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Sudan, chiusa Al Jazeera mentre continua il braccio di ferro tra la piazza e i militari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1°giugno 2019

Il Consiglio militare di transizione del Sudan ha disposto giovedì scorso la chiusura immediata degli uffici della televisione  qatariota Al Jazeera a Khartoum. Le autorità hanno revocato le credenziali a tutti i loro giornalisti presenti nel Paese e hanno confiscato il materiale sul quale stavano lavorando. Ma nessun ordine  scritto è stato consegnato al responsabile della sede nella capitale sudanese.

Secondo quanto riporta Sudan Tribune, giornale online con base a Parigi, le forze dell’ordine avrebbero fatto irruzione negli studi dell’emittente mentre andava in onda il talk show quotidiano sulle proteste ancora in atto a Khartoum e i reporter continuavano a trasmettere i loro servizi sul sit-in in svolgimento davanti al quartier generale dell’esercito.

Recentemente gli organi addetti alla sicurezza avevano dato ordine ai media locali di non focalizzare le loro informazioni sulle proteste di piazza e le attività della coalizione Freedom and Change (comprende Sudanese Professional Association) e alcuni partiti all’opposizione).

Intanto continuano i negoziati tra civili e militari per la formazione di un governo di transizione composto da militari e civili e le piazze sono ancora affollate. Anche oggi migliaia di manifestanti, partiti da diversi quartieri della capitale, hanno poi raggiunto il sit-in, in atto dal 6 aprile davanti al quartier generale dell’esercito. I dimostranti avevano chiesto sostegno ai militari contro lo strapotere dell’allora presidente Omar al Bashir, rovesciato poi l’11 aprile. Attualmente l’ex dittatore si trova in una prigione a nord della capitale.

Dopo due giorni di sciopero generale a livello nazionale, le due parti – militari e civili – sono in trattative per trovare una possibile soluzione, ma nell’attesa la piazza continua a mettere sotto pressione la giunta militare.

Manifestanti in Sudan 19 aprile 2019, foto esclusiva per Africa ExPress di Mohamed

Rashid Saeed, un portavoce di Freedom and Change, ha spiegato che i golpisti sarebbero pronti ad accettare una presidenza a rotazione di un anno e mezzo e un’equa ripartizione dei membri per ogni dicastero. Ma le trattative sono molto lunghe e complesse. Il Freedom and Change è un gruppo eterogeneo e dunque ogni decisione deve essere discussa e ridiscussa. La coalizione ha promesso di dare una risposta definitiva nelle prossime ventiquattro ore. Non tutti i suoi componenti sono favorevoli a condividere il potere con i militari durante il governo di transizione.

Intanto giovedì scorso l’attuale capo del governo, Abdel Fattah Al-Burhane, è andato in Arabia Saudita per una serie di colloqui bilaterali con rappresentanti di diversi Paesi arabi e musulmani.

Una decina di giorni fa Riyad ha depositato duecentocinquanta milioni di dollari sulla banca centrale del Sudan, la stessa cifra era già stata versata un mese prima dagli Emirati Arabi Uniti per incrementare le riserve di denaro liquido. Entrambi avevano offerto un aiuto finanziario di tre miliardi di dollari subito dopo la destituzione di al Bashir: mezzo miliardo in contanti, mentre il resto dovrebbe essere devoluto sotto forma di cibo, medicinali e prodotti petroliferi.

Mohammad Hamdan Daglo, vice presidente del Consiglio militare di transizione sudanese

A metà aprile, Mohammad Hamdan Daglo, vicepresidente del Consiglio militare di transizione ha riconfermato la partecipazione del Sudan alla coalizione suadita nello Yemen. “Continueremo a combattere insieme alla coalizione araba fino alla fine”, aveva dichiarato Daglo, (detto Hametti), attualmente comandante dei paramilitari di Rapid Support Forces, come ora si chiamano i janjaweed, i diavoli a cavallo che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi durante la guerra in Darfur. Hametti, che era il capo di questi criminali, è stato al servizio del vecchio dittatore al Bashir per ben trent’anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sudafrica, USA insistono: “Ex ministro mozambicano deve essere processato prima da noi”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1° giugno 2019

Manuel Chang, ex ministro delle Finanze mozambicano coinvolto in una frode da 1,9mld di euro, pensava di essere in salvo. Ma gli Stati Uniti, attraverso portavoce dell’ambasciata Robert Mearkle, insistono nel chiedere al Sudafrica l’estradizione per processarlo.

