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Malawi, lottava contro i bracconieri: militare britannico ucciso da un elefante

Africa ExPress
Lilongwe, 9 maggio 2019

Matthew Talbot amava il suo incarico attuale, era fiero di far parte del contingente britannico dislocato in Malawi per combattere il bracconaggio. Passava il tempo libero con la popolazione locale e in breve tempo aveva appreso nozioni rudimentali della lingua locale. Domenica scorsa, durante la sua prima operazione sul campo per contrastare i bracconieri, Talbot è stato ucciso da un elefante, mentre camminava insieme alla sua pattuglia e diversi ranger nell’erba alta.

Ad un certo punto il gruppo si è imbattuto in un branco di elefanti. Uno dei pachidermi si è infuriato, perchè disturbato, e si è avventato contro Talbot, che è morto poco dopo a causa delle ferite riportate. Nessun altro dei presenti è stato aggredito o ferito.

Matthew Talbot

Dallo scorso anno oltre trenta militari britannici sono impegnati nell’addestramento dei ranger di due parchi nazionali in Malawi per fermare i cacciatori di frodo. Gli animali più a rischio sono elefanti, rinoceronti e leoni.

Penny Mordaunt, segretario alla Difesa di Londra, ha voluto ricordare che Talbot ha servito il suo Paese con coraggio e professionalità e ha sottolineato che le truppe della corona sono esposte a non pochi pericoli. Cercare di proteggere le specie animali più a rischio da criminali che vogliono trarre profitto con l’uccisione di particolari esemplari della fauna selvatica.

Branco di elefanti

Lo scorso febbraio il Department of Parks and Wildlife del Malawi ha fatto sapere che non avrebbe assolutamente firmato la proposta di Namibia, Sudafrica, Botswana e Zimbabwe, con la quale viene richiesto a CITES, (organo di regolamentazione internazionale) di annullare il divieto di vendita dell’avorio. Secondo i governi dei quattro Paesi in questione, il denaro ricavato potrebbe essere investito nella protezione della fauna selvatica. Il governo malawiano ritiene che l’abrogazione di tale interdizione potrebbe far incrementare la caccia di frodo in nazioni non coinvolte nel “commercio lecito”.

In Malawi la popolazione degli elefanti è scesa da quattromila esemplari a soli duemila in pochi anni e l’avorio, sequestrate da commercianti illegali, è pari a duemila tonnellate.

Africa ExPress
@africexp

Libia: 200 milioni di dollari da Sauditi ed Emirati ad Haftar per conquistare Tripoli

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
11 maggio 2019

La notizia, attribuita a fonti locali, è stata diffusa la scorsa settimana dall’emittente  americana CNN, secondo cui, il generale Khalifa Haftar avrebbe ricevuto dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi, la somma di 200 milioni di dollari, per rafforzare la propria potenza offensiva nel conflitto con il governo di Tripoli retto da Fayez al-Sarraj, la cui legittimità è riconosciuta dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea.

Militi del generale Haftar plaudono al passaggio di aerei che vanno a bombardare Tripoli

La terra libica torna così a essere insanguinata da lotte intestine, mentre la comunità internazionale si spacca nell’offrire sostegno all’uno o all’altro dei contendenti, anche contraddicendo posizioni precedentemente assunte, come la Francia di Emmanuel Macron che, pur occupando una posizione di rilievo nell’Unione Europea, si dissocia oggi dal sostegno che questa aveva espresso a favore del governo di Tripoli e si schiera a fianco di quello di Bengasi.

Veduta aerea delle città di Tripoli dove ha sede il governo del presidente Al-Sarraj

Il denaro fornito dai due Paesi arabi è già stato in parte utilizzato dal generale libico, per potenziare il proprio armamento con aerei da caccia e oltre cento mezzi armati per il trasporto truppe, Haftar sta inoltre sviluppando basi aeree nei dintorni di Tripoli che gli consentiranno di effettuare più rapide ed efficaci incursioni sulla capitale nemica. L’uomo forte della Cirenaica, lo stesso che fin dal 2014 aveva sostenuto che “la Libia non è ancora pronta per la democrazia“, ha già il pieno supporto di Russia, Egitto, Francia e Israele, ma – fatto abbastanza sorprendente – pare che riceverà presto anche quello degli Stati Uniti che avevano originariamente scelto di favorire Fayez al-Sarraj, in linea con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU. In questa scelta, pare che il presidente Donal Trump si sia lasciato convincere dall’alleato egiziano Abdel Fattah al-Sisi , ritenuto di rilevante importanza nello scacchiere mediorientale per il controllo delle attività jihadiste.

