Da questa mattina 7300 masai della Tanzania stanno bloccando la strada per il cratere Ngorongoro e il parco nazionale Serengeti. Il popolo indigeno ha fermato un centinaio di veicoli con a bordo turisti e il governo di Dodoma ha immediatamente inviato 14 mezzi della polizia per mantenere l’ordine pubblico.
Proteste del popolo masai in Tanzania: bloccate vetture dei turisti
La protesta si è intensificata nelle ultime settimane I masai reclamano da anni maggiori diritti sulle terre dei parchi che abitano nei parchi Serengeti e Ngorongoro, uno degli ecosistemi più preziosi al mondo.
Gli indigeni stanno lottando contro le politiche del governo della presidente tanzaniana, Samia Suluhu Hassan, che vuole costringerli a lasciare le loro terre, privandoli dei servizi sociali primari, quelli sanitari e scolastici. Provvedimento che impedisce pure l’iscrizione alle liste elettorali.
Già qualche mese fa Survival International – organizzazione che difende i diritti dei popoli indigeni – aveva accusato il governo tanzaniano di violenze contro i masai: “Vengono espulsi dalle loro terre ancestrali per far spazio al turismo della conservazione e alla caccia ai trofei”. Va poi sottolineato che gli Emirati Arabi Uniti vorrebbero utilizzare parte del parco nazionale Serengeti e Ngorongoro come riserva di caccia privata, costringendo il trasferimento dei Masai che la abitano.
Recentemente la Commissione europea ha tagliato i fondi al Paese dell’Africa orientale perché non rispetta i diritti umani come previsto dal progetto “NaturAfrica”.
Pochi giorni fa il governo aveva fatto arrestare esponenti dei principale partito dell’opposizione, il Chadema, tra loro anche il candidato alle scorse presidenziali, Tundu Lissu. I masai stavano protestando pacificamente a Mbeya, città nel nord-ovest della Tanzania, ma la manifestazione era stata vietata anticipatamente dalle autorità che temevano violenze. Anche durante le proteste odierne alcuni attivisti sono stati fermati dalle forze dell’ordine.
Oggi tramite i social network, Lissu ha fatto arrivare il proprio sostegno alla protesta dei masai. Dal canto loro i manifestanti, mentre stavano bloccando la strada di accesso dal Ngorongoro al Serengeti, hanno spiegato ai turisti le ragioni della manifestazione. Intanto però molti vacanzieri sono rimasti bloccati all’interno dell’area protetta del Ngorongoro, senza potersi spostare nemmeno verso il parco nazionale Serengeti o un direzione dell’aeroporto di Arusha.
Comunicato della comunità Masai, Kea
La comunità masai ha diramato oggi un comunicato nel quale chiede il rispetto dei propri diritti fondamentali e la riapertura di un dialogo costruttivo con le autorità tanzaniane.
Poche ore fa è arrivato anche il sostegno della Conferenza Episcopale della Tanzania (TEC), che ha chiesto al governo di rispettare i diritti di questo popolo indigeno
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
16 agosto 2024
Ibrahim Traoré, giovane golpista che nel 2022 ha preso il potere in Burkina Faso e da allora presidente della giunta militare di transizione, ha affermato di aver sventato recentemente un colpo di Stato.
Ibrahim Traoré, leader della giunta militare di transizione in Burkina Faso
Ha raccontato che alcuni ufficiali, di stanza all’estero, e soldati dell’esercito, con l’appoggio di terroristi, avrebbero pianificato un attacco per impossessarsi del potere. Ha poi sottolineato che alcuni alti graduati sono già stati arrestati, senza però specificare la loro identità. Il presunto golpe sarebbe stato organizzato fuori dai confini del Paese e prevedeva anche il reclutamento di agenti nei ranghi dell’esercito burkinabè.
Dopo aver illustrato la situazione durante il suo discorso ripreso dalla TV di Stato, il presidente di fatto del Burkina Faso, ha voluto sottolineare che le chiacchiere di una possibile destabilizzazione del Paese sarebbero state fomentate da una cellula di servizi d’intelligence occidentale.
Dopo l’attacco jihadista a Mansila (nel nord-est del Paese) dell’11 giugno scorso, durante il quale sono stati uccisi oltre 100 militari e parecchi civili, circolavano voci di malcontento da parte delle truppe e Traoré non era più apparso in pubblico per diversi giorni.
La carneficina è poi stata rivendicata da GNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), costituito nel marzo 2017. Il movimento ora è guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine, in italiano: ausiliari della religione (islamica). Il “consorzio” comprende diverse sigle, tra questi Ansar Dine, Katiba Macina, AQMI (al Qaeda nel Magreb Islamico) e altri.
L’8 agosto scorso i jihadisti hanno sferrato un nuovo attacco a un convoglio militare tra Ougarouou e Boungou, nella provincia di Tapoa (nell’est del Burkina Faso). Stava tornando da una delle miniere aurifera. L’aggressione è stata resa nota solo qualche giorno dopo. Secondo una fonte della sicurezza che ha parlato con i reporter di RFI in anonimato, i combattimenti tra l’esercito e i terroristi sarebbero stati molto intensi e violenti e un numero ancora imprecisato di militari sarebbe stato ucciso. Ci sarebbero anche parecchie vittime tra i civili, persone che si sono aggregate al convoglio per raggiungere “in sicurezza” Fada-Ngourma, capoluogo della Provincia, visto che gran parte della zona è considerata roccaforte di gruppi jihadisti.
Attacchi dei terroristi ai convogli militari in Burkina Faso
Finora le autorità di Ouagadougou non hanno rilasciato nessun rapporto ufficiale. Sono già state recuperate decine di salme, ma si teme che il bilancio possa essere molto più pesante, visto che il convoglio era composto da tre battaglioni di intervento rapido, in parole povere, c’erano non meno di 500 soldati, oltre ai civili.
IlBurkina Faso, come i suoi vicini del Mali e del Niger, da oltre 10 anni è soggetto a continui attacchi dei terroristi. Finora le aggressioni hanno ucciso 20mila civili, oltre due milioni sono sfollati. Parte dei territori sono ancora fuori dal controllo dello Stato centrale, e, malgrado le forze messe in campo dalla giunta militare ad interim, i jihadisti continuano indisturbati le loro aggressioni contro la popolazione e le truppe di Ouagadougou.
Sergej Viktorovič Lavrov, il potente ministro degli Esteri di Mosca, durante il suo tour africano dello scorso giugno, ha incontrato anche Traroré, promettendogli l’invio di altri istruttori nel Paese. Un gruppo di militari burkinabè, invece, sarà formato in Russia. In occasione dei colloqui bilaterali si è parlato anche di affari e scambi commerciali.
All’inizio di agosto, esponenti del gruppo ROSATOM, gigante russo che opera nel settore nucleare, si è recato a Ouagadougou per valutare la possibilità della costruzione di una centrale nucleare nel Paese, necessaria per soddisfare le esigenze energetiche della popolazione. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2020 il 67,4 per cento dei burkinabé aveva accesso alla corrente elettrica nelle città, mentre nelle zone rurali solamente il 5,3.
Traoré non perdona chi contesta la sua politica e non accetta critiche. Dopo svariati attacchi a emittenti TV, giornalisti e dissidenti, ora è la volta della magistratura. In passato i sindacati dei togati si sono opposti all’eccessivo autoritarismo del presidente e per questo motivo ora il governo ha sospeso almeno 5 magistrati, mandandoli a combattere al fronte. Il presidente ha annunciato anche una revisione del Codice penale.
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Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
15 agosto 2024
I miliziani tuareg e i jihadisti maliani che il 27 luglio nel centro del Sahara, in Mali ma ai confini con l’Algeria, hanno inferto una sonora sconfitta all’esercito regolare e ai loro alleati mercenari russi, sono stati aiutati dai consiglieri francesi che hanno fornito le informazioni di intelligence necessarie per vincere la furiosa battaglia. I francesi, a loro volta, hanno incaricato tecnici militari ucraini, da loro addestrati in Ucraina, di utilizzare i droni intervenuti (e sono stati decisivi) durante i combattimenti. Ma non solo: i francesi hanno fornito ai terroristi islamici tutte le informazioni che hanno loro permesso di prevalere sulle truppe russo-maliane, nella terza parte della battaglia, durata ben tre giorni.
Secondo fonti confidenziali raccolte da Africa ExPress (ma che non possiamo rivelare per ovvi motivi) gli americani sono estranei alla vicenda. La CIA era stata solo informata dai francesi e Jeremy, una delle antenne dei servizi di Washington, residente fino a poche settimane fa in una base USA a Niamey, è stato tenuto al corrente di tutta l’operazione, cui alla fine ha dato il suo benestare, per altro non necessario.
Un ufficiale delle forze speciali
Il gruppo di ucraini era comandato da un ufficiale delle forze speciali di Kiev, unità conosciuta con il nome di Khimik. Khimik è nota per aver partecipato a combattimenti in Siria, nelle forze antigovernative appoggiate e armate dagli americani e dai francesi.
La cosa più preoccupante è l’alleanza di fatto e il coordinamento tra i jihadisti e i francesi, informazione che non sarà sfuggita a Jeremy. Sembra di rivedere lo scenario degli anni ’80 in Afghanistan quando per combattere i sovietici gli Stati Unti rifornirono di armi ai mujaheddin di Osama Bin Laden che poi si rivoltò contro chi l’aveva aiutato. Quelle armi furono utilizzate dai terroristi di Al Qaeda. Le conseguenze di questa politica rischiano di essere devastanti.
Ora i francesi – con la benevolenza degli americani – per combattere i russi e la loro influenza sui governi del Sahel, accantonando cinicamente principi e ideologie, hanno deciso di servirsi dei potenti miliziani jihadisti legati ad Al Qaeda e di allearsi con loro, applicando l’adagio popolare, il nemico del mio nemico è mio amico.
Centro smistamento migranti
Il 27 luglio e nei giorni immediatamente precedenti, a Tin Zaouten (attenzione, la grafia, traslitterata dall’arabo, di questa località può essere diversa), in pieno deserto, i ribelli tuareg e i jihadisti dell’Isis hanno avuto tre scontri con un gruppo di mercenari della compagnia Wagner (da poco ribattezzata Africa Corps) e di regolari dell’esercito. Secondo le stime diffuse anche da ambienti occidentali sarebbero rimasti uccisi almeno 84 soldati di ventura al soldo del Cremlino e 47 militari maliani.
lo schizzo della battaglia disegnato per Africa Express da uno dei partecipanti
È stato un duro colpo per l’organizzazione mercenaria. La Wagner era guidata da Yevgeny Prigozhin, morto in un incidente aereo e ora direttamente controllata dalla struttura di comando della difesa russa.
Subito dopo le battaglie del 27 luglio Andriy Yusov, portavoce del servizio di intelligence militare ucraino (GUR), gongolante per la vittoria, ha sostenuto orgoglioso che i ribelli tuareg avevano “ricevuto informazioni necessarie, e non solo informazioni, che hanno permesso il successo di un’operazione militare contro i criminali di guerra russi”.
Attacco ai tuareg
Africa ExPress è ora in grado di spiegare come sono andate le cose in quei giorni. Il 25 luglio le truppe maliane, sostenute dai Wagner, provenienti dal villaggio di Boghassa (più di 80 uomini e 24 veicoli, tra cui sei blindati e sei motociclette) attaccano il villaggio di Tin Zaoutene, centro di smistamento di migranti e base di trafficanti e contrabbandieri, controllato dai ribelli tuareg del Cadre stratégique pour la Défense du Peuple de l’Azawad (CSP-DPA), una sigla che comprende diverse formazioni secessioniste. Secondo il giornalista Wassim Nasr le immagini del convoglio lasciano capire che la maggior parte degli assalitori erano bianchi, probabilmente russi.
I tuareg, comandati da Alghabass ag Installa, resistono e respingono gli assalitori. I combattimenti riprendono il 27 luglio. I russi-maliani, durante una tempesta di sabbia, cadono in un’imboscata dei tuareg a Zakak, villaggio sulla strada per Kidal, il capoluogo di quella regione maliana. I regolari e i mercenari russi tentano di ritirarsi ma sono inseguiti dai ribelli tuareg e il terzo scontro avviene verso Abeïbara. I superstiti, in fuga, cadono in un’altra imboscata dei jihadisti del Groupe de Soutien à l’Islam et aux Musulmans (GSIM) in una valle delle montagne di Tin-Gamera, a 40-70 chilometri a sud di Tin Zauten. Gli islamisti sono guidati da Sedane Ag Hita, uno dei suoi comandanti più anziani, e da Abdorrahmane Zaza, noto come “Abdorrahmane Al-Targui”, emiro della regione di Tin-Essako.
Accordo organico
Secondo alcuni osservatori il modo in cui si è svolta l’imboscata potrebbe far pensare a una forma di partnership temporanea tra i francesi e i gruppi jihadisti, invece sarebbe stata solo un’alleanza ad hoc diretta contro l’esercito maliano e Wagner. Questa però non è la versione raccolta da Africa ExPress. Le nostre informazioni parlano di un’accordo organico tra francesi e jihadisti.
Questa è la cronaca che si può facilmente leggere sui giornali francesi, sempre molto attenti alle cose africane. Ma la fonte confidenziale sentita da Africa ExPress, spiega ancora: ”I francesi hanno organizzato tutta l’operazione in stretto coordinamento con i servizi di sicurezza algerini che hanno contribuito con informazioni precise e ben documentate. Sebbene i rapporti tra Parigi e Algeri in questo momento non siano dei migliori (dopo il sostegno assicurato da Macron al piano di pace marocchino per il Sahara Occidentale, l’ex colonia francese ha richiamato il suo ambasciatore in Francia, ndr), la collaborazione tra le due intelligence sembra ancora solida e ben collaudata e ora i francesi sono diventati consiglieri dei separatisti tuareg e di Al Qaeda e dell’ISIS”. Poi aggiunge un dettaglio: “Il sentimento antifrancese nel Sahel è stato provocato, tra l’altro, dallo scarso impegno delle truppe degli ex colonialisti nella guerra contro gli islamisti. L’opinione pubblica e i militari si sono convinti che la declamata guerra ai terroristi servisse solo come una giustificazione alla loro presenza in Mali e in Niger. Infatti, i legionari non hanno fatto granché contro i terroristi”.
