati dalla popolazione locale.

A marzo è stato rapito un sacerdote burkinabé, Joël Yougbaré, parroco di Djibo, nel nord del Paese, mentre tornava da Bottogui, dove aveva celebrato la funzione domenicale.

Ma i terroristi hanno ucciso anche diversi imam, perchè non ritenuti sufficientemente radicali e accusati di collaborare con le autorità.

A gennaio è stato sequestrato e poi ucciso un ingegnere canadese, responsabile delle miniere bourkinabè e ivoriane della società Progress Minerals, della quale era vice-presidente.

Nella ex colonia francese è scomparso da metà dicembre anche un italiano, Luca Tacchetto, giovane architetto, originario di Vigonza, nel Veneto, insieme alla sua compagna Edith Blais, canadese. Finora nessun gruppo terrorista ha rivendicato il loro rapimento.

E proprio a metà aprile, Rémis Dandjinou, ministro della Comunicazione e portavoce del governo burkinabé aveva fatto sapere che ci sono buone speranze che si possa risolvere presto il rapimento di Pierluigi Maccalli, della Società delle Missioni Africane. Il padre era stato sequestrato in Niger nel settembre 2018, poi, secondo Dandjinou, sarebbe stato portato in Burkina Faso, poi in Mali, ma attualmente si troverebbe nuovamente da qualche parte in Niger.

Burkina Faso: gruppo di terroristi

Secondo alcuni esperti le aggressioni alle chiese fanno parte delle strategie jihadiste, come conferma anche Corinne Dufka di Human Rights Watch: gli attacchi degli ultimi mesi nei confronti di cristiani o gruppi etnici sono una tattica dei terroristi per aumentare le tensioni inter-etniche e destabilizzare il Paese.

Recentemente la Germania ha stanziato un finanziamento di quarantasei milioni di euro al governo di Ouagadougou, per stabilizzare le regioni particolarmente colpite dai terroristi. La gran parte degli aiuti economici di Bonn dovrebbero essere investiti per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni colpite, per evitare che i giovani vengano reclutati dai gruppi armati islamisti, mentre un’altra fetta è destinata all’addestramento della polizia.

Secondo la ONG Armed Conflict Location & Event Data Project, tra il 1°novembre 2018 e il 23 marzo 2019  sono state uccise 4776 persone in tutto il Sahel.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

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Congo-K: si lotta contro ebola ma anche contro le superstizioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 maggio 2019

La lotta contro la decima epidemia di ebola, che ha colpito le province di Ituri e Nord-Kivu nella Repubblica Democratica del Congo dal 1°agosto 2018, è sempre più complessa e difficile. Anche se finora sono state vaccinate oltre centomila persone, il virus continua a contagiare la gente .

Secondo l’ultimo bollettino rilasciato ieri, millecentododici persone sono morte a causa della febbre emorragica e ben milleseicentosessantadue sono state infettate dal virus, mentre quattrocentoquarantasei malati sono guariti. Se nei primi sei mesi dalla comparsa dell’epidemia sono morte poco più di cinquecento malati, nell’ultimo trimestre i decessi sono più che raddoppiati.

Operatori sanitari in Congo-K

La rappresentante speciale del segretario dell’ONU nel Congo-K, Leïla Zerrougui, ha chiesto alla popolazione di Butembu nel Nord-Kivu, di collaborare con le équipe mediche per contrastare il virus killer, invece di attaccare gli operatori sanitari. La Zerrougui ha inoltre pregato la gente di ignorare le false voci che con insistenza proclamano l’inesistenza di ebola. E ha aggiunto: “Sono assolutamente infondate e gravi le accuse che qualcuno vi vuole avvelenare e guadagnare con le vostre sofferenze”.
Purtroppo una fetta dei residenti si rifiuta di farsi curare, non accompagna i congiunti nei centri specializzati quando appaiono i primi sintomi della malattia.

Secondo David Miliband, presidente della ONG International Rescue Committee (IRC) si tratta di una sfida senza precedenti per la ex colonia belga e la comunità internazionale. Difficile dargli torto.

Dall’inizio dell’anno ad oggi i centri per il trattamento di ebola hanno subito un centinaio di attacchi: familiari disperati per la malattia o la morte di un congiunto, cercano di bloccare la sepoltura corretta dei cadaveri; in altre occasioni gli ospedali specializzati hanno subito aggressioni da gruppi armati come i maï maï, guerrieri tradizionali, combattenti che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; sono stati molto attivi negli anni ’90. Sono comparsi per le prime volte nelle guerriglie subito dopo l’indipendenza, nel 1960. Da tempo sono ricomparsi e sono responsabili di molti scontri avvenuti in tutto il Kivu. I maï maï dovrebbero proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano.

Anche l’Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, è responsabile di sanguinarie incursioni nelle cliniche e di di feroci attacchi alla popolazione civile.

Congolesi in fuga verso l’Uganda

E proprio a causa delle incessanti violenze da parte di gruppi armati, dalla fine di marzo oltre sessantamila persone sono fuggite dall’area di Beni, nel Nord-Kivu, per cercare protezione in Uganda.

Mentre alcuni sono riusciti ad essere registrati come rifugiati nel Paese limitrofo, altri sono stati usati come scudi umani dai gruppi armati, costringendo i rifugiati a attraversare la frontiera in modo illegale. Sono stati esposti a viaggi rischiosi e pericolosi, senza potersi sottoporre ai controlli di routine, compresi quelli sanitari e lo screening per l’ebola. Ora l’Uganda teme che la febbre emorragica possa attraversare il confine.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes