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Congo-B, nel parco WWF torture, sfratti forzati e villaggi distrutti in nome della “conservazione”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 giugno 2023

“Dipendo dalla pesca. Sono condannato a una vita di povertà perché il parco mi ha privato dell’attività che mi permetteva di vivere. Fa male rendersi conto che non posso costruire una casa e avere una vita normale. Alla mia età, sono tornato a vivere con i miei genitori perché non posso più permettermi una casa”.



“Volete ucciderci?”

È la dura testimonianza di K. residente del Parco Nazionale Ntokou-Pikounda (PNNP), ultima area della conservazione in Congo-B gestita dal Fondo mondiale per la natura (Wwf).

“Siamo stanchi di questo parco. La caccia è un problema. La pesca è un problema. Alla fine, cosa vogliono? Ucciderci? Le autorità di questo Paese vogliono che tutti noi diventiamo ladri per poterci arrestare”.

“Tutto appartiene agli animali. Non è giusto. Le guardie ecologiche hanno creato un clima di terrore e insicurezza che ci impedisce di tornare alla nostra terra. Voi ONG a volte siete complici. Dovete aiutarci a risolvere questo problema”, si sfoga K.

wwf mappa del parco
Mappa dell’Africa centro occidentale con la posizione del parco Ntokou-Pikounda (Courtesy OpenStreetMap)

La denuncia di Rainforest Foundation

Purtroppo è un copione già visto nei parchi africani gestiti dal WWF e denunciati da Survival International, argomento trattato da Africa ExPress con diversi articoli. Questa volta la denuncia sulla violazione dei diritti umani nel parchi gestiti dal Wwf, arriva anche dall’ong britannica Rainforest Foundation (RFUK).

La testimonianza di K., insieme a tante altre e ai dati riguardanti il PNNP, la troviamo sul report del Centre d’Actions pour le Développement (CAD), partner locale di RFUK. Il titolo dello studio è “Parco Nazionale Ntokou-Pikounda: quando la felicità di alcuni impone la miseria ad altri”, (50 pagine), pubblicato nel marzo 2023.

Le accuse al WWF



Le accuse contro il Wwf sono molteplici. Dalla violazione del diritto dei popoli indigeni, alla violazione del diritto alla libertà di movimento e di residenza.

Ci sono casi di tortura, trattamenti crudeli, inumani e degradanti, sgomberi forzati di famiglie e individui, distruzione e furto di beni personali. Viene registrato almeno un bambino morto per non avere avuto cure mediche a causa del divieto di navigare il fiume Bokiba.

La distruzione dei ranger

L’incubo per gli abitanti del parco è iniziato tra il 2019 e il 2021. I ranger hanno distrutto e bruciato centinaia di aree di pesca situate all’interno del parco. “Intere famiglie sono state portate via con la forza, spesso con la violenza”, si legge nel report. Le testimonianze hanno indicato la distruzione di almeno 50 accampamenti ma le comunità dei residenti parlano di almeno 300.

wwf
Gorilla di pianura (Gorilla gorilla gorilla) nello Zoo di Berlino, Germania. È il tipo di gorilla presente nel parco di Ntokou-Pikounda, cogestito dal Wwf

Protezione dei gorilla ma non degli esseri umani

Creato per decreto nel 2013, per proteggere i gorilla di pianura, il Parco ha una superficie di circa 4.272 kmq. L’area (grande quasi quanto il Molise) è cogestita da Wwf dal 2017 e riceve finanziamenti dalla Banca Mondiale e dal Wwf Belgio. 

Dati ufficiali parlano di 8.000 abitanti tra i quali ci sono 500 indigeni ma il numero dovrebbe essere molto superiore.

La popolazione che abita nell’area definita “protetta” vive di caccia e di pesca e le guardie forestali impediscono loro qualsiasi attività. Come negli altri parchi a gestione dal Wwf gli abitanti non sono stati coinvolti nelle decisioni.

Secondo RFUK, intorno a Ntoukou-Pikounda, l’impronta ambientale delle popolazioni è centinaia di volte inferiore a quella di un abitante medio del Nord del mondo. In pratica pare che l’ong ambientalista voglia proteggere i gorilla ma non protegge gli esseri umani che vivono nel parco.

Allora perché accanirsi con qualche migliaio di cacciatori e pescatori la cui sussistenza da innumerevoli generazioni dipende dalla foresta e ne sono i migliori custodi? “Il Wwf si è dimostrato ricettivo a discutere la situazione – scrive RFUK – resta da vedere se l’impegno porterà a cambiamenti tangibili sul campo”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
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Crediti foto:
– Gorilla di pianura (Gorilla gorilla gorilla), Hominidae, Western Gorilla; Zoological Garden Berlin, Germany.
Di H. Zell – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15776981

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In Sudan la democrazia può attendere: in Darfur gli RSF ammazzano il governatore

Africa ExPress
16 giugno 2023

Il wali (parola araba per governatore) del Darfur occidentale, Khamis Abakar, è stato rapito da uomini armati mercoledì sera nella sua casa a Geneina e poi assassinato.

Khamis Abakar, governatore del Darfur occidentale, rapito e assassinato

Solo due ore prima del suo sequestro, il governatore, durante una intervista televisiva telefonica all’emittente TV Al-Hadath, aveva accusato pubblicamente i paramilitari di Rapid Suport Forces, capeggiati da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, e le sue milizie armate arabe di aver ucciso civili a Geneina, capoluogo del Darfur occidentale.

Abakar aveva anche lanciato un appello alla comunità internazionale, chiedendo un loro intervento, perché l’esercito sudanese e le forze congiunte dei movimenti armati del Darfur non sarebbero in grado di proteggere gli abitanti.

“Nella regione è in corso un genocidio e quindi abbiamo bisogno di un intervento internazionale per proteggere la popolazione della regione”, aveva dichiarato il governatore. Già prima della guerra in Darfur le comunità arabe e non arabe erano in lotta per le scarse risorse idriche e per questioni di terreni coltivabili e pascolo.

Da alcuni filmati circolati sui social media nella tarda serata di mercoledì, si vede un gruppo di uomini armati, alcuni dei quali con uniformi di RSF, mentre stanno arrestando Abakar. E, secondo il quotidiano online Sudan Tribune, il comandante di RSF nel Darfur occidentale, Abdel Rahman Jumma, è apparso in un video che mostra l’arresto del governatore prima di essere brutalmente ammazzato.

Screenshot di un video mentre viene arrestato il governatore del Darfur occidentale

Le forze armate sudanesi, capeggiate dal presidente, Abdel Fattah al-Burhan, in un post pubblicato su Facebook, hanno accusato i paramilitari di RSF di aver sequestrato e brutalmente ucciso il wali del Darfur occidentale.

Diversi gruppi (Sudan Revolutionary Front (SRF) di Hadi Idris,  Sudan Liberation Movement-Minni Minnawi e  Justice and Equality Movement (JEM) Gibril di Ibrahim), firmatari dell’accordo di Juba, hanno rilasciato dichiarazioni di condanna dell’assassinio del governatore. Tuttavia non hanno accusato le RSF dell’uccisione del politico.

In Darfur, dove i paramilitari di Hemetti sono nati, sono cresciuti e si sono sviluppati e si chiamavano janjaweed prima di essere integrati nella RSF per ripulirne l’immagine, hanno ricominciato ad attaccare i villaggi delle etnie africane, bruciando le capanne ammazzando gli uomini e distruggendo ogni cosa.

Ma i paramilitari negano qualsiasi coinvolgimento nei massacri in Darfur. E in un comunicato di ieri, le RSF ritengono la situazione nella parte occidentale della regione come risultato di una lotta tribale. Puntano il dito sull’intelligence militare sudanese, un’ala delle forze armate sudanesi (SAF), e sui suoi sostenitori islamisti radicali, legati all’ex regime del dittatore Omar al-Bashir, ritenendoli responsabili nell’ alimentare il conflitto, armando le tribù.

Alcuni residenti fuggiti nel vicino Ciad, intervistati recentemente da Al Jazeera, hanno raccontato di aver visto uomini con uniformi della RSF insieme a gruppi armati arabi.

Matthew Miller, portavoce del dipartimento di Stato di Washington, ha detto che gli USA sono molto preoccupati per le violenze etniche commesse dalle forze paramilitari, capitanate da Hemetti e dalle milizie alleate nel Darfur occidentale. Ha poi evidenziato che le atrocità che si stanno consumando nella zona, ricordano in modo inquietante gli orribili eventi del genocidio del 2004. Miller ha poi condannato ovviamente anche l’uccisione del governatore.

Insomma, dopo due mesi di lotta per il potere, i due generali non sono ancora pronti a sedersi al tavolo delle trattative, malgrado la disperata situazione umanitaria.

Secondo le Nazioni Unite, circa 2,2 milioni di persone sono state costrette a abbandonare le proprie case, tra loro 528.000 hanno cercato rifugio nei Paesi limitrofi, e si stima che 25 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria.

Armed Conflict LocationEvent Data Project (ONG specializzata nella raccolta di dati, analisi e mappature dei conflitti nel mondo), ritiene che nei due mesi di guerra siano morte oltre 2.000 persone, ma si teme che il numero reale sia molto più alto.

Interi quartieri della capitale Khartoum sono stati distrutti, ormai praticamente abbandonati dopo la fuga dei residenti. Per non parlare della regione occidentale del Darfur, dove i combattimenti hanno assunto una propria dimensione etnica, contrapponendo le comunità arabe a quelle non arabe.

Il conflitto non si è fermato alla capitale, dove i servizi essenziali sono praticamente inesistenti e gran parte degli ospedali non sono più in grado di operare per mancanza di personale, medicinali e tutto il resto.

I combattimenti si sono estesi in gran parte Paese, oltre in Darfur, come detto, anche a Merowe, una città del nord non lontana dal confine con l’Egitto, zona ricca di miniere aurifere, e base militare.

Dopo la rivolta popolare che ha fatto sì che i militari rovesciassero l’ex presidente Omar al-Bashir nel 2019, nei sudanesi si erano accese speranze di democrazia.

al-Burhan, presidente del Sudan e capo comandante delle forze armate (a sinistra), Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, capo delle RSF e vicepresidente

Nel 2021, i due generali al-Bashir e Dagalo, le cui forze si combattono oggi, hanno orchestrato un colpo di Stato mettendo fine al già fragile accordo di condivisione del potere tra leader militari e civili, che avrebbe dovuto portare il Paese alle elezioni.

Ma ben presto si sono manifestati disaccordi per quanto riguarda l’integrazione delle RSF nell’esercito regolare. Ed ora tutte le aspettative, i sogni dei sudanesi, sono sepolti sotto le macerie.

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I terroristi al shebab si scatenano in Kenya: uccisi 8 poliziotti

Africa ExPress
Nairobi, 15 giugno 2023

Ed eccoli di nuovo in azione nella contea di Garissa, in Kenya, non distante dal confine con la Somalia. I terroristi di al-shebab hanno peso di mira un veicolo della polizia, che è esploso quando ha urtato un ordigno artigianale. Tutti gli occupanti, 8 agenti kenyoti, sono morti.

Lo ha confermato John Otieno, commissario regionale per il Nord Est del Paese, che ha poi aggiunto: “Sospettiamo che sia opera di al-shebab. I sanguinari terroristi stanno ora prendendo di mira le forze di sicurezza e i veicoli passeggeri”.

Al shebab non perdona al Kenya l’intervento in Somalia delle proprie truppe che, fin dal 2011, operano nell’area del porto di Chisimaio, inquadrate nella forza multinazionale ONU.

L’attacco in Kenya è avvenuto solo pochi giorni dopo che l’Etiopia ha dichiarato di aver sventato una aggressione suicida del gruppo nella città di confine di Dollo.

Nella stessa Somalia, al-Shabab continua a sferrare un attacco dietro l’altro. In un post sul proprio account Twitter, il ministero degli Esteri di Addis Abeba ha fatto sapere: “L’esercito etiopico ha fermato gli aggressori prima che potessero creare scompiglio nella città di Dollo, al confine tra Etiopia e Somalia”.

Secondo il sito statunitense SITE, specializzato nel monitoraggio dei gruppi radicali, il raggruppamento armato ha affermato, attraverso i suoi canali di comunicazione, di aver condotto due attentati suicidi in una base militare etiopica sul lato somalo del confine.

Il primo attacco ha preso di mira la sede del comando militare, mentre il secondo ha colpito un magazzino di armi e munizioni. I terroristi somali sostengono che: “Le due operazioni hanno provocato pesanti perdite in termini di morti e feriti”.

L’agenzia di stampa governativa, Somali National News Agency, (SONNA) ha riferito che il primo veicolo è esploso all’ingresso della base, causando “danni significativi” e ferendo quattro soldati.

Miliziani al Shebab

Osman Nuh Haji, funzionario della sicurezza regionale somala, ha confermato che una macchina piena di esplosivo si è avvicinata alla base presidiata da forze somale e etiopiche. Il funzionario ha poi precisato a VOA Somalia che non ci sarebbero state vittime tra i soldati o i civili; le truppe avrebbero distrutto un veicolo pieno di esplosivo prima che raggiungesse la base.

L’anno scorso i terroristi hanno attaccato diversi campi militari etiopici al confine tra i due Paesi.

Anche l’Etiopia ha inviato migliaia di militari in Somalia per combattere i terroristi. Le truppe fanno parte della missione dell’Unione Africana (UA) a sostegno del governo somalo. Il governo di Addis Abeba dispone anche di forze non appartenenti al contingente dell’UA, sulla base di un accordo bilaterale con il governo di Mogadiscio, per combattere al-shebab e proteggere il proprio confine.

A fine maggio il gruppo armato affiliato a al Qaeda, ha assalito una base dell’UA, ammazzando 54 militari ugandesi, che fanno parte del contingente di ATMIS (Union Transition Mission in Somalia), che conta 22.000 uomini. ATMIS ha sostituito AMISOM (African Union Mission in Somalia) nell’aprile 2022 e assiste, come la precedente, il governo somalo nella lotta contro i terroristi al-shebab.

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Khartoum: troppi morti per strada: il rischio di gravi epidemie trasforma la popolazione in “becchini volontari”

Africa ExPress
Khartoum, 4 giugno 2023

I morti sono ovunque. Nelle case, per le strade, nei giardini. Nessuno sa quanti siano i morti in Sudan dal 15 aprile, data dell’inizio del conflitto tra le forze armate sudanesi di Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces, capitanate da Mohamed  Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti. Qualcuno parla di oltre 1.800 vittime ma sono probabilmente molte di più.

Anche i morti in Sudan chiedono giustizia

Dopo due mesi di feroci combattimenti per il controllo della capitale del Sudan, gli abitanti di Khartoum si trovano di fronte a un problema che non nessuno aveva previsto: cosa fare di tutti i cadaveri che si accumulano nelle strade della capitale? Ormai non funziona più nulla, nemmeno i servizi essenziali. Non ci sono più i necrofori e quindi la popolazione ha deciso di trasformarsi in “becchini volontari”.

Un residente ha raccontato di aver sotterrato tre persone nella casa del loro giardino e altri ancora nella strada dove abita. “Non è un granché, ma sempre meglio che vedere i cani randagi mentre smembrano i cadaveri”, ha aggiunto.

Spesso sono vittime del fuoco incrociato camminano per strada o semplicemente perché si sono affacciate alla porta di casa o perché i proiettili hanno fracassato i vetri delle finestre, uccidendo le persone all’interno della stanza.

Il giovane ha raccontato che anche in altri quartieri le persone hanno sotterrato i cadaveri per non lasciarli in stato di decomposizione o alla mercede dei cani randagi in mezzo a una strada.

Moltissimi, invece, sono stati sepolti nelle aree vicine all’Università di Khartoum, nei pressi della stazione di servizio Seddon, un noto punto di riferimento. Ma non esiste un elenco di nomi e tantomeno il numero esatto di persone sepolte nelle case o nei quartieri del Sudan. La guerra è anche questo.

Un altro signore, un agente immobiliare, ha spiegato ai reporter della BBC:  “Non importa dove seppelliremo i morti, la priorità è seppellerli. È un’azione caritatevole. Il viaggio verso il cimitero può durare giorni e i cecchini sono ovunque. Stiamo cercando di aiutare la società per evitare una catastrofe sanitaria. È un dovere religioso e morale”.

I volontari hanno precisato di aver scattato delle foto dei morti e del luogo di seppellimento, per facilitare la loro identificazione se dovesse essere necessario.

“Sono certamente buone azioni, ma c’è il rischio che così facendo si rischia di distruggere involontariamente le prove di eventuali crimini di guerra”, ha chiarito il capo del sindacato dei medici, Attia Abdullah Attia. “Le tumulazioni caritatevoli potrebbero sotterrare per sempre la verità”, ha aggiunto.

Il medico ha poi insistito sul fatto che la sepoltura dei corpi è compito delle autorità sanitarie, della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa sudanese. “C’è inoltre il rischio di diffusione di malattie in caso di sepoltura non protetta”.

Quando gli è stato chiesto perché pensa che sia possibile seguire la prassi ufficiale qui in Sudan, dove il sistema sanitario e l’ordine pubblico sono crollati, ha risposto che i Paesi stranieri dovrebbero collaborare in tal senso.

Malgrado le riserve di Attia, la gente è convinta che non esiste altra soluzione, proprio causa del crollo quasi totale della sanità pubblica e dei servizi essenziali. E, anche se i servizi sanitari, in collaborazione con la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa sudanese cercano di trasferire i corpi nei cimiteri, spesso i combattimenti ostacolano l’arrivo delle squadre di sepoltura.

Mentre la gente cerca di sopravvivere in mezzo a tanta violenza e di seppellire i propri morti con dignità, si allontana sempre di più la possibilità di poter istituire un tribunale per processare i colpevoli di crimini di guerra.

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Il dramma dei migranti Tamil naufraghi a Diego Garcia: 20 mesi di attesa e nessuno li vuole

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Giugno 2023

Sono approdati a Diego Garcia nell’ottobre 2021 su un peschereccio provenienti dall’India, scappati da persecuzioni e torture.

Gli 89 rifugiati tamil speravano di poter raggiungere il Canada, ma l’imbarcazione si è trovata in difficoltà in prossimità delle isole Chagos, un piccolo arcipelago, territorio britannico, che comprende cinquanta isole nel bel mezzo d’Oceano Indiano, e include anche la base militare di Diego Garcia.

Quando il natante si è trovato in difficoltà i fuggitivi si sono diretti verso Diego Garcia, la sola isola illuminata in mezzo al nulla. L’imbarcazione ha ovviamente attirato l’attenzione delle autorità; le visite non autorizzate non sono permesse.

Una nave della Royal Navy ha poi scortato l’imbarcazione a terra e al gruppo è stato data una sistemazione temporanea. Ma si sa, nulla è più definitivo del provvisorio. Sono passati 20 mesi, e i Tamil sono ancora a Diego Garcia, malgrado abbiano chiesto tramite una lettera, consegnata il giorno dopo il loro arrivo alle autorità militari britanniche, di essere trasferiti in un Paese sicuro. Nella missiva hanno precisato di essere partiti 18 giorni prima da Tamil Nadu (India).

La Gran Bretagna continua a rivendicare la sovranità delle isole, malgrado la Corte Internazionale dell’Aja abbia accolto positivamente la richiesta della Repubblica di Mauritius. Nel 2018 i giudici del principale organo giudiziario delle Nazioni Unite hanno potuto emettere solamente un parere consultivo non vincolante, sottolineando che le autorità di Londra dovrebbero rinunciare al controllo del gruppo di isole, conosciute con il nome di British Indian Ocean Territory (BIOT).

Agli inizi degli anni Settanta, con l’intensificarsi della guerra fredda, Londra e Washington hanno costruito a Diego Garcia, la maggiore delle isole, una grande base militare che, da allora, ha svolto un ruolo importante nelle operazioni militari americane: è stata utilizzata per i bombardamenti  in Afghanistan e Iraq e la CIA ha adoperato la struttura dove sono state deportate le persone sospette, catturate in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Molti dei profughi sbarcati a Diego Garcia hanno dichiarato di avere legami con gli ex ribelli delle Tigri Tamil in Sri Lanka, sconfitti nella guerra civile conclusasi nel 2009, e di essere stati perseguitati per questo motivo. Alcuni sono stati addirittura torturati, altri hanno subito violenze sessuali.

Paul Candler, direttore dei territori oltremare del Regno Unito, ha poi confermato che con l’arrivo inaspettato del gruppo è stata inoltrata per la prima volta una richiesta di asilo dal Territorio Britannico dell’Oceano Indiano. Candler ha poi aggiunto che le autorità starebbero cercando di risolvere la questione quanto prima.

Base militare Diego Garcia

Nei mesi a seguire, la situazione non è stata risolta, anzi, sulla base militare sono arrivate altre imbarcazioni questa volta dallo Sri Lanka e, secondo gli avvocati, le persone ospitate nel campo a un certo punto erano 150.

La BBC è riuscita a parlare con alcuni rifugiati che si trovano da ormai quasi due anni completamente isolati dal resto del mondo. Sono tutti disperati, non vedono una soluzione all’orizzonte e alcuni di loro hanno tentato anche il suicidio.

Una ragazza ha affermato di essere stata violentata da un uomo che ha fatto la traversata con lei e poi entrambi sono stati ospitati nella stessa tenda nel campo. Quando ha iniziato a urlare, a chiedere aiuto, nessuno è venuto a soccorrerla o a difenderla. Solo una settimana dopo, dietro le insistenze della ragazza, l’assalitore è stato spostato in un altro alloggio.

Gli avvocati hanno riferito di essere a conoscenza di almeno 12 tentati suicidi e di almeno due aggressioni sessuali all’interno del campo.

“Siamo mentalmente e fisicamente esausti… Stiamo vivendo una vita senza vita. Mi sembra di vivere come un uomo morto”, ha detto uno dei migranti ai reporter della BBC.

G4S (una società di sicurezza privata, incaricata della sorveglianza del campo migranti) e il governo di Londra hanno dichiarato di aver a cuore il benessere dei migranti e di trattarli con il massimo rispetto.

Certo, i migranti non possono muoversi liberamente sull’enorme base militare e devono restare all’interno della recinzione del campo. E uno dei richiedenti asilo ha detto di sentirsi come un uccello in gabbia.

Attualmente sulla base militare sono rimasti una sessantina di richiedenti asilo, in attesa di decisioni sul loro destino e/o tentando eventualmente di impugnare le sentenze precedenti, processi legali che si svolgono a migliaia di chilometri di distanza, nel Regno Unito.

Alcuni migranti sono poi tornati a casa, rinunciando alla richiesta di asilo o dopo che questa è stata respinta. Altri ancora sono salpati verso l’isola di Réunion, un territorio francese d’oltremare, che si trova di fronte al Madagascar con la speranza che lì la domanda di asilo venga accolta.

Anche se il Regno Unito è firmatario delle leggi internazionali sul trattamento dei rifugiati, dai documenti si evince che non vengono applicate al BIOT, un’area descritta come “costituzionalmente distinta e separata dal Regno Unito”.

Lo studio legale londinese Leigh Day, ha avviato un ricorso giudiziario per conto di alcuni richiedenti asilo a Diego Garcia, contestando la legittimità dei processi. Le decisioni sui rimpatri sarebbero state prese sulla base di interviste affrettate, altre di errori di traduzione.

Secondo quanto hanno riferito gli avvocati, Londra non accoglierà nessuno dei richiedenti asilo di Diego Garcia nel Regno Unito, nemmeno coloro la cui domanda di asilo è stata approvata.

Tre tamil sono stati recentemente evacuati d’urgenza in Ruanda per problemi medici, legati a autolesionismo o tentato suicidio. Il loro trasferimento non fa parte dell’accordo tra Londra e Kigali riguardante l’invio di alcuni richiedenti asilo dal Regno Unito in Ruanda. Le cure mediche, il loro soggiorno, nonché l’affitto di un alloggio sono a carico dell’amministrazione BIOT. Nella lettera inviata ai tre, si legge: “Se non siete soddisfatti della proposta, possiamo organizzare il vostro ritorno a Diego Garcia. Non ci sono altre opzioni disponibili in questo momento”.

Recentemente a quattro richiedenti asilo è stata approvata la richiesta di trasferimento in un Paese terzo sicuro. E, in una dichiarazione inviata alla BBC questa settimana, il governo britannico ha affermato di “lavorare instancabilmente con l’amministrazione del BIOT per trovare una soluzione a lungo termine alla situazione attuale dei migranti. Ma dopo 20 mesi di attesa, sembra che tutti abbiano perso la speranza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Sentenza del tribunale ONU all’Aja: Diego Garcia appartiene a Mauritius

DAL NOSTRO ARCHIVIO

Londra spedisce i migranti illegali in Ruanda

 

 

Arrestato governatore della Banca Centrale in Nigeria: è accusato di aver sabotato l’elezione del presidente

Africa ExPress
Abuja, 12 giugno 2023

Il governatore della Banca Centrale della Nigeria (CBN), Godwin Emefiele, è stato sospeso venerdì scorso dalle sue funzioni con effetto immediato dal neo presidente del Paese, Bola Tinubu. Il governatore è stato arrestato la sera stessa dai servizi di sicurezza nigeriani che stanno indagando sulla sua gestione dell’istituto.

Godwin Emefile, governatore della Banca Centrale della Nigeria

Un video pubblicato sui social network mostra Emefiele mentre sale ammanettato e controllato da uomini in giacca, su un jet privato per essere trasferito da Lagos a Abuja, la capitale del Paese.

La sospensione del capo della CBN era nell’aria da tempo, poichè nel periodo precedente alle presidenziali di febbraio, aveva ricevuto aspre critiche dai sostenitori di Tinubu. E’ stato accusato di aver cercato di sabotare la loro campagna elettorale con la sostituzione delle vecchie banconote della valuta nigeriana, la naira. Il fatto ha causato una grave carenza di contanti e ha scatenato la rabbia dell’opinione pubblica.

Il Partito Laburista sostiene che il neo-presidente stia conducendo una vendetta personale contro Emefiele, per aver sostituito le vecchie banconote in un momento cruciale. Ma ufficialmente tale cambio è stato fatto per combattere la compravendita di voti durante la campagna elettorale.

Durante il discorso in occasione del suo insediamento come capo di Stato, Tinubu ha criticato aspramente la gestione della valuta e della politica monetaria di Emefiele.

Ora gli analisti economici si aspettano una serie di cambiamenti da parte della banca centrale, tra questi una graduale svalutazione della naira. Già mercoledì la CBN ha permesso alla valuta di indebolirsi del 2 per cento sul mercato ufficiale, raggiungendo così un minimo storico.

Attualmente il Paese è a corto di dollari e soprattutto le imprese sono costrette a rifornirsi di valuta estera al mercato nero parallelo, dove la naira si è indebolita maggiormente.

Secondo la legge nigeriana, il licenziamento di un governatore della banca centrale richiede un voto del senato.

Attualmente gli affari correnti della CBN saranno gestiti dal vice-governatore, finchè l’inchiesta non sarà conclusa.

I mercati finanziari erano già chiusi venerdì, quando è stata annunciata la sospensione di Emefiele. Riapriranno solamente martedì, poiché il 12 giugno in Nigeria è un giorno festivo.

Nel 2014, anche il licenziamento di Sanusi Lamido Sanusi, allora governatore della CBN, da parte di Goodluck Jonathan (presidente del Paese dal 2010 al 2015) aveva suscitato molto scalpore.

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Rifiuti riciclabili in cambio della retta scolastica, così a Lagos i bambini poveri possono frequentare le lezioni

Africa ExPress
Lagos, 10 giugno 2023

Il piccolo Abiola, un alunno nigeriano di quarta elementare, veniva spesso sospeso dalla scuola, ma non perché fosse monello o avesse combinato qualche marachella. Tutt’altro. Abiola era uno studente volenteroso e ogni volta che il preside gli consegnava il foglietto con il motivo dell’allontanamento dall’istituto, gli scendevano le lacrime.

Lagos, Nigeria: La retta scolastica si paga con i rifiuti riciclabili

La colpa non era del ragazzino, è nato in una famiglia numerosa e poverissima; i genitori spesso, anzi molto spesso, non erano in grado di pagare la retta scolastica, l’uniforme, i libri di testo della scuola, che si trova in una delle squallide periferie di Lagos, la capitale commerciale della Nigeria.

Per giorni e giorni Abiola era poi costretto a passare le sue giornate nelle strade pericolose, piene di rifiuti del suo quartiere. Una storia che si ripeteva quasi tutti mesi, perché nessuno dei due genitori ha un lavoro stabile. Poi, con l’inflazione galoppante, l’aumento del costo della vita, i soldi in casa non bastano mai. Abiola temeva di dover interrompere gli studi, costretto a trovarsi un lavoretto per aiutare la famiglia.

Poi è arrivato il miracolo. Ife, la mamma di Abiola, è venuta a conoscenza della scuola My Dream Stead, che si trova proprio a Ajegunle, il popoloso quartiere dove vive la famiglia. My Dream Stead è uno dei 40 istituti scolastici a basso costo di Lagos e dintorni, che accettano rifiuti riciclabili come forma di pagamento.

Da alcuni anni, l’organizzazione ambientalista locale,  African Cleanup Initiative, raccoglie bottiglie, lattine, cartoni per bevande e contenitori di plastica, portati nelle scuole dai genitori, per poi venderli a ditte specializzate nel riciclaggio.

Con il ricavato delle vendite dei rifiuti, queste scuole sono in grado di pagare gli stipendi agli insegnanti, le uniformi, i libri, le penne e quant’altro.

Alexander Akhigbe, fondatore del gruppo ambientalista, ha spiegato che il progetto mira a ridurre il numero dei bambini che non frequentano la scuola e la quantità di rifiuti nelle strade di Lagos.

Le retta annuale della My Dream Stead è di 130 dollari. La scuola sta acquisendo sempre nuovo scolari, e ora sta cercando un altro edificio per poter ospitare i suoi 120 alunni. Alla sua apertura, nel 2019, i bambini iscritti erano solo sette.

Alcune mattine, Ife accompagna il figlio a scuola per aiutarlo a portare i sacchi con i rifiuti, che vengono pesati nel cortile dell’istituto scolastico e il ricavato viene aggiunto sul conto della mamma di Abiola.

“Provvedere per sei figli non è semplice”, ha detto Ife. “Quando ho scoperto che qui accettano la plastica per mantenere a scuola Abiola, il più piccolo dei miei figli, il mio fardello si è alleggerito”, ha aggiunto la signora, frugando nei bidoni della spazzatura, alla ricerca di materiali riciclabili.

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Khartoum, evacuato l’orfanotrofio dove i neonati sono morti di fame

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 giugno 2023

Sono stati finalmente evacuati i trecento neonati e ragazzini del Maygoma House, il più grande orfanotrofio di Khartoum, sopravvissuti alla strage. Oltre cinquanta di loro sono morti letteralmente di fame nelle settimane precedenti, perché il personale non è più riuscito a recarsi sul posto di lavoro a causa dei continui combattimenti e bombardamenti che stanno insanguinando le strade della capitale sudanese dal 15 aprile scorso.

Khartoum, Sudan: Evacuazione dei piccoli orfani verso zone più sicure

Ma Hadhreen, un gruppo di volontari che aiuta l’orfanotrofio, ha fatto sapere mercoledì che dall’inizio del conflitto sono deceduti ben 71 piccoli a Maygoma House.

Le autorità non hanno emesso un bilancio ufficiale delle vittime, ma prima che cominciasse il conflitto, l’orfanotrofio ospitava circa 400 bambini.

Le due fazioni, le truppe paramilitari Rapid Support Forces capeggiate dall’ex vicepresidente del Paese, Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemetti, da una parte e le forze armate sudanesi comandate da Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e di fatto capo di Stato dell’ex condominio anglo-egiziano dall’altra, continuano i combattimenti, che stanno mettendo in ginocchio il Paese.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), che ha effettuato l’evacuazione nella tarda serata di mercoledì, ha dichiarato che i bambini di età compresa tra 1 e 15 anni sono stati portati in un luogo più sicuro, a Wad Madani, a circa 200 chilometri a sud-est di Khartoum.

Alyona Synenko, del CICR di Nairobi, ha precisato che non è stato possibile trasferire i piccoli prima, in quanto il loro evacuazione necessitava garanzie di sicurezza da entrambe le parti in conflitto

“Finalmente uno spiraglio di luce in mezzo a tanto dolore – ha sottolineato soddisfatto Mandeep O’Brien, rappresentante in Sudan dell’agenzia ONU per l’infanzia UNICEF – Ma – ha aggiunto – milioni di bambini rimangono a rischio in tutto il Sudan”.

Qualche settimana fa è stato evacuato un altro orfanatrofio a Khartoum, SOS Villaggi dei Bambini, perché occupato dalle milizie ribelli (RSF), come scrive la ONG nel suo blog.  Novanta  bambini, 30 adolescenti, 15 assistenti e tutto il resto del personale sono stati portati a Madani e in un’altra struttura nello stato meridionale del Nilo Bianco.

Finora il conflitto ha causato la morte di oltre 1.800 persone e, secondo le stime di OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), oltre 1,4 milioni sono sfollati e altri 476.000 rifugiati nei Paesi confinanti. Inoltre 25 milioni, oltre la metà della popolazione, necessitano di aiuti umanitari. Proprio a causa dell’insicurezza, finora solamente 2,2 milioni sono riusciti a ricevere viveri da parte delle organizzazioni internazionali, in quanto le molte tregue, accettate ogni volta da entrambe le fazione, non sono mai state rispettate.

A tutt’oggi, interi quartieri di Khartoum non hanno acqua corrente, l’elettricità è disponibile solo per poche ore alla settimana e tre quarti degli ospedali nelle zone di combattimento non funzionano.

Anche nel Darfur violenze e aggressioni non si arrestano. Il vice governatore del Darfur occidentale, El Bukhari Abdallah, ha comunicato che sono morti oltre 850 residenti, mentre i feriti sono oltre 2.000. La città di Geneina e la regione sono completamente isolate dal resto del mondo.

Il governatore del Darfur, Minni Minawi, ha dichiarato ufficialmente Geneina come “città disastrata”. Ha poi aggiunto che “La situazione umanitaria è disperata ed è il risultato di miliziani che hanno deliberatamente preso di mira risorse, saccheggiato i mercati e prosciugato il sistema idrico”.

Ancora una volta sono i più piccoli e vulnerabili a pagare il prezzo più elevato di questa inutile guerra. Secondo quanto riporta il ministro della Sanità del Darfur Orientale, Shafee Barar, 6 neonati sono morti dall’inizio della settimana nell’ospedale di El Daein per mancanza di medicinali e attrezzature mediche a causa degli scontri tra RSF e l’esercito.

Sudan, Darfur occidentale, Geneina distrutta

Mercoledì scorso, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno presentato una nuova proposta alle due fazioni in guerra per un altro cessate il fuoco di 24 ore sotto “rigorosa sorveglianza”.

Anche se i colloqui ufficiali tra i contendenti sono stati interrotti, le due delegazioni starebbero proseguendo dialoghi indiretti a Gedda, in Arabia Saudita, a riguardo della distribuzione degli aiuti umanitari e su altri passi che entrambe le parti dovranno compiere prima di ricominciare a incontrarsi.

Intanto ieri, il presidente sudanese, al-Burhan, ha dichiarato Volker Perther, capo di UNITAMS (missione integrata di assistenza alla transizione delle Nazioni Unite in Sudan), una missione politica speciale, per fornire sostegno al Sudan, come persona non grata. Il leader del Paese aveva chiesto la sua sostituzione già alcuni giorni fa, ma ora ha ufficializzato la propria posizione nei confronti dell’alto funzionario dell’ONU.

Cornelia I. Toelgyes
corneliaci@hotmail.it
@cotoelgyes

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Cinquanta piccoli di un orfanotrofio morti di fame a Khartoum: nessuno li ha nutriti

 

Strage continua: tra due decenni in Africa non ci saranno più elefanti

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
8 giugno 2023

“Ogni 26 minuti un elefante viene ucciso da un bracconiere”. È la stima, messa nero su bianco, del Fondo mondiale per la natura (WWF). L’Ong ambientalista lancia un grido d’allarme sulla situazione catastrofica che sta vivendo l’elefante africano.

Secondo il WWF, ogni anno si stima che 20 mila elefanti vengano massacrati per l’avorio. Una strage che non ha mai fine soprattutto a causa del bracconaggio. Con questi numeri, tra due decenni, l’elefante africano sarà estinto.

elefanti si foresta ed elefanti di savana
Da sinistra: elefanti di foresta che cercano sali minerali, ed elefanti di savana, mamma con cucciolo

Cento anni fa erano 12 milioni

Gli elefanti, nel grande continente africano, un secolo fa erano stimati in 12 milioni di esemplari. Oggi se ne contano 415 mila. In cento anni è stato perso il 95 per cento del più grande animale terrestre del pianeta.

Le due specie africane

In Africa ne esistono due specie: l’elefante di savana (Loxodonta africana) e l’elefante di foresta (Loxodonta cyclotis).

Il primo è classificato come “specie in pericolo”; situazione peggiore per l’elefante di foresta inserito tra le specie in “pericolo critico”. Significa che è considerato a elevato rischio di estinzione a breve termine.

Il conflitto uomo-elefante

Se la principale minaccia è il bracconaggio alimentato dal mercato nero dell’avorio, non si deve sottovalutare il conflitto uomo-elefante.

La deforestazione, portata avanti dalle comunità locali per avere terra coltivabile, causa la diminuzione dell’habitat dei pachidermi. Questi invadono le coltivazioni umane e ne mangiano i prodotti causando un antagonismo infinito per la sopravvivenza di entrambi.

Questo conflitto, in Kenya tra il 2010 e il 2017, ha portato alla morte di 200 persone. Per difendere i villaggi sotto assedio di pachidermi cosiddetti “problematici”, ogni anno sono uccisi dalle autorità tra 50 e 120 elefanti.

elefanti mappa con la posizione del parco
Mappa con l’indicazione del parco Ntokou Pikounda, in Congo-B (Courtesy GoogleMaps)

Il progetto “Una foresta per gli elefanti”

A maggio scorso è terminata la campagna di raccolta fondi del WWF per la realizzazione del progetto “Una foresta per gli elefanti”. Un progetto nel territorio del Tridom, area di foresta pluviale tra Gabon, Camerun e Repubblica del Congo, dove si trova il parco di Ntokou Pikounda.

Secondo il WWF è l’ultimo avamposto per la conservazione degli elefanti di foresta per “azioni di studio e monitoraggio e il rafforzamento del sistema antibracconaggio”.

Il WWF e le denunce contro la conservazione

Da diversi anni Survival International, ong per i diritti dei popoli indigeni, denuncia la “conservazione” del WWF.

In alcune aree dove il WWF fa conservazione tra Camerun e Congo abitanti picchiati ed espulsi con la forza dai ranger a difesa del parco progettato dal WWF.

Ai pigmei viene vietato di cacciare e raccogliere frutta nelle loro foreste ancestrali che li ospitano da millenni. In nome della “conservazione”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
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Crediti foto:
– Elefante di foresta
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31315636
By U.S. Fish and Wildlife Service HeadquartersForest elephant group 2 Uploaded by Dolovis, Public Domain, Link

– Elefante di savana
By Benh LIEU SONG / Benh LIEU SONGFlickr: Elephants Family, CC BY-SA 2.0, Link

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Addestramento militare e forniture d’armi in Somalia: finita la missione italiana in Corno d’Africa

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Giugno 2023

Si è appena conclusa la Missione Italiana Bilaterale di addestramento (MIADIT) in Somalia, giunta alla diciottesima edizione. Nelle le dodici settimane di training sono stati formati quattro plotoni della polizia federale somala, oltre poliziotti e gendarmi gibutiani. In un decennio di attività sono sono stati preparati complessivamente circa 7.000 agenti di polizia.

MIADIT – Somalia: corso di addestramento

I nostri carabinieri hanno preparato gli agenti di polizia durante diversi corsi come Antiterrorismo e lotta alla criminalità organizzata, Formed Police Unit (FPU), Addestramento per unità cinofile, Addestramento Forze speciali, Tecniche di polizia giudiziaria per personale femminile.

La missione, nata da accordi bilaterali Italia-Somalia e Italia-Gibuti, affidata ai carabinieri, ha l’obiettivo di creare le condizioni per la stabilizzazione della Somalia e dell’intera Regione del Corno d’Africa, mediante l’addestramento della Somali Police Force (S.P.F.) e l’accrescimento delle capacità operative delle forze di sicurezza della Repubblica di Gibuti.

I corsi sono orientati a trasmettere conoscenze e abilità operative utili alle operazioni di difesa, stabilizzazione e controllo del territorio, al fine di incrementare la capacità di contrasto al gruppo terroristico al-Shebab. L’ex colonia è sconvolta, dalla guerra da decenni.

La polizia somala è da molti anni oggetto di denunce del segretario generale dell’ ONU, in quanto arruola e utilizza minorenni, crimine sanzionato dal diritto internazionale. Si è macchiata anche di altri reati come uccisioni di bambini e stupri.

Anche il recente provvedimento di proroga delle missioni militari all’estero non ha modificato il sostegno italiano a Mogadiscio, senza particolari obiezioni, peraltro confermato dagli incontri fra la presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, e l’omologo somalo e i ministri della Difesa dei due Paesi.

Nell’ex colonia sono presenti, in base al citato provvedimento governativo di proroga, quasi settecento soldati italiani, con un costo annuo di circa 65 milioni di euro, (rispetto ai 50 milioni del 2021): EUTM Somalia, per formare i soldati di Mogadiscio, con circa centosettanta connazionali e con un costo annuo di circa 16 milioni di euro.

Bambini soldato

Va anche sottolineato che l’esercito somalo, sempre secondo le Nazioni Unite, utilizza bambini soldato, si è macchiato di stupri ed ha ucciso bambini; EUNAVFOR Atalanta per combattere la pirateria nelle acque antistanti il Paese, con duecento marinai, una nave e due aerei, con un costo di 27 milioni; la Missione Bilaterale di Addestramento delle Forze di Polizia somale e gibutine (MIADIT), operata da 115 Carabinieri, con un costo di 7,3 milioni; infine la base di Gibuti,, che si affaccia sullo strategico stretto di Bab el Mandeb (tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano), con la presenza di 147 uomini e con un onere di 13 milioni.

In passato le predette missioni, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani, sono state approvate dai parlamentari, con rare eccezioni. La risposta italiana a tali denunce è stata, infatti, un assordante silenzio delle istituzioni e dei maggiori organi d’informazione.

Un governo che viola i più elementari diritti umani, invece, non dovrebbe godere di aiuti militari italiani, peraltro concessi senza porre alcuna condizione. Non solo, con un Paese ricco solo di armi abbiamo stipulato un accordo di cooperazione militare. L’Italia che ha un debito morale per il periodo coloniale, dovrebbe lavorare per la pace e non per alimentare guerre e violenze.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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