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Burkina Faso nel caos, attacchi continui dei terroristi contro i militari

Africa ExPress
Ouagadougou, 25 maggio 2019

I terroristi continuano incessantemente i loro attacchi in Burkina Faso. Giovedì scorso, militari dell’operazione Otapuanu (tradotto dalla lingua gulmacema parlata sopratutto nell’est del Burkina Faso, significa “pioggia di fuoco” o “fulmine”), istituita all’inizio di marzo per contrastare il terrorismo e riportare l’autorità dello Stato nell’est e nel centro-est, sono caduti in un’imboscata.

I soldati, guidati da un agente dell’ente Acque e Foreste, dopo aver distrutto una base presumibilmente utilizzata da terroristi, sulla via del ritorno hanno subito un’aggressione da parte di un gruppo armato. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i soldati burkinabè sarebbero stati sorpresi con lanci di razzi e colpi di una mitragliatrice pesante; i terroristi, molto probabilmente, sapessero che i militari avrebbero percorso proprio quel determinato sentiero al loro rientro.

Durante il conflitto a fuoco è morta la guida e altri tre militari sono stati feriti, mentre i terroristi sono riusciti a fuggire sulle loro motociclette e veicoli tricicli.

Militari dell’operazione Otapuanu, Burkina Faso

Attualmente le forze di difesa e di sicurezza del Burkina Faso stanno consolidando l’operazione Otapuanu per smantellare le basi dei terroristi nelle fitte foreste.

Ouagdougo ha fatto sapere che dall’istituzione del nuovo contingente sono stati distrutti parecchi depositi di armi, oltre al sequestro di molto altro materiale e un centinaio di presunti terroristi sono stati arrestati.

Quindici giorni fa, sempre nel Burkina Faso, nella zona al confine con il Benin, le teste di cuoio francesi hanno liberato quattro ostaggi: una donna statunitense e una seconda di nazionalità sud-coreana, tra loro anche due francesi, che erano rapiti all’inizio del mese durante un safari nel parco Pendjari, nel nord del Benin, al confine con il Burkina Faso. La salma della loro guida beninese era stato ritrovato qualche giorno dopo, quasi irriconoscibile in volto e il corpo crivellato da colpi di arma da fuoco.

E solo pochi giorni dopo è stato ammazzato un sacerdote e quattro fedeli durante la celebrazione domenicale; altri fedeli sono stati uccisi il giorno seguente nel corso di una processione.

Africa ExPress

 

Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

I familiari delle vittime del volo Ethiopian Airlines 302 citano in giudizio la Boeing

Speciale per Africa ExPress
Franco Nofori
25 maggio 2019

Il 2 e il 16 maggio scorso, le famiglie di quattro vittime del disastro aereo occorso il 10 marzo di quest’anno, pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Addis Abeba, hanno citato in giudizio la Boeing americana, presso la Corte distrettuale del nord Illinois, per comportamento negligente attuato nel corso dei collaudi del nuovo aereo 737-8 MAX, ad avanzata tecnologia cibernetica. Il procedimento si svolge nei confronti della sede di Chicago del gigante Boeing Company and Rosemount Aerospace, Inc. of Minnesota e riguarda tre vittime italiane: Carlo Spini, Gabriella Viciani e Virginia Chimenti, tutti diretti in Kenya per operazioni di carattere umanitario. A queste famiglie si aggiunge quella di Ghislaine De Claremont, di cittadinanza Belga. Nel disastro perirono centocinquantasette persone.

Il nuovo Boeing 737 in fase di decollo dall’aeroporto di Addis Abeba, pochi attimi prima del disastro

Carlo Spini e la moglie, Gabriella Viciani, vivevano ad Arezzo ed erano rispettivamente un medico e un’infermiera. Stavano recandosi in Kenya per una missione umanitaria, mentre il curriculum di Virginia Chimenti testimonia la sua lunga e profonda esperienza nel campo della solidarietà internazionale. Aveva dedicato la propria vita ad alleviare la povertà e la fame negli angoli più disagiati del mondo, prima per conto della NGO di Nairobi, Alice for Children, operando nel quartiere di Dandora, uno dei più disperati slum della capitale keniana e poi per la FAO (World Food Program) delle Nazioni Unite. Laureata alla Bocconi aveva poi conseguito un master in studi orientali e africani presso la London Unversity. La morte l’ha raggiunta mentre stava recandosi in Kenya per proseguire nel suo lavoro. Aveva solo ventisei anni.

La giovane operatrice FAO Virginia Chimenti perita nel disastro aereo della Ethiopian Airlines

Sono otto gli italiani che hanno perso la vita nel disastro del Boeing 737-8 dell’Etiophian Airlines e cinque di loro si dedicavano a missioni umanitarie. Se gli accertamenti in corso dimostreranno che le tesi proposte dagli avvocati dei familiari, alla Corte dell’Illinois, sono fondate, allo sgomento per la tragica disgrazia, si aggiungeranno indignazione e rabbia perché alla sicurezza di vite umane é stata preferita la scelta di favorire gli interessi economici del gigante aereo internazionale. “Il 737-8 Max – si legge tra le istanze avanzate contro la Boeing – è stato venduto a diverse compagnie aeree, benché i test eseguiti durante il collaudo, avessero evidenziato il malfunzionamento di uno dei sensori che dovevano assistere il pilota nell’impostare il giusto angolo di decollo”.

Il quartier generale della Boeing Corporation

Si tratta d’ipotesi gravissime dalle quali la Boeing ha già fatto sapere che potrà difendersi in modo circostanziato, ma i problemi con questo nuovo aereo erano già stati evidenziati dalla Lion Air che, a seguito di un analogo disastro, aveva denunciato le stesse anomalie, allora attribuite dalla Boeing a un errore del pilota. Quasi tutte le compagnie aeree che avevano acquistato il 737 Max, hanno deciso di lasciarlo a terra per misura precauzionale e la Boeing – finora ritenuta leader indiscussa della navigazione aerea – sta subendo un grave danno d’immagine che le ha già fatto perdere oltre venticinque miliardi di dollari.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Guai a chi fa l’elemosina in Uganda: multe salate e galera

Africa Express
Kampala e Lagos, 24 maggio 2019

I bambini mendicanti devono sparire dalle strade di Kampala. Lo ha deciso il consiglio comunale della capitale ugandese per contrastare lo sfruttamento economico e sessuale dei piccoli, un fenomeno che ha raggiunto livelli inquietanti. D’ora in poi, chiunque da soldi o cibo ai piccoli mendicanti, è passibile di una multa di undici dollari o di una penda detentiva fino a sei mesi.

Secondo i calcoli del governo, nelle vie della capitale si agirerebbero ben oltre quindicimila minori tra i sette e diciasette anni. I più provengono dal distretto di Nakap, nella provincia di Karamoja nel nord-est dell’Uganda e sono esposti, oltre che all’insicurezza, a ogni sorta di violenza.

I bambini, troppo spesso sono vittime di tratta e di trafficanti di esseri umani, che sfruttano la loro vulnerabilità e li buttano sulle strade per chiedere elemosina e quant’altro.

In base ad un rapporto di Humanium, un’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti dei minori, il trentasei per cento dei bambini ugandesi tra i cinque e quattordici anni sono costretti a lavorare in quanto orfani o per contribuire al povero bilancio familiare.

In Africa sono trenta milioni i bambini costretti a chiedere l’elemosina

Erias Lukwago, sindaco di Kampala, ha fatto sapere che, secondo la nuova legge saranno puniti genitori, trafficanti, agenti di bambini mendicanti. I piccoli s’infilano ovunque, dalla mattina alla sera, con il sole o sotto la pioggia, per chiedere la carità. E, quasi sempre, i giovanissimi mendicanti vengono controllati a distanza da una donna adulta che, a fine giornata si appropria dell’incasso.

Sempre secondo Humanium, in Africa oltre trenta milioni di bambini sono costretti a chiedere elemosina. Ecco una dolorosa vicenda accaduta Nigeria.

Samuel Abdulraheem aveva solo sette anni quando è stato rapito dalla sua casa, nel nord della colonia britannica in Africa occidentale. Il padre, un architetto benestante con quattro mogli e diciasette figli, lo ha cercato per anni senza successo. Alla fine si è arreso.

Mendicante cieco con guida

Non così sua sorella maggiore, Firdausi Okezie, che all’epoca del sequestro del fratellino era una studentessa universitaria di ventuno anni. Una volta terminato gli studi, la giovane donna si è trasferita a Lagos in cerca di lavoro. Dopo qualche tempo ha iniziato a frequentare una delle tante chiese protestanti, la Winners chapel, una mega chiesa con sede nell’Ogun state, e con il tempo si è anche convertita al cristianesimo. Ogni anno, durante le feste natalizie, la sua chiesa organizza un raduno di cinque giorni e vi partecipano persone provenienti dal mondo intero.

Nel 2000 anche Firdausi ha partecipato alla festa della congregazione. In un attimo di pausa è uscita dall’edificio e il suo sguardo si è posato su un mendicante cieco, la cui mano era appoggiato sulle spalle di un ragazzino malvestito e denutrito. Era suo fratello.

Dopo il rapimento, il bimbo era stato portato a Lagos, la capitale commerciale della Nigeria, in un quartiere periferico, abitato per lo più da mendicanti diversamente abili. Lì è stato affidato ad una donna, che lo “affittava”  per pochi soldi a ciechi anziani. Il piccolo passava le sue giornate in giro per la città con l’anziano mendicante che, per farsi guidare, appoggiava la sua mano sulla spalla del bimbo. Di notte dormiva su una stuoia nel cortile della casa della donna con altri quattro sfortunati coetanei.

Samuel ha passato questi sette anni in stato di totale schiavitù. “Non mi è mai stato permesso di esprimere sentimenti, ero come uno zombie, forse mi drogavano. Non ricordo”, racconta il ragazzo.

Oggi il giovane ha trent’anni e una laurea in tasca, grazie alle premure e le attenzioni della sorella che dopo il ritrovamento lo ha fatto studiare in una scuola privata perché all’epoca non sapeva né leggere né scrivere. Ha dovuto sottoporsi a molte cure mediche: la sua spalla destra si stava deformando, per tanti anni i mendicanti ciechi, per farsi guidare, si erano appoggiati con tutto il loro peso su quella parte del corpo. Poi sembrava muto, non era più abituato a parlare. Aveva la scabbia e il suo corpo era cosparso di foruncoli male odoranti per mancanza di igiene.

