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Zambia: con le scarpe usate (o magari senza) in un campo per profughi si gioca a calcio

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, dicembre 2023

Con le scarpe, magari usate, o senza scarpe, anche in un campo profughi lo sport è uno strumento di salvezza. Il calcio e perfino il judo fra i rifugiati nello Zambia provenienti dalle guerre e dalla miseria dei Paesi vicini si rivelano un’occasione di rinascita. Certo, fra le due attività agonistiche le differenze non sono da poco. Partendo appunto dai piedi.

Squadre di calcio in un campo per rifugiati in Zambia

Ad esempio, Cristiano Ronaldo per scendere in campo indossa scarpette che costano quasi 300 euro.

Invece, il calzolaio Fidel per far scendere in campo Gift Mukanya, 24 anni, congolese rifugiato in un campo profughi in Zambia, si accontenta di 10 kwacha, meno di 40 centesimi di euro. Tanto è il costo di riparazione delle scarpette usate, di secondo…piede, verrebbe da dire.

Gift è un attaccante del Meheba Academy FC, uno dei tre team calcistici di rifugiati del campo profughi omonimo, nel nord ovest della vasta Repubblica africana (ex nord Rhodesia) senza sbocco sul mare.

Il Meheba Academy FC milita nella Division One del campionato nazionale e mira a salire nella serie superiore. Le altre due squadre sono quella dei Meheba Rangers FC, appartenente alla seconda divisione del campionato provinciale nord-occidentale e quella femminile del Meheba Queens FC, facente parte della quarta divisione della lega distrettuale di Kalumbila.

Tutte e tre le società calcistiche hanno alcuni elementi in comune: sono composte da sopravvissuti in fuga da Paesi vicini. In tutto 64 maschi e 22 donne.

Ma – ha raccontato ad Al Jazeera, un altro calciatore, Nathan Mulimbi, 25 anni – “ tutti siamo privi di palloni, maglie, bottigliette d’acqua, scarpe…”. Queste ultime ogni tanto si trovano, ma usate e consumate, bisognose di …assistenza da parte di Fidel, il ciabattino.

Nathan, come il compagno di squadra Gift, è scappato dal Congo ed è il primo di 12 figli. Per sbarcare il lunario, come gli altri atleti, ha trasformato la passione in una speranza di vita – ricorda ad Al Jazeera l’allenatore della Meheba Academy, Peter Kakesi. – i rifugiati hanno il talento per affermarsi. Se solo venissero ben sponsorizzati….”.

La comunità circostante di rifugiati, d’altra parte, fatica ad arrivare a fine mese. Deve affrontare difficoltà di ogni genere: permessi di lavoro costosi, salari più bassi di quelli dei zambiani, isolamento. Maheba infatti si trova a 10 km dal centro amministrativo di questo importante distretto minerario (rame e nickel) di 170 mila abitanti.

Ufficialmente è un campo profughi dal 1971 – informa il sito delle Nazioni Unite, che lo cura tramite UNHCR – ma è un villaggio che si estende per 720 kmq (poco meno di Singapore, il doppio di Gaza).

Ospita oltre 30 mila rifugiati provenienti dalla Repubblica democratica del Congo, l’Angola, il Ruanda, la Somalia, il Mozambico e lo Zimbabwe. In più accoglie anche circa 8.000 cittadini zambiani e 9.000 ex rifugiati che ora hanno permessi di residenza temporanei o permanenti.

L’UNHCR contribuisce (un kit, un autobus per le trasferte), ma servirebbero più soldi per cibo, l’acqua in bottiglia, carburante, spogliatoio, compenso per gli arbitri, e….una paio di scarpe nuove.

In attesa che queste piovano dal cielo, a Meheba c’è chi fa sport anche scalzo.
Infatti – informa l’agenzia delle Nazioni Unite – quasi 200 giovani tra ragazzini e ragazzine prendono parte alle competizioni della lega nazionale di judo.

Le attività del campo profughi di Meheba sono state avviate nel 2016 ed è stato il primo programma per rifugiati nella regione.

Attrezzature e installazioni sono state fornite dalla Federazione Internazionale di Judo, sotto la guida della Zambian Judo Association (ZJA), con l’assistenza di diversi partner, tra cui le autorità locali, l’UNHCR e il Comitato Olimpico Norvegese
Insomma : o con le scarpe o senza scarpe, per ricordare la vecchia canzone degli alpini, “si può costruire un percorso di vita”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Per 6 anni prigioniero dei jihadisti in Mali: liberato ostaggio sudafricano

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 dicembre 2023

L’infermiere sudafricano, Gert Jacobus van Deventer, chiamato Gerco, è stato liberato il 16 dicembre dai jihadisti in Mali.

Gerco è stato rilasciato vicino al confine con l’Algeria, le cui autorità lo hanno subito preso in carico e trasferito per un check-up sanitario in un ospedale di Algeri, come ha specificato alla redazione di Africa ExPress Serge Daniel, apprezzato giornalista e profondo conoscitore delle questioni del Sahel. Durante la prigionia l’ostaggio era stato ferito al braccio sinistro da una pallottola.

Foto di repertorio dell’ex ostaggio sudafricano, Gert Jacobus van Deventer

Gerco era stato rapito il 3 novembre 2017 in Libia, in seguito, come lui stesso ha raccontato, è stato venduto ai jihadisti di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani) e trasferito nel nord del Mali.

Secondo quanto afferma la fondazione sudafricana Gift of the Givers, che ha svolto il ruolo di mediatore dal 2018, per la sua liberazione non sarebbe stato pagato alcun riscatto. Ma risulta difficile crederci.

La famiglia aveva lanciato un disperato appello quest’estate, chiedendo ai suoi aguzzini il rilascio immediato del congiunto. Inizialmente i terroristi avevano chiesto un riscatto di mezzo milione di dollari, soldi che la famiglia non è stata in grado di pagare.

La famiglia del sudafricano non aveva mai perso le speranze di poter riabbracciare il proprio congiunto. In questi lunghi anni di detenzione ha sempre lottato anche contro l’oblio. E finalmente il gran giorno sta per arrivare: se tutto andrà come previsto, Gerco potrà festeggiare questo Natale con i suoi cari, anche se la moglie Shereen e i tre figli, ancora increduli, attendono le prove concrete della sua liberazione. Finora le autorità sudafricane non hanno rilasciato commenti.

A questo punto va ricordato – e la redazione di Africa ExPress  non si stancherà mai di farlo – che in mano ai terroristi si trovano ancora anche tre italiani: Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, il 43enne Giovanni, figlio della coppia e il loro autista, un cittadino togolese. Sono stati rapiti nel maggio dello scorso anno da uomini armati dalla loro casa vicino a Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmaail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Italiani rapiti nel Sahel: jihadisti e ostaggi in viaggio verso i santuari dei terroristi nel nord del Mali

Speculatori finanziari in Israele sapevano dell’attacco e sono corsi a giocare in borsa: guadagni enormi

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
16 dicembre 2023

Tra la fine di settembre e il 2 ottobre 2023 le principali aziende israeliane, compresa la principale banca, Bank Leumi, controllata dallo Stato di Israele, sono corse a vendere azioni allo scoperto. Una preveggenza che fa dedurre che i trader erano informati dell’imminente attacco ai kibbutz. 

Come ci informa Wikipedia, “la vendita allo scoperto (in lingua inglese short-selling, o semplicemente short), è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita di titoli non direttamente posseduti dal venditore, ma presi in prestito dietro il versamento di un corrispettivo, con l’intento di ottenere un profitto a seguito di un movimento ribassista in una borsa valori. La vendita allo scoperto è un’operazione finanziaria di tipo prettamente speculativo e orientata verso un orizzonte temporale di brevissimo periodo”. 


La  CNN, unico network televisivo occidentale, è riuscita a entrare nella Striscia di Gaza: ecco il reportage

 


Quattro esperti di economia tra cui Robert J Jackson Jr, della New York University School of Law e Joshua Mitts della Columbia Law School, hanno setacciato i dati della Financial Industry Regulatory Authority per scoprire la strana anomalia di corsa alle vendite, giusto prima del disastro economico post 7 ottobre quando tutte le azioni delle aziende sono calate in seguito allo chock dell’attacco di Hamas ai kibbutz del Negev. 

Il 2 ottobre lo short volume sull’Eis ha toccato un picco: un sospetto aumento repentino

La ricerca pubblicata su SSRN (Social Science Research Network) https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=4652027 è stata ripresa dal Guardian inglese e in Italia dal quotidiano online L’Indipendente

https://www.lindipendente.online/2023/12/12/gli-strani-movimenti-dei-grandi-investitori-in-borsa-prima-degli-attacchi-di-hamas/  

e anche da Repubblica https://www.repubblica.it/esteri/2023/12/05/news/borsa_di_israele_titoli_speculazione_attacco_7_ottobre-421574219/

Nei giorni antecedenti gli attacchi, l’open interest dei derivati in scadenza il 13 ottobre, ossia la quantità di derivati in circolazione che scadevano in quella determinata data, era aumentato esponenzialmente tra la seconda metà di settembre e la prima metà di ottobre, hanno spiegato Jackson e Mitts.

Gli autori scrivono che le vendite sull’MSCI ETF Israele detto anche EIS sulla Borsa di Tel Aviv e le compravendite di azioni di compagnie israeliane quotate negli Usa hanno superato quelle durante la guerra di Gaza del del 2014 e durante la pandemia Covid. I ricercatori mettono nero su bianco: “Vediamo un balzo delle compravendite allo scoperto in queste compagnie, inusuale e marcato, proprio prima dell’attacco, che è terminato subito dopo l’attacco. La nostra ricerca suggerisce che i trader erano informati dell’imminenza dell’attacco e ne hanno tratto profitto”. 

Ci sono state società sulle quali il mercato ha concentrato e scommesso al ribasso. Nel mirino degli speculatori è finita la banca Leumi, un istituto che fa parte dell’indice replicato dall’Eis. Dal 14 settembre al 5 ottobre è aumentato di circa il 50% lo short interest sul titolo israeliano, passando da 8,9 a 13,4 milioni di azioni vendute allo scoperto: si tratta di 4,43 milioni di nuove azioni vendute short. Scommessa azzeccata: l’8 ottobre l’istituto ha perso in borsa l’8,79%. Tra l’1 e il 23 ottobre, il titolo è sceso del 24% (per poi risalire), garantendo grossi profitti agli speculatori che erano andati corti. Da questa discesa, i trader che hanno aperto le posizioni il 5 ottobre, ipotizzando che le abbiano chiuse al minimo toccato il 23 ottobre, hanno portato a casa un guadagno potenziale di circa 810 milioni di euro al cambio, al netto delle commissioni (fonte Milano Finanza)
Tra le più shortate si annoverano anche Generation Cap, con il +58,8% di posizioni corte e una perdita in borsa l’8 ottobre del 9,84%. Con il +56,8% di posizioni corte, Sella Real Estate l’8 ottobre ha perso il 10,8%.

Il 2 ottobre, per esempio, su MSCI ETF Israele quasi il 100 per cento delle vendite riguardavano le vendite allo scoperto (short selling), quando nessun fattore dei mercati suggeriva una scelta simile. Lo stesso fenomeno si era visto il 3 aprile, di nuovo a ridosso dell’annuncio di un attacco di parte di Hamas. Anche allora le vendite allo scoperto avevano toccato il 94 per cento su ETF Israele e superavano addirittura quelle dell’intero mese tra marzo e aprile, quando la quota era al 38,7 per cento in media. 

Alessandra Fava
alessandrafava2023@proton.me
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il Sudafrica alla Corte Penale Internazionale: “Arrestate Netanyahu per crimini contro l’umanità”

Gaza: piovono le prime denunce alla Corte Penale Internazionale contro Israele per genocidio

L’apartheid in Sudafrica è stata abolita anche perché gli occidentali si sono schierati contro, cosa che non accade in Israele

 

Etiopia: in Tigray si continua a morire di fame, conflitti e rischio default devastano il Paese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 dicembre 2023

In Etiopia si muore di fame. Poco più di un anno fa è terminata ufficialmente la guerra in Tigray con la firma di un accordo a Pretoria tra il governo di Addis Abeba e i combattenti della regione settentrionale, al confine con l’Eritrea.

Etiopi, Tigray: la disperazione, la fame in Tigray uccide ancora

A tutt’oggi la situazione umanitaria è gravissima. Dopo essere stata flagellata da un’invasione di locuste, siccità e da un terribile sanguinario conflitto, costata la vita a oltre 600.000 persone, anche ora, che gli scontri sono terminati, la gente continua a morire di fame.

Durante la guerra gran parte degli aiuti umanitari sono stati bloccati. La scorsa primavera PAM (Programma Alimentare Mondiale, altrimenti chiamato World Food Programme) e USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) avevano fermato la distribuzione per irregolarità nell’erogazione di cibo, furti e quant’altro. In quel periodo per la fame sono morte centinaia di persone. Ora la fornitura è stata ripristinata, ma secondo PAM nel solo Tigray oltre un milione di abitanti necessita urgentemente di supporto alimentare. Recentemente in alcuni distretti sono morte 187 persone perchè non avevano nulla da mangiare.

Un anziano del distretto di  Atsibi, nell’est del Tigray, ha raccontato ai reporter della Deutche Welle, il network televisivo tedesco, che l’inverno scorso è piovuto solo due volte. “Tutto ciò che abbiamo seminato non ha prodotto nessun raccolto. Non abbiamo nemmeno più la forza di spostarci per chiedere un po’ di cibo. Se non arrivano gli aiuti umanitari, moriremo. Sembriamo degli uccellini, giriamo nei campi vicino casa in cerca di un granello di grano”, ha poi aggiunto il vecchietto quasi rassegnato al proprio destino.

In gran parte del distretto di Atsibi i bambini nascono sottopeso perché le madri sono affette da malnutrizione.

Secondo l’ultimo rapporto di PAM, in Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa, oltre 20 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari, 7,4 milioni tra donne e bambini sono malnutriti.

Anche se finora non si parla ancora di una vera e propria carestia, ci sono però le premesse che presto possa arrivare in diverse regioni del Paese.

In altre zone anche i conflitti ancora in atto contribuiscono alla grave insicurezza alimentare. Nella regione Amhara le forze armate etiopiche (ENDF) continuano ad usare droni – materiale bellico arrivato dagli Emirati Arabi Uniti come durante la guerra in Tigray –  per colpire i combattenti di FANO  (gruppo giovanile armato Amhara), che all’inizio del conflitto nella regione settentrionale avevano combattuto accanto ai militari governativi. I giovani sono stati addestrati dall’esercito eritreo. Il governo di Addis Abeba vorrebbe integrare i combattenti FANO nelle strutture di sicurezza governative. I militanti si sono però opposti a tale decisione, perché ritengono che possa ridurre l’autonomia della regione e renderla più vulnerabile a eventuali attacchi. Dall’inizio del mese durante le aggressioni con i droni sono morte almeno 20 persone, tra loro anche civili.

Conflitto nella regione Amhara, Etiopia

A metà novembre rappresentanti di OLA (Oromo Liberation Army), classificati come terroristi (nel 2018 si è separato da Oromo Liberation Front nel 2018, che ha rinunciato alla lotta armata dopo l’arrivo al potere di Abiy Ahmed, primo ministro, di etnia oromo) e del governo di Addis Abeba si sono incontrati in Tanzania per colloqui di pace, volti per mettere un punto finale a decenni di lotta. Negli ultimi anni, proprio a causa di questo conflitto, sono morte centinaia di persone, e decine di migliaia sono fuggite dalle loro case. Ma anche dopo la fine dei colloqui, archiviati anche stavolta senza aver raggiunto l’obiettivo, la Commissione Etiopica per i Diritti Umani (EHRC) ha denunciato che non sono cessati gli attacchi sistemaci perpetrati da OLA.

L’Oromia è la regione più grande dell’Etiopia e circonda la capitale Addis Abeba. Gli oromo sono il gruppo etnico più numeroso.

Stimato a poche migliaia di uomini nel 2018, il numero dei miliziani di OLA è cresciuto notevolmente negli ultimi anni, anche se gli osservatori ritengono che non sia sufficientemente organizzato e armato per rappresentare una vera minaccia per il governo federale etiopico.

A fine novembre sono state uccise 45 persone da uomini armati in due diversi attacchi nelle aree di Arsi e Kellem Wollega. OLA nega però qualsiasi coinvolgimento.

E proprio qualche giorno fa è stato arrestato Taye Dendea, ex ministro delegato per la Pace, con l’accusa di collaborare con OLA. In passato Taye è stato un fervente sostenitore di Abiy, ma ultimamente ha espresso critiche sulle violenze nell’Oromia e soprattutto per quanto concerne la politica economica del governo.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e vincitore del Premio Nobel per la Pace 2019

Certo, la politica economica presenta qualche falla. Il Paese è a rischio insolvenza, visto che l’8 dicembre scorso il governo ha annunciato di non essere in grado di soddisfare il pagamento  di una cedola sul suo unico Eurobond da 1 miliardo di dollari in scadenza l’11 dicembre. ll mancato pagamento delle cedole avvicinerebbe l’Etiopia al default, che diverrebbe ufficiale una volta trascorso un periodo di tolleranza di due settimane.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Fotocredit: DW

Allarme fame in Tigray: muoiono i bambini e un’inchiesta rivela che il cibo per gli aiuti è stato venduto al mercato

Etiopia e Tigray firmano un accordo di pace a Pretoria e fioccano le scommesse: quanto tempo terrà?

 

Il Sudafrica alla Corte Penale Internazionale: “Arrestate Netanyahu per crimini contro l’umanità”

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Dicembre 2023

“La punizione collettiva dei civili palestinesi attraverso l’uso illegale della forza da parte di Israele è un crimine di guerra. La deliberata negazione di medicine, carburante, cibo e acqua ai residenti di Gaza equivale ad un genocidio”. Lo ha affermato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il 21 novembre scorso, durante una riunione con Brasile, Russia, India, Cina, Arabia Saudita e Iran (BRICS), sulla guerra in Medio oriente, meeting capitanato dal leader di Pretoria.

Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica

Il Sudafrica ha anche chiesto alla Corte Penale Internazionale (CPI) di emettere un mandato di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu entro metà dicembre. Lo ha annunciato il ministro alla Presidenza di Pretoria, Khumbudzo Ntshavheni, affermando che se la Corte non dovesse accogliere la richiesta, ciò segnalerebbe un “fallimento totale” della governance globale. “Il mondo non può semplicemente restare a guardare”, ha detto il ministro, accusando il governo israeliano di voler “ripulire la maggior parte di Gaza dai palestinesi e di occuparla”. Il governo sudafricano, nel condannare gli attacchi contro i civili di Hamas, ha anche chiesto un cessate il fuoco immediato, l’apertura di corridoi umanitari ed il rilascio degli ostaggi civili.

Il Sudafrica, insieme a Bangladesh, Bolivia, Comore e Gibuti, ha presentato recentemente, infatti, una richiesta alla CPI per indagare se a Gaza siano stati commessi crimini di guerra e contro l’umanità. Pretoria è da tempo un forte sostenitore della causa palestinese e dopo la reazione israeliana al criminale attacco del 7 ottobre di Hamas ha annunciato il ritiro dei suoi diplomatici da Israele, lasciando intendere che la posizione dell’ambasciatore israeliano a Pretoria stia diventando “insostenibile”.

Mentre il Sudafrica lancia un importante segnale all’Occidente, molti Paesi europei fra questi l’Italia, non stanno attivando alcuna inziativa diplomatica e gli Stati Uniti, da un lato chiedono moderazione a Israele e dall’altro gli forniscono una gran quantità di materiale bellico.

Sudafrica chiede arresto del primo ministro israeliano Benjamin Netaniahu

 

Tel Aviv ha già utilizzato – secondo il portavoce del ministero della Difesa – oltre centomila proiettili dallo scoppio del conflitto. Una gran parte di tale quantitativo proviene dal Pentagono. Secondo il sito Israeldefense.co.il “Questi proiettili erano stati trasferiti nei depositi in Europa a favore delle forze armate ucraine e adesso sono tornati indietro in Israele per soddisfare le richieste del conflitto a Gaza”. La logistica militare ha seguito la rotta da Ramstein (Germania) a Nevatim, mediante i cargo dell’U.S. Air Force. Il flusso di armi ha coinvolto – afferma Antonio Mazzeo nel suo blog – anche la base dell’U.S. Navy di Sigonella, in Sicilia.

Il contesto è così grave, che, secondo autorevoli esponenti, si può parlare di un regime di apartheid, che Israele applicherebbe ai palestinesi. Lo ricorda Human Rights Watch (HRW): a settembre si è espresso così Tamir Pardo, ex capo del Mossad dal 2016 al 2011. Nell’agosto di quest’anno l’ex comandante settentrionale dell’esercito di Tel Aviv ha definito la situazione in Cisgiordania come “totale apartheid”.

A giugno – afferma HRW – l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, e l’ex Commissario per i diritti umani dell’ONU, Mary Robinson, concludendo un viaggio in Israele/Palestina, hanno scoperto che “la situazione soddisfa la definizione giuridica internazionale di apartheid”. Il diritto internazionale punisce tale pratica, fondata sulla discriminazione sistematica basata sulla razza e sull’etnia

CPI – ha affermato il suo Procuratore Capo Khan – nel ricevere la sopraindicata richiesta di Pretoria e di altri Paesi, sta attualmente conducendo un’indagine sulla situazione in Palestina. L’inchiesta, avviata il 3 marzo 2021, comprende condotte che potrebbero costituire crimini previsti dallo Statuto di Roma commessi dal 13 giugno 2014 a Gaza e in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est e si estende all’escalation delle ostilità e della violenza dopo gli attacchi di Hamas.

“Non possiamo accettare – continua Khan – che la natura brutale della guerra sia una sorta di fatto compiuto. E non possiamo e non dobbiamo perdere di vista il fatto che esistono leggi che regolano la condotta di queste ostilità. Non esistono assegni in bianco, nemmeno in guerra.”

Bombe su ospedali a Gaza

La situazione a Gaza è terribile, con circa quattordicimila morti, decine di migliaia di feriti ed un territorio trasformato in un immenso cumulo di macerie. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Gutierres, ha invitato il Consiglio di Sicurezza a “fare pressione per evitare una catastrofe umanitaria a Gaza e a inserirsi nella richiesta di un pieno cessate il fuoco umanitario fra Israele e i miltanti palestinesi”. “Gli occhi della storia – ha ammonito – ci guardano. E’ tempo di agire. La brutalità di Hamas non giustifica la punizione collettiva”.

La risposta all’accorato appello? Il veto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, che ha impedito l’adozione del cessate il fuoco immediato! Tale decisione, secondo, Amnesty International, rappresenta uno “spietato disprezzo per le sofferenze dei civili di fronte a uno sconvolgente numero di vittime”

Luciano Bertozzi
luciani.bertozzi@tiscali.it
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Etiopia: 76 atleti massacrati dalla guerra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
13 dicembre 2023

All’inizio di quest’anno la due volte campionessa olimpica dei 10 mila metri, Derartu Tulu, 51 anni, guidò una delegazione di atleti del Tigrai alla capitale Mekele.

Deratu Tulu, ex campionessa olimpica etiopica

Dopo due anni di guerra ferocissima combattuta nel nord dell’Etiopia, quello di Tulu (oro a Barcellona nel 1992 e a Sidney nel 2000,) era il primo passo verso una tormentata riconciliazione. Con lei, prima atleta africana nera a vincere un oro olimpico, viaggiavano altri sportivi che finalmente potevano riabbracciare i propri cari dalla cessazione delle ostilità.

Ma la guerra è spietata, non fa sconti a nessuno. Neppure a chi si illude che possa essere una fuga dalla miseria, un passaporto per la libertà, e uno strumento di pace. A quasi 12 mesi esatti dall’arrivo di quella delegazione all aeroporto di Mekele, c’è chi ha fatto bene a ricordare il prezzo umano del conflitto pagato dal mondo sportivo del Tigray ( o Tigre’). E’ stato Kidane Teklehaimanot, presidente della Federazione Atletica del Tigray.

Intervistato pochi giorni fa dalla BBC, Teklehaimanot ha stilato un bilancio a dir poco agghiacciante per un popolo di una regione di circa 7 milioni di abitanti ma di fior di campionesse e campioni come Gotytom Gebreslase, Letesenbet Gidey, Gudaf Tsegay.

“La guerra è costata la vita a 76 atleti che rappresentavano il futuro sportivo di questa nazione – ha detto il presidente – mi è appena stato consegnato l’elenco completo di queste vittime. Esso comprende anche i nomi di due dirigenti e di due allenatori. Buona parte di questi atleti era costituita da civili, uccisa dai soldati, qualcuno di loro invece ha perso la vita tra le fila della resistenza dove erano entrati per opporsi alla guerra di annientamento del nostro popolo. Tutti comunque erano impegnati in competizioni di alto livello ed erano più che promettenti”.

Il Tigray anche in tempi recentissimi ha mostrato quale sia il suo potenziale atletico. Ai campionati di Eugene, negli States, l!anno scorso,
Gebreslase vinse la maratona, Gidey i 10,000m e Tsegay i 5,000.

Etiopia,Tigray: durante la guerra sono stati uccisi anche 76 atleti

Se l’ Etiopia si classificò seconda dietro i padroni di casa con 4 ori, 4 argenti e 2 bronzi, (ne scrivemmo anche qui) fu grazie alle performance di questi sportivi.
Il durissimo scontro militare non ha provocato solamente oltre 600 mila vittime e qualche milione di sfollati, ma anche distruzione delle strutture sportive – ha sottolineato Teklehaimanot – Basta citare per tutti il centro di atletica della città di Maichew. Ha subito danni per 30 milioni di birr,(l’equivalente di quasi mezzo milione di euro)”.

La ripresa post conflitto è appena iniziata a un anno dall’accordo di pace siglato nel novembre 2022 dal governo etiopico e il Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF), con la mediazione dell’Unione Africana.

Lo sport etiopico cerca di dare il suo contributo, anche perché nonostante il patto di novembre, l’armonia sognata è oscurata da denunce di abusi sui diritti umani.

I mezzi “atletici” non mancano di sicuro per un futuro di concordia.
Un ultimo esempio si è avuto il 4 dicembre scorso alla maratona di Valencia, in Spagna: Sisay Lemma, 32 anni, ha segnato lo strepitoso tempo di 2’01’48” nella maratona, il quarto più veloce nella storia della corsa. Spettacolare, poi, il successo sui 42,195 km delle donne dell’Etiopia: prima, seconda e terza!
Nell’ordine: Worknesh Degefa,33 anni, si è imposta in 2h15:51 davanti alle connazionali Almaz Ayana, 32, (2h16:22) e la ventottenne Hiwot Gebrekidan (2h17:59).