Il Presidente del Consiglio italiano, Conte, mentre sugella un’improbabile pace tra i due contendenti libici, Al-Sarraj (sinistra) e il generale Haftar

Questo confuso scenario internazionale – stando almeno ai suoi ultimi sviluppi – pare lasciare l’Italia isolata nel sostegno al governo di al-Sarraj, benché si tratti di un sostegno fatto di mere dichiarazioni di amicizia, che sembrano sempre meno orientate a trasformarsi in quelle azioni concrete che Tripoli si attendeva. Infatti il recente incontro con il Presidente del Consiglio Conte, ha lasciato al-Sarraj piuttosto deluso, sentendo che, nella ormai sanguinosa disputa tra Tripoli e Bengasi, l’Italia intende oggi mantenersi neutrale, contro quanto dichiarato all’inizio dell’ostilità, quando il nostro governo aveva aspramente criticato l’attacco di Haftar contro Tripoli.

Veduta aerea di Bengasi dove ha sede il quartier generale di Haftar

Che con la caduta dell’uomo forte libico, Muammar Gheddafi, il Paese sia piombato nel caos, è un fatto incontrovertibile, benché il regime da lui imposto fosse quello di una dittatura spietata che, per molti anni aveva anche sponsorizzato il terrorismo internazionale. Dal 2011, anno della raccapricciante esecuzione di Gheddafi, la Libia non ha più avuto pace e appare quantomeno anacronistico che la Francia di Nicholas Sarkozy, fosse stata la prima ad attaccare Tripoli, allo scopo di abbattere il Colonnello e oggi, quella stessa Francia, a guida Emmanuel Macron, offra il suo pieno sostegno a un altro uomo forte come il generale Haftar, che avversa dichiaratamente il sistema democratico, facendo così temere che, a vittoria conseguita, potrebbe instaurare una dittatura non troppo dissimile da quella che Gheddafi aveva allora imposto al Paese.

La cartina illustra la distribuzione territoriale delle forze che si confrontano attualmente in Libia

Le diverse posizioni assunte da Francia e Italia nel conflitto libico, non hanno nulla a che vedere con lo scambio di accuse tra i due Paesi, sulla questione migranti e sulle interferenze francesi nelle economie africane tramite il franco CFA. Indubbiamente i rapporti tra i due governi si sono un po’ esacerbati, ma ciò che Francia e Italia si contendono ora in terra libica è molto più pragmatico e non ha nulla di umorale. L’odierna contesa riguarda il petrolio, soprattutto quello estratto dall’ENI nel nord-ovest del Paese in zona al momento controllata dal governo di Tripoli. Se L’uomo forte di Bengasi dovesse appropriarsene, per l’Italia sarebbe una   débâcle di enormi proporzioni.

Un impianto petrolifero ENI nel nord-ovest libico

Ciò fa capire quanto buon governo e diritti umani, abbiano ben poca rilevanza quando si tratta di scegliere con chi allearsi. Oggi le previsioni sull’esito del conflitto propendono in favore del generale Haftar, già definito dalla stampa internazionale “il nuovo wardlord libico” (signore della guerra) e appare quindi più opportuno scommettere su di lui, ma in questa previsione non si tiene conto della miriade di formazioni guerriere presenti in Libia che, decidendo di appoggiare uno o l’altro dei contendenti, potrebbero ribaltare anche le conclusioni che appaiono più logiche. Tra queste primeggia la più forte milizia libica di al-Bunyan al-Marsos, schierata a fianco di Tripoli. Certo Haftar mostra una grinta più decisa e anche un atteggiamento decisamente laicale, rispetto al rivale: assicura la sua intenzione di combattere il radicalismo islamico e – scandalizzando l’Islam più ortodosso – ha disposto che i combattimenti contro Tripoli continuino anche durante il Ramadan.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal nostro Archivio:

 

Libia: gli uomini di Hafter abbattono jet di Serraj pilotato da mercenario portoghese

Libia: giravolta di Trump, da Serraj passa con Haftar e lascia l’italia con il cerino

Sudafrica, conteggio dei voti alla fine: l’ANC vince. Il DA conquista il Western Cape

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 maggio 2019

“Se vince il Congresso Nazionale Africano (ANC) e il presidente Cyril Ramaphosa mantiene le promesse le cose andranno meglio”. Lo aveva detto durante la campagna elettorale Frederik De Klerk, ultimo presidente sudafricano bianco. Nel 1994 fu lui a negoziare la fine dell’apartheid con Nelson Mandela, primo presidente nero del Sudafrica.

Anche questa volta l’ANC si avvia al traguardo senza problemi sia per le elezioni dell’Assembelea Nazionale che per Assemblee provinciali. A due terzi dei conteggi è in perdita di quattro punti percentuali rispetto alle elezioni del 2014 e l’incubo dei sondaggi di un risultato sotto il 50 per cento è svanito. Almeno per questa volta.

Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica
Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica (Courtesy News24)

Lo spoglio di 16milioni di voti, su quasi 27milioni di votanti, dà all’ANC – al potere dalla fine della segregazione – il 58 per cento dei consensi. Cifra che va lentamente aumentando con il passar delle ore. Segue, con circa il 21 per cento, l’Alleanza Democratica (DA) di Mmusi Maimane che rimane abbastanza stabile.

I populisti, Combattenti per la Libertà Economica (EFF) di Julius Malema per ora sono vicini all’11 per cento, rispetto al 6,3 del 2014. Il Partito della Libertà Inkatha di Mangosuthu Buthelezi, ormai 90enne che non si è presentato alle elezioni, passa dal 2,4 al 3,5 per cento.

Per conoscere meglio il Sudafrica:

Mandela, l’apartheid
e il nuovo Sudafrica.
Ombre e luci
su una storia
tutta da scrivere
Nelson Mandela
Lungo cammino
verso la libertà.
Autobiografia
Film
Blue Ray
“Invictus”
di Clint Eastwood
Guida del Sudafrica,
Lesotho e Swaziland
Ed. Lonely Planet




Ma nel panorama elettorale sudafricano, nel Western Cape, regione dei grandi vigneti, l’Alleanza Democratica ha la maggioranza. Non come nel 2014, quando era arrivata al 57 per cento, però supera il 52, lasciando all’ANC il 31 per cento. Invece, nell’est del Paese, nelle Regioni del Limpopo e Mpumalanga, il partito del presidente uscente conquista la maggioranza rispettivamente con il 77 e 72 per cento.

Mappa del Sudafrica con la parcentuale dei voti dati al DA nel Western Cape (Courtesy TV24)
Mappa del Sudafrica con la parcentuale dei voti dati al DA nel Western Cape (Courtesy News24)

Nella quarantina di partitini restanti della galassia politica sudafricana, è in crescita il Fronte della Libertà Più. Il partito che rappresenta la minoranza bianca afrikaneer, coloni olandesi in Sudafrica dal Seicento, è passato dallo 0,90 per cento del 2014 al 2,40.

Probabilmente le dichiarazioni di De Klerk hanno aiutato l’ANC a uscire dal pantano causato dal dimissionario Jacob Zuma durante i suoi nove anni come capo di Stato. “Non tutto è buio in Sud Africa” – aveva affermato. “C’è luce alla fine del tunnel”.

Ora che l’ANC ha superato la prova più dura dalla fine dell’apartheid, Cyril Ramaphosa dovrà fare seriamente i conti con la crisi. Sono tanti i problemi da risolvere che hanno fatto scivolare il grande Paese africano in una devastante crisi economica durante l’ “era Zuma”.

Forse il peggiore è la corruzione dilagante all’interno del partito e nelle istituzioni. C’è poi la disoccupazione, schizzata al 27 per cento e la povertà che tocca il 40 per cento della popolazione.

Mappa del Sudafrica con la parcentuale dei voti dati al'ANC nella Provincia del Limpopo (Courtesy News24)
Mappa del Sudafrica con la parcentuale dei voti dati all’ANC nella Provincia del Limpopo (Courtesy News24)

Situazioni che hanno portato all’aumento della criminalità e della xenofobia verso gli immigrati dei Paesi confinanti. Ma forse il problema più spinoso e dibattuto è la riforma agraria e la redistribuzione delle terre che appartengono ai farmer bianchi.

È una situazione estremamente pericolosa che potrebbe portare ad una crisi simile a quella del vicino Zimbabwe di Robert Mugabe. Lì, la riforma agraria con la confisca delle terre ai bianchi, nel 2000, causò il collasso dell’agricoltura e dell’economia.

Anche questa volta la maggioranza dei 440 seggi dell’Assembrea nazionale andrà all’ANC. Come da Costituzione, il leader del partito che vince diventa presidente della Repubblica e Capo del governo.

A Cyril Ramaphosa lo attendono grandi sfide e non è detto che possa avere ancora l’appoggio di Frederik De Klerk.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Burkina Faso, blitz dei francesi (due morti) per liberare quattro ostaggi dei terroristi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 maggio 2019

Con un blitz improvviso nel nord del Burkina Faso le teste di cuoio francesi hanno liberato quattro ostaggi, due francesi, una donna statunitense e una seconda di nazionalità sud-coreana, che erano stati catturati dei terroristi in Benin. Durante l’operazione hanno perso la vita due militari delle forze speciali.

Due delle persone liberate, Patrick Picque and Laurent Lassimouillas, entrambi insegnanti di musica, erano scomparse nel nulla dall’inizio del mese durante un safari nel parco Pendjari, nel nord del Benin, al confine con il Burkina Faso. La salma della loro guida beninse era stato ritrovato qualche giorno dopo, quasi irriconoscibile in volto e il corpo crivellato da colpi di arma da fuoco.

Truppe impegnate nella ricerca di ostaggi nel Burkina Faso

Florence Parly, ministro della Difesa di Parigi ha precisato che all’operazione, per liberare i turisti, hanno partecipato anche le forze militari americane, quelle burkinabé e che oltre ai due militari francesi, hanno perso la vita anche due terroristi. Al momento attuale non è dato sapere a quale gruppo jihadista fossero affiliati i sequestratori.

