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Liberia: Weah contestato, la popolazione chiede migliori condizioni di vita

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 giugno 2019

Migliaia di cittadini liberiani sono scesi nelle piazze e nelle strade della capitale Monrovia venerdì scorso per chiedere migliori condizioni di vita. Un problema di vasta portata per George Weah, eletto presidente nel 2018, che prima di dedicarsi alla politica è stato un campione di calcio. Nel 1999 fu scelto dall’IFFHS come calciatore africano del secolo, ma evidentemente amministrare un Paese, non è come giocare a pallone.

Decine di associazioni della società civile, comprese quelle dei giovani, che furono grandi supporter di Weah durante la campagna elettorale,  hanno formato il consiglio dei patrioti, fortemente appoggiato dai partiti dell’opposizione. La manifestazione di venerdì era stata indetta già due mesi fa e pubblicizzata in grande scala su tutti social network, che, ahimè, proprio venerdì, 7 giugno, risultavano oscurati nella capitale. Ma secondo Henry Costa, popolare speaker radiofonico e tra i maggiori sostenitori del movimento, ha fatto sapere che questa manifestazione rappresenta solo l’inizio: “Resteremo nelle strade e nelle piazze finchè non otterremo risultati concreti”. Molti abitanti della capitale sono andati da parenti fuori città, temendo violenze e disordini.

Manifestazione in Liberia contro il governo di Weah

Buona parte della popolazione vive senza i servizi essenziali, come acqua corrente e energia elettrica, in parte riconducibile alla corruzione endemica.

Dopo i lunghi anni di guerra civile la riconciliazione non è stata facile. I giovani che avevano combattuto allora, oggi sono senza istruzione e lavoro; sono arrabbiati, infelici della precaria situazione economica, che non dà le necessarie opportunità. In particolare gli ex bambini soldato sono emarginati dalla società, vivono in baraccopoli e campano grazie a piccoli furtarelli.

Secondo fonti della polizia i partecipanti alla manifestazione sarebbero stati oltre quattromila. La comunità internazionale si è detta molto preoccupata per l’attuale situazione nel Paese. Teme, infatti, un rigurgito delle violenze; il ricordo della sanguinosa guerra civile (1989-2003) che ha causato la morte di 250.000 persone è ancora vivo.

Weah succede a Ellen Johnson Sirleaf – ha guidato il Paese dal 2006 al 2018 – e durante la sua campagna elettorale aveva promesso la riduzione della povertà e di combattere la corruzione galoppante, inoltre aveva garantito sicurezza e il diritto di manifestare. Purtroppo giovedì scorso anche lui ha alzato i toni: “Gli insulti e l’incitamento alla violenza non saranno mai più tollerati sotto la mia amministrazione”.

In questi giorni il presidente ha difeso il bilancio dei suoi primi diciotto mesi. “In questo periodo sono state costruite strade per collegare villaggi isolati, abbiamo pagato le tasse per sostenere gli esami a coloro che non avevano i mezzi, e ora tutte le scuole pubbliche sono gratuite. Non credo che possiamo essere biasimati per questo”.

La ex presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi

I manifestanti chiedono nuove misure per far fronte alla grave crisi economica, un tribunale speciale per giudicare i responsabili della guerra civile e maggiore attenzione per la lotta contro la corruzione. Per ragioni di sicurezza gli organizzatori della protesta hanno dovuto sottoporre le loro lamentele alla vicepresidente Jewel Howard-Taylor, ex moglie di Charles Taylor, ex presidente e signore della guerra (1997-2003), invece che a Weah, mossa che non è stata apprezzata dai dimostranti.

Nel dicembre del 1989 il National Patriotic Front of Liberia (NPFL), capeggiato da Charles Taylor, comincia una rivolta nel nord del Paese e ben presto prende il controllo di quasi tutto il territorio, eccetto della capitale Monrovia. Alla guerra civile partecipano sette fazioni rivali; termina con gli accordi pace nel 1997. Nelle elezioni che seguono, Taylor viene eletto presidente. Nel 1999 ricominciano i disordini, ma Taylor prende il controllo della situazione. Nel 2003 altra guerra civile che termina con la fuga del presidente in Nigeria. Si stima che in questi quattordici anni siano morte almeno duecentocinquantamila persone, mentre centinaia di migliaia hanno dovuto lasciare le proprie case e fuggire.

Nel 2012 Charles Taylor viene condannato dalla Corte penale internazionale per ben undici capi di accusa relativi ai crimini di guerra. Attualmente sta scontando una pena di cinquant’anni in una prigione della Gran Bretagna.

La crisi economica attuale è dovuta in gran parte alla quotazione del dollaro americano che è raddoppiato negli ultimi due anni rispetto al dollaro liberiano. La svalutazione della moneta locale rende quasi impossibile per la maggior parte della popolazione l’acquisto di merce importata e per ridurre la galoppante inflazione, Weah ha ridotto le tasse sull’importazione per oltre duemila prodotti di prima necessità.

Ma la situazione si è aggravata anche grazie ad operazioni azzardate commesse dalla Banca Centrale Liberiana sotto l’amministrazione precedente e quella attuale. Lo scorso marzo cinque ex alti funzionari dell’istituto, tra loro anche il figlio di Ellen Johnson Sirleaf, sono stati accusati di sabotaggio economico per la sparizione di quindici miliardi di dollari liberiani (l’equivalente di ottantatremila euro). Le banconote, stampate all’estero, sarebbero arrivate nel Paese tra novembre 2017 – allora il presidente in carica era ancora Ellen Johnson Sirleaf –  e agosto 2018, ma nella banca non sono state trovate tracce del malloppo.

Già a fine maggio il presidente ha promesso di chiedere un nuovo prestito al Fondo Monetario Internazionale per stabilizzare l’economia. Inoltre Weah si è impegnato affinchè venga sostituita la direzione della CBL. Intensificherà, inoltre, la lotta contro la corruzione. Istruzione, sanità, infrastrutture stradali e investimenti avranno comunque l’assoluta priorità.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Liberia: spariti nel nulla 83 milioni di euro mentre Weah vara la riforma terriera

 

Continua la repressione a Khartum: arrestati leader dell’opposizione

Africa ExPress
Khartoum, 8 giugno 2019

Poche ore dopo la visita del primo ministro etiope Abyi Ahmed, le forze di sicurezza sudanesi hanno arrestato, Mohamed Esmat, un esponente di un partito dell’opposizione e Ismail Jalab, un leader del Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N). Entrambi erano presenti alla tavola rotonda organizzata da Abiy durante il suo soggiorno lampo ieri a Khartoum, dopo il massacro che si è consumato qualche giorno fa nella capitale.

Esmat è stato fermato venerdì stesso, mentre Jalab è stato prelevato nella sua abitazione alle tre del mattino insieme al portavoce del Movimento, Mubarak Ardol. Finora non è dato sapere dove siano stati portati. Si teme anche per la sorte di Yasir Arman, vicepresidente di SPLM-N, arrestato qualche giorno fa.

Il premier etiope Abiy Ahmed a Khartoum

Arman era ritornato in Sudan il mese scorso, dopo un esilio durato oltre vent’anni. Durante quel periodo aveva vissuto sia in Kenya che nella zona delle montagne di Nuba, al confine con il Sud Sudan. Secondo alcune fonti, l’esponente del SPLM-N, sarebbe stato arrestato dalle forze paramilitari RSF, il cui capo è Mohamed Hamdan Daglo meglio conosciuto come “Hametti”, un tempo leader delle criminali bande di janjaweed che terrorizzavano e massacravano le popolazioni civili di origine africana nel Darfur. Oggi sebbene sia ricercato dalla Corte Penale Internazionale, è vicepresidente del Consiglio Militare di Transizione, al quale recentemente l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno assicurato aiuti finanziari per tre miliardi di dollari.

Yasir Arman, vicepresidente di SPLM-N, arrestato dai paramilitari di RSF

Sia Esmat che Jalab sono figure di spicco di Freedom and Change, alleanza che comprende la Sudanese Professional Association e alcuni partiti all’opposizione. Sta di fatto che la giunta militare è riuscita a creare una spaccatura nel raggruppamento dei civili. Alcune fazioni rifiutano qualsiasi forma di dialogo, altre, invece, sono disposti a riprendere le trattative ponendo però precise condizioni.

Dopo la sua visita, durante la quale il premier etiope ha caldamente raccomandato alle parti di riprendere il dialogo per arrivare a una soluzione della grave crisi, Abiy ha nominato Mohammad Dirdiry come suo inviato speciale per continuare la mediazione e veglierà sull’andamento della situazione nel Paese.

Africa ExPress
@africexp

L’Unione Africana sospende il Sudan con effetto immediato

 

L’Unione Africana sospende il Sudan con effetto immediato

Africa ExPress
Khartoum, 7 giugno 2019

L’Unione Africana ha sospeso con effetto immediato il Sudan; tale sanzione resterà in vigore finchè non sarà istituita un’autorità civile di transizione.

Nel frattempo il Paese non potrà più partecipare alle attività dell’Organizzazione panafricana. Per uscire dall’attuale crisi e l’escalation delle violenze, che ha fatto oltre cento morti dall’inizio di questa settimana, è assolutamente necessario che i militari lascino il potere.

Il presidente di turno del Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’UA, il sierraleonese Patrick Kapuwa, non ha avuto mezzi termini: “Perseguiremo le persone e/o le entità che hanno impedito che i civili potessero governare durante il periodo di interregno”.

Manifestanti in Sudan

La rivolta del pane è iniziata a metà dicembre, la popolazione per mesi aveva chiesto le dimissioni di Omar al Bashir, il vecchio dittatore che si era impadronito del potere con un colpo di Stato il 30 giugno 1989. L’11 aprile lui stesso è stato rovesciato con un putch militare e oggi si trova in una galera a nord di Khartoum.

Sin dall’inizio della crisi l’UA aveva fortemente auspicato che i civili potessero prendere in mano le redini del Paese per traghettarlo fino alle prossime elezioni democratiche.

Ma le consultazioni per la tra Freedom and Change, alleanza che comprende la Sudanese Professional Association e alcuni partiti all’opposizione e la giunta militare erano approdati in un nulla di fatto e all’inizio della settimana l’esercito e i paramilitari di Rapid Support Forces (gli ex janjaweed, il cui comandante è Mohammad Hamdan Daglo, detto Hametti, che attualmente è pure vicepresidente del Consiglio Militare di transizione) sono scesi nelle strade, terrorizzando e assalendo i civili, che dimostravano pacificamente.

In pochi giorni – in base a quanto hanno riferito i medici dell’associazione dei professionisti del Sudan – .sono state brutalmente uccise più di cento persone, oltre cinquecento i feriti.  Quaranta salme sono state ritrovate nelle acque del Nilo. Secondo i militari sarebbero “solamente” 46.

Nella giornata di oggi il primo ministro etiope Abiy Ahmeda è volato per poche ore per tentare una mediazione tra il Consiglio militare di transizione e l’opposizione. Dopo quattro giorni dal terribile bagno di sangue, Abiy ha incontrato il capo della giunta, Abdel Fatah al Burhan, e in seguito ha organizzato una tavola rotonda con la delegazione etiopica e rappresentanti di Freedom and Change.

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed, a sinistra e il leader della giunta militare sudanese, Abdel Fatah al Burhan, a destra

Nelle foto ufficiali scattate durante la visita del primo ministro etiope, Hametti, capo delle RFS – accusato di essere il responsabili del massacro di Khartoum, vicepresidente della giunta militare , non appare da nessuna parte.

Abiy ha incoraggiato le parti di riprendere il dialogo per arrivare quanto prima ad una soluzione della grave crisi. Un compito arduo e non semplice. Dopo quanto è successo, sarà difficile ricostruire un rapporto di fiducia tra le due fazioni.

Anche se attualmente è tornata una relativa calma nella capitale, l’ONU ha preferito evacuare parte del personale non strettamente indispensabile.

Africa ExPress
@africexp

Camerun: il conflitto dimenticato nelle zone anglofone e il finto dialogo per la pace

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 giugno 2019

“La crisi umanitaria che si consuma nelle due regioni anglofone del Camerun è un dramma ignorato dalla comunità internazionale. Pochi ne parlano”, ha dichiarato qualche giorno fa il direttore regionale del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Nigel Tricks.

E ha ragione da vendere. I dialoghi tra le autorità di Yaoundé e i separatisti non sono mai realmente iniziati. Paul Biya, che è stato rieletto presidente lo scorso ottobre, si era dichiarato disponibile per un confronto con le parti, ma aveva precisato che sul tavolo delle trattative non avrebbe accettato richieste di secessione e/o di autonomia.

Sfollati in Camerun

Il conflitto è in atto nelle due province anglofone dalla fine del 2016. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

In base a un rapporto della ONG Human Rights Watch le ostilità in atto avrebbero causato finora oltre 1.800 morti. Gli sfollati sono oltre mezzo milione, mentre decine di migliaia hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, tra loro 35.000 si sono rifugiati nella vicina Nigeria. Secondo le stime dell’ONU, 1,5 milioni di persone si trovano in stato di insicurezza alimentare. E il mondo tace.

La ONG norvegese, presente nel Paese dal 2017, chiede alla comunità internazionale di prestare attenzione a questo conflitto e precisa: “Se gli scontri perdurano, i rancori reciproci rischiano di diventare irreversibili, la regione si avvicina lentamente ad una guerra spietata”, ha sottolineato Jan Egeland, segretario generale di NCR.

BIR, forze speciali del Camerun

A fine maggio anche Amnesty Internationl, HRW e altre sette ONG hanno fatto sapere che senza un’azione rapida la situazione rischia di precipitare e hanno suggerito al Consiglio di sicurezza dell’ONU di mettere nella propria agenda riunioni d’informazione e discussioni sulla condizione del Camerun anglofono.

Anche Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, nel suo rapporto, presentato martedì scorso al Consiglio di sicurezza si è detto fortemente preoccupato per il progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza, per la situazione allarmante dei diritti umani nelle regioni del Nord-ovest e Sud-ovest del Camerun, dove questi vengono regolarmente violati sia dalle forze governative che dai gruppi armati indipendisti. Infine il capo del Palazzo di Vetro ha precisato: “Finora il dialogo tra le parti, volto a risolvere in modo pacifico i contrasti, non ha portato risultati significativi”.

Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato
Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato

Il 13 maggio scorso si è tenuta una prima riunione del Consiglio di sicurezza sulla situazione nel Camerun.  Qualche giorno prima il primo ministro Joseph Dion Ngute, si era recato nella zona anglofona. In tale occasione aveva fatto sapere che Yaoundé era pronta al dialogo, ma ha escluso trattative circa secessione e separazione. Mentre il ministro per l’Amministrazione terriotoriale, Paul Atangana Nji, uomo di fiducia del presidente, ritiene che i separatisti non avrebbero nessun mandato per poter parlare a nome della popolazione anglofona. Infine il ministro ha apostrofato i secessionisti come “impostori”.

Anche Julius Sisiku Ayuk Tabe, leader dei separatisti, accusato di terrorismo e secessione, qualche giorno fa ha fatto sapere dalla prigione di masima sicurezza dove è attualmente detenuto, di essere pronto a partecipare ai dialoghi, ma solamente se questi si svolgeranno all’estero. Ha inoltre chiesto la liberazione di tutte le persone attualmente detenute nell’ambito della crisi anglofona, il ritiro delle truppe governative dalle due regioni. Ovviamente il governo non ha accettato le sue richieste.

E mentre il mondo continua a girarsi dall’altra parte, il conflitto non si arresta, la gente continua a fuggire perchè terrorizzata dalle violenze, molte scuole sono chiuse e 780.000 bambini vengono privati della loro istruzione, del loro futuro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Obiettivo secessione: la rivolta anglofona del Camerum diventa guerra civile

Il 13 maggio la crisi del Camerun verrà discussa in Consiglio di Sicurezza

 

 

 

Tienammen a Khartoum: l’attacco dei janjaweed cancella il sogno democratico

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Dal Nostro Inviato Speciale (per Il Fatto Quotidiano e Africa ExPress)
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 5 giugno 2019

Momento delicatissimo per il Sudan dopo che lunedì un gruppo di paramilitari legati al governo ha sparato sui dimostrati in lotta dallo scorso dicembre per un ritorno alla democrazia. I morti sono almeno quaranta e c’è il rischio che sia abortito il tentativo di varare un governo civile. Ampi settori dell’apparato miliare che per 30 anni hanno guidato con il pugno di ferro il Paese, non vogliono lasciare il potere e le riforme che hanno in mente sono ben poca cosa rispetto a quelle che chiedono, anzi pretendono, i dimostranti e cioè un governo di civili.

La rivolta di Khartoum assomiglia tanto a quella che 25 anni fa infuocò in Cina piazza Tienanmen. Il braccio di ferro tra la popolazione, esasperata dalla mancanza di libertà, e il regime che non vuol mollare il potere. Vinse quest’ultimo.
Ieri mattina nella capitale sudanese si sentivano sporadici spari, poi la situazione è tornata all’apparenza tranquilla. “La tensione – ha raccontato al telefono un diplomatico – si taglia con il coltello. Poca gente per strada, quasi tutti i negozi chiusi e quelli aperti deserti. Rare anche le automobili. Sembra che tutti siano con il fiato sospeso, in uno stato d’attesa”.

Manifestanti in Sudan
Foto esclusiva per Africa ExPress di Mohamed

I militari hanno cancellato tutti gli accordi raggiunti finora con i gruppi di opposizione: prevedevano un periodo di transizione di tre anni con un governo guidato da civili cui avrebbero partecipato anche i militari. Un tempo piuttosto lungo necessario ai gruppi democratici per smantellare tutto l’apparato di potere creato e consolidato dal dittatore Omar Al Bashir in sella dal 30 giugno 1989 e defenestrato dalla piazza e dall’esercito l’11 aprile scorso. Ieri i militari hanno annunciato che le elezioni si terranno entro nove mesi. Ammesso e non concesso che saranno organizzate, è molto probabile che le vincerà l’attuale apparato, magari anche con qualche aiutino (leggi broglio) nell’urna.

Lo stringer del Fatto Quotidiano e di Africa ExPress a Khartoum non ha dubbi: “I militari stanno vincendo, anche se al loro interno sono divisi. Corre voce che gli ufficiali più arrendevoli con l’opposizione siano stati arrestati e che stia prevalendo la linea dura”.

Il gruppo Soufan, che si occupa di analisi e strategie politiche del Medio Oriente, fondato da un ex agente della Cia, spiega in un rapporto: “Ci sono chiari parallelismi con alcune delle proteste delle Primavere Arabe che alla fine hanno portato a insurrezioni in piena regola. In Siria, per esempio, dove i bombardamenti indiscriminati di civili da parte dei militari, hanno compattato i movimenti di protesta che hanno abbandonato la piazza e lanciato una rivolta più ampia”. Il documento conclude: “Esiste il rischio reale che la situazione possa sfociare in una vera e propria guerra civile, con un impatto significativo sulla regione, con violente ripercussioni sul conflitto in corso in Libia”.

I Paesi arabi rimasti lontani dalle proteste che nel 2011 hanno infiammato le Primavere con relativi sogni di democrazia, cominciano a preoccuparsi per un possibile contagio. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, hanno intessuto rapporti con i leader sudanesi che guidano il Transitional Military Council e fornito loro un inquietante sostegno. Ha goduto della loro interessata amicizia in particolare il numero due del TMC, il famigerato comandante delle Rapid Support Forces i cui paramilitari lunedì hanno sparato sui dimostrati: il generale  Mohamed Hamdan Daglo. Più conosciuto come “Hametti”, nel 2009 l’alto ufficiale – che appartiene alla tribù araba dei rezegat – è stato incriminato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio, violazioni dei diritti umani, stupro continuato e crimini di guerra per il suo ruolo di capo delle criminali bande di janjaweed (riciclatesi nelle RSF) che terrorizzavano e massacravano le popolazioni civili di origine africana nel Darfur. Ciononostante Arabia Saudita e Emirati gli hanno dato il loro sostegno politico ed economico. I principi ereditari saudita, Mohamed bin Salman, e di Abu Dhabi, ad aprile hanno offerto al TMC un pacchetto di aiuti da 3 miliardi di dollari e fornendo allo stesso tempo armi ed equipaggiamenti ad Hametti e alle forze sotto il suo controllo.

Ma Hametti già a cavallo tra il 2016 e il 2017, nonostante il suo inquietante curriculum e le numerose proteste, era stato incaricato dall’Unione Europea del delicato compito di proteggere le frontiere settentrionali del Sudan dal passaggio dei migranti: finanziatori Germania (denaro) e Italia (logistica). I suoi uomini avevano ottemperato molto bene ai loro compiti. Da criminali quali sono avevano sparato, massacrandoli, su gruppi di poveri disgraziati in fuga nel deserto. Chissà se ora quelle armi, comprate anche con soldi italiani, lunedì sono state usate in piazza a Khartoum.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Lancio di nuove banconote in Kenya nell’illusione di combattere la corruzione

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
5 giugno 2019

L’introduzione della nuova carta moneta in Kenya è stata formalmente annunciata dalla gazzetta ufficiale del 31 maggio scorso. Pertanto – come ha anche spiegato Patrick Njoroge, governatore della Banca Centrale (CBK) – dal 1° ottobre di quest’anno, le attuali banconote non avranno più alcun valore. Solo quattro mesi, restano quindi a disposizione dei cittadini per convertirle nel nuovo conio, presso gli istituti di credito autorizzati a operare nel Paese. Questa iniziativa, dovrebbe concretare la promessa fatta dal presidente Uhuru Kenyatta, fin dalla campagna elettorale che aveva preceduto il suo primo mandato, di infliggere un colpo mortale alla dilagante corruzione che prostra il Paese da tempi immemorabili.

Le nuove banconote adottate in Kenya dal 31 maggio scorso

I tagli delle nuove banconote, restano quelli attuali: cinquanta, cento, duecento, cinquecento e mille scellini che raffigurano rispettivamente; l’energia verde, l’agricoltura, i servizi sociali, il turismo e gli apparati governativi, ma riportando anche le celebri immagini dei “big five”: leone, bufalo, elefante, leopardo e l’ormai quasi scomparso rinoceronte, caposaldi della fauna selvatica del Kenya e obiettivi di tutti i turisti che visitano i suoi parchi. L’adozione delle nuove banconote si prefigge anche lo scopo di contrastare la crescente attività dei falsari che immettono in circolazione ingenti quantità di cartamoneta contraffatta, sia nel territorio nazionale, sia nei Paesi che accettano lo scellino keniano come moneta di scambio.

Cittadini esasperati reagiscono all’ennesimo tentativo di estorsione di un agente di polizia

Se, nelle intenzioni del governo, il contrasto alla falsificazione, può prefigurare un discreto successo, è molto difficile che lo stesso avvenga anche nei confronti della corruzione, proprio perché è l’intero apparato operativo (non solo quello pubblico) a essere profondamente affetto dalla corruzione. Agenti di polizia, funzionari dell’immigrazione, della dogana, del sistema giudiziario, delle amministrazioni di contea, delle banche private e d’ogni altra funzione pubblica. E’ vero che le nuove norme emanate dal governo renderanno difficile, per chi ha fatto illecita incetta di denaro, andare a cambiarlo senza giustificarne la provenienza, ma è proprio nell’imperante humus della corruzione, di cui l’intero Paese è impregnato, che si riuscirà sempre a trovare una soluzione.

Nella vignetta: come l’apparato giudiziario sia asservito alla corruzione

L’impressione è che, come già avvenuto in passato, il governo, con l’emissione delle nuove banconote, abbia inteso creare l’effimera sensazione che voglia fare sul serio nei confronti della corruzione, ma in realtà, se avesse davvero voluto farlo, avrebbe – da tempo – potuto usare altri mezzi, molto più semplici ed efficaci per smascherare chi si arricchisce grazie al malaffare. Molti pubblici funzionari, dai livelli più subordinati a quelli più prestigiosi, tengono un tenore di vita del tutto sproporzionato alle prebende che ricevono; proprietà immobiliari, auto di lusso e flotte di veicoli destinati al trasporto passeggeri. Perché non chiedere semplicemente loro di dimostrare l’origine del denaro utilizzato per quelle spese? Se questo non si fa, è probabilmente perché non lo si vuole fare, forse intimoriti dall’effetto domino che una simile iniziativa provocherebbe.

Sede della Banca Centrale del Kenya (CBK) a Naiorbi

Per riferire adeguatamente su tutti gli episodi di corruzione che avvelenano la vita in Kenya, oltraggiano i diritti e fanno scempio della legalità, occorrerebbe un volume con migliaia di pagine. A titolo d’esempio, proviamo a esaminare un solo apparato, quello del ministero dei lavori pubblici che assegna gli appalti. La selezione delle imprese candidate è effettuata in due tempi; il primo a cura di un team di esperti e il secondo da un consiglio che, sulla base delle indicazioni dell’esperto, deciderà a chi assegnare l’appalto. Immaginiamo ora che l’appalto riguardi un certo numero di depuratori d’acqua. Sarà l’ingegnere del pull di esperti che dovrà indicare le caratteristiche di tali depuratori con riferimento alle funzioni che dovranno assolvere. All’imprenditore che vuole ottenere l’appalto, basterà quindi pendere contatto con l’ingegnere in questione e “convincerlo” a inserire, nel suo rapporto al consiglio, le stesse caratteristiche del modello che lui intende offrire.

Il governatore della Banca Centrale del Kenya Patrick Njoroge

Questo non sarà però sufficiente e occorrerà anche foraggiare adeguatamente il consiglio affinché deliberi in suo favore. Naturalmente, questo doppio foraggiamento, dovrà essere adeguato al valore dell’appalto e non è essenziale che l’offerta sia anche competitiva, perché la discriminante sarà che, quel prodotto, corrisponde perfettamente alle specifiche indicate dall’esperto. Facile intuire quali ingenti somme di denaro confluiranno indebitamente nelle tasche dei “probi” servitori della Stato, ogni volta che viene indetto un pubblico appalto.

Non solo elicotteri per il vicepresidente del Kenya William Ruto, anche Rolls Royce, panfilo e orologi d’oro massiccio

Che uso sarà fatto di quel denaro? E se davvero si vuole combattere la corruzione, perché non monitorare il tenore di vita di questi pubblici funzionari? Semplice: perché il farlo comporterebbe l’obbligo di farlo a tutti i livelli, toccando anche posizioni intoccabili, come quella del governatore Sonko di Nairobi, che possiede un parco d’auto placcate d’oro, o di quello di Mombasa, Joho che ha la passione delle Ferrari, fino a giungere al vicepresidente del Kenya William Ruto, che fa collezione di lussuosi elicotteri e che solo all’età di quindici anni, poté finalmente indossare il suo primo paio di scarpe. Da dove proviene la loro smisurata ricchezza?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Khartoum: i janjaweed attaccano i manifestanti, almeno 30 morti e cento feriti

Africa ExPress
Khartoum, 3 giugno 2019

Questa mattina le forze di sicurezza sudanesi hanno disperso a colpi di mitra sparati ad altezza d’uomo  i manifestanti, accampati dal 6 aprile in sit-in permanente davanti al quartier generale dell’esercito. Secondo un comunicato del comitato dei medici, le vittime sarebbero almeno trenta e un centinaio i feriti.

Alle prime ore del mattino i militari dell’esercito e le forze paramiliatri di Rapid Support Forces (gli ex janjaweed, il cui comandante è Mohammad Hamdan Daglo, detto Hametti, che attualmente è pure vicepresidente del Consiglio militare di transizione) sono scesi nelle strade, terrorizzando e assalendo i civili, che dimostravano pacificamente, anzi stavano ancora dormendo all’addiaccio. Secondo fonti non ufficiali l’ordine di sgombero è arrivato dal governo militare di transizione, presieduto da Abdel Fattah Al-Burhane. Già nei giorni precedenti avevano chiesto ai dimostranti di lasciare strade e  piazze.

“Stanno sparando da tutti le parti – ha raccontato al telefono uno degli stringer di Africa ExPress che abita nel quartiere di Manshiya a Khartoum – . Senti il rumore. Avvicino il cellulare ala finestre”. Attraverso la connessione si sono sentite chiaramente raffiche di mitra.

Militari sudanesi sgomberano il sit in dei manifestanti a Khartoum

Dopo i fatti di questa mattina, poche ore fa Freedom and Change, alleanza che comprende Sudanese Professional Association e alcuni partiti all’opposizione, ha fatto sapere di aver interrotto qualsiasi contatto, con le forze armate con cui si stava trattando la costituzione di un governo di transizione ad ampia partecipazione L’attuale governo militare di transizione aveva rovesciato l’ex dittatore Omar al Bashir l’11 aprile 2019.

Chamseddine Kabbashi, portavoce del governo di transizione, in un intervista rilasciata all’emittente televisiva Sky News Arabia, con base negli Emirati Arabi Uniti, ha voluto precisare che i manifestanti non sarebbero stati dispersi con la forza. “Le tende sono ancora là, i giovani possono circolare liberamente”, ha sottolineato Kabbashi.

Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana ha fermamente condannato le violenze scoppiate questa mattina  e ha chiesto che venga avviata immediatamente un’indagine per far luce sui numerosi morti e feriti.

Africa ExPress
@africexp

Sudan, chiusa Al Jazeera mentre continua il braccio di ferro tra la piazza e i militari

Il buon samaritano keniota che perde la gara per soccorrere un avversario

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 2 giugno 2019

Ha perso la gara, ma ha salvato la vita del suo rivale. Ha rinunciato alla vittoria e a 20 mila dollari, ma ha conquistato i cuori di tutti.

Simon Cheprot, 26 anni, brillante specialista keniota delle lunghe distanze, il 25 maggio scorso, in Nigeria, stava per tagliare il traguardo in una gara internazionale di 10 km.

Sulla linea d’arrivo era sul punto di superare il suo compatriota Kennet Kipkemoi, 35 anni, quando all’improvviso quest’ultimo si è accasciato al suolo.

Simon si è fermato, ha preso tra le braccia e sollevato Kennet in attesa che arrivassero i soccorsi.

In questo modo, però, ha sacrificato il successo sicuro in quella corsa che aveva dominato nel 2016 e nella quale era giunto secondo nel 2018 e sesto nel 2017.

Una corsa prestigiosa, la Okpekpe International di 10 chilometri , organizzata sotto il patrocinio della IAAF (la Federazione internazionale di Atletica leggera) , che la ha inserita tra le più un importanti e ambite del mondo. Non fosse altro che per il suo monte premi: 20 mila dollari al primo classificato, 13 mila al secondo, 9 al terzo.

Okpekpe International, Nigeria Simon Cheprot soccorre Kennet Kipkemoi

Si svolge, dal 2013, a Okpekpe, una cittadina di 50 mila abitanti adagiata sulle colline del distretto Edo Nord, nell’omonimo Stato, in Nigeria meridionale, e richiama i migliori atleti mondiali del settore. Quest’anno, per dire, erano presenti corridori di Nigeria, Usa, Sud Africa, Cina, Zimbabwe, Ghana, Tanzania, Etiopia e Kenya.

“Mio padre mi disse, una volta: se per strada vedi una persona che sta male, aiutala, non abbandonarla. Ecco il primo pensiero che mi è venuto in mente quando ho scorto il mio amico per terra”, ha dichiarato Simon al termine della competizione, buttata al vento per un atto di altruismo.

“Pietà non l’è morta”, almeno nello sport, verrebbe da gridare stravolgendo il celebre canto partigiano. Al Giro d’Italia appena concluso abbiamo assistito a un ciclista che passava la sua borraccia a un avversario; nel Milan, l’allenatore licenziato Rino Gattuso ha rinunciato a oltre 5 milioni di euro a favore dello staff.

High Altitude Training Center, Kenya

Il sentimento di solidarietà, generosità, partecipazione, sempre più raro nella nostra società, quando si manifesta con episodi piccoli, o eclatanti, suscita stupore, meraviglia e sorpresa. Per Simon, già vincitore nel 2015 di un’altra gara massacrante (la Corrida internazionale di Langueux in Francia) invece è stato naturale.

Tornato a casa, a Iten, a 2400 m sul livello del mare dove sorge un famoso High Altitude Training Center, dove Simon vive con la moglie Linet Totoritich Chebet, e i figli, ha chiarito il suo pensiero e i suoi sentimenti: “Non corro per denaro, ma per diffondere le idee di unione, pace nel mondo. L’ho fatto anche per i miei figli. Io non ho un lavoro, ho cercato di entrare in polizia, ma non ci sono riuscito. Non sai mai che cosa ti riserva il futuro. Correre non è una guerra. Anche  nelle nostre sfide siamo esseri umani e quando lasci questa terra, te ne vai a mani vuote. Abbandonare un amico morente non è una buona idea, Dio ti domanderà che cosa hai fatto per un fratello e non saprai che cosa rispondere”.

“Che grande lezione ci ha dato il nostro connazionale –ha commentato un kenyota sul sito di un quotidiano – Specialmente di questi tempi in cui nella società  kenyana ‘l’uomo mangia uomo’,  ciascuno è per se e dio per tutti. L’altruismo è bandito, la maggioranza tende ad allontanare il prossimo, compreso chi è gay. E c’é chi pensa che questo sia un comportamento tipico solo dei bianchi senza accorgersi che agisce come loro. Legge i libri sacri, canta gli inni e le preghiere che gli occidentali ci hanno insegnato e uscito dalla chiesa va a mangiare pizza e hamburger e non si cura del prossimo. Grazie Cheprot per averci mostrato che possiamo essere migliori!”

Questa storia ha – incredibilmente – un lieto fine.

Simon ha ricevuto ugualmente una somma di denaro pari a quella versata al vincitore  (Dawit Fikadu, del Baharain): 20 mila dollar.

Glieli hanno voluti donare uno sponsor, l’ex governatore dello Stato nigeriano di Edo, e leader dell’importante partito All Progressives Congress (APC) Adams Oshiomhole e il vice governatore Philip Shaibu.

Tutti sono stati concordi nel esaltare il gesto umanitario. “Simon Cheprot non ha soddisfatto la sua ambizione di essere il primo atleta a conquistare per la seconda volta la Okpekpe road race, ma se ne è andato come un eroe, l’eroe delle sette edizioni. E’ stato un esempio di correttezza, moralità  e soprattutto di fratellanza”.

La bontà premiata. Capita

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Contrabbando di legno rarissimo e prezioso in Gabon: sotto accusa società cinese

Africa ExPress
Libreville, 2 giugno 2019

Sparito in Gabon un ingente quantitativo di kevazingo, un legno pregiato di cui è vietata l’esportazione. Alcuni cinesi e gabonesi sarebbero già stati fermati, mentre sarebbe stato spiccato un mandato d’arresto per l’imprenditore cinese François Wu della società 3C, che si presume sia il cervello della banda di contrabbandieri, soprannominato dalla stampa locale kévazingogate. Da un po’ di mesi la gli investigatori sospettavano che nel Paese qualcuno esportasse illegalmente partite di legno che è vietato commercializzare.

Dopo lunghe inchieste, a febbraio il governo del Gabon aveva sequestrato nel porto di Owendo, a Libreville, la capitale del Paese, 353 container di kevazingo per un valore commerciale di sette milioni di euro: in totale cinquemila tonnellate di legno, stoccate in due depositi di proprietà di società cinesi. Una parte del tronchi era già stato caricato su diversi container, certificati dal ministero delle Acque e Foreste come okoumé, non soggetto a divieto di esportazione.

A metà maggio le autorità del Gabon avevano sospeso diversi alti funzionari del ministero Acque e Foreste e, preoccupato, il presidente in persona, Ali Bongo Ondimba, aveva convocato d’urgenza il ministro della giustizia, Edgard Anicet Mboumbou Miyakou e il procuratore della Repubblica, Olivier Nzahou per far luce sulla vicenda.

Nzahou ha subito confermato l’implicazione di diversi funzionari delle dogane e del dicastero Acque e Foreste, ma ha precisato che sarebbero stati ritrovati 200 dei 353 container scomparsi.

sparizione di legno pregiato in Gabon

Radio France International ha intervistato ieri  Wu, che ha lasciato il Gabon prima che scoppiasse lo scandalo e naturalmente si dichiara innocente. Il cinese ha riferito ai reporter di RFI di aver lavorato per la 3C, ma non come responsabile, bensì come esperto, consulente giuridico e traduttore. “Il procuratore ritiene che io sia il cervello di questo affare, ma il mio nome o la mia firma non appaiono da nessuna parte. Inoltre nulla di ciò che è stato dichiarato finora corrisponde alla verità.  Basta verificare. Settantatré dei duecento container ritrovati in Gabon si trovano alla Sotrasgab (società marittima gabonese, ndr) e posso confermare e garantire che lì dentro non si trova nemmeno una scheggia di kevazingo. Basta verificare e far eseguire una perizia”.

Il kevazingo (nome scientifico Guibourtia tessmannii) è un legno raro, millenario, mitico e prezioso. L’albero può raggiungere oltre trenta metri di altezza, mentre il suo tronco può arrivare fino a due metri di diametro; cresce nelle foreste pluviali dell’Africa centrale e è a minaccia d’estinzione; per questo motivo è vietata l’esportazione. Eppure viene venduto a peso d’oro in Asia per la realizzazione di portoni per i templi, tavolini da thé e tavoli per riunioni.

Il settore forestale è uno dei pilastri dell’economia del Gabon, Paese ricoperto per l’ottanta per cento di boschi.

Africa ExPress
@africexp

Inchiesta nel bacino del Congo: americani e cinesi saccheggiano la foresta pluviale

Il treno Nairobi-Mombasa, orgoglio del Kenya, registra pesanti perdite a ogni viaggio

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
1° giugno 2019

La SGR, la nuova ferrovia Nairobi-Mombasa, a gestione afro-cinese, doveva raggiungere il break even point (pareggio finanziario) entro i primi due anni d’esercizio ma oggi, a diciotto mesi di distanza dalla sua inaugurazione, il treno che aveva fatto vibrare d’orgoglio il cuore keniano, sembra voler trasformare queste attese in un’altra delle tante voragini finanziarie che ormai da qualche tempo colpiscono il denaro dei contribuenti. La nuova ferrovia doveva alleggerire la congestione del porto di Mombasa e offrire un veloce, sicuro ed economico mezzo di trasporto, che in meno di cinque ore portasse i passeggeri dalla capitale alla seconda città del Kenya e viceversa, ma così non è stato e il governo si trova costretto a chiedere al partner asiatico un altro prestito per ridurre il disavanzo di gestione.

Il vagone ristorante del “Madaraka Express” il nuovo treno che collega Nairobi a Mombasa

La settimana scorsa il governo ha dovuto declassare la previsione delle entrate lorde per il secondo anno d’esercizio, dai precedenti 90 milioni di euro a soli 50 milioni di euro, realizzando così una dolorosa flessione superiore al 40 per cento, ma neppure nell’anno precedente si poteva parlare di profitto, perché a fronte di un incasso loro di 90 milioni di euro, i costi di gestione sono stati di 106 milioni di euro. Tutto questo, senza voler considerare che il Kenya, pur registrando queste perdite, dovrà comunque far fronte alle rate di ammortamento del debito contratto con la Cina per il progetto SGR e neppure si può sperare in un nuovo incremento delle entrate, la cui fonte principale era costituita dal traffico portuale di Mombasa, perché Il numero di container trasportati dalla nuova ferrovia, sono già molto vicini a massimo potenziale che il servizio può offrire. (Fonte: Kenya National Bureau of Statistics)

Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta, plaude al passaggio del primo convoglio porta container diretto a Nairobi dal porto di Mombasa

In sostanza, ogni volta che un treno, partito da Nairobi arriva a Mombasa, il contribuente sa che si è realizzata una perdita che, in qualche modo, lui sarà tenuto a pagare. Vi sono poi alcune decisioni che è oggettivamente difficile ascrivere a una comune logica di sana gestione. Stabilito che l’introito maggiore è dato dai container prelevati dal porto di Mombasa, sarebbe stato lecito attendersi un incremento dei vagoni cargo per trasportarli, invece, la SGR ha stupito tutti decidendo di eliminarne undici dai 214 in servizio. O siamo di fronte a una mossa di raffinata strategia manageriale, i cui obiettivi restano oscuri al volgo, o c’è da mettere in dubbio la sanità mentale di chi partorisce simili trovate.

Il nuovo scalo ferroviaro realizzato al porto di Mombasa per il trasporto container

Intanto il governo del Kenya, come prima azione per affrontare l’emergenza, ha chiesto alla Cina un ulteriore prestito di oltre tre miliardi di euro. Un altro debito che, se accordato, non servirà a fini produttivi, ma coprirà le perdite della SGR e sarà anche utilizzato per ripagare un precedente debito con lo stesso percipiente. Si tratterà, insomma, di imboccare una strada sicura verso la bancarotta, ma la Cina acconsentirà a finanziare nuovamente il suo partner africano? E’ molto probabile che lo farà perché il suo obiettivo non è tanto quello di recuperare quanto erogato, ma di mettere le mani sulle più importanti imprese nazionali del Paese, tra queste, proprio il porto di Mombasa, sul quale il gigante asiatico ha già messo i rapaci occhi da tempo.

Franco Nofori
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