“Avrei voluto fare denuncia – ha detto Firdausi – come si fa in ogni Paese normale, ma la polizia mi avrebbe semplicemente detto di rimandarlo dal padre.

Samuel oggi lavora come supervisore in un cantiere edile. Ha superato le sofferenze del passato che, secondo lui, lo hanno fatto crescere e insegnato ad essere gentile con le persone: “Quando incontro un bambino mendicante, gli compro del cibo. Ricordo di aver sofferto molto la fame all’epoca. I soldi non restano mai in mano ai piccoli, a fine giornata bisogna consegnarli a qualcuno e si resta a pancia vuota”. E infine ha aggiunto: “Non accontentavi di dare soldi o cibo ad un bambino di strada; chiedetevi piuttosto se ha bisogno di aiuto”.

Africa ExPress
@africexp

Centrafrica: nuovo massacro mentre arrivano altri mercenari russi

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 Maggio 2019

Una trentina di civili barbaramente assassinati e altri cinque gravemente feriti nel nord-ovest della Repubblica centrafricana. E’ il bilancio del massacro che si è consumato martedì a Koundjili et de Djoumjoum, due villaggi ad una cinquantina di chilometri da Paoua, al confine con il Ciad.

Gli autori della carneficina sono miliziani del gruppo armato 3R (Retour, réclamation, réconciliation), capeggiato da Bi Sidi Souleymane (alias Sidiki), che è, tra l’altro, uno dei firmatario dell’ottavo trattato di pace, siglato all’inizio di febbraio a Khartoum tra il governo di Bangui e quattordici gruppi ribelli. Sidiki è stato nominato anche consigliere militare speciale alla fine di marzo dal ministero incaricato della formazione di unità militari miste, composte da soldati regolari dell’esercito centrafricano (FAC) e membri di gruppi armati.

Nuovo massacro in Centrafrica

Secondo alcune fonti ufficiali, membri di 3R – gruppo che dichiara di proteggere i fulani – il 21 maggio avrebbero convocato i residenti dei due villaggi per un’assemblea. In piena riunione i miliziani avrebbero aperto il fuoco, sparando indiscriminatamente su tutti presenti.

Ange-Maxime Kazagui, ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo, ha chiesto che Sidiki consegni alle autorità entro le prossime 72 ore i responsabili del massacro, in caso contrario dovrà rispondere personalmente dei delitti commessi. Durante lo stesso lasso di tempo il gruppo 3R dovrà  smantellare la propria base.

Il rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU, il senegalese Mankeur Ndiaye, ha condannato questa carneficina che si è consumata due giorni fa. E il portavoce di MINUSCA (Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica centrafricana), Ikavi Uwolowulakana, ha sottolineato l’indignazione della missione dell’ONU per il carattere particolarmente crudele, pianificato e organizzato nei minimi dettagli, dunque volto a causare un numero elevato di vittime. MINUSCA ha fatto sapere che metterà in campo tutti gli sforzi possibili  per consegnare alla giustizia gli autori e complici del massacro, che potrebbero essere accusati di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità.

Va ricordato a questo punto che l’ultimo trattato di pace è stato preparato minuziosamente sin dal 2017 dall’Unione Africana e tutti gli attori del conflitto avevano tirato un grande sospiro di sollievo quando è stato finalmente siglato a Khartoum, la capitale del Sudan, i primi di febbraio. Nessuno dei precedenti accordi è stato in grado a riportare stabilità nel paese e ora, a quanto sembra, nemmeno l’ultimo, l’ottavo.

Suora franco-spagnola uccisa in Centrafrica

Le violenze non si placano nella travagliata ex colonia francese. Il giorno precedente all’uccisione di massa, una suora franco-spagnola, Inès Nieves Sancho, è stata ritrovata sgozzata proprio dietro il laboratorio di cucito nel sud-ovest del Paese. Il delitto si sarebbe consumato durante la notte tra domenica e lunedì. La religiosa faceva parte della comunità Filles de Jésus, la cui casa madre è a Tolosa, in Francia.

L’anziana suora viveva da anni sola in un’abitazione diocesana a Nola, dove insegnava cucito a giovani ragazze in difficoltà. La comunità intera è sotto choc e finora nessuno ha rivendicato il barbaro assassinio. Secondo diverse fonti, la religiosa non si sentiva particolarmente minacciata.

Secondo un politico locale – citato da fonti vaticane – la morte della suora potrebbe essere collegata al traffico di organi o a crimini rituali, molto frequenti nell’area.

Era nell’aria da tempo, ma qualche giorno fa è arrivata la notizia ufficiale: la Russia fornirà nuovamente armi a Bangui, destinati alle forze armate centrafricane. Il primo invio risale a poco più di un anno fa, grazie a una parziale revoca dell’embargo e sembra che anche questa volta il Consiglio sanzioni dell’ONU abbia acconsentito alla fornitura senza battere ciglio. La presidenza centrafricana ha fatto sapere che presto arriveranno anche trenta ufficiali russi. “Sono in corso trattative perchè gli ufficiali di Mosca possano essere integrati nella missione dell’ONU”, ha specificato il portavoce della presidenza di Bangui e ha aggiunto: “Al di là del suo appoggio militare, la Russia è interessata a sostenerci economicamente”.

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Alla fine del 2017 il presidente centrafricano Faustin Archange Touadéra si era recato in Russia, dove aveva incontrato il ministro degli esteri di Putin, Sergueï Lavrov. Da allora i due governi hanno iniziato una stretta collaborazione: Mosca gode di licenze per lo sfruttamento minerario, in cambio mette a disposizione equipaggiamento industriale, materiale per l’agricoltura e altro. Insomma, anche il Cremlino, come molti altri Stati, è solamente interessato alle ricchezze del sottosuolo africano e, quando serve, come in questo caso, non esita chiedere appoggio all’ONU.

Da qualche tempo il consigliere per la sicurezza di Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della sua protezione personale e da marzo 2018 quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia del corpo.

Ma insieme alle armi e i militari del Cremlino, nella ex colonia francese sono arrivati anche i paramilitari del gruppo Wagner, chiamati più elegantemente contractors invece del desueto ma molto più comprensibile mercenari, al servizio del governo russo, sono uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU (MINUSCA), che attualmente sono presenti con 12.870 uomini in divisa, oltre allo staff civile forte di 1.162 persone (tra volontari ONU, personale internazionali e locale).

Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

In base all’ ONU, nella ex colonia francese 2,9 milioni di persone su una popolazione di 4,5 milioni necessitano di aiuti alimentari con la massima urgenza. Alla fine di aprile, secondo l’UNHCR, i rifugiati erano 598.985. Mentre gli sfollati sono 655.956 (al 28.02.2019), metà dei quali bambini, e migliaia di piccoli sono stati costretti a combattere con i gruppi armati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Torturati civili in Centrafrica: l’ONU indaga i mercenari russi (ma c’è chi accusa Parigi)

Libia, panico per il blocco dell’acqua a Tripoli: ma è durato solo un giorno

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Speciale per Africa ExPress e per Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
22 maggio 2019

Per qualche ora si è temuto che Tripoli sarebbe stata strangolata dall’arsura. Una milizia locale, comandata da un signore dalla guerra scatenato, ma poco conosciuto, Khalifa Hanaish, lunedì ha assalito la centrale idrica di Shuwairif, 450 chilometri a sud di Tripoli, costringendo i tecnici, armi in pugno ma senza sparare un colpo, a chiudere le valvole che alimentano l’acquedotto della capitale. Tripoli è rimasta senza acqua per 24 ore.

Tripoli senza acqua per 24 ore

Khalifa Hanaish è uno stretto alleato del potente generale Khalifa Haftar che il 4 aprile scorso ha cominciato una dura offensiva verso Tripoli per rovesciare il governo, riconosciuto dall’ONU, guidato dal primo ministro Fayez Al Serraj. Poiché quella in Libia è una guerra che si combatte sul piano delle propaganda, appena l’acqua ha smesso di scendere dai rubinetti della capitale, l’apparato pubblicitario del governo ha addossato la responsabilità ad Haftar, accusato di voler annientare gli avversari prendendoli per sete. Il generale della Cirenaica ha smentito le accuse, sostenendo di aver immediatamente spedito i suoi uomini alla centrale di Shuwairif per garantire la distribuzione. Fatto sta che poco ore dopo l’acqua ha ricominciato a defluire nelle case di Tripoli. Un portavoce di Haftar ha respinto le accuse: “Credete che vogliamo fare morire di sete la nostra gente? I nostri soldati sono appostati e controllano la periferia di Tripoli. Come pensate che avremmo potuto lasciarli senz’acqua?”

Non è il primo attacco di Khalifa Hanaish per cercare di convincere il governo a rilasciare suo fratello Al Mabruk Hanaish arrestato con l’accusa di appartenere a un gruppo armato. Qualche tempo fa i suoi uomini hanno rapito e tenuto in ostaggio quattro espatriati, un sudcoreano e tre filippini, tecnici che lavoravano in un impianto idrico nel Fezzan (la regione meridionale della Libia).  La loro liberazione, avvenuta il 17 maggio, è stata possibile grazie all’intervento del generale Haftar in persona, che ha esercitato forti pressioni sul suo alleato. E così gli ostaggi sono stati consegnati alle autorità degli Emirati Arabi Uniti e immediatamente liberati.

Occorre poi sottolineare che la milizia locale di Brak comandata da Hanaish, assomiglia più a una banda di briganti tagliagole che a un gruppo politico. Prima il suo business era rappresentato dal trasposto di migranti che dal deserto del Fezzan volevano arrivare alle coste del Mediterraneo. Oggi che gli affari si sono assottigliati sono costretti ad arrangiarsi con taglieggiamenti e estorsioni.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Lotta alla corruzione in Madagascar: rischio galera per metà dei deputati

Dal Nostro Corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 21 maggio 2019

Il cambio di guardia al vertice dell’ufficio anti corruzione del Madagascar sta provocando un terremoto. La nuova dirigenza ha reso pubblici numerosi dossier che gettano luce su reati che riguardano importanti personalità del mondo politico e economico malgascio.

Negli ultimi giorni due notizie sono state riportate in prima pagina sui giornali locali:  l’inchiesta contro il personale dell’ambasciata a Washington, in particolare per quanto concerne l’ex ambasciatore Zina Andrianarivelo, e l’indagine contro settantanove deputati, oltre la metà degli onorevoli dell’Assemblea nazionale.

Oltre metà dei deputati malgasci sotto inchiesta

L’ex rappresentante diplomatico di Antananarivo, accreditato a Washington e all’ONU per ben quindici anni è sotto inchiesta per malversazione.

Un’inchiesta dell’FBI del 2011 ha stabilito che la vendita dello stabile dell’ambasciata malgascia a Washington, fruttò dodici milioni di dollari ma ne furono dichiarati solo otto. Quattro milioni sparirono nel nulla. L’indagine, inoltre, aveva portato anche alla chiusura del conto bancario dell’ambasciata stessa da parte dell’autorità giudiziaria USA. A questo episodio si erano poi aggiunte investigazioni sull’uso improprio del parco macchine della rappresentanza malgascia e su contratti di lavoro fittizi di personale che non ha mai lavorato alle dipendenze della delegazione di Washington.

L’ambasciatore Zina Andrianarivelo è già stato silurato lo scorso anno dal Consiglio dei ministri di Antananarivo. Ma era sopravvissuto per ben quindici anni alle dipendenze di quattro diversi regimi diversi.

L’ufficio indipendente anti-corruzione sta inoltre indagando su settantanove deputati, accusati di aver ricevuto ingenti somme di denaro per votare in favore di un progetto di revisione della legge elettorale. Il fatto risale al 2018, poco prima delle elezioni. Se le accuse dovessero essere confermate, gli onorevoli rischiano da due a cinque anni di galera. I loro nomi però sono stati tenuti segreti e neppure la stampa locale ha osato pubblicarli.

Il direttore dell’Ufficio anti-corruzione malgascio, Jean-Louis Andriamifidy, sta indagando su diversi personaggi del mondo politico e finanziario del Paese. La lotta contro la corruzione sta portando i suoi primi frutti, anche grazie alle pressioni della comunità internazionale.

Giorgio MaggionI
giorgio@mymadagascar.it

Casamance (Senegal), rapiti cinque tecnici che lavoravano nello sminamento

Africa ExPress
Dakar 21 maggio 2019

Le operazioni di sminamento a Casamance, Senegal, sono state sospese dallo scorso 14 maggio, dopo il rapimento di cinque artificieri della ONG Humanité et Inclusion (ex-Handicap international).

I cinque impiegati della ONG sarebbero stati sequestrati da due uomini armati nei pressi del villaggio di Bafat, tra Ziguinchor e Sédhiou, mentre erano impegnati nello sminamento in una fitta foresta. Secondo una prima ricostruzione, il fatto si è svolto in modo non violento. I cinque sono stati rilasciati la sera stessa vicino alla frontiera con la Guinea Bissau, dopo essere stati derubati di tutti i loro beni.

Si suppone che i due uomini armati, responsabili del sequestro-lampo, siano ribelli dell’MFDC (Mouvement des forces démocratiques de Casamance), attivo nella regione di Casamance da decenni. Dopo un periodo di calma, attualmente si nota nuovamente una recrudescenza delle violenze, aggressioni e furti a mano armata, che minacciano la sicurezza in questa zona del Senegal.

Ora la ONG sta valutando quando riprendere le operazioni di sminamento. Bisogna prima chiarire se si sia trattato di una “semplice” aggressione da parte di criminali comuni o di un atto di intimidazione da parte dei ribelli. Finora nessuna frangia di MFDC ha rivendicato l’aggressione.

Terreno disseminato di mine anti-uomo a Casamance, Senegal

Bahram Thiam, direttore del Centro nazionale d’azione antimine, ha precisato che il conflitto non è ancora terminato e ha aggiunto: “Non stiamo eseguendo azioni di sminamento post-conflittuali. Ci sono dei rischi legati a questo tipo di lavoro. Il dialogo non si è mai interrotto. Anche noi, come parte esecutiva, siamo in costante contatto con tutte le parti coinvolte”.

Il conflitto è scoppiato nel lontano 1982, quando Casamance ha rivendicato la sua indipendenza. La regione confina a nord con l’enclave del Gambia, mentre a sud con la Guinea Bissau e la Guinea e a est con il Mali. E’ abitata da quasi ottocentomila persone, che, malgrado il terreno assai fertile, vista la presenza di molti corsi d’acqua, vivono in uno stato di povertà estrema; l’agricoltura di sussistenza rappresenta la maggiore attività insieme alla pesca e l’allevamento di bestiame. In tutto il territorio c’è una sola università, a Ziguinchor, inaugurata nel 2007, ma è carente di tutte le materie scientifiche.

Nel 2004, dopo anni di lotta, spesso repressa nel sangue dalle truppe governative, Augustin Diamacoune Senghor, detto l’Abbé Diamacoune, capo dell’MFDC e l’allora presidente del Paese, Abdoulaye Wade, hanno firmato un trattato di pace. Per due anni nella regione il clima è stato più disteso, ma dopo la morte dell’abate, nel 2006, il movimento si è spaccato in diverse fazioni. Per la mancanza di controllo del territorio da parte delle autorità, si suppone che per anni il sud del Senegal sia stato terra di passaggio del narcotraffico.

Dal 2012, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, il governo senegalese sta tentando una pacificazione con il più radicale dei leader del movimento, Salif Sadio, che godeva dell’appoggio dall’ex presidente gambiano Yahya Jammeh, che ora è in esilio in Guinea Equatoriale.

La popolazione ora è stanca, chiede la pace, le conseguenze della guerra civile sono state devastanti e intere aree sono ancora disseminate di mine antiuomo poste dall’MFDC, che hanno provocato centinaia di morti e mutilati.

Africa ExPress
@africexp

Nuovo ponte tra Gambia e Senegal passo importante per la pace in Casamance

Terroristi all’attacco nel Sahel morti e feriti tra i militari nigeriani e ciadiani

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 maggio 2019

Ieri notte, un gruppo di terroristi ha preso di mira il sud-est del Paese, finora risparmiato dagli attacchi di gruppi armati. Due località, Koury e Boura, nel circondario di Yorosso, nella regione di Sikasso, hanno subito quasi contemporaneamente due aggressioni. Il bilancio è pesante a Koury, dove hanno perso la vita tre gendarmi, due doganieri e due autisti, mentre a Boura, pochi chilometri più in là, i temibili jihadisti sono stati respinti dalle guardie della sottoprefettura. Un solo agente è stato ferito mentre una decina di uomini armati in sella alle loro moto hanno cercato di circondare il cortile della prefettura.

La Missione integrata dell’ONU per la stabilizzazione in Mali (MINUSMA) ha subito due nuovi attacchi. A Timbuctu un casco blu nigeriano è stato ucciso, e un secondo è rimasto ferito durante un aggressione di un gruppo di uomini armati non ancora identificati.

Mentre a Tessalit, nella regione di Kidal, al confine con l’Algeria, tre militari ciadiani di MINUSMA hanno riportato lesioni quando l’automezzo sul quale viaggiavano ha urtato un ordigno esplosivo.

Caschi blu MINUSMA in Mali

Giorni fa hanno perso la vita anche ventotto soldati nigerini nella regione di Tillabéri, al confine con il Mali. La mattina del 14 maggio, una colonna militare delle Forze armate del Niger è stata attaccata da un gruppo di terroristi. Diciassette soldati sono morti sul colpo, altri sei gravemente feriti, mentre undici di loro sono stati inizialmente dati per dispersi; i loro corpi senza vita sono stati ritrovati solamente parecchie ore dopo. Niamey ha inviato immediatamente rinforzi per dare la caccia ai terroristi, che sarebbero fuggiti verso nord, al confine con il Mali.

Barkane, la missione francese presente in tutto il Sahel con oltre quattromila uomini, non ha partecipato alle operazioni per rintracciare i responsabili della carneficina.

Militari delle Forze armate del Niger

La missione MINUSMA ha perso quasi duecento uomini dal 2013. Nel 2012 oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo di MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono però ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali.

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU ha espresso preoccupazione per le incessanti aggressioni in Mali e ha precisato che le violenze contro i militari della missione potrebbero essere considerati come crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Guterres ha inoltre chiesto al governo di Bamako di fare il possibile affinchè i responsabili degli attacchi possano essere consegnati quanto prima alla giustizia.

Solo pochi giorni fa hanno perso la vita ventotto soldati nigerini nella regione di Tillabéri, al confine con il Mali. La mattina del 14 maggio, una colonna militare delle Forze armate del Niger è stata attaccata da un gruppo di terroristi. Diciasette soldati sono morti sul colpo, altri sei gravemente feriti, mentre undici di loro sono stati inizialmente dati per dispersi; i loro corpi senza vita sono stati ritrovati solamente ore dopo. Niamey ha inviato immediatamente rinforzi per dare la caccia ai terroristi, che sarebbero fuggiti verso nord,  verso il confine con il Mali.

Barkane, la missione francese presente in tutto il Sahel con oltre quattromila uomini, non ha partecipato alle operazioni per rintracciare i responsabili della carneficina.

Una fonte di sicurezza nigerina ha specificato che al momento dell’imboscata, i soldati stavano inseguendo i terroristi, che il 13 maggio avevano attaccato Koutoukalé, prigione di massima sicurezza, a nord della capitale. Secondo  Mohamed Bazoum, ministro degli Interni del governo di Bamako, un militare della guardia nazionale avrebbe perso la vita durante l’assalto di un gruppo di una decina di uomini armati. E, sempre secondo il ministro, i terroristi avrebbero approfittato della giornata di mercato per nascondersi tra la popolazione, prima dell’incursione alla prigione. Le forze nigerine hanno prontamente respinto gli aggressori: erano già in stato di allerta, perché avvisati di un possibile attacco dei terroristi.

Dallo scorso 11 aprile risulta disperso Oumarou Roua, consigliere del governo del Niger. Roua si era recato nel nord del Paese, nella regione di Tongo Tongo, dove avrebbe dovuto incontrarsi con un emissario dello stato islamico del grande Sahara (EIGS), per negoziare la liberazione di un operatore umanitario tedesco, dell’organizzazione non governativa tedesca “Help” con sede a Bonn, rapito nell’aprile del 2018 ad Ayourou, venticinque chilometri a sud di Inatès, poco distante dal confine con il Mali.

