18.9 C
Nairobi
martedì, Marzo 24, 2026

L’America conferma, l’Iran smentisce che Teheran abbia tentato di colpire Diego Garcia

Africa ExPress 23 marzo 2026 Gli americani confermano, gli...

L’escalation petrolifera comincia a ritorcersi contro USA e Israele

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 21 marzo 2026 Mentre...
Home Blog Page 58

Il Corriere della Sera condannato a risarcire un palestinese etichettato terrorista (lui e la sua NGO)

Speciale per Africa ExPress
Chiara Zanini
8 agosto 2024

Quindicimila euro: questa la cifra che il Corriere della Sera ha pagato a un cittadino palestinese, Shawan Jabarin, che il quotidiano aveva presentato come terrorista. Shawar Jabarin, che è invece il direttore dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani Al-Haq (www.alhaq.org), era stato etichettato come terrorista e assassino da Israele e dalla sua propaganda ed era stato oggetto di una campagna di diffamazione mirata. Il giornale si è fidato di informazioni denigratorie senza verificarne la veridicità.

Shawan Jabarin, direttore dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani Al-Haq

All’epoca (nel 2021) Jabarin era stato invitato dalla deputata Laura Boldrini ad intervenire in videoconferenza insieme ad un rappresentante di Addameer, un’altra ong palestinese. Era già noto il tentativo di far passare invece questi due gruppi palestinesi, insieme ad altri quattro, come organizzazioni terroristiche, nonostante l’accusa fosse stata respinta a livello internazionale dagli Stati e dalle istituzioni dell’UE (tra cui l’Italia) e dalle Nazioni Unite.

Il collegamento in video si era infine tenuto il 20 dicembre 2021, ma due giorni dopo il Corriere della Sera, Libero e Il Tempo avevano pubblicato articoli con affermazioni false e diffamatorie su Addameer, su Al-Haq e sul suo direttore generale Jabarin, definendolo senza prove un “terrorista” e omettendo che l’accusa di essere “organizzazioni terroristiche” proveniva da Israele. La sentenza attuale ha stabilito che in questo modo è stato violato il diritto dei lettori ad accedere a informazioni libere e imparziali. La tecnica delle false accuse è ricorrente, ma in questo caso anche l’avvocato di Jabarin è stato attaccato e diffamato. 

Dopo essere stato convocato in tribunale, il Corriere della Sera ha accettato un accordo che includeva un risarcimento a Shawan Jabarin per il danno alla reputazione e la pubblicazione di un articolo che rettificasse le affermazioni diffamatorie. Il Corriere lo ha pubblicato, ma ha omesso di essere stato l’origine di quella falsa notizia ripresa da altre testate.

Va sottolineato che l’Ordine dei giornalisti del Lazio e quello della Lombardia avevano ricevuto nel dicembre 2022 un reclamo dallo European Legal Support Center, che ha supportato Jabarin. ELSC aveva segnalato in particolare le violazioni degli obblighi deontologici di veridicità e accuratezza cui sono tenuti i giornalisti professionisti. Ad oggi il Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia non si è espresso con una decisione. 

Shawan Jabarin era stato invitato da deputati italiani anche il mese scorso, ma l’incontro era poi stato annullato, complice – come indicano European Legal Support Center e Al- Haq – la buona riuscita dell’opera di diffamazione.

In un comunicato congiunto delle due organizzazioni si legge: “Non solo alcuni media hanno  diffamato i palestinesi, ma anche la stampa mainstream italiana è stata accusata di aver riportato informazioni inaccurate sul genocidio in corso a Gaza, sul regime di apartheid coloniale di insediamento di Israele e sui crimini internazionali contro il popolo palestinese nel suo complesso. C’è un’urgente necessità di esporre e discutere la qualità delle informazioni in Italia e il diritto di accedere a informazioni neutrali, attraverso fonti verificate, affidabili e imparziali”.

Chiara Zanini
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Africa Express viene diffuso in tempo reale
sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Altri articoli su propaganda e informazione li trovi qui



I continui massacri a Gaza e l’irresponsabile indifferenza dell’Occidente

EDITORIALE
Federica Iezzi
Amman (Giordania), 7 agosto 2024

Ognuno può costruire la sua analisi sugli eventi di Gaza, sulle loro implicazioni militari, diplomatiche e politiche interne ed esterne. Ma ci sono realtà oggettive che sono davanti ai nostri occhi. E c’è ricorrenza.

Autore di crimini di guerra, il governo israeliano, guidato da un uomo incriminato per corruzione, frode e abuso di fiducia, sprofonda nella violenza senza poter offrire la benché minima soluzione diplomatica.

Rafah, Striscia di Gaza [photo credit BBC]
Liberarsi di Gaza è diventata l’ossessione delle autorità israeliane, che hanno cercato di trasferire il mantenimento dell’ordine a una forza palestinese, anche se ciò significava riservarsi il tanto abusato diritto di difesa.

Intollerabili doppi standard

Come insegna la storia, Israele usa una forza eccessiva nell’indifferenza della comunità internazionale. Non va incolpato né l’Iran né Hamas, ma l’inerzia dell’Occidente, il costante sostegno della politica americana a favore di Israele e gli intollerabili doppi standard delle organizzazioni internazionali. Israele ha violato decine di risoluzioni delle Nazioni Unite per settant’anni, senza embargo, senza sanzioni e in totale impunità.

La punizione dell’Occidente alla Palestina inizia quando i palestinesi di Gaza, che avrebbero dovuto votare per Fatah e la sua leadership corrotta, hanno scelto Hamas. Hamas, che rifiuta di riconoscere Israele o di rispettare gli Accordi di Oslo, totalmente denigranti. Nessuno ha mai chiesto quale particolare Israele, Hamas avrebbe dovuto riconoscere. Israele del 1948? Israele dei confini dopo il 1967? Israele che continua a costruire vasti insediamenti solo ebrei in terra araba, inghiottendo quel poco più del 20 per cento della Palestina che resta da negoziare?

Discorso illusorio

Gli occhi non sono ancora ben aperti su quanto sia illusorio il discorso americano secondo cui se sommergiamo di denaro la Cisgiordania, aiutiamo Fatah e le forze di sicurezza, a serrare il popolo palestinese attorno a Mahmoud Abbas. A differenza di Hamas, Fatah ha cessato di esistere come forza ideologica e come movimento politico coerente. Sotto il marchio troviamo una moltitudine di rami, baronie, interessi personali.

Le critiche per non aver tenuto conto delle realtà politiche e diplomatiche, nei riguardi di Fatah e Hamas, non possono scagionare i principali colpevoli di una guerra annunciata. Il governo israeliano che da più di cinquant’anni mantiene un’occupazione illegale dei territori palestinesi. Il governo americano per il suo fermo sostegno al rifiuto israeliano di rispettare il Diritto Internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite. L’Unione Europea per il suo allineamento con le posizioni americane e israeliane, il suo boicottaggio verso l’Autorità Nazionale Palestinese eletta, il suo rifiuto di qualsiasi pressione sulla potenza occupante.

Buoni e cattivi

L’assenza di sfumature nuoce all’analisi di un conflitto dove si cerca ad ogni costo una linea di demarcazione tra i buoni e i cattivi, sacrificando vite umane. Senza dimenticare che Israele, nel suo estremismo, sta assaporando già un diluvio di fuoco sull’Iran, anche se ciò significherebbe incendiare l’intera regione.

Combattere i meccanismi di oppressione dei palestinesi – quali occupazione, colonizzazione e apartheid israeliani – non costituisce la scelta verso uno schieramento piuttosto che un altro ma è la condizione stessa per prevedere un destino comune basato sull’uguaglianza e sulla giustizia tra due popoli.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Africa Express viene diffuso in tempo reale
sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Oro africano alle Olimpiadi Parigi: una keniota vince i 5 mila e una algerina si impone in ginnastica artistica

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
6 agosto 2024

“Ho il record del mondo, due medaglie di campionessa del mondo, ma dalla lista mi manca la medaglia olimpica. Se tutto andrà come spero, il mio sogno di avere anche quella si avvererà”. Così parlò il 22 luglio scorso, intervistata da Standardmedia.co.ke, Beatrice Chebet, 24 anni, poliziotta di nome, mezzofondista di fatto e di gran classe, nata a Kericho (Rift Valley), seconda di sette figli di una coppia di contadini.

Olimpiadi Parigi 2024: medaglia d’oro alla kenyana Beatrice Chebet nei 5000 m

La sera del 5 agosto, ha realizzato il suo sogno nell’impianto parigino Stade de France. Ha conquistato l’oro nella gara dei 5 mila metri, col tempo di 14.28.56 davanti a 70 mila persone faziosamente schierata con l’unica francese, Rénelle Lamote, in pista.

Alle spalle di Beatrice, la connazionale Faith Kipyegon, 30 anni, (nata a Bomet, residente a Eldoret) e all’olandese Sifan Hassan, 31 anni, fuggita dall’Etiopia nel 2008 per raggiungere la mamma. Sifan Hassan era la campione uscente: a Tokio nel 2021 era stata incoronata regina dei 5 mila e anche dei 10 mila metri.

Mentre la Chebet festeggiava, però, alle sue spalle scoppiava un dramma durato un paio d’ore. È stato un altalenarsi di gioie e delusioni. La giuria prima squalificava la Kipyegon, per aver ostacolato una concorrente, privandola quindi dell’argento e assegnandolo alla Hassan. In questo modo consentiva all’italiana Nadia Battocletti, 24 anni, campionessa europea, di salire sul podio con il bronzo. Seguivano lacrime di delusione e di gioia.

Più tardi, molto tardi, contrordine. I giudici, su reclamo della federazione keniota, confermavano l’ordine d’arrivo con la Battocletti rimessa al quarto posto e la Hassan al terzo.

Si invertivano le manifestazioni dei sentimenti: lacrime di felicità (per la Kipyegon) e frustrazione (della Battocletti, dopo essere stato respinto il controricorso italiano). Comunque, la classifica finale definitiva confermava il predominio africano: la quinta Margaret Chelimo Kipkemboi, 31 anni, del Kenya, la sesta, settima e la nona etiopi (rispettivamente Ejgayehu  Taye, 24, Media Eisa, 19 anni Gudaf Tsegay, 27). Delle 16 finaliste sui 5 mila metri, sette provenivano dal Continente nero. L’ultima, anche in ordine di arrivo, è l’esordiente Francine Niyomukunzi, 25 anni.

In realtà anche Nadia Battocletti, studentessa di ingegneria edile e architettura, ha sangue africano da parte di mamma Jawahara marocchina, residente col marito Giuliano, a Cavareno, in Val di Non (Trentino).

In compenso Francine Niyomukunzi ha un po’ di Italia. Originaria di Bururi (Burundi sud) risiede a Siena, dove da tempo si allena nel Tuscany Camp, un centro per atleti divenuto un pezzo d’Africa nella campagna toscana creato da Giuseppe Giambrone (il campus raccoglie giovani di Uganda, Burundi Ruanda, Tunisia e Italia).

Keely Hodgkinson, medaglia d’oro 800 m femminile

Un colpo di scena di altro genere si è verificato sempre nella serata di lunedì 5 agosto sugli 800 metri. Le atlete africane sono state “bastonate” da una giovane inglese, dando al vecchio continente un oro che mancava da decenni. Keely HodgKinson, 22 anni, ha superato l’etiope Tsige Duguma, 23 anni, e la campionessa mondiale Mary Moraa, 24, del Kenya. La britannica viveva questo momento da quando aveva 10 anni, ha dichiarato. A farne le spese le favorite africane, soprattutto la Moraa, che ai campionati del mondo di Budapest, nel 2023, l’aveva sopravanzata di tre decimi di secondo!

Nel variegato, complesso e controverso paesaggio delle Olimpiadi parigine è possibile scorgere anche una suggestiva, inaspettata delicata figura femminile, che, con forza e grazia, emerge dalle parallele asimmetriche. Una fanciulla, acqua e sapone, si diceva una volta, che regala all’Algeria e all’Africa la prima medaglia nella ginnastica artistica della storia. E questa medaglia è d’oro. Per la verità lei, Kaylia Nemour, è nata 17 anni fa a Saint-Benoît-la-Forêt, un paesino nel cuore della Francia, da padre algerino e mamma francese.

Kaylia Nemour vince la medaglia d’oro nella disciplina parallele asimmetriche per l’Algeria

E possiede anche la doppia nazionalità, tanto che per anni ha rappresentato a livello internazionale la terra in cui è nata. Nel 2023, però, ha deciso di esibirsi per il Paese paterno dopo una querelle con la federazione francese di ginnastica. Reduce da un duplice infortunio alle ginocchia, infatti, un medico le negò l’autorizzazione a riprendere le gare, mentre invece un altro glielo consentì. Ed ecco perché la dichiarazione della ragazzina nella conferenza stampa con la medaglia d’oro al petto, domenica scorsa, suona una come una rivincita. “Sono e felice e orgogliosa di rappresentare l’Algeria – ha commentato in un francese impeccabile – Non riesco a credere che sia successo, è il sogno della mia vita”.

La grazia e la delicatezza di Kayila Nemour fanno a pugni (ovviamente!) con la figura di un’altra atleta algerina, di cui fin troppo si è parlato in queste olimpiadi per una polemica insensata e pretestuosa: la boxeur Imane Khelif, 27 anni, arrivata in semifinale (categoria 66 kili, medaglia di bronzo come minimo assicurata) dopo aver sconfitto l’italiana Angela Carini e l’ungherese Anna Luca Hamori.

Khelif, come noto, è stata accusata, senza prove biologiche di essere…uomo! Per la nostra compatriota si sono mossi a livello governativo e perfino mamma Meloni è corsa a consolarla. La pugile magiara. invece, si era limitata a riempire di insulti l’algerina alla vigilia del match. Poi però l’ha affrontata sul ring, ha combattuto, si è presa la sua dose di pugni, ha accettato la sconfitta e ha abbracciato la vincitrice.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.

Africa Express viene diffuso in tempo reale
sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sulla piattaforma Whatsapp al canale
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

 

Apartheid e razzismo infiammano le scuole in Sudafrica

Dalla Nostra Corrispondente
Elena Gazzano
Città del Capo, agosto 2024

La Pinelands High School è finita sotto i riflettori a seguito della diffusione di un video che ha sollevato gravi preoccupazioni sulla presenza di razzismo nelle scuole sudafricane.

“Vendita all’asta” di ragazzini in un scuola sudafricana

La realtà ha superato ogni distopiaquesto filmato mostra infatti una simulazione di un’asta di schiavi, in cui studenti neri sono messi dietro un cancello mentre altri studenti di etnia mista simulano offerte per acquistarli. Tutto ciò è avvenuto nella tranquilla Pinelands, un quartiere abitato da famiglie di Città del Capo.

Intitolato La schiavitù a scuola è pazzesca, il video ha scatenato una vasta ondata di indignazione, sollevando una discussione pubblica su quanto sia radicato il razzismo nelle istituzioni educative del Paese. Alcuni studenti avrebbero fatto offerte tra i 50.000 e 100.000 Rand (circa 2.500 – 5.000 euro), e uno dei ragazzini più all’avanguardia avrebbe tentato addirittura di proporre la criptovaluta Bitcoin per l’acquisto di un compagno di classe. Uno spettacolo successivamente descritto non solo come una manifestazione di odio, ma anche come un macabro riflesso di un razzismo che si nutre di indifferenza, che continua ad affliggere la società.

Le autorità scolastiche e il Dipartimento dell’Educazione del Capo Occidentale (WCED) hanno avviato un’indagine, e promesso di adottare misure come la sospensione degli studenti coinvolti. Secondo esponenti del EFF (Economic Freedom Fighters), tali provvedimenti non possono però cancellare la gravità di quanto è accaduto.

Il partito politico di estrema sinistranoto per le sue posizioni decise contro il razzismo e l’ineguaglianza, chiede azioni più severe. L’EFF ha proposto non solo l’espulsione degli studenti dal sistema scolastico per almeno due anni, ma ha anche suggerito che i ragazzi e i genitori debbano impegnarsi in lavori socialmente utili negli slums di etnia nera. Secondo il partito, questo comportamento discriminatorio non è innato e riflette piuttosto le influenze provenienti dalle famiglie e dalle comunità degli studenti coinvolti.

La situazione alla Pinelands High School non è un incidente isolato, ma un sintomo di un male più profondo e radicato. Gli studenti hanno raccontato di episodi di razzismo quotidiano che non si limitano al singolo incidente dell’asta di schiavi. Insulti razzisti, bullismo e discriminazioni sono all’ordine del giorno. 

Studenti neri – per fare un esempio – sono stati soprannominati con il termine “load shedding” (cioè perdita di carico elettrico, ndr), dispregiativo che si riferisce alle frequenti interruzioni di corrente nel Paese, creando un parallelismo offensivo tra il colore della pelle e il buio. Un alunno ha inoltre rivelato che solo due anni fa, un’insegnante bianca è stata licenziata per aver usato un termine dispregiativo nei confronti di uno ragazzo nero, la conferma che il razzismo è un problema endemico, non un fatto sporadico.

Secondo l’EFF, affrontare questo tipo di razzismo richiede impegno e azioni concrete sia da parte delle istituzioni, sia della società nel suo complesso, e arriva ad affermare che il partito sarebbe pronto a lottare per la chiusura della scuola se non vengono prese misure adeguate.

Inoltre il partito sottolinea che la messa in scena all’asta è un chiaro esempio del fatto che la discriminazione razziale in Sudafrica non solo persiste, ma sta guadagnando terreno. E la storia è ancora una volta maestra, dimostrando che se la mentalità dell’apartheid non viene completamente estirpata, rischia di essere trasmessa di generazione in generazione come una fiamma pronta a divampare.

L’episodio accaduto alla Pinelands High School non è una questione di sola disciplina scolastica. La messa in scena di un’asta di schiavi è un chiaro segnale della corrosiva realtà di un razzismo sistemico. Ad aggravare il problema sono le risposte ritenute insufficienti da parte delle istituzioni, che sollevano dubbi sulla loro capacità di affrontare il razzismo istituzionale con la gravità necessaria. La società sudafricana è chiamata ad agire non solo per punire gli attori responsabili, ma anche per affrontare le cause profonde di un problema che continua a corrodere l’umanità.

Fino a quando le radici dell’apartheid non verranno affrontate e smantellate, la società continuerà ad essere il palcoscenico degli orrori del passato che ritornano e si rinnovano con forza inquietanteChissà quanto tempo dovrà passare prima che la vera libertà e uguaglianza diventino realtà concreta.

Elena Gazzano
elenagazzano6@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Videocredit: SABCNews

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress. Puoi abbonarti gratuitamente.

Altri articoli sul SUDAFRICA li trovate qui

 

 

Quotidiano etiopico denuncia: il traffico di esseri umani nel Corno d’Africa è in mano a gruppi mafiosi

Africa ExPress
4 agosto 2024

Una lunga indagine di The Reporter, quotidiano etiopico in lingua inglese, ha denunciato un traffico di esseri umani da Asmara ad Addis Abeba passando per il Tigray: il racket coinvolge ONG e alti ufficiali e funzionari governativi.

Generalmente le guardie di confine eritree aprono il fuoco contro coloro che voglio uscire illegalmente dal Paese. Ma i trafficanti facilitano la traversata, pagando profumatamente gli addetti ai controlli sia in Eritrea, sia in Etiopia.

Kibrom Berhe, presidente di Baitona, partito all’opposizione in Tigray, in una intervista al quotidiano etiopico cita i trafficanti come “gruppi mafiosi”. “Tali organizzazioni – ha spiegato Kibrom – operano sia in Etiopia sia in Eritrea. Quelle eritree, in particolare, hanno una lunga storia nel settore. Tra i loro ranghi ci sono generali e ufficiali dei servizi segreti. Ora sono entrati in Etiopia e ‘le mafie governative’ eritree, etiopiche e tigrine lavorano insieme”.

Gli esodi di giovani non sono nuovi specie nel Corno d’Africa, dove fame, oppressione, violazione dei diritti umani, violenze e conflitti locali spingono sempre più persone a partire, sia verso i Paesi del Golfo, sia verso la Libia per poi raggiungere l’Europa oppure sono diretti verso altre nazioni nel continente stesso, come Uganda o Sudafrica.

Basti pensare agli ultimi naufragi che si sono consumati recentemente sulla cosiddetta rotta orientale, utilizzata da coloro che vogliono raggiungere i Paesi del Golfo, considerata dall’OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti) une delle vie di fuga più complesse e pericolose dell’Africa e del mondo. Si calcola che nel 2023 durante la traversata di  Bāb el-Mandeb  (Porta del lamento funebre tradotto in italiano), lo stretto tra  il Mar Rosso e il Golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano, siano morte almeno 700 persone  Ai due lati delle sue sponde si trovano Gibuti, sulla costa africana e lo Yemen, nella Penisola Arabica. Le cifre dei morti e dispersi durante i naufragi sono certamente sottostimate, visto che spesso le tragedie passano inosservate.

Nuovo naufragio a largo di Gibuti

Molti migranti in fuga, invece, scelgono di andare in Uganda utilizzando una rotta che passa per Addis Abeba. Basti pensare che nella sola Kampala, capitale dell’Uganda, dall’inizio dell’anno alla fine di giugno è stato registrato l’arrivo di oltre 11mila eritrei, mentre gli etiopi hanno superato i 2.500.

Ancora oggi parecchi rifugiati che approdano in Libia sono eritrei, di frequente soggetti al traffico e ridotti in schiavitù, subiscono torture, abusi di ogni genere e anche violenze sessuali per costringere i familiari a pagare un riscatto per il loro rilascio. Ma spesso i soldi richiesti non arrivano in tempo e le famiglie non riescono a ritrovare i propri figli nemmeno dopo aver inviato ingenti somme di denaro ai rapitori. Se riescono a fuggire dai lager e a raggiungere il Mediterraneo, rischiano di essere intercettati e rispediti in Libia o di morire in mare, ma questo succede anche a migranti di altre nazionalità.

Migranti nei centri di detenzione in Libia

Nel mese di luglio la polizia del Kenya ha arrestato quasi cento etiopi: erano diretti in Sudafrica o nei Paesi del Golfo. Intercettazioni di migranti e conseguenti arresti sono fatti che succedono sempre più frequentemente, la rete di traffici di esseri umani si sta espandendo vertiginosamente.

Migranti etiopici arrestati in Kenya

Va inoltre ricordato che alcuni mesi fa ci sono stati almeno due naufragi sul lago Turkana, che marca il confine nella parte settentrionale tra Kenya e Etiopia. Le vittime erano per lo più persone in fuga dai regimi al potere ad Asmara e Addis Abeba.

In Malawi, Paese di transito per chi fugge dal Corno d’Africa, le forze armate hanno fatto irruzione nel campo per rifugiati di Dzaleka per smantellare una attività particolarmente redditizia: il trasporto di giovani provenienti da zone rurali dell’ Etiopia in cerca di lavoro nelle grandi città sudafricane. I militari hanno arrestato oltre 200 persone nella notte del 18 luglio scorso.

Il sito The New Humanitarian spiega nel suo lungo rapporto, pubblicato il 1°agosto, che sono stati fermati molti tra coloro che hanno aiutato – e stanno ancora aiutando – i trafficanti etiopici presenti nel campo. Si suppone però che solo 5 o 6 soggetti implicati direttamente nel contrabbando di esseri umani siano finiti dietro le sbarre. Quelli più potenti sono sempre a piede libero e proseguono indisturbati i loro loschi traffici.

Campo per rifugiati in Malawi

Il raid di luglio era stato affidato ai militari; gli agenti di polizia, che si lasciano corrompere con estrema facilità dai trafficanti erano stati tenuti all’oscuro.

I migranti etiopici trascorrono mesi in viaggio, passando da una banda di contrabbandieri di esser umani all’altra, e in Malawi i fuggiaschi vengono chiamati “katundu” (merce). E sono decine di migliaia di giovani che ogni anno cercano di arrivare in Sudafrica per trovare lavoro, spesso in negozi informali, presso parenti o amici. E’ un viaggio lungo, pericoloso, pieno di insidie e come succede in tutte le rotte e vie di fuga, molti muoiono strada facendo e la famiglia raramente viene informata.

Africa ExPress
X: @africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.

Africa Express viene diffuso in tempo reale
sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sulla piattaforma Whatsapp al canale
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Malawi: scoperta fossa comune con migranti etiopici diretti in Sudafrica

Africa in pista: è partita la grande atletica alle olimpiadi con uno squillo dell’Uganda

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
3 agosto 2024

Fate largo, fate pista. Nell’ottavo giorno dei Giochi Olimpici Parigi 2024 edizione n. 33, l’Africa è scesa in campo ed è stata strabiliante. Nella prima finale della più importante gara di resistenza su pista, i 10 mila metri, l’ugandese Joshua Cheptegei, 27 anni, si è imposto allo Stade de France in 26’43”14, record olimpico. Alle sue spalle sono giunti l’etiope Berihu Aregawui Teklehaimanot, 23, e lo statunitense (nato in Canada), Grant Fisher, 27, unico bianco a insidiare la marea nera (14 su 27 corridori) e a salire sul podio dopo decenni.

L’ugandese, Joshua Cheptegei, medaglia d’oro 10000 metri olimpiadi Parigi

La battaglia nella finale maschile è stata epica, come la definisce il sito ufficiale delle Olimpiadi francesi: se le sono date di santa ragione – sportivamente s’intende – il campione olimpico in carica (Selemon Barega, 23 anni, etiope), giunto poi settimo, e Joshua Cheptegei, campione del mondo in carica e detentore del record mondiale. La gara, venerdì sera, è stata incredibilmente veloce, con i primi 13 classificati tutti con un tempo superiore al precedente primato olimpico, che durava dal 2008.

I dominatori della corsa sono stati per un lungo tratto i 3 etiopi (Yomif Kechelcha, Berihu Aregawui, Selemon Barega) che hanno condotto un efficace gioco di squadra. Per poi vedersi sopravanzare nell’ultimo chilometro dall’ugandese, che, per una volta ha tradito la sua proverbiale riservatezza, esultando in modo insolito – per lui– dopo il traguardo. Figlio di due insegnanti di Kapchorwa, Joshua in nove anni ha costruito una carriera strabiliante. Al punto che in Uganda è stato dichiarato personalità dall’anno per tre volte: nel 2018, 2019 e 2021.

Secondo di 9 fratelli, ha cominciato a correre nel 2015, nel 2021 ha sposato Carol, un’ingegnere civile da cui ha già avuto tre figlie (Jethan, Janaya e Jemima). La delusione più cocente però l’hanno avuta i tre keniani, che non sono mai stati in lizza per i primi posti. Kibet Bernard è arrivato quinto, Daniel Mateiko undicesimo e Nicholas Kipkorir quattordicesimo.

Avranno modo di rifarsi – sperano – nelle prossime sfide. Dagli 800 metri ai 1500 ai 5 mila… Ne vedremo delle belle. La festa è appena cominciata ieri sera allo Stade de France.

Fino a ieri, l’unica sportiva africana finita sulle cronache era legata al sesso non degli angeli, ma della pugile (o pugilessa?) algerina Imane Khelif, 25 anni, che ha fatto piangere di dolore l’italiana Angela Carini per i pugni troppo pesanti. Per consolarla delle botte è intervenuta addirittura la presidente del consiglio italiano. La Khelif non era stata ammessa ai campionati mondiali di boxe, a causa – si dice – del livello eccessivo di testosterone. Il Comitato Olimpico invece ha dichiarato era nella norma.

Ora, con l’arrivo della grande atletica, di certi dibattiti probabilmente (ma non è detto….) non ci sarà bisogno. Ma anche di certi sport dei 45 ammessi ai Giochi. Si pensi ad alcune novità di questa edizione, tipo l’arrampicata sportiva, la Breaking o break dance(?), lo Skate board.., a quando il tiro alla fune o l’albero della cuccagna? È giusto rispettare tutte le discipline, ma non sono certo tutte uguali. Non è un caso se l’Atletica è la vera regina con 2132 rappresentanti (1041 sono donne), seguite dal nuoto con 857 esponenti (393 donne).

La presenza africana a questi giochi olimpici è massiccia, fra gli oltre 10 mila atleti iscritti ai 206 comitati olimpici che aderiscono al Comitato Olimpico Internazionale.

Tutti i 54 Paesi del Continente nero, infatti, hanno inviato a Parigi una propria delegazione. E una delle più numerose è quella di Nairobi: più di 80, il doppio di quanti ne abbia portato l’Etiopia. In coda la Somalia con un solo concorrente. Tanti anche gli atleti del continente nero che non sotto la bandiera del proprio Paese, ma rappresentano la squadra dei rifugiati. Come detto, la festa è appena cominciata. Altri 8 giorni ci aspettano e l’Africa potrà farsi sentire ancora.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.

Africa Express viene diffuso in tempo reale
sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sulla piattaforma Whatsapp al canale
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Budapest: terzo titolo mondiale per l’ugandese Joshua Cheptegei

Africa ExPress chiede per i giornalisti il pieno accesso indipendente a Gaza

Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavaglio
Federica Iezzi
2 agosto 2024

I media indipendenti italiani Africa ExPress e Senza Bavaglio si uniscono all’istanza avanzata dal Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ (Committee to Protect Journalists), affinché le autorità israeliane mettano fine alle restrizioni sull’ingresso dei media internazionali sulla Striscia di Gaza.

Gaza [photo credit HuffPost]
L’appello è stato sottoscritto già da più di 70 organizzazioni giornalistiche e della società civile per esortare Israele a concedere ai media un accesso indipendente a Gaza. Tra queste spiccano i nomi di Associated Press, BBC, CNN, The Guardian, The New York Times e The Washington Post.

Ai giornalisti internazionali, israeliani e palestinesi provenienti da fuori Gaza, deve essere concessa la possibilità di giudizio su una guerra che al momento è raccontata solo attraverso rigidi tour organizzati (e controllati) dall’esercito israeliano.

Infatti, al momento, i giornalisti stranieri possono entrare nella Striscia di Gaza, con centellinate credenziali rilasciate dall’ufficio stampa del governo israeliano, soltanto al seguito delle Forze di Difesa Israeliane. In più è obbligatoria l’approvazione pre-pubblicazione da parte dei militari israeliani, cioè la censura sugli articoli o sui reportage da pubblicare. In questo modo, oltre ad un accesso fortemente limitato, si rischia di distorcere la comprensione del conflitto da parte del pubblico.

La copertura mediatica della guerra in corso è rimasta nel complesso spaventosa. Ampie fasce della stampa mainstream sono cadute in una raffica di errori legati al negazionismo del crimine di guerra, all’omissione di fatti e al deliberato indebolimento delle voci palestinesi.

Ma al di là della contorta copertura mediatica e della campagna di disinformazione nella quale è difficile districarsi, – organizzata da tutte le parti in causa – si sta svolgendo una narrativa della guerra che coinvolge risme di fake news, bugie e offuscamento, provenienti soprattutto (ma non solo) dallo Stato israeliano.

The Italian independent media:
Africa ExPress https://www.africa-express.info/
Senza Bavaglio https://www.senzabavaglio.info/
join the request that Israeli authorities end the restrictions on foreign media entering Gaza and grant independent access to international news organisations seeking to access the territory.
Editor in chief – Massimo Alberizzi & all journalists

Molti di questi media sono gli stessi che hanno deformato i racconti della macchina da guerra a ridosso dell’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan, che hanno distorto la verità sulle offensive israeliane a Gaza tra il 2008 e il 2014, che hanno minato le proteste della Grande Marcia del Ritorno in Palestina nel 2018-2019 e che oggi hanno solennemente sottoscritto il genocidio dei palestinesi.

Se qualsiasi organo di informazione, che scegliesse di unirsi all’esercito israeliano, avesse un briciolo di integrità, spingerebbe Israele a proteggere i giornalisti all’interno di Gaza stessa, non a vendere la propria indipendenza nel tentativo di presentarsi come arbitro della verità e delle informazioni che trapelano dall’assedio.

La domanda che bisognerebbe porsi dunque è: la libertà di riferire cui si rinuncia è controbilanciata dalla rara opportunità di vedere con i propri occhi anche solo parte della situazione? La risposta rimane la stessa: una stampa libera e indipendente è la pietra angolare della democrazia.

Il Direttore – Massimo Alberizzi – e tutti i giornalisti di Africa ExPress e Senza Bavaglio

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Africa Express viene diffuso in tempo reale
sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

L’ira dell’Algeria contro la Francia per il sostegno al piano del Marocco sul Sahara Occidentale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° agosto 2024

In occasione della Festa del Trono, che è stata celebrata lo scorso 30 luglio, oltre a porgere gli auguri a Mohammed VI, re del Marocco da 25 anni, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato ufficialmente il sostegno di Parigi al piano di autonomia e sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale. E ha aggiunto: “Per il momento è l’unica base per raggiungere una soluzione politica equa, duratura e negoziata, in conformità con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

Mohammad VI, re del Marocco

Il vasto territorio desertico, ricco di fosfati, e il suo mare, tra i più pescosi del mondo, fanno gola al regno nordafricano, pertanto Rabat è disposto a concedere lo status autonomo dei territori, ma sotto la sovranità marocchina.

Così martedì per reagire ad sostegno della Francia al piano del Marocco, il governo algerino ha ritirato il proprio ambasciatore accreditato a Parigi. Algeri, da anni non ha più relazioni diplomatiche con il Marocco (le frontiere terrestri sono chiuse dal lontano 1994) e appoggia le rivendicazioni del Fronte Polisario (Frente Popular de la Liberciòn de Saguia-El Hamra y Rio de Oro) che chiede l’indipendenza del territorio dell’ex colonia spagnola del Sahara Occidentale.

Dimostrazione del Fronte Pelisario nel Sahara occidentale

In una nota trasmessa dal ministero degli Esteri di Algeri e diffusa da  Algeria Press Service si legge: “Il governo algerino ha deciso di ritirare il proprio ambasciatore presso la Repubblica francese, con effetto immediato. La rappresentanza diplomatica è ora affidata all’incaricato d’affari”. Il comunicato denuncia anche grande leggerezza e disinvoltura di Parigi nell’aver preso una simile decisione, che in passato nessun altro governo francese aveva ritenuto opportuno prendere.

Ieri sera Parigi ha fatto sapere di aver preso atto della decisione di Algeri senza ulteriori commenti. Una fonte diplomatica francese ha sottolineato che il suo Paese continuerà a approfondire le relazioni bilaterali con l’ex colonia.

Ministero degli Esteri algerino

La rabbia di Algeri potrebbe far saltare la visita del presidente Abdelmadjid Tebboune, in Francia, viaggio programmato da tempo.

Re Mohammed VI, invece, ieri, nel ringraziare Macron per il sostegno di Parigi, ha invitato ufficialmente il presidente francese per una visita di Stato in Marocco.

Il Sahara Occidentale è abitato prevalentemente dalla popolazione saharawi, già in lotta in passato per l’indipendenza, che nel 1975 ha posto fine all’occupazione spagnola del Sahara Occidentale.

Dopo la decolonizzazione di Madrid, Marocco e Mauritania avevano rivendicato diritti sui territori e li avevano occupati. Nel 1979 (dopo 4 anni di guerra) Nouakchott aveva rinunciato alle sue pretese e firmato un accordo di pace con il Fronte Polisario, ma il Marocco aveva immediatamente occupato la porzione di territorio che era stata lasciata dai mauritani.

Il Fronte da allora continua le sue battaglie contro il Marocco per l’indipendenza. Nel 1980 Rabat ha iniziato la costruzione di un muro lungo 2.700 chilometri, che divide il regno dalla zona del Sahara controllata dal Polisario.

Brem, il muro di sabbia costruito dal Marocco nel Sahara occidentale

Dopo quasi 30 anni dalla proclamazione del cessate il fuoco, firmato nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, le tensioni tra Rabat e il Fronte Polisario, non sono mai terminate definitivamente, malgrado la presenza della missione dell’ONU MINURSO, che avrebbe dovuto anche organizzare un referendum sull’autodeterminazione, che finora non si è mai svolto.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress. Puoi abbonarti gratuitamente.

 

 

 

 

 

Gli omicidi mirati di Israele, a Teheran e Beirut, servono a boicottare i negoziati con i palestinesi

Speciale per Africa ExPress
Remigio Benni
31 luglio 2024

Le uccisioni mirate del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, a Teheran – subito dopo l’insediamento del nuovo presidente iraniano, Masoud Pezeshkian – e del numero due di Hezbollah, Fuad Shukr, a Beirut sud, sono l’ennesima iniziativa di Israele per boicottare i negoziati con i paestinesi.

Ismail Haniyeh, ucciso da un missile israeliano a Teheran

Ma rappresentano soprattutto un possibile innesco per una nuova guerra mediorientale dagli sviluppi potenzialmente disastrosi e incontenibili, considerata l’eventuale implicazioni di varie potenze, dalla Cina agli Stati Uniti, alla Russia e. localmente, alla Turchia, oltre all’Iran.

