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La catastrofe Ebola colpisce anche lo sport

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 ottobre 2014

John Kamara, originario della Sierra Leone, centrocampista del PAS Lamia (football club greco) non può allenarsi con la sua squadra per due, tre settimane. L’ordine viene dall’alto: dal ministro alla sanità ellenico, Adonis Georgiadis. Kamara ha trascorso le ultime settimane in Africa, dove ha giocato per i Leone Stars nell’Africa cup of nations, disputatosi nel Camerun. La Federazione calcio africana non ha permesso agli atleti di disputare la partita contro il Camerun in Sierra Leone, per via dell’ebola.  Sempre per questa ragione, cioè il pericolo del virus, è ora costretto a queste lunghe vacanze fuori programma.  Il calciatore dichiara di non essere ritornato in patria da oltre un anno e che in Camerun non ci sono casi di ammalati.

ebola-poster-at-an-angleL’ebola è anche questo. S’infila minacciosamente ovunque, condiziona non solo il così flagellato continente africano. E’ diventato un “nemico” importante in tutto il mondo, “invisibile, che fa paura a chiunque.

Christopher Stokes di Médecins sans Frontières (MSF) ha dichiarato: “Ebola è ancora completamente fuori qualsiasi controllo. Ed è ridicolo che gli operatori sanitari delle organizzazioni caritatevoli abbiano dovuto sopportare il peso delle cure di  questa epidemia nei Paesi maggiormente affetti, vale a dire Guinea, Sierra Leone e Liberia”.

controlliIn Senegal non si sono registrati nuovi casi. Il Paese, secondo quanto dichiarato dall’OMS è “libero dall’ebola”, ma sarà ugualmente monitorato in modo particolare anche in futuro, vista la sua particolare posizione geografica, particolarmente vulnerabile. Il virus, infatti, potrebbe essere facilmente essere “importato”.

In Nigeria sono stati registrati 20 casi, con  8 decessi. In Spagna una persona infetta. Nella Repubblica Democratica del Congo si è presentato un altro ceppo del virus: gli ammalati sono 69, i morti 49. Negli USA 3 contagiati, di cui uno fatale.

Sangue dalla boccaI numeri di ebola fanno impressione: 9191 le persone infette, 4546 i morti. Cifre importanti, che tendono a crescere di giorno in giorno.  Queste sono i dati ufficiali, casi di ebola registrati dall’Organizzazione mondiale della sanità, quanti siano gli ammalati e morti effettivi causati dal temibile virus non è dato di sapere.

I ministri della Salute dell’UE (erano presenti anche quello svizzero e norvegese), durante una riunione informale tenutasi a Bruxelles il 16 ottobre 2014, hanno convenuto di aumentare i controlli agli aeroporti dei voli provenienti dai Paesi maggiormente colpiti dall’ebola in Africa occidentale (Guinea, Liberia e Sierra Leone).

Durante una conferenza stampa, il commissario Tonio Borg e il ministro Beatrice Lorenzin, hanno precisato: “Il rischio ebola rimane basso in Europa, ma non bisogna abbassare la guardia e effettuare controlli più attenti per chi arriva dai Paesi maggiormente colpiti dal terribile virus “.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Il calvario di Roberto Berardi in una galera della Guinea Equatoriale: il fallimento della diplomazia

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 15 ottobre 2014

Forse è il caso che la diplomazia italiana per salvare la vita di Roberto Berardi, detenuto in una fetida galera della Guinea Equatoriale, faccia scendere in campo Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’ENI. Descalzi conosce bene Teodoro Obiang Nguema Basogo, il dittatore, e Teodorino Obiang Nguema Mangue, il capriccioso figlio prediletto del tiranno. E poiché la Guinea Equatoriale è il Paese più corrotto dell’Africa, corrotto fino al midollo, (conosco già la facile domanda che, giustamente, mi sarà rivolta: “Come Ammanettatifai a fare una classifica?) è francamente difficile non pensare che Descalzi abbia trattato gli affari della compagnia petrolifera italiana, senza scendere a patti con la famiglia che ha in mano tutto il potere nella piccola ex colonia spagnola. Come spiega un rapporto dell’organizzazione Transparency International, laggiù se non paghi tangenti al presidente e alla sua famiglia, non fai affari. E siccome le società petrolifere fanno affari, la logica conseguenza che si può trarre è una sola.

SACCHEGGIO SENZA VERGOGNA

Che la Guinea Equtoriale sia governata da depravati con le mani grondanti di sangue c’è scritto in una dichiarazione di Leslie Caldwell, assistente del procuratore generale degli Stati Uniti, secondo cui la ricchezza accumulata da Teodorin è frutto di appropriazioni indebite ottenute con estorsioni. Il magistrato parla di Black-beach-prison-007saccheggio “senza vergogna” delle risorse del Paese per sostenere il suo stile di vita sontuoso. “Dopo aver rastrellato milioni di dollari con tangenti e bustarelle, Obiang figlio si è imbarcato in spese folli possibili solo grazie alla corruzione”, ha sentenziato la signora Caldwell. Bene: è noto a tutti che dove c’è un corrotto c’è anche un corruttore.

