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In Sudan la violenza sessuale come arma di guerra: “Si diffonde come un’epidemia”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 novembre 2024

“In Sudan la violenza sessuale è diventata un’epidemia”. E’ l’allarme lanciato da Tom Fltecher, sottosegretario generale per gli Affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza delle Nazioni Unite, OCHA, durante la sua breve visita a Port Sudan.

Violenza sulle donne in Sudan

Stupri a gogo

In Sudan, devastato dalla guerra dalla primavera 2023, non ci sono scarpette con il tacco a spillo rosse, e nemmeno le panchine dello stesso colore o manifestazioni in piazza per denunciare queste atrocità.

Appello dalla Liberia

Alaa Salah, coraggiosa donna sudanese, in prima fila durante le manifestazioni in piazza nel 2019

Pochi ricorderanno l’immagine di Aala Sallah, la coraggiosa giovane sudanese, in prima fila durante le proteste contro l’ex dittatore Omar al-Bahir nel 2019. L’ex despota è poi stato defenestrato dai militari nell’aprile dello stesso anno.

Non solo lei, ma, secondo alcune stime, durante le manifestazioni in piazza le donne rappresentavano i due terzi dei dimostranti. Le coraggiose signore e ragazze erano stanche di sopportare emarginazioni, molestie, violenze e stupri. Desideravano un futuro migliore per i loro figli. Ma ora ci risiamo.

E l’ex presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, ha lanciato un appello: “Non ignoriamo la sofferenza delle donne sudanesi”.

La ex presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi

Nell’ex protettorato anglo-egiziano il conflitto tra i due generali, Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RSF), e il de facto presidente e capo dell’esercito, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, ha costretto alla fuga milioni di persone.

E entrambe le fazioni in causa sono responsabili di violenze sessuali contro le donne, aggressioni che sono una vera e propria arma da guerra.

Bagno di sangue

Secondo i dati dell’ONU oltre 14 milioni di persone hanno lasciato le proprie case dall’inizio di questo atroce conflitto. Più di 11 milioni sono sfollati, mentre più di 3,1 milioni di persone hanno cercato rifugio nei Paesi limitrofi. E i morti?

In base a recenti studi, il numero di persone morte a causa della guerra è ben più elevato di quanto riportato in precedenza. Secondo un rapporto pubblicato dal Gruppo di ricerca sul Sudan della London School of Hygiene and Tropical Medicine nel solo Stato di Khartoum sarebbero oltre 61mila e molti altri nel resto del Paese, in particolare in Darfur.

Finora, le Nazioni Unite e le altre agenzie umanitarie hanno utilizzato la cifra di 20.000 morti accertati, precisando però che questo dato è certamente sottostimato.

A causa dei combattimenti e del caos nel Paese, non è stato registrato sistematicamente il numero di persone uccise. Ma già a maggio di quest’anno, Tom Periello, inviato speciale degli Stati Uniti per il Sudan, aveva dichiarato che, secondo alcune stime, i morti durante il primo anno di guerra potrebbero essere 150mila.

Peggiore crisi umanitaria

In Sudan si sta consumando una crisi umanitaria senza precedenti. L’80 per cento degli ospedali sono chiusi o funzionano solo parzialmente per mancanza di personale e/o medicinali e equipaggiamento sanitario.

Oltre 25 milioni di persone necessitano di aiuti alimentari, tra questi 755mila sono in condizioni di fame acuta. E a pagare il prezzo più elevato sono sempre i bambini, la malnutrizione grave colpisce soprattutto i più piccoli.

All’inizio di questa settimana il Consiglio sovrano, cioè il governo, ha concesso all’ONU l’utilizzo di tre aeroporti nel Paese (Kadugli, nel Sud Kordofan, El Obeid in Nord Kordofan, Damazin nella regione del Blue Nile) e lo stoccaggio di aiuti umanitari.

Valico di Adrè

Inoltre a metà novembre è stata prolungata l’apertura del valico di Adré al confine con il Ciad. Inizialmente le autorità avevano concesso il passaggio dei convogli per soli tre mesi, in quanto alcuni membri del governo avevano protestato che attraverso il valico arrivavano pure armi per le RSF.

PAM: i primi convogli arrivati al campo per sfollati di Zamzam, Sudan

E finalmente sono arrivati anche i primi camion con aiuti umanitari nel campo per sfollati di Zamzam (nord del Darfur), dove l’ONU lo scorso agosto aveva denunciato condizioni di carestia. L’insediamento ospita quasi mezzo milione di persone.

PAM (Programma Alimentare Mondiale dell’ONU) ha spiegato che a Zamzam le consegne di cibo sono state bloccate per mesi. Feroci combattimenti nella vicina città di al-Fashir, capoluogo del Darfur Settentrionale e strade, diventate impraticabili per le forti piogge degli ultimi mesi, sono state le cause di questi ritardi.

Blindati costruiti negli Emirati

Intanto la guerra procede la sua folle corsa. In un articolo di una decina di giorni fa, Amnesty International ha denunciato che in Darfur sono stati avvistati veicoli blindati per il trasporto di persone, fabbricati negli Emirati Arabi Uniti (EAU) dal gruppo EDGE.

La holding industriale emiratina in questione, attiva nel settore bellico, ha recentemente siglato un Memorandum of Understanding (MoU) con l’italiana Fincantieri.

Sistemi difesa francesi

In alcune foto scattate l’estate scorsa, sono ben visibili i blindati APC Nimr Ajban, in dotazione ai paramilitari delle RFS. E grazie alle ricerche effettuate da Amnesty, è stato evidenziato che le vetture dispongono di sistemi di difesa GALIX, prodotti in Francia da Lacroix Défense e progettato in collaborazione con Nexter (ora KNDS France).

APC Nimr Ajban, costruito in EAU con sistemi difesa GALIX francesi

Violazione embargo

Secondo il segretario generale di Amnesty, Agnès Callamard, il sistema GALIX è impiegato dalle RSF e il suo utilizzo in Darfur costituirebbe una chiara violazione dell’embargo sulle armi imposto dall’ONU. “Il governo francese deve dunque garantire che Lacroix Défense e KNDS France cessino immediatamente di fornire questo sistema agli Emirati Arabi Uniti”, ha sottolineato Callamard.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

 

https://www.africa-express.info/2024/11/13/fincantieri-a-gonfie-vele-nel-mercato-bellico-della-marina-militare-degli-emirati-arabi-uniti/

https://www.africa-express.info/2024/11/02/la-guerra-civile-sta-uccidendo-il-sudan-nellassoluto-silenzio-del-mondo/

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Kenya: la rinascita del formaggio

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Dalla Nostra Inviata Speciale
Simona Fossati
Nairobi, 25 Novembre 2024

Il formaggio, si sa, non fa parte della dieta africana e se, in qualche modo, è entrato nelle abitudini alimentari delle ex colonie francesi e (soprattutto) degli espatriati europei che ci vivono, la stessa cosa non si poteva dire delle ex colonie inglesi. Almeno fino a qualche tempo fa.

Ora le cose stanno cambiando. Soprattutto in quei Paesi dove è forte la presenza italiana e arrivano persone esperte nell’arte casearia.

A Nairobi da qualche anno Rosa Tralli, più nota come Donna Rosa, sta deliziando i palati. In principio produceva formaggi per passione e per soddisfare il gusto di qualche amico, poi vista la montagna di complimenti che riceveva, ha pensato bene di trasformare il suo hobby in business.

 

Ciò che la distingue è il sapore genuino di tutto ciò che produce in modo totalmente tradizionale. La prima in Kenya a creare la burrata, formaggio tipico pugliese, la sua terra di origine.  Anche la ricerca del latte più adatto per produrre i suoi formaggi è stata accurata e Donna Rosa ha trovato una fattoria in grado di fornire il latte munto con i procedimenti giusti per ottenere i migliori prodotti.

Oggi confeziona molti tipi di latticini pugliesi con la ricetta tradizionale: quelli freschi come mozzarelle, burrate, stracchino, ricotta, primo sale e quelli stagionati come il cacioricotta di capra, la provola o il Rodez che può essere anche un ottimo sostituto del parmigiano, formaggio che a Nairobi raggiunge, a causa delle tasse, quasi il prezzo dell’oro. Tra l’altro, altri prodotti italiani, come l’olio extra vergine di oliva, in Kanya subiscono una tassazione iniqua.

E, con l’andare del tempo, Donna Rosa ha allargato la sua produzione a molte altre prelibatezze che qui vanno a ruba: sottaceti, creme di vari sapori, ottime per un aperitivo a base di bruschette, l’Olio Santo (un olio piccante che con poche gocce da un tocco speciale a qualsiasi piatto), sughi per la pasta – pomodoro e basilico, puttanesca, pesto e Puglia, una creazione esclusiva di Rosa –  e non manca un’altra squisita specialità dell’Italia del sud: il tarallino  classico al vino bianco, ma anche al formaggio, alle olive o all’aglio (i più richiesti dalla clientela indiana) e al pepe.

E ancora, avete ospiti a cena e non avete voglia di cucinare? Donna Rosa potrà preparare per voi delle appetitose lasagne o la parmigiana o ancora ravioli e tortellini freschi, da condire con uno dei sughi pronti, oppure le orecchiette da cucinare con i broccoli e le acciughe nella miglior tradizione pugliese. E non mancano i dessert, dal classico tiramisù alle torte della nonna.

Voi chiedete e Donna Rosa prepara per il piacere dei vostri pranzi in famiglia o delle cene con gli amici. Tutta cucina (sono solo pugliese) che in Kenya è molto apprezzata. Qui gli italiani rappresentato la terza etnia straniera, dopo gli indiani e gli inglesi.

Tra le novità, la produzione di pasta fresca, rigorosamente prodotta con farine italiane: fusilli, maccheroni, bucatini, cannelloni. Vale la pena di assaggiarla: un sapore completamente diverso da quella industriale che si compera al supermercato.

A Nairobi, si comincia a respirare aria natalizia con luci e addobbi che compaiono ovunque ed è iniziata la ricerca del regalo perfetto. Per chi vive in Kenya la soluzione può essere quella di scegliere una confezione natalizia di prodotti genuini preparati da Donna Rosa. Un regalo di sicuro gradito per chiunque lo riceva.

Se vivete a Nairobi, o vi passate, non resta che prendere subito un appuntamento e fare una visita in loco per poter scegliere ciò che più stuzzica i vostri palati. Per appuntamenti Donna Rosa ha messo a disposizione questo numero di telefono +254  704 062201.

Simona Fossati
simona.fossati@gmail.com
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Quando in Congo un viaggio diventa un calvario

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Naivasha, 26 novembre 2024

Viaggiare sulle strade africane non solo è complicato e difficile ma è anche pericoloso. In alcune zone del continente le spiagge hanno divorato le carreggiate che sono solo un ricordo sbiadito nel tempo.

Il tracciato diventa il letto di un torrente, i camion sono bloccati per settimane e l’unico mezzo di locomozione praticabile (si fa per dire) resta la motocicletta caricata all’inverosimile.

Un motociclista racconta di essere caduto in poco più di 100 chilometri 120 volta

Chi può immaginare che una volta la strada che vi mostriamo in questo video era asfaltata, senza un buco e si poteva percorrere velocemente? Collega la città di Goma capoluogo della provincia congolese del nord Kivu a Kisangani e ci è stato gentilmente messo a disposizione da uno dei nostri stringer.

E’ stata costruita prima degli anni ’60 (quando Kisangani si chiamava Stanleyville) da una società che impiegava anche ingegneri italiani, alcuni dei quali annoveriamo tra i lettori di Africa ExPress.

Quello che indigna di più a vedere questo filmato è il fatto che il Congo-K è un Paese ricchissimo con alcune famiglie di paperoni e il resto della popolazione (la maggioranza) che vive in condizioni precarie al di sotto della soglia di povertà, mangia (se va bene) una volta al giorno e per sopravvivere deve affrontare quotidianamente traversie inenarrabili.

Qualcuno dei protagonisti di questo video chiama in causa le autorità. Dove sono? cosa fanno? Sono stati stanziati dei fondi per riparare queste strade.

Ma i soldi sono spariti e le condizioni delle vie di comunicazione restano disastrate. Dove sono finiti quei denari? Nel portafoglio di qualche politico o magari nel suo conto in banca in Svizzera.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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La lotta per la sopravvivenza in Congo-K su una strada infernale nel sud Kivu

La lotta per la sopravvivenza in Congo-K su una strada infernale nel sud Kivu

Agguato in Mali: jihadisti rivendicano uccisione di 6 mercenari russi

Africa ExPress
24 novembre 2024

Durante un’imboscata a Mopti, in Mali, sono stati uccisi 6 mercenari russi ex Wagner (ora integrati nell’Africa Corps, controllato direttamente da Mosca).

Il loro convoglio è stato attaccato giovedì scorso dai terroristi di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani, costituito nel marzo 2017).

Il movimento è guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine, in italiano: ausiliari della religione (islamica). Il “consorzio” comprende diverse sigle, tra questi Ansar Dine e Katiba Macina, AQMI (al Qaeda nel Magreb Islamico) e altri.

Mercenari russi in Mali

Attacco rivendicato dai jihadisti

SITE, sito statunitense, specializzato nel monitoraggio dei gruppi radicali, ha riferito che JNIM ha rivendicato l’imboscata.

I terroristi si sono poi impadroniti di armi e munizioni trasportati dal convoglio dei russi.

Civili mutilati e ammazzati

Una decina di giorni prima dell’attacco nella regione di Mopti, i mercenari hanno brutalmente ammazzato 7 civili (tuareg e arabi) a Lerneb, nella regione di Timbuctù, a una quarantina di chilometri dal confine con la Mauritania.

I militari maliani (FAMa) e il loro alleati russi si sarebbero recati nell’area, provenienti dalla base militare di Léré (Timbuctù).

Secondo  RFI, i corpi dei poveracci sono stati trovati mutilati: alcuni decapitati, mentre altri con evidenti segni di tortura.

Fonti locali, tra cui alcuni membri di CSP (Cadre stratégique permanent (i cui affiliati sono per lo più tuareg), e altri ribelli indipendentisti, hanno riferito che i soldati di FAMa, appena arrivati, avrebbero arrestato, torturato e poi ammazzato diverse persone.

Fatti confermati anche da Kal Akal, associazione per i diritti umani del luogo.

Pastori decapitati

Mentre  il 5 novembre scorso una scena simile si è verificata a Nara, località in prossimità della Mauritania, dove erano presenti truppe maliane insieme ai mercenari russi.

Secondo quanto riferito da fonti locali, le operazioni a Nara sarebbero state dirette dai sanguinari soldati di ventura di Africa Corps. Avrebbero ammazzato e bruciato 6 pastori. I resti carbonizzati dei poveracci sono stati ritrovati in mezza alla boscaglia con le mani legate e alcuni sono stati pure decapitati.

Nara, Mali: uccisi pastori da Wagner

I terroristi di JNIM sono particolarmente attivi nella zona dove è avvenuto il massacro. Ma secondo quanto riportato, i pastori, peul e arabi, erano disarmati, e pascolavano tranquillamente le loro bestie.

I mercenari di Mosca non si smentiscono mai. In Mali (e non solo), scene macabre come queste portano sempre la loro firma.

Silurato primo ministro

E mentre innocenti civili continuano a morire, la giunta militare di transizione, capeggiata da  Assimi Goïta, mercoledì ha silurato il primo ministro Choguel Maïga e tutti ministri del suo governo. Maïga, un civile, esponente del Movimento Patriottico per il Rinnovamento, qualche giorno prima aveva osato criticare i militari. In tale occasione aveva fatto anche notare il suo disappunto per il rinvio di elezioni libere e democratiche.

Abdoulaye Maiga, nuovo primo ministro del Mali

Choguel Maïga, è stato rimpiazzato con il portavoce della giunta al potere, generale Abdoulaye Maïga. Il nuovo primo ministro manterrà anche la delega del dicastero dell’Amministrazione territoriale, che ha diretto già nel precedente governo.

Anche per i ministeri di maggiore rilievo sono stati riconfermati il generale Sadio Camara alla Difesa, il generale Ismaël Wagué alla Riconciliazione, Abdoulaye Diop agli Esteri e Alousseini Sanou all’Economia.

Abdoulaye Maïga non dovrebbe riscontrare troppe difficoltà nel dirigere il Paese. Conosce bene l’apparato governativo, in quanto è stato premier a interim per diversi mesi, quando Choguel Maïga ha dovuto assentarsi per gravi problemi di salute.

Africa ExPress
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Serata della cucina italiana a Nairobi: assai gradita dagli ospiti, anche kenioti

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 23 novembre 2024

Graditissima dagli ospiti, anche kenioti, la serata che ieri ha concluso a Nairobi la settimana della cucina italiana organizzata dall’ambasciata italiana in Kenya, guidata da Roberto Natali.

Il cibo italiano del nostro Paese conquista sempre più palati in giro per il mondo e a Nairobi viene particolarmente apprezzato anche perché la capitale del Kanya è piena di ristoranti italiani che propongono piatti tradizionali lombardi, toscani, laziali, campani, pugliesi, siciliani.

Ieri la serata è stata ospitata dal ristorante La Villa nel quartiere di Kitisuru a Nairobi dove il proprietario Walter Zacchello, un milanese trapiantato in Kenya sposato con Sandra, una ragazza locale ma dal nome italiano, ha fatto gli onori di casa.

Alla fine della serata lo chef, Luca Mastromattei, è stato letteralmente circondato dagli ospiti che, soddisfatti, volevano congratularsi con lui.

Nei video si possono vedere alcuni momenti della serata, compresa una breve intervista con l’ambasciatore Roberto Natali, e un’altra con lo chef, Luca Mastromattei.

 

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Somaliland: leader dell’opposizione vince elezioni presidenziali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 novembre 2024

Il presidente uscente del Somaliland, Muse Bihi Abdi, al potere dal 2017, non è riuscito ad aggiudicarsi un secondo mandato alle presidenziali del 13 novembre 2024.

Ha vinto il leader dell’opposizione, Abdirahman Mohamed Abdullahi, noto come Irro. In lizza anche nel 2017, Abdullahi era stato invece sconfitto proprio da Abdi.

Abdirahman Mohamed Abdullahi, presidente del Somaliland

Elezioni pacifiche

La vittoria di Irro è stata resa nota dalla Commissione Elettorale Nazionale (NEC) martedì scorso. Il nuovo presidente si è aggiudicato il 60,92 per cento dei consensi, mentre il suo rivale si è fermato al 34,81. Un terzo candidato in lizza alla presidenza, Faysal Ali Warabe, non è andato oltre lo 0,74.

Secondo fonti locali, l’affluenza alle urne è stata piuttosto elevata. IEOM (Missione di osservazione internazionale elettorale) ha sottolineato che le votazioni ai seggi si sono svolte in modo regolare, calmo e pacifico.

Riconoscimento Indipendenza

Durante la campagna elettorale sia il neo presidente, sia quello uscente avevano promesso di rianimare l’economia in grave difficoltà e di voler creare nuovi posti di lavoro. Entrambi avevano poi sottolineato di volersi adoperare per ottenere il riconoscimento internazionale del Somaliland.

Va ricordato che il Somaliland, ex colonia britannica, ha guadagnato l’indipendenza dal Regno Unito nel giugno 1960 (si chiamava Stato del Somaliland, indipendente dal 26 giugno al 1º luglio 1960) e dopo 5 giorni si è unito alla Somalia Italiana, indipendente dal 1° luglio.

Dopo lo scoppio della guerra civile somala il 30 dicembre 1990, e il conseguente collasso della Somalia, il 18 maggio 1991 il Paese si è ritirato dall’unione proclamando la propria indipendenza.

Ma il suo governo non è stato riconosciuto dalla comunità internazionale, tantomeno dalla Somalia.

L’autoproclamata repubblica ha un proprio governo, una propria moneta e le proprie strutture di sicurezza. Tuttavia, non essendo riconosciuta da nessun Paese del mondo, l’accesso ai finanziamenti internazionali multilaterali e le possibilità di viaggiare dei suoi abitanti sono limitati.

Ambasciatore nell’ex URSS

Prima dell’indipendenza, Irro è stato il primo ambasciatore della Somalia nell’Unione sovietica (ex Urss), Nel 1996 si è trasferito in Finlandia per ricongiungersi con la sua famiglia, ottenendo poi anche la nazionalità del Paese del Nord Europa.

Qualche anno dopo è ritornato in patria e nel 2002 ha fondato il Partito Giustizia Sociale (UCID), con Faysal Ali Warabe, suo rivale nelle ultime elezioni.

Nuovo partito

Irro è stato portavoce del Parlamento per ben 12 anni e in questo periodo ha dato vita a un nuovo raggruppamento politico, Wadani. Il partito è diventato molto popolare negli anni e gli ha consentito di vincere queste presidenziali.

Il nuovo leader del Paese ha parecchi dossier scottanti in agenda. Dal 2023, la regione di Sool, nel sud-est del Paese, è sconvolta da un conflitto armato.

Parte di questo territorio è ora nelle mani di una milizia che sostiene di appartenere a Mogadiscio. Una settimana prima delle elezioni si sono verificati nuovi scontri. Irro ha accusato il suo predecessore di aver alimentato le divisioni tra clan.

E poi non vanno dimenticate le relazioni con i Paesi vicini. Le tensioni si sono fatte sentire a gennaio, quando il presidente uscente ha annunciato un accordo marittimo con Addis Abeba in cambio del riconoscimento della sovranità del Paese.

L’Etiopia è senza sbocchi sul mare da quando l’Eritrea ha ottenuto l’indipendenza. Il Somaliland ha siglato con il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed un memorandum d’intesa, non ancora operativo. Hargeisa ha affittato e potrà utilizzare per 50 anni 20 chilometri intorno al porto di Berbera, che si trova sul Golfo di Aden e quindi le consente l’accesso al Mar Rosso.

Il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, a sinistra e il presidente del Somaliland, Musa Bihi Abdi

Porto di Berbera

Finora Irro si è espresso in modo molto diplomatico sulla questione. Durante la campagna elettorale aveva dichiarato che il suo partito avrebbe rivisto il trattato.

Secondo quanto scrive il Somali Guardian, il neo presidente sarebbe deciso a intervenire in modo cruciale sull’accordo. Sembra che voglia portarlo in Parlamento per chiarire eventuali ambiguità ed eliminare tutte le disposizioni che potrebbero essere recepite come contrarie agli interessi del Paese.

Gibuti e Somalia

Intanto non è ancora chiaro se Irro intensificherà gli sforzi per ricucire i rapporti con Gibuti. Gli interessi economici dell’ ex colonia francese sono stati minati dall’accordo di accesso al mare tra Somaliland e Etiopia. Il governo gibutino ha visto quel Memorandum d’Intesa come una minaccia ai suoi introiti portuali.

Il capo di Stato potrebbe anche dare la priorità alle dispute che si protraggono da tempo con il governo federale somalo per quanto concerne l’indipendenza e il riconoscimento del Somaliland. Ma, essendo un ex ambasciatore, tenterà di far leva sul suo acume diplomatico per sbloccare la situazione di stallo che si protrae da decenni.

Donald Trump

Ora bisogna attendere l’insediamento di Donald Trump, che potrebbe eventualmente riconoscere l’indipendenza del Somaliland. Alcuni funzionari di rilievo del dipartimento di Stato hanno espresso pubblicamente il loro sostegno al riconoscimento del Paese. Si tratta di persone che si sono occupate di politica africana durante il primo mandato di Trump.

Nel 2020, alla fine della sua prima presidenza, Trump aveva ordinato il ritiro dei circa 700 militari statunitensi presenti in Somalia entro l’inizio del 2021. Ma nel maggio 2022, il suo successore, Joe Biden, aveva ribaltato l’ordine, autorizzando lo spiegamento di 450 soldati, volti a combattere i sanguinari terroristi al-shebab nel Paese.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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https://www.africa-express.info/2024/01/03/accordo-etiopia-somaliland-per-usare-il-porto-di-berbera-la-somalia-lo-contesta/

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Zambia: evviva la nonnina della moda

Dalla Nostra Corrispondente di Moda
Luisa Espanet
Novembre 2024

In genere succede il contrario, sono i vecchi, genitori o nonni, che tramandano una passione e aprono una strada ai giovani. Margret Chola anche in questo è stata innovativa.

Nonna top model

La ultraottantenne signora dello Zambia, meglio conosciuta come Legendary Glamma, è diventata un’icona della moda da 225mila followers grazie i vestiti disegnati dalla nipote.

Diana Kumba giovane stilista che vive a New York era venuta in Zambia per il secondo anniversario della morte del padre, uomo elegantissimo, che le ha ispirato la passione per la moda.

Foto virali

Così, quasi per gioco ha chiesto alla nonna di indossare alcuni dei suoi capi e ha incominciato a fotografarla. Sembra che in dieci minuti sul suo cellulare sono arrivati  ben mille like.

Nonna Chola in jeans

E il primo abito era un audacissimo tailleur pantalone argentato. Così in poche ore le foto  hanno fatto il giro del mondo. Come set la campagna dove nonna Chola abita, a una decina di miglia da Lusaka, capitale dello Zambia.

Distesa su divanetti glamour

Qui lei compare seduta su seggiole di legno, piuttosto che distesa su divanetti glamour in pelle, con lo sfondo di alberi di mango o coltivazioni di mais. Quanto agli abiti, sono tutti all’insegna dei colori più sgargianti, a cominciare dal completo con ampi pantaloni e top aderente nelle tinte della bandiera dello Zambia: verde, rosso, nero,  arancione. Ma anche jeans, che non erano mai entrati nel guardaroba della signora Chola.

La nonna top model dello Zambia

A completare lo styling accessori a effetto, come enormi cappelli, collane importanti, bracciali, orecchini pendenti, guanti e soprattutto maxi occhiali in acetato spesso con catene, tendenza del momento.

“Non sapevo di poter avere sulla gente un tale impatto alla mia età” ha commentato  Margret Chola, che tra l’altro non è così sicura degli anni che ha, non possedendo un certificato di nascita.

Luisa Espanet
l.espanet@gmail.com
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Ventiquattro caccia da guerra di Leonardo alla Nigeria con sistemi di puntamento made in Israel

Dal Nostro Corrispondente di Cose Militari
Antonio Mazzeo
20 novembre 2024

Nuovo affare miliardario della holding regina del complesso militare-industriale italiano, con l’Aeronautica militare nigeriana. L’ex colonia britannica sceglie inoltre come partner-contractor una delle maggiori aziende israeliane.

