Speciale Per Africa Express Franco Nofori 25 giugno 2019
C’è un’indubbia coerenza nel fatto che un’amena località tropicale, ispirata all’Italia, pur se a oltre settemila chilometri di distanza, ceda alla tentazione di emulare la propria musa. Ecco allora che Malindi, la “little Italy” del Kenya, non poteva che scegliere il meglio, cioè: la capitale del bel Paese; la celebrata “Città Eterna”; quella cui “tutte le strade conducono”: Roma. E sì che Roma offre molte meraviglie cui ispirarsi, ma le autorità governative dell’ex colonia britannica, hanno deciso per una scelta davvero bizzarra: le strade capitoline. Intendiamoci, non l’Appia antica, ma le strade odierne, quelle costellate da voragini, quelle che fanno dire agli eredi dell’antico impero, che tutto ciò che di eterno è rimasto a Roma, sono le buche del manto stradale.
Una strada di Malindi in deplorevoli condizioni
Così Malindi entra in competizione con la caput mundi e – pur se su un’area meno estesa – offre il suo bravo dissesto stradale per la gioia del sempre più ridotto numero di visitatori. Ormai a protestare per questa situazione, non sono solo gli operatori turistici occidentali, stremati da labili promesse mai mantenute, ma insorgono anche gli imprenditori locali, perché il degrado della cittadina costiera sta letteralmente falcidiando incassi, occupazione e investimenti. Ecco cosa scrive al quotidiano locale The Nation, Mufaddal Shabbir, un commerciante malindino che possiede alcuni negozi d’abbigliamento, oltre ad altre attività nell’indotto turistico:
L’Ocean Beach Resort, una delle più rinomate strutture turistiche di Malindi
“Occorre che il governo di Contea e quello centrale, intervengano urgentemente o perderemo anche quel poco turismo rimasto che ci consente di sopravvivere. La gloria di Malindi non è più quella di dieci anni fa. Oggi non raggiungiamo più neppure il dieci per cento di allora”. “incidentalmente – osserva a sua volta il redattore del Nation – una parte della parola Ma-lindi significa appunto, buco”. Ma i disagi di quella che era un tempo la più attiva destinazione turistica del Kenya, non si fermano alle cattive condizioni delle strade, si estendono alle infrastrutture in genere e alla fornitura dei servizi essenziali, come acqua ed energia elettrica, le cui erogazioni vengono spesso e lungamente interrotte per inadeguata manutenzione degli impianti e annose questioni di bollette non pagate.
Il tribunale di Malindi
Sempre il Nation, in una delle sue più recenti edizioni, punta il dito sulla decadenza della cittadina, dando voce ai sempre più allarmati commenti dell’associazione turistico-alberghiera del Kenya. Molti hotel, anche quelli più prestigiosi, non hanno più sufficienti risorse, per provvedere alla manutenzione ordinaria delle proprie strutture e ovunque si avverte un senso di abbandono e di degrado. Bar e ristoranti, mostrano un desolante numero di tavoli vuoti; la disoccupazione cresce vertiginosamente e con essa cresce anche la criminalità. Il settore immobiliare è devastato e – a fronte del numero irrisorio di chi vuole comprare – c’è l’imponente moltitudine di chi cerca disperatamente di vendere e lasciare il Paese.
Ciò che queste ignare turiste italiane stanno facendo in questo video,
istigatedai loro anfitrioni locali, può portare all’arresto immediato
Questa situazione, ha fatto crollare il prezzo degli immobili a meno della metà del loro valore di mercato. Il Dottor Pierino Liana, direttore dell’agenzia di consulenza Excon, afferma che il proprietario di una villa di lusso, del valore di circa tre milioni di euro, può dirsi fortunato se riesce a liberarsene incassando meno di un milione. Insomma, una vera e propria disfatta. A tutto questo si aggiunge la sempre più molesta attività di pubblici funzionarti e beach boy. I primi minacciano turisti e residenti con la continua richiesta di bustarelle e ricorrendo spesso alla minaccia d’arresto; i secondi vessano i sempre più sparuti gruppi di bagnanti che non hanno più un minuto di pace e sono costretti di rifugiarsi all’interno degli alberghi, riducendo così la loro esperienza africana ai bordi di piscine.
Agenti del traffico arrestati nei pressi di Malindi per il tentativo di estorsione ai danni di un automobilita
Non meno tenere sono le sempre più complesse normative che scoraggiano investitori e residenti, assoggettandoli a un’interminabile serie di adempimenti burocratici, spesso espressi in modo confuso e indecifrabile. Si dice che Malindi sia tuttora la destinazione più ambita da agenti di polizia, del fisco, dell’ambiente e dell’immigrazione, al punto che pare si debba pagare sottobanco – a un dirigente corrotto – fino a mille euro per potervi essere trasferiti. E’ facile immaginare come i solerti funzionari pubblici, una volta ottenuto il trasferimento, si ripromettano di recuperare l’esborso effettuato.
L’illusione d’improbabili amori sbocciati sulle spiagge africane
Fa anche la propria parte, lo stuolo d’ineffabili avvocati che assistono (si fa per dire) l’incauto investitore che ricorre al loro patrocinio per ribellarsi alle vessazioni dello Stato. Si troveranno impegolati in interminabili procedimenti giudiziari, finché, dilapidate le proprie risorse, in continue eccezioni e rinvii, si dichiareranno sconfitti, con buona pace dell’avvocato che si godrà compiaciuto il prezzo dell’insuccesso. Infine, non meno disastrosi si riveleranno anche molti degli amori sbocciati sui bagnasciuga, nelle discoteche e nei bar, dove il (o la) partner, faranno scempio di quanto rimasto, lasciando cuori spezzati e portafogli vuoti. Quando tutto ciò avviene, il celebrato “mal d’Africa” esce definitivamente dal pathos filosofico-sentimentale, per trasformarsi in un vero “male” dolorosamente avvertito.
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Dal Nostro Inviato a Malindi Massimo A. Alberizzi
Malindi, giugno 2019
A Nairobi sulla difficile vicenda di Silvia Romano, rapita in Kenya il 20 novembre, la polizia è in evidente difficoltà. A parlare con diversi investigatori si ha l’impressione che tutti sappiano chi sono i rapitori, ma che pochi siano a conoscenza dei mandanti.
Secondo notizie raccolte nella capitale keniota, in carcere ci dovrebbero essere tre persone (il condizionale è d’obbligo da queste parti): Ibrahim, un somalo che ha ottenuto la cittadinanza e il passaporto kenioti illegalmente; Gababa, un keniota di etnia orma e Moses Lwali Chende, un giriama, la tribù che sta sulla costa, che abita nel villaggio di Kwamwanza. Lui non è più in cella. E non è in carcere neppure la moglie, Elizabeth Kasena, del villaggio di Ghaba, accanto a Chakama, arrestata anche lei pochi giorni dopo il rapimento di Silvia. “La donna è finita in manette perché dal suo telefono sono partite chiamate ai numeri dei rapitori.
Moses invece è accusato di aver partecipato alla logistica del sequestro. Ha aiutato i banditi. Nei giorni immediatamente successivi al 20 novembre, ha portato cibo e altri generi di prima necessità a quelli che avevano prelevato la giovane volontaria italiana”, spiega a me e a Hillary Duenas, una collega americana presente, un giovane funzionario della polizia.
Silvia Romano
Elizabeth è stata liberata su cauzione dopo pochi giorni. Avevano fissato l’ammontare a 50 mila scellini (più o meno 500 euro) ma poi l’importo è sceso a 30 mila (300 euro). A Chakama una famiglia vive per un mese con 2 mila scellini, cioè una ventina di euro. Cinquecento o anche 300 euro sono una cifra abbastanza consistente. Anche Moses è uscito dalla galera dopo aver pagato una cauzione. Nessuno ha saputo dirci la cifra ma secondo alcune informazioni, che io e Hillary non siamo però stati in grado di verificare, sarebbe stato aiutato da alcuni amici. Moses infatti graviterebbe nel mondo del bracconaggio e i suoi “colleghi” non se la sarebbero sentita di abbandonarlo nelle mani della polizia.
Soprattutto l’arresto di Elizabeth ha destato parecchio stupore tra lo staff di Africa Milele, l’organizzazione per cui Silvia lavorava. La ragazza e la sua famiglia, infatti, sono state in passato beneficiari dei progetti della Onlus. Lei, poi, aveva con Silvia un rapporto quotidiano, la giovane italiana infatti andava a mangiare ogni giorno al Chakama Cafe dove Elizabeth lavorava.
Notizie su Moses sono invece più difficili da reperire, chi ha fornito la sua foto e ha cercato di avere maggiori dettagli teme qualche ritorsione, ma è certo che anche se la polizia kenyana riferisce del loro stato di arresto attuale, i due giovani sono invece liberi e rientrati nell’area di Chakama.
Silvia Romano
Racconta un altro ispettore della polizia keniota: “Con le nostre indagini abbiamo accertato che i tre ubbidivano agli ordini di un capo, un certo Adhan, l’uomo che ha pianificato il sequestro: Adhan è stato per ben tre volte a Chakama e ha dormito nella guest house Togo, di fronte a quella dove abitava Silvia. Testimoni ci hanno raccontato che non aveva molto da fare e ci siamo convinti che fosse andato lì per controllare la situazione. Abbiamo messo assieme i dati dei tre con quelli di Adhan e abbiamo visto che c’erano evidenti connessioni. Adan è ricercato, ma è sparito”.
Anche l’attacco, ci racconta l’ispettore, è stato anomalo: “Non sono stati usati mitra kalashnikov o armi lunghe, ma solo pistole e una granata lanciata a terra. Le persone sono state ferite per le schegge. Per questo abbiamo subito escluso il terrorismo internazionale di matrice somala”.
Le indagini degli investigatori del Kenya non si concentrano però nell’entroterra di Malindi, Chakama e i villaggi vicini. Sotto osservazione anche il lavoro che Silvia aveva fatto all’orfanotrofio di Likoni di Davide Ciarrapica e del suo socio Rama Hamisi Bindo, l’Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre.
Racconta un’amica di Silvia: “Durante il suo primo viaggio in Kenya, Silvia era stata nel villaggio di Davide e all’inizio era contenta. Poi i loro rapporti si erano guastati. Silvia mi telefonava la sera molto costernata perché lui la trattava male e la insultava. Quasi ogni sera andava a ballare, tornava ubriaco portandosi dietro una ragazza diversa. Urlava come un pazzo ed era attaccato ai soldi. Le aveva anche chiesto di pagare di tasca sua un viaggio che era stato organizzato per i ragazzi del Centro. Quando Silvia è stata portata in ospedale per una piccola operazione alla spalla, lui l’ha mandata sola e non l’ha neanche accompagnata. Lei c’è rimasta molto male. La trattava con un certo disprezzo. L’ultima volta, il 5 novembre, Silvia è tornata nel Centro ma solo per salutare i bambini ed i suoi amici”. Ed era stata accolta con freddezza e disappunto.
Massimo A. Alberizzi twitter @malberizzi
Ha collaborato Hillary Duenas
ECCO TUTTI GLI ARTICOLI SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO PUBBICATI DA AFRICA EXPRESS
Nella tarda serata di ieri la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente della Mauritania ha reso noto il vincitore delle elezioni presidenziali: Mohamed Ould Ghazouani, delfino del presidente uscente Mohamed Ould Abdel Aziz. Il nuovo leader si è imposto al primo turno con il 52 per cento delle preferenze, mentre Biram Dah Abeid, il candidato antischiavista si è fermato al 18,58 percento e l’ex primo ministro Sidi Mohamed Ould Boubacar al 17,87 per cento. Gli altri tre candidati non hanno raggiunto nemmeno il 10 per cento. Ora i risultati saranno trasmessi alla Corte Costituzionale che proclamerà il nuovo presidente, dopo aver esaminato eventuali ricorsi.
Mohamed Ould Ghazouani, ex generale e vincitore delle presidenziali in Mauritania
Sabato scorso si sono recati alle urne 1,5 milioni di mauritani. La tornata elettorale si è svolta senza incidenti di rilievo.
Ancor prima che il Comitato elettorale nazionale indipendente rilasciasse il comunicato ufficiale sull’esito delle votazioni, Ghazouani – candidato del regime, giacché Aziz non ha potuto presentare la sua candidatura poiché la Costituzione limita la presidenza a due mandati consecutivi – si era autoproclamato vincitore.
Domenica mattina Mohamed Ould Ghazouani si è presentato al palazzo dei congressi di Nouakchott, accompagnato da Aziz, e ha dichiarato di aver vinto le presidenziali, precisando che, secondo le sue fonti all’interno del CENI, si tratterebbe di una vittoria con un vantaggio piuttosto ampio.
Il presidente di CENI, Mohamed Vall Ould Bellal, visibilmente irritato, aveva spiegato che i risultati elettorali definitivi può fornirli solo il suo ufficio, e intende renderli pubblici almeno entro 48 ore dopo la chiusura dei seggi. Misteriosamente i risultati sono stati resi noti però già domenica sera.
Gli altri cinque aspiranti alla poltrona più ambita del Paese: Sidi Mohamed Ould Boubacar, ex primo ministro, indiendente, ma sostenuto dal partito islamista Tawassoul; Biram Dah Abeid, candidato del movimento antischiavista; Mohamed Ould Maouloud, esponente e leader di Union des forces du progrès (UFP), supportato da Ahmed Ould Daddah, oppositore storico della ex colonia francese e Kane Hamidou Baba, della coalizione Vivre ensemble non accettano il risultato di queste elezioni.
Mauritania, elezioni presidenziali
I cinque oppositori, durante la riunione congiunta, indetta subito dopo l’autoproclamazione di Ghazouani, avevano precisato: “Il potere ha perso la sua battaglia elettorale e con l’annuncio della sua vittoria ha messo CENI di fronte a un fatto compiuto”. E Biram Dah Abeid ha aggiunto che dall’inizio della campagna elettorale le istituzioni avrebbero subito forti pressioni da parte del presidente uscente. Mentre Sidi Mohamed Ould Boubaka ha ricordato alcune delle irregolarità commesse, come la scelta dei componenti di CENI, la nomina dei presidenti dei seggi e la presenza delle forze dell’ordine e della sicurezza nelle strade durante lo scrutinio. Ora che i risultati sono stati ufficializzati, bisogna attendere se presenteranno ricorso alla Corte Suprema del Paese.
Il capo di Stato maggiore dell’esercito etiopico, Seare Mekonnen e un altro ufficiale sono morti nella capitale Addis Abeba per le gravi ferite riportate dopo essere stati bersagliati dai proiettili durante una sparatoria, seguita a un tentativo di “colpo di Stato”. Nelle stesse ora un attacco è stato portato contro il governo della regione Amhara, nel nord del Paese.
Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia
Pochi minuti fa è stato confermato che anche Ambachew Mekonnen, governatore della regione Amhara, e un suo consigliere sono stati ammazzati a Bahir Dar, capoluogo del territorio, dove nella serata di ieri sono stati fatti fuori anche diversi alti ufficiali.
A fine maggio si erano verificati diversi scontri etnici e Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, aveva inviato l’esercito per arginare il conflitto tra gli amhara e i gumuz. Gli amhara rappresentano il ventisette per cento della popolazione, secondi solo agli oromo, che con il trentaquattro per cento è la prima etnia del Paese. I gumuz appartengono a un piccolo gruppo etnico che vivono tra l’Etiopia e il Sud Sudan.
In un breve comunicato l’ufficio del primo ministro Abiy al potere da poco più di un anno, ha fatto sapere che il tentato putch, è contrario alla Costituzione e deve essere assolutamente condannato da tutti gli etiopi.
Finora non sono stati resi noti altri dettagli dalle autorità di Addis Ababa, che nel frattempo hanno bloccato internet in tutto il Paese. Ieri notte l’ambasciata degli Stati Uniti aveva diramato un’allerta a causa di ripetuti colpi di arma da fuoco nella capitale.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 giugno 2019
Ieri oltre 3000 persone (5000 secondo gli organizzatori) hanno manifestato pacificamente a Bamako, la capitale del Mali, contro le violenze nel centro del Paese. Almeno 250 persone sono state brutalmente ammazzate dall’inizio dell’anno in diversi villaggi (Koulogon, Ogossagou, Sobane, Gangafani, Yoro e altri ancora) e quasi 3000 hanno cercato rifugio a Bandiagara, nella regione di Mopti.
Sono per lo più dogon e fulani le vittime di questa carneficina nel centro della ex colonia francese. Gruppi armati di dozo, cacciatori tradizionali di etnia dogon e altri di origine fulani da qualche tempo sono in stato di agitazione tra loro. I secondi, che si occupano per lo più di pastorizia, e i dogo, agricoltori, per secoli hanno vissuto in armonia tra loro. I contrasti sono iniziati solo dopo la fondazione del gruppo jihadista Front de libération du Macina (FLM), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani, che ha reclutato i propri adepti tra la sua gente. I dogon hanno creato gruppi di autodifesa armati; da allora si verificano continui scontri tra le due etnie.
I manifestanti hanno chiesto al governo di disarmare quanto prima tutti gli abitanti, residenti nelle aree considerate fragili al centro della ex colonia francese, dove da tempo non solo i terroristi insanguinano il suolo, ma anche gli scontri etnici rendono insicure molte aree. La gente ha paura, molti campi sono in stato di abbandono, e questo non solamente per i cambiamenti cimatici, ma perchè in alcuni villaggi non è rimasto nessuno che possa coltivarli.
Villaggio dogon in Mali nella falesia di Bandiagara a sud del fiume Niger
E proprio ieri, mentre era in pieno svolgimento la manifestazione a Bamako, l’esercito maliano ha annunciato che era in atto un nuovo rastrellamento di terroristi nel centro del Paese. Un soldato sarebbe morto durante l’operazione, mentre parecchi attentatori sarebbero stati neutralizzati e alcune loro basi distrutte.
Jean-Pierre Lacroix, capo delle operazioni ONU per il mantenimento della pace in Mali si è recato ieri a Mopti, accompagnato da Pedro Serrano, vice commissario per la politica estera dell’Unione Europea, per incontrare le autorità locali e rappresentanti della società civile. Giovedì prossimo, invece, il Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro discuterà sul futuro di MINUSMA, la missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite in Mali, una delle più costose e pericolose. Infatti ha perso quasi duecento uomini dal 2013.
Attacchi di terroristi in Burkina Faso
Nel 2012 oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo di MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono però ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali.
Anche in BurkinaFaso le violenze non si fermano. Martedì scorso i jihadisti hanno nuovamente attaccato un villaggio nella provincia di Soum, nel nord del Paese. I terroristi sono arrivati a Tongomayel nel pomeriggio e hanno radunato la gente che, convinta che fosse un raduno di preghiera, non ha esitato a dare seguito all’ “invito”. Poco dopo i jihadisti hanno aperto il fuoco, uccidendo al meno 17 persone, tra loro anche anziani e bambini. I sopravvissuti sono tutti scappati. Il villaggio ora è deserto.
“Scappiamo per non morire”. Secondo le stime delle Nazioni Unite, dall’inizio dell’anno 90.000 burkinabè sono fuggiti dalle loro case, hanno lasciato i loro villaggi perchè terrorizzati dalle violenze che si consumano particolarmente nel nord del Paese.
I primi di giugno a Ougadougou, la capitale della ex colonia francese, dopo l’ennesimo attacco jihadista si sono riversate 1.500 persone. Ora molti di loro vivono nel cortile polveroso di una scuola. Cucinano e dormono all’aperto. Hanno lasciato tutti i loro poveri beni a casa, nella zona dove negli ultimo mesi sono stati uccisi anche sacerdoti e fedeli. Nella stessa area sono stati liberati anche quattro ostaggi occidentali, rapiti nel Benin.
Anche questa volte l’esercito è arrivato durante la notte, a tragedia consumata. Ha immediatamente rastrellato l’intera zona, ma dei terroristi ormai non c’era più ombra. Finora la nuova strage non è stata rivendicata.
Durante un’operazione congiunta delle forze armate nigerine, francesi e statunitensi, che si è svolta tra l’8 e il 18 giugno, sarebbero stati uccisi 18 miliziani dello Stato Islamico del Gran Sahara (EIGS).
Grazie all’azione militare in Niger, denominata ACONIT, alla quale hanno partecipato i militari delle forze armate nigerine (FAN), i francesi di Barkhane – presenti in tutto il Sahel con oltre 4000 uomini – sostenuti dagli alleati americani, sono stati anche arrestati cinque terroristi, tra loro tre di nazionalità nigerina.
Le autorità di Niamey hanno fatto sapere che ACONIT è intervenuta nella regione di Tongo-Tongo, al confine con il Mali, dove alla fine di maggio sono stati uccisi 27 suoi militari. EIGS aveva rivendicato l’attentato dell’ottobre 2017 durante il quale sono morti 4 militari statunitensi e 5 nigerini . Tale aggressione era avvenuta nella stessa area.
I dogon, popolo del Mali che conta 240.000 persone, vivono per lo più nella regione della falesia di Bandiagara a sud del fiume Niger. Le loro origini sono incerte: alcuni studiosi ritengono che siano originari della regione del Nilo, altri, invece che si sarebbero staccati dal popolo Mossi del Burkina Faso in seguito a lotte tribali.
Praticano una religione animista, e nonostante i contatti con l’Islam nero e con altre religioni monoteistiche, mantengono tutt’ora un legame molto forte con il loro credo originario. La loro spiritualità si esprime in cerimonie e danze rituali e le maschere sono l’elemento di maggiore rilievo.
Le loro case sono originali, costruite in blocchi di terra cruda che vengono tenuti insieme con della malta d’argilla. Il tutto viene rinforzato con tronchi di palma che sporgono dalle pareti. Si dice che la pianta del villaggio simboleggi il corpo umano.
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Africa ExPress
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, Mombasa e Malindi, giugno 2019
La prima cosa che salta agli occhi cercando le tracce di Silvia Romano, la ventitreenne milanese sequestrata la sera del 20 novembre a Chakama, in Kenya, è che le indagini sono state abbastanza carenti, che c’è una competizione tra le varie polizie dell’ex colonia britannica e tra queste e l’esercito che si è occupato di scandagliare tutto il territorio al confine con la travagliata Somalia. Di Silvia non si sa niente dal momento della sua scomparsa. Sparita nel nulla. A parte il silenzio stampa chiesto dalla Farnesina – un atteggiamento di routine che serve più a mantenere segreti inconfessabili che a salvaguardare la vita degli ostaggi o l’inquinamento delle relative indagini – in questi casi si riesce sempre ad avere qualche informazione. Questa volta no. Niente. Sconsolante.
“Scusi, ma Silvia Romano ha dormito qui?”. La signora indiana che gestisce la guest house Marigold, nel caotico centro di Mombasa, non solo è gentile, ma anche collaborativa. Così, dopo averle spiegato perché stiamo indagando sul rapimento, chiama subito il figlio Aash Sahiko che si presenta con i registri degli ospiti. Dopo una veloce ricerca arriva la risposta: “Sì, è stata qui il 22 settembre e la notte tra il 5 e il 6 novembre”. Hillary Duenas, la collega americana che mi accompagna e che sarà molto importante nell’aprire bocche apparentemente cucite, chiede e ottiene il permesso di fotografare le pagine. Ogni dettaglio è prezioso. Chiediamo: Silvia è venuta qui sola? “Certo – è la risposta -. Ha pagato il prezzo della camera singola. E’ arrivata sola ed è ripartita sola”. Aash Sahiko se la ricorda bene: “Una bella ragazza così, resta impressa. Ero contento quando l’ho vista per la seconda volta in novembre”.
Il registro del Marigold Guest House mostra che Silvia ha dormito nella camera 4 (foto di Hillary Duenas per Africa ExPress)
Ma è venuto qualcuno della polizia keniota o agenti italiani a chiedere informazioni su Silvia?, chiediamo. “No, nessuno. Quando abbiamo saputo del suo rapimento ci siamo preparati a ricevere la visita di qualche investigatore e ci siamo meravigliati che non siano comparsi i poliziotti”. Io ed Hillary ci guardiamo sorpresi: com’è possibile che nessun inquirente si sia fatto vivo per verificare che la ragazza fosse sola?
Silvia, bella, giovane e dinamica, non poteva non attrarre le attenzioni di qualche ragazzo. Infatti erano in tanti a farle la corte o addirittura a dichiararle grande amore, come Alfred Scott un fisioterapista dell’ospedale di Mombasa che su Facebook proclama di essere innamorato della milanese.
Alfred Scott e Silvia Romano fotografati a Mombasa
Alla polizia di Nairobi sul rapimento vengono formulate tre ipotesi: sequestro per ottenere un riscatto, sequestro per tapparle la bocca su accuse di pedofilia di cui sarebbe stata testimone a Likoni, stesso movente ma per molestie a Chakama, villaggio nell’entroterra di Malindi.
Il muro di cinta della villa dove c’è il centro di Davide Ciarrapica
Silvia arriva per la prima volta in Kenya il 22 luglio dell’anno scorso. Aveva conosciuto un italiano, Davide Ciarrapica durante una festa di beneficenza. Il trentunenne di Seregno gestisce un centro per bambini a Likoni, un villaggio separato da Mombasa da un braccio di mare che si può superare con un traghetto. La ragazza intravede la possibilità di fare qualcosa a favore dei più deboli. Così quel giorno si imbarca per Mombasa con lui. Imbarazzante una dichiarazione rilasciata verbalmente da Ciarrapica a un detective keniota. Impossibile per me riportare qui i particolari scabrosi. Riferisce costernato l’investigatore: “Senza alcun pudore Davide, durante un colloquio il 15 maggio scorso, racconta che Silvia, durante il viaggio in aereo, gli è saltata addosso. Piuttosto strano mi è sembrato un modo per screditarla ai miei occhi. Io non gli ho creduto”.
Silvia resta al Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centredi Davide per un mesetto, poi torna a Milano. Il 5 novembre rientra in Kenya. All’aeroporto di Mombasa, va a riceverla Ciarrapica. Insieme vanno a Likoni, ma lei ci resta poche ore. A fine giornata torna a Mombasa e si ferma a dormire al Marigold. La mattina dopo corre a Chakama, insieme a due nuovi volontari appena arrivati, nella struttura di Africa Milele, la onlus per cui lavorerà: obiettivo aiutare i bambini.
All’attracco del traghetto Likoni-Mombasa ci dà appuntamento una mamma che conosceva bene Silvia. Quando le chiediamo di raccontarci qualcosa della permanenza della ragazza quaggiù, scoppia in lacrime: “Le voglio bene, le voglio bene. Spero che torni presto. Io avevo tre bambine in quella struttura, poi le ho ritirate”. Perché? “Accadevano cose poco corrette e imbarazzanti. Tornate a casa le mie figlie riferivano di strani atteggiamenti di Davide e del suo socio, Rama Hamisi Bindo”. Invano Hillary abbraccia la signora cercando di consolarla. Il pianto continua a dirotto.
Un keniota che lavorava nel Centro di Ciarrapica, racconta: “No, non credo che ci siano stati casi di pedofilia, però un giorno mi hanno allontanato dicendo: ‘Conosci troppi segreti di questo posto. E’ meglio che tu vada via’. Licenziato in tronco”.
Una visita al Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre lascia confusi e stupefatti. Hillary – che tra l’altro è anche medico e così si presenta – all’entrata viene accolta da una signora che si illumina in volto: “Ah, grazie al cielo, dottoressa. Lei è venuta qui per quella quattordicenne incinta”. Evidentemente no, ma desta perplessità anche il fatto che Davide arrivi con la sua girlfriend, una stupenda diciassettenne.
Dopo la sua prima esperienza a Chakama, Silvia rientra in Italia, promettendo comunque a Davide che organizzerà a beneficio del suo centro, incontri di beneficienza per raccogliere fondi. Cosa che fa in ottobre. Ritorna il 5 novembre e va a Likoni, giusto il tempo per essere accolta freddamente dai bambini, che hanno l’ordine di restare sull’attenti immobili e di non salutarla, e da Davide, che l’accusa di non aver raccolto sufficiente denaro. I bambini africani fanno sempre una gran festa alla gente, specie quella che conoscono e che ha giocato tempo prima con loro. Quei ragazzini restano invece impietriti. “Davide è un collerico irascibile – racconta un altro ex impiegato -. Ecco perché in Italia recentemente è stato condannato a 6 anni di reclusione e 35 mila euro di danni per aver staccato a morsi un orecchio durante una rissa in una discoteca di Milano”.
Racconta uno degli inquirenti kenioti che sta cercando di dipanare l’intricata matassa: “Abbiamo avuto indicazioni che Silvia manifestasse un certo disagio nei confronti della struttura dove, secondo lei, si verificavano molestie nei confronti dei piccoli ospiti. Quell’organizzazione è guardata con una certa benevolenza dalle autorità locali. Il socio e amico di Davide Ciarrapica, nonché proprietario della villa che la ospita, Rama Hamisi Bindo, è figlio di un famoso politico e gode di protezioni insospettabili”. Trasecolo. Scusa? Ripeti bene. “Sì, gode di protezioni potenti”. Io e Hillary ci guardiamo increduli. Io, perché credo di aver capito male; lei perché, essendo americana, ha capito benissimo.
La polizia di Mombasa, secondo il nostro testimone che teme ritorsioni e mi intima per ben tre volte di non pubblicare il suo nome, non è mai intervenuta con la dovuta determinazione per indagare sul caso: “Ecco un rapporto riservato critico sul comportamento di come sia stata condotta l’indagine laggiù”, mormora tirando fuori dal cassetto un documento assai compromettente. Lo leggiamo ma non ci permette di fotografarlo.
Audio raccolto da Hillary Duenas
Nella sua deposizione del 15 maggio scorso alla polizia, Ciarrapica, che per altro afferma di essere stato ascoltato dai carabinieri del ROS durante una sua visita in Italia in gennaio, dichiara di aver sconsigliato a Silvia di andare e prendere servizio a Chakama, eppure in una mail che ho potuto vedere, c’è scritto esattamente il contrario. Anzi, è stato proprio lui a consigliarle di andare.
Ma quello che inquieta di più è che all’aeroporto di Mombasa sono spariti tutti i file su Silvia Romano. Ai visitatori che entrano in Kenya viene scattata una fotografia e vengono prese le impronte digitali. Una procedura che deve aver riguardato anche la ragazza milanese. Perché nell’archivio della polizia aeroportuale non c’è niente di tutto ciò?
Riserva sorprese anche l’archivio della polizia di Malindi. L’11 novembre nove giorni prima di essere sequestrata, Silvia, dopo aver chiesto consiglio alla presidente di Africa Milele, Lilian Sora che dall’Italia dà il suo totale benestare, con altri due volontari, Giancarlo e Roberta, si reca alla centrale di polizia a denunciare un keniota che per qualche giorno ha soggiornato nello stesso affittacamere in cui da tempo vivono i volontari dell’associazione, Francis Kalama di Marafa, pastore anglicano: lo accusano di atteggiamenti equivoci nei confronti di alcune bambine.
Con la maglietta azzurra il pastore anglicano Francis Kalama, veniva da un villaggio vicino, Marafa. Silvia l’ha denunciato per molestie alle bambine
Una ricerca approfondita sui registri delle querele della polizia non porta a nulla. Gli agenti che se ne occupano e controllano i faldoni, allargano sconsolati le braccia.
Eppure in un messaggio audio whatsapp (che si può ascoltare qui sotto), Silvia, che qualcuno dipinge come sprovveduta e che invece si dimostra testarda, legalista e amante della giustizia, racconta con una dovizia di dettagli di essere andata alla polizia e di aver avuto l’assicurazione che Kalama sarà arrestato e “le bambine sottoposte a un test medico”. Particolare assai pesante. La promessa comunque non avrà seguito: Kalama è uccel di bosco, sparito. Di lui nessuno ha più traccia, tanto meno gli investigatori, né si pensa abbia mai avuto notifica della denuncia.
Uno dei capi della polizia racconta a sua volta che in cella ci sono tra persone: un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, Moses Luari Chende; un keniota di etnia orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro), Gababa; e un somalo con un documento d’identità keniota ottenuto illegalmente senza la necessaria e obbligatoria procedura, Ibrahim. “Loro sanno sicuramente qualcosa ma sono degli esecutori. Aspettiamo che facciano i nomi dei mandanti”. Già, ma in Kenya fare i nomi di chi ha ordinato un rapimento è come suicidarsi. Hillary mi chiede: “Ma perché il vostro governo non garantisce la sicurezza in Italia? Una taglia e un permesso di soggiorno per chi fornisce informazioni sarebbero assai utili”. Una domanda banale, cui non trovo una risposta.
Salta fuori anche una critica della polizia all’esercito: “Ha chiuso le frontiere con la Somalia, ma non è stato assolutamente cooperativo con le indagini. Certo, non è il loro compito, ma loro sono andati anche in villaggi remoti, dove per noi è difficile arrivare.”
Sempre alla polizia di Malindi scuotono la testa a sentire parlare degli inquirenti italiani: “E’ venuto qui il console onorario, Ivan del Prete, con un altro paio di persone ma non ha fatto granché. Ha chiesto informazioni, come sta facendo lei. Niente di più”.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
Speciale Per Africa Express Franco Nofori 21 giugno 2019
DRC è l’acronimo che sta per Democratic Republic of Congo, un eufemismo che evidenzia quanto siano distanti i reali principi democratici da questo ricchissimo, se pur sventurato Paese. Mobutu, Kabila Senior e Kabila Junior è la lista degli ultimi tre presidenti che da oltre mezzo secolo hanno piegato il popolo congolese a un vassallaggio feudale, mentre le risorse nazionali erano costantemente depredate. Rame, piombo, diamanti, oro, germanio, argento, manganese; sono le riserve minerarie che rendono il Congo uno dei paesi più ricchi del pianeta. A questi minerali vanno aggiunti il legname pregiato e il Coltan. Il primo è fornito dalle immense foreste equatoriali (seconde al mondo dopo quelle Brasiliane), mentre il Coltan è un prezioso minerale utilizzato nelle apparecchiature informatiche e nella telefonia mobile. Dal dicembre dello scorso anno, grazie a libere elezioni, è salito al potere Felix Tshisekedi. Ci si augura non ripeterà gli errori dei suoi predecessori.
L’imponente esodo di centinaia di migliaia di congolesi che fuggono dalle zone dei massacri
Malgrado queste immense risorse, il popolo congolese vive in miseria e nel costante terrore di essere oggetto delle feroci lotte tribale che da sempre insanguino il Paese da parte di circa cinquanta gruppi armati che compiono agghiaccianti razzie e massacri nei remoti villaggi allocati, soprattutto nella provincia di Ituri, nel nord-est del Paese. E’ proprio in questa regione che, dopo un periodo di apparente tranquillità, sono esplose le nuove violenze che hanno provocato l’esodo di oltre trecentomila persone e l’uccisione di centosessanta civili, tra cui anche donne e bambini in tenera età, bruciati vivi o abbattuti a colpi d’ascia. Questi ultimi episodi d’inaudita ferocia sono esplosi a seguito dell’annosa rivalità tra le etnie Hema e Lendu. Solo due anni fa, analoghi scontri avevano provocato trecento vittime e oltre 350 mila sfollati.
https://www.youtube.com/watch?v=giTbuvhhv5Q
Il mondo si chiede spesso come, queste bande di assassini, si procurino le armi per realizzare i massacri di cui la cronaca da spesso notizia. La risposta la fornisce il costante monitoraggio delle Nazioni Unite, coadiuvate dall’Interpol e da alcune NGO specializzate nelle attività investigative sul campo. Stando a questo monitoraggio, sarebbe di circa un miliardo e mezzo di dollari il ricavo annuale a favore di queste bande armate, ottenuto grazie al costante saccheggio delle riserve minerarie del Paese. Saccheggio reso possibile dalla collusione con molte autorità istituzionali che ne traggono adeguati vantaggi e spesso partecipano anche con truppe governative alle attività delle bande. Ricavi così ingenti, che sottraggono denaro alle casse dello Stato, servono all’acquisto di armi e a creare varie attività criminali, in Congo e in altre nazioni estere.
Uno dei molti gruppi armati congolesi autori dei massacri. Spesso tra loro vi sono anche bambini soldato costretti ad arruolarsi per aver salva la vita
Molte potenze economiche mondiali non sono esenti da responsabilità, nei confronti di questa situazioni. Benché l’ONU mantenga in Congo la Monusco, una forza permanente di circa ventimila uomini (il più grande contingente armato schierato dall’ONU nel mondo) questa forza continua a dimostrarsi inefficace a contenere l’eccidio che insanguina il Paese da oltre vent’anni. L’unico riscontro certo è che tale forza costa ai contribuenti dei Paesi membri, la bella somma di un miliardo e mezzo di dollari l’anno, ma non è solo in questo che si configura l’atteggiamento piratesco delle grosse multinazionali straniere. Le grosse imprese statunitensi, benché leggi severe impongano di dichiarare la provenienza dei minerali impiegati nelle attività di trasformazione industriale, pare non siano in grado di giustificare come si siano procurate ben l’80 per cento dei minerali utilizzati. Tra queste compaiono anche i colossi della Boeing e della Apple, ma pur se in mancanza di dati (che si guarda bene dal fornire) è ancora una volta la Cina ad accaparrarsi la maggior parte di queste risorse, senza preoccuparsi troppo della provenienza.
Come se povertà ed eccidi non fossero sufficienti a prostrare una Nazione, a questi si è ora aggiunto anche un vero e proprio castigo biblico; quello dell’Ebola che, proprio nelle province già soggette ai massacri, pare abbia evidenziato circa 1.500 decessi, ma c’è anche l’infiltrazione del fondamentalismo islamico che, stando a un rapporto dei missionari comboniani, sta iniziando ad affliggere i territori del nord, creando così una nuova frontiera del terrore, di cui non si avvertiva certo il bisogno. Finora, delle cinquantaquattro Nazioni che compongo il continente africano, solo Ghana e Ruanda (almeno per ora) sembrano esentate dalla massiccia corruzione e dai conflitti tribali. Solo quando l’Africa sarà liberata dai satrapi che l’affamano e dagli egoismi delle grosse economie mondiali che li supportano, si potrà sperare nella sua reale emancipazione che la sola fine del dominio coloniale, non è bastata a determinare.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 20 giugno 2019
Fulgencio Obiang Esono, ingegnere pisano, sequestrato dai servizi segreti equatoguineani, è stato condannato a quasi sessant’anni di galera. Secondo il brutale regime del piccolo Stato africano dovrà scontare 58 anni e dieci mesi nelle terribili prigioni della Guinea Equatoriale.
L’ingegnere, equatoguineano con cittadinanza italiana, è stato accusato e ritenuto colpevole per il tentato di colpo di stato del 2017. Nessuno riesce a capire come possa aver partecipato al presunto golpe visto che in quel periodo era a Pisa dove viveva dal 1988. Quella inflitta a Fungencio è una condanna pesantissima più simile a una pena di morte, vista la terrificante situazione delle carceri dell’ex colonia spagnola.
Fulgencio Obiang Esono durante il processo e la mappa della Guinea Equatoriale
Le dure parole del legale di Obiang Esono
“Il processo contro Fulgencio Obiang Esono è al di fuori di ogni standard internazionale. La confessione gli è stata estorta sotto tortura e senza la presenza di un avvocato di fiducia. Hanno preteso e ottenuto la condanna”. È il primo forte commento di Corrada Giammarinaro, legale dell’ingegnere pisano che segue il caso insieme all’avv. Ponziano Nbomio Nvò, in loco, per Amnesty International.
“Nonostante le richieste del console italiano, fino ad ora non è stato possibile visitare Fulgencio. Sono state trovate sempre delle scuse per non far entrare il rappresentante italiano o chi per esso – spiega l’avv. Giammarinaro -. Riguardo al suo stato di salute sappiamo però che è sottonutrito e disidratato”.
La ministra italiana ha chiesto “la collaborazione delle autorità di Malabo” sul caso Fulgencio Obiang Esono. Al ritorno in Guinea Equatotriale di Oyono Esono Angue la risposta del governo è stata l’arresto di una sorella di Fulgencio, residente nel Paese africano. Atteggiamento che somiglia molto a una vendetta trasversale in stile mafioso piuttosto che a una collaborazione.
Lo scorso settembre, l’ingegnere pisano, era partito per il Togo, chiamato per un lavoro che si è rivelato una trappola del regime equatoguineano. L’ultima comunicazione con la famiglia era stata dall’aeroporto della capitale, Lomè. Un messaggio vocale alla sorella, Cecilia, che vive a Pisa con la nipote: “Il viaggio è andato bene, ci sentiamo in questi giorni”. Poi era sparito nel nulla.
La famiglia, dopo due settimane, aveva fatto denuncia della sua scomparsa ma ha sempre sospettato un sequestro dal parte della dittatura equatoguineana. Poi la conferma della trappola scattata a Lomè. Agenti dei servizi segreti della Guinea Equatoriale avevano arrestato Obiang Esono che era stato rinchiuso nelle galere del Paese centro africano.
Fulgencio Obiang Esono, nella lista “Con Danti per Pisa”
L’emittente di opposizione Radio Macuto aveva confermato che l’ingegnere era rinchiuso nelle terribili carceri di Playa Negra, a Malabo. Il processo ha coinvolto oltre cento oppositori politici della dittatura quarantennale di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, in un Paese dove non c’è traccia di diritti umani.
Gli italiani impigliati nelle maglie della giustizia in Guinea Equatoriale
Le prigioni della Guinea Equatoriale sono famose in tutta l’Africa per la loro atrocità e sono il terribile simbolo di una delle più feroci dittature del mondo. Ne ha fatto le spese Roberto Berardi, imprenditore italiano, incastrato dalla dittatura della famiglia Obiang. Su quell’inferno vissuto da Berardi è nato un libro “Esperanza. La vera storia di un uomo contro una dittatura africana”, scritto dallo stesso imprenditore con il giornalista Andrea Spinelli Barrile e pubblicato da Slow News.
Esperanza, la copertina del libro di Franco Berardi e Andrea Spinelli Barrile sulla terribile esperienze in carcere in Guinea Equatoriale
Fulgencio Obiang Esono è solo l’ultimo dei sei cittadini italiani finiti nelle maglie della discutibile giustizia equatoguineana. Oltre a Berardi ci sono rimasti impigliati – come insetti in una ragnatela – Fabio e Filippo Galassi, padre e figlio; e Fausto e Daniel Candio, anche loro padre e figlio.
In tutte queste situazioni pare che dall’ambasciata della Guinea Equatoriale non sia arrivata e non arrivi una reale collaborazione. Secondo il quotidiano “Il Manifesto”, la delegazione, guidata dall’ambasciatrice decana, Cecilia Obono Ndong (nipote del presidente), è stata spesso criticata. Non solo per false promesse e bugie raccontate alle famiglie degli ex-detenuti ma anche per quelle alle istituzioni del nostro Paese.
Sia la Farnesina che la Regione Toscana, come anche la diplomazia vaticana, si stanno occupando del caso. “Non sappiamo se la condanna a Fungencio è definitiva o se c’è un appello. È nostra intenzione chiederne il trasferimento in Italia – afferma l’avv. Giammarinaro -. È importante che ci sia la pressione internazionale, quel tipo di pressione che per il momento ha evitato la condanna a morte degli accusati”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 19 giugno 2019
Miliziani di ISWAP (Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, capeggiata da Abu Musab al-Barnawi, che colpisce prevalentemente basi militari, lunedì sera hanno preso d’assalto una caserma a Gajiram, nel Borno State, Nigeria. Finora sono stati ritrovati i corpi di quindici soldati. Molti altri militari mancano ancora all’appello e le ricerche sono tutt’ora in atto.
Dopo l’attacco alla base militare, i terroristi si sono spostati al centro della città, dove hanno saccheggiato diversi negozi. I residenti, terrorizzati, si sono nascosti nelle loro case o sono fuggiti in campagna. Secondo alcuni testimoni, nessun civile è stato ucciso o ferito.
ISWAP ha attaccato tre caserme nel giro di un mese e in passato proprio quella di Gajiram è stata presa di mira già più volte dai jihadisti.
L’amore per il calcio è costato la vita ad almeno trenta persone a Konduga, nel nord-est della ex colonia britannica. Domenica sera, mentre un gruppo di giovani stava seguendo una partita alla televisione in un locale al centro della cittadina, che dista una quarantina di chilometri da Maiduguri, capoluogo del Borno State, si sono fatti saltare per aria tre kamikaze, uccidendo almeno trenta persone, i feriti sono oltre quaranta, alcuni in gravi condizioni. Finora la carneficina non è stata ancora rivendicata, ma il modus operandi è tipico dei jihadisti rimasti fedeli al leader storico di Boko Haram, Abubakar Shekau.
Secondo Usman Kachalla, direttore di SEMA (State Emergency Management Agency) Agenzia statale di pronto intervento, ha fatto notare che se i soccorsi fossero arrivati in tempo, molte persone avrebbero potuto essere salvate e ha aggiunto: “La gente muore per la mancanza di infrastrutture in grado di gestire emergenze del genere. Inoltre i mezzi di soccorso sono partiti con grave ritardo da Maiduguri perchè bisognava attendere le necessarie autorizzazioni da parte del esercito per recarsi sul luogo dell’attentato”.
Strage a Konduga, Borno State, Nigeria
Secondo Usman Kachalla, direttore di SEMA (State Emergency Management Agency) Agenzia statale di pronto intervento, se i soccorsi fossero arrivati in tempo, molte persone avrebbero potuto essere salvate e ha aggiunto: “La gente muore per la mancanza di infrastrutture in grado di gestire emergenze del genere. Inoltre i mezzi di soccorso sono partiti con grave ritardo da Maiduguri perchè bisognava attendere le necessarie autorizzazioni dell’ esercito per recarsi sul luogo dell’attentato”.
Anche i soccorritori corrono gravi rischi a causa dell’insicurezza che caratterizza tutta la zona; i terroristi sono ovunque, pronti a tendere imboscate anche ai mezzi di soccorso.
Ospedale di Maiduguri, capoluogo del Borno State
Un testimone ha riferito che i feriti malconci sono rimasti in strada per ore e sono così morti dissanguate. Inoltre anche negli ospedali manca tutto, a partire dai medicinali.
Konduga è stato teatro di altri attacchi jihadisti in passato. La cittadina dista pochi chilometri dalla foresta Sambisa, dove si trovano diverse basi dei terroristi. E proprio poche ora prima dell’ultima aggressione, una delle più gravi registrate negli ultimi mesi nella regione, un portavoce dell’aeronautica militare nigeriana aveva sostenuto che, grazie a diverse incursioni aeree, avrebbero liberato gran parte dell’area, costringendo i miliziani Boko Haram a ritirarsi nella foresta.
Anche cinque anni fa, il 17 giugno, durante i mondiali 2014, i jihadisti avevano fatto esplodere una bomba davanti a un bar di Damaturu, la capitale dello Stato di Yobe, dove un gruppo di giovani stavano guardando una partita di calcio alla televisione. Allora i morti furono ventuno e anche in tale occasione l’ospedale della città aveva riscontrato difficoltà nella gestione dell’emergenza.
“Il calcio è peccato, è una mania degli occidentali, bisogna combatterlo”, ha dichiarato più volte in diversi video Abubakar Shekau, leader di una fazione di Boko Haram, che tradotto da una locuzione hausa significa: “l’istruzione occidentale è proibita”.
Speciale Per Africa Express Franco Nofori 18 giugno 2019
L’increscioso evento si è verificato giovedì scorso a Ruguru Ward, nel parcheggio del parlamento di contea, dove la deputata Fatuma Gedi, mentre stava dirigendosi verso l’aula per attendere ai propri doveri, è stata selvaggiamente aggredita dal collega Rashid Kassim con ripetuti schiaffi e pugni, perché, a suo dire, Fatuma – che fa parte del consiglio amministrativo distrettuale – non aveva ancora erogato i fondi a favore del territorio di Wajir Est, da lui rappresentato. La vittima, che sanguinava copiosamente dalla bocca, ha poi presentato una denuncia di aggressione alla polizia che ha arrestato il focoso parlamentare dandogli così l’opportunità di riflettere in cella sulle proprie azioni.
Che le donne in Kenya godano di ben scarsa considerazione da parte dei concittadini maschi non è certo una novità. Se qualcuno aveva dubbi in proposito, a spazzarli via ci aveva già pensato circa trent’anni fa l’allora presidente Daniel Arap Moi che, in risposta ad alcune critiche mosse da una baronessa inglese sulla corruzione che imperava in Kenya, rispose: “I do not care! Who is she? Just a simple woman!” (Chi se ne frega! Chi è lei? Solo una semplice donna!). Che l’anziana baronessa fosse un autorevole membro del governo britannico, non era bastato a contenere l’irresistibile misoginia maschile del capo di stato keniano.
L’aggressore Rashid Kassim deputato al parlamento distrettuale per la sub-contea di Wajir Est
Tuttavia, dall’epoca di Daniel Arap Moi e dal suo governo monopartitico, sono passati trent’anni. Il Kenya è oggi una Repubblica Parlamentare, il cui governo si confronta con una vivace opposizione e – pur se ancora afflitta da alcuni guizzi di autoritarismo – è comunque ascrivibile a un vero e proprio sistema democratico. Almeno così è descritto nella carta costituzionale… Ma come può allora, un sistema così definito, consentire che proprio nel luogo in cui si promulgano le leggi avvengano episodi come quelli riferiti in quest’articolo? Certo, in vari Paesi del mondo (incluso il nostro), le aule parlamentari sono state spesso teatro d’ingiurie e di risse tra i membri del massimo organo legislativo della Nazione, ma qui si è trattato di una vera e propria aggressione ad personam e non determinata da divergenze politiche, ma solo da volgare pecunia.
La vittima Fatuma Gedi in lacrime. Sono evidenti i segni dell’aggressione
Neppure si può liquidare il fatto attribuendolo solo all’estrema irritabilità dell’aggressore e alla sua mancanza di freni inibitori. Si tratta, purtroppo, di atteggiamenti largamente condivisi dalla società keniana e in senso più esteso, africana. E benché lo si possa pensare, questi atteggiamenti non sono relegati alle remote zone rurali, dove povertà, tribalismi e scarsa scolarizzazione, rendono l’uomo incontrastato padrone delle cose e delle persone. Stando a quanto è stato dimostrato, molti parlamentari maschi, anziché insorgere indignati per l’aggressione subita dalla collega, si sono abbandonati a lazzi e sfottò, irridendo non solo la vittima, ma tutte le donne presenti in aula con battute come: “Attente perché oggi è il giorno delle sberle!” oppure “Dovete imparare le buone manieri e trattare gli uomini come meritano”.
Le donne parlamentari, del distretto di Ruguru Ward, abbandonano l’aula in segno di protesta contro l’aggressione della collega
Se questi sono i sentimenti che motivano uomini nelle cui mani è affidata la sorte di una Nazione, non c’è proprio da stare allegri e bene hanno fatto le parlamentari donne, in segno di protesta, ad abbandonare l’aula alla riapertura dei lavori nel giorno successivo all’evento, gridando: “Kassim must go!” (Kassim deve andarsene). Una collega della vittima, Sabina Wanjiru Chege, che ha guidato la protesta, ha detto alla BBC: “Siamo tutti membri del parlamento, con pari diritti, pari dignità e pari prerogative. In aula non ci sono superiorità maschili. Che una di noi, solo perché donna, sia stata così violentemente aggredita all’interno del complesso parlamentare, è cosa inaudita e del tutto inaccettabile”.
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