Guerra fuori dall’Europa
Insomma, la guerra tra Russia e Ucraina si combatte anche fuori dall’Europa e, come tutte le guerre, è fatta di colpi bassi, intrighi, accordi e alleanze all’apparenza innaturali. Quando si tratta si geopolitica non si può usare la logica e il buon senso. Non ci si può fidare delle dichiarazioni politiche espresse e/o delle posizioni ostentate. Ciò che sembra inverosimile può diventare in un batter d’occhio realtà. Gli avvenimenti degli ultimi decenni ci hanno abituati a colpi di scena. Gli americani avevano finanziato e armato Osama Bin Laden, gli israeliani avevano finanziato Hamas e ora i francesi si alleano ad Al Qaeda per sbarazzarsi dei russi che hanno preso il loro posto nel Sahel. Gli occidentali in Africa sono stati allontanati ma non si può credere che accatteranno la situazione con rassegnazione. Si preannunciano giorni difficili. Soprattutto per gli africani.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
15 agosto 2024
E’ stato accolto come un eroe il velocista, Letsile Tebogo, 21 anni, al rientro in patria qualche giorno fa, in Botswana. Almeno 30 mila persone hanno festeggiato lui e gli altri atleti dell’Olympic team nello stadio della capitale Gaborone. Il presidente ha “premiato” la medaglia d’oro nei 200 metri e l’argento nella staffetta 4×400 concedendo a tutto il Paese un’altra mezza giornata di festa nazionale.
Il Botswana celebra Letsile Tebogo, medaglia d’oro alle olimpiadi di Parigi
Festa grande in Algeria
Esplosione di festeggiamenti anche in Algeria per il ritorno a casa delle tre “medaglie”. In particolare, Imane Khelif, 27 anni, la pugile d’oro ai Giochi di Parigi ingiustamente coinvolta in vergognose polemiche sulla sua identità sessuale. “Le donne algerine sono un esempio e un modello per il mondo intero”, ha detto tra la folla entusiasta che l’attendeva in aeroporto e poi nel villaggio natale di Biban Mesbah, vicino a Tiaret (a 300 km dalla capitale maghrebina).
Imane Khelif, medaglia d’oro nella boxe, Parigi 2024
“Siamo piccoli e sconosciuti, ma forti e talentuosi” è stato il commento a Capo Verde del pugile Daniel Varela de Pina, 28 anni, primo atleta del piccolo arcipelago (10 isole di fronte alla costa ovest africana, 600 mila abitanti) a vincere una medaglia, seppure di bronzo, alle Olimpiadi. Il primo ministro, Josè Ulisses de Pina Correia e Silva, 62 anni, si è congratulato con lui e ha enfatizzato l’impresa sportiva di un giovane che dall’infanzia povera e difficile (veniva pesantemente bullizzato) è arrivato all’alloro olimpico. La capigliatura del giovane, con le due originali crocchie laterali, aveva colpito tutti il giorno dell’inaugurazione (era il portabandiera del suo Paese). Ma poi anche i suoi pugni hanno lasciato il segno.
Kenya leader indiscusso
L’Africa a pochi giorni dalla chiusura dei XXXIII Giochi olimpici (domenica 11 agosto) celebra i 43 successi conquistati in Francia da 12 Paesi. Nove sono state le medaglie d’oro portate a casa, quattro delle quali appuntate sul petto degli atleti del Kenya, che si è confermato leader indiscusso del continente sul piano sportivo. Ha messo in cassaforte anche due argenti e cinque bronzi.
Kenya, leader africano indiscusso alle olimpiadi di Parigi
Taekwondo, questo sconosciuto
Lo sport africano in questa occasione non ha finito di stupire. E’ stato eccellente non solo nel suo tradizionale campo (maratona maschile, 3 mila siepi, 5 e 10 mila metri), ma anche nella sciabola con il tunisino Fares Ferjani, 27 anni, (argento) e nella spada con l’egiziano Mohamed Elsayed, 21 anni, (bronzo). E come dimenticare il Taekwondo, l’arte marziale che in Africa ha avuto uno sviluppo impressionante negli ultimi 30 anni dopo che si era riusciti, faticosamente, ad abbattere la falsa credenza che fosse uno sport legato a una religione strana o addirittura a riti satanici.
I pionieri sono stati il Lesotho, Africa Centrale e Mali, ora è diffuso in 45 Paesi del Continente.
E alle Olimpiadi qualche frutto pregiato del Taekwondo è stato raccolto: il tunisino Firas Katoussi, 28 anni, nella categoria 80 kg ha raggiunto l’oro, il connazionale Mohamed Khalil Jendoubi, 22 anni, l’argento (58 kg) e l’ivoriano Cheick Sallah Cisse, 30 anni, il bronzo sugli 80 kg (aveva già assaporato il metallo pregiato nel 2016 a Rio).
Il fallimento Nigeria
Ma non tutto è oro quel che luccica. C’è un grande Paese che si lecca le ferite: la Nigeria. Aveva speso cifre enormi nella preparazione dell’evento e dei suoi rappresentanti, ha mandato a Parigi ben 88 atleti per competere in 11 discipline. Il ministro per lo sviluppo dello Sport, John Owan Enoh, 58 anni, con parole ispirate aveva espresso il desiderio che la squadra potesse superare la sua migliore prestazione olimpica ottenuta ai Giochi di Atlanta del 1996 (sei medaglie, di cui 2 ori). E si era detto sicuro che “la squadra eccellerà e renderà orgogliosa la nazione”.
Risultati? Zero assoluto. Niente di nuovo, purtroppo: anche a Londra, nel 2012, “zero tituli”, direbbe il buon Mourinho. Neanche una medaglia di latta. O di legno.
Una certa ilarità
In compenso la Nigeria ha suscitato una certa ilarità quando la ciclista Ese Lovina Ukpeseraye, 25 anni, si è trovata impossibilitata a scendere in pista nel keirin e nello sprint. A causa del limitato preavviso per gareggiare, il Team Nigeria non aveva una bicicletta adatta! Con grande spirito sportivo, la Germania gliene ha offerto una.
La ciclista nigeriana, Ese Lovina Ukpeseraye
In compenso sul podio di Parigi sono saliti altri campioni di origine nigeriana.
Ne citiamo due: Yemisi Ogunleye, 25 anni, nata inGermania da padre nigeriano, è stata prima nel lancio del peso (per la Germania, ovviamente), e Salwa Eid Naser, (originariamente chiamata Ebelechukwu Agbapuonwu) che ha visto la luce 25 anni fa a Onitsha sul fiume Niger nello stato di Anambra). Ha preso la medaglia d’argento nei 400 metri, ma per il Bahrein, Paese del papà, per il quale ha scelto di gareggiare.
I frutti della diaspora
E via dicendo… D’altra parte i frutti della diaspora nera sono riassunti nella campionessa che è stata la più medagliata dei Giochi: Sifan Hassan, 31 anni. A 15 anni la madre la spedì in Olanda per una miglior vita, a 16 anni Sifan ottenne lo status di rifugiata, a 20 anni, nel 2003, il passaporto dei Paesi Bassi.
Già a Tokio nel 2021 era stata dominatrice dei 5 mila e 10 mila metri e bronzo nei 1500. A Parigi è stata inarrestabile e indimenticabile per il suo scatto finale nella maratona: oro indiscusso. E in più due bronzi, nei 5 e 10 mila metri!
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EDITORIALE Federica Iezzi
Amman (Giordania), 14 agosto 2024
Si sente spesso criticare l’attenzione apparentemente eccessiva riservata alla guerra a Gaza. Perché non il Sudan? O il Congo orientale? Etiopia, Somalia, Myanmar, Yemen: dove sono finiti nelle cartine geografiche?
L’accusa, sovente esplicita o ipocritamente velata, lotta tra odio antisemita o sostegno incondizionato a Hamas. Non viene in mente che si possano difendere i diritti dei palestinesi semplicemente perché esseri umani oppressi.
Khan Younis, Striscia di Gaza [photo credit UNICEF]La domanda, in ogni caso, è legittima e merita una risposta. Dipende semplicemente da quale punto della storia si parte.
I paralleli della storia recente
La portata della distruzione e della morte non ha molti paralleli nella storia recente. Dobbiamo cercare nelle campagne di genocidi che hanno insanguinato il passato – piuttosto che nei conflitti armati – per trovare cifre analoghe a quelle di Gaza.
L’annientamento degli esseri umani corre nello stesso senso della distruzione fisica di Gaza. Più della metà della popolazione è rimasta senza casa. I paralleli più vicini a Gaza, in termini di volume e velocità di distruzione, sono i bombardamenti strategici della Seconda Guerra Mondiale.
La Palestina è segnata da un conflitto mostruoso. Le guerre in Congo-K, Sudan o Siria sono complicate, con le loro innumerevoli fazioni, alleanze variabili e sostegno internazionale. Il conflitto tra palestinesi e israeliani non ha niente di complicato. È una situazione coloniale prototipo.
Immagini che parlano
Visualizzare il crimine è fondamentale per entrare in empatia con le vittime. Lo sappiamo fin dalla Seconda Guerra Mondiale, quando gli Alleati si preoccuparono di documentare i campi di concentramento nazisti, con montagne di corpi segnati dalla morte, e di far circolare le immagini. La memoria antifascista che sopravvive oggi non può essere compresa senza di loro. Ecco perché l’Olocausto ci ripugna ancora. Perché lo abbiamo visto. Ed ecco perché oggi di fronte al massacro di Gaza la nostra anima si ribella. Perché lo stiamo vedendo.
Ma né l’insolita portata della distruzione né la proliferazione delle immagini spiegano da sole l’indignazione che proviamo. Siamo profondamente turbati e spaventati per l’atteggiamento disinteressato delle democrazie occidentali.
Due ragioni
E per due ragioni: perché senza il sostegno dell’Occidente a Israele la situazione sarebbe molto diversa e perché il silenzio di un governo ci rende tutti colpevoli. È vero che l’indifferenza dell’Europa e degli Stati Uniti nei confronti dei crimini contro l’umanità non è una novità, ma lo è il sostegno incondizionato e pubblico ai responsabili. Il sostegno alle azioni di Israele a Gaza riduce l’umanità delle sue vittime. E l’alterità è un elemento costitutivo della disuguaglianza e del razzismo.
Il risveglio politico ispirato da Gaza ha dato voce alla nostra identità come esseri umani che, in maniera del tutto naturale, si identifica con gli oppressi contro l’oppressore. Gaza ci tocca perché qualcosa di fondamentale sta crollando. Si tratta della riabilitazione dell’imperialismo e del razzismo. Perché legittima i crimini contro l’umanità come modo di fare politica. Perché rappresenta una riduzione delle libertà – di manifestazione, di coscienza e di espressione – senza precedenti nelle democrazie occidentali dal 1945.
Come il Vietnam
Durante la guerra in Vietnam, altri conflitti dissanguarono il mondo, alcuni dei quali orrendi come il conflitto in Angola o quello in Biafra. Hanno suscitato anch’essi costernazione ma mai così massiccia e su scala globale come quella del Vietnam.
Perchè nelle proteste contro il Vietnam, la gente ha combattuto contro il colonialismo e il militarismo, contro il razzismo e la guerra, contro la corsa agli armamenti e contro ogni violenza sostenuta dall’Occidente nel sud del mondo. Ci sono momenti in cui un conflitto riassume e ingloba tutti i conflitti: negli anni ’60 era il Vietnam, negli anni ’80 l’apartheid in Sudafrica, negli anni ’90 la Jugoslavia. Oggi è la Palestina.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 13 agosto 2024
Manuel Chang, ex ministro delle Finanze mozambicano ha ricevuto tangenti per un totale di sette milioni di dollari USA. Per questa cifra di denaro ha dato la garanzia del governo mozambicano per prestiti a tre società statali poi fallite.
Il politico mozambicano ha poi frodato gli investitori americani e stranieri convertendo in eurobond il debito dell’azienda statale Ematum. Questi titoli sono stati immessi sul mercato dalle banche dal Credit Suisse e dalla banca russa VTB. Altri 200 milioni sono andati nelle tasche di Chang e varie tangenti a complici.
Manuel Chang, ex ministro mozambicano delle Finanze, in tribunale a Johannesburg
Colpevole di frode e riciclaggio
La giuria del tribunale distrettuale di Brooklyn, New York, ha ritenuto Manuel Chang colpevole di “frode e cospirazione per commettere riciclaggio di denaro”. Lo scandalo, avvenuto tra il 2013 e il 2015, è conosciuto in Mozambico come Dividas ocultas (Debiti occulti) mentre a livello internazionale è noto come Tuna bonds.
Aveva a che fare con l’acquisto di una flotta di imbarcazioni per la pesca del tonno da parte dell’azienda statale mozambicana Ematum. Si trattava di 39 imbarcazioni vendute da un’azienda francese sull’orlo del fallimento: 24 pescherecci – mai utilizzati – e 15 motovedette militari.
I due miliardi di dollari
Un’operazione finanziaria da due mld di dollari USA (1,9 mld di euro) che mirava ad ottenere soprattutto le imbarcazioni militari. Tutto senza l’autorizzazione del parlamento mozambicano e senza informare il Fondo monetario internazionale (FMI).Un debito che ha messo in ginocchio l’economia mozambicana. Un “affaire” che vede implicati anche l’ex presidente Armando Guebuza e l’attuale capo di Stato, Filipe Nyusi, ministro della Difesa durante la presidenza Guebuza.
Struttura dei debiti occulti
Faremo appello
“Non c’é prova evidente che Manuel Chang abbia preso ricompensa o denaro” – ha dichiarato ai giornalisti il suo avvocato difensore, Adam Ford, all’uscita dal tribunale. “Il mio cliente ha solamente garantito ciò che il suo governo voleva. Faremo appello”.
Gli USA avevano immediatamente richiesto l’estradizione. Poche ore dopo anche il governo mozambicano aveva chiesto che il suo politico venisse trasferito a Maputo per essere processato.
Dopo un lungo braccio di ferro tra Washington e Maputo, durato 54 mesi, l’ex ministro mozambicano è stato estradato da Johannesburg negli USA. Il politico 68enne ha già passato oltre cinque anni di carcere tra Johannesburg e New York. Con le pesanti accuse del tribunale di Brooklyn, Manuel Chang rischia da 12 a 20 anni di carcere. Nelle prossime settimane è attesa la sentenza definitiva.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
12 agosto 2024
Cinque suore (quattro indiane e una polacca della congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice), un padre salesiano (Jacob Thelekkadan, di origine indiana), un volontario, Chan Mabek, e diversi cittadini sud sudanesi, sono stati evacuati con l’aiuto delle forze armate del Sudan (SAF). Hanno trascorso oltre un anno nell’inferno della capitale Khartoum, quasi totalmente distrutta dalla guerra iniziata il 15 aprile 2023. Dopo giorni e giorni di viaggio, costellato da pericoli e insidie, la comitiva è arrivata sana e salva a Port Sudan pochi giorni fa.
Una delle suore evacuate proviene dalla Polonia. Le altre 4, come il padre, sono originari dall’India
Molti quotidiani sudanesi e anche internazionali hanno parlato di una evacuazione di religiosi italiani, eppure nel gruppo non c’era nemmeno un nostro connazionale. E’ successo perché trattandosi di congregazioni religiose con un marcato stampo italiano, (come, per esempio, i salesiani, il cui fondatore è don Bosco) molti sono convinti che i membri siano della stessa nazionalità.
Persino SAF (Forze Armate Sudanesi), ha sottolineato in un comunicato: “L’esercito sudanese e il General Intelligence Service hanno evacuato con successo dalla loro residenza a sud di Khartoum cinque suore cattoliche italiane, un sacerdote e venti cittadini sud-sudanesi”. E ha aggiunto: “Le Forze armate sudanesi hanno effettuato con successo l’evacuazione a Omdurman e poi il viaggio verso a Port Sudan.
Le suore delle Figlie di Maria Ausiliatrice hanno gestito per anni una scuola, la Dar Maryam Primary School, che si trova nella zona di Al Shajara, un quartiere a sud della capitale Khartoum, che comprende anche una scuola materna. L’istituto era per lo più frequentato da piccoli rifugiati sud sudanesi. La residenza delle religiose è confinante con il complesso scolastico.
Poche settimane prima dell’evacuazione, padre Jacob ha raccontato che la missione ha accolto un’ottantina di persone in difficoltà. “Manca tutto, soprattutto il cibo, non sappiamo più cosa mangiare. Le suore hanno dovuto cuocere foglie di alberi per riempire il pancino dei piccoli, mentre noi adulti siamo ormai abituati a saltare i pasti. Da quando è iniziata la guerra non faccio altro che aggiungere nuovi buchi alla cintura dei miei pantaloni”.
Padre Jakob a Port Sudan mentre racconta cosa succede a Khartoum
Il tetto dell’edificio principale è stato danneggiato dalle granate e alcune parti degli alloggi delle suore sono state incendiati. Sulle pareti fanno bella mostra fori di proiettili.
L’area di Al Shajara, che ospita installazioni militari chiave, è tra i punti focali del conflitto tra l’esercito e le Rapid Support Forces (gli ex janjaweed), scoppiato nell’aprile 2023. I paramilitari hanno ripetutamente cercato di prendere il controllo dell’area, ma l’esercito ha finora respinto gli attacchi.
Già a dicembre la Croce Rossa aveva cercato di portare in salvo i membri della missione, tentativo fallito. Il convoglio era stato attaccato.
Subito dopo l’evacuazione da Khartoum, avvenuta nella notte tra il 28 e 29 luglio, il gruppo è stato portato a Omdurman, città gemella della capitale, sulla sponda occidentale del Nilo, dopo aver attraversato in barca il fiume in una notte buia, senza luna. Poi la comitiva è rimasta per qualche giorno nella casa delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta. L’edificio, ancora in condizioni discrete, non è stato chiuso dopo la partenza delle religiose. L’istituto è attualmente gestito da personale locale.
Le 5 suore e il padre accolti festosamente a Port Sudan da altri religiosi
Il gruppo è approdato a Port Sudan il 7 agosto. I cosiddetti “italiani” sono stati accolti dalla comunità dei Comboniani, dove sono presenti alcuni padri, nostri connazionali e da due congregazioni di suore (religiose della Visitazione e di Madre Teresa di Calcutta, entrambe fondate da indiani).
L’ex protettorato anglo-egiziano sta per entrare nel 16esimo mese di guerra. Le due parti in conflitto, Rapid Support Forces, capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, da un lato, e le Forze armate sudanesi (SAF), comandate da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e di fatto capo dello Stato, dall’altro, hanno devastato quasi tutto il Paese e messo in ginocchio gran parte della popolazione.
Oltre 11 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case, tra questi ben più di 2 milioni hanno varcato i confini verso i Paesi limitrofi in cerca di protezione. “Oltre la metà dei sudanesi, è colpita da insicurezza alimentare”, ha comunicato martedì scorso Edem Wosornu, direttrice per le operazioni e advocacy presso l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), durante la sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Sudan.
Zamzam, Darfur, campo per sfollati
La fame, un’arma antica quanto il mondo, uccide non solo bambini, ma anche donne in gravidanza, madri, anziani e persone con disabilità. Martedì il PAM (Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite) ha dichiarato un’emergenza carestia nel grande campo per sfollati di Zamzam a sud di El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, dove migliaia di persone stanno tentando di sopravvivere alla guerra.
E l’ambasciatore James Kariuki, vice rappresentante permanente del Regno Unito presso le Nazioni Unite, ha rincarato la dose durante il suo intervento al Consiglio di Sicurezza di questa settimana: “La carestia in Sudan è interamente causata dall’uomo. Oggi, per la fame, stanno morendo cento persone al giorno. Domani saranno molti di più, se le parti in conflitto continueranno la loro guerra per il potere”.
La pace nel Paese finora resta un’utopia. Durante questo fine settimana il governo di Khartoum ha inviato una delegazione a Gedda (Arabia Saudita) per consultazioni con alti funzionari di Washington a proposito dei prossimi colloqui per un cessate il fuoco, fortemente voluti dal governo di Joe Biden. I dialoghi prenderanno il via il prossimo 14 agosto a Ginevra.
L’incontro tra la delegazione USA, capeggiata da Tom Periello, rappresentante speciale per il Sudan e quella sudanese, capitanata da Mohamed Bashir Abu Nommo, a capo del dicastero dei Minerali, si è concluso senza alcun accordo sulla partecipazione del governo africano ai dialoghi in Svizzera. Mentre le RSF hanno già confermato la presenza dei loro delegati.
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Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 11 agosto 2024
Benvenuto all’inferno: è quello che un soldato israeliano dice a un prigioniero palestinese. O meglio a un uomo di un paese vicino a Tulkarem, arrestato per avere un fratello nella resistenza (forse) o meglio, un fratello sparito dalla circolazione e quindi è sospettato di essere finito tra i miliziani. Basta questo per avere la casa perquisita in piena notte, moglie e figli terrorizzati dall’irruzione di diversi soldati armati in casa, arredi spaccati, piatti fatti a pezzi, la vita distrutta alla ricerca di non si sa cosa. Fouad Hassan, 45 anni, finito nella prigione di Megiddo. Del fratello non sa niente da tempo, ma lui nella prigione di Megiddo è stato torturato per diverse settimane.
Le testimonianze di alcuni palestinesi torturati nelle prigioni israeliane dal 7 ottobre a oggi sul sito di B’tselem
Benvenuti all’inferno è diventato anche il titolo che B’tselem, associazione israeliana che indaga da tempo sulle violenze nei Territori occupati, la West Bank e Gaza, ha voluto dare all’ultimo report. L’associazione ha intervistato con nomi e cognomi 55 palestinesi rilasciati di recente da diverse prigioni israeliane o posti di fermo. Alcuni sono stati trattenuti per mesi: 30 sono della Cisgiordania, 21 della Striscia di Gaza e altri 4 cittadini di Israele. Tutti sono stati rilasciati senza alcun indizio di reato. Eppure hanno subito torture di ogni genere, sono stati perquisiti nudi da donne, sono stati legati e imbavagliati, messi in posizioni umilianti, picchiati, lasciati senza cibo, privati del sonno. Dal 7 ottobre di fatto è scattato il via libera contro i palestinesi fermati in qualsiasi circostanza.
A novembre e dicembre già erano emerse le torture esercitate dall’esercito israeliano a Sde Teiman, una base vicino a Gaza. Ma secondo B’telem Sde Teiman è solo la punta dell’iceberg, le violenze si sono perpetrate anche in caserme e altri luoghi legati alla pubblica amministrazione e all’esercito.
Civili della Striscia di Gaza arrestati da militari israeliani
“Il governo israeliano ha cinicamente sfruttato il nostro trauma collettivo legato agli orrori del 7 ottobre per tradurre in azione l’agenda razzista e violenta del ministro della Sicurezza Nazionale Ben G’vir – si legge nel rapporto -. Questo governo ci ha condotto a una bassezzza morale mai vista prima, attuando ancora una volta il dispregio per la vita umana, che siano gli ostaggi a Gaza oppure israeliani e palestinesi coinvolti in questa guerra o i palestinesi imprigionati nei campi di tortura”.
Pochi giorni dopo la pubblicazione del report di B’tselem, martedì scorso, durante una trasmissione tv su Canale 12, una rete progressista, è stato reso noto un video in cui alcuni riservisti a Sde Teiman stuprano a turno un fermato palestinese, accusato di essere membro di Hamas e di essere uno degli attentatori del 7 ottobre, mentre altri prigionieri stanno coricati a terra, a faccia in giu, legati e denudati. Il video di mezzo minuto era al centro di un dibattito televisivo, Morning News. Alla proiezione delle immagini, il giornalista di Israel Hayom, Yehuda Shlezinger, ha sbottato: “Prima di tutto se lo meritano. Secondo, è una grande forma di vendetta e può fungere da deterrente per noi”.
Israele, centro di fermo segreto di Sde Teiman nel deserto del Negev, stupro di gruppo su prigionieri palestinesi da parte di riservisti israeliani
Canale 12 ha quindi sospeso la partecipazione di Shlezinger ad altre puntate, ma il fatto ha infiammato l’opinione pubblica finendo sulle agenzie internazionali. Intanto uno degli stupratori è comparso sul canale di estrema destra 14 celandosi con un passamontagna e ha criticato la diffusione del video. L’avvocato generale militare di Israele, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Haaretz, ha quindi ordinato un’indagine sui riservisti coinvolti nella violenza, ma il governo di estrema-destra sembra proteggere anche i violentatori. Per altro, quando la polizia alla fine di luglio, in seguito a reportage di diverse testate anche statunitensi, è andata a Sde Teiman per indagare sulle violenze avvenute in passato, come riferisce il Jerusalem Post, si è ritrovata all’ingresso del campo segreto di Sde Teiman nel Nevev, gruppi di estrema destra che manifestavano contro i controlli.
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Dalla Nostra Inviata Speciale Federica Iezzi
Amman (Giordania), 10 agosto 2024
Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, dall’inizio della guerra, ha puntualmente presentato un’analisi dettagliata della situazione. Accertamento delle responsabilità dei crimini commessi a Gaza e in Cisgiordania, embargo sulle armi, sanzioni verso Israele per imporre un cessate il fuoco e invio di una presenza internazionale per proteggere la Palestina sono punti focali spesso toccati.
Albanese ha un mandato del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che comprende l’investigazione delle violazioni, l’effettuazione di visite o missioni regolari e la stesura di relazioni sui risultati. L’abbiamo intervistata per Africa ExPress
La Relatrice speciale Francesca Albanese [photo credit United Nations]C’è un po’ di confusione quando si parla di Territori Palestinesi Occupati. L’occupazione militare c’è ai sensi della Convenzione dell’Aja (art.42), quando c’è controllo effettivo del territorio. Ci può spiegare cosa significa? Per la Cisgiordania, per Gerusalemme Est e per la Striscia di Gaza?
Il Territorio Palestinese Occupato è ciò che resta dalla spartizione della Palestina del 1947. Inizialmente il 45 per cento di questa terra sarebbe dovuta diventare lo Stato Arabo. Dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948, invece, lo Stato israeliano ha inglobato l’80 per cento della Palestina storica. Oggi, gli stralci rimasti sono Territorio Palestinese Occupato, che comprende Striscia di Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania. I tre territori sono amministrati (e sono stati trattati) in maniera differente da Israele, sin dal 1967. Questo per acuire la frammentazione della regione e la separazione tra i palestinesi. In queste zone c’è un’occupazione militare che fa scattare gli obblighi previsti dalla Convenzione dell’Aja e dalle Convenzioni di Ginevra in materia di conflitti armati. Perché Gaza è sempre stata trattata in modo diverso? Gaza rappresentava il più grande campo di rifugiati al mondo. Il 75 per cento dei suoi abitanti nel 1947-1949 erano figli della Nakba, cioè l’esodo forzato dei palestinesi. Israele ha cercato in ogni modo di favorire la loro migrazione da Gaza, senza successo, mettendo in atto dunque la tanto discussa politica di quarantena, di isolamento della popolazione. Ancor di più oppressa dopo il 2007 dall’assedio. Per quanto riguarda Gerusalemme, Israele la considera – illegalmente – annessa. La considera parte del proprio territorio, però senza riconoscere i diritti di cittadinanza ai palestinesi che la abitano. Mentre, il resto della Cisgiordania è ancora terra aperta alla conquista, visto che Israele, dal 1967 ad oggi, ha stabilito circa 300 colonie per 800.000 israeliani-ebrei. Lo Stato israeliano ha dichiarato la maggior parte di questi territori in Cisgiordania, annessi. Quindi sotto la sua giurisdizione civile. Il fatto che consideri o tratti in maniera distinta queste aree, non altera minimamente lo status di occupazione militare in corso, che è illegale. Oggi stabilito, con chiarezza e perentorietà, anche dalla Corte Internazionale di Giustizia.
La Relatrice speciale Francesca Albanese intervistata da Federica Iezzi
La declamata soluzione a due Stati non è possibile finché si mantiene un’occupazione militare. La IV Convenzione di Ginevra, sancisce che ‘la potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua popolazione civile nel territorio da essa occupato’. A questa si aggiunge la risoluzione 446 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 1979, che ne ha esplicitamente riconosciuto l’illegalità. La risoluzione ONU 2334 del 2016 condanna tutti gli insediamenti israeliani nei territori occupati. Oggi anche il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia decreta illegittima l’occupazione da parte di Israele dei Territori Palestinesi. Perché dunque la comunità internazionale non fa nulla?
La comunità internazionale non se la sente di prendere posizione nei confronti di Israele per una serie di ragioni, ipocritamente storiche. Basta una lettura in chiaro, di quello che è successo 80 anni fa, per capire la linea di pensiero degli Stati Occidentali. A chiudere il quadro ci sono anche interessi economici e finanziari. Ma il motivo fondamentale però è una affinità elettiva da suprematismo bianco. Bianco, che vede in Israele una parte di se, mentre l’altro è rappresentato dagli arabi, dai musulmani, dalle persone di colore. Israele e Palestina oggi sembrano l’ultima frontiera di un confronto mai risoltosi tra nord globale e sud globale.
“Following nearly 6 months of unrelenting Israeli assault on occupied #Gaza, it is my solemn duty to report on the worst of what humanity is capable of & to present my findings: 'the Anatomy of a Genocide'.”
— United Nations Human Rights Council (@UN_HRC) March 26, 2024
Secondo la Corte Internazionale di Giustizia, Israele non può invocare il diritto all’autodifesa, previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, contro le minacce provenienti dal territorio che occupa e contro la popolazione.Perché, nonostante una estesa e chiara legislazione sull’argomento, si continua a parlare di legittima difesa?
Il diritto all’autodifesa, nella Carta delle Nazioni Unite, sancisce il diritto di uno Stato di utilizzare la forza, uso bandito nel nostro ordinamento internazionale fatta eccezione per due casi: quando sia autorizzato dal Consiglio di Sicurezza o in caso di autodifesa. L’autodifesa si può dichiarare quando c’è aggressione da parte di un altro Stato. In questo caso, non solo non c’è aggressione da parte di un altro Stato ma Israele occupa il territorio palestinese, peraltro con un regime di apartheid. E’ consequenziale che ad un regime di oppressione si creino delle forme di resistenza. Questo non significa giustificare né quello che Hamas ha fatto lo scorso 7 ottobre, né altre forme di resistenza che violino il Diritto Internazionale. La resistenza del popolo palestinese è legittima ma deve rispettare i limiti del Diritto Internazionale. La risposta a ogni violazione va data in termini di riaffermazione del diritto. Bisognava investigare e assicurare alla giustizia coloro che hanno commesso crimini, invece di lanciare un’operazione militare, la quale – si è chiaramente visto – non è né votata a liberare gli ostaggi, né ad eliminare Hamas. Non c’è stato nessun attacco che si possa definire di precisione a Gaza. Non si può parlare nemmeno di guerra. E’ un genocidio. E’ una guerra tra uno degli eserciti più sofisticati al mondo e un popolo quasi inerme. E’ vero che Hamas si sta difendendo. Ma è chiaro che è impossibile da annientare perché è resistenza popolare. E la resistenza non si può debellare, perché fa parte dell’essere umano che chiede dei diritti. E’ stato eroso tutto lo spazio che i palestinesi hanno tentato di creare anche per una resistenza non violenta.
La efferatezza del tentativo di sterminare gli ebrei d’Europa, legittimò lo Stato israeliano. Un crimine abominevole è stato riparato offrendo agli ebrei di tutto il mondo un rifugio dove potessero vivere in pace e sicurezza, liberi da persecuzioni. La riparazione della vergogna europea nata nell’orrore dei campi nazisti, si è accompagnata all’ingiustizia commessa contro i palestinesi. Cosa ne pensa?
All’interno delle Nazioni Unite si sa esattamente che cosa ha significato la creazione dello Stato d’Israele per i palestinesi e in termini di ingiustizia internazionale.Si usciva da un periodo storico che vedeva gli ebrei, vittime di persecuzioni in Europa, privi di un posto sicuro. Sembrava un’operazione di giustizia soddisfare le legittime istanze del popolo ebraico permettendo la creazione di uno Stato solo per gli ebrei, la cui persecuzione, culminata con l’olocausto, era un elemento propulsore per la creazione dello Stato di Israele. Il problema comincia nel momento in cui quello Stato viene immaginato in una terra già abitata, con un governo, una cultura, una società. Così sono cominciate le ingiustizie. I palestinesi con cittadinanza israeliana (erroneamente chiamati arabi israeliani), sono stati sottoposti per 20 anni alla legge marziale. Sfollati dai propri villaggi, dalle proprie case, dalla propria terra. Ai 7 milioni di rifugiati del 1948 e del 1967, non è stato mai permesso di rientrare. Stesso trattamento nei confronti dei palestinesi che non facevano parte della struttura militare dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ndr) o di chiunque avesse una voce che potesse ispirare la resistenza palestinese. Ovviamente è cresciuta la solidarietà tra la gente. E così oggi sono tanti a pagare, non tanto per l’identità palestinese, quanto per la solidarietà con il popolo palestinese. La Comunità Internazionale dell’epoca ha pensato di risolvere nel solito modo: disponendo delle terre e delle risorse dei popoli – che oggi chiameremmo del sud del mondo – a proprio piacimento. Questa è un modo di pensare coloniale. Se rattrista e sconvolge che questa mentalità potesse essere predominante 80 anni fa, è scioccante che si giustifichi ancora oggi.
Tulkarem, Cisgiordania [photo credit Al-Jazeera]Oggi la quasi totalità del mondo occidentale condanna giustamente l’antisemitismo, ma sostiene fino alla complicità una nazione genocidaria composta dai discendenti dei sopravvissuti alla Shoah. Si continua a confondere l’olocausto con i campi di concentramento, ma questi ultimi sono stati solo la parte finale di un processo di disumanizzazione, di umiliazione, di persecuzione di un popolo. Come è possibile non vedere l’analogia con quello che i palestinesi stanno vivendo? Come è stato possibile arrivare all’attuale negazione dei diritti di un popolo?
L’analogia è nella discriminazione e nel razzismo. Negli ultimi 10-15 anni si è intenzionalmente lasciato nel vago il concetto di l’antisemitismo. Non è escluso che ci possano essere stati argomenti o frasi, utilizzati contro lo Stato di Israele, a base antisemita. La critica per le performance in termini di diritti umani e scarsa conformità al Diritto Internazionale, è uno scrutinio essenziale e necessario che si applica a tutti gli Stati. Perché Israele dovrebbe essere al di sopra delle leggi? Come dice lo storico Raz Segal, Israele è nato come uno Stato di eccezione. Sin dall’inizio è stato un Paese avulso dall’applicazione della legge. E’ nato commettendo un’ingiustizia, è nato violando gli stessi principi che venivano in parallelo sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948. Se da una parte la Comunità Internazionale prometteva e imponeva il rispetto di determinati diritti, al tempo stesso molti di quei diritti li violava, riconoscendo l’esistenza dello Stato di Israele, derubando case, terre, vite e squarciando la patria di oltre un milione di persone. L’argomento “antisemitismo” è diventato un passe-partout nelle mani di coloro che sostengono a spada tratta lo Stato di Israele. La guerra genocida che Israele ha lanciato contro Gaza ha acuito un sentimento antisemita. E va risolto ragionando sul perché gli ebrei vengano associati a Israele. Questo è veramente pericoloso.
L’intento manifesto alla distruzione di un popolo, nel caso della Palestina, è chiaro. E il nome, coniato dall’umanità, è genocidio. Il divieto del genocidio è una norma di ius cogens, così fondamentale per i valori della comunità internazionale, da non poter essere derogato da nessuna delle parti. Fin dal primo giorno sono stati presi di mira, dall’esercito israeliano, ospedali, scuole, rifugi. Ma anche panifici, impianti di desalinizzazione dell’acqua, luoghi sacri e di culto, centrali elettriche, strade. Questa è una strategia pianificata e intenzionale per ripulire Gaza dai civili. E’ così?
Ho pensato fino alla presa di Rafah che fosse così, cioè che Israele stesse veramente cercando di allontanare quanti più palestinesi possibile, uccidendoli o ferendoli. Però Gaza è sigillata, non c’è nessun posto nel quale i palestinesi possano scappare. C’è la distruzione di un popolo nella maniera più fisica e brutale che purtroppo la storia ha già insegnato. Ed è una maniera industrializzata di ammazzare le persone, con l’intelligenza artificiale, con armi inadeguate per combattere una guerriglia urbana. Il problema incidentale è che tutto questo toglie forza e efficacia al Diritto Internazionale.
Rappresentazione della guerra sulla Striscia di Gaza da parte del fumettista André Carrilho [Portogallo]Sembra che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sia paralizzato. Come è possibile garantire, e chi può garantire, che entrambe le parti in conflitto rispettino il Diritto Internazionale Umanitario?
Il quadro normativo e gli strumenti a disposizione per attuarlo sono sempre gli stessi. Ma manca la volontà politica. Anzi c’è la volontà politica proprio di andare nel verso contrario, schermando Israele dall’applicazione della legge. Cessate il fuoco, fine dell’occupazione illegale, sospensione dell’espansione delle colonie: tutto paralizzato a causa della mancanza di volontà politica, principalmente degli Stati Uniti. Ma anche dell’Europa, che si trova in una posizione di vassallaggio nei confronti di Stati Uniti e Israele. Gli Stati, invece, potrebbero imporre sanzioni, sospendere le relazioni economiche, gli accordi commerciali, l’import, l’export, gli accordi con le università e tutte le forme di partenariato. Cioè tagliare le relazioni con Israele, fino a che non si conforma al Diritto Internazionale. Accanto ci sono le relazioni politiche e diplomatiche. E’ assurdo che Israele continui ad abusare del diritto e delle sedi preposte al rispetto dello stesso, senza conseguenze. Crea un precedente ed è un vizio di sistema.
Per approfondimenti
– Anatomy of a Genocide
Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territory occupied since 1967 to Human Rights Council – Advance unedited version [A/HRC/55/73]
March 24, 2024
– J’accuse. Gli attacchi del 7 ottobre, Hamas, il terrorismo, Israele, l’apartheid in Palestina e la guerra
Francesca Albanese, Christian Elia
Editore Fuoriscena
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
9 agosto 2024
Gaborone: che roba è? Un medicinale contro la malaria? E pula? Di che si tratta?
Alzi la mano chi sa di che cosa parliamo.
Letsile Tebogo, oro per il Botswana nei 200 metri piani, mostra la scarpetta con le iniziali della mamma e della sua data di nascita
Eppure, sono la capitale e la valuta di uno Stato tra i massimi produttori di diamanti al mondo, grande quasi come la Francia, il Botswana. E proprio in Francia l’altra sera, giovedì 8 agosto, ha brillato uno dei suoi più preziosi diamanti umani nella storia sportiva nazionale e continentale.
E’ Letsile Tebogo, 21 anni, medaglia d’oro sui 200 metri piani, in 19.46. Primo africano re di quella che viene definita la velocità olimpica per eccellenza (assieme ai 100 metri) e primo oro ai Giochi in assoluto del suo Paese. Un suo fan, Elliot Nkhwanana, sul sito del quotidiano locale Sunday Standard /The Telegraph ha scritto: “Dedichiamogli uno dei nostri distretti!”. Il Botswana, ex colonia inglese, indipendente dal 1966, meno di 3 milioni di abitanti, di distretti ne ha 10, ma in tutto comprende 16 divisioni amministrative.
Gli abitanti della cittadina natale di Letsile Tebogo (Kanye, a meno di 90 chilometri dalla capitale Gaborone), più concretamente riconoscenti per i successi ai Mondiali di atletica dello scorso anno (argento ai 100 metri e bronzo ai 200), gli regalarono ben due mucche!
Tebogo, infatti, a dispetto del nomignolo “lo scolaretto”, a tempo perso fa l’agricoltore. Ama la terra, gli animali e la natura, al punto che – udite, udite, – dopo i Mondiali del 2023 abbandonò i social media. “Fu una decisione non facile – disse alla BBC un anno fa – tutti parlano e dicono quello si sentono di dire in modo da influenzarmi psicologicamente. Io dissi no, basta! Mollai i social”. E nel dicembre scorso su Facebook aggiunse: “I campioni parlano raramente, essi compiono le imprese sportive e il mondo intorno ad esse blatera. Io sono solo un ragazzo africano con la missione di portare l’Africa nel mondo”.
In questi anni ci è riuscito pienamente. Ha abbandonato il calcio, che praticava egregiamente dall’età di 6 anni e nel 2019 si è dedicato all’Atletica, con una serie di successi sorprendenti fino al primo posto di giovedì notte sui 200 metri. In questa gara ha piegato con facilità la concorrenza Usa, compreso il supercampione dei 100 metri di Noah Lylls (indebolito dal Covid). E ha smentito definitivamente il luogo comune che i corridori africani possono eccellere solo nelle gare di resistenza. In questi anni, dopo le sue molteplici affermazioni nelle corse veloci, correva sempre ad abbracciare mamma Seratiwa, nascosta fra il pubblico. La mamma però il 18 maggio scorso se n’è andata, per malattia, e Tebogo, che non ha mai conosciuto il papà, è rimasto solo. Col ricordo della madre ben impresso: sulle sue scarpette ha inciso le inziali di Seratiwa e la data della sua nascita (non della morte).
Dopo aver suonato la campana a bordo pista che verrà collocata sulla rinata cattedrale parigina di Notre Dame, le ha mostrate ai 70 mila spettatori dello Stade de France.
Perché abbandonò il pallone? Lo ha spiegato, in gennaio sempre intervistato dalla BBC: “Con il calcio non andavo mai oltre la capitale. Con l’atletica, invece, ho avuto la possibilità di girare il mondo”. E far scoprire al mondo… distratto che la capitale si chiama Gaborone e la moneta locale pula.
A questo proposito, per i suoi meriti sportivi, al giovane campionissimo la Choppies Botswana, azienda leader di supermarket, ha donato un milione di …pula, circa 67 mila euro e 2500 Pula di bonus spese per un anno. In tutto, una somma ben superiore al valore della medaglia d’oro: Il vero simbolo delle Olimpiadi consta di 6 grammi di placcatura in oro e 505 grammi di nucleo d’argento. In tutto, 936 dollari, più 18 grammi della Tour Eiffel (valore 2 euro!).
Il Diamante del Botswana, però, non deve far scordare il Leone del Marocco. Dicono che il leone berbero si sia estinto. Certamente non in atletica.
Marocco: Soufiane El Bakkali vince la medaglia d’oro 3000 siepi alle olimpiadi di Parigi
Soufiane El Bakkali, 28 anni, di Fes, mercoledì 7 agosto, la sera prima del trionfo di Tebogo, ha confermato la sua imbattibilità sui 3 mila siepi. Era stato campione olimpico anche a Tokyo, nei giochi precedenti, quando fu il primo marocchino a conquistare l’oro dopo Hicham El Guerrouj (2004) e il primo non keniano a vincere dal 1980. Aveva conquistato anche il titolo mondiale nel 2022 e 2023. Una rispettata e amata icona nazionale. Oltretutto era stato in prima fila tra i donatori di sangue in occasione dello spaventoso terremoto che nel settembre 2023 ha devastato il suo Paese.
La corsa era terreno di conquista quasi esclusivo dei corridori di Nairobi. Stavolta un keniano, Abraham Kibiwot, 28 anni, si è dovuto accontentare del terzo posto, alle spalle anche dello statunitense Kenneth Rooks, 24 anni.
La competizione è stata segnata da un momento drammatico: il siepista etiope Lamecha Girma, 23 anni, è caduto sul terzultimo ostacolo ed è svenuto. Panico e preoccupazione, dissoltisi solamente ieri dopo gli accertamenti del caso in ospedale.
La gara, come è noto, consta di 35 barriere: 28 ostacoli e 7 salti di fossa (chiamati riviera). Insomma, siepi vere e proprio non ce ne sono, ma è il caso di dire che oltre le siepi stavolta non c’era il buio, ma l’oro, l’oro sfolgorante del Leone Marocchino.
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