Nel processo intentato negli Stati Uniti, dove è vietato investire proventi di attività illecite, anche se commesse all’estero, il figlio del disumano dittatore equatorialguineano, è stato giudicato colpevole e per non perdere tutto con una sentenza che probabilmente sarebbe stata dura ed esemplare, ha deciso di patteggiare: venderà beni per un valore di 30 milioni di dollari, tra cui una villa a Malibù, una Ferrari e una parte della sua collezione di memorabilia di Michael Jackson, e devolverà il ricavato in beneficenza.

PENA IRRISORIA PER IL FIGLIO DEL CAPO

E’ la prima volta che i giudici americani prendono di mira la famiglia di un capo di Stato. In più un capo di Stato assai potente giacché è al potere da 35 anni, certo in un Paese piccolissimo ma assai interessante: galleggia sul petrolio.

black-beach1-550x264Quello che delude in questa vicenda è la pena irrisoria patteggiata da un signore figlio di un tiranno cleptocrate: 30 milioni di dollari Teodorin se li riprende in pochi giorni e – c’è da scommetterci – ricomprerà villa, Ferrari e memirabilia, magari chiedendo a qualcuno della sua corte di fargli da prestanome.  Gente come questa, abituata a mandare a morte un suddito per un semplice capriccio, si fa beffe della giustizia.

E’ bene ricordare che grazie al petrolio e al gas naturale, la Guinea Equatoriale vanta il più alto livello di reddito pro capite in Africa sub-sahariana, 22 mila 300 dollari all’anno, circa quattro volte più del Sud Africa. Peccato che questi soldi finiscano nelle tasche di un gruppetto di persone legate alla famiglia Obiang. Tutti gli altri – secondo dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale – muoiono di fame, con un reddito sotto la soglia di povertà.

I MEMORABILIA DI MICHAEL JACKSON

I due satrapi, padre e figlio, si stanno prendendo gioco anche degli italiani e dell’Italia e – come abbiamo più volte scritto – tengono in una fetida galera l’imprenditore italiano Roberto Berardi. La colpa di Berardi? Aver chiesto al suo socio, Teodorin, spiegazioni sulla sparizione di oltre un milione di euro, dalle casse società di costruzioni che i due avevano in comune. Tra l’altro quei soldi sono serviti al figlio gaudente per comprare proprio quei memorabilia di Michael Jackson che erano stati messi all’asta. Indignato per la richiesta il figliol prodigo, che è anche vicepresidente della Guinea Equatoriale, ha sbattuto Berardi in galera: lesa maestà.

Berardi torturatoI giudici americani non hanno il potere di intervenire su una vicenda che riguarda un cittadino italiano. Ma i giudici italiani sì. E se Roberto Berardi, non sia mai, dovesse morire per gli stenti le sevizie e le torture cui è sottoposto in galera, dovrebbero aprire un’inchiesta per omicidio. Omicidio premeditato. Ora, invece, la magistratura potrebbe aprirla per sequestro di persona. Sarebbe un atto dovuto con una bella incriminazione per dittatore e figlio che non gioverebbe certamente alla loro reputazione.

IL CASO DEL MERCENARIO SIMON MANN

A parte i giudici sarebbe bello anche sapere se la Farnesina ha già chiesto con insistenza a Teodoro padre spiegazioni sul perché un cittadino italiano è ingiustamente detenuto in Guinea Equatoriale. Probabilmente il potere negoziale della nostra diplomazia in quel Paese è pari a zero, visto che Berardi è in galera dal gennaio 2013.  Se l’imprenditore fosse americano, francese o britannico, sarebbe ancora in prigione? Francamente non credo.

simon mannPer accuse molto, molto più gravi (crimini contro il capo dello Stato, crimini contro il governo e crimini contro la stabilità e l’indipendenza del Paese) il comandante di un gruppo di mercenari, Simon Mann, britannico, condannato a oltre 34 anni di galera è stato graziato per motivi umanitari cinque anni fa.

SOCIO DEL FIGLIO DELLA THATCHER

Già, ma Simon Mann aveva le spalle ben coperte: era socio di Mark Thatcher, figlio della Lady di ferro, e uno degli organizzatori dell’impresa, ed era ben difeso dai petrolieri americani e dall’establishment dell’allora vicepresidente americano Dick Cheney (ex vicepresidente della Halliburton, società legata agli ambienti teodorinmilitari statunitