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Parlamento di contea in Kenya: deputato maschio aggredisce una collega

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
18 giugno 2019

L’increscioso evento si è verificato giovedì scorso a Ruguru Ward, nel parcheggio del parlamento di contea, dove la deputata Fatuma Gedi, mentre stava dirigendosi verso l’aula per attendere ai propri doveri, è stata selvaggiamente aggredita dal collega Rashid Kassim con ripetuti schiaffi e pugni, perché, a suo dire, Fatuma – che fa parte del consiglio amministrativo distrettuale – non aveva ancora erogato i fondi a favore del territorio di Wajir Est, da lui rappresentato. La vittima, che sanguinava copiosamente dalla bocca, ha poi presentato una denuncia di aggressione alla polizia che ha arrestato il focoso parlamentare dandogli così l’opportunità di riflettere in cella sulle proprie azioni.

Che le donne in Kenya godano di ben scarsa considerazione da parte dei concittadini maschi non è certo una novità. Se qualcuno aveva dubbi in proposito, a spazzarli via ci aveva già pensato circa trent’anni fa l’allora presidente Daniel Arap Moi che, in risposta ad alcune critiche mosse da una baronessa inglese sulla corruzione che imperava in Kenya, rispose: “I do not care! Who is she? Just a simple woman!” (Chi se ne frega! Chi è lei? Solo una semplice donna!). Che l’anziana baronessa fosse un autorevole membro del governo britannico, non era bastato a contenere l’irresistibile misoginia maschile del capo di stato keniano.

L’aggressore Rashid Kassim deputato al parlamento distrettuale per la sub-contea di Wajir Est

Tuttavia, dall’epoca di Daniel Arap Moi e dal suo governo monopartitico, sono passati trent’anni. Il Kenya è oggi una Repubblica Parlamentare, il cui governo si confronta con una vivace opposizione e – pur se ancora afflitta da alcuni guizzi di autoritarismo – è comunque ascrivibile a un vero e proprio sistema democratico. Almeno così è descritto nella carta costituzionale… Ma come può allora, un sistema così definito, consentire che proprio nel luogo in cui si promulgano le leggi avvengano episodi come quelli riferiti in quest’articolo? Certo, in vari Paesi del mondo (incluso il nostro), le aule parlamentari sono state spesso teatro d’ingiurie e di risse tra i membri del massimo organo legislativo della Nazione, ma qui si è trattato di una vera e propria aggressione ad personam e non determinata da divergenze politiche, ma solo da volgare pecunia.

La vittima Fatuma Gedi in lacrime. Sono evidenti i segni dell’aggressione

Neppure si può liquidare il fatto attribuendolo solo all’estrema irritabilità dell’aggressore e alla sua mancanza di freni inibitori. Si tratta, purtroppo, di atteggiamenti largamente condivisi dalla società keniana e in senso più esteso, africana. E benché lo si possa pensare, questi atteggiamenti non sono relegati alle remote zone rurali, dove povertà, tribalismi e scarsa scolarizzazione, rendono l’uomo incontrastato padrone delle cose e delle persone. Stando a quanto è stato dimostrato, molti parlamentari maschi, anziché insorgere indignati per l’aggressione subita dalla collega, si sono abbandonati a lazzi e sfottò, irridendo non solo la vittima, ma tutte le donne presenti in aula con battute come: “Attente perché oggi è il giorno delle sberle!” oppure “Dovete imparare le buone manieri e trattare gli uomini come meritano”.

Le donne parlamentari, del distretto di Ruguru Ward, abbandonano l’aula in segno di protesta contro l’aggressione della collega

Se questi sono i sentimenti che motivano uomini nelle cui mani è affidata la sorte di una Nazione, non c’è proprio da stare allegri e bene hanno fatto le parlamentari donne, in segno di protesta, ad abbandonare l’aula alla riapertura dei lavori nel giorno successivo all’evento, gridando: “Kassim must go!” (Kassim deve andarsene). Una collega della vittima, Sabina Wanjiru Chege, che ha guidato la protesta, ha detto alla BBC: “Siamo tutti membri del parlamento, con pari diritti, pari dignità e pari prerogative. In aula non ci sono superiorità maschili. Che una di noi, solo perché donna, sia stata così violentemente aggredita all’interno del complesso parlamentare, è cosa inaudita e del tutto inaccettabile”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1  

Kenya: dieci poliziotti uccisi in un attentato di al-Shebab al confine con la Somalia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
17 giugno 2019

L’ennesimo attentato contro le forze di polizia keniane, ad opera delle milizie di al-Shebab, si è verificato sabato scorso nel distretto di Wajir, nei pressi del confine con la Somalia. Un ordigno esplosivo è deflagrato al passaggio di un mezzo che trasportava tredici agenti, dieci dei quali sono morti sul colpo mentre gli altri hanno riportato gravi ferite la cui prognosi non è ancora stata sciolta. L’attentato è stato immediatamente rivendicato dall’ormai tristemente noto gruppo terroristico con i soliti toni trionfalistici e ancora una volta il Kenya si trova a piangere la perdita di vite umane, conseguenti al suo intervento militare in Somalia nell’inconcludente tentativo di sconfiggere gli shebab.

Forze di polizia keniane al confine con la Somalia

Solo il giorno prima, nel sub-distretto di Wajir Est, un gruppo di terroristi aveva fatto irruzione nel villaggio di Konton, sequestrando tre agenti riservisti. I tredici uomini, vittime dell’attentato,  erano appunto stati inviati per individuare gli esecutori del sequestro. Purtroppo la sorte ha deciso di trasformarli da cacciatori in prede, riconfermando che l’avversario, oltre che spietato e feroce, è anche straordinariamente abile e la scarsa capacità strategica mostrata dal Kenya per contrastarlo, continua a rivelarsi perdente.

Una terrificante immagine della strage compiuta da al-Shebab all’università di Garissa

Quale prezzo in vite umane il Kenya è ancora disposto a pagare per continuare nel suo fallimentare intento di sconfiggere un nemico che si mostra ogni volta superiore in termini di efficienza e di strategia? Gli attacchi al centro commerciale Westgate di Nairobi, quello successivo al complesso Dusit2, la terrificante strage compiuta al college dell’università di Garissa, dove furono barbaramente uccise centocinquanta persone – in prevalenza giovani studenti – e le molte altre incursioni che hanno prodotto vittime tra gente comune e poliziotti, dovrebbero definitivamente convincere il Kenya ad abbandonare la partita del suo intervento in Somalia, perché non ha né la capacità né i mezzi per affrontare un così feroce e preparato avversario.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio:

Terrorismo in Kenya: turismo in panico prezzo pagato l’intervento in Somalia

 

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 giugno 2019

Sono venuti a bussare alle porte delle cliniche e dei centri medici gestiti dalla Chiesa cattolica in Eritrea all’alba del 12 giugno scorso. Gli uomini di Isaias Afewerki, presidente del piccolo Stato del Corno d’Africa, hanno messo alla porta pazienti e operatori sanitari. Senza pietà, senza curarsi dello stato di salute degli ammalati, hanno messo i sigilli alle porte. Hanno terrorizzato suore, preti, personale e pazienti, chiunque osasse opporsi solo minimamente agli ordini di Isaias.

Gli amministratori sono stati costretti a rimettere le chiavi nelle mani delle forze di sicurezza, che hanno ordinato l’immediato passaggio di consegne delle cliniche e presidi ospedalieri al governo eritreo.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

Malgrado la pace siglata con l’Etiopia, l’ex arcinemico storico, quasi un anno fa, nella nostra ex colonia non è cambiato nulla, malgrado le prospettate riforme. Questa volta il dittatore ha preso di mira la Chiesa cattolica: le autorità hanno messo i sigilli ai seguenti presidi sanitari, alcuni dei quali si trovano in aree remote, luoghi dove è davvero difficile, se non impossibile trovare altri centri medici: Dengela (Engela), Mogolo, Tocomba, Ambaito, Knejabir, Adi Jenum e Digsa.

I vescovi eritrei non hanno tardato a rispondere a Isaias e al suo governo. In una lettera aperta hanno ribadito ciò che avevano già detto nel lontano 1995. Contribuire allo sviluppo del Paese e al benessere della gente fa parte dei compiti della Chiesa cattolica perchè la missione pastorale va anche tradotta in fatti concreti, come dare assistenza alle persone che vigono in stato di bisogno, curarle quando sono ammalate e quant’altro.

Nella loro missiva i prelati delle diocesi eritree fanno anche riferimento al regime di terrore sotto Menghistu Hailè Mariàm, quando il Derg (la giunta militare) aveva confiscato con la forza molti loro beni, come conventi, scuole, centri medici. Sembra essere tornati indietro nel tempo. Anche allora la gente soffriva. Ma a infliggere le sofferenza era uno straniero, oggi è un eritreo che aveva alimentato speranze di libertà e democrazia e invece si è traformato in feroce dittatore. Tra l’altro i vescovi si chiedono perché le autorità abbiano confiscato i beni della Chiesa con la forza.

Vescovi cattolici eritrei

All’inizio del mese di giugno il regime di Asmara ha arrestato oltre trenta persone del movimento pentecostale. La loro colpa? Alcuni membri del movimento si erano radunati in preghiera in tre luoghi diversi nella capitale eritrea. Il governo ha vietato tutte le chiese pentecostali nel 2002 e si stima che centinaia di persone siano attualmente detenute nelle putride galere della nostra ex colonia per la loro fede.

Alcune settimane fa sono stati fermati anche cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen. Questa comunità di religiosi è tra quelle che si erano ribellate contro l’interfernza del governo nell’ambito della Chiesa ortodossa. Abba Markos Ghebrekidan, Abba Kidane Mariam Tekeste, Abba Kibreab Tekie, Abba Ghebretensai Zeremikael e Abba Ghebretensae  Medhin sono stati arrestati perchè accusati di aver acquistato farina al mercato nero. Non è la prima volta che gli stessi monaci sono finiti dietro le sbarre. Nel settembre 2017 Abba Kibreab Tekie è stato portato via dalle forze di sicurezza insieme ad altri due confratelli.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ebola in Congo-K: aumentano i morti ma non è emergenza internazionale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 giugno 2019

L’Uganda ha rimpatriato i familiari delle due persone uccise dall’ebola negli ultimi tre giorni. Lo ha confermato il ministro della Sanità di Kampala, Jane Ruth Aceng il 12 giugno.

Aveva solo cinque anni. Era ritornato in Uganda il 10 giugno dal Congo-K con la sua mamma, una congolese, ma sposata con un cittadino ugandese e residenti nel distretto di Kasese. La famiglia si era recata nella ex colonia belga, nei pressi di Mabalako, nel Nord-Kivu, all’inizio del mese per i funerali del nonno, morto di febbre emorragica. Il giorno dopo il loro arrivo in Uganda, il piccolo, contagiato dal virus probabilmente durante la sepoltura che certamente non è avvenuta secondo i canoni dettati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è morto.

Durante la notte tra il 12 e il 13 giugno è deceduta pure la nonna del piccolo. Entrambi erano stati ricoverati in un centro specializzato, il Bwera Ebola Treatment Unit. Anche il fratellino di tre anni del bambino deceduto è stato infettato e ricoverato nel medesimo nosocomio.  Ma pure ammalato, è stato espulso nel Congo-K insieme agli altri membri della famiglia. Il ministro della Sanità di Kinshasa ha fatto sapere che poche ore fa è spirato pure il piccolo.

La Aceng ha precisato che molti operatori sanitari, specie quelli impegnati nelle zone di confine con la RDC, sono stati immunizzati con il vaccino sperimentale prodotto dalla casa farmaceutica Merck e l’OMS ha già inviato diverse migliaia di dosi in Uganda per arginare eventuali contagi. Per incitare la gente a lavarsi spesso le mani, sono stati installati rubinetti un po’ ovunque in tutto il distretto di Kasese, dove, per precauzione, sono attualmente vietate le manifestazioni pubbliche.

Ebola è arrivata in Uganda

Ciò che preoccupa maggiormente le autorità di Kampala è il lungo confine con il Congo-K, ben 875 chilometri, difficilmente controllabili.

Mike Ryan, capo del programma emergenze dell’OMS spera che le autorità di Kampala approvino presto l’utilizzo di terapie sperimentali. In tal caso saranno inviate nel Paese quanto prima. Durante la riunione di ieri, il Comitato Internazionale per il Regolamento Sanitario d’Emergenza dell’OMS non ha ritenuto necessario dichiarare questa epidemia di ebola, ricomparsa il 1° agosto 2018 nel Nord-Kivu e a Ituri, due province nella Repubblica Democratica del Congo, come emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. In passato l’allarme è stato lanciato solamente quattro volte dall’Organizzazione: nel 2009 per la pandemia dell’influenza H1N1, nel 2014 per la poliomielite, nel 2014 per l’epidemia di ebola che aveva causato la morte di oltre 11.300 persone in Liberia, Guinea e Sierra Leone e nel 2016 per il virus Zika.

In poco più di dieci mesi oltre duemila persone sono state contagiate dal temibile virus e 1.405 ammalati sono morti.

Malgrado le nuove terapie messe a disposizione dalla scienza grazie alle intensive ricerche degli ultimi anni, risulta assai difficile debellare l’ultima ondata della patologia virale nel Congo-K. I continui attacchi da parte di gruppi armati e l’ostilità di una parte della popolazione congolese nei confronti dei centri per la cura della malattia e verso gli operatori sanitari e il fatto che non sono gradite le sepolture sicure imposte dall’OMS complicano ovviamente lo stato delle cose.

A Ituri, una delle province colpite dall’epidemia, si sono verifacati nuovi scontri inter-etnici nei giorni scorsi, causando la morte di almeno cinquanta persone. Luc Malembe, attivista della società civile a Bunia, ritiene che lo Stato sia corresponsabile di queste violenze, in quanto pressoché assente in alcune zone. “Si possono percorrere chilometri e chilometri senza mai incontrare un rappresentante del governo, agenti di polizia o militari”, ha precisato l’attivista.

La cattiva ripartizione delle terre e l’alta densità abitativa portano inevitabilmente a delle tensioni. Da oltre due anni membri di etnia lendu si sono armati e attaccano persino l’esercito.  Siamo in una zona mineraria di frontiera, dove non manca il contrabbando. Il governatore della regione Jean Bamanisa Saidi, si è meravigliato perchè le forze dell’ordine, i servizi e nemmeno i militari abbiano mai dialogato con i lendu per chiarire l’attuale stato di malcontento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Congo-K: si lotta contro ebola ma anche contro le superstizioni

 

 

Ambiguità e opportunismi italo-francesi nel conflitto libico

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
15 giugno 2019

Non è solo la disastrosa guerra scatenata contro il regime di Gheddafi; non è solo la sopravvivenza della moneta coloniale CFA, presente tuttora inquattordici nazioni africane, ex possedimenti dell’Eliseo; non è solo la costante ingerenza dei servizi segreti di Parigi nelle questioni interne di tali nazioni. Oggi la Francia di Emmanuel Macron, inasprisce colpevolmente il conflitto libico, in atto fra Tripoli e Bengasi, perpetrando l’ambiguità e l’inganno, esclusivamente finalizzati, non a porre termine agli scontri, ma ad assicurarsi i favori della parte che risulterà vincente.

L’abbraccio tra Emmanuel Macron e l’uomo forte di Bengasi, generale Khalifa Haftar

Il governo di Tripoli, retto dal primo ministro Fayez al-Sarraj, fin dalla sua costituzione nel 2015, era stato riconosciuto in campo internazionale come l’unico e legittimo governo della Libia che, dopo la caduta di Gheddafi e la sua brutale uccisione nell’ottobre del 2011, era piombata nel caos, scatenando una lotta feroce tra le varie fazioni rivali. L’Unione Europea, con il consenso dei suoi Paesi membri (quindi anche della Francia) aveva aderito a tale riconoscimento, raggiungendo con al-Sarraj numerosi accordi, tra cui il controllo dei flussi migratori verso il vecchio continente, oltre a supporti di natura economica per il consolidamento del giovane governo libico.

Il generale Khalifa Haftar, incita le proprie truppe all’assalto di Tripoli

Nello scorso aprile, l’uomo forte della Libia orientale, il generale Khalifa Haftar, che non ha mai voluto riconoscere il governo di Tripoli, ha scatenato una violenta offensiva contro il rivale al-Sarraj. All’inizio, pareva si trattasse solo di una baruffa burla, finalizzata a far attribuire all’uomo di Bengasi un maggior peso internazionale, ma con una progressiva escalation, il conflitto tra i due leader libici è diventato una guerra assolutamente seria e cruenta che ha già prodotto oltre seicento vittime e un esodo di circa settantacinque mila persone. Non secondaria è anche la questione dei migranti che tentano di raggiungere le coste italiane e che lo stesso al-Sarraj paventa, saranno fortemente incrementate e anche infiltrate da fondamentalisti islamici.

L’esodo delle popolazioni libiche che fuggono dalle zone dei combattimenti

Benché sia l’ONU e sia l’Unione Europea, si siano chiaramente espressi in favore di al-Sarraj, non è un mistero che Khalifa Haftar, riceve già l’appoggio di Egitto, Emirati Arabi e Russia, ma recentemente, anche gli Stati Uniti di Donald Trump, sembrano aver espresso, al pari della Francia, vaghi apprezzamenti nei confronti del generale, questo, forse anche causa della decisa avanzata delle truppe di Bengasi verso Tripoli, cosa che faceva ipotizzare una rapida vittoria che potesse consegnare la Libia nelle mani di Haftar. Oggi però, varie milizie libiche si sono aggiunte, alle forze di al-Sarraj, la cui resistenza all’attacco del rivale, ha creato una situazione di stallo rimettendo in discussione l’esito del conflitto.

Terra senza pace: dopo nove anni dai bombardamenti francesi torna la distruzione in Libia

Questa inattesa situazione non poteva non mettere in grave imbarazzo Emmanuel Macron che ora tenta di assumere un atteggiamento di equidistanza e si rifugia dietro laconici appelli alla pace e al disarmo rivolti a entrambe le fazioni in lotta. Appelli che risultano ben poco credibili, poiché nello scorso aprile, tredici istruttori militari francesi, diretti a Bengasi, erano stati scoperti e arrestati al confine tra Tunisia e Libia. Questi arresti hanno così svelato la strategia di Parigi che, prima, intendeva dare segreto supporto a Haftar ma oggi, vista la situazione sul campo, sceglie di tenere il piede in due scarpe per non pregiudicarsi i benefici che, chiunque sia il vincitore, si presume saranno accessibili al termine del conflitto.

Le più innocenti e incolpevoli vittime dell’ennesimo conflitto libico

Un atteggiamento, questo, certamente criticabile, ma anche assolutamente pragmatico, da parte del premier francese, benché caratterizzato da una buona dose di cinismo. Lo stesso cinismo del resto usato dal suo predecessore, Nicolas Sarkozy, quando lanciò l’attacco aereo sulla Libia di Gheddafi, prima ancora che quell’intervento fosse ufficialmente appoggiato dall’ONU. Lo scopo, neppur troppo nascosto, dell’Eliseo è di mettere oggi le mani sul petrolio libico e di riuscire a farlo estromettendo l’Italia dalla competizione. Se riuscirà in questo intento, la colpa sarà, tuttavia da attribuire prevalentemente al nostro governo e alla sua titubanza in politica estera che lo induce all’eterno temporeggiamento, deludendo spesso i propri alleati.

La pace farsa conclusa nel novembre scorso tra al-Sarraj (sinistra) e il generale Haftar con la mediazione del nostro presidente del consiglio, Conte

In una recente intervista rilasciata alla stampa, al-Sarraj, non ha lesinato critiche alla Francia “Per la seconda volta – ha detto l’uomo di Tripoli – Parigi fomenta guerra e devastazione ai danni del nostro Paese”, ma non sono neppure mancate critiche all’Italia che, a suo giudizio, dovrebbe uscire dal suo temporeggiamento e fornirgli un più concreto appoggio. Quest’accusa riguarda principalmente l’embargo sulle forniture di armi deciso dall’Unione Europea e dall’ONU. “Sappiamo benissimo che questo embargo colpisce solo noi, perché i nostri avversari continuano a ricevere armi dai Paesi che li sostengono. Se embargo ci dev’essere deve valere per entrambi o per nessuno”, ha detto al-Sarraj, ed è difficile dargli torto.

Franco Nofori
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Corruzione da 4,5 mln dollari in Senegal: coinvolto fratello del presidente

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 11 giugno 2019

Sono tre i protagonisti dello scandalo che ha colpito il Senegal: BP plc (British Petroleum), Frank Timis e Aliou Sall, fratello del presidente della Repubblica.

Il “fattaccio”, dopo l’inchiesta BBC, riguarda un contratto da 1,5mln di dollari (1,32mln di euro) a favore di Aliou Sall per una consulenza. Un accordo da 25mila dollari (22mila euro) al mese per cinque anni nel settore petrolifero firmato con la Petro-Tim del magnate rumeno-australiano Frank Timis.

Da sinistra: Aliou Sall, fratello del presidente de lSenegal e il magnate Frank Timis
Da sinistra: Aliou Sall, fratello del presidente del Senegal e il magnate Frank Timis

Il ricco businessman, secondo la BBC, è noto per una serie di affari discutibili del settore minerario in Africa e per casi di corruzione di politici del continente africano.

Oltre al costoso contratto è venuto fuori che, secondo l’inchiesta, alla cifra mensile gli sono state promesse azioni per un valore di 3mln di dollari. Non ci sarebbe niente in contrario se il fratello del presidente Macky Sall, avesse le competenze nel settore petrolifero ma, non avendone alcuna, la cosa appare perlomeno stravagante.

Ma soprattutto con un forte odore di corruzione, anche perché neanche la Petro-Tim ha competenze in campo petrolifero ma gli sono state assegnate quote in due giacimenti di gas off-shore.

In rosso i giacimenti di idrocarburi offshore in Senegal
In rosso i giacimenti di idrocarburi offshore in Senegal

Si tratta dei blocchi Cayar Offshore Profond e St. Louis Profond, la cui licenza è stata aggiudicata nel 2012 alla Petro-Tim. Una compagnia sconosciuta nel settore petrolifero che faceva capo a Frank Timis e che poco dopo ha assunto Aliou Sall.

Le rivelazioni del reportage mandato in onda dalla BBC la settimana scorsa hanno ovviamente agitato le acque della politica senegalese. La questione è caduta come una martellata sull’alluce di Macky Sall, vincitore per il secondo mandato alle presidenziali del febbraio scorso.

Il neo-presidente, nel suo primo discorso pubblico aveva confermato: “Metteremo fine alla cattiva amministrazione e alla corruzione. Le sostituiremo con un nuovo sistema di governo”.

Se la martellata sull’alluce presidenziale è stata dolorosa, una trave gli è finita sull’altro alluce quando lo scandalo si è dimostrato maggiore del previsto. BP ha acquistato la partecipazione residua della Timis Corporation per 250mln di dollari (220mln di euro).

Punto vendita al dettaglio di carburante BP
Punto vendita al dettaglio di carburante BP

L’indagine della tv pubblica britannica ha calcolato che che BP, dal 2020, darà a Timis vari miliardi in royalties. Una cifra che va tra i 9,4 e i 12,4mld di dollari (8,30/11mld di euro). Un accordo che, secondo BP, porterà grandi benefici al Senegal.

L’indagine rivela anche che nel giugno 2014, 250mila dollari (220mila euro) sono stati pagati alla Agritrans Sarl di Aliou Sall. Da una email di Timis si trattava di tasse pagate al governo senegalese che però sono finite nelle tasche del fratello del presidente.

Come risposta all’inchiesta, alla BBC è arrivata una dichiarazione a nome di Frank Timis e Timis Corporation nella quale si dice che le accuse sono false. “Non ci sono state infrazioni di sorta in relazione alle concessioni di petrolio e gas di Saint-Louis Profond e Caya Offshore Profond. La concessione, assegnata dall’ex presidente Wade è stata un investimento altamente rischioso e speculativo che ha avuto investimenti costosi”.

La nota di Timis afferma che all’epoca non erano stati scoperti idrocarburi e c’era una possibilità significativa che non sarebbero mai esistiti. Molte società petrolifere hanno avuto la possibilità di esplorare i fondali ma non lo hanno fatto a causa dei rischi connessi. Al 2014 non si sapeva se Timis avrebbe trovato giacimenti di petrolio o gas.

Anche Aliou Sall smentisce tutte le accuse mentre il presidente afferma che l’inchiesta della BBC non rispetta i requisiti giornalistici corretti e vuole la verità. L’opposizione, scandalizzata per il grande furto al Paese e alla comunità, affila le armi e vuole la mobilitazione popolare nelle piazze del Senegal.

Sandro Pintus
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Mozambico, per la prima volta i jihadisti si firmano Stato Islamico nel Nord del Paese

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 giugno 2019

“I soldati del Califfato sono stati in grado di respingere un attacco dell’esercito crociato del Mozambico nel villaggio di Metubi, nell’area di Mocimboa”. Recita così il comunicato, firmato come Stato Islamico, dai jihadisti mozambicani che seminano terrore nel Nord del Paese dall’ottobre 2017.

“I mujaheddin si sono scontrati con loro causando morti e feriti” – continua la dichiarazione – “e hanno preso come bottino armi, munizioni e razzi”. La notizia però non è stata confermata dalle Forze armate mozambicane dislocate da oltre un anno a Cabo Delgado.

Blindato della Forze armate Mozambicane
Blindato della Forze armate Mozambicane

La notizia, diffusa dall’AFP, conferma un’evoluzione del terrorismo islamico nell’ex colonia portoghese. È la prima volta che viene rilasciata una dichiarazione firmata, dall’inizio delle azioni terroristiche nella provincia di Cabo Delgado, nell’estremo Nord del Paese.

Il comunicato indica l’affiliazione e un pericoloso salto jihadista non solo per la firma ma anche perché diramato in occasione della fine del Ramadan.

La comunità islamica di Cabo Delgado ha immediatamente preso le distanze dalla proclamazione espressa dal gruppo terrorista. Nel gennaio 2018 un video confuso, in portoghese, mostrava cinque persone a viso coperto armate di kalashnikov che inneggiavano a un governo di Allah.

Dall’inizio degli attacchi del 2017, i primi dei quali contro due stazioni di polizia, sono state ammazzate oltre duecento persone. Gli assalti vengono fatti soprattutto contro inermi civili che lavorano nei campi e residenti in villaggi isolati che poi vendono dati alle fiamme. Tra le vittime anche donne e bambini, molti dei quali sgozzati o decapitati.

Jihadisti mozambicani ora affiliati allo Stato Islamico
Jihadisti mozambicani ora affiliati al sedicente Stato Islamico

I responsabili, vengono chiamati dalla popolazione al Shabaab ma, secondo uno studio dell’Università Eduardo Mondlane di Maputo, appartengono al gruppo Ahlu Sunnah Wa-Jamma.

L’indagine, richiesta direttamente dal presidente Filipe Nyusi, è stata realizzata da João Pereira e Salvador Forquilha con l’aiuto del religioso islamico Saide Habibe.

Secondo Habibe si tratta di persone imbevute di propaganda impostata sul recupero dei valori tradizionali islamici ma che niente conoscono della tradizione dell’islam.

Con bassissima scolarizzazione sono ispirati dell’imam keniota Aboud Rogo Mohammed, ucciso in Kenya nel 2012 e vengono addestrati, nella Regione dei Grandi Laghi.

Il gruppo terroristico – composto da cellule sparse al confine con la Tanzania – si finanzia attraverso il contrabbando di avorio, rubini e legno pregiato.

La crescente ondata di violenza di Cabo Delgato suscita allarme anche per il lavoro che svolgono ENI ed ExxonMobil nei ricchi giacimenti di gas naturale.

ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado
ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado

Il sabotaggio e l’interruzione dello sfruttamento di questi ricchissimi giacimenti di idrocarburi sarebbe un’enorme perdita per lo sviluppo e per il futuro del Mozambico.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Madagascar, Ahmad Ahmad numero 1 del calcio africano arrestato e subito liberato

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 11 giugno 2019

Arrestato. Interrogato. Rilasciato. Senza accuse e quasi con le scuse, ma con schizzi di fango non facili da ripulire.

Ha rischiato di finire pesantemente fuori gioco il numero 1 del calcio africano. E proprio alla vigilia di due  eventi pallonari internazionali: il campionato mondiale femminile, appena iniziatosi in Francia, e la Coppa  d’Africa delle Nazioni (Afcon,o Can) pronta a decollare il 21 giugno, in Egittto..

Ahmad Ahmad, 59 anni, malgascio, presidente della Confederazione africana di  calcio (Caf), è stato arrestato nell’hotel de Berri di Parigi alle 8,30 del 6 giugno scorso dagli agenti dell’Ufficio centrale della lotta anticorruzione e le violazioni finanziarie e fiscali (OCLCIFF):

Ahmad Ahmad, politico e dirigente sportivo malgascio

A darne notizia è stato il giornale Jeune Afrique e per il mondo pallonaro è stato uno choc.

Ahmad Ahmad, anche se non molto conosciuto, è un pezzo grosso in Africa.

In Madagascar è membro del Senato, di cui è pure vicepresidente, è stato segretario del ministero degli Sport e ministro della Pesca, ha fatto il calciatore e l’allenatore ed è poi diventato presidente della Federazione calcistica del suo Paese..

Nel 2017, a sorpresa, ha spodestato quello che sembrava inamovibile  alla guida del Caf, il più importante organismo di gestione del calcio continentale: il discusso, immarcescibile gabonese Issa Hayatou, al potere per 29 anni e sette mandati consecutivi! Dal momento dell’elezione, Ahmad si è dato molto da fare per riorganizzare il calcio africano, “promuovere la trasparenza e combattere la corruzione”.

“Il primo anno – ha scritto Mark Gleeson sul sito Mg.Co.Za –  lo ha trascorso andando su e giù per il continente, incontrando capi di stato e avendo a malapena il tempo di respirare e di stare a casa sua in Madagascar. Scapolo, si è stabilito in Egitto, ma ha vissuto a lungo anche in Marocco, compreso il breve periodo in cui è stato ricoverato in ospedale per problemi cardiaci”.

Nel marzo scorso Ahmad si era visto negare dagli Stati Uniti visto per partecipare a una riunione della Fifa convocata a Miami. Il 6 giugno, invece, Ahmad era reduce dal  69 congresso della Fifa (la Federazione mondiale del calcio) che, il giorno prima, aveva riconfermato quale presidente lo svizzero Gianni Infantino.

All’origine dell’arresto, ci sarebbe l’accusa di aver favorito una società francese, la Tactical Steel, a discapito della multinazionale tedesca Puma  per il fornimento di materiale sportivo (fra cui 60 mila palloni da distribuire alle 54 federazioni africane). Questa decisione gli avrebbe fruttato un “premio” di 830.000 dollari.

A prenderlo di mira era stato, in marzo, l’egiziano Amr Fahmy, ex segretario generale della Confederazione africana, che lo stesso Ahmad aveva voluto in quella posizione. .Fahmy aveva accusato il suo mentore e superiore di corruzione e di molestie sessuali nei confronti della sua donna. Poco dopo la Caf  aveva rimosso Fahmy.

Altri nemici Ahmad se li era fatti in Tunisia. Pochi giorni fa il presidente malgascio, infatti, aveva dichiarato di essere stato minacciato dal presidente della società calcistica tunisina Esperance. Questo perché la Caf aveva ordinato la ripetizione del match de l’Esperance  contro  il Wydad Casablanca, giocata il 31 maggio. La partita era valida per la African Champions League e verrà rigiocata in occasione della Coppa d’Africa. L’incontro era stato annullato perché non era stato possibile, per un goal contestato, ricorrere alla Var (Video assistant referee), bloccata da una guasto: “Perché la Var funziona ovunque e non a Tunisi?”, aveva commentato Ahmad.

Trofeo coppa d’Africa 2019

Insomma: il super presidente aveva non era proprio benvoluto a tutto campo.

Nessuno però si aspettava il colpo di scena della mattina del 6 giugno, nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla Procura di Marsiglia..Seguito da un altro coup de theatre: al termine di 10 ore di interrogatorio a Nanterre, (banlieue a nord ovest di Parigi), Ahmad è stato lasciato andare, gli è stata ridata la libertà con tanto di passaporto, senza nessuna accusa a carico.

Gli inquirenti hanno creduto alla sua linea di difesa: “Tutto è avvenuto alla luce del sole, ogni scelta è stata fatta collegialmente. Sono vittima di un complotto”.

Per ora è finita, ma c’è da credere che la partita non sia giunta al novantesimo minuto.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Sudan, torna la paura dei janjaweed, criminali al servizio del regime

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 11 giugno 2019

Sempre più confusa la situazione in Sudan dove continuano le manifestazioni della popolazione, nonostante il pesante e violento attacco del 3 giugno al sit-in davanti al quartier generale dell’esercito che ha provocato oltre cento morti. Il presidio permanente è finito ma a Khartoum posti di blocco sorgono spontanei per sbarrare il traffico.

Il Transitional Military Council – che sta gestendo il potere dall’11 aprile, quando, dopo mesi di dimostrazioni di piazza, è stato defenestrato il dittatore da trent’anni al potere, Omar Al Bashir – ha annunciato di aver arrestato un imprecisato numero di militari accusati di aver aperto il fuoco sui dimostranti provocando il massacro.

Una strada deserta di Khartoum durante lo sciopero generale

Ma ci sono ancora notizie di civili accoltellati per strada e donne aggredite e violentate in casa propria da sconosciuti. Gang di paramilitari terrorizzano la popolazione. Scendono da auto di passaggio bloccano civili indifesi, li picchiano a sangue e li lasciano sull’asfalto gravemente feriti o moribondi. Le denunce arrivano dalla Sudanese Professionals Association, l’associazione delle professioni che conduce la protesta e ha la leadership della Alliance for Freedom and Change, l’alleanza di tutti i gruppi democratici, che indica come responsabili i paramilitari del Rapid Support Forces, i janjaweed che hanno cambiato nome e ne hanno acquistato uno più nobile, ma non hanno rinunciato ai loro metodi truculenti.

Amira Osman, ha raccontato di almeno cinque casi di stupro, tre ragazze e due ragazzi.Un video, impubblicabile per la crudezza delle immagini visionato dal Fatto Quotidiano a Nairobi, mostra uno dei miliziani che, in una tenda da campo durante l’attacco al sit-in dei dimostranti, strappa i vestiti a una ragazzinae la violenta. La SPA sostiene che durante il violento attacco gli stupri sono stati almeno settanta, tutti messi a segno degli uomini della RSF.

Torna così la paura dei janjaweed, i crudeli e sanguinari miliziani al servizio del governo che atterrivano le popolazioni civili in Darfur. Janjaweed è un neologismo il cui significato è più o meno “diavoli del terrore a cavallo”. Entravano nei villaggi (specie di notte) aprivano il fuoco indiscriminatamente, ammazzavano gli uomini, rapivano bambini e bambine e, prima di incendiare le capanne, violentavano le donne. Si allontanavano poi drogati e ubriachi, sghignazzando istericamente.

Il massacro ha disperso il sit-in davanti al quartier generale dell’esercito che durava da aprile ma ora l’opposizione, per rilanciare l’iniziativa politica ha optato per lo sciopero generale. Lunedì i negozi erano chiusi e sui social sono stati postati video che mostravano le strade di Khartoum e della città gemella, separata solo da un ponte sul Nilo, Omdurman, deserte. Durante gli sporadici scontri con la polizia, almeno 3 civili sono stati uccisi.

“La situazione instabile e confusa – commenta un diplomatico nella capitale sudanese – dimostra che c’è una spaccatura nell’esercito. Da un lato chi vorrebbe intervenire con decisione e chiudere i conti con un bagno di sangue, dall’altro che intende recepire le richieste di democrazia e apertura sociale”. Insomma, l’ala militare legata al vecchio di dittatore, da cui ha ottenuto prebende, favori e privilegi, resiste e non vuole assolutamente lasciare il potere. Ma i giovani (e soprattutto le donne che stano giocando un ruolo importante in questa rivolta), la borghesia e le classi popolari questa volta non intendono abbandonare la lotta.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Chi sono i janjaweed? Il mistero intorno alle milizie arabe sudanesi

 

Guerra degli hacker in Kenya: “Abbiamo il controllo dei siti web governativi”

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
10 giugno 2019

Si sono autodefiniti i “Kurd electronic team”, gli hacker che hanno compiuto uno dei più gravi attacchi cibernetici ad almeno diciotto siti del governo e di varie istituzioni parastatali del Kenya, devastandone il funzionamento. Poco più di una settimana fa, nell’attonito sbalordimento degli operatori informatici, sull’home page dei siti governativi, oggetto dell’intrusione, è comparso il logo del gruppo criminale che l’aveva compiuta e i siti sono diventati improvvisamente ingestibili. Tra i più importanti siti web oggetto dell’attacco, c’è il NDICT (National Development Implementation and Technical Communication); il NYS (National Youth Service); la NEMA (National Environment Management) e l’IFMIS (Integrated Financial Management Information System).

Lo sfacciato annuncio dei pirati informatici che hanno violato i siti governativi del Kenya

“Torneremo presto operativi – ha annunciato l’ente preposto al controllo della sicurezza sui web governativi – siamo spiacenti per l’accaduto e invitiamo chiunque voglia contattarci, a usare altri sistemi”. Questo è l’annuncio comparso a chi tentasse di collegarsi a uno dei diciotto siti in questione. Non sono ancora chiari – o comunque non sono stati ufficialmente rivelati – gli effettivi danni causati dall’attacco cibernetico ma secondo alcune indiscrezioni, appaiono piuttosto gravi poiché avrebbero esposto notizie e indirizzi riservati. Non è questo il primo attacco subito dal sistema informatico del governo, ma nessuno aveva mai raggiunto lo stesso livello d’intensità. Il ministro responsabile della sicurezza sul web, Jerome Ochieng, si è finora sottratto a ogni tentativo di contatto da parte dei media locali.

Malgrado i sempre più sofisticati sistemi per contrastarla la pirateria informatica resta imbattuta

Tra i siti governativi, oggetto di precedenti attacchi della pirateria informatica, figurano quelli del KDF (Kenya Defence Force); del vicepresidente William Ruto e del CAK (Communication Authority of Kenya) che nel 2017 è stato vittima di un’intrusione molto invasiva a opera di un gruppo denominato “AnonPlus”. Il Kenya, non rappresenta tuttavia un’eccezione nel mostrare la fragilità del proprio sistema informatico, poiché nell’ormai lunga storia dell’hackeraggio cibernetico, si riscontrano vittime ben più autorevoli, come il dipartimento di Stato americano, grossi istituti di credito internazionali e – benché i loro sistemi di protezione siano di alta efficienza – non pochi tentativi d’intrusione li hanno subiti anche il Pentagono, la CIA (Center Intelligence Agency) e l’FBI (Federal Bureau of Investigation). Questo dimostra che, malgrado il costante sviluppo di nuove e raffinate tecnologie, la sicurezza della rete, mostra tuttora non poche fragilità.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1