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Attentato contro un convoglio dell’ambasciata americana in Nigeria: uccisi due dipendenti locali e due poliziotti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 maggio 2023

Almeno quattro nigeriani, due poliziotti e due dipendenti dell’ambasciata americana ad Abuja, sono stati uccisi martedì scorso nell’Anambra State, nel sud-est del Paese, durante un attacco a un convoglio di due veicoli del governo statunitense. Il commando degli aggressori ha inoltre sequestrato altre tre persone.

Convoglio dell’ambasciata USA in Nigeria sotto attacco

I due poliziotti e i due impiegati locali del consolato americano in Nigeria sono stati brutalmente ammazzati mentre erano in viaggio con altri colleghi e agenti della polizia per organizzare la visita di una missione nella regione per un progetto, finanziato da Washington, volto a migliorare la difesa e la risposta alle inondazioni.

Il segretario del Dipartimento di Stato, Antony Blinken, ha condannato l’attacco, precisando che nessun cittadino americano è stato coinvolto. Ha poi precisato: “Non sembra che si tratti di una aggressione diretta alla nostra missione”.

Ora le autorità nigeriane, in collaborazione con l’ambasciata americana nel Paese, stanno conducendo indagini a tutto campo per ritrovare le persone sequestrate dai criminali.

Nella zona sono attive diverse organizzazioni separatiste, che recentemente hanno intensificato gli attacchi. Generalmente gli obiettivi sono edifici governativi e della polizia. Le autorità nigeriane accusano l’IPOB (acronimo per Movimento Popolare Indigeno del Biafra, indipendentisti che mirano a ripristinare la Repubblica del Biafra e il loro braccio armato, l’Eastern Security Network.

L’IPOB ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nelle violenze. Tuttavia, le tensioni sono aumentate dopo l’arresto del leader e fondatore del gruppo, Nnamdi Kanu, attualmente sotto processo, dopo essere stato estradato dal Kenya nel giugno 2021. Era stato arrestato su ordine di cattura dell’Interpol. Imprigionato già nel 2015 era stato rilasciato dopo due anni ma era fuggito all’estero, dove ha ugualmente coordinato le azioni del suo raggruppamento.

Non solo nel sud-est, anche al centro del Paese gli attacchi si susseguono. Nel Plateau State sono in corso da anni violenti scontri tra agricoltori (per lo più cristiani) e pastori semi-nomadi (fulani, di religione musulmana) per i terreni e le risorse d’acqua, tensioni causate soprattutto dai cambiamenti climatici.

Nigeria: scontri tra agricoltori e pastori

Un politico locale ha fatto sapere che durante l’ultimo incidente del 16 maggio 2023 sono morte almeno 30 persone. Nonostante le autorità abbiano dispiegato un numero ingente di agenti di polizia e soldati, i colpevoli non sono stati individuati. Intanto il presidente del distretto di Mango ha indetto un coprifuoco di 24 ore per evitare che i disordini si possano diffondere in altre zone.

La violenza è una delle tante sfide che il presidente eletto Bola Tinubu dovrà affrontare quando, a fine maggio, assumerà la guida del Paese più popoloso dell’Africa.

L’esercito nigeriano sta combattendo i jihadisti nel nord-est e contemporaneamente deve placare le tensioni separatiste nel sud-est, per non parlare dei continui rapimenti per estorsione che si stanno allargando a macchia d’olio in molte parti della ex colonia britannica.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Altro focolaio di guerra in Nigeria: i pastori fulani attaccano i contadini

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Sentenza storica in Namibia: lo Stato ora riconosce i matrimoni all’estero di coppie omosessuali

Africa ExPress
Windhoek, 17 maggio 2023

La Corte suprema della Namibia ha riconosciuto martedì, vigilia della giornata contro l’omofobia, i matrimoni omosessuali contratti all’estero tra cittadini namibiani e coniugi stranieri. Una sentenza storica, per un Paese dove l’omosessualità è ancora illegale.

Namibia: Corte suprema riconosce matrimoni gay contratti all’estero

Anche se il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è consentito in Namibia, la Corte suprema di Windhoek ha stabilito che il governo deve riconoscere le unioni di coppie dello stesso sesso unitesi in matrimonio in Paesi dove è legale farlo.

La sentenza ha suscitato reazioni contrastanti in Namibia, la cui società è ancora molto conservatrice. Inoltre, la sentenza della Corte di Windhoek è in netto contrasto con l’Uganda, dove è prevista l’imminente entrata in vigore di una delle leggi anti-LGBT, la più draconiane al mondo.

Il caso della Namibia nasce dalle richieste di residenza di una tedesca che ha sposato una donna namibiana in Germania e di un sudafricano che si è unito in matrimonio con un uomo namibiano in Sudafrica, l’unico Paese africano che consente il matrimonio tra persone dello stesso sesso dal 2006.

In base alla legge del Paese, che consente ai coniugi legalmente sposate di risiedere e di lavorare in Namibia, le due coppie hanno fatto richiesta in tal senso al Tribunale. La domanda però è stata prontamente rigettata perché ancor oggi viene applicata una legge del 1927, che vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Negli ultimi anni il sistema giudiziario namibiano è stato chiamato in causa più volte per pronunciarsi sui diritti delle coppie dello stesso sesso o sul riconoscimento dei figli di coppie gay.

La strada è ancora lunga, ma un primo passo è stato fatto, una, seppur piccola vittoria per la comunità arcobaleno della Namibia.

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Leggi contro l’omosessualità

 

 

E’ guerra tra fauna selvatica e l’uomo in Kenya: pastori uccidono 10 leoni in una sola settimana

Speciale per Africa ExPress
Simona Fossati

Nairobi, 16 maggio 2023

Ritorna a galla l‘antico conflitto tra uomo e fauna selvatica. Sabato scorso sono stati uccisi sei leoni da alcuni pastori masai in Kenya, dopo che un felino ha attaccato la loro mandria, sterminando 11 capre e un cane.

Loonkiito, il leone più vecchio del mondo, ucciso in Kenya

Ma è solo l’ultimo incidente d tutta una serie avvenuti in una sola settimana, durante la quale sono stati abbattuti ben 10 leoni nella regione, tra questi anche Loonkiito, che con i suoi 19 anni era forse uno dei più vecchi al mondo. Loonkiito è stato ammazzato a colpi di lancia dai pastori. Anche gli altri non sono stati prede di bracconieri, come spesso accade.

Nel 2021 il Kenya Wildlife Service (KWS) ha descritto Loonkito come un “leggendario guerriero” che ha difeso il suo territorio per moltissimi anni. Ora era anziano, aveva problemi a nutrirsi e il bestiame è una preda facile. Un leone normale avrebbe cercato il suo cibo all’interno del parco”, ha dichiarato il portavoce del KWS, Paul Jinaro.

Tutti gli esemplari uccisi facevano parte dell’ecosistema Amboseli della contea di Kajiado, un sito di riserva della biosfera dell’UNESCO vicino al Monte Kilimanjaro, ha fatto sapere il KWS.

Parco Amboseli, Kenya

In un comunicato KWS ha detto di aver organizzato alcuni incontri con le comunità del luogo per trovare soluzioni volte a ridurre il rischio di conflitti tra uomo e fauna selvatica. Si cerca anche di sviluppare sistemi di allarme rapido per avvisare i residenti della presenza di animali selvatici nelle vicinanze.

Coloro che abitano nelle vicinanze delle riserve naturali in Kenya, si lamentano spesso del fatto che leoni e altri animali selvatici uccidono il loro bestiame, poiché da tempo gli esseri umani e la fauna selvatica sono in competizione per spazio e risorse. E, quando i leoni a volte si avventurano al di fuori delle aree protette, per cercare prede quando la loro fonte di cibo diminuisce, rappresentano un rischio per le comunità e il loro bestiame.

Con i suoi 39.206 ettari, il Parco nazionale Amboseli (al confine con la Tanzania) ospita molte specie di animali selvatici,  tra questi anche elefanti, ghepardi, bufali e giraffe.

In Kenya vivono circa 2.500 leoni, in base al primo censimento nazionale della fauna selvatica effettuato nel 2021.

Simona Fossati
Twitter: @africexp
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Strage della setta religiosa in Kenya: salgono a 200 i morti e più di 600 dispersi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
16 maggio 2023

È raddoppiato il numero dei morti della setta religiosa Good News International Church (chiesa internazionale della buona novella). Nella strage, scoperta il 26 aprile scorso, i morti accertati fino ad oggi sono 201. Sono stati tutti trovati nelle fosse comuni nella foresta di Shakahola, contea di Kilifi, tra Mombasa e Malindi.

La maggior parte si sono lasciati morire di fame su ordine del loro predicatore, ex tassista autoproclamatosi “profeta” Paul Mackenzie Nthenge. L’uomo aveva profetizzato la Fine del mondo ed era necessario morire – di fame – “per incontrare Gesù”. Dalle testimonianze dei sopravvissuti chi cercava di scappare veniva ucciso a sprangate o soffocato.

Solo 34 sono stati trovati vivi, pelle e ossa e in pessime condizioni, e trasportati all’ospedale di Malindi. (Il video arrivato ad Africa ExPress). Otto di loro sono morti. Nei giorni scorsi, in una fossa comune, sono stati rinvenuti altri 29 corpi, compresi quelli di 12 bambini.

setta religiosa padre mostra foto figli morti
“I miei figlio sono morti. Ne sono sicuro”.

Per il presidente, Nthenge è un terrorista

Mentre continua la triste esumazione dei cadaveri nel terreno di proprietà di Mackenzie Nthenge, il presidente Kenya, William Ruto lo definisce un terrorista. “I terroristi usano la religione per i loro terribili atti”.

“Persone come Mackenzie utilizzano la religione per compiere delle azioni esattamente come i terroristi. Abbiamo dato mandato alle agenzie competenti – ha dichiarato il presidente -. Vogliamo scoprire la radice che causa questi fatti e le religioni che li causano e portano avanti questa inaccettabile ideologia”.

Il dramma dei dispersi

Una decina di giorni fa alla Croce Rossa keniota risultavano 410 dispersi. Nel momento in cui scriviamo le persone scomparse sono diventate 610. Ma sorge un ulteriore problema: molti degli adepti alla setta di Mackenzie avevano cambiato nome. Diventa molto difficile sapere se sono ancora in vita.

Fatima Salim, aveva denunciato la scomparsa della sorella Shamim. “L’avevo registrata come Shamim Salim, ma non c’era nessun nome tra quelli salvati – ha raccontato al giornale keniota Nation -. Settimane dopo, ho mostrato agli agenti la foto di mia sorella. Era salva ma aveva dato il suo nome come Damaris Vidzo”. Le autorità sospettano che cambiare i nomi degli adepti fosse un piano deliberato della setta per non farli trovare dai parenti.

sette religiosa Kithure Kindiki
Kithure Kindiki, ministro degli Interni keniota, parla ai media

Negata la libertà su cauzione

Al predicatore della “Setta della fame” il tribunale ha negato la libertà provvisoria su cauzione. Mentre Nthenge rimane in prigione sono state arrestate altre 26 persone sospettate di essere complici della strage.

Davanti a questa tragedia e la gente che chiede giustizia arrivano le rassicurazioni di Kithure Kindiki, ministro degli Interni keniota. “Il governo del Kenya farà tutto il necessario – ha confermato il ministro -. Farà in modo che Mackenzie e coloro che lo hanno aiutato paghino per questi crimini. Vogliamo che abbiano la punizione più dolorosa possibile e che Mackenzie non esca di prigione per il resto della sua vita”.

Sandro Pintus
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Orrore religioso in Kenya: trovati oltre 100 cadaveri, si sono lasciati morire di fame, scomparse più di 400 persone

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Commercianti di Bangui abbassano le serrande per protesta contro le violenze dei mercenari Wagner

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 maggio 2023

I mercenari russi del gruppo Wagner, approdati nella Repubblica Centrafricana nel 2018, continuano a esasperare la popolazione. Questa volta hanno preso di mira i commercianti che, per protestare contro il racket, le vessazioni, i rapimenti, commessi dai contractor di Mosca, hanno chiuso le loro attività per alcuni giorni nel quartiere PK5 di Bangui.

Centrafrica, Bangui: riaprono i negozi nel quartiere PK5 dopo giorni di sciopero contro i mercenari russi di Wagner

Da alcuni giorni i negozianti hanno nuovamente riaperto le loro attività, malgrado il timore di nuove ripercussioni. Un commerciante ha raccontato che i mercenari arrivano di notte per torturare e sequestrare le persone. Ha poi precisato: “Recentemente hanno rapito mio zio e lo hanno torturato, ora è sospeso tra la vita e la morte. E’ per questo motivo che abbiamo abbassato le serrande per alcuni giorni”.

Non solo nella capitale Bangui, anche in altre zone del Paese, i mercenari russi,” in nome della guerra” per portare la pace, rubano la merce ai proprietari di negozi; alcuni di loro sono persino stati ammazzati. Ora i commercianti vogliono giustizia, chiedono che cessino le esecuzioni extragiudiziali.

Il governo ha tentato una mediazione tra i commercianti e i mercenari. A tutta risposta, Vitali Perfilev, l’uomo del patron di Wagner, Evgenij Prigožin, in Centrafrica, ha dichiarato che i sequestri di persona sarebbero legati a operazioni di polizia. Anche se i negozianti hanno riaperto i negozi, temono nuove vessazioni.

Lo sciopero dei commercianti è una novità assoluta, finora la popolazione non ha mai osato esprimere il proprio disappunto contro la presenza dei paramilitari russi.

I diritti umani della Repubblica Centrafricana sono stati anche al centro di un incontro ad alto livello che si è tenuto a Ginevra lo scorso 31 marzo.
Al meeting ha partecipato anche il ministro centrafricano della Giustizia, dei Diritti umani e del Buon governo, Arnaud Djoubaye Abazene.

“È raro che un Paese con un bilancio così allarmante in materia di diritti umani, sia dimenticato dal resto del mondo”, ha detto in tono amaro Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani durante il meeting.

La rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per i bambini e i conflitti armati, Virginia Gamba, ha specificato che i minori sono particolarmente esposti: “I gruppi armati usano i bambini per ingrossare le loro fila durante gli scontri. Mi preoccupa anche il fatto che i minori vengano utilizzati dalle forze armate nazionali e da altro personale di sicurezza per presidiare i posti di blocco o per operazioni militari”.

E va sottolineato che i minori di 14 anni rappresentano il 40 per cento della popolazione centrafricana. Molti tra loro, sia ragazzi che ragazze, non frequentano più la scuola, tanti sono stati uccisi o mutilati da colpi d’arma da fuoco o da residuati bellici esplosivi.

MINUSCA (la Missione di pace dell’ONU in Centrafrica) ha specificato, con documenti alla mano, che nell’ultimo trimestre dello scorso anno le vittime di abusi dei diritti umani sono state 1.300, ossia 534 in più rispetto al primo trimestre. E, secondo l’ONU, nel 58 per cento dei casi ne sono responsabili le forze di difesa e di sicurezza e i loro alleati e per il 35 per cento i gruppi armati che hanno siglato l’accordo di pace.

Le autorità di Bangui non hanno per nulla apprezzato l’ultimo rapporto della ONG Human Rights Watch, pubblicato all’inizio di aprile. HRW accusa senza mezzi termini il governo di reprimere la società civile, i media, i partiti d’opposizione in vista delle elezioni locali e nazionali che dovrebbero svolgersi entro il 2023.

Gli attivisti della società civile sono stati accusati di collaborare con i gruppi armati e minacciati, mentre viene impedito ai partiti dell’opposizione di organizzare manifestazioni politiche.

Giornalisti e attivisti, hanno paura di criticare l’operato del governo. Temono di subire ritorsioni, di essere indicati come avversari politici e quindi di subire violenze.

Intanto il presidente Faustin-Archange Touadéra vorrebbe presentarsi per un terzo mandato, grazie a un referendum per cambiare la Costituzione. Personalità contrarie a una nuova candidatura di Touadéra, sono state minacciate da funzionari del governo centrafricano. Vale la pena di ricordare che lo scorso anno il capo di Stato ha persino silurato la presidente della Corte costituzionale, Danièle Darlan, perché ha impedito la revisione delle leggi fondamentali dello Stato.

Maxime Balalou, ministro responsabile del Segretariato generale della Repubblica Centrafricana, ritiene le accuse rivolte al governo assolutamente infondate. Per il ministro, il rapporto dell’Ong è “spudorato”, “pieno di falsità”, “fabbricato” e mira “a infangare il Paese

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Un video reportage eccezionale: la storia dei mercenari russi della compagnia Wagner dall’Ucraina all’Africa

Corte boccia revisione della Costituzione

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Rapporto dell’Onu accusa: forze armate e combattenti stranieri responsabili del massacro di 500 persone in Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 maggio 2023

Secondo il rapporto dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU, tra il 27 e il 31marzo 2022, le forze armate del Mali e combattenti stranieri hanno massacrato ben 500 civili – tra loro anche una ventina di donne e sette bambini –  durante un’operazione antiterrorista a Moura, località che dista una cinquantina di chilometri da Mopti. Le autorità militari di transizione hanno però sempre sostenuto di aver ucciso 203 jihadisti durante il loro intervento.

Ginevra, Palazzo dell’ONU, sede dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani

Già nell’aprile 2022, la ONG Human Rights Watch, ha accusato le forze di Bamako e i suoi partner stranieri – alcuni testimoni li avevano identificati come russi – dell’uccisione di 300 civili.

Gli esperti dell’ONU non hanno mai fatto un riferimento esplicito nei confronti di Wagner. Nella loro relazione accusano le forze armate maliane e i loro partner stranieri.

Il rapporto di 42 pagine dell’agenzia dell’ONU è stato pubblicato il 12 maggio e rivela dettagli scioccanti sul massacro di Moura. Va sottolineato che le autorità di Bamako non hanno permesso che gli autori del fascicolo si recassero in Mali, sul luogo dove si è consumata la carneficina. L’inchiesta si basa su  157 interviste a sopravvissuti, testimoni, sfollati, vittime di stupro.

Il governo militare di transizione non ha mai autorizzato un’inchiesta indipendente. E a febbraio, poco prima dell’arrivo di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, a Bamako, è stato espulso dal Paese il capo della divisione dei Diritti umani della Missione di pace in Mali (MINUSMA), Guillaume Ngefa-Atondoko Andali. L’alto funzionario dell’ONU aveva chiesto l’accesso ai siti di presunti abusi dell’esercito, tra questi anche al villaggio di Moura.

Gli investigatori dell’Onu hanno raccontato dell’arrivo di cinque elicotteri militari in un giorno di mercato e di spari dagli aeromobili sulla popolazione, con un bilancio di “venti civili e una dozzina di presunti membri di Katiba Macina”, gruppo jihadista legato ad al Qaeda. L’organizzazione è conosciuta anche con il nome di Front de libération du Macina ed è stata fondata nel 2015 dal predicatore fanatico Amadou Koufa.

In base al rapporto, sono poi seguiti quattro giorni di esecuzioni sommarie.

Forze armate maliane e partner

I sopravvissuti sono stati costretti a scavare le fosse comuni per 500 persone. Gli inquirenti dell’ONU hanno specificato di aver ottenuto molti dati utili per l’identificazione personale e i nomi di almeno 238 vittime.

Almeno 58, tra donne e ragazze, sono state vittime di violenze sessuali. Nel fascicolo viene menzionato anche uno stupro di gruppo in un giardino.

Diverse decine di persone, arrestate a Moura, sono poi state torturate in campi militari o a Bamako, nei locali della sicurezza nazionale.

Amnesty International ha chiesto alla Corte Penale Internazionale dell’Aja di occuparsi della questione.

Il rapporto è stato inviato alle autorità di Bamako e Mosca, prima di essere pubblicato, ha precisato l’ONU. E ieri sera è arrivata la totale smentita del governo militare di transizione, tramite il suo portavoce, Abdoulaye Maiga. “Nessun civile di Moura ha perso la vita durante l’operazione militare. Tra i morti ci sono solo combattenti terroristi”.

Secondo Bamako si tratta di un rapporto “tendenzioso”, basato su “una storia fittizia che non corrisponde agli standard internazionali stabiliti”. Inoltre, il governo contesta il fatto che siano stati utilizzati satelliti senza autorizzazione. “Si tratta di una manovra clandestina, contro la sicurezza del Mali”, ha sottolineato il portavoce e ha annunciato l’apertura di un’inchiesta giudiziaria contro la missione che ha redatto il rapporto dell’ONU e nei confronti di coloro che ha definito i suoi complici.

Insomma piovono accuse pesanti, come “spionaggio, attentato alla sicurezza esterna dello Stato”, reati puniti dal codice penale, e di “cospirazione militare”, reato previsto dal codice di giustizia militare. I colpevoli di questi reati sono passibili di pena di morte in entrambi i casi.

Cornelia I. Toelgyes
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DAL NOSTRO ARCHIVIO

HRW accusa Forze armate maliane e partner

Espulso capo sezione diritti umani MINUSMA

 

Zimbabwe intelligenza artificiale e tecnologia cinese per controllare i cittadini

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
13 maggio 2023

L’intelligenza artificiale (AI) ha difficoltà nell’identificazione dei volti delle persone con carnagioni scure. Lo Zimbabwe diventa allora il laboratorio cinese per risolvere il problema. Lo fa con il programma NetOne per cui la Cina ha messo a disposizione 240 milioni di dollari per il suo sviluppo.

intelligenza artificiale mnangagwa e xi-jinping
Stretta di mano tra il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, e il presidente della Cina, Xi Jinping

Il Grande Fratello

“Il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, si vanta che il governo può rintracciare dove camminano le persone, con chi parlano, anche dove dormono”. Lo scrive la rivista Africa Defense Forum, testata del U.S Africa Command. NetOne, al momento, con i suoi data center è il maggiore sistema nazionale di telecomunicazioni mobili.

Quindi tutti i cittadini dell’ex colonia britannica saranno spiati e schedati? In realtà chiunque abbia uno smartphone può essere tracciato e spiato nel pianeta in qualsiasi momento (il film di Oliver Stone, “Snowden”, lo spiega bene). Ma l’ammissione del presidente ne dà la cruda conferma ai suoi cittadini.

Opposizione e società civile dello Zimbabwe sono sul piede di guerra. Ricordano ancora la brutta esperienza della dittatura quasi quarantennale dell’ex presidente Robert Mugabe e la consorte spendacciona soprannominata “Gucci” Grace.

Hanno poca fiducia dell’attuale presidente che aveva promesso lavoro e risanamento dell’economia e ha messo in mano ai cinesi le tecnologie di sorveglianza informatica. Anche perché Mnangagwa è dello stesso partito di Mugabe: lo Zanu-PF, al potere dal 1980.

Le voci dissidenti

Tra i dissidenti del governo di Mnangagwa c’è l’ecclesiastico Evan Mawarire, fondatore del movimento cittadino #ThisFlag. Ha creato il movimento per sfidare corruzione, ingiustizia e povertà in Zimbabwe.

Mawarire è stato una delle vittime della repressione di Mugabe e di Mnangagwa. Il religioso è stato imprigionato e torturato nel 2016, 2017 e 2019 e accusato di tradimento rischiando 80 anni di carcere.

Quando Robert Mugabe è stato rovesciato nel 2017, tutti pensavano che fosse il momento del cambiamento. Eppure, incredibilmente, lo Zimbabwe oggi è peggiorato rispetto all’era Mugabe.” Queste le dichiarazioni di Mawarire, nel 2021, al Summit di Ginevra per i diritti umani e la democrazia  .

Secondo Nompilo Simanje, del Media Institute of Southern Africa (MISA) Zimbabwe, la dichiarazione del presidente è nitida. “È un chiaro esempio che il governo ha gli strumenti necessari e la capacità di monitorare le persone”.

Intelligenza artificiale Grande Fratello Big Brother
Intelligenza artificiale in Zimbabwe come il Grande Fratello di George Orwell

Intelligenza artificiale per le prossime elezioni

Tra luglio e agosto prossimi ci saranno le elezioni e Emmerson Mnangagwa non ha nessuna intenzione di lasciare la presidenza. Gli strumenti di controllo forniti dai cinesi gli saranno molto utili per vincere la competizione elettorale per il secondo mandato.

Intanto i sostenitori dei diritti umani e civili danno l’allarme. “La Cina ha aiutato lo Zimbabwe a creare una struttura che consente al governo di colpire i dissidenti e violare la privacy dei cittadini”. Quella privacy che in Zimbabwe è un diritto costituzionale.

Mawarire alla CNN: “Siamo in un Paese in cui le libertà fondamentali previste dalla costituzione per i cittadini vengono palesemente violate”.

E ora verranno violate anche con il programma Smart Cities in Zimbabwe. È portato avanti dalle società cinesi Huawei, Cloudwalk Technologies e Hikvision che potranno installare la tecnologia di riconoscimento facciale negli spazi pubblici.

E la Cina potrà identificare i volti delle persone con carnagioni scure grazie all’intelligenza artificiale.

Sandro Pintus
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Incurante dei colpi di Stato e dei golpisti e dei tagliagole, l’Italia va alla guerra anche in Burkina Faso

Speciale Per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
12 maggio 2023

Burkina Faso: due colpi di stato in meno di un anno, la rottura dei rapporti militari con la Francia, l’avvicinamento con Mosca e adesso anche la partnership con l’Italia per combattere le organizzazioni armate islamiche radicali.

Il 1° maggio il Consiglio dei ministri, su proposta della presidente Giorgia Meloni e del ministro degli Esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, ha deliberato la prosecuzione delle operazioni delle forze armate in innumerevoli scacchieri internazionali e – a sorpresa – l’avvio di una nuova missione bilaterale “di supporto alle forze del Repubblica del Burkina Faso impegnate contro le milizie jihadiste”.

Missioni militari italiane

Tempi, onere finanziario e modalità con cui sarà realizzato l’ennesimo intervento militare italiano in territorio africano saranno comunicati alle Camere nelle prossime settimane.

L’Italia ha firmato nel luglio del 2019 un accordo di cooperazione nel settore della difesa con il governo burkinabé guidato al tempo dal primo ministro Christophe Joseph Marie Debiré

A sottoscriverlo l’allora ministra della Difesa, Elisabetta Trenta (M5S) e il ministro della Difesa Nazionale e dei Veterani, Moumina Chériff Sy: “Sanciamo la comune ferma volontà di rafforzare le relazioni bilaterali, con l’intento di ampliarle a specifiche aree di cooperazione, come la lotta al terrorismo e le attività di capacity building”, spiegava la nota della Difesa.

Poi aggiungeva: “L’Accordo con il Burkina Faso sottolinea la significativa importanza che l’Italia dà alla cooperazione con l’Africa, in special modo con i Paesi del Sahel, con l’obiettivo di supportarli nel loro percorso di stabilizzazione e sviluppo. Il miglioramento delle condizioni di sicurezza di quest’area rappresenta un aspetto imprescindibile di questo nostro impegno e, le Forze Armate italiane, fianco a fianco con la nostra cooperazione internazionale, sono particolarmente impegnate in tal senso”.

Composto da 12 articoli, l’Accordo prevede lo sviluppo e la ricerca, il supporto logistico e l’acquisizione di prodotti e servizi; lo svolgimento di visite reciproche di delegazioni di personale civile e militare; la formazione e l’addestramento; la partecipazione a corsi teorici e pratici, a periodi di orientamento, seminari, conferenze, dibattiti e simposi organizzati presso enti civili e militari; il “sostegno a iniziative commerciali relative ai materiali e ai servizi della Difesa”

L’Italia si impegna inoltre ad esportare al paese africano diversi sistemi di guerra come aeromobili ed elicotteri militari, sistemi aerospaziali e relativo equipaggiamento; carri e veicoli armati; armi da fuoco automatiche e relative munizioni; armamento di medio e grosso calibro; bombe, mine (“eccetto quelle anti-uomo”), missili, razzi e siluri; polveri,  esplosivi e propellenti; sistemi elettronici, elettro-ottici e fotografici; materiali speciali blindati.

Il disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell’accordo bilaterale è stato approvato il 12 dicembre 2019 dal Consiglio dei ministri (premier Giuseppe Conte, proponenti il titolare degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio e quello della Difesa Lorenzo Guerini) ed è approdato in Parlamento nel gennaio 2020, per essere approvato in via definitiva il 29 aprile 2021 quando alla guida dell’esecutivo c’era il banchiere Mario Draghi, mentre ministri degli Esteri e della Difesa erano stati confermati Di Maio e Guerini.

“Quanto alle relazioni bilaterali, il crescente rilievo italiano per lo Stato saheliano è evidenziato dalla recente apertura di una nostra ambasciata nella capitale burkinabè”, riportava il governo nella Scheda di presentazione dell’Accordo alle Camere.

“Il Burkina Faso si è inoltre confermato nel triennio 2017-2019 tra i 22 Paesi prioritari della Cooperazione italiana individuati nel relativo documento di programmazione ed indirizzo; tale posizionamento evidenza il ruolo di primo piano del Paese nel contesto della regione saheliana e la volontà dell’Italia di rafforzare il proprio partenariato, anche in risposta alla crisi alimentare determinata dalle emergenze climatiche ed ambientali, dalla dinamica dei prezzi delle derrate alimentari e, da ultimo, dall’afflusso di popolazioni provenienti dal Mali (…) La presenza della cooperazione italiana in Burkina Faso data oltre 25 anni, durante i quali il Paese è stato destinatario di 107 milioni di euro a dono”.

Cooperazione ibrida umanitaria-militare quella italiana, dove ancora una volta si sono mescolati interessi geostrategici, affari per il comparto bellico- industriale ed energetico e le sanguinose politiche di contrasto dei flussi migratori verso il Mediterraneo.

“L’Italia attribuisce una grande importanza al Burkina Faso per la stabilizzazione del Sahel e la recente firma dell’accordo di cooperazione in materia di difesa consentirà di aumentare la collaborazione bilaterale per la formazione nei settori del controllo delle frontiere e della lotta ai traffici illeciti”, ha dichiarato la viceministra Emanuela Del Re all’incontro con il Presidente Roch Mark Kaboré durante l’Assemblea Generale dell’Alleanza G5 in Mauritania (25 gennaio 2020).

Kaboré è stato arrestato il 24 gennaio 2022 da un golpe militare; il successivo 30 settembre 2022 la capitale Ouagadougou è stata investita da un nuovo putsch guidato da una fazione avversa dell’esercito.

Il governo ad interim è  stato sciolto e sono stati imposti il coprifuoco notturno e la chiusura dei confini e degli spazi aerei nazionali; la leadership del Paese è stata assunta dal comandante delle forze speciali Cobra, Ibrahim Traoré (presidente) e dall’avvocato Apollinaire Joachim Kyélem di Tambela (primo ministro).

“Il Burkina Faso è un Paese importantissimo per l’Unione europea e per l’Italia: per questo il colpo di stato militare ci preoccupa enormemente”, ha dichiarato il 25 gennaio 2022 ad Agenzia Nova ancora Emanuela Del Re, promossa a Rappresentante speciale UE per il Sahel.

“Le motivazioni alla base del colpo di Stato sono profonde e vanno ricercate nei serissimi problemi di sicurezza, con i continui attacchi terroristici e di gruppi armati ai danni della popolazione e delle forze armate, nei problemi economici, nella corruzione diffusa, nella mancanza di accesso ai servizi di base”.

Nella stessa intervista Emanuela Del Re ha ricordato la sua ultima visita in Burkina Faso nel novembre 2021 e l’incontro ancora una volta con il presidente Kaboré e le più alte cariche dello Stato.

“Avevo percepito crescenti tensioni – ha spiegato la rappresentante UE -. Sull’instabilità locale incidono anche problemi tra le forze militari e le numerose morti di soldati caduti negli ultimi mesi in missione per mano di terroristi, nonché le difficili condizioni per le forze armate che non sono dotate di equipaggiamenti adeguati e, in alcuni casi, non hanno accesso ai ristori necessari quando si trovano in missione in zone remote”.

La centralità strategica del Sahel per il sistema Italia, da “difendere” con ogni mezzo anche a costo di stringere alleanze con golpisti e contro-golpisti, è stata ribadita dal Documento programmatico pluriannuale della Difesa per il triennio 2022-24, presentata dall’ex ministro Pd, Lorenzo Guerini.

“Gli impegni internazionali in Sahel prevedono la prosecuzione della strutturazione dell’impegno della Difesa nell’area che comprende il Mali, il Niger e il Burkina Faso, integrando attività multilaterali, di coalizione e di carattere bilaterale”, vi si legge.

“Tale sforzo, in un ambiente estremamente complesso per dimensioni, caratteristiche fisiche, geografiche e ambientali, attori coinvolti, mira anche a sviluppare una continuità e profondità operativa all’impegno nel continente africano, in un’ideale saldatura tra nord Africa e fascia saheliana e nell’ottica della massimizzazione dell’efficacia del nostro contributo alla lotta al terrorismo e alla stabilizzazione del quadrante.

Sulla base degli sviluppi politici interni e internazionali, si rivaluteranno costantemente i livelli d’impegno in iniziative internazionali in Mali e potenzialmente in Burkina Faso, dando invece priorità al supporto di natura  bilaterale verso il Niger, le cui autorità politiche paiono garantire una stabilità di medio termine che risulta fondamentale per capitalizzare gli sforzi di costruzione delle capacità locali”.

In questi ultimi mesi il quadro delle relazioni internazionali del regime di Ouagadougou è mutato radicalmente: a gennaio è stato revocato unilateralmente l’accordo di cooperazione militare sottoscritto con la Francia nel 2018, mentre sia il presidente della prima giunta golpista (Paul-Henri Sandaogo Damiba) sia quello odierno di transizione (Ibrahim Traoré) hanno intensificato i contatti con la Russia e da più fonti viene denunciata la presenza di contractor della società Wagner in alcune aree di conflitto del Paese.

Il cambio di interlocutori – così come l’escalation negli scontri armati e le drammatiche violazioni dei diritti umani – non sembrano però preoccupare il governo Meloni che si dichiara invece pronto ad avviare la (dis)avventura in territorio burkiné

Tra le nuove missioni per l’anno 2023 è stata prevista anche la partecipazione di personale militare all’European Union Military Assistance Mission in Ucraina (supporto al riequipaggiamento ed addestramento delle forze ucraine); all’European Union Border Assistance in Libya (supporto al controllo dei confini libici contro i traffici illeciti); all’European Union Military Partnership Mission in Niger (supporto alle forze nigerine impegnate contro le milizie jihadiste).

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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Tunisia: attentato davanti alla sinagoga di Gerba, evitata una strage

  • Speciale per Africa ExPress
    Cornelia I. Toelgyes
    11 maggio 2023

La sera del 9 maggio, un gendarme della guardia nazionale marittima tunisina ha ucciso cinque persone durante un assalto alla sinagoga di Ghriba, sull’isola di Gerba, nel sud della Tunisia.

Attentato davanti alla sinagoga di Gerba

L’agente ha freddato all’istante due persone di fede ebraica, tra loro un franco-tunisino di 42 anni e suo cugino, Aviel Haddad, tunisino-israeliano di 30 anni, ma residente a Gerba e due membri delle forze di sicurezza tunisine. L’assalitore è stato poi ammazzato dalla guardia nazionale. Ieri è deceduto un altro gendarme a causa delle gravi ferite riportate durante l’assalto. Salgono così a 6, compreso l’aggressore, i morti dell’attacco alla sinagoga.

La sinagoga El Ghriba di Gerba, in Tunisia, è la più antica di tutta l’Africa ed è uno dei luoghi più sacri del mondo ebraico; in occasione del trentatreismo giorno della pasqua giudaica (pesach) è meta di migliaia di pellegrini ebrei dal mondo intero.

Secondo il ministero degli Interni tunisino la sanguinaria aggressione è sviluppata in due fasi: il gendarme, autore dell’attentato, ha dapprima ucciso uno dei suoi colleghi, impadronendosi poi delle sue munizioni.

Si è quindi recato immediatamente verso la sinagoga dove ha aperto il fuoco prima di essere colpito.

Un membro delle forze di sicurezza e due pellegrini sono stati uccisi dagli spari dell’aggressore, mentre altre cinque persone sono state ferite ed evacuate in ospedale. Tra loro un altro membro delle forze dell’ordine morto più tardi, ha aggiunto il ministero. Indagini più approfondite sono in corso.

Il fatto ci riporta all’attentato dell’11 aprile 2002, quando un’autocisterna è esplosa davanti alla sinagoga El Ghriba. La strage, che ha ucciso 21 persone tra loro anche 14 turisti tedeschi, oltre all’attentatore suicida, è poi stato rivendicato da al-Qaeda.

Da allora Tunisi ha sempre messo in campo enormi dispositivi di sicurezza durante il periodo del pellegrinaggio alla sinagoga di Gerba, ma evidentemente si è rivelato insufficiente. L’intervento della guardia nazionale è stato immediato evitando una strage.

Ieri sera il presidente della Tunisia, Kaïs Saïed, ha dichiarato che “l’obiettivo degli autori della vile operazione criminale sull’isola di Gerba, oltre a rovinare la stagione turistica, è un atto volto a destabilizzare il Paese”.

Intanto ci si interroga se L’attentato è stato messo a segno da un lupo solitario o da una gang organizzata. Si spera che le indagini in corso possano fare luce su cosa o chi abbia spinto il gendarme della guardia nazionale marittima ad aprire il fuoco.

Intanto anche La Procura nazionale antiterrorismo di Parigi ha aperto un’inchiesta, visto che una delle vittime di Gerba è un cittadino francese, Benjamin Haddad, di Marsiglia, dove gestiva una panetteria kosher, dove il cibo viene preparato rispettando le regole religiose che governano l’alimentazione degli ebrei osservanti.

Il nuovo attacco ha scosso la comunità ebraica tunisina dell’isola. Vi abitano ancora 1.500 ebrei. Ma di fronte a questo nuovo attentato, alcuni si chiedono se siano ancora al sicuro in Tunisia.

La sinagoga El-Ghriba, Gerba,Tunisia

Le prime testimonianze della presenza degli ebrei a Gerba, documentate da Tertulliano (scrittore romano e apologeta cristiano), risalgono al secondo secolo.

La sinagoga El-Ghriba è stata per anni il centro di una tra le più fiorenti e attive comunità ebraiche del mondo arabo. Fino al 1967 in Tunisia risiedevano oltre centomila ebrei; oggi sono meno di millecinquecento. Molti hanno lasciato il Paese a causa del contesto economico e politico. La maggior parte degli ebrei dell’isola si è trasferita in Israele, altri in Francia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Tunisia: pellegrinaggio alla sinagoga El Ghriba a Gerba, la più antica dell’Africa

Tre anni fa si concludeva la prigionia di Silvia Romano in Somalia: ma i tanti misteri di quel rapimento anomalo restano

Africa ExPress
Milano, 10 maggio 2023

Tre anni fa, il 10 maggio 2020, Silvia Romano, la ragazza rapita in Kenya nel novembre 2018 e portata in Somalia, ritornava casa a Milano, rilasciata dai suoi rapitori qualche giorno prima.

Sul rapimento di Silvia, Africa Express aveva potuto realizzare diverse inchieste e reportage resi possibili dal finanziamento dei nostri lettori. Pochi mesi dopo, la trasmissione televisiva Le Iene aveva mandato in onda ben quattro puntate in cui aveva dimostrato un coinvolgimento dei servizi segreti. Erano a conoscenza che quello scritto nelle cronache era solo una piccola parte di quanto era emerso sul rapimento.

Silvia è rientrata in Italia musulmana convinta. Ha sposato un amico che conosceva prima del rapimento e, guarda caso, convertito all’islam. E ha un bambino. Non abita più a Milano ma si è trasferita poco lontano.

Ma al di là dei suoi fatti personali, che riguardano solo lei, quello che interessa sapere cosa si nasconde dietro quel rapimento, perché i servizi segreti italiano hanno avuto un ruolo non solo investigativo, quali interessi hanno voluto difendere e, soprattutto, perché nessuno ha voluto rispondere alle domande poste da Africa ExPress e dalle Iene.

Riproponiamo qui l’articolo che abbiamo pubblicato in occasione della liberazione di Silva Romano tre anni fa.

Africa Express
twitter@africexp
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Il capo del commando che ha rapito Silvia
arrestato ma è tornato in libertà

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
9 maggio 2020

Silvia e libera e oggi pomeriggio sarà in Italia. Altro che una ragazzina. Silvia è una grande donna a giudicare dalle prime parole: “Ho stretto i denti e ho resistito”. In attesa di conoscere i dettagli della sua liberazione cerchiamo di capire cosa c’è dietro il suo sequestro.

Una cosa è certa: Ibrahim Adhan Omar, Moses Luari Chende e Abdulla Gababa Wario fanno parte del commando che il 20 novembre 2018 ha rapito Silvia Romano nel povero villaggio di Chakama, in Kenya a un centinaio di chilometri da Malindi. Con loro altre quattro o cinque persone da allora irreperibili. Balordi Moses e Abdulla, capobanda invece Ibrahim Adhan Omar che avrebbe pianificato l’assalto e il rapimento.

L’unico veramente pericoloso, Ibrahim è stato arrestato a metà dicembre 2018 in un villaggio vicino Garissa. Nel suo covo i poliziotti hanno trovato un kalashnikov e un paio di casse di munizioni. Non è riuscito a dare una spiegazione plausibile ed è stato arrestato. Le prime indagini hanno appurato che era un cittadino somalo che aveva ottenuto i documenti kenioti corrompendo la commissione preposta a concedere naturalizzazioni e cittadinanze.

Silvia con la sua amica Alice

Nonostante un cospicuo  curriculum pieno di reati di tutto rispetto, in galera c’è rimasto poco: infatti dopo aver pagato una cauzione pari a 25 mila euro (una cifra esorbitante da quelle parti) è stato rilasciato. Ha partecipato a un’udienza del processo e poi è sparito.

La decisione della Corte del tribunale di Malindi e della giudice Julie Oseko di concedere la libertà su cauzione era stata criticata duramente dalla rappresentante della pubblica accusa, Alice Mathagani, e dal capo della polizia, incaricato delle indagini, Peter Gachaja Murithi, che in un colloquio con  Africa ExPress avevano esclamato quasi all’unisono: “Ma è una violazione della legge concedere la possibilità di pagare e uscire di galera. L’incriminazione è troppo grave e non permette una scappatoia di questo genere”.

Infatti una volta fuori di galera Ibrahim aveva fatto perdere le sue tracce. Peter Gachaja, aveva sommessamente avanzato l’ipotesi che l’accusato potesse essere stato ucciso per non farlo parlare e raccontare i dettagli del rapimento. Dal canto suo Alice Mathagani aveva definito il sequestro “su commissione”.  A tutt’oggi di lui non si sa più nulla.

Silvia e la sua amica del cuore Alice in piscina a Milano nell’estate del 2017

Anche la fedina penale di Moses Luari Chende è di tutto rispetto. Era stato trovato con le mani nel sacco con una banda di bracconieri a caccia di elefanti. Probabilmente per questo è stato arruolato dai rapitori. Lui conosce molto bene i territori che sono a cavallo tra la Somalia e il Kenya e si muove come un pesce nell’acqua nell’impenetrabile foresta di Boni che è al confine tra i due Paesi e dove è stata portata Silvia subito dopo il rapimento. Per i suoi servigi Moses avrebbe dovuto essere ricompensato con 100 mila scellini, più o meno 900 euro ma invece gli altri banditi, la notte del rapimento, l’avevano abbandonato nelle foresta con un “Ci vediamo domani” e invece erano spariti. Questo racconto l’ha fatto alla polizia quando a metà dicembre era stato catturato e gettato in guardina. Anche lui ha pagato la cauzione (sempre 25 mila euro), è tornato in libertà, ma a differenza di Ibrahim non è scappato. “L’abbiamo messo sotto torchio – avevano raccontato alla polizia – ma non ci ha raccontato nulla”.

Il terzo uomo Abdulla Gababa Wario, sembra invece sia stato arruolato come pura manovalanza. Conosciuto dalla polizia keniota per piccoli furti e altri reati è l’unico che non è riuscito a trovare un amico pronto a pagare la cauzione. E così è rimasto in galera tutto il tempo senza riuscire neanche a spiegare perché faceva parte del commando.

Durante l’inchiesta svolta da Africa ExPress (resa possibile dal determinante aiuto finanziario dei nostri lettori) e dal Fatto Quotidiano erano emerse due tesi sulla sorte di Silvia: quella catastrofista dell’esercito secondo cui la ragazza era morta e c’era da mettersi l’animo in pace e quella degli inquirenti, la pubblica accusa e la polizia, che non hanno mai smesso di pensare che Silvia fosse viva.

Secondo la loro opinione subito dopo il rapimento la volontaria di Africa Milele è stata tenuta prigioniera in Kenya. Le frontiere erano sigillate. Quando la sorveglianza si è allentata è stata trasferita in Somalia a un primo gruppo ma è rimasta nel sud dell’ex colonia italiana. Solo più tardi è stata portata verso Mogadiscio, nella zona della città portuale di Merca. Ed è lì che turchi e somali l’hanno trovata.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

N.B. Le foto pubblicate in quest’articolo erano conservate nell’archivio di Africa ExPress. Non le abbiamo pubblicate prima proprio per rispetto a Silvia e per evitare che qualcuno potesse usarle per qualche secondo recondito fine. Ora sono sul nostro sito visibili a tutti