Mentre il portavoce della presidenza di Cotonou, Wilfried Houngbédji, ha specificato che in tutta questa faccenda ci sono ancora altre vite in pericolo. Purtroppo finora nulla è trapelato sulla sorte del nostro connazionale, il trentenne architetto Luca Tacchetto, originario di Vigonza, nel Veneto, scomparso con la sua compagna, trentaquattro anni, canadese. I due giovani non si sono più messi in contatto con le rispettive famiglie dal 15 dicembre scorso. I parenti hanno riferito che dovevano incontrarsi con degli amici a Ouagadougou, la capitale burkinabé.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Guerra per l’accesso all’acqua: undici civili uccisi sul confine Kenya-Etiopia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
10 maggio 2019

L’acqua, più ancora del cibo, è una risorsa essenziale alla sopravvivenza e in alcuni luoghi del mondo si è anche pronti a uccidere, pur di potersela procurare. Quanto accaduto lo scorso lunedì, sul confine tra Kenya ed Etiopia, ne dà una sconvolgente conferma per l’azione che ha tolto la vita a undici innocenti cittadini keniani. Il fatto è avvenuto nella contea di Marsabit, più precisamente nei dintorni del villaggio di Forolle nell’estremo nord del Kenya, dove le recenti (pur se deboli) piogge, avevano offerto agli abitanti locali, di etnia borana, un minimo ristoro, grazie a un pozzo in cui – date le particolari formazioni geologiche del terreno – si raccoglieva l’acqua piovana assorbita dal suolo.

Uomini armati di guardia a un pozzo nei pressi del confine ugandese

Il pozzo, si trova in territorio keniano, pur se a minima distanza dalla linea di confine con l’Etiopia ed essendo l’unico punto di approvvigionamento idrico, attrae fatalmente anche cittadini dei vicini villaggi etiopici, cosa che provoca non poche tensioni tra i due gruppi, pur se entrambi appartengono allo stesso ceppo etnico. Oltretutto, la linea di confine è una separazione non contrassegnata da paletti o fili spinati e quindi del tutto aleatoria. Per porre fine alle frequenti contese tra le parti, per l’utilizzo della fonte idrica, gli anziani dei rispettivi villaggi, si sono accordati per organizzare un incontro in modo da disciplinare l’utilizzo del pozzo. Così è stato deciso che tale incontro si sarebbe tenuto a Ulan, un piccolo villaggio in territorio etiopico a soli tre chilometri da Forolle.

Un villaggio borana nel distretto di Marsabit

Accettando quindi l’invito dei vicini etiopici, un nutrito gruppo di esponenti della comunità keniana, si è recato all’incontro, con lo spirito di trovare un’amichevole soluzione che potesse soddisfare i comuni bisogni. Mentre tutti i partecipanti stavano discutendo, un centinaio di uomini armati, ha fatto irruzione e iniziato a sparare sui keniani, uccidendone undici e ferendone due, mentre, al momento in cui scriviamo, altri quattro risultano dispersi. Non sono chiare le ragioni dell’attacco e neppure si può presumere sia stato conseguente a disaccordi emersi nel corso della discussione, perché esso si è verificato un attimo dopo che i partecipanti si erano raccolti. Questo porta a pensare che fosse un’azione preordinata.

Uno dei pochi pozzi realizzati dalla solidarietà internazionale nei remoti territori di Marsabit

Il Chief locale, Bonaya Racha, ha accusato il governo di aver disarmato i riservisti che fornivano una protezione alla popolazione keniana, mentre un’analoga misura non è stata adottata da parte etiopica. “Viviamo nella paura per l’incolumità delle nostre famiglie – ha dichiarato – e rivolgo un appello al ministro degli interni Fred Matiang’i affinché provveda alla necessaria sicurezza”. Le contee adiacenti ai confini nord orientali del Kenya sono da sempre soggette alle incursioni dei vicini popoli somali, etiopici e sud-sudanesi, oltre ad essere loro stesse teatro di sanguinosi scontri interni per l’accesso all’acqua e ai pascoli, soprattutto tra le tribù turkana, samburu e pokot.

L’estrema povertà nelle zone nord del Kenya, colpisce soprattutto i bambini

Si tratta di territori in larga misura abbandonati a se stessi. Vere e proprie terre di nessuno, dove il governo di Nairobi è pressoché inesistente. Mancano reti idriche ed elettriche, l’assistenza sanitaria pubblica è gravemente carente e se non fosse per alcune commendevoli strutture provviste dalle congregazioni missionarie, le popolazioni locali sarebbero lasciate del tutto prive di assistenza. La povertà, il degrado e le malattie infettive, falcidiano ogni possibilità di sviluppo e – trattandosi di comunità dedite alla pastorizia – l’endemica siccità dà il colpo di grazia al già deprimente scenario.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Aggiornamento:
A dimostrazione di quanto possa rivelarsi precaria l’attendibilità delle informazioni rilasciate dalle autorità locali in Kenya, il Daily Nation di ieri (9 maggio) riporta una nuova asserzione del deputato Dido Ali Raso, che – contraddicendo quanto affermato dal Chief di Forolle – sostiene che le undici vittime keniane, non erano andate in Etiopia in missione di pace, ma con lo scopo di attaccare i vicini etiopici, che avevano conseguentemente reagito, avendo la meglio nel confronto. Ci auguriamo che nei giorni a venire, la situazione sarà meglio chiarita e l’attribuzione delle rispettive responsabilità, sarà determinata in modo definitivo.

Il 13 maggio la crisi del Camerun verrà discussa in Consiglio di Sicurezza

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 maggio 2019 

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU,  per iniziativa degli Stati Uniti, si occuperà della crisi del Camerun. La riunione è prevista per il 13 maggio. Si discuterà  del conflitto in atto nelle due province anglofone dalla fine del 2016. Allora il presidente Paul Biya – che è stato rieletto lo scorso ottobre – aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Già dall’inizio dell’anno il Pentagono aveva tagliato gli aiuti militari a Yaoundé, proprio per le continue violazioni dei dirittti umani. Michelle Bachelet, Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, si è recata nel Paese in questi giorni, e ha bollato l’escalation delle violenze come non è più sostenibile. Ha sottolineato che con l’uso eccessivo della forza delle truppe governative nei confronti dei separatisti la situazione potrebbe deteriorarsi velocemente. Inoltre le continue incursioni dei jihadisti Boko Haram nelle zone confinanti con la Nigeria non fanno che accentuare i già gravi problemi presenti. La Bachelet ha fatto sapere inoltre che Yaoundé intende collaborare con l’ONU, in particolare con l’OHCHR, per trovare soluzioni volte a risolvere le questione dei diritti umani e le crisi umanitarie che affliggono parte del Paese.

Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i Diritti umani, a sinistra, e Paul Biya, presidente del Camerun, a destra

Recentemente una ricercatrice di Human Rights Watch per l’Africa centrale, Ilaria Allegrozzi, impegnata nello studio del conflitto nelle zone anglofone, è stata fermata da alcuni agenti della sicurezza all’aeroporto di Duala, la capitale commerciale del Camerun. Senza alcuna spiegazione, i poliziotti  le hanno comunicato che era persona non grata nel Paese.

I fatti risalgono al 12 aprile, ma sono stati resi noti solamente qualche giorno fa dalla ONG per la difesa dei diritti umani. Il ministero camerunense per le Comunicazioni non ha voluto rilasciare commenti. Certamente tali misure drastiche sono state prese perchè solo due giorni prima HRW aveva pubblicato un rapporto nel quale puntava nuovamente il dito sull’esercito camerunense per l’uso eccessivo della forza. Durante l’attacco contro un villaggio in zona anglofona sarebbero morte cinque persone. Ma già in una precedente relazione di fine marzo, la ONG aveva accusato le forze governative di aver ucciso numerosi civili negli ultimi sei mesi. Allora le autorità di Yaoundé avevano accusato HWR di non essere imparziale.

E una settimana fa il ministero della Difesa camerunense, in un post pubblicato su facebook ha accusato HRW, Amnesty international e i media internazionali per non menzionare e/o condannare le violenze dei separatisti.

Gente in fuga dalle violenze in Camerun

In un nuovo rapporto del 6 maggio 2019, HRW afferma di avere le prove che tra gennaio 2018 e gennaio 2019 sono stati effettuati ventisei arresti arbitrari e sparizioni forzate nel centro di detenzione presso il Secrétariat d’Etat à la Défense. Quattordici dei ventisei rinchiusi in isolamento avrebbero regolarmente subito torture. Ma HRW denuncia anche i maltrattamenti inflitte dai separatisti ai civili. E l’International Crisis Group fa sapere che in venti mesi di conflitto sono morte almeno milleottocentocinquanta persone, mentre ben più di mezzo milione di residenti hanno lasciato le loro case a causa di scontri e violenze.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione, ma il governo centrale ha sempre sminuito il problema e non ha mai aperto un dialogo concreto con i cittadini anglofoni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Video con esecuzioni extragiudiziali in Camerun: Amnesty International accusa

Obiettivo secessione: la rivolta anglofona del Camerum diventa guerra civile

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Sudafrica alle urne per la sesta volta 25 anni dopo l’apartheid. Ma i giovani non votano

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 maggio 2019

Quasi 27 milioni di sudafricani, oggi hanno deciso chi eleggere come presidente alla guida del grande Paese africano e per l’Assemblea nazionale. Alle 21 ora locale si sono chiusi i seggi.

Mappa del Sudafrica
Mappa del Sudafrica

Questa tornata elettorale, 25 anni dopo la fine della segregazione razziale, vede la partecipazione di 48 partiti ma i veri sfidanti sono tre. Il favorito Congresso Nazionale Africano (ANC) al potere dal 1994, il centrista Alleanza Democratica (DA); e i Combattenti per la Libertà Economica (EFF) all’estrema sinistra.

Dalla fine dell’apartheid, quello di oggi è il sesto appuntamento elettorale e appare piuttosto tortuoso. A complicare la scena nell’ex colonia britannica, c’è una situazione economica traballante, disoccupazione al 27 per cento e conseguente aumento della povertà. Ad accrescere la sfiducia, le vicende sulla corruzione dell’ex presidente Jacob Zuma e di esponenti dell’ANC che hanno fatto crescere la rabbia dei sudafricani.

Cyril Ramaphosa, attuale presidente del Sudafrica
Cyril Ramaphosa, attuale presidente del Sudafrica

L’attuale presidente Cyril Ramaphosa (ANC) dovrà vedersela con Mmusi Maimane (DA), che vuole porre fine al potere dell’ANC e con l’aggressivo populista Julius Malema.

La vittoria dell’ANC, che nel 2014 ha avuto il 62 per cento delle preferenze, pare scontata ma analisti politici danno un ulteriore calo del partito al potere. Si parla addirittura della diminuzione di dodici punti percentuali mentre il DA passerebbe al 20 per cento e i populisti dell’EFF, dal 6 per cento, arriverebbero al 15.

Julius Malema, leader dei Combattenti per la Libertà Economica
Julius Malema, leader dei Combattenti per la Libertà Economica

Nelson Mandela con la fine dell’apartheid era riuscito a fare il miracolo. Aveva portato il sogno di grandi speranze per un futuro migliore. Ma, durante l’ “era di Zuma”, in pochi anni è stato demolito il percorso iniziato nel 1994 dal grande statista sudafricano.

Jacob Zuma, capo dello stato dal 2009 al 2018, ha collezionato 783 capi d’accusa tra cui corruzione, riciclaggio di denaro, evasione fiscale e traffici illeciti. Condannato per utilizzo di fondi pubblici per ristrutturare il suo compound in KwaZulu-Natal si è salvato miracolosamente dall’impeachment.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata però la candidatura della sua ex moglie alle elezioni per la presidenza della repubblica. Nemmeno il partito ha potuto accettare la proposta e, dal suo partito, è stato costretto a dimettersi. Ed è crollata la fiducia nell’ANC.

Sostenitori di Mmusi Maimane, dell'Alleanza Democratica
Sostenitori di Mmusi Maimane, dell’Alleanza Democratica

In questo scenario si aprono spazi per Mmusi Maimane, che si propone come alternativa all’ANC e Julius Malema che ha maggiore appeal sui giovani. Cyril Ramaphosa, anche se ha cercato di arginare i danni creati da Zuma, rappresenta il potere corrotto e la vecchia classe dirigente, ma potrebbe avere un’altra chance.

C’è però la “Born free generation”, i nati liberi, i figli del 1994 nati quando Madiba è diventato il primo presidente nero del Sudafrica. Sono sei milioni di giovani che non si sono iscritti nelle liste elettorali.

Un bacino di tra i 18 e 25 anni che non ha memoria dell’apartheid, apatici e delusi dalla politica che fa arricchire i potenti e impoverisce tutti gli altri. Ma chiedono maggiore giustizia. Sono quelli che potrebbero fare la differenza alle prossime elezioni.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Libia: gli uomini di Hafter abbattono jet di Serraj pilotato da mercenario portoghese

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Speciale per Il Fatto Quotidiano e Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
7 maggio 2019

Un aereo da combattimento di fabbricazione francese, Mirage F21, della milizia di Misurata, alleata del governo di Fayez Al Serraj, è stato abbattuto dagli uomini del generale Khalifa Haftar. Il pilota, un mercenario portoghese, Jimmy Reiss, 29 anni si è lanciato con il paracadute ed è stato catturato.  Durante un interrogatorio, il cui filmato è stato diffuso dai social media, ha ammesso di essere stato incaricato di bombardare e distruggere strade e ponti. Ha raccontato di essere stato arruolato da un uomo che si chiama Al Hadi, ma di non conoscere il suo vero nome.

Fonti vicine al generale della Cirenaica hanno raccontato che il pilota durante le sue missioni ha colpito obiettivi civili a Tarhunam, Qasr bin Ghashir e Sog Al Khimi.

 

Jimmy Reiss, pilota portoghese mentre viene interrogato dagli uomini di Haftar

Il primo ministro Fayez Al Serraj è in giro per l’Europa a chiedere sostegno per il suo governo riconosciuto dalle Nazioni Unite ma seriamente minacciato dal generale Khalifa Haftar.

Ufficialmente il generale va sbandierando che “occorre liberare Tripoli dai terroristi islamisti che controllano la capitale”, ma in realtà ci sono altri problemi che attanagliano le popolazioni che gli sono fedeli o delle quali controlla i territori, primo tra tutti il mancato pagamento degli stipendi ai funzionari pubblici.

giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri italiano, a destra e Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, presidente del governo di Accordo Nazionale della Libia, a sinistra

Con gli accordi di Skhirat del 2015, le Nazioni Unite hanno riconosciuto i cosiddetti “organi sovrani”, l’agenzia della contabilità dello Stato, la Banca Centrale, la Compagnia petrolifera nazionale. In base alle intese raggiunte, le royalty pagate dalle compagnie petrolifere vengono versate direttamente alla Banca Centrale la quale poi le distribuisce ai vari attori, sostanzialmente al governo di Serraj e al parlamento di Tobruk, eletto con elezioni organizzate con la supervisione dell’ONU nel 2014. I due governi libici (quello di Sarraj e quello guidato da Al Thinni con sede ad Al Baida, nella Montagna Verde a nord-est di Bengasi) si adoperano poi per distribuire a chi ne ha diritto le risorse sul territorio che controllano.

Da gennaio però la Banca Centrale non ridistribuisce più alle regioni orientali e meridionali, controllate da Haftar, la quota spettante di denaro pagato dalle compagnie petrolifere, con il risultato che gli stipendi dei funzionari pubblici non sono stati più pagati, cosa che ha messo il generale in seria difficoltà con la sua gente. Il governo Al Thinni, tramite la sede locale della Banca Centrale, quindi ha reagito accendendo prestiti con i Paesi del Golfo, in particolare con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Ecco perché i due Paesi mediorientali lo stanno appoggiando nella sua guerra per conquistare Tripoli.

Ma proprio ieri il governo Serraj, poco prima dell’abbattimento del Mirage, ha lanciato pesanti accuse verso gli Emirati Arabi Uniti, alleati di Haftar che, secondo un rapporto dell’ONU, avrebbe usato droni di fabbricazione cinese per bombardare obiettivi civili.

La denuncia arriva dopo la rivelazione dell’agenzia France Press che ha preso visione di un rapporto di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare l’embargo delle armi, varato nel 2011.

Il generale Khalifa Haftar

Il 19 e 20 aprile è stato registrato un attacco missilistico dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar, contro un sobborgo di Tripoli. Persero la vita numerosi civili. Il panel di esperti ha esaminato le fotografie dei rottami degli ordigni e ha concluso che si tratta di missili aria-terra Blu Arrow, in dotazione soltanto a tre Paesi, Cina, Kazakhstan e Emirati, mai usati finora in Libia. Nel rapporto segreto inviato al Consiglio di Sicurezza – secondo il resoconto della France Presse – c’è scritto che il “team di indagine sta investigando sul possibile uso dei droni da parte dell’esercito di Haftar o di un soggetto terzo che sostiene gli uomini del generale”.

Il Consiglio di Sicurezza è profondamente diviso sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Libia. Nei giorni scorsi una risoluzione britannica che chiedeva l’invio di una forza multinazionale di interposizione di caschi blu è stata accantonata per l’opposizione di Russia e Francia ma anche, alla fine, degli Stati Uniti che hanno chiesto “tempo per approfondire la situazione”. Anche il governo britannico comunque ora sostiene che, nonostante l’offensiva su Tripoli, qualunque soluzione politica non può prescindere dalla presenza di Haftar in un futuro governo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Capo Verde, famiglia Solazzo: “Vogliamo la verità. Chiediamo aiuto alle istituzioni”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 maggio 2019

“Non escludiamo a priori l’ipotesi dell’incidente ma chiediamo l’appoggio delle istituzioni per sapere la verità sulla morte di David”. Sono le parole del video di Marija Tosic, da dieci anni compagna dell’agronomo fiorentino dell’ong COSPE, deceduto in circostanze poco chiare a Capo Verde lo scorso 1° maggio.

Secondo l’autopsia, David Solazzo è morto dissanguato e non ci sono indagini contro terzi che possano far pensare a una rapina finita male in casa. Ma la famiglia non ha mai creduto all’incidente domestico.

“Marija è l’unica che, con un grande fatica, ha raccolto le forze per rilasciare le dichiarazioni in video – spiega Giovanni Conticelli, legale della famiglia -. I genitori di David al momento non sono in condizioni di parlare”.

Marija Tosic, compagna di David Solazzo
Marija Tosic, compagna di David Solazzo

La famiglia di David non si accontenta delle risposte ricevute e vuole capire. Ma vediamo cosa non torna dell’ “incidente” domestico. “Sappiamo con certezza che David aveva le chiavi di casa sua e non aveva motivo di rompere il vetro della porta d’ingresso. Oltretutto, non sappiamo se il vetro è stato rotto da fuori o da dentro”.

“Visto che ci sono tracce di sangue secondo me il ferimento è avvenuto all’interno dell’androne condominiale. E perché non ha chiamato i soccorsi? Nel braccio ci sono tre tagli procurati in una dinamica convulsa e non trasparente – dice il legale -. La casualità attiene a un taglio, due possono essere un dubbio ma con tre tagli l’incidente riesce poco credibile”.

Intanto la casa dove abitava David è stata restituita ai proprietari e ormai può entrare e uscire chiunque. La speranza del legale e della famiglia è che nelle prime ventiquattro ore dal fatto le autorità di Capo Verde abbiano fatto tutte le indagini. “Qualunque tipo di indagine fatto ora rischia di non avere grande attendibilità vista la complessità di alcune analisi.

Per il momento alla famiglia Solazzo non è arrivato nessun documento ufficiale da Capo Verde. È stata data, dal console italiano Luigi Zirpoli, solo la comunicazione verbale sull’esito dell’autopsia. E poi hanno la descrizione dei luoghi riportata da Marija che era andata a trovare David e delle persone che sono sul posto e conoscono il luogo.

Nel centro della foto David Solazzo nel suo ufficio a Fogo (Courtesy COSPE)
Nel centro della foto David Solazzo nel suo ufficio a Fogo (Courtesy COSPE)

In attesa di ricevere formalmente il referto scritto da parte della Procura della repubblica di Capo Verde, COSPE ha assunto un avvocato locale. “Da vicino potrà seguire le indagini, garantire la correttezza del loro svolgimento – si legge nella nota – nel rispetto delle richieste della famiglia e delle procedure, e anche per assicurare sicurezza e protezione legale al nostro personale in loco”.

Giorgio Menchini, presidente COSPE, ha confermato che l’ong fiorentina, rinnovando la fiducia nell’operato degli inquirenti, non abbasserà la guardia. Continuerà a fare pressione perché tutto sia chiarito, fino a costituirsi parte civile in caso di processo.

Nell’isola di Fogo oggi si è svolta la commemorazione di David e gli è stata dedicata la dodicesima “mesa di dialogo”. È incontro mensile previsto tra tutti gli attori del territorio per uno sviluppo partecipato del turismo sull’isola. Alla fine dell’incontro tutti i ricordi saranno raccolti in un album che verrà consegnata alla famiglia.

La salma di David è attesa in Italia tra una decina di giorni. E la famiglia vuole un’altro esame autoptico per scoprire la verità.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Turisti francesi scomparsi in Benin forse rapiti: trovato il cadavere della loro guida

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 maggio 2019

Il cadavere della guida dei due turisti francesi scomparsi da mercoledì scorso in Benin è stato ritrovato nel parco nazionale Pendjari, poco lontano dalla frontiera con il Burkina Faso. Si rafforza quindi l’ipotesi che gli europei siano stati rapiti.

L’identificazione della salma è avvenuta grazie ai sui pantaloni. Il viso, infatti, era totalmente sfigurato e il corpo crivellato da pallottole. Dal canto loro le autorità burkinabé hanno fatto sapere che un pick-up distrutto e carbonizzato è stato scoperto ad una sessantina di chilometri dal confine con il Benin.

Turisti in safari nel parco nazionali Pendjari, Benin

Secondo una prima ricostruzione dei fatti sembra che il gruppo, composto appunto da due francesi – due insegnanti in vacanza per una decina di giorni nella ex colonia francese – e la loro guida beninese abbiano percorso una pista che costeggia il fiume Pendjari, confine naturale tra il Benin e il Burkina Faso e in base ai rilevamenti eseguiti, risulta che abbiano addirittura attraversato il fiume, penetrando così nel Paese vicino.

Le ricerche continuano senza sosta, ma alla luce di questi fatti si fa sempre più consistente l’ipotesi del rapimento – anche se non confermata da fonti ufficiali –  da parte di gruppi jihadisti che terrorizzano il Burkina Faso da tempo e i loro attacchi non si concentrano più solamente al confine con Niger e Mali, ma si sono estese anche in altre regioni, in particolare nell’est, nelle zone confinanti con il Togo e il Benin. E proprio a marzo, per contrastare il terrorismo e per riportare l’autorità dello Stato, il governo di Ougadougou ha lanciato un’operazione militare nell’est e nel centro-est  denominata Otapuanu (tradotto dalla lingua gulmacema parlata sopratutto nell’est del Burkina Faso, significa “pioggia di fuoco” o “fulmine”).

La popolazione residente è sotto choc, è la prima volta che succede un fatto così increscioso dalla creazione della riserva nazionale nel 1961.

Operazione Otapuanu delle Forze armate burkinabè

Il parco nazionale Pendjari è situato nel Benin nord-occidentale, al confine con il parco nazionale di Arly nel vicino Burkina Faso. Si estende su 2755 chilometri quadrati e fa parte del complesso di parchi transfrontaliero denominato WAP ((W–Arly-Pendjari), una vasta area protetta al confine tra Benin, Burkina Faso e Niger. Nel 2017 sia la riserva di Pendjari che quella di Arly sono stati inseriti nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, come ampliamento del sito del Parco nazionale W del Niger.

Il Pendjari è uno dei parchi più interessanti dell’Africa occidentale;  le accidentate rupi e la savana boscosa dell’Atakora sono habitat di elefanti, leoni, ghepardi, leopardi, antilopi e molte specie di uccelli.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey