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Niger: la giunta si rafforza e si prepara a un possibile intervento regionale

Associated Press
Chinedu Asadu
Abuja, 29 agosto 2023

I soldati ammutinati che hanno rovesciato il presidente nigerino Mohamed Bazoum, eletto democraticamente, hanno annunciato nel fine settimana una serie di misure che, secondo gli analisti, mirano a rafforzare la loro presa sul potere e a prepararsi a difendersi da qualsiasi tentativo militare da parte dei leader regionali di reintegrare Bazoum.

Tchiani, capo dei golpisti

La giunta militare guidata dal generale di brigata Abdrahmane Tchiani ha ordinato alle forze armate nigeriane di entrare in stato di massima allerta per “minacce di aggressione al territorio nazionale” e ha chiesto ai governi a guida golpista dei vicini Mali e Burkina Faso di inviare truppe per aiutarli a difenderli.

Ha inoltre imposto all’ambasciatore francese di partire entro lunedì e ha organizzato una manifestazione per raccogliere consensi e costringere le truppe francesi a lasciare il Paese.

A Parigi presidente Emmanuel Macron ha dichiarato lunedì che il suo ambasciatore rimarrà in Niger. Macron ha parlato con fermezza contro i leader del colpo di Stato, insistendo sul fatto che la Francia non è nemica del Niger.
“La nostra politica è quella giusta. Dipende dal coraggio del presidente Mohamed Bazoum, dall’impegno dei nostri diplomatici e del nostro ambasciatore in loco, che rimane nonostante le pressioni”, ha detto Macron a un incontro di diplomatici francesi a Parigi.

Emmanuel Macron, il presidente francese

Seidik Abba, ricercatore nigeriano e presidente del Centro internazionale di riflessione e studi sul Sahel, con sede a Parigi, ha affermato che la giunta sta cercando di rafforzare la propria posizione e di respingere i tentativi del blocco regionale dell’Africa occidentale, l’ECOWAS, di fare pressione sul governo militare affinché revochi il colpo di Stato.

“Il rischio di una guerra (tra il Niger e il blocco regionale) è ancora piuttosto alto”, ha dichiarato Nate Allen, professore associato presso l’Africa Center for Strategic Studies. Ha detto che la giunta si sta allineando con i regimi del Mali e del Burkina Faso in “un forte orientamento anti-occidentale e pro-autoritario”.

L’ECOWAS ha dichiarato di dover annullare il colpo di Stato in Niger per “fermare la spirale dei colpi di Stato” in Africa occidentale. In un incontro sabato con Molly Phee, il più alto diplomatico statunitense per gli affari africani, il presidente del blocco, il capodivisioni Stato nigeriano Bola Tinubu, ha accusato la giunta nigerina di cercare di “guadagnare tempo” dopo il fallimento dei colloqui per reintegrare Bazoum, che rimane in carcere.

“Il consenso dell’ECOWAS è che non permetteremo a nessuno di guadagnare tempo in modo insincero”, ha dichiarato Tinubu, aggiungendo di aver frenato il blocco “nonostante la sua disponibilità a tutte le opzioni” che potrebbero includere un intervento militare in Niger.

Prima dell’estromissione di Bazoum, avvenuta il mese scorso, il Niger, ex colonia francese, era considerato l’ultimo grande partner dell’Occidente contro la violenza jihadista nella regione del Sahel, al di sotto del deserto del Sahara, dove si respira un sentimento antifrancese.

La rottura dei legami con i francesi, avvenuta dopo i colpi di stato militari in Mali e Burkina Faso, mostra “un nuovo ordine mondiale che sta emergendo nel Sahel e in un certo senso segna la fine dello stato post-coloniale in molti di questi Paesi” colonizzati dalla Francia, ha affermato Abba, ricercatore del Sahel.

Tinubu, leader dell’ECOWAS e presidente della Nigeria

L’ECOWAS non ha fornito dettagli su come si configurerebbe un intervento militare, se non che sarebbe guidato da una cosiddetta forza di attesa. Il Mali e il Burkina Faso sono entrambi alle prese con problemi di sicurezza interna, mentre la Nigeria, anch’essa alle prese con violenze sanguirarie, costituisce circa la metà dei circa 450.000 effettivi militari dei restanti 11 Stati membri del blocco. Anche la Guinea è tra i Paesi che si sono schierati con il Niger.

Il blocco si trova in una posizione difficile a causa dell’alleanza Niger-Mali-Burkina Faso e dei suoi interventi passati spesso dipendenti dal sostegno internazionale, ha detto Allen dell’Africa Center for Strategic Studies.

I leader del colpo di Stato in Niger “hanno intenzione di rimanere al potere a lungo – è il parere di Allen – . Questo è uno schema tipico che abbiamo visto nei regimi militari… non si accontentano di rimanere al potere per un periodo breve, vogliono restare in sella per un periodo di tempo molto lungo”.

Chinedu Asadu

La scrittrice dell’Associated Press Angela Charlton a Parigi ha contribuito a questo articolo.

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Mondiali di Atletica 2023 a Budapest: il Kenya primo Paese africano grazie alle sue donne

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
29 agosto 2023

Le prime gare le ha vinte correndo scalza. Con la gravidanza ha messo su 19 chili. Pochi mesi dopo il parto ha ripreso a correre e a vincere. E non si è più fermata. Che donna.

Faith Kipyegon, Kenya, la stella dei Mondiali di Atletica, Budapest 2023

Più che una donna, un mito; più che un’atleta, un’icona del Kenya, consacrata anche ufficialmente dal presidente Ruto l’inverno scorso. Ecco perché c’è chi ha detto che il più grande uomo del Kenya ai Mondiali di Atletica leggera conclusisi domenica a Budapest, è stato una…. donna: Faith Kipyegon, 29 anni, nata a Ndabibit, vicino a Keringet, (circa 230 km da Nairobi), nella regione di Nakuru. In 4 giorni sulle rive del Danubio è stata semplicemente mostruosa: il 22 agosto ha centrato il terzo mondiale di fila nei 1500 metri. Il 26 agosto ha dominato i 5 mila, la prima donna a realizzare questa doppietta.

È stato il coronamento una stagione da sogno. Il 2 giugno a Firenze aveva stabilito il record mondiale sui 1500, una settimana dopo a Parigi si era ripetuta sui 5 mila. E il 24 luglio aveva segnato il nuovo primato planetario sul miglio nel principato di Monaco. Terzo record in 2 mesi.

Nel 2016 alle Olimpiadi di Rio de Janeiro si era cinta d’oro sui 1500, poi si era ritirata dallo sport per far nascere, nel 2018, la bambina Alyn. Però nel 2020 era riemersa alle Olimpiadi di Tokio per fregiarsi ancora dell’oro. Come fa il Danubio che sprofonda alle Porte di Ferro per ricomparire maestoso, inarrestabile.

Grazie alle sue due medaglie d’oro conquistate ora nel “Centro nazionale di Atletica leggera” sulla sponda orientale proprio del Danubio, Faith ha salvato dal naufragio lo sport del suo Paese.

Gli atleti maschi di Nairobi, infatti, hanno clamorosamente deluso in tante gare, dagli 800, ai 1500, ai 10 mila metri e alle maratone. Parziale consolazione da un’altra esponente del sesso cosiddetto debole, Mary Moraa, 23 anni. In una delle ultimissime gare del campionato mondiale, gli 800 metri, domenica sera, la Moraa ha surclassato la superfavorita, statunitense Athing Mu, 21 anni, e ha dato la terza medaglia d’oro al suo Paese.

Mary Moraa, Kenya

Una gran bella soddisfazione per la Moraa, che ha avuto un’infanzia molto difficile: rimasta orfana di entrambi i genitori a due anni, è stata allevata dai nonni a Kisii, città nella zona sudoccidentale al centro del circuito turistico che include le celebri mete del Masai Mara e del Ruma National Park.

La brillante attività sportiva ha consentito alla giovane mezzofondista di proseguire gli studi con una borsa di studio. Il successo negli 800 metri ha fatto sì che  (sia pure all’ultimo momento) il Kenya superasse la “concorrente” Etiopia nel conteggio delle medaglie d’oro: tre a due.

Sarebbero potute essere quattro le medaglie più pregiate dopo i 3 mila siepi donne. Questa corsa, infatti, sempre nella tarda serata di domenica, ha visto il seguente ordine di arrivo: prima Winfred Yavi, 24 anni, (Bahrein), 2ª Beatrice Chepkoech, 32, (Kenya), 3ª Faith Cherotich, 19, (Kenya)! Poteva essere un en plein nero, rosso e verde, in quanto la Yavi è nata in Kenya ed è cittadina della nazione mediorientale dal 2016.

Complessivamente, comunque, grazie alle sue donne il Kenya salva la faccia ed è primo nel medagliere dei Paesi africani. Terzo è l’Uganda, ormai entrato nell’Olimpo dei grandi: due primi posti sui 10 mila metri con Joshua Cheptegei, 26 anni, e sulla maratona con Victor Kiplangat, appena 23enne.

Distintivo pregiato anche per il Marocco: il suo fuoriclasse, Soufiane El Bakkali, 27 anni, ha dominato per la seconda volta consecutiva i 3 mila siepi uomini. È, per lui, la quarta medaglia di fila: nel 2017 argento a Londra, bronzo a Doha nel 2019, oro a Eugene (Oregon, Usa) nel 2022.

Anche in questa specialità, il Kenya maschile, un tempo inarrestabile, ha fallito: Abraham Kibiwot, 27 anni, si è dovuto accontentare del bronzo. Sconfortante anche la conclusione degli 800 metri: la vittoria è sfuggita al giovanissimo ex pastorello Emmanuel Wanyonyi, 19 anni, che lasciò le scuole (in terza elementare) per rientrarvi sette anni dopo. È stato bruciato sul traguardo da Marco Arop, 24, canadese di Khartoum! Anche su questa distanza il Kenya spadroneggiava. Non per niente il record mondiale maschile e femminile appartengono a due kenyani: David Rudisha e Pamela Jelimo.

Insomma, dalle parti di Nairobi ai mondiali di Budapest è suonato un campanello d’allarme. Per fortuna keep Faith, abbi fede, si dice riferendosi al nome della Kipyegon e alla sua determinazione. “La mia esperienza dice che la maternità non deve essere la fine, ma un nuovo inizio. La maternità mia ha reso più forte, è questo il messaggio che lancio alle donne del Kenya”, è solita ripetere la campionessa.

Da Budapest viene anche un altro esempio di coraggio. Nell’Ungheria di Viktor Orban, che – come comunica “Vie di Fuga-Osservatorio permanente sui rifugiati – nel 2022 ha concesso asilo a 30 rifugiati e si sono presentati anche sei atleti in rappresentanza dei rifugiati. L’ultimo a scendere in pista è stato, domenica mattina, Omar Hassan, classe 1990, esordiente nella maratona, fuggito dall’Etiopia nel 2014. Si è classificato al 41° posto su 60 arrivati, a circa 9 minuti dal vincitore Victor Kiplangat.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Nobiltà e miserie dell’atletica keniota

 

 

Proteste in Libia: ministro Esteri fugge in Turchia dopo incontro con collega israeliano a Roma

Africa ExPress
28 agosto 2023

Il primo ministro libico, Abdulhamid al-Dbeibah, a capo del governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli, ha licenziato poche ore fa il ministro degli Affari Esteri, Najla el-Mangoush, sperando in tal modo di contenere le polemiche e la rabbia che hanno suscitato l’incontro, avvenuto a Roma la scorsa settimana, con il suo omologo israeliano Eli Cohen.

Ex ministro degli Esteri libico, silurato dal premier, fugge in Turchia

La signora el-Mangoush ha sostenuto che il meeting con Cohen è stato casuale e non pianificato. Il capo della diplomazia israeliana ha ringraziato il nostro vicepremier e capo della Farnesina, Antonio Tajani, per aver ospitato l’incontro. Il ministro degli Esteri di Tripoli ha sottolineato che durante la riunione ha ribadito più volte il sostegno del suo Paese ai palestinesi. Ma un alto funzionario israeliano ha riferito a Reuters che il meeting tra i due sarebbe durato più di due ore e approvato dai più alti livelli libici.

In un comunicato Cohen ha specificato di aver parlato con la sua controparte libica del grande potenziale che le relazioni tra i due Paesi possono offrire e dell’importanza della preservazione del patrimonio ebraico in Libia.

Yair Lapid, deputato dell’opposizione israeliana, non ha apprezzato l’incontro tra i due ministri e, senza giri di parole, ha detto che non ci si può fidare di questo governo per gestire questioni diplomatiche delicate.

Il meeting doveva restare segreto. Gli Stati Uniti sono furiosi per le rivelazioni fatte da Cohen.

Insomma, la disputa sollevata dall’incontro tra i due ministri degli Esteri, ha scatenato rabbia e malcontento in Libia, alimentando così la crisi politica interna del Paese in un momento già molto critico, visto che il futuro del governo ad interim di al-Dbeibah era già in discussione da tempo. Il capo del Consiglio presidenziale libico, Mohammed Menfi, ha chiesto spiegazioni al premier di Tripoli.

Eli Cohen, ministro degli Esteri israeliano

La el-Mangoush, come ha riferito il New York Times, sarebbe in fuga verso la Turchia perché teme per la sua incolumità, dopo le gravi polemiche a livello politico e le proteste in diverse città libiche. Un collaboratore del ministro, Salmin Asaad, ha chiarito via whatsapp: “La gente è arrabbiata, stanno appiccando incendi in segno di protesta. Ha lasciato il Paese per problemi di sicurezza”.

Proteste in Libia dopo l’incontri del ministro degli Esteri con il suo omologo israeliano a Roma

Va ricordato che l’Italia ha un piccolo contingente nel Paese, MIASIT (Missione bilaterale di Supporto e Assistenza in Libia). Il Comando della Missione è schierato a Tripoli, mentre la Task Force, che comprende anche un ospedale da campo, si trova a Misurata.

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Niger: il colpo di Stato della vergogna e il fallimento della politica

Speciale per Africa Express
Mauro Armanino
Niamey, 27 agosto 2023

In realtà è lei, la vergogna, che ha provocato e poi accompagnato il colpo di Stato di Niamey del 26 luglio scorso. Scomparsa da quasi dappertutto la vergogna, intesa come un … profondo e amaro turbamento interiore che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole o disonorevole… era introvabile.

Una scomparsa graduale, metodica e capillare, quella della vergogna, che non ha risparmiato alcun ambito, professione e circostanza. Proprio lei, dunque, è l’autrice principale del golpe militare che ha destituito il presidente.

L’ha fatto anzitutto per lei, per non scomparire del tutto dalla storia e dalla cronaca quotidiana ma anche per chi, come noi, avendo agito (oppure omesso di agire) o parlato in maniera disonorevole desidera in qualche modo riscattarsi. Tra il colpo di Stato e la vergogna c’è una relazione di mutua dipendenza e complicità.

Era infatti insopportabile continuare a trattare la politica in questo modo. Senza vergogna si trattava la cosa pubblica come un affare privato e la “transumanza” di eletti ed elettori da un partito politico all’altro si accordava con la maggioranza del momento. La costituzione della repubblica, l’applicazione della giustizia, l’assemblea legislativa e l’esecutivo erano trattati in funzione dell’affiliazione partitica.

I contratti e bandi di concorso per i vari cantieri in progetto erano affidati con estrema disinvoltura a seconda delle ricompense elettorali o di future alleanze di governo. Senza vergogna si viveva la politica come avvenimento elettorale finalizzato all’accaparramento e la gestione amministrativa del potere.

Lo spazio politico, inteso come esperienza di dialogo e liberazione della parola su un progetto comune di società, è stato gradualmente confiscato e reso obsoleto dal nuovo e implicito “ministero della verità” di regime.

Niger, tra i Paesi più poveri al mondo

La vergogna è stata altresì espunta dalla scelta delle sanzioni economico e commerciali che, com’è noto ormai a tutti, sono deleterie per i più poveri e infliggono sofferenze a chi le perpetra e a chi le subisce. Senza vergogna vengono decise, condotte, precisate, applicate e giustificate da chi ha preso in ostaggio i popoli della sotto-regione soprattutto per assicurare e garantire a tempo indeterminato il proprio potere.

Identificare gli Stati, una creazione recente e ambigua, coi popoli è una truffa o, se vogliamo, un’indebita confusione che fa il gioco di chi usa il popolo come merce di scambio per manipolare la sovranità.

Peggio ancora qualora si trattasse di innescare un intervento armato per riportare nel Paese un’ipotetica democrazia costituzionale. Sotto qualunque formato esso si presenti la stessa vergogna sarebbe tra le vittime collaterali dell’intervento. La guerra è sempre un’avventura senza ritorno, come scrisse qualcuno. 

La vergogna è l’ espressione di un disonore umiliante e sembra, come tale, latitante nell’ambito, sappiamo quanto importante, della creazione di condizioni di vita degradanti in una vasta porzione di popolo.

Dal cibo all’educazione scolastica, dalla salute alla casa, dal lavoro alle prospettive d’avvenire per i propri figli, tutto sembra inghiottito dalla miseria quotidiana. Si sopravvive con nulla o poco più e si spera che l’indomani porti qualcosa di differente e che il Dio dei poveri si accorga di quanti gridano e tendono le mani.

In effetti è proprio l’educazione alla mendicità che, strada facendo, caratterizza le relazioni e le classi sociali. Centinaia di piccoli scolari senza scuola sono inviati ogni giorno sulle strade delle città per mendicare e per chi ha lavorato poi, si tratta di mendicare il salario.

Si mendica un posto in paradiso e nei taxi, in università e persino in carcere dove, per strano possa sembrare, si paga per trovare un posto per dormire in cella. 

Forse, con l’aria di scusarsi per il ritardo, la vergogna tornerà ancora a bussare alla porta della giustizia.

Mauro Armanino
libersma@yahoo.co.uk

In viaggio verso Niamey: i variopinti incontri che si fanno in transito negli aeroporti africani

                                                                                    

Sudafrica, i Paesi  Brics diventano undici, tra questi anche Iran e Arabia Saudita

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
27 agosto 2023

La famiglia dei cinque Paesi che formano BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) cresce. Dal 1° gennaio 2024 sarà composta da undici membri con l’ingresso di Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

È il risultato più importante del XV Brics Business Forum che si è svolto in Sudafrica, a Johannesburg dal 22 al 24 agosto. Alla presidenza del Forum c’erano: Inácio Lula da Silva, presidente brasiliano; Narendra Modi, premier indiano; Cyril Ramaphosa, presidente sudafricano e il presidente cinese Xi Jinping. Grande assente Vladimir Putin, rappresentato dal suo ministro degli Esteri, Sergey Lavrov.

“Brics e Africa: approfondire il partenariato, promuovere la crescita reciproca, raggiungere lo sviluppo sostenibile e rafforzare il multilateralismo inclusivo”. Era il titolo dell’incontro – alquanto ambizioso – che pare aver raggiunto vari obiettivi oltre alla solidarietà dei Paesi africani.

presidenza Brics 2023
Presidenza Brics 2023, Da sinistra: Inácio Lula da Silva, presidente brasiliano; Narendra Modi, premier indiano; Cyril Ramaphosa, presidente sudafricano e il presidente cinese Xi Jinping e il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov

Alto Pil degli undici e alternativa al G7

Punto importante sono i numeri della Brics a undici e Lula Da Silva è stato subito chiaro. “Rappresenteremo il 36 per cento del Pil mondiale e il 47 per cento della popolazione dell’intero pianeta” – ha evidenziato il presidente brasiliano -.

La sorpresa maggiore è l’ingresso di Iran e Arabia Saudita. Nemici da sempre nella perenne lotta tra sciiti e sunniti, con la mediazione cinese hanno normalizzato le relazioni diplomatiche. Insieme, gli undici avrebbero un produzione giornaliere di oltre 42.000 barili di petrolio (dati 2021). Inoltre, i nuovi Brics – che quest’anno a marzo hanno superato il Pil del G7 – vogliono porsi come alternativi ai “Sette Grandi”.

La banca Brics alternativa al FMI e BM

L’idea della creazione della R5 (acronimo di real, rublo, rupia, rand, renminbi) nuova valuta Brics, è caduta. Ma esiste già la Nuova Banca per lo Sviluppo (NDB) con a capo Dilma Rousseff, ex presidente del Brasile. La sede della NDB è in Cina, a Shangai, ma le operazioni sono in dollari USA. L’intento è che diventi un’alternativa al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale.

Secondo il giornale indiano The Economic Times, la NDB ha dichiarato di aver approvato finora circa 80 progetti in tutti i paesi membri, per un totale di un portafoglio di 30 miliardi di dollari. Si tratta di progetti in settori come trasporti, acqua e servizi igienico-sanitari, energia pulita, infrastrutture digitali, infrastrutture sociali e sviluppo urbano.

New Development Bank Brics
New Development Bank, istituto finanziario dei Brics

Ramaphosa sarebbe stato imbarazzato con Putin

Il presidente sudafricano, Ramaphosa, sicuramente ricorda ancora quando Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan, nel 2015 arrivò in Sudafrica al vertice dell’Unione Africana. Contro il presidente sudanese c’erano due ordini d’arresto per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale (CPI). All’epoca era presidente Jacob Zuma e l’Alta Corte sudafricana definì “illegale e vergognoso non arrestare al-Bashir”.

Cyril Ramaphosa, amico di Putin, anche se il Sudafrica è neutrale sull’invasione russa dell’Ucraina sicuramente non avrebbe voluto mettere le manette al presidente russo. Vladimir Putin, lo ricordiamo, ha un ordine d’arresto della CPI per crimini di guerra.

Brics, a oltre un decennio dalla sua nascita, è diventato adulto. Al Forum erano presenti anche una trentina di Paesi africani sui 50 invitati. Tra questi, anche Algeria, Tunisia, Nigeria, Senegal, Sudan e Zimbabwe sono interessati a farne parte.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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BRICS: il difficile tentativo dei Paesi emergenti di affrancarsi dalla tutela economica occidentale

 

Altra vittoria di Putin: a febbraio in Sudafrica manovre militari marine con Russia e Cina

 

Alta Corte Sudafrica contro governo: illegale e vergognoso non arrestare al-Bashir

 

 

 

 

 

 

 

Arresti in Gabon: smantellata rete di trafficanti di avorio verso il Camerun

Africa ExPress
Libreville, 26 agosto 2023

Già all’inizio del mese le autorità di Libreville hanno arrestato alcune persone implicate in un losco traffico di avorio tra il Gabon e il Camerun. Gli inquirenti erano da anni sulle tracce di questa rete, una delle più importanti nel Paese, che ora, grazie alla direzione della lotta contro il bracconaggio e la ONG Conservation justice sta per essere smantellata definitivamente. Pochi giorni fa sono state arrestate altre 5 persone.

Grazie a una soffiata, gli agenti della polizia giudiziaria hanno arrestato un cittadino gabonese di origine camerunense e sua moglie a Lambaréné (nel centro del Paese) con un carico di ben 120 chilogrammi di avorio, nascosti nel doppio fondo del suo pick-up. Le zanne – tagliate e pezzi – appartenevano a elefanti brutalmente ammazzati in Gabon da bracconieri senza scrupoli.

Oltre all’avorio , i poliziotti hanno sequestrato anche 18 munizioni calibro 458 (utilizzatati per la caccia grossa), quasi un milione di CFA (ca.1.500 euro) in contanti e sostanze illecite. Pochi giorni dopo sono stati effettuati altri arresti anche a Sindara, nella provincia di Ngounié, nel centro-sud.

Il carico di avorio avrebbe dovuto raggiungere il Camerun e da lì – dopo un probabile transito in Nigeria – essere inviato in Asia, dove si trovano i principali clienti. Secondo le ammissioni di alcuni trafficanti arrestati, pare che pick-up a doppio fondo per nascondere meglio il prezioso carico ce ne siano parecchi in circolazione in Gabon e per facilitare poi il trasporto verso il Camerun.

Grazie alle confessioni rilasciate da un trafficante arrestato a Makokou, capoluogo della provincia di  Ogooué-Ivindo, nella parte nord-occidentale del Paese, sono state fermate altre 5 persone nei giorni scorsi.

Elefante della foresta, Gabon

Nei pressi della città di Makokou sorge anche il parco nazionale Ivindo, dove vive una delle ultime popolazioni intatte di elefanti della foresta. Il Loxodonta cyclotis (nome scientifico dell’elefante della foresta) è di dimensioni inferiori dell’elefante africano comune, la mandibola è lunga e stretta, anziché corta e larga; le orecchie sono più arrotondate; le zanne sono più dritte, più dure, e di un colore vagamente rosato.

Dalle prime indagini risulta che si tratta di una rete organizzata di tipo piramidale. Si ritiene che il capo risieda in Camerun e eroghi fondi ai trafficanti locali, che a loro volta finanziano i bracconieri.

Secondo quanto riferito a RFI da Luc Mathot, fondatore e direttore della ONG Conservation justice, la legislazione sul traffico di avorio è molto severa in Gabon, con pene detentive fino a dieci anni di galera. La legge viene applicata efficacemente, con tassi di condanna del 90-95 per cento.

Africa ExPress
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Contrabbando di legno pregiato in Gabon

 

Parigi non riconosce i golpisti e il Niger espelle l’ambasciatore francese: esplode la crisi umanitaria

ULTIM’ORA
Sylvain Itte, ambasciatore di Parigi, accreditato
a Niamey, è stato dichiarato persona non grata
dalla giunta golpista. Dovrà lasciare il Niger entro 48 ore.
L’espulsione è stata decisa subito dopo l’annuncio di Parigi
di non riconoscere la giunta golpista

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 agosto 2023

 

Il valico di frontiera di Malanville, nel nord del Benin, è uno dei più trafficati dell’Africa occidentale. I camion con cibo, aiuti umanitari e materiali industriali solitamente fluiscono liberamente verso il vicino Niger, ma ora, dopo il colpo di Stato dello scorso 26 luglio, le frontiere terrestri sono ufficialmente chiuse, come per altro lo spazio aereo.

Con la chiusura delle frontiere si aggrava la situazione umanitaria in Niger

Una fila di migliaia di camion si estende per oltre 25 chilometri sulle rive fangose del fiume Niger che segna la frontiera. Lontano dalle guardie, i piccoli commercianti ammassano le merci su barche di legno e tentano di attraversare il fiume.

In Nigeria la situazione non è migliore. La frontiera che la divide dal Niger è lunga oltre 1.500 chilometri. La sua chiusura pesa sull’attività delle comunità locali e sta paralizzando l’economia, soprattutto quella dei piccoli commercianti. Alcuni riescono ugualmente a attraversare il confine, difficilmente controllabile dai militari nigerini: “I valichi sono ben 80, ma tutta la linea di demarcazione è al quanto porosa. Ci sono ben oltre mille passaggi illegali”, ha ricordato a Radio France International un capo tradizionale, membro del consiglio di sicurezza del sultano di Sokoto, in Nigeria. Infine ha sottolineato: “I funzionari doganali non bastano e i terroristi ne approfittano per passare dal Niger alla Nigeria. C’è anche un forte traffico di armi attraverso il confine”.

Il blocco è uno dei segni evidenti delle sanzioni imposte da ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale). L’organizzazione regionale vuole far pressione sulla giunta militare capeggiata dall’ex capo delle guardie presidenziali, Abdourahamane Tiani, e chiede con fermezza che venga restaurato l’ordine costituzionale e liberato il presidente, Mohamed Bazoum, eletto democraticamente nel 2021.

A fare le spese delle sanzioni sono però sempre i più poveri. Djaounsede Madjiangar, portavoce del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM) regionale, ha fatto sapere che circa 6.000 tonnellate di merci sono bloccate fuori dal Niger. Ora l’altro cereali, olio da cucina e cibo per bambini che soffrono di malnutrizione.

Gli aiuti alimentari di PAM, ora bloccati, dovevano servire per alleviare la già tragica situazione nel Paese, dove oltre 3 milioni di persone faticano a mettere in tavola un pasto solo al giorno. Secondo il PAM, la situazione attuale potrebbe ben presto peggiorare drasticamente.

PAM e l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, UNICEF, hanno affermato di non aver ancora dovuto ridurre le operazioni in Niger, ma hanno avvertito che il tempo sta per scadere. Le interruzioni potrebbero avere un impatto devastante in Niger, che ha uno dei più alti tassi di mortalità infantile al mondo.

Alla crisi alimentare e umanitaria si aggiunge anche quelle energetica, visto che la Nigeria ha interrotto la fornitura di energia elettrica e ciò mette a rischio anche l’assistenza medica negli ospedali.

Sede dell’Unione africana ad Addis Abeba, Etiopia

Martedì scorso l’Unione Africana ha sospeso il Niger dall’organizzazione e ha chiesto a tutti Stati membri di non legittimare il regime golpista. L’UA ha però espresso riserve su un eventuale intervento militare di ECOWAS nel Paese.

Il Consiglio di Pace e Sicurezza (CPS) dell’UA ha chiesto alla Commissione dell’Istituzione con sede in Addis Abeba di “effettuare una attenta valutazione delle implicazioni economiche, sociali e di sicurezza per quanto concerne un dispiegamento militare”, visto che ci sono forti divergenze all’interno dell’Unione su questo tema.

Intanto l’Algeria sta tentando di convincere i suoi vicini che un intervento militare non risolverebbe il problema in Niger. Il governo di Algeri si è opposto sin dall’inizio all’iniziativa di ECOWAS (organizzazione della quale l’Algeria non fa parte), che ancora oggi non esclude di passare ai fatti.

Il Paese ha appena inviato due missioni diplomatiche in rapida successione. Giovedì il segretario generale del ministero degli Affari Esteri algerino, Lounès Magramane, ha incontrato a Niamey Ali Mahaman Lamine Zeine, in presenza di alcuni membri della giunta, tra cui i ministri della Difesa, Salifou Mody, degli Esteri, Bakary Yaou Sangaré, e della Giustizia, Alio Daouda, con l’obiettivo di trovare una soluzione pacifica. Secondo il governo algerino, questo fa parte degli sforzi del Paese per evitare qualsiasi operazione armata in Niger e per prevenire “un aumento dei rischi” nella ex colonia francese e in tutta la regione.

Il capo della diplomazia algerina, Ahmed Attaf, è impegnato da mercoledì in consultazioni con Ghana, Nigeria e Benin, Stati membri di ECOWAS.

La BBC in lingua hausa la riferito che secondo Abdulsalami Abubakar (l’ex presidente nigeriano e leader della delegazione di ECOWAS che si è recata in Niger qualche giorno fa), il generale Abdourahamane Tiani ritiene irrealistico rimettere al suo posto il presidente deposto Mohamed Bazoum. Inutile insistere, non potrà tornare al potere, ma la giunta è pronta a negoziare su qualsiasi altra cosa.

Abubakar ritiene che la proposta di una transizione di tre anni sia un passo positivo, visto che inizialmente il CNSP (Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria) non era assolutamente disposto a negoziare.

Il Niger intanto ha stretto alleanze con Mali e Burkina Faso; ieri i ministri degli Esteri dei tre Paesi hanno siglato un accordo a Niamey che permette alle forze armate dei due governi di entrare in Niger in caso di un attacco militare di ECOWAS.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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I golpisti del Niger all’ECOWAS: “Un’attacco qui non sarà una passeggiata”

Dopo la grande fuga da Kabul ritorna il medioevo in Afghanistan

Speciale per Africa ExPress
Enzo Polverigiani
Agosto 2023

Sullo sfondo tragico della disfatta, a due anni dalla Grande Fuga da Kabul, si possono sintetizzare così i vent’anni di impegno occidentale in Afghanistan tra guerra vera e propria (inutile negarlo) e iniziative di cooperazione.

Specialmente da parte italiana. Parliamo del Prt, Provincial reconstruction team, che dal 2005 ha finanziato con oltre 60 milioni di euro – stanziati dal ministero della Difesa – molti progetti e ricostruzioni nella provincia di Herat: scuole, strade e ospedali, carcere, aeroporto, restauro della Moschea blu. Ma che soprattutto ha agito in ambito sociale, cercando di migliorare la condizione della donna afghana, che continua ad appassionare e coinvolgere – purtroppo senza prospettive – l’opinione pubblica, e della quale il burqa è il simbolo negativo.

Ecco le donne afghane con il velo e il burqa

E a questo proposito l’allora comandante, colonnello Vincenzo Grasso, ammetteva: “Purtroppo siamo ancora lontani da una vera parità dei sessi. Il governo proclama che è ora di dare alle donne maggiori responsabilità, ma fra il dire e il fare…Noi facciamo il possibile, ma occorre tempo, e anche coraggio, per andare contro le tradizioni. La società afghana non vede di buon occhio l’imposizione dall’esterno di forme di emancipazione e democrazia”.

Nella scuola elementare di Herat City le maestre, belle ragazze con un’ombra di trucco, erano velate come la direttrice Sina Shaidxar, che spiegava: “Sono tutte donne perché questa è una scuola quasi interamente femminile, con migliaia di bambine. E una donna senza educazione non può essere mamma di figli che dovranno servire la patria. Ringrazio l’Italia, ma ora è fondamentale riuscire ad essere autosufficienti. Anche se mi auguro che gli italiani, una volta partiti, continuino a collaborare con noi”.

Per questo già da anni era diffusa la paura di un giro di vite integralista, di un ritorno alla tradizione più ferocemente maschilista, una volta rientrati i talebani nel governo. Per questo molte donne afghane non abbandonavano volentieri il burqa.

I prigionieri di Herat: 750 militari italiani in Afghanistan tra virus e Iran -
Militari italiani durante la missione a Herat (Courtesy Esercito Italiano)

Un messaggio di speranza era arrivato da una delle studentesse di giornalismo all’università di Herat, Nahid Ahmad, fiera di non portare il velo come le colleghe. Grandi occhi neri bistrati, sorriso spigliato, minigonna altrettanto disinvolta.

“Meno di dieci anni fa le donne in Afghanistan erano trattate come schiave. Non potevano studiare, schiacciate sotto il tallone della spietata intransigenza dei talebani. Venivano uccise dai loro stessi mariti e fratelli per un niente. In questi ultimi anni le donne hanno ottenuto più diritti, possono esprimersi quasi liberamente e possono essere parte attiva della comunità. Naturalmente accadono ancora cose orribili tra le mura domestiche, ma ora le donne afghane non sono più disposte a tornare indietro. Spero che il futuro non ci riservi un’involuzione autoritaria, che ci schiaccerebbe”.

Purtroppo le previsioni più nere si sono avverate.

Enzo Polverigiani
enzo.polve@gmail.com
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Afghanistan due anni dopo: devastata la vita delle donne

La parola “clandestino” ha una connotazione negativa: la Cassazione condanna la Lega

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
23 agosto 2023

Nella parola clandestino, di origine latina – clam (nascosto) e dies (giorno), letteralmente ‘nascosto di giorno’ – è presente l’idea di cose fatte senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità.

Photo credit Financial Times

Oggi questa definizione vive principalmente nell’individuazione di rifugiati, richiedenti asilo, migranti e profughi fra i latrati di accusa e i vuoti discorsi di giustificazione.

Nessun rifugiato, nessun richiedente asilo, nessun migrante, nessun profugo è un clandestino.

Nessuna persona che ha timore di essere perseguitata per la sua cittadinanza, la sua appartenenza sociale o le sue opinioni politiche, è un clandestino.

Nessuna persona che lascia guerra, povertà, carestie, violenze o persecuzioni, è un clandestino.

E ha messo tutto nero su bianco la Cassazione, con la sentenza dello scorso 16 agosto.

La decisione della Suprema Corte mette fine a una vicenda iniziata 7 anni fa, quando la Lega aveva convocato una manifestazione di protesta, per contestare l’assegnazione di 32 richiedenti asilo a un centro di assistenza a Saronno, in provincia di Varese. “Saronno non vuole i clandestini” è questo che recitavano, come tanti brulicanti burattini, i manifestanti guidati da Matteo Salvini.

Troppo ghiotta l’occasione di abusare ripetutamente della parola “clandestino” durante la massacrante campagna politica che, negli anni, ha incoronato Salvini prima alla Camera dei deputati e poi al Senato della Repubblica. Cavalcando una profonda ondata di povertà politica, l’uso della lingua italiana è stato dunque distorto per denigrare, per confondere, per raggirare.

L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e NAGA, organizzazione che fornisce assistenza sanitaria e legale ai cittadini stranieri, avevano citato in giudizio la Lega, condannata in primo grado e in appello, nel 2017 e nel 2020.

Quindi, il ricorso della Lega, respinto anche dalla Cassazione con le parole “Gli stranieri che fanno ingresso nel territorio dello Stato italiano perché corrono il rischio effettivo, in caso di rientro nel Paese di origine, di subire un grave danno, non possono a nessun titolo considerarsi irregolari e non sono dunque clandestini”.

La Cassazione definisce inoltre l’episodio come “comportamento idoneo a offendere la dignità della persona e a creare un clima degradante, umiliante e offensivo”, adeguandosi a quanto già sancito dalla Convenzione di Ginevra nel lontano 1951.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
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Photocredit: Financial Times

Budapest, mondiali di Atletica 2023: incetta di medaglie dei bravissimi atleti africani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Budapest 22 agosto 2023

Un, due, tre.. triplo salto d’oro di 17,64 metri per il Burkina Faso. Una medaglia epocale, la prima così pregiata, conquistata da Hugues Fabrice Zango, 30 anni, per il suo Paese.

Il burkinabé Hugues Fabrice Zango  conquista la medaglia d’oro nel triplo salto ai mondiali di Budapest 2023

Uno, due, tre: tripletta etiope nei 10 mila metri femminili. Prima, seconda e terza avvolte nel tricolore verde, giallo e rosso. Nell’ordine: Gudaf Tsegay, 26 anni, Letensebet Gidey, 25, Ejgayehu Taye, 23.

Le fantastiche “tre” ragazze etiopiche conquistano il palco a Budapest 2023 nei 10.000 metri femminili

Uno, due, tre: terzo titolo mondiale consecutivo per l’ugandese Joshua Cheptegei, 26 anni, nei 10 mila metri maschili.

L’ugandese,Joshua Cheptegei, vincitore dei 10.000 ai mondiali di atletica a Budapest 2023

L’atletica africana ha bussato con prepotenza alle porte dei Campionati mondiali di Atletica in svolgimento a Budapest (19-27 agosto) e ha subito sfondato. Nei primi giorni i runners, velocisti e saltatori del Continente hanno dato spettacolo, hanno confermato la loro superiorità nella più lunga specialità su pista e hanno regalato sorprese.

Proprio nella prima giornata (sabato 19 agosto) c’è stato il trionfo delle ragazze di Addis Abeba, giunte in successione al traguardo al termine di un finale thrilling.

A 30 metri dall’arrivo, infatti, è caduta, inciampando, la favorita numero uno e considerata una delle più forti fondiste di tutti i tempi: Sifan Hassan, 30 anni, etiope di nascita, ma con maglia e nazionalità dell’Olanda, dove arrivò da sola a 15 anni nel 2008, come rifugiata politica.

Momenti non meno drammatici registra la vita della vincitrice Gudaf Tsegay. Originaria del Tigray (nord Etiopia, sconvolto da recente guerra civile), Gudaf, nel marzo scorso, dopo essere diventata campionessa mondiale dei 5 mila metri, confessò alla BBC di essere rimasta senza notizie dei suoi genitori per 18 mesi. A causa del brutale, sanguinoso conflitto, lei stava ad Addis Abeba, i suoi nel Tigray. Ebbe paura di averli persi per sempre.

Come le capitò anche con suo marito allenatore, Hiluf Yihdego, 37 anni.  Nel dicembre 2021,  Hiluf venne prelevato di casa con l’accusa di essere un sostenitore del Tigray Peoples Liberation e lei di fare incetta di dollari. Poi tutto sembra si sia appianato, tanto che il primo ministro Abiy Ahmed, 47 anni, si è congratulato con le tre atlete con un tweet: “Le orgogliose figlie dell’Etiopia ancora una volta hanno tenuto alta la bandiera dell’Etiopia ai campionati mondiali di Atletica”.

Toni meno trionfalistici in Uganda, per Joshua Cheptegei, forse perché ormai ha abituato tutti: oltre a essere detentore del record mondiale sui 5 mila e 10 mila, il 20 agosto, si è preso il suo terzo titolo consecutivo, lasciandosi alle spalle il keniano Daniel Simiu Ebenyo, 27 anni, l’etiope Selemon Barega, 23, campione olimpico ma soprattuto l’altro etiope, Berihu Aregawi, appena ventiduenne, ma dato per favorito.

L’ugandese ha dichiarato a Budapest che d’ora in poi lascerà la pista per dedicarsi alla maratona, cominciando con quella di Valencia, a dicembre. “Chi sa che cosa riserva il futuro all’uomo che ha infranto la tradizione delle corse sulla distanza dominata da etiopi e keniani?” si è domandato Simon Turnebull sul sito di World Athletics.

Joshua è, infatti, il quarto atleta nella storia (a soli 26 anni) ad avere conquistato l’oro sui 10 km ai mondiali per tre volte di seguito, sulla scia proprio di due etiopi, Haile Gebrselassie, 50 anni, Kenenisa Bekele, 41 anni, (4 successi).

Lunedì, 21 agosto, il salto piccolo  (ma non tanto) per Zango, un grande passo in avanti per lo sport del Burkina Faso, Paese, a dir la verità, in ben altre faccende affaccendato. Venti di guerra, infatti, stanno soffiando su Ouagadougu da quando con il Mali ha appoggiato il colpo di Stato in Niger che, il 26 luglio, ha deposto il presidente democraticamente eletto, Mohamed Boazum. Gli aderenti alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), hanno infatti minacciato un intervento militare. Nel fine settimana, poi, almeno 45 persone sono morte in scontri a fuoco tra le forze di sicurezza del Burkina Faso e gruppi terroristici attivi nel centro est del Paese del Sahel.

La prima medaglia d’oro del Burkina Faso, il triplista Zango, in realtà vive lontano, nel nord della Francia e si allena a Bethun sotto la guida dell’ex campione mondiale Tedduy Tamgho, 34 anni, e sta per concludere il dottorato (in ottobre) in Ingegneria elettrica, all’università di Artois. Aspettava la medaglia d’oro mondiale dal 2021 anni, da quando a Tokio diede al Burkina la prima medaglia olimpica di sempre, sia pure di bronzo. Ora punta alle prossime Olimpiadi, in Francia, sua patria adottiva. Per questo il burkinabè si è già trasferito all’Insep di Parigi, il centro per eccellenza di preparazione sportiva.

Letsile Tebogo, Botswana: conquista la medaglia d’argento ai 100 m a Budapest

Una menzione particolare, infine, la merita anche Letsile Tebogo, 20 anni, del Botswana: sui 100 metri piani, una gara dove trovare ai primi posti gli atleti africani sono mosche bianche, Tebogo è giunto secondo dietro all’americano Noah Lyles, 26,anni, ora il più veloce al mondo. E’ stato battuto è per un pelo e ha dato all’Africa la prima medaglia in assoluto sui 100 metri: 9.83 contro 9.88. E’ nata una stella africana anche nella velocità?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA


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L’Etiopia fa incetta di medaglie ai mondiali di atletica nell’Oregon, primeggiano le atlete del Tigray