E’ produttrice di sistemi di morte attualmente impiegati nel genocidio della popolazione palestinese di Gaza.

caccia M-346FA per Nigerian Air Force

Nuove commesse

All’inizio del 2025 il gruppo Leonardo consegnerà alla Nigerian Air Force (NAF) i primi tre caccia M-346FA. Si tratta della variante da combattimento multi-ruolo del velivolo progettato e realizzato per l’addestramento dei piloti di cacciabombardieri di quarta e quinta generazione.

Gli altri 21 velivoli dovrebbero giungere in Nigeria entro la fine del 2026. Gli M-346FA sostituiranno la vecchia flotta di caccia Dassault Alpha Jet A/E, potenziando le capacità e le strategie aeree del paese africano.

Addestramento e formazione

Il ministero della Difesa ha ordinato i 24 velivoli di Leonardo nell’agosto 2021, sborsando non meno di 1,2 miliardi di euro. Come parte dell’accordo, il gruppo italiano assicurerà pure l’addestramento e la formazione dei piloti, la manutenzione dei velivoli e la fornitura delle relative munizioni.

L’Aeronautica militare nigeriana ha anche espresso la necessità di stabilire un hub per garantire il supporto logistico a lungo termine della flotta degli M-346FA.

“In Nigeria, l’aereo M-346 Master svolgerà compiti di addestramento e di supporto aereo ravvicinato, attacchi via terra e via mare, missioni di pattugliamento e di difesa aerea”, spiega il sito specializzato Military Africa.

“La variante FA – aggiunge – è anche in grado di operare in modo molto efficace come velivolo tattico multi-ruolo, in missioni aria-superficie, aria-aria e di ricognizione tattica. Le sue capacità e l’armamento avanzato rafforzeranno ulteriormente la prontezza militare della Nigeria nel rispondere a una serie di sfide alla sicurezza”.

Piloti formati in Italia

Parte della formazione dei piloti nigeriani alla conduzione dei caccia sarà svolta presso l’International Flight Training School dell’Aeronautica Militare italiana, nella base aerea di Galatina (Lecce) e nello scalo di Decimomannu (Sardegna).

Armamenti israeliani

“Le aziende israeliane Elbit Systems e Rafael Advanced Defense Systems, note per la loro competenza in avionica e armamenti avanzati, forniranno componenti cruciali.

Tra questi il sistema radar PESA e varie munizioni”, rivela Military Africa. “Questi contributi potenzieranno le capacità operative dell’M-346 Master. Gli consentirà di svolgere molteplici ruoli, come supporto a terra, attacco aria-terra, supporto aereo ravvicinato (CAS) e interdizione, con munizioni guidate di precisione”.

Intermediario Paesi africani

Secondo Africa Intelligence, per la selezione dei fornitori dei sistemi di munizionamento degli M-346FA di Leonardo, le forze armate nigeriane si sarebbero rivolte ad una società israeliana.

Abuja per la gestione della logistica e delle infrastrutture informatiche e di telecomunicazione ha scelto Ebony Enterprises Ltd., con quartier generale a Herzliya Pituach, distretto di Tel Aviv.

Console onorario di eSwatini

La società è di proprietà dell’imprenditore Niso Belazel, presidente della Camera di Commercio Israele-Africa e console onorario di eSwatini (ex Swaziland) in Israele.

Belazei è noto alle cronache per aver fatto da intermediario nella vendita di armi ad alcuni Paesi africani, tra cui Uganda, Rwanda ed Etiopia.

“Tra le principali aziende di difesa contattate per l’armamento dell’aereo M-346 Master della Nigeria ci sono la francese Thales, l’israeliana Elbit Systems e l’europea Nexter”, aggiunge Military Africa.

Trasporto di munizioni

“A bordo del velivolo – spiega ancora – possono essere trasportate varie munizioni e carichi. Tra questi missili aria-aria IRIS-T o AIM-9 Sidewinder, vari missili aria-superficie, missili antinave, bombe e razzi a caduta libera e guidati da laser, un pod per cannoni da 12,7 mm, pod di ricognizione e puntamento e pod per guerra elettronica. La mira delle armi viene eseguita tramite il sistema integrato Helmet Mounted Display e i display multifunzione”.

E’ Analisi Difesa a confermare l’impiego di sofisticati sistemi di puntamento israeliani da parte dei caccia prodotti in Italia. “L’M-346FA è dotato di un radar multimode Grifo-346, sistema di autoprotezione DASS, sette punti di attacco esterni”, spiega .

“Questi ultimi – aggiunge – hanno una capacità di carico di oltre due tonnellate tra serbatoi aggiuntivi, pod Litening per il puntamento laser degli obiettivi e Reccelite per ricognizione e sorveglianza. Sono inoltre dotati di una vasta gamma di armamenti tra cui missili aria-aria AIM-9L/M e IRIS-T, bombe a guida laser e GPS, missili aria-terra MBDA Brimstone, ecc.”.

I pod Litening e Reccelite sono prodotti dagli stabilimenti di Rafael Advanced Defense Systems Ltd. E’ la principale società a capitale statale israeliano operante nel settore militare-industriale (con focus in campo aero-spaziale e dei velivoli senza pilota).

Litening è il pod più utilizzato al mondo per il targeting in combattimento e la navigazione – riportano con enfasi i manager del gruppo israeliano -. Esso incorpora un’ampia gamma di sensori in grado di individuare, riconoscere e identificare gli obiettivi (…). Le capacità avanzate operative del pod Litening rafforzano la missione e l’efficienza dei cacciabombardieri e il loro raggio di combattimento, grazie a tutti i tipi di munizioni aria-superficie, incluse quelle a guida laser, GPS ed EO/IR”.

Monitoraggio e sorveglianza

Rafael Advanced Defense Systems descrive invece il pod Reccelite come uno dei sistemi elettro-ottici aerei e terrestri più avanzati per il monitoraggio e la sorveglianza dei confini e di vaste superfici terrestri. “E’ possibile estendere il controllo visivo fino a 80 km di distanza. Ciò consente al caccia e al suo pilota di non esporsi al nemico”, aggiunge il gruppo israeliano. “Reccelite è stato testato in combattimento ed è impiegato da diverse forze aeree internazionali con una grande varietà di velivoli”.

Reccelite

I pod Litening-5 e Reccelite di Rafael equipaggiano gli aerei leggeri da combattimento di Leonardo perlomeno da quattro anni. Ares Difesa, nel maggio 2020, ha rivelato che i due gruppi industriali avevano sottoscritto uno specifico accordo di cooperazione. “Questa è la prima integrazione del pod Litening-5 EO per la piattaforma M-346FA di Leonardo”, riportava il sito specializzato. “Integrato con i pod di Rafael, il jet ora avrà capacità comprovate da combattimento, usando il pod di mira multi-spettrale Litening 5. Esso è utilizzato da 27 forze aeree e trasportato da oltre 25 piattaforme in tutto il mondo. Litening 5 offre immagini della telecamera a colori a infrarossi in tempo reale (FLIR + SWIR) e HD diurne. I suoi sensori ad alta risoluzione e l’efficiente design EO/IR garantiscono un funzionamento affidabile a notevoli distanze. I pod Litening hanno registrato oltre 2 milioni di ore di volo”.

Intelligenza artificiale

“Con il sistema ISR di Reccelite, il velivolo d’attacco leggero sarà in grado di eseguire la ricerca del bersaglio, utilizzando l’intelligenza artificiale avanzata e altri algoritmi intelligenti per il rilevamento, il tracciamento e per concludere la procedura della sua identificazione”, aggiungeva Ares Difesa.

L’accordo tra Leonardo SpA e Rafael Advanced Defense Systems è stato commentato con particolare enfasi dai manager dei due gruppi industriali-militari.

“Questa nuova cooperazione con Leonardo apre nuovi mercati per integrare i nostri sistemi avanzati in piattaforme leggere addizionali e convenienti. Tutto questo anche grazie alla nostra vasta esperienza e alla capacità di integrazione in tutti i domini”, dichiarava il vicepresidente di Rafael, Guy Oren.

“Noi guardiamo ad un crescente numero di nazioni che hanno espresso la richiesta di caccia-addestratori in grado di effettuare missioni di supporto aereo ravvicinato, e l’aggiunta di pod di quinta generazione per il targeting e le operazioni di intelligence e riconoscimento, già provate in combattimento da Rafael a livello globale, rappresenta una significativa moltiplicazione delle forze della nostra piattaforma aerea”, il commento del vicepresidente della Divisione aerei da addestramento di Leonardo, Emanuele Merlo.

Hasan Abubakar, capo di Stato maggiore dell’aeronautica nigeriana in Itali

A metà ottobre 2024, una delegazione di alti ufficiali dell’Aeronautica militare nigeriana, insieme ai rappresentanti dei ministeri della Difesa e delle Finanze, sono stati in visita in Italia. In tale occasione è stata finalizzata l’acquisizione dei 24 caccia M-346FA e di 10 elicotteri AW109 “Trekker”, anch’essi progettati e prodotti da Leonardo.

Nigeria secondo cliente

Il team nigeriano, guidato dal capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Hasan Abubakar, ha avuto l’occasione di ispezionare il primo lotto di sei velivoli in via di completamento negli stabilimenti dell’azienda italiana. “La visita ha incluso un’esibizione aerea per mostrare le prestazioni dell’M-346 e sottolinearne le caratteristiche sia in compiti aria-aria che aria-terra”, annota ancora Military Africa.

La Nigeria è il secondo cliente della versione da combattimento del caccia-addestratore di Leonardo, dopo il Turkmenistan che ha ordinato quattro M-346FA e due M-346FT. Altri 12 velivoli nella versione FA e 12 in quella FT dovrebbero essere consegnati alle forze armate dell’Azerbaigian in base ad un memorandum sottoscritto nel 2020.

La versione da addestramento è invece in dotazione alle aeronautiche di Italia (18 velivoli), Polonia (16), Qatar (6), Israele (30), Grecia (10) e Singapore (12). Già altre nazioni hanno espresso interesse ad acquistarlo: tra essi spiccano l’Egitto, l’Uruguay e il Botswana.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ladri di peni e di seni e caccia alle streghe: una maledizione africana senza fine

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
19 novembre 2024

“Un diplomatico francese sta rubando i sessi con la magia!” Il grido d’allarme, tra il grottesco e il surreale, giunge dalla Repubblica Centrafricana. Ed è ancor più assurdo se si guarda la fonte: Wagner (oggi Africa Corps), il gruppo mercenario russo.

Terrore a Bangui per i peni “rubati”

Stregoneria arma da guerra

La stregoneria in Africa usata anche come…arma sessuale diplomatica, di guerra, o di vendetta, o di furto. Nella lunga e complessa storia di credenze superstiziose, di pratiche magiche, questa ci mancava.

“Nel disperato tentativo di distogliere l’attenzione dai propri abusi e saccheggi, i mercenari russi si sono improvvisati ‘detective dell’occulto’ – ha riferito il 13 novembre fa il giornale on line Corbeaunews – accusando un consigliere dell’ambasciata francese di essere all’origine di un’ondata di “furti sessuali” che sta scuotendo il Paese.

La macchina propagandistica di Wagner nella Repubblica Centrafricana ha raggiunto livelli di assurdità che farebbero sorridere se la situazione non fosse così grave”.

La voce sul ladro di sesso, infatti, si è diffusa a macchia d’olio e ha creato una psicosi collettiva – continua il giornale – che ha paralizzato diverse località, come nella capitale Bangui e in altre città.

Furto di sesso

Lo stesso fenomeno si era verificato a giugno (nella città di Beloko, alla frontiera col  Camerun), a luglio a Bambani (nella Prefettura di Ouaka) e poi i rumours erano sbarcati nella capitale.

Qui la popolazione l’aveva presa sul ridere, poi il dubbio ha cominciato a farsi strada. Fino a che, il 28 agosto, un diciottenne ha detto che il suo organo era divenuto un …organetto, “come un pezzettino di gesso di 2-3 centimetri”!

Il giorno dopo, la situazione è divenuta surreale: bambini di 7-8 anni hanno sfilato per le strade al grido: “Amiamo il nostro pisellino, non vogliamo perderlo”.

Poco dopo un ruandese dipendente della MINUSCA (Missione dell’ONU nella Repubblica Centraficana) e un’altra persona sono stati fermati dalla folla e portati dalla Polizia, perché sospettati di essere “ladri di peni e di seni”.

Si ignora che fine abbiano fatto i due poveretti.

Questo genere di furto però non è un’esclusiva della Repubblica Centroafricana.

Succede anche in Nigeria

Sempre in agosto, infatti, un nigeriano dello stato di Benue, Jude, 33 anni, dipendente di una banca, ha rischiato di essere bruciato da una folla di 15 persone inferocite: lo accusavano di aver fatto scomparire il membro di un ragazzo.

Lo ha raccontato alla BBC nei giorni scorsi, Leo Igwe, attivista nigeriano in prima linea nell’aiutare i colpevoli “colpevoli” di sorcery.

Nigeria: Leo Igwe combatte stregoneria

Secondo molti studiosi queste accuse sono legate alla cosiddetta Sindrome di Koro, o di retrazione genitale (GRS). il timore che il pene si restringa fino a scomparire.

Si tratta di una malattia psichica legata al contesto culturale in cui si sviluppa, ma, purtroppo, la colpa di “pene rubato” costa la vita a chi viene ritenuto responsabile di tale furto.

Incrementare odio

È vero che la dimensione del pene è un’ossessione di molti maschietti, ma che possa portare al terrore di vederlo restringersi o scomparire lascia esterrefatti.

Comunque, se le accuse suddette fanno sorridere, secondo il professore, Théophile Mada, dell’Università di Bangui, nella Repubblica Centroafricana mascherano una realtà più oscura: “La volontà di infiammare le tensioni tra la popolazione e la presenza francese. Si tratta di una tattica pericolosa che può avere conseguenze drammatiche”.

Caccia alle streghe

Il fenomeno più serio e grave, sostiene Leo Igwe, “E’ connesso alla persistente credenza nella stregoneria e la conseguente criminale caccia alle streghe, che ha assunto dimensioni crudeli.

Tanta gente in Ghana, Centrafrica, Sud Africa, Nigeria, Malawi, Kenya, Tanzania, crede che ci siano persone in contatto con il mondo degli spiriti e capaci di compiere pratiche magiche benefiche o malefiche.

Spesso si attribuiscono alla stregoneria la responsabilità dei problemi finanziari, di malattie o infertilità Gli accusati sono per lo più vulnerabili, poveri, giovani o molto anziani, a volte con disabilità”.

In Nigeria, nello Stato di Plateau sono stati dati alle fiamme due fratellini di 5 e 11 anni addirittura dal loro genitore, che li riteneva posseduti. I bambini sono stati soccorsi in tempo.

In Malawi, nei pressi del  villaggio Mulanje, una donna di 78 anni, Eliza Supuni, è stata picchiata a morte con sbarre di ferro, alla vigilia di Natale.

Arrestati e accusati del brutale omicidio, i suoi tre nipoti, che avevano aggredito anche altre due donne anziane. A spingerli, la convinzione che tutte praticassero la magia.

Accuse in aumento

Secondo un sondaggio dell’Afrobarometer del 2022, il 74 per cento dei malawiani associa la stregoneria alle sfortune subite nella vita, tra cui malattia, povertà e morte prematura.

I dati del ministero per il Genere, il Benessere sociale e lo Sviluppo mostrano che il numero di attacchi e omicidi legati alla stregoneria contro anziani è passato da 21 nel 2022 a 29 nel 2023.

Questa crescita è legata all’aumento del tasso di povertà: la nazione è tra le più disperate al mondo (il 72 per cento dei malawiani sopravvivere con 2 euro al giorno).

Donne anziane accusate di stregoneria

In Tanzania, afferma Anna Henga, direttrice del Legal and Human Rights Centre  “Gli anziani costituiscono la maggioranza delle vittime di omicidi per sospetti di stregoneria, in particolare quelle con gli occhi rossi”.

Il 12 luglio, in Sud Africa – ha pubblicato il “Sunday World” – 7  persone sono state condannate all’ergastolo per aver lapidato, cosparso di benzina e bruciato due sorelle streghe.

Anziani vittime

In Kenya, BBC Africa Eye ha indagato nel luglio scorso sulla sconvolgente ondata di anziani accusati di stregoneria e poi assassinati nella contea di Kilifi, sulla costa.

L’organizzazione keniota per i diritti umani Haki Yetu ha effettuato una ricerca e ha appurato che tra il 2020 e il maggio 2022 nella contea sono stati compiuti 138 omicidi collegati alla stregoneria.

Molti altri kenioti sono stati aggrediti e si è scoperto che spesso all’origine delle aggressioni, le accuse della stregoneria sono pretesti per impadronirsi delle terre delle vittime.

Una di queste è Tambala Jefwa, 74 anni, accoltellato due volte in casa. La prima volta ci ha rimesso un occhio, la seconda stava per rimetterci la vita. Il motivo, il solito: stregone malvagio.

Gli assalti erano il seguito di una lite con i membri della famiglia per la proprietà dei suoi 12 ettari dove coltiva mais e alleva polli.

Intendiamoci, niente di nuovo sotto il sole del Kenya. Da anni le cronache registrano una scia di sangue legata alla magia con decine di vittime.

Già negli anni ’30  – ricorda la Catherine Luongo, docente della Northeastern University di Boston, nel suo libro Witchcraft and colonial rule in Kenya, 1950-1955 – un villaggio nel distretto di Michagos a sud-est di Nairobi, 60 uomini, guidati da un certo Kumwaka, assassinarono a bastonate la loro vicina, Waiiki, perché credevano che avesse fatto un sortilegio alla moglie di Kumwaka per farla ammalare e renderla muta.

Davanti alla Corte Suprema del Kenya gli assassini si difesero dicendo di essersi attenuti a una vecchia forma di giustizia locale chiamata kinyore, che veniva praticata contro le streghe. I giudici britannici li condannarono a morte (pena poi modificata in appello).

Centro aiuto vittime

Ora per fronteggiare i sanguinosi assalti, nel distretto di Malindi è stato creato un centro di soccorso che ospita e protegge una trentina di anziani

Il più impegnato contro questa mortale attività è proprio il nigeriano Leo Igwe, fondatore dell’associazione per la difesa delle presunte streghe (Advocacy For Alleged Witches).

Dopo aver completato il dottorato in studi religiosi nel 2017, Leo Igwe, ha spiegato che non poteva restare inerte. “Si deve porre fine a questa caccia alle streghe. Non dovremmo romanticizzarla in alcun caso dicendo: Oh, fa parte della nostra cultura.  Non fa parte della nostra cultura uccidere i nostri genitori. Non fa parte della nostra cultura uccidere persone innocenti”.

Basta caccia alle streghe

Le leggi per contrastare il fenomeno ci sono, le Nazioni Unite hanno approvato una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani associata alla stregoneria, ma non è cambiato molto.

Certo non sta a noi occidentali giudicare. Non possiamo dimenticare come tra il 1400 il 1700 il numero delle vittime della caccia alle streghe in Europa sia stato calcolato – secondo il Dizionario enciclopedico Utet – in più di un milione (altre stime recenti sono più basse).

Uno dei giudici dei processi, il teologo e giurista tedesco Benedict Karpzov (1595-1666) dichiarò di avere sottoposto a giudizio circa 20.000 persone. Nè si deve dimenticare che l’ultima megera massacrata in Italia risale al 1828

Spiriti malvagi

Dobbiamo lanciare una campagna contro la superstizione e la fede nella stregoneria. Deve essere detto che le streghe e gli spiriti sono entità immaginarie. Questa campagna dovrebbe essere portata in tutte le scuole, college, università. Dovrebbe essere pubblicizzato su radio, tv, giornali, nei mercati, nelle chiese e nelle moschee. In particolare, – accusa Leo Igwe – dobbiamo controllare le attività dei nostri cosiddetti pastori e di altri uomini e donne di Dio che usano la Bibbia o i libri sacri per perpetrare e giustificare atti atroci e abusi dei diritti umani. Questi ciarlatani religiosi continuano ad agire e predicare in modi che rafforzano la fede nelle streghe e provocano persecuzione e uccisione”.

Tremate, tremate le streghe son tornate… si diceva un tempo. In una parte dell’Africa non se ne sono mai andate.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ghana: linciata a morte 90enne accusata di stregoneria da un prete feticista

Terrore dei vampiri in Malawi: l’ONU ritira il suo staff dal sud del Paese

Orrore in Tanzania: trovati i corpi di dieci bambini mutilati per riti di stregoneria

Netanyahu sapeva dell’attacco d Hamas? Il New York Times svela inchiesta dei giudici israeliani

Speciale Per Africa ExPress
Eugenia Montse*
18 novembre 2024

Cosa sapeva degli attacchi del 7 ottobre 2023 Benjamin Netanyahu? Un’inchiesta in corso in questo momento in Israele vede sul banco degli imputati i suoi assistenti, per aver possibilmente alterato i verbali di una conversazione del capo di governo con un ufficiale di primo rango dell’esercito, che lo avrebbe avvisato, ore prima dell’assalto, di ciò che si stava preparando da parte di Hamas.

Lo scrive il New York Times, e l’accusa, riferisce il quotidiano, è solo una delle tante rivolte agli assistenti di Netanyahu nelle ultime settimane.

Trascrizioni alterate

I funzionari sono indagati per aver fatto trapelare documenti militari riservati, alterato le trascrizioni ufficiali delle sue conversazioni e intimidito le persone che controllavano l’accesso a quei file.

L’inchiesta del NY Times è basata largamente su fonti anonime, le persone coinvolte nell’indagine hanno ricevuto l’ordine di massima riservatezza, il che non consente, al momento, di comprendere quale sia l’effettiva portata delle accuse.

Quadro serio

Il quotidiano newyorchese mette però insieme tutti i suoi “cosa sappiamo finora”, compilando in questo modo un quadro piuttosto serio delle possibili responsabilità dello staff del Primo ministro.

L’indagine ha preso infatti abbrivio da una denuncia presentata dal general maggiore Avi Gil, che il 7 ottobre ricopriva la carica di segretario militare del Primo ministro (ha lasciato l’incarico a maggio scorso) e con il quale Netanyahu intrattenne numerose conversazioni la mattina del 7 ottobre.

Denuncia scritta

Gil, scrive il NYT, “ha denunciato per iscritto al procuratore generale che le trascrizioni ufficiali delle telefonate avute quella mattina con il primo ministro sembravano essere state alterate”.

Il generale Avi Gil autore del rapporto scritto

In particolare, di una delle conversazioni in cui Gil avvisava Netanyahu che centinaia di agenti di Hamas sembravano sul punto di invadere, sarebbe stato alterato, nelle trascrizioni ufficiali, il dettaglio non secondario dell’orario in cui la chiamata era avvenuta.

Non secondario innanzitutto perché Netanyahu sostiene fin dall’inizio di non aver ricevuto nessun tipo di allerta sui movimenti di Hamas al confine di Gaza, e perché ha sempre rifiutato l’avvio di una inchiesta ufficiale che mettesse in luce le responsabilità dei vertici politici e militari, comprese le sue, per non aver né visto né impedito in tempo la realizzazione di una carneficina.

Senza fiducia

Era una delle richieste dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, sollevato dall’incarico qualche settimana fa per il “venir meno della fiducia”.

Prosegue il NYT raccontando di un ufficiale il cui compito era controllare l’accesso alle registrazioni telefoniche e che sarebbe stato ricattato da un alto funzionario dell’entourage del Primo ministro, lo stesso che avrebbe chiesto di alterare le trascrizioni delle telefonate, attraverso un video che, se diffuso, gli avrebbe procurato notevole imbarazzo.

Documento alla Bild

Infine, i funzionari sono anche accusati, da sei ufficiali diversi, di aver inoltrato un documento altamente riservato a un organo di stampa estero, specificamente il quotidiano tedesco Bild.

Un documento che poi Netanyahu stesso citò in un suo intervento a settembre scorso, per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica la sua posizione contraria a qualsiasi trattativa per il rilascio degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas.

Famiglie degli ostaggi

Bild aveva scritto, nel suo articolo, che sulla base di quel documento si deduceva che Hamas stesse cercando di manipolare le famiglie degli ostaggi, per convincere Netanyahu a scendere a compromessi nei colloqui di tregua e ad accettare termini meno favorevoli a Israele.

Familiari degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas protestano per le strade di Tel Aviv

Netanyahu aveva dunque citato, nel suo discorso, proprio l’articolo di Bild per sostenere che Hamas stesse cercando di “seminare discordia tra noi, di usare la guerra psicologica sulle famiglie degli ostaggi”.

Prima circostanza

Non si tratterebbe certo della prima circostanza in cui ufficiali e funzionari dell’esercito inviano a organi di stampa documenti riservati, ma in questo caso il database dell’intelligence militare era altamente riservato, e gli ufficiali accusati di aver fatto trapelare il documento sono stati arrestati, cosa che raramente avviene nei ranghi dell’esercito israeliano per vicende legate ai leak.

Il giornale tedesco si è rifiutato, chiaramente, di rivelare la fonte da cui aveva ricevuto il testo.

Lasciar correre

La questione di quanto realmente Netanyahu sapesse degli attacchi del 7 ottobre, e di quanto eventualmente abbia lasciato correre sacrificando la vita delle persone uccise e prese in ostaggio si trascina in Israele, in un certo senso, dal giorno stesso dell’Al Aqsa Flood (cioè l’attacco del 7 ottobre, ndr).

Già pochissimi giorni dopo, infatti, i giornali hanno pubblicato la notizia che l’intelligence egiziana avesse avvisato Israele, tre giorni prima del 7 ottobre, che si stesse preparando un attacco nei territori israeliani.

Una notizia, data dall’Associated Press, smentita dal gabinetto di Netanyahu ma confermata dall’intelligence americana, sebbene non chiara riguardo a quali termini fossero stati utilizzati dagli egiziani per descrivere l’attacco in preparazione e a quale livello nella scala gerarchica militare fosse stata inviata.

Difesa femminile

A dicembre dell’anno scorso, poi, alcuni giornali hanno scritto di come le “spotter” israeliane, l’unità di difesa femminile con il compito di monitorare le mosse di Hamas nella Striscia di Gaza, avesse avvisato di movimenti insoliti già mesi prima dell’attacco, e che però le loro comunicazioni si fossero “perse nella catena di comando”.

La denuncia era partita dalla base di Nahal Oz, nel sud di Israele, una di quelle poi assaltate da Hamas. Solo due delle militari in servizio si salvarono quel giorno: sei furono rapite, quattordici uccise.

Eugenia Montse*
eugenialidiamontse@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

*nome de plume per motivi di copyright che sveleremo tra qualche giorno.

Questo l’articolo del New YorkTimes di cui si parla

Aides to Benjamin Netanyahu are under investigation over accusations of leaks, record-doctoring and intimidation. The Israeli prime minister’s office denies the claims.

 

 

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