La decisione della settimana scorsa del ministro della Giustizia sudafricano Michael Masutha di estradare Chang in Mozambico non è piaciuta per niente a Washington.

A destra l’ex ministro Manuel Chang con i suoi legali nel tribunale a Johannesburg

USA: vogliamo Chang

Dopo aver espresso “grande disappunto” l’ambasciata USA ha formalmente chiesto di estradare l’ex ministro negli Stati Uniti e poterlo processare per i suoi presunti crimini.

Mearkle ha ricordato al ministro Masutha che la legge statunitense permette a Chang di essere processato sia negli Stati Uniti che in Mozambico. Cosa non prevista dal Mozambico. Visto che la richiesta di estradizione è stata chiesta prima dagli Stati Uniti, dovrebbe essere processato prima negli USA e poi in Mozambico. Anche perché è impossibile fare il contrario.

“Per i presunti crimini, che hanno colpito i cittadini statunitensi per oltre 700milioni di dollari, deve essere estradato negli Stati Uniti” – ha dichiarato Mearkle. Sono pesanti le accuse degli USA contro Manuel Chang: frode elettronica, frode di titoli, corruzione e riciclaggio di denaro a danno dei cittadini americani.

L’arresto di Chang lo ha eseguito l’Interpol lo scorso il 30 dicembre, su richiesta degli Stati Uniti, all’aeroporto internazionale OR Tambo di Johannesburg. Il 21 maggio la decisione di estradarlo perché “…l’interesse giudiziario sarà meglio servito aderendo alla richiesta della Repubblica del Mozambico”.

Manuel Chang è stato ministro delle Finanze del Mozambico durante la presidenza di Armando Guebuza fino al 2015. In quel periodo l’attuale Capo dello stato, Filipe Nyusi, era ministro della Difesa.

Analisti credono nelle complicità a livelli più alti della politica visto che la frode riguardava la distrazione di denaro per l’acquisto di navi militari. Mentre nella società civile mozambicana si ritiene che Chang possa affrontare una vera giustizia negli USA piuttosto che in Mozambico.

L'accademico Lourenço do Rosario, che parla di grande cospirazione riguardo al debito e al caso Chang
L’accademico Lourenço do Rosario, che parla di grande cospirazione riguardo al debito e al caso Chang

La grande cospirazione

Invece, secondo l’accademico Lourenço do Rosário, mediatore degli accordi di pace tra RENAMO e FRELIMO, si tratta di una cospirazione. “Il ‘caso Chang’ è collegato al debito del Mozambico” – ha affermato, in un’intervista alla TV mozambicana Miramar.

“Si tratta di una grande cospirazione ai danni del nostro Paese, approfittando della nostra debolezza, come succede in molti altri Paesi africani. Ricordo che quando il presidente Nyusi è stato nel Regno Unito ha dato a intendere che il Mozambico ha delle responsabilità. Bisogna però condividere queste responsabilità con chi ha generato il processo del debito occulto che ha indotto il governo mozambicano ad averlo. E questo accade anche a causa della corruzione interna al Paese”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Sudafrica: salvo ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld) non sarà estradato in USA

Arrestato da USA ex ministro mozambicano accusato di frode da 1,9 miliardi di euro

Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

Kenya: negato l’ingresso a tre diplomatici somali e riesplode la tensione

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
31 maggio 2019

L’occasione era stata promossa dalla sede dell’Unione Europea di Nairobi, per favorire una riconciliazione tra Kenya e Somalia, dopo i contrasti esplosi tra i due Paesi sui diritti di sfruttamento petrolifero nelle zone di mare confinanti. L’incontro, prevedeva un pranzo di lavoro nella capitale keniana, cui dovevano partecipare le delegazioni dei due contendenti, con la mediazione di funzionari dell’Unione Europea. Il proposito era di poter giungere a un pacifico accordo che potesse stemperare le tensioni sorte fin dal febbraio scorso a seguito della denuncia del governo somalo all’ONU, in cui si accusava il Kenya, di ostacolare lo sfruttamento di circa 62 mila miglia marine quadrate, concesse al governo britannico per l’estrazione di petrolio e gas.

I tre diplomatici somali cui è stato negato l’ingresso in Kenya. Da sinistra: il senatore Ilyas Alki Hassan; il vice ministro per l’energia, Osman Libah e il membro del parlamento, Zanzam Dahir

Allo scopo di presenziare all’incontro promosso dall’Unione Europea, tre diplomatici somali; il vice ministro per l’energia, Osman Libah; il senatore Ilyas Alki Hassan e il membro del parlamento, Zanzam Dahir, lo scorso 21 maggio, atterravano all’aeroporto Jomo Kenyatta di Nairobi, dove, con indignato stupore, si vedevano negare l’ingresso dai funzionari dell’immigrazione perché i loro passaporti, pur possedendo lo status diplomatico, erano privi del visto d’ingresso. I tre venivano quindi invitati a rientrare in Patria, ottenere il visto presso l’ambasciata keniana di Mogadiscio e quindi tornare a Nairobi. L’ostinazione dei funzionari keniani, non arretrava neppure di fronte all’intervento dell’ambasciata somala a Nairobi che tentava di intercedere in favore dei propri concittadini.

I banchi del controllo passaporti per l’ingresso in Kenya, all’aeroporto internazionale di Mombasa

I tre diplomatici erano così costretti a spendere la notte all’interno dell’area aeroportuale di transito, in attesa del volo che, nel giorno successivo, li avrebbe riportati in patria. La reazione somala allo “sgarbo”, cui ha dato voce l’emittente radiofonica Dalsan di Mogadiscio, è stata immediata e rabbiosa, mentre il governo del Kenya non ha rilasciato alcun commento, salvo una laconica risposta alla stampa del ministro degli esteri Monica Juma che ha detto: “Tutti sanno che per viaggiare all’estero occorre avere un visto d’ingresso. Non conosco il caso specifico, ma sarei davvero stupita di sapere che a qualcuno in possesso di tale visto, sia stato vietato l’ingresso in Kenya”.

Il triangolo di mare conteso tra Somalia e Kenya

Forse la signora Monica, occupandosi degli esteri, non è a conoscenza delle norme relative al visto d’ingresso nel suo Paese. Se lo fosse, dovrebbe sapere che ogni giorno, centinaia di persone arrivano negli aeroporti di Nairobi e Mombasa, ottenendo tale visto al momento dello sbarco ed è quindi difficile non pensare che, con questo atteggiamento, il governo del Kenya voglia mostrare quanto sia tiepido il suo intento di giungere ad un accordo pacificatorio con la nazione vicina. L’episodio in questione, ha ulteriormente infiammato i sentimenti di ostilità che il popolo somalo, già mostrava verso la presenza delle truppe keniane nel proprio territorio, accusate di dedicarsi a stupri, violenze e ruberie, oltre all’indebito sfruttamento delle attività del porto di Chisimaio, da loro presidiato.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal nostro archivio:

Terrorismo in Kenya: turismo in panico prezzo pagato l’intervento in Somalia

Yemen: bombe italiane lanciate dai sauditi provocano ondata di migranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 maggio 2019

Sono oltre cinquemila i migranti intrappolati nello Yemen, Paese che tentanto di attraversare malgrado la sanguinosa guerra che si consuma dal 2015 e dove i morti civili non si contano più. L’ottanta per cento della popolazione necessità di aiuti umanitari, oltre 14 milioni di persone sono a rischio carestia. Scuole chiuse, ospedali per lo più inesistenti a causa dei raid aerei e anche grazie alle bombe prodotte dalla Rheinmetall Waffe Munition Italia S.p.A. (RWM) che ha anche uno stabilimento in Sardegna, a Domusnovas. Queste armi vengono vendute all’Arabia saudita, capofila della coalizione che sostiene il presidente Mansur Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale.

Il conflitto interno è iniziato nel 2015 e vede contrapposto due fazioni: da un lato gli huti, un movimento religioso e politico sciita, che appoggiano l’ex presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ, ucciso nel  dicembre scorso, dall’altro le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dagli huti con un colpo di Stato nel gennaio 2015.

Campo di detenzione per migranti nello Yemen

La maggior parte dei migranti in Yemen provengono dall’Etiopia, scappano da povertà, in cerca di una vita migliore; tentano di raggiungere l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti in cerca di una vita migliore.  Non dimentichiamo che il grande Paese, il secondo più popoloso dell’Africa, detiene il triste primato mondiale per numero di sfollati, che attualmente sono quasi tre milioni. Altri provengono della Somalia, in guerra da ben venticinque anni. Altri ancora dall’Eritrea per fuggire alla più crudele delle dittature africane.

Da metà aprile questi cinquemila sfortunati, fermati dalle autorità yemenite durante il loro passaggio nel Paese, sono rinchiusi in centri di detenzione più che improvvisati: in due campi di calcio e in un campo militari che si trovano a  Aden, Abyan e Lahj, nella parte meridionale dello Yemen.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) dalla fine di aprile tenta di dare supporto ai migranti del Corno d’Africa. Gli etiopi sono duemilatrecentoquindici, tra loro anche centocinquanta donne e oltre quattrocento minori. Gran parte di loro ha deciso di accettare il rimpatrio volonatrio e le autorità di Addis Ababa hanno dato la loro disponibilità di collaborare per il rientro dei propri cittadini. I voli verso la capitale etiope erano già stati programmati. Per mancanza delle necessarie autorizzazioni finora nessun aereo ha potuto atterrare e ciò mette a rischio la vita dei migranti. Molti sono affetti da una grave malattia intestinale, proprio a causa della mancanza di igiene, acqua potabile, accesso alle cure sanitarie e quant’altro e ciò ha già causato la morte di alcuni di loro.

Ma molti dei giovani del Corno d’Africa che sperano in una vita migliore, non riescono nemmeno a raggiungere lo Yemen, figuriamoci proseguire il viaggio.

Lago Assal

Prima di raggiungere Obock sulla costa meridionale del Gibuti, da dove partono molte imbarcazioni di trafficanti alla volta dello Yemen, i giovani devono attraversare lande deserte e impervie, caldissime e non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, nel triangolo di Afar, che si trova a centocinquantacinque metri sotto il livello del mare e rappresenta il punto più basso del continente africano. Muoiono di stenti, fame e sete. Altri annegano durante la traversata, almeno tremilacinquecento negli ultimi dieci anni.

I pochi fortunati che riescono a raggiungere le mete prescelte – Arabia Saudita o Emirati Arabi – sono destinati a svolgere i lavori più umili, maltrattati, sfruttati;  le donne sono trattate come schiave dai padroni, che non di rado abusano anche sessualmente delle ragazze e spesso vengono rispediti a casa, perché ritenuti migranti illegali.

Africa ExPress
@africexp

Le calciatrici del Gabon molestate perchè hanno preso troppi goal

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 30 maggio 2019

Sventurate giovani calciatrici del Gabon. Massacrate in campo a suon di goal dalle avversarie , maltrattate e perfino violentate fuori campo dai loro dirigenti . Tutto perché di reti ne avevano incassate troppe: 44 in 5 partite.

Nella prima (8 maggio) avevano perso per 7- 0 contro le ragazze di Haiti; nella seconda (10 maggio) per 11-0 contro il Giappone; nella terza (13 maggio) era andata meglio contro la Francia: 6-0; ma due giorni dopo erano ricadute in basso nella sfida con la Corea del Nord:10-0.

Giocatrici del Gabon al Sud Ladies Cup in Provenza, Francia

E il 18 maggio avevano finito ingloriosamente con un altro 10-0 ad opera delle rivali messicane.
Questa disfatta calcistica è avvenuta in Provenza, nel sud della Francia, in occasione della seconda edizione della “Sud ladies cup”, un torneo femminile per under 19 (vinto dalla Corea del Nord).

Uno smacco sportivo pagato a carissimo prezzo dalle povere ragazze del Gabon, secondo quanto hanno denunciato al giornalista Freddhy Koula una volta tornate in patria , a Libreville, mercoledì 22 maggio scorso, dopo 3 settimane di lontananza dai propri cari.

La débacle della giovane nazionale femminile ha offerto il destro – secondo le accuse – a qualcuno per sfogare il più becero e violento machismo.
“Siamo state segregate e trattate come bestie da parte di alcuni responsabili della squadra – hanno denunciato le calciatrici, pur terrorizzate da minacce di rappresaglie – Siamo state costrette a dormire su materassi per terra in una stanza di un albergo di infima categoria, dopo che ci avevano sequestrato telefoni, per non comunicare con i nostri familiari, e i passaporti per non scappare; poi siamo state vittime di insulti, palpeggiamenti e violenze sessuali vere e proprie”.

In effetti video e foto circolati sui social mostrano le sfortunate calciatrici ammassate in una squallida stanza di un motel, su materassi buttati sul pavimento.
“È vero che in campo non siamo state all’altezza di quanto ci si aspettava da noi – hanno aggiunto – e non solo per colpa nostra, ma questo li autorizzava a farci vivere un simile calvario?”.

Al danno si è aggiunta pure la beffa: le atlete non avrebbero ricevuto neppure un franco in tutto questo periodo. Al punto che per rientrare a casa, una volta tornate in Gabon, hanno dovuto inscenare una manifestazione di protesta davanti alla sede della Federazione calcistica, a Libreville. Alla fine sono riuscite a ottenere 60 mila franchi (un centinaio di euro) per comprarsi cibo e pagarsi il viaggio per riabbracciare i propri cari.

Alain-Claude Bilie-By-Nze, ministro dello Sport gabonese

L’eco di questa denuncia è stata talmente forte che il ministro degli Sport del Gabon, Alain-Claude Bilie-By-Nze, venerdì 24 maggio ha informato l’autorità giudiziaria per l’apertura di un’inchiesta e, a sua volta, ha disposto un’indagine amministrativa.

“I fatti raccontati sono talmente gravi – ha tuonato il ministro – da spingermi a prendere direttamente sotto controllo la Federazione calcistica gabonese (Fegafoot) e a coinvolgere il Procuratore della Repubblica perché punisca gli eventuali responsabili. Io sono impegnato a che lo sport sia un elemento di arricchimento della persona, di coesione e di unità nazionale. Le molestie sessuali, le violenze psicologiche o le pressioni qualsiasi tipo non posso prosperare nello sport”
.
En passant – e solo come dato cronistico – ricordiamo che Alain-Claude Bilie- By-NZe, 62 anni, è un personaggio molto noto in Gabon per il suo passato di sindacalista studentesco, di politico e per due singolari incidenti: uno giudiziario e l’altro di… corna.

Nel gennaio 2018, dopo aver lasciato da pochi giorni la carica di ministro dei Trasporti, fu arrestato per l’emissione di un assegno a vuoto e condannato a un mese di prigione e a un milione di franchi di ammenda (poco più di 1500 euro). Nel 2015, invece, fu accusato da un uomo d affari franco-beninese di essere stato sorpreso con la (di lui) moglie in camera da letto (sempre di lui). Non solo: Alain-Claude avrebbe tentato di far assumere la medesima signora, denominata dai media locali “sua amante” al ministero della Comunicazione. Tutto il mondo è paese, ovvero niente di nuovo sotto il sole.

Queste vicende, comunque, non hanno stroncato la carriera di Alain-Claude, che nel dicembre scorso è stato chiamato dal nuovo primo ministro  a dirigere il dicastero degli Sport.

Ma torniamo alle nostre sfortunate atlete, meglio note in Gabon come Pantere calcistiche.
A parte le inchieste per accertare la veridicità dell’accaduto ed eventuali responsabilità civili e penali, il caso delle Pantere ferite e non solo nell’onore, ha suscitato profondo sdegno nella popolazione.

Valga per tutte la reazione su Gabon review.com di un cittadino comune,che si firma Mbadinga: “Sarebbe ora di fare un repulisti nelle scuderie del calcio gabonese. I comportamenti deviati e abietti sono una pratica ormai decennale. Gli abusi sessuali devono essere banditi dal mondo dello sport”. E non solo da quel mondo.

Costantino  Muscau
@muskost@gmail.com

Gambia, volevano restaurare il dittatore: condannati otto ex militari

Africa ExPress
Banjul, 29 maggio 2019

Otto ex militari sono stati condannati dalla corte marziale gambiana per aver complottato contro l’attuale presidente, Adama Barrow nel 2017. Gli accusati avrebbero sostenuto il predecessore di Barrowe, Yahya Jammeh, attualmente in esilio in Guinea Equatoriale.

Jammeh, che è stato al potere per oltre ventidue anni nell’ex colonia britannica, un’enclave anglofona all’interno del Senegal francofono, ha perso le elezioni alla fine del 2016. Ha dovuto lasciare il Paese nel gennaio 2017 sotto le pressioni della comunità internazionale e solo dopo aver svuotato le casse del governo.

Yahya Jammeh a destra, e Adama Barrow

Ovviamente i cospiratori si sono dichiarati non colpevoli, ma sono stati ritenuti ugualmente rei di ben di nove capi accusatori, tra gli altri,  tradimento, cospirazione per aver detenuto ex ministri e ufficiali militari, per aver attaccato le forze internazionali, intervenuti in Gambia per ristabilire l’ordine nel Paese dopo la partenza dell’ex dittatore. L’Economic Community of West African States (ECOWAS), era intervenuta in Gambia all’inizio del 2017 con l’Operazione “Restore Democracy”.

Sette dei militari sono stati condannati a nove anni di detenzione, mentre l’ottavo a tre. Tutti erano rimasti in contatti con Jammeh via whatsapp, che, pur essendo in esilio, dettava ordini come e dove attaccare le truppe nelle zone ancora leali al dittatore. Come, per esempio, la regione natale dell’ex presidente Yahya Jammeh.

Gruppi per la difesa dei diritti umani e l’attuale governo hanno affermato che durante il regime di Jammeh siano stati calpestati i diritti fondamentali civili e umani e inoltre hanno accusato il tiranno di frode, addebiti che l’ancien regime nega categoricamente.

Africa ExPress
@africexp

Le truppe senegalesi di ECOWAS restano per altri sei mesi in Gambia

Gambia, la difficile via verso lo Stato di diritto con la pesante eredità di Jammeh

Ebola continua a mietere vittime in Congo-K: morti sono quasi 1300

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 maggio 2019

Quando è ricomparso il virus ebola il 1° agosto 2018 nel Nord-Kivu e a Ituri, due province nella Repubblica Democratica del Congo, i più erano convinti che sarebbe stato debellato presto, ma così non è stato. La lotta contro la febbre emorragica è complessa per le continue aggressioni da parte di vari gruppi armati nell’area e per l’ostruzionismo di una parte della popolazione che rifiuta di sottoporsi ai controlli medici, ai vaccini, a far ricoverare i congiunti e si oppone ai funerali sicuri.

Secondo l’ultimo bollettino epidemiologico nazionale rilasciato il 26 maggio 2019, contagiate da ebola, sono morte 1277  persone, 1912 sono state infettate dal virus e 496 sono guarite.

Ebola in Congo-K

Un operatore sanitario dell’equipe per la prevenzione della malattia infettiva è deceduto domenica durante il trasporto in ospedale dopo un’aggressione da parte di alcuni residenti del villaggio di Vusahiro, nel Nord-Kivu. Il centro è stato saccheggiato e tre case sono state incendiate. Durante la notte tra sabato e domenica nella zona di Butembo un altro ambulatorio è stato distrutto da sconosciuti.

Nel suo ultimo rapporto del 25 maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha precisato che gli operatori sanitari, responsabili locali per l’igiene pubblica, membri delle comunità che collaborano per arginare la propagazione del virus ebola, subiscono di continuo intimidazioni da vari gruppi armati. Di conseguenza in alcune aree gli addetti ai lavori non possono intervenire. A Beni e Lubero alcune infermiere e medici hanno persino dovuto lasciare le loro case e traslocare con le famiglie in altre zone per le continue minacce di morte.

Per dare risposte concrete alla lotta contro la febbre emorragica, è stato nominato come vice-rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU nell’ex colonia belga, David Gressly con il compito di coordinatore per gli interventi d’urgenza del Palazzo di Vetro nelle zone colpite dalla letale malattia. Gressley dovrà affrontare parecchi problemi, come migliorare la questione securezza e il clima politico affinchè la lotta contro l’ebola possa essere più rapida e efficace. “Finora la costante insicurezza e le manifestazioni politiche hanno reso molto difficile il nostro compito. Non possiamo assolutamente perdere altro tempo se vogliamo annientare la malattia”,  ha dichiarato il nuovo coordinatore.

Attacchi ai centri di ebola in Congo-K

In occasione della settantaduesima assemblea dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione, ha sottolineato che per combattere il nemico pubblico numero uno bisogna essere uniti: il governo di Kinshasa, l’opposizione, le persone sul campo devono collaborare tutti insieme per sconfiggere la malattia.

Intanto il governo congolese ha fatto sapere che in dieci mesi si sono verificati ben centotrentadue aggressioni contro le equipe sanitarie. Attacchi che sono costati la vita a quattro persone e trentotto feriti tra personale e pazienti. Inoltre, il personale addetto alla cura dell’ebola è particolarmente esposto al contagio; dal 1° agosto ad oggi sono morti oltre trenta operatori del settore infettati dal virus killer.

In Congo-K ci sono state dieci epidemie da quando è scoppiata la prima nel 1976. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Congo-K: si lotta contro ebola ma anche contro le superstizioni

Sudafrica: salvo ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld) non sarà estradato in USA

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 maggio 2019

“Ho deciso che l’accusato, il signor Manuel Chang, sarà estradato in Mozambico per essere processato per i suoi presunti crimini”. Queste le parole scritte in una nota da Michael Masutha, ministro della Giustizia del Sudafrica.