Kiro (il sopranome di Roua), si è recato all’appuntamento accompagnato dall’autista e un rappresentante della missione Haute autorité à la consolidation de la paix, che, dopo essere stato torturato, è riuscito a liberarsi cinque giorni più tardi. Il funzionario ha poi affermato che Kiro sarebbe stato ucciso, mentre l’autista, che ha fatto ritorno dalla prigionia solo dopo una settimana, ha detto che il consigliere sarebbe ancora in vita, ma di non averlo più visto dopo l’11 aprile. Un vero e proprio giallo. Un dirigente nigerino ha fatto sapere che molto probabilmente la negoziazione per la liberazione del tedesco sarebbe stato solamente un tranello. Infatti Roua non godeva della stima dei jihadisti, in quanto sarebbe sempre stato in contatto con i francesi e inoltre avrebbe cercato di scoraggiare i giovani fulani dall’arruolarsi nei ranghi del gruppo dell’EIGS.

Lunedì scorso, solo un giorno dopo l’uccisione di un sacerdote e di alcuni partecipanti alla celebrazione domenicale,  sono stati brutalmente ammazzati altri fedeli cattolici durante una processione a Zimtenga, nel nord del Burkina Faso. I terroristi hanno intercettato il corteo, uccidendo quattro dei partecipanti e bruciato la statua della Madonna.

Venerdì scorso, invece, è stato pugnalato a morte il salesiano spagnolo, Fernando Fernández, nel centro studi don Bosco a Bobo-Dioulasso, città nel nord-est del Paese, mentre un suo confratello, Germain Plakoo-Mlapa, un sacerdote togolese e direttore del centro, è stato ferito. Secondo quanto riportano fonti vaticane, questa volta il folle gesto non sarebbe opera dei terroristi, ma si tratterebbe della vendetta di un anziano cuoco, licenziato due mesi fa.

L’Unione Europea è fortemente preoccupata per l’attuale recrudescenza delle violenze nel Burkina Faso e in tutto il Sahel. Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UEe per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza, durante un meeting con i ministri degli Esteri della regione, ha fatto sapere che la situazione è davvero paradossale: la sicurezza nel Sahel sta precipitando pericolosamente, malgrado gli sforzi messi in campo in favore degli Stati del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Niger e Mali).

In risposta alla Mogherini, Tiébilé Dramé, ministro degli Esteri del Mali, ha chiesto un’accelerazione delle procedure, una mobilitazione internazionale contro la minaccia terrorista.

Molte sono ancora le questioni aperte per quanto concerne il contingente FC G5 Sahel, incaricato di contrastare il terrorismo nella regione. La multiforza africana è co-finanziata dall’Unione Europea, Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita, oltre che dai cinque Stati africani del G5. Purtroppo stenta a decollare anche per mancanza di fondi. Infatti non tutti i finanziamenti promessi finora sono stati elargiti.

I militari della FC G5 Sahel dovrebbero intervenire nelle zone di maggior rischio nei vari territori, ma finora i loro interventi sono stati limitati. Infatti, dopo l’attacco alla base del contingente nel giugno 2018, le operazioni sono state interrotte fino all’inizio di quest’anno. Ora la forza tutta africana è attiva al settantacinque per cento delle sue capacità.

E proprio a causa della sicurezza precaria nel Sahel, a tutt’oggi sono ancora chiuse oltre duemila scuole. Ai piccoli viene così negato il diritto allo studio, base fondamentale per un futuro migliore.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il Mali sconvolto da attacchi dei terroristi e scontri tribali: morti e feriti dappertutto

Operatore umanitario tedesco rapito in Niger

Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

Capo Verde, David tornato a casa: è morto dissanguato. Ma qualcosa non torna

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 maggio 2019

Ieri pomeriggio, in una Firenze piovosa, si sono svolti i funerali di David Solazzo, giovane agronomo fiorentino morto a Capo Verde, in circostanze poco chiare.

I risultati della seconda autopsia, effettuata al policlinico Gemelli a Roma, confermano il decesso per dissanguamento. Lo stesso risultato del primo esame autoptico eseguito a Capo Verde.

David Solazzo, sgronomo fiorentino morto a Cap Verde (Courtesy COSPE)
David Solazzo, agronomo fiorentino morto a Capo Verde (Courtesy COSPE)

La conferma è arrivata attraverso il legale della famiglia, Giovanni Conticelli. Sull’avanbraccio destro del cooperante, vicino al gomito, il medico legale ha trovato tre profondi tagli compatibili con la rottura del vetro infranto di casa sua. Ma, secondo il medico, potrebbero essere stati causati anche da altri strumenti da taglio.

La famiglia di David non crede all’ipotesi dell’incidente domestico dichiarata dagli inquirenti di Capo Verde e resta determinata ad andare avanti. Rimangono molti dubbi sulla dinamica di quello che le autorità capoverdiane hanno definito “incidente” che ne ha causato la morte per dissanguamento. Secondo l’avvocato Conticelli l’unica cosa che si può escludere è l’omicidio diretto del giovane ma mancano molte spiegazioni sulla dinamica.

David Solazzo, agronomo fiorentino morto a Capo Verde
David Solazzo, agronomo fiorentino morto a Capo Verde (Courtesy COSPE)

Sarebbero emersi elementi oggettivi che portano a pensare che nell’appartamento del giovane agronomo ci sarebbero state altre persone. Lo dimostra il fatto che sulle maniglie delle porte non c’era sangue che invece è stato trovato in diversi punti all’interno dell’appartamento.

