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Duecento morti negli scontri etnici in Etiopia: Addis Ababa invia l’esercito

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 maggio 2019

Nelle ultime settimane si sono verificati nuovi scontri etnici tra gli amhara (rappresentano il ventisette per cento della popolazione, secondi solo agli oromo, che con il trentaquattro per cento è la prima etnia del Paese) e i gumuz. Si parla di duecento morti. Per arginare il conflitto, il governo di Addis Ababa ha inviato l’esercito per calmare gli animi nel nord-ovest dell’Etiopia, mentre le autorità di entrambe le regioni –  Amhara e Benishangul Gumuz – stanno tentando una mediazione tra le parti per evitare una recrudescenza delle violenze.

Anche lunedì scorso, secondo fonti amministrative locali, sarebbero state uccise decine e decine di gumuz a Jawi, località al confine tra la regione Benishangul-Gumuz e Amhara. Si parla di ottanta feriti e oltre, mentre altre novanta, sopravvissute alla carneficina, sono stati portati nel cortile di una scuola vicina. Certamente si tratta di una rappresaglia alle violenze dello scorso fine settimana, durante le quali sono morte una ventina di persone di entrambe le etnie a Dangur, nella regione di  Benishangul-Gumuz. E in base a quanto riferiscono funzionari locali, le aggressioni si sarebbero propagate velocemente dopo un litigio tra due lavoratori.

Il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed invia l’esercito per arginare conflitti etnici

Conflitti inter-etnici sono all’ordine del giorno in Etiopia, quasi sempre causati da controversie sui confini distrettuali.  Anche se il Paese è unificato politicamente da secoli, la convivenza di oltre cento milioni di persone, appartenenti a oltre ottanta gruppi, non è semplice. Molti osservatori ritengono che il federalismo etiopico, strutturato su basi etniche, potrebbe essere una delle cause delle rivalità comunitarie, una visione che però non è sempre condivisa.

Il Centro di monitoraggio degli sfollati interni (IDMC), un gruppo di studio con sede a Ginevra, la situazione umanitaria è peggiorata in modo significativo nell’ultimo anno. Attualmente 8,13 milioni di persone necessitano di aiuti alimentari.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ha fatto sapere che attualmente ci sono oltre 2,35 milioni di persone hanno lasciato le loro case proprio a causa delle violenze; l’Etiopia risulta essere il paese con il maggior numero di sfollati al mondo, superando persino la Siria.

Due giorni fa quindicimila persone, ospiti di un campo nell’area di Gedeb, avrebbero dovuto far ritorno a West Guji (zona degli oromo), ma i più si sono rifitate di salire sui pullman. Sei tra loro, i portavoce degli sfollati, sono stati fermati dalle forze dell’ordine perchè hanno espresso la volontà della gente che ritiene sia prematuro essere rispediti a casa, l’area è ancora instabile. Secondo molti analisti è assolutamente necessario invitare esponenti della società civile nelle consultazioni delle autorità locali per costruire una pace durevole.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia, al potere da poco più di un anno, durante il suo primo discorso alla nazione nell’aprile 2018, aveva richiamato l’attenzione degli etiopi sulla necessità dell’unità etnica. Un percorso ancora lungo e in salita. Il governo di Addis Ababa dovrà effettuare riforme interne, sopratutto economiche, volte a creare occupazione e maggiore stabilità alle popolazioni in conflitto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Assassinati 4 funzionari in Etiopia: scoppiano scontri etnici 44 morti e 70 mila sfollati

Stupri, furti, risorse rapinate: il fallimento dell’avventura del Kenya in Somalia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
5 maggio 2019

Un paio di successi, ma molte più sconfitte, sembra essere il bilancio della presenza militare AMISOM (African Mission in Somalia) promossa dall’Unione Africana per contrastare l’attività del gruppo terroristico Al Shebab, che controlla tuttora una larga parte del territorio somalo. Il Kenya partecipa alla coalizione da otto anni con una forza di quattromila uomini, insieme a Uganda, Burundi, Etiopia, Gibuti, Sierra Leone, Nigeria e Ghana per un totale di circa 22 mila uomini, che contano oggi pesanti perdite, stimate in oltre duemila morti. Si tratta di un dato approssimativo, poiché tutti i governi coinvolti nell’operazione sono riluttanti a fornire informazioni più precise e diffondono spesso notizie molto distanti dalla realtà.

Il professore Paul Williams, autore del libro “Fighting for peace in Somalia”

Questa situazione è dettagliatamente illustrata nel libro “Fighting for Peace in Somalia” recentemente edito dalla Oxford University Press, con il supporto della George Washington University’s Elliott School of International Affairs, il cui autore è il professor Paul Williams, docente presso lo stesso ateneo. Nella sua ricostruzione degli eventi, Paul Williams, dedica, particolare attenzione al Kenya, al quale riconosce due successi di rilievo: la presa di Chisimaio – importante città e porto della regione – avvenuta nel 2012 e la vittoriosa battaglia di Hoosingo, che ebbe luogo nello stesso anno, in si cui stima perirono oltre cento militanti di Al Shebab. Tuttavia, l’impressione è che questi successi, si siano rivelati del tutto insufficienti a bilanciare la situazione, poiché il Kenya, da solo, conta perdite sul campo dichiarate in centosessanta uomini, che gli osservatori internazionali ritengono ampiamente sottostimate.

Le truppe del KDF (Kenya Defence Force) proteggono una loro postazione in territorio somalo

Secondo il professor Williams, la cui opera è stata acquisita dall’ONU – principale sponsor del progetto AMISOM – è inconcepibile che una forza così imponente, non riesca a esprimere una superiorità militare nei confronti dei gruppi combattenti di Al Shebab, giungendo anche a soffrire l’umiliazione, toccata al Kenya, di vedere dodici dei propri soldati presi in ostaggio dai guerriglieri, a seguito della pesante sconfitta subita nella battaglia di El Adde nel 2016 (la peggiore sofferta dalle truppe AMISOM) ma solo un anno dopo, il Kenya, ha addirittura subito un attacco di Al Shebab nella propria base di Kulbiyow, in territorio keniano, che ha lasciato sul campo trenta vittime.

Le milizie di Al Shebab reclutano nelle proprie file anche bambini

“Lo scenario – ha commentato Paul Williams – non potrebbe essere più chiaro: dopo dieci anni di battaglie, l’AMISOM ha dimostrato di non essere in grado di sconfiggere Al Shebab, così come Al Shebab, non è in grado di controllare l’intero Paese, com’era nelle sue attese. Si è così creata una permanente situazione di stallo, che neppure i bombardamenti americani, riescono a risolvere”. Per un efficace controllo della Somalia, occorrerebbe quindi non limitarsi alle incursioni aeree, ma dispiegare forze di terra, cosa che americani e italiani, dopo le terrificanti esperienze dei primi anni ’90, si guardano bene dal fare. Indisciplina e carente addestramento, sarebbero, secondo Williams, alla base degli insuccessi keniani, ma il professore accusa anche i soldati del Kenya di vere e proprie azioni criminali.

Il campo dei profughi somali, in territorio keniano

Tra queste, ci sarebbero i ricorrenti stupri a danno delle giovani profughe somale; i furti dei loro miseri beni; il costante maltrattamento dei rifugiati e anche il trafugamento del carbon fossile custodito nei depositi di Chisimaio. “Le truppe del Kenya – riferisce Williams nel suo rapporto – hanno infranto il veto delle Nazioni Unite, di esportare il carbon fossile della Somalia e si sono appropriate del 50 per cento dei proventi generati dal porto di Chisimaio. E’ quindi comprensibile che nove somali su dieci, guardino con astio alla presenza dei militari del Kenya nel proprio territorio ”. Dal canto suo, Nairobi ha seccamente smentito queste accuse, dichiarandole del tutto infondate, benché siano state accertate da ispettori appositamente inviati dell’ONU.

La città di Chisimaio nel sud della Somalia

Alle considerazioni del professor Williams, si uniscono quelle del giornalista britannico Tristan McConnel, secondo cui “L’ostinata tendenza del Kenya a mentire nelle conferenze stampa e nelle interviste, mostra che si è raggiunta la deprimente conclusione di considerare più attendibili i proclami dei terroristi, delle dichiarazioni del governo di Nairobi”. Un giudizio pesante, questo, che è però difficile confutare. Ma perché il Kenya, pur essendo oggetto di umiliazioni e di riprovazioni internazionali, continua a mantenere attiva la sua forza militare in Somalia, pur se contestata dalla maggior parte dei propri cittadini? Si tratta forse di non voler rinunciare ai contributi ONU o alla possibilità – come attesterebbero le accuse – di depredare la Somalia delle proprie risorse?

Un soldato del Kenya di guardia al carbon fossile somalo, pronto per l’esportazione

A tutto questo e alle perdite sul campo – per una campagna militare che si è largamente dimostrata inefficace – si devono anche aggiungere le diverse centinaia di vittime, che le incursioni terroristiche di Al Shebab producono in territorio keniano, proprio come ritorsione al mantenimento di questa presenza, per non contare la flessione degli arrivi turistici, dovuti al timore (largamente sovrastimato) di attentati. Ne vale davvero la pena? Il professor Paul Williams ritiene di no. “Non si può pretendere di liberare il popolo somalo da Al Shebab, imponendogli soldati stranieri che sono visti come spietati invasori. La Somalia deve raggiungere la propria libertà con una presa di coscienza che germogli e si sviluppi all’interno di se stessa”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio:

Terrorismo in Kenya: turismo in panico prezzo pagato l’intervento in Somalia

Burocrazia ottusa: il record clandestino, ma non illegale, di Great Nnachi

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 5 maggio 2019

Anzi no, è un record fantasma, come tanti immigrati. Ma lei non è un fantasma, è una ragazzina in carne e ossa e pelle nera, italiana, anzi no …italiana ma fra 4 anni…

Il tema della cittadinanza italiana per i ragazzi stranieri che crescono insieme ai “nostri figli”, è tornato d’attualità in questi giorni con il caso “Great Nnachi”.

Chi è Great? “Il nome di Great Nnachi forse non dirà ancora molto agli sportivi appassionati di atletica leggera – ha scritto il sito Atletica Live – ma è destinato a far parlare di sé”. Great è la ragazza di 14 anni, figlia di nigeriani, nata nell’ospedale Regina Margherita di Torino il 5 settembre 2004, che il 27 aprile scorso a Borgaretto (frazione di Beinasco, nel Torinese), ha battuto il primato italiano di salto con l’asta nella categoria Cadetti, superando i 3,70 metri. La giovanissima atleta aveva un già notevole limite personale di 3,60 ma con i 3,70 . al secondo tentativo , prima di provare addirittura i m. 3,80, ha compiuto un capolavoro, avvicinandosi al limite mondiale.

Eppure il suo volo con l’asta  non può essere omologato – secondo la Federazione Italiana di Atletica Leggera (Fidal) in quanto compiuto da straniera, da cittadina non italiana. Il nostro passaporto lo otterrà, infatti, una volta compiuti 18 anni, in base alla legge attuale  sullo ius soli (che, come è noto, significa acquisire la cittadinanza per il fatto di essere nati sul territorio).

Il tema dello ius soli era tornato in auge grazie al  coraggio di Ramy Shehata e Adam El Hamami, i due piccoli eroi del bus dirottato e incendiato (il 20 marzo scorso)  ed è – ha scritto la testata on-line Il Giornalettismo – “uno dei grandi interrogativi di una nazione che si confronta con un crescente multiculturalismo dei suoi cittadini. E non è un quesito che si limita all’integrazione e alla scuola, ma anche allo sport”. Di sicuro ci troviamo a leggere, in questi giorni con la vicenda di Great, una nuova pagina incivile per l’Italia.

Great Nnachi

E vien da ripetere quello che l’Unicef aveva lapidariamente dichiarato il 23 dicembre 2017: “Chiediamo scusa agli 800mila compagni di scuola dei nostri figli”.

Quel 23 dicembre venne affossata la legge sullo ius soli temperato e sullo ius culturae che facilitava la concessione della cittadinanza. La legge non ha mai visto la luce nonostante l’approvazione da parte della Camera nell’ormai lontano 13 ottobre 2015.  L’assurdo è che però esiste lo Ius Soli sportivo: nel 2016 è infatti entrata in vigore una norma che permette ai minori stranieri di essere tesserati dalle federazioni sportive italiane a patto che  risiedano sul nostro territorio «almeno dal compimento del decimo anno di età».

Le perplessità sul suo record sono assurde e davvero impossibili da spiegare a una ragazzina che, nel suo nome, evidentemente già tradisce il suo destino: Great, grande”, ha dichiarato (a “Forlitoday”)  Bruno Molea, ex deputato forlivese della XVII Legislatura, e “padre” della legge sullo ius soli sportivo. “E’  incredibile e anacronistico che il suo record non possa considerarsi italiano – ha aggiunto Molea, presidente dell’ente di promozione sportiva Aics e membro della giunta nazionale Cip  (Comitato italiano paralimpico)- mi sono battuto per una legge di cui vado molto orgoglioso. Essa consente ai minori stranieri di essere tesserati presso le federazioni sportive italiane, perché se la politica non era ancora pronta a parlare di Ius Soli, volevo fosse ben chiaro che, invece, il mondo dello sport lo è da tempo”. “Che Great sia italiana, italianissima, lo dicono i  fatti, a partire dal suo parlare perfettamente la nostra lingua”.- ha scritto La Repubblica, che ha anticipato la notizia sul suo sito – Great è figlia di genitori nigeriani ma è nata nel cuore di Torino non parla la lingua dei genitori anche perché ha seguito tutto il percorso scolastico italiano. A scuola, va benissimo, come dimostra quella media del 10 con cui è uscita dalle Secondarie; un rendimento eccellente che non è cambiato neppure adesso che l’asticella si è alzata, frequentando la prima superiore all’istituto Primo Levi, Liceo Scientifico di scienze applicate con curvatura sportiva”.

Ha commentato Luciano Gemello, che da 4 anni allena la ragazzina nella società Cus Torino :  “Great studia con grande facilità, la stessa con cui valica misure rilevanti con l’asta”. Ma che cosa dice la diretta interessata? “Io mi sento italiana, io sono italiana – ha affermato con decisione nel video pubblicato su Facebook da Ford Authos S.p.a. – . Mio padre lavorava in Fiat ma è mancato quando io avevo appena cinque anni. Sono stati momenti difficili, mia madre era molto triste e io ho cercato di aiutarla facendo anche un po’ la mamma per il mio fratellino Mega che adesso gioca nella Juventus. Il salto con l’asta mi fa sentire come se volassi. Devo dire grazie al mio allenatore, che è diventato un secondo papà e ai miei compagni. Miro a volare sempre più in alto, ad andare un giorno alle Olimpiadi e a vincere. Ma soprattutto mi piace non mollare mai”.

Ius soli

Intanto continua ad allenarsi per superare il limite della categoria che è di 3 metri e  91 centimetri. “Al mondo non c’è nessuna ragazza che ha le sue qualità – sostiene il suo allenatore -. Io ho allenato gente fortissima, ma Great ha qualcosa in più”. In realtà l’ostacolo più arduo da superare è ben più alto  dei 3 metri e 91 centimetri.  E’ quello della legge che le impedisce di urlare al mondo la sua appartenenza al nostro Paese. Questo Paese che, però, – come ha rivelato il Corriere della Sera – consente all’attaccante del Barcellona, Leo Messi, nato in Argentina, residente di  Spagna, di votare per le Europee e le amministrative il 26 maggio. Questo perché risulta iscritto all’anagrafe di Recanati da dove, nel tardo ‘800, il suo trisavolo Angelo partì per il Sudamerica!

La legge che risale al 1992, invece, incatena 800 mila bambini italianissimi fino al 18° anno di età. Una legge superata dalla realtà, dalle mutate condizioni sociali, che impedisce di considerarsi italiani ai ragazzi che sono nati nel nostro Paese, che parlano l’italiano con accento cremasco, o torinese, e magari vorrebbero diventare carabinieri come Ramy e Adam. O continuare a volare come Great. Da italiana quale  si sente ed è.

Costantino Muscau
muskat@gmail.com

Capo Verde, “Solazzo morto dissanguato”. Ma la famiglia non ci sta

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 maggio 2019

“Il decesso del nostro cooperante David Solazzo, trovato morto nella sua casa di Fogo lo scorso 1° maggio, sarebbe avvenuto per l’emorragia provocata da tagli profondi sul braccio destro”.

L'agronomo David Solazzo a Capo Verde (Courtesy COSPE)
L’agronomo David Solazzo a Capo Verde (Courtesy COSPE)

Questi sono i primi risultati, riferiti al console italiano a Capo Verde, Luigi Zirpoli, dalla Procuratrice della Repubblica di Capoverde, Silvia Soares.

Ma la famiglia di David non crede nell’incidente domestico e vuole vederci chiaro. Lo fa attraverso il suo legale, Giovanni Conticelli: “Esigiamo che la Procura di Capo Verde faccia ogni indagine, con estremo rigore, non tralasciando nessun aspetto. Alla luce di tutti gli elementi oggettivi emersi sino ad oggi, non accettiamo la tesi di un generico incidente domestico”.

Quindi non ci sono indagati per il momento, secondo le autorità di Capo Verde, e cade il sospetto di omicidio legato alla rapina nella casa dell’agronomo fiorentino. Ma, visto che la dinamica dei fatti non è ancora chiara gli inquirenti intendono approfondire il caso. A breve si attende che la Procura della Repubblica di Capoverde rilasci una dichiarazione scritta.

Uno dei vulcani dell'arcipelago di Capo Verde
Uno dei vulcani dell’arcipelago di Capo Verde

Secondo Giorgio Menchini, presidente COSPE “i risultati dell’autopsia stabiliscono alcuni punti fermi”. “Riteniamo importante che le indagini facciano chiarezza sull’intera dinamica dell’accaduto – afferma – ed escludano sulla base di ulteriori accertamenti l’assenza di coinvolgimento di soggetti terzi”.

Il trentenne fiorentino, è stato trovato senza vita a casa sua in una pozza di sangue. Viveva a Fogo, una delle isole dell’arcipelago vulcanico di Capo Verde dove, dal novembre scorso, lavorava per l’ong fiorentina COSPE.

Era agronomo del progetto Rodas de Fogo, finanziato dall’Unione Europea che termina nel 2020. Lo scopo del programma è il miglioramento delle condizioni socio-economiche e ambientali delle aree rurali per lo sviluppo di un turismo eco-sostenibile.

Sandro Pintus
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Benin: due turisti francesi e la loro guida spariti da mercoledì nel parco Pendjari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 maggio 2019

Due turisti francesi e la loro guida sono stati dati per dispersi da mercoledì sera, quando non hanno fatto ritorno nell’albergo dopo un safari nel parco Pendjari, nel nord del Benin, al confine con il Burkina Faso.

Parco nazionale Pendjari, Benin

Il ministero degli Esteri francese ha confermato il fatto e ha precisato in un comunicato che le ricerche procedono a ritmo serrato e “Il centro di crisi, in collaborazione con la nostra ambasciata nel Paese sono stati mobilitati, supportati dalle autorità locali”.

Fran Read, portavoce di African Parks, ONG che amministra il parco,  fatto sapere: “Siamo in grande apprensione, ma allo stato attuale non possiamo parlare di rapimento”.

Ovviamente preoccupa la situazione nel vicino Burkina Faso, dove gli attacchi dei jihadisti non si concentrano più solamente al confine con Niger e Mali, ma da tempo si sono estese anche in altre regioni, in particolare nell’est, nelle zone confinanti con il Togo e il Benin.

Gruppo di miliziani jihadisti in Burkina Faso

Il parco nazionale Pendjari è situato nel Benin nord-occidentale, al confine con il parco nazionale di Arly nel vicino Burkina Faso. Si estende su 2755 chilometri quadrati e fa parte del complesso di parchi transfrontaliero denominato WAP ((W–Arly-Pendjari), una vasta area protetta al confine tra Benin, Burkina Faso e Niger. Nel 2017 sia la riserva di Pendjari che quella di Arly sono stati inseriti nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, come ampliamento del sito del Parco nazionale W del Niger.

Il Pendjari è uno dei parchi più interessanti dell’Africa occidentale;  le accidentate rupi e la savana boscosa dell’Atakora sono habitat di elefanti, leoni, ghepardi, leopardi, antilopi e molte specie di uccelli.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Stato di emergenza in Burkina Faso: i jihadisti attaccano da tutte le parti

 

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Grido d’allarme dalla Tanzania contro la persecuzione di gay, lesbiche e transessuali

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
2 maggio 2019

Alla nostra redazione, arriva dalla Tanzania, l’appello che riportiamo di seguito: “Mi chiamo Yazmin. Sono un transessuale che lotta per i diritti LGBTQIA in Tanzania. (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali, Asessuali, N.d.R.). Il Paese in cui vivo s’impegna per distruggere la nostra comunità con arresti, violenze fisiche e sessuali, pregiudizi, discriminazioni e ingiustizie. L’anno scorso, la situazione è ulteriormente peggiorata quando il governatore della regione di Dar es Salaam ha lanciato una caccia ai membri LGBTAIA. Sui social erano pubblicate liste di nomi per renderne pubblica l’omosessualità. Le persone sospettate di essere LGBTQIA sono state sfrattate dalle case. Per strada hanno subito molestie e lanci di pietre. Se già prima la nostra vita non era facile, con questa repressione è diventata un incubo. Uno dei pochi gruppi che resiste all’onda d’odio è la Eagle Wings Youth Initiative, un gruppo di attivisti coraggiosi che combatte per il bene delle persone LGBTQIA. In passato hanno fatto uno straordinario lavoro di sensibilizzazione, offrendo quell’assistenza sanitaria e legale indispensabile in momenti di crisi, ma devono superare ostacoli enormi. Di recente, un collettivo analogo è stato bandito dal governo per aver «promosso» i diritti LGBTQIA. Sono stati chiusi ambulatori che fornivano servizi legati all’HIV/AIDS e un gruppo di avvocati sudafricani è stato arrestato e deportato per il lavoro condotto sulla salute e i diritti LGBTQIA. In quest’ambiente ostile, per Eagle Wings è impossibile reperire localmente i fondi destinati al rifugio. Mancano soltanto 366 donazioni per rendere il nostro rifugio una realtà. Ci aiutate? Grazie del vostro sostegno”.

Arresto di un giovane omosessuale a Dar es Salam, Tanzania

Le preferenze sessuali sono di carattere strettamente individuale ed è quindi comprensibile che molti non le condividano, questo non dà tuttavia il diritto di criminalizzarle o anche solo discriminarle. Nella maggior parte dei casi, essere gay, lesbiche o transgender, non è una scelta, ma un fatto determinato dal complesso equilibrio ormonale che è proprio di ogni creatura vivente. In quasi tutte le avanzate democrazie occidentali, si è ormai approdati a una ragionevole presa d’atto di questa realtà, fornendo a essa gli stessi diritti e le stesse prerogative di legge, riconosciute a ogni altro cittadino, ma restano, però molti i Paesi, in cui questa presa d’atto stenta a realizzarsi e non solo; si attuano repressioni, anche feroci, contro chiunque non rientri nella sfera dell’eterosessualità.

Il presidente della Tanzania John Magufuli, ispiratore di sentimenti omofobi nel Paese

Tra questi, la Tanzania a guida John Magufuli che, benché firmataria dell’accordo internazionale sui diritti umani, continua la persecuzione contro i membri del LGBTQIA, ricorrendo addirittura alla pubblica delazione, come avveniva durante il regime sovietico o le dittature nazi-fasciste. Pare che nel solo distretto dell’ex capitale, Dar es Salam, al governatore in carica, Paul Makonda, siano pervenute oltre cinquemila segnalazioni da parte di comuni cittadini. Tutto questo, può certamente indignare, ma non stupisce, perché la campagna anti-gay, messa in atto dal governo, è largamente condivisa dalla maggioranza della popolazione ed è proprio in forza di questo consenso che il presidente Magufuli ha definito l’omosessualità come “un disgustoso male da estirpare”.

Copertina del vademecum LGBTQAI per il sesso sicuro

Il governo tanzaniano ha addirittura creato un corpo speciale, per dare la caccia agli omosessuali e pare che questi abbiano preso moto seriamente l’incarico, poiché in sole tre settimane hanno arrestato ventitré persone, tra Dar es Salam e Zanzibar, accusate di “pratiche contro natura”. La persecuzione dei gay non è comunque limitata alla Tanzania, ma si estende a una gran parte di Paesi africani, alcuni dei quali hanno adottato politiche ambigue, come il Kenya dov’è stato recentemente riconosciuto ai non transessuali, il diritto di associarsi, pur mantenendo nei loro confronti la criminalizzazione di eventuali rapporti intimi.

Dimostrazione contro l’omosessualità in Tanzania. “L’omosessualità è orrenda, come un demone immorale”, recita il cartello

In Nigeria, i gay, rischiano fino a dieci anni di carcere, mentre in Uganda spetta loro l’ergastolo. L’omosessualità è punita anche in Marocco, Camerun, Burundi, Ghana, Senegal, Mauritania, Algeria, Angola, Somalia, Sudan, Zimbabwe, Zambia, Swaziland… insomma, sono ben trentotto su cinquantaquattro le Nazioni africane che criminalizzano l’essere gay, cioè il 70 per cento del totale. Il primato della lotta contro i gender considerati “anomali”, spetta comunque ai paesi del Golfo Persico, dove le misure contro l’omosessualità raggiungono il più alto livello di spietatezza, come in Arabia Saudita, Iran, Oman, Yemen, dove, non raramente, viene addirittura inflitta la pena di morte. Rigore alquanto singolare, considerato che le proibizioni di rapporti sessuali, prima del matrimonio, in vigore in quei Paesi, rendano più facili (almeno nell’opinione comune) promiscuità intime tra persone dello stesso sesso.

La mappa sull’accettazione delle diversità gender. Il rosso indica le zone ostili, l’azzurro quelle favorevoli e il grigio le indifferenti

Sebbene il progressivo riconoscimento dei diritti a favore di gay, lesbiche e transessuali, cui molti paesi sono approdati negli ultimi decenni, le Nazioni che ancora adottano iniziative discriminatorie nel loro confronti, sono ancora troppe: circa un terzo del totale mondiale. Questo indica che il cammino verso la reale emancipazione di queste minoranze è ancora lungo e cosparso di ostacoli, ostacoli che non sono solo rappresentati dai governi in carica, ma lo sono soprattutto dai sentimenti popolari dei rispettivi Paesi, decisamente avversi a quelli che considerano “riprovevoli atti contro natura”.

Franco Nofori
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Indagini sulla misteriosa morte dell’agronomo fiorentino a Capo Verde

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 2 maggio 2019

Davide Solazzo, 31 anni, agronomo fiorentino, potrebbe essere morto dissanguato. Per il momento questa è una delle l’ipotesi sulla morte del giovane che lavorava a Capo Verde per l’ong fiorentina COSPE.

Un'immagine di Davide Solazzo a Capo Verde Courtesy Cospe)
Un’immagine di Davide Solazzo a Capo Verde (Courtesy COSPE)

La conferma del decesso è stata data dal console italiano a Praia, Luigi Zirpoli. Il cadavere è stato trovato nella sua abitazione, sull’isola di Fogo, una delle Isole di Sottovento del piccolo arcipelago africano.

Sul sito dell’ong il messaggio di cordoglio. “COSPE annuncia con immenso dolore la perdita di David Solazzo, cooperante prima in Angola e poi a Capo Verde, amico e professionista serio e appassionato. David si trovava a Capo Verde per coordinare il progetto Rotas de Fogo per la nostra ong, portando avanti azioni per il rafforzamento del turismo rurale e sostenibile nell’isola di Fogo”.

Nel suo sito, il COSPE spiega che “il giovane sarebbe morto in un incidente sul quale le autorità locali stanno ancora indagando”. Secondo le ricostruzioni David è tornato a casa all’alba dopo una festa nella piazza di São Filipe. È stato detto che aveva dimenticato le chiavi della sua abitazione e che ha spaccato un vetro con un pugno per entrare in casa.

I vetri che hanno causato le ferite sul braccio potrebbero essere stati la causa della sua morte. Ma la tragedia del giovane si tinge di giallo: qualcuno ha scritto che le chiavi di casa sono state trovate nella toppa della porta.

Mappa dell'arcipelago di Capo Verde e la posizione dell'Isola Fogo
Mappa dell’arcipelago di Capo Verde e la posizione dell’Isola Fogo

Nella tarda mattinata di ieri una vicina ha visto sangue nell’androne di casa e ha chiamato la polizia che ha trovato il corpo. La donna ha detto di aver sentito rumore di vetri rotti e ha pensato a una rapina.

Ma il ritrovamento delle chiavi nella toppa è stato smentito da Anna Meli, responsabile della comunicazione COSPE. “La nostra collega non ci ha dato questa versione. Le autorità stanno ancora indagando, evidentemente ci sono delle cose poco chiare. All’inizio hanno parlato di incidente domestico ma stiamo aspettando i risultati dell’autopsia.

Il giovane agronomo era arrivato a Capo Verde nel novembre scorso per lavorare nel progetto finanziato dall’Unione Europea. Rodas de Fogo è iniziato nel settembre 2017 e dura fino a febbraio 2020. Laureato all’Università di Firenze in Agronomia e un master in Bioenergia e Ambiente, David si era specializzato nel settore biogas. Per quasi tre anni era stato consulente della FAO in Namibia e Angola.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Crediti immagini:
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Di Alvaro1984 18Opera propria, Pubblico dominio, Collegamento

Elezioni in Benin: polizia circonda casa dell’ex presidente leader dell’opposizione

Africa ExPress
Cotonou, 1° maggio 2019

Circondata la casa dell’ex capo di Stato del Benin, Boni Yayi, che, insieme a Nicéphore Soglo, un altro ex presidente, lunedì scorso aveva chiesto la sospensione della procedura elettorale del 28 aprile.

L’affluenza registrata, secondo CENA, la Commissione elettorale nazionale autonoma del Paese, è stata del 22,99 per cento della popolazione avente diritto al voto. Mai si è vista una partecipazione tanto bassa. Il motivo è semplice: solo due partiti, vicini a Patrice Talon hanno potuto schierare i propri candidati e spartirsi gli ottantatré seggi al parlamento; l’opposizione è stata esclusa dalla tornata elettorale.

Durante il giorno del voto internet si è rallentato visibilmente, impossibile connettersi ai social network.

Bono Yayi, ex presidente del Benin

Attualmente la situazione è confusa e le versioni tra opposizione e forze di sicurezza sono divergenti. Secondo i supporter di Yayi, la sua casa sarebbe stata circondata e che ci sarebbe una ferma volontà di voler arrestare l’ex presidente. La popolazione e altri esponenti dell’opposizione avrebbero reagito immediatamente, incendiando pneumatici e lanciando pietre contro gli agenti, che avrebbero prontamente risposto all’aggressione facendo largo uso di gas lacrimogeni.

Mentre Nazaire Hounnonkpè, direttore generale della polizia repubblicana, ha fatto sapere che non c’è alcuna intenzione di arrestare l’ex presidente e che la sua casa non è mai stata circondata dai suoi agenti. Infine ha aggiunto: “Siamo qui per preservare l’ordine. Siamo stati informati che a Cadjehoun, un quartiere di Cotonou, alcuni balordi sono scesi in strada. Non abbiamo ricevuto nessun ordine di fermare Yayi”.

Il presidente del Benin, Patrice Talon, con capi tradizionali

Il ministro degli Interni, Sacca Lafia, ha confermato la versione di Hounnonkpè, ma le dichiarazioni fatte non hanno convinto affatto Renaud Agbodjo, avvocato dell’ex leader del Benin e ha fatto sapere che intorno alle 10 del mattino le guardie del corpo e i vicini hanno notato una massiccia presenza di agenti nei pressi dell’abitazione di Yayi. L’avvocato ha specificato: “Certamente volevano arrestare il mio cliente, coglierlo alla sprovvista, senza preavviso”.

Africa ExPress
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Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Sud Sudan, ventenne massacrata di botte: rifiutava matrimonio combinato

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 30 aprile 2019

È stata ammazzata a soli vent’anni. Massacrata di botte fino alla morte dai suoi due fratelli e da uno zio. Si chiamava Nyaluak Magorek Mariak e la sua colpa è stata il rifiuto di sposare un uomo che non amava. Un matrimonio combinato dalla famiglia con una persona scelta senza il suo consenso. Il terribile fatto di sangue è successo a Yirol, nel centro del Sud Sudan, a 300km a nord ovest della capitale Giuba.

Mappa del Sus Sudan. È indicato il luogo dell'omicidio (Courtesy Google Maps)
Mappa del Sud Sudan. È indicato il luogo dell’omicidio (Courtesy Google Maps)

Joan Nyanyuki, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale, area del Corno e dei Grandi Laghi è stata chiara nella sua denuncia. “Costringere qualcuno a sposarsi contro la sua volontà è una chiara violazione della costituzione del Sud Sudan. E lo è anche nei suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani”.

Per l’organizzazione è la conseguenza disumana di questo matrimonio forzato che ha provocato la morte della giovane. Una pratica diffusa in parecchi Paesi africani che mette in evidenza la necessità di porre urgentemente fine a questa usanza.

Secondo uno studio dell’UNICEF del 2017, il 52 per cento delle ragazze sud sudanesi si sposa prima di compiere il diciottesimo anno di età. Nel novembre scorso, ha creato scalpore il caso di Nyalong Ngong Deng Jalang. È una ragazza sudanese di diciassette anni dell’area di Awerial, 200km a Nord della capitale Giuba. Il padre della ragazza l’ha messa all’asta su Facebook.

Come se fosse il mercato delle vacche, hanno partecipato sei uomini per avere la giovane vergine come sposa. Tra questi anche David Mayom Riak, un vice governatore, che aveva offerto 353 vacche e terreni di “prima qualità”.

La diciassettenne sposa in Sud Sudan
La diciassettenne sposa in Sud Sudan

La competizione è invece stata vinta da Kok Alat, un ricco uomo d’affari. Per la mano della giovane ha pagato la famiglia della sposa con 530 mucche, tre auto Land Cruiser e 10mila dollari americani. Pesanti critiche sono state fatte al social network che ha eliminato l’asta online dopo due settimane, quando era ormai tutto finito.

“La pratica patriarcale di forzare ragazze e donne a sposarsi è una crudele manifestazione della grande disuguaglianza tra uomini e donne nel Sud – ha sottolnieato Joan Nyanyuki -. Le donne e le ragazze sono trattate come beni comuni”.

In una nota, Amnesty chiede al governo del Sud Sudan l’adozione di misure urgenti per porre fine ai matrimoni precoci e forzati affinché i diritti delle donne e delle ragazze siano tutelati. Ricorda che coloro che commettono questa atroce forma di violenza violano i diritti umani.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Dirigente della compagnia petrolifera francese Total rapito a Tripoli

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
30 aprile 2019

Bashir Bzezi, uno dei più importanti dirigenti francesi della compagnia petrolifera Total in Libia, è stato rapito da un non meglio identificato gruppo di miliziani a Tripoli. Il sequestro è avvenuto il 26 aprile ma finora era stato tenuto segreto per la delicata situazione in cui si trovano i francesi nel Paese nordafricano. L’amministrazione di Emanuel Macron, infatti sostiene l’offensiva del generale Khalifa Haftar, che il 4 aprile ha lanciato un’operazione militare per impadronirsi della capitale e costringere il governo di Fayez Al Serraj, riconosciuto dall’ONU, alla resa.

Bzezi, è si è laureato in ingegneria petrolifera all’Università di Austin, è stato per lungo tempo il numero due delle operazioni per Marathon Oil in Libia. Quando nel 2018 la compagnia petrolifera francese ha acquisito la Marathon lui è passato alla Total e rappresenta gli interessi d’Oltralpe nel consorzio Waha, come ha spiegato la rivista specializzata Africa Intelligence.

Il rapimento di Bzezi arriva in un momento delicatissimo nei rapporti tra Francia e Libia. Tripoli qualche giorno fa ha denunciato l’accordo di cooperazione militare stipulato con Parigi, che peraltro ha sempre negato l’appoggio ad Haftar, verificato però nei fatti. Ogni giorno a Tripoli, in piazza dei Martiri, si susseguono manifestazioni di protesta contro Haftar, reo di avere scatenato la nuova guerra. Molti dei dimostranti indossano i gilet gialli, per segnalare la loro contrarietà alla politica francese. Oltre al governo di Parigi il generale ribelle è sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Russia. A fianco di Serraj sono schierati, Turchia, Qatar, Unione Europea, Gran Bretagna e Italia e Nazioni Unite.

Qualche giorno fa un gruppo di francesi armati è stato bloccato mentre aveva appena superato il confine con la Tunisia. I media vicini a Serraj hanno subito parlato di mercenari, ma si è poi scoperto che si trattava di agenti della sicurezza dell’ambasciata francese a Tripoli che stavano tornando in patria.

Massimo A. Alberizzi