Remigio Benni
remigio.benno@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress. Puoi abbonarti gratuitamente.

Medio Oriente, Biden ora ha un’occasione unica per passare alla storia

Medio Oriente, Biden ora ha un’occasione unica per passare alla storia

Dal sito Centro per la Riforma dello Stato
Giuseppe Cassini*
Roma, 30 luglio 2024

Se per qualche miracolo le elezioni presidenziali iraniane e quelle statunitensi potessero scambiare i rispettivi elettorati, saremmo certi che il 5 novembre Trump ne uscirebbe sonoramente sconfitto. Nessun iraniano, infatti, dimentica quel giorno nefasto del 2018 in cui il presidente Trump si arrogò la facoltà di ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo multilaterale sul nucleare iraniano, stipulato nel 2015 dopo anni di defatiganti trattative.

2018 Donald Trump

L’accordo non era un chiffon de papier: era stato negoziato assieme all’AIEA (l’Agenzia dell’ONU per l’Energia Atomica) e offriva alla comunità internazionale garanzie affidabili, tanto è vero che già nel 2016 Teheran era presa d’assalto da imprenditori e investitori di mezzo mondo.

Non c’era una stanza d’albergo libera in tutta la capitale e io stesso dovetti accettare l’ospitalità di parenti acquisiti. In quell’anno l’economia iraniana crebbe del 13 per cento.

Dopo l’insensata decisione di Trump (con lo zampino di Netanyahu) e l’inevitabile ripresa dell’arricchimento di uranio nelle centrali iraniane, l’Occidente ha riesumato le già durissime sanzioni economiche contro l’Iran.

Con un duplice effetto: spingere Teheran a formare un “Asse della Resistenza” (con Russia, Siria, Yemen e movimenti quali Hezbollah) e portarlo a un passo dalla realizzazione di un ordigno nucleare. Tagliata fuori dal libero commercio, l’economia iraniana è diventata un’economia di guerra: nel 2000 occorrevano 8.000 rial per un dollaro, oggi ne occorrono 40.000 al cambio ufficiale e 60.000 per la strada. L’inflazione ha colpito una popolazione di 90 milioni di abitanti, di cui quasi due terzi sotto i 30 anni e un terzo sceso nel frattempo sotto la soglia di povertà.

Chi torna da Teheran si fa portatore di una domanda che è sulla bocca di tutti gli iraniani: “Come mai il nostro Paese è soggetto a pesanti sanzioni, pur avendo rispettato i termini dell’accordo finché non è stato rescisso dagli Stati Uniti tra l’indignazione generale? Perché siamo stati puniti noi invece degli statunitensi?”. A questa domanda Biden ha lasciato che rispondesse Bibi Netanyahu, invitato il 24 luglio a Washington a parlare a Camere riunite: onore non da poco per chi è stato accusato da una Corte dell’ONU di crimini contro l’umanità, ma dalla sua ha la protezione USA e un centinaio di atomiche.

Joe Biden, preidente USA riceve il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca

Ovviamente, a Netanyahu (che fa il tifo per Trump) non è sfuggita l’occasione di descrivere l’efferatezza dell’attacco di Hamas, dimenticando le 40.000 vittime palestinesi che ne sono seguite. Poi ha usato quei toni biblici così graditi a molti americani per attaccare l’Iran: “Questo è un scontro tra la civiltà e la barbarie… L’Iran finanzia le proteste di piazza (sic) perché vuole provocare il caos negli USA… I manifestanti si sono schierati con il male”.

Chi ha lo sguardo lungo si chiede quanto potrà durare un Paese, Israele, sempre più nelle mani di brigate armate ultraortodosse che stanno minando le basi stesse della società israeliana. Chi ha lo sguardo lungo si chiede anche quanto potrà sopravvivere un regime, quello iraniano, contestato sempre più apertamente dal suo popolo.

Alle recenti elezioni presidenziali, dopo la morte di Raisi, l’astensione ha superato il 50 per cento degli aventi diritto, nonostante le pressioni per invitare la gente a votare. A ogni modo, la teocrazia non ha impedito a un moderato come Masud Pezeshkian di vincere, portando con sé al governo un diplomatico di alto profilo come Mohammed Zarif.

Zarif ha studiato negli Stati Uniti, è fluente in inglese come in farsi, e anche disposto nel 2015 a farsi fotografare in passeggiata a Ginevra con John Kerry, l’altro pilastro diplomatico dell’accordo sul nucleare iraniano. Se Biden volesse passare alla storia, e non solo per il suo rilancio dell’economia, dovrebbe in questo scorcio di legislatura aprire un canale – al momento riservato – con l’Iran attraverso Zarif.

Giuseppe Cassini*
ino.cassini@gmail.com

*Giuseppe (Ino) Cassini è stato un diplomatico italiano, ambasciatore in Somalia e in Libano. Ha lavorato anche in Belgio, Algeria, Cuba, Stati Uniti, Ginevra (ONU). Autore di Gli anni del declino, La politica estera del governo Berlusconi (2001-2006) (Bruno Mondadori 2007) e dell’ebook Anatomia di una guerra, Quella “stupida” guerra in Iraq (Narcissus 2013), conosce bene l’America profonda, l’America che afferma: “Washington non è la soluzione, è il problema”.

Altri articoli sull’Iran li trovate qui

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress. Puoi abbonarti gratuitamente.