Secondo il legale di famiglia potrebbe essere stato un ladro o qualcuno con il quale ha discusso in modo animato. Una collutazione potrebbe essere la ragione degli altri tagli superficiali sul corpo e varie lesioni sulle ginocchia. ”Abbiamo saputo anche che non è stata fatta intervenire la polizia scientifica”, ha dichiarato Conticelli a RaiNews24.

Inoltre, dai rilievi effettuati nell’appartamento potrebbero emergere informazioni preziose, anche provenienti dal cellulare che per il momento è in mano degli inquirenti a Capo Verde.

La porta della casa di David Solazzo a Capo Verde

Sulla verifica di questi ultimi indizi potrebbero venir fuori nuove prove che escludono l’incidente. La famiglia Solazzo, spera che l’inchiesta per omicidio aperta della Procura di romana continui. Potrebbe smentire l’ipotesi della disgrazia.

David, 31 anni, era a Capo Verde, nell’Isola di Fogo con l’ong fiorentina COSPE per lavorare come agronomo nel progetto Rodas de Fogo, finanziato dall’Unione Europea. Il giovane il primo maggio è stato trovato morto in casa in una pozza di sangue.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Indagini sulla misteriosa morte dell’agronomo fiorentino a Capo Verde

 

“Dio vuole la pace”: in Ghana centenario Imam va alla messa in chiesa cattolica

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
19 maggio 2019

Le celebrazioni pasquali coincidevano con il suo centesimo compleanno e Sheikh Osman Sharubutu, autorevole capo Imam del Ghana, ha voluto festeggiarlo in un modo davvero singolare: nel generale stupore, sia della comunità islamica, sia di quella cristiana, si è presentato presso la Chiesa Cattolica di Cristo Re, ad Accra, dove ha assistito alla messa celebrata da padre Andrew Campbell, un sacerdote di origine irlandese. Il venerando Imam, nonostante l’età avanzata, è lucidissimo, legge senza uso di lenti ed è in perfetto controllo delle proprie facoltà mentali per esprimere valutazioni e giudizi.

Il Capo Imam del Ghana, Sheikh Osman Sharubutu

La professione della fede islamica, in Ghana, è minoritaria rispetto a quella cristiana e l’iniziativa dell’eclettico Imam non è piaciuta agli ambienti più ortodossi che hanno giudicato oltraggioso il fatto che un’alta autorità dell’Islam offendesse i precetti coranici, pregando insieme a degli infedeli, nel loro tempio, ma l’Imam ha subito precisato che non si è recato in quel tempio per pregare secondo il rito cattolico, ma solo per assistere al suo svolgimento come profferta di pace e di solidarietà, verso i duecentocinquanta “fratelli cristiani”, brutalmente uccisi nel recente attacco terroristico in Sri Lanka.

Il capo Imam del Ghana con Padre Andrew Campbell, dopo la celebrazione della messa pasquale ad Accra

“Allah, vuole armonia e pace – ha detto Osman Sharubutuche possono essere conseguite solo attraverso la reciproca tolleranza tra cristiani e islamici”. La decisione di partecipare a uno dei più significativi eventi della cristianità, ha fatto definire la sua scelta, dai media locali e internazionali, come una “vivida luce di speranza, nelle tenebre dell’incomprensione e dell’odio”. In un’intervista rilasciata alla BBC, Aremeyao Shaibu, portavoce ufficiale dell’Imam, ha detto: “Con questo gesto, il venerabile Sheikh Osman Sharubutu, ha voluto cancellare l’immagine di una religione islamica, votata al conflitto e all’intolleranza, per restituirla ai suoi valori fondanti di solidarietà, di pace e di amore”.

La Chiesa Cattolica del Cristo Re di Accra, dove si è svolto il servizio pasquale cui ha partecipato l’Imam ghanese

Questi concetti, l’Imam Sharubutu, non li limita al mero valore delle parole, ma li attua pienamente nel suo stile di vita. Il cancello della sua modesta dimora, nel povero quartiere di Fadama, alla periferia di Accra, è sempre aperto a chiunque abbia bisogno di assistenza. La sua fontanella offre liberamente acqua potabile a tutti e la sera, viene anche servito cibo gratuito a chi non ha i mezzi per procurarselo. Considerando l’istruzione, un importante strumento per l’emancipazione, morale e sociale, l’Imam Sharubuto, ha sostenuto centinaia di giovani ghanesi nei loro studi in patria e all’estero, favorendo così la creazione di una futura classe dirigente in grado di sostenere il Paese nei suoi progetti mirati alla giustizia sociale e allo sviluppo economico.

Il Capo Imam del Ghana, Sheikh Osman Sharubutu, con il vescovo cattolico di Accra, Monsignor Charles Gabriel Palmer-Buckle

La comunità islamica del Ghana, rappresenta solo il 18 per cento dell’intera popolazione, ma non sono solo gli islamici a pregare affinché il capo Imam Sheikh Osman Sharubutu, possa vivere ancora a lungo. Per tutto il popolo ghanese, la sua figura – che ha più volte interloquito con le autorità politiche per riportare la pace là dove questa appariva a rischio – è un simbolo di pace e di stabilità nazionale che lo rende simile a un Ghandi africano. Con alcuni dissennati Imam che in varie moschee del mondo incitano i loro proseliti all’odio e allo sterminio, è naturale che ci sia apprensione su chi potrà succedere a questo venerando e saggio uomo di Allah, nel proseguire il suo stupefacente ministero.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1