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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En plein degli atleti dell’Etiopia e del Kenya alla 52esima Maratona di New York

 

L’apartheid in Sudafrica è stata abolita anche perché gli occidentali si sono schierati contro, cosa che non accade in Israele

Dal Nostro Corrispondente
Angus Shaw*
Harare, 12 dicembre 2023

AT THE END THE ORIGINAL TEXT IN ENGLISH

Una vecchia storia sulla segregazione razziale, o apartheid, in Africa recita così. Quando la classe dei coloni prendeva una racchetta da tennis per una partita al suo club sportivo per soli bianchi, i militanti tra gli indigenti prendevano una pistola.

La Cina e il blocco sovietico erano fin troppo disposti a fornire armi ai movimenti di liberazione e a contribuire all’addestramento delle loro reclute.

I paragoni con la segregazione israeliana sono evidenti. I combattenti palestinesi ricevono armamenti dagli Stati islamici e dai gruppi jihadisti fondamentalisti di tutta la regione. Cina e Russia, nel loro tradizionale obiettivo strategico di contrastare l’influenza occidentale, sostengono Hamas. Come nel caso dell’apartheid africano, la conflagrazione e la rivolta erano inevitabili.

Il Sudafrica si considera tra le cosiddette nazioni progressiste che sostengono Hamas, avendo combattuto contro il proprio apartheid. Sulla scena mondiale ha cercato e fallito nel tentativo di mediare sull’Ucraina. Il famigerato regime di apartheid in Sudafrica – la parola apartheid deriva dalla lingua afrikaans – non avrebbe mai potuto sopravvivere a tempo indeterminato. I bianchi sudafricani e i loro esecutori erano largamente in minoranza e, a differenza di Israele, l’opinione pubblica occidentale chiedeva a gran voce l’abolizione dell’apartheid. Furono applicate dure sanzioni economiche, tra cui un severo embargo sulle armi, e Nelson Mandela sarebbe diventato un’icona della libertà amata in tutto il mondo.

Nelson Mandela, ex presidente del Sudafrica

 

La segregazione aveva creato ghetti neri impoveriti. Lo Stato bianco designò piccole “patrie” per i neri, note come bantustan, che in teoria avrebbero avuto un elemento di autogoverno. Ma non funzionò. Alla fine, la forza dell’esercito sudafricano e la sua macchina di intelligence non riuscirono più a contenere gli squilibri in cui si trovavano invischiati.

Si verificarono uccisioni su larga scala, accolte dalle proteste internazionali. L’apartheid si è conclusa con le prime elezioni di tutte le etnie nel 1994, anche se ne rimangono residui in alcune comunità recalcitranti. Il disprezzo per il dominio africano ha portato a un flusso costante di emigrazione da parte dei bianchi – verso l’Europa, gli Stati Uniti e l’Australia – che continua ancora oggi.

A causa dell’ampia sproporzione tra i gruppi di popolazione, una soluzione a due Stati non avrebbe mai potuto essere pensata in Sudafrica o nella vicina Rhodesia, governata dai bianchi.

In Rhodesia, oggi Zimbabwe, la pace fu negoziata dopo una guerriglia durata 7 anni. Alla fine si è trattato di una questione di numeri. All’inizio dei combattimenti nella savana la minoranza bianca era in inferiorità numerica di 25 a 1. Secondo le stime gli scontri costarono 20.000 vite umane, circa 1.500 forze di difesa e 9.000 guerriglieri abbattuti da una potenza aerea di gran lunga superiore, dall’artiglieria e dalla mobilitazione e coscrizione delle truppe. Il resto erano morti civili, uccisi nel fuoco incrociato o brutalizzati da entrambe le parti in conflitto.

All’inizio del XX secolo si era discusso brevemente di fondare uno Stato ebraico in Africa centrale, in Uganda. L’idea fu presto abbandonata dopo aver capito che “i venti del cambiamento” avrebbero presto soffiato sul continente e “la nave della liberazione” sarebbe presto salpata.

Iniziò così la decolonizzazione dell’Africa.

In Rhodesia i bianchi occupavano il 60% delle terre agricole più fertili. Intorno alle città si svilupparono township e sordide baracche, perché i coloni avevano bisogno di manodopera autoctona. Il Land Apportionment Act stabiliva le aree in cui i neri potevano vivere e, ad esempio, solo i domestici potevano vivere nei sobborghi bianchi. Le township furono pianificate lontano dai centri urbani, su strade arteriose che potevano essere facilmente chiuse a ogni accenno di disordine.

La socializzazione con i neri era disapprovata, anche se non veniva osservato il “piccolo apartheid” del Sudafrica. Non c’erano cartelli “solo bianchi” (slegs blankes) sulle panchine dei parchi o sugli autobus. In Rhodesia non esisteva la legge sull’immoralità, come in Sudafrica, utilizzata per impedire i rapporti sessuali al di là della linea del colore. Le coppie miste potevano vivere apertamente in un sobborgo designato, lontano dai sobborghi bianchi di Salisbury, l’allora capitale.

Lo sviluppo separato nel suo senso letterale, come una vecchia fotografia in bianco e nero, è svanito, spesso per essere sostituito da sistemi altrettanto perniciosi di divisioni etniche e tribali.

Il combattente per la libertà di un uomo, è il terrorista di un altro, ma le conquiste rivoluzionarie sono spesso sprecate dalla violenza e dal malgoverno. Molti muoiono per concetti di libertà che, nella migliore delle ipotesi, non sono chiari.

Poco dopo l’indipendenza dello Zimbabwe sono morte circa 30.000 persone, senza risparmiare donne e bambini, in un genocidio etnico noto come Gukurahundi nella provincia occidentale del Matabeleland. Il termine della lingua locale Shona si traduce approssimativamente come separazione della pula dal grano.

È iniziato per stroncare una ribellione armata da parte di ex guerriglieri della minoranza tribale Ndebele del Matabeleland, fedeli ai leader locali esclusi dalla condivisione del potere nel nuovo ordine controllato dagli Shona di Robert Mugabe, che comprendono quasi i tre quarti della popolazione.

La segregazione razziale e l’intolleranza razziale sono modalità del mondo, evidenti anche in Cina e in Russia, che difficilmente cambieranno presto in Israele.

Angus Shaw*
angusshaw@icloud.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

*Angus Shaw nato 1949 da coloni scozzesi nella Rhodesia, ad Harare, quando si chiamava Salisbury, ha ottenuto risultati accademici modesti e, rimasto orfano in tenera età, è andato a scuola in Inghilterra ma non ha proseguito gli studi avendo bisogno di lavoro e di reddito.
Viaggiando in autostop in Europa come studente dell’Africa meridionale, ha sentito per la prima volta l’odore dei gas lacrimogeni durante la rivolta studentesca del 1968 a Parigi, la prima di molte altre esperienze come reporter in Africa nei 50 anni successivi.
E’ entrato a far parte del Rhodesia Herald nel 1972. Nel 1975 è stato arruolato nelle forze di sicurezza rhodesiane, ma ha disertato per fare un reportage sugli esuli nazionalisti a Lusaka e Dar es Salaam.
In questo periodo ha coperto una dozzina di Paesi africani, principalmente per l’agenzia di stampa statunitense Associated Press dal 1987 fino alla pensione. Nel febbraio 2005 è stato incarcerato per aver fatto un reportage su Robert Mugabe durante il declino dello Zimbabwe. È autore di tre libri: The Rise and Fall of Idi Amin, 1979, Kandaya, 1993, una cronaca del servizio di leva nella guerra per l’indipendenza dello Zimbabwe e Mutoko Madness, 2013, un memoire africano.
È stato insignito del prestigioso premio Gramlin per la stampa statunitense. Angus Shaw vive ad Harare.

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ORIGINAL TEXT IN ENGLISH

From Our Correspondent
Angus Shaw
Harare, December 12th 2023

An old story on racial segregation, or apartheid, in Africa goes like this. When the settler class reached for a tennis racket for a game at his whites-only sporting club, militants among the deprived reached for a gun.

China and the Soviet bloc were only too willing to pour weapons into liberation movements and help train their recruits.

Comparisons with Israeli segregation are clear. Palestinian fighters receive armaments from Islamic states and fundamentalist Jihadist groups across the region. China and Russia, in their traditional strategic aim of countering Western influence, support Hamas. As with African apartheid, conflagration and uprising was inevitable

South Africa considers itself among so-called progressive nations supporting Hamas, having fought against it’s own apartheid. On the world stage it tried and failed to mediate over Ukraine. Notorious apartheid rule in South Africa – the word apartheid comes from its Afrikaans language – could never have survived indefinitely there. South Africa’s whites and their enforcers were vastly outnumbered and, in contrast to Israel, Western opinion clamoured ever more strongly for apartheid to be abolished. Tough economic sanctions, including a stringent arms embargo, were applied and Nelson Mandela was to become a beloved icon of freedom the world over.

Segregation had created impoverished black ghettoes. The white state designated small “homelands’ for blacks, known as bantustans, that in theory would have an element of self-rule. But that didn’t work. In the end, the might of the South African military and its intelligence machine could no longer contain the imbalances they found themselves embroiled in.

Large scale killings occurred, met by international outcry. Apartheid ended with the first all race elections in 1994 though remnants of it remain in some recalcitrant communities. Disdain for African rule led to a steady stream of emigration by whites – to Europe, the United States and Australia – that continues today.

Because of the widely disproportionate population groups a two state solution could never have been thought of in South Africa or its white-ruled neighbour Rhodesia.

In Rhodesia, now Zimbabwe, peace was negotiated after a 7-year guerrilla war. It eventually came down to the matter of numbers. The white minority was outnumbered 25-1 at the start of the bush fighting that cost an estimated 20,000 lives – about 1,500 defence forces, 9,000 guerrillas felled by far superior air power, artillery and troop mobilisation and conscription, the rest being civilian dead, killed in crossfire or having been brutalised by both sides in the conflict.

In the early 20th Century there had been brief discussion on founding a Jewish state in central Africa, in Uganda. It was soon abandoned after realisation that “the winds of change” would soon be blowing across the continent and “the ship of liberation” would soon set sail.

Thus began African decolonisation.

In Rhodesia whites occupied 60 percent of the most fertile farm land. Townships and sordid shanties grew up around the cities because native labour was needed by the settlers. The Land Apportionment Act set down areas blacks could live in and, for instance, only house servants were allowed to live in white suburbs. Townships were planned away from the city centres on arterial roads that could be easily sealed off at any hint of unrest.

Socialising with blacks was frowned upon although the ”petty apartheid” of South Africa was not observed. There were no whites only (slegs blankes) signs on park benches or buses. There was no Immorality Act used in South Africa to stop sex across the colour line. Mixed couples could live openly in a designated suburb far away from the white suburbs of Salisbury, the then capital.

Separate development in its literal sense, like an old black and white photograph, faded away, often to be replaced by equally pernicious systems of ethnic and tribal divisions.
One man’s freedom fighter is another man’s terrorist but revolutionary gains are often squandered by violence and misrule. Many die for concepts of freedom that, at best, are unclear.

Soon after independence in Zimbabwe as many as 30,000 people died – women and babies were not spared in an ethnic genocide known as “Gukurahundi” in the western Matabeleland province. The term from the local Shona language roughly translates as separating the chaff from the grain. It began in order to crush an armed rebellion by former guerrillas of the Ndebele tribal minority in Matabeleland loyal to local leaders excluded from power sharing in the new order controlled by the Shona people of Robert Mugabe who comprise nearly three quarters of the population.

Racial segregation and racial intolerance are ways of the world, apparent too in China Russia, that are unlikely to change in Israel any time soon.

Angus Shaw
angusshaw@icloud.com

Morto a 100 anni Henry Kissinger: il ricordo delle sue imprese inquietanti in Medio Oriente e in tutta l’Africa

 

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Uganda: miracolo di Natale, a 70 anni partorisce due gemelli

Africa ExPress
Kampala, 11 dicembre 2023

C’è davvero da gridare al miracolo. Un donna ugandese, Safina Namukwaya, di ben 70 anni, pochi giorni fa ha dato alla luce a due gemelli. Ricorda un po’ Sara (Genesi 17.17), la moglie di Abramo, che ha partorito Isacco quando ormai era 90enne, mentre il marito di anni ne aveva 100.

la 70enne ugandese, Safina Namukwaya, partorisce due gemelli

La “storia” si ripete, o quasi. I due gemelli sono nati con parto cesareo in un clinica di Kampala, specializzata in fecondazione assistita. Già nel 2020 la donna ha partorito una bambina, sempre nello stesso centro.

I gemelli, un bimbo e una bimba, sono nati prematuri, alla 31esima settimana, ha spiegato Edward Tamale Sali, specialista della fertilità presso il Women’s Hospital International and Fertility Centre (WHI&FC), della capitale ugandese.

La clinica ha poi postato l’evento sulla sua pagina Facebook: “Abbiamo raggiunto un risultato straordinario. Abbiamo fatto nascere due gemelli a una donna di ben 70 anni, la madre più anziana dell’Africa!”

La neo-mamma ha raccontato a un giornale locale che la sua gravidanza è stata davvero difficile, visto che il compagno, che ha incontrato nel 1996, l’ha abbandonata quando ha saputo del parto gemellare.

“Agli uomini non piace quando la propria donna porta in grembo più di un figlio. Da quando sono stata ricoverata qui, il mio compagno non si è mai fatto vivo”, ha poi aggiunto la signora Namukwaya.

I due gemelli, un bimbo e una femminuccia, nati prematuri, da una 70enne ugandese

La donna ha sempre desiderato avere dei figli propri. “In passato, ha raccontato, mi sono occupata di tanti bambini di altre persone, per poi ritrovarmi da sola. E mi sono sempre chiesta chi si sarebbe occupato di me, una volta diventata vecchia”.

In genere le donne entrano in menopausa tra i 45 e i 55 anni. La fertilità diminuisce in questo periodo, ma i progressi della medicina hanno reso ugualmente possibile che  possano partorire anche in età avanzata.

Nel caso della neo-mamma ugandese è stato utilizzato l’ovulo di una donatrice e lo sperma del suo partner per la procedura di fecondazione in vitro (FIV).

Africa ExPress
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Nigeria: partorisce all’età di 67 anni

Non solo Gaza, le violenze e i soprusi dei coloni israeliani denunciati in Cisgiordania

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
10 dicembre 2023

La situazione sta diventando sempre più tesa anche in Cisgiordania, i Territori occupati occupati da Israele (Onu). Da qualche giorno l’esercito di Tel Aviv sostiene di aver trovato tunnel e armi di Hamas a Jenin. Jenin, nord della West Bank, per i palestinesi è una delle città martire. Il cimitero continua ad accogliere morti. I loro ritratti sono appesi come stendardi lungo le strade della città, come è sempre stato fatto anche in passato.

Le tensioni nella Cisgiordania non sono cominciate certo dall’inizio di questa guerra. Da principio d’anno si sono moltiplicati gli assalti dei coloni, che occupano un territorio che per il diritto internazionale è palestinese, anche se nessuno ha mai creato una Palestina.

Gli accordi di Oslo avevano diviso il territorio in aree A, B e C con controlli misti o a prevalenza palestinese o israeliana, ma di fatto nei decenni l’esercito israeliano ha rioccupato i territori in seguito ad attentati.  E intanto le colonie crescevano.

Palestinesi evacuano un’area dopo un attacco aereo israeliano alla moschea di Sousi, a Gaza City, il 9 ottobre 2023. La crisi umanitaria a Gaza ha raggiunto un punto senza precedenti mentre le ostilità continuano. AFP/Mahmud Hams

Dopo la guerra del 1967 le colonie erano pochissime, negli anni Novanta i coloni erano 136 mila, oggi sono 750 mila, compresi quelli che vivono negli insediamenti accanto o in Gerusalemme est. L’Onu conta oggi 279 colonie.

Nei decenni è bastato che quattro israeliani si piazzassero sulla cima di una collina con una tenda perché fosse creato un outpost con un qualche nome ebraico. Dopo poche ore arrivava l’esercito a proteggere i coloni. La collina si cementava con case affastellate come tra Ramallah e Gerusalemme est. Intorno torrette e filo spinato. Nel giro di poco tempo veniva anche rinvenuta una qualche scritta ebraica per attesta la presenza in zona da millenni e quindi notificare l’esproprio di proprietà palestinesi.

Le colonie sono collegate da strade e autostrade ad esclusivo uso dei coloni Sotto, in basso, ci sono i villaggi palestinesi antichi che sfruttano l’acqua degli uadi e quindi stanno lungo le vallate e sono costretti ad usare altre vie più o meno carrate e piene di checkpoint, tanto che il viaggio di un israeliano fino a Gerusalemme può durate trenta minuti e quello del palestinese per strade molto più lunghe e controllare alcune ore.

 

Oggi la Cisgiordania è “a coriandoli”, come ha scritto Limes. Le colonie si sono moltiplicate. I coloni con la destra al potere hanno mano libera, da mesi fanno quello che vogliono.

Solo stando alle ultimi giorni, il 5 dicembre Haaretz riferisce di un assalto dei coloni col ferimento anche di due di quattro pacifisti israeliani nel villaggio di Al Farisja vicino alla colonia di Rotem, nel nord ovest della West Bank. Uno dei due ha avuto una ferita grave alla testa. Un mese fa era stato ferito dai coloni di Asa’el che gli avevano rotto il naso.

All’altro pacifista hanno spruzzato del peperoncino in faccia. Erano delude di notte, i quattro stavano dormendo in casa di una famiglia palestinese per proteggerli dagli attacchi, quando una ventina di coloni ha attaccato . Secondo B’telem dall’inizio della guerra 16 comunità palestinesi hanno dovuto lasciare i loro villaggi a causa degli attacchi.  Ocha (l’ufficio per gli affari umanitari delle Nazioni Unite) sostiene che 1.026 persone che dovuto sloggiare.

Il 5 e 6 dicembre i coloni hanno attaccato i villaggi di Yanun vicino a Nablus e Khirbet Tel al Himma (Tubas). Dicono che lo fanno per la loro sicurezza. Lo scopo è terrorizzare, spaccare, distruggere e fare in modo che i palestinesi non possano pensare di continuare a vivere sulla loro terra.

I giornali israeliani riportano poco questi fatti. Il Jerusalem Post cerca di minimizzare. Titolo: “I dati dell’esercito sulle violenze degli ebrei contro i palestinesi “complessi”. L’articolo sostiene che prima del 7 ottobre ci sono stati 32 “incidenti con violenze dei nazionalisti” e, dopo, 24 ogni settimana dopo.

Da allora ogni settimana sono stati registrati dai 10 ai 38 incidenti e che quindi le violenze sono diminuite dal 7 ottobre (lo dice anche Ocha), ma sono aumentate comparando il 2022 col 2023. Sempre secondo Ocha dal 7 ottobre ci sono stati 330 attacchi dei coloni contro i palestinesi, di cui 250 hanno comportato danni alle proprietà. Nella maggior parte degli attacchi i militari israeliani partecipavano con i coloni (fonte Ocha).

In Cisgiordania, Gerusalemme est compresa, si stanno moltiplicando anche le incursioni dell’esercito. Jenin ormai ha la strada principale distrutta. L’8 dicembre l’esercito ha ucciso 6 palestinesi tra cui un quattordicenne nel campo rifugiati di Al Fara’a, a Tubas. Dal 7 ottobre, scrive sempre Ocha, nella West Bank compresa Gerusalemme est, sono stati uccisi  263 palestinesi. La maggior parte dei morti, “martiri” per i palestinesi, sono di Jenin e Tulkarm. Una parte dei morti stavano ingaggiando uno scontro a fuoco con IDF (Israel Defence Forces, l’esercito israeliano) ma oltre la metà non era armato e non stava aggredendo nessuno.

L’altra arma usata contro i palestinesi sono le demolizioni. L’esercito arriva con le ruspe e tira giù le loro case. Le nuove distruzioni a Gerusalemme Est (palestinese per il diritto internazionale) hanno costretto ad evacuare 68 persone per un totale di 265 palestinesi rimasti senza casa in Cisgiordania da 7 ottobre a oggi.

Un rapporto delle Nazioni Unite afferma che gli insediamenti israeliani violano i diritti umani e potrebbero essere perseguiti come crimini di guerra, ma molti coloni israeliani si considerano patrioti. Che speranza c’è dunque per la pace in Medio Oriente?

Il governo israeliano insomma sta facendo piazza pulita di ogni ostacolo. Sta cercando di aggredire anche la parte armena di Gerusalemme antica (all’interno delle mura) grazie alla corruzione di un religioso per altro trasferito. Il progetto anche lì è demolire gli edifici antichi per costruire un grande albergo.

A fronte del quadro complessivo, serve a poco – dopo il veto al cessate il fuoco a Gaza degli Usa – che gli Usa e il Belgio abbiano deciso di non dare il visto ai coloni responsabili di violenze.

Alessandra Fava
alessandrafava.privacy@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sudan: la guerra dimenticata del Sudan dopo otto mesi i morti sono 12 mila e gli sfollati e profughi oltre 6,7 milioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 dicembre 2023

Niente da fare. A Gedda (Arabia Saudita) sono nuovamente stati interrotti i negoziati per un cessate il fuoco tra le parti sudanesi in guerra dal 15 aprile scorso. I colloqui sono stati bloccati a tempo indeterminato proprio dai mediatori, Arabia Saudita, Stati Uniti e IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa).

Nuovamente bloccati i negoziati tra SAF e RSF a Gedda (Arabia Saudita): ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan (al centro), con rappresentanti delle due fazioni in guerra.

I colloqui a Gedda sono stati sospesi a giugno e ripresi a ottobre. Fonti sudanesi presenti al tavolo dei negoziati in Arabia Saudita hanno riferito che anche stavolta sono stati disattesi tutti gli impegni messi in agenda.

Ma proprio l’organizzazione africana non vuole arrendersi e per oggi ha messo in agenda il 41esimo vertice straordinario a Gibuti, al quale parteciperanno i capi di Stato dei Paesi membri di IGAD, compresi il governo sudanese e funzionari gibutiani. Dovrebbe essere presente anche Mike Hammer, inviato speciale USA per il Corno d’Africa, come ha riferito Asharq Al-Awsat, quotidiano panarabo. Al meeting sarà presente anche Ramtane Lamamra, inviato personale del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

Hammer ha intenzione di fare tappa anche in Etiopia, per discutere la questione sudanese con alti dirigenti dell’Unione Africana.

Il presidente sudanese, Abdel Fattah Abdelrahman al Burhan, ha fatto visita recentemente ai leader di Kenya, Etiopia, Gibuti e Eritrea e, in base quanto riportato da vari comunicati stampa, avrebbe discusso con i suoi omologhi questioni riguardanti la sicurezza e la situazione umanitaria del suo Paese.

In Sudan la guerra tra i due generali – Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, e leader di Rapid Support Forces, da un lato e al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e di fatto capo dello Stato e delle Forze armate sudanesi (SAF) dall’altro – continua la sua folle corsa nel quasi totale silenzio dei media. L’attenzione è rivolta verso i conflitti tra Israele – Hamas e Ucraina – Russia, eppure anche nell’ex protettorato anglo-egiziano la gente continua a morire.

Secondo gli ultimi dati rilasciati da ACLED (ONG statunitense, specializzata nella mappatura e analisi nelle zone di conflitto nel mondo), in quasi 8 mesi di guerra sono morte 12.190 persone. Cifra sicuramente sottostimata, in quanto la maggior parte degli ospedali e centri medici non sono più operativi a causa del conflitto. Oltre 6.792.000 residenti hanno dovuto abbandonare le proprie case, tra questi 1,3 milioni si sono rifugiati nei Paesi limitrofi, per lo più nei campi in Ciad.

Rifugiati sudanesi in Centrafrica

Risulta sempre più difficile portare gli aiuti necessari alla popolazione a causa dell’insicurezza, difficoltà burocratiche, scarsa connettività di rete e telefonica, mancanza di contanti e carenza di personale tecnico e umanitario.

Sono poi state denunciate da parte degli ex janjaweed (oggi RSF) gravissime violazioni nei confronti di 80 minori detenuti a Ardamata, nel Darfur occidentale. E’ probabile che il numero di bambini in mano ai miliziani sia ben più elevato, dal momento che esistono parecchie strutture di detenzione nell’area di Genina. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) starebbe lavorando per ottenere il rilascio dei minorenni. Secondo la Commissione per gli aiuti umanitari (HAC), oltre 700 persone sono attualmente prigionieri di RSF, e le condizioni di detenzione sono disumane.

Poi si sa, piove sempre sul bagnato. L’epidemia di colera si sta espandendo, finora sono stati registrati 5.500 casi con 170 morti.

Nel frattempo continuano i combattimenti. L’esercito sudanese ha intensificato gli attacchi aerei sulla capitale Khartoum, mentre gli RSF stanno continuando l’avanzata in Darfur e nel Kordofan.

“Crimini di guerra, commessi da entrambe le parti in causa”, ha dichiarato questa settimana Antony Blinken, segretario di Stato USA. Washington ha chiesto alle due fazioni di porre fine a questo atroce conflitto, che ha causato una crisi umanitaria senza precedenti nel Paese. Nel suo comunicato di mercoledì corso Blinken ha poi rincarato la dose, accusando le RSF e i suoi alleati di aver commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica.

Il ministero degli Esteri sudanese ha respinto le accuse generalizzate di Washington, incolpando Blinken di aver ignorato il dovere e il diritto di SAF di difendere il Paese e il suo popolo.

Incendio alla raffineria di Al-Jaili

I residenti di Khartoum accusano i paramilitari di stupri, saccheggi e arresti di civili. Mentre, secondo gli esperti, gli attacchi aerei e di artiglieria dell’esercito regolare contro i quartieri residenziali, dove RSF hanno alcune roccaforti, potrebbero essere considerati violazioni del diritto internazionale. Abitanti, analisti e associazioni umanitarie temono che se il conflitto interno continua la sua corsa, possa davvero trasformarsi in una vera e propria guerra etnica.

Le RSF hanno invece incolpato SAF di aver bombardato questa settimana, per la quarta volta dall’inizio del conflitto, la raffineria di Al-Jaili, che si trova nella parte settentrionale della capitale.

Intanto Younis Matar, sceicco musulmano cieco e attivista sociale, ha lanciato l’allarme di una “carestia imminente” nel Darfur, a causa della mancanza di contanti, scarsità di carburante, cibo e medicinali e forti ritardi nell’arrivo dei convogli con aiuti umanitari. Ha inoltre accusato SAF e RSF di lottare per il potere in un momento in cui la gente muore di fame.

Basti pensare che un sacco di cipolle di 100 chilogrammi costa ora 180.000 sterline sudanesi (278 euro), mentre 50 chilogrammi di zucchero hanno raggiunto il prezzo di 177 euro. Un commerciante ha spiegato che nessuno è più in grado di pagare cifre del genere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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