In questo modo Masutha ha liquidato il problema dell’ex ministro delle Finanze mozambicano, arrestato dall’Interpol lo scorso 29 dicembre all’aeroporto di Johannesburg su richiesta USA.

L'ex ministro delle Finanze mozambicano Manuel Chang in tribunale a Johannesburg
L’ex ministro delle Finanze mozambicano Manuel Chang in tribunale a Johannesburg

Dopo l’arresto gli Stati Uniti ne hanno richiesto l’estradizione, per poterlo processare su crimini riguardanti la legislazione americana. Poche settimane dopo, anche il Mozambico ha richiesto a Pretoria la consegna del suo ex ministro.

Nonostante la domanda della magistratura americana sia arrivata prima, il ministro Masutha ha deciso di soddisfare la richiesta di Maputo. Lo ha fatto dopo aver considerato la questione nel contesto globale affermando che “…l’interesse giudiziario sarà meglio servito aderendo alla richiesta della Repubblica del Mozambico”.

In Mozambico c’è chi insinua, che l’African National Congress (ANC) e partito FRELIMO, al potere rispettivamente in Sudafrica e Mozambico, si stiano supportando a vicenda.

Ma la questione è un’altra. Dagli USA Chang è accusato di frode elettronica, frode di titoli, corruzione e riciclaggio di denaro a danno dei cittadini statunitensi. Secondo gli analisti un processo all’ex ministro in USA potrebbe portare alla luce dettagli sulle implicazioni di membri anziani del partito al potere.

Dal suo Paese invece l’ex ministro sarebbe accusato di aver firmato illegalmente la garanzia del prestito per il Credit Suisse di 1,9 miliardi di euro.

Inutile dire che la decisione di Michael Masutha non è piaciuta per niente agli Stati Uniti che attraverso l’ambasciata a Pretoria hanno espresso “grande disappunto”.

Il prestito, che sarebbe dovuto servire per l’ampliamento di una flotta di imbarcazioni della Ematum per la pesca del tonno, è stato utilizzato per l’acquisto di navi militari. Nelle tasche di Manuel Chang e di altre quattro persone è finito il 10 per cento del totale (190 milioni di euro).

Pescherecci della Ematum ancorati al porto di Maputo
Pescherecci della Ematum ancorati al porto di Maputo

Difficile pensare che l’attuale governo mozambicano del FRELIMO si possa mettere contro il suo ex ministro che ha distratto denaro per comprare navi per la sua Marina militare.

Inoltre non gli è stata annullata l’immunità parlamentare e, poco dopo aver toccato il patrio suolo, potrebbe tornare libero. In attesa delle elezioni nazionali del prossimo ottobre che gli restituiranno il vantaggio dell’immunità.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter:

Arrestato da USA ex ministro mozambicano accusato di frode da 1,9 miliardi di euro

Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

Sospetto brogli in Malawi: la Corte suprema ordina il riconteggio dei voti

Africa ExPress
Lilongwe, 27 maggio 2019

La Commissione elettorale del Malawi ha sospeso la pubblicazione dei risultati elettorali delle elezioni presidenziali, che si sono svolte martedì scorso. Giovedì la Commissione aveva diffuso i primi risultati parziali, che davano in netto vantaggio il presidente uscente, Peter Mutharika, candidato del partito al potere, Democratic Progressive Party (DPP) con il 40,49 per cento di preferenze dopo lo spoglio di due terzi delle schede, mentre Lazarus Chakwera, leader del maggiore partito all’opposizione, Malawi Congress Party (MCP), aveva raggiunto il 35,44 per cento.

L’ordine è arrivato dalla Corte Suprema, che ha imposto di ricontare le schede di oltre un terzo dei seggi, dopo il ricorso presentato da Chakwera, per sospetti brogli elettorali. Secondo MCP in dieci dei ventotto distretti si sarebbero verificate irregolarità.

Seggio elettorale in Malawi

I partiti all’opposizione hanno inoltre fatto notare che alcuni nomi sulle schede sarebbero stati alterati tramite l’uso di correttori.

Saulos Chilima, attuale vicepresidente del Malawi e candidato alla presidenza nella recente tornata elettorale ha chiesto l’annullamento delle votazioni per le gravi anomalie riscontrate durante lo spoglio. Chilima nel conteggio diffuso giovedì aveva raccolto solamente il diciotto per cento delle preferenze.

Gli osservatori dell’Unione Europea, invece, non hanno riscontrato irregolarità, anzi, hanno ritenuto la tornata elettorale “ben gestita, inclusiva, competitiva, trasparente”.

Lo scorso 21 maggio 6,8 milioni cittadini malawiani aventi diritto al voto si sono recati alle urne non solo per le presidenziali, ma anche per le legislative e per il rinnovo dei consiglieri dei governi locali.

Africa ExPress
@africexp

Brusco voltafaccia del Kenya contro i gay: “L’Alta Corte conferma il carcere”

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
26 maggio 2019

Chi conosce l’Africa, sa che è una splendida terra ma piena di contrasti e contraddizioni che sfiorano spesso il paradosso. Nel marzo scorso la Corte d’Appello di Nairobi aveva emesso una sentenza che, rigettando l’istanza avanzata dal coordinamento centrale delle NGO nazionali, riconosceva il diritto di gay, lesbiche e transessuali a costituirsi in associazioni iscritte presso il registro nazionale. Considerati i forti sentimenti omofobi presenti nel Paese, si trattava indubbiamente di una sentenza destinata a fare storia e ad aprire, negli appartenenti al gruppo LGBTQIA (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali, Asessuali) uno spiraglio di speranza verso la legittimazione dei propri orientamenti sessuali.

La dolorosa reazione di gay e lesbiche alla pronuncia della sentenza dell’Alta Corte di Nairobi

Questa speranza è stata però bruscamente affossata da una nuova pronuncia giudiziaria che fa apparire la precedente come una sorte di cinica beffa. L’Alta Corte del Kenya ha respinto l’istanza presentata, da Eric Gitari, attivista keniano dei diritti della LGBTQIA, di depenalizzare i reati previsti dagli articoli 162 e 165 del vigente codice penale, che prevedono fino a quattordici anni di carcere per chi pratica“carnal knowledge against the order of nature”, cioè: conoscenza carnale contro natura.

Enunciazione dal vago sapore biblico che è comunemente intesa come rapporto anale tra uomini. Questa sentenza, come i giudici hanno dichiarato, si fonda sul comma 2 dell’articolo 45 della Costituzione, fondamento che appare alquanto forzato, poiché il comma citato non fa alcun cenno alla tipologia di atti sessuali, ma si limita solo a riconoscere come unico matrimonio legittimo quella tra uomo e donna.

Nairobi: giovani gay, davanti alla Corte di giustizia, attendono la proclamazione della sentenza

Impossibile non chiedersi che senso ha consentire ai gay di associarsi – riconoscendo così implicitamente le loro tendenze sessuali – per poi criminalizzarli quando le praticano. Inoltre, salvo che tali manifestazioni avvengano in pubblico, come sarà possibile per le forze di polizia accertare che tali rapporti abbiano avuto luogo, giacché l’ispezione anale, un tempo ritenuta legittima, è stata proibita da una sentenza dell’Alta Corte di Mombasa fin dal marzo dello scorso anno? Il tema dell’omosessualità resta un tema molto controverso, che trova granitici elementi di avversione soprattutto nelle religioni cristiane e islamiche. Il termine “sodomia”, deriva, infatti, dalle pratiche “contro natura”, così definite dalla Bibbia, che erano praticate nella città di Sodoma, la quale – sempre secondo il testo biblico – fu totalmente distrutta insieme alle altre città “peccatrici” di Gomorra, Zeboim, Adma e Zoar, in occasione del Diluvio Universale.

Una delle tante manifestazioni popolari anti-gay in Kenya

Ma più ancora delle enunciazioni bibliche, ciò che fornisce un formidabile sostegno alle motivazioni dell’Alta Corte, che ha mantenuto intonsa la criminalizzazione dell’atto omosessuale, è la generale avversione del pubblico verso le pratiche in questione. Avversione che non si riferisce solo al Kenya, ma è estesa a macchia d’olio in tutto il continente africano, nei Paesi arabi e in alcuni di quelli asiatici di fede islamica. Nel pronunciare la sentenza, il presidente della Corte, Roselyne Aburili, ha detto che “non esistono prove assolutamente certe che i membri della LGBTQIA siano nati con le caratteristiche sessuali da loro dichiarate”. In altre parole, ciò significa che, nell’opinione del collegio giudicante, non si tratta di equilibri cromosomici, ma di semplici e viziose aberrazioni sessuali.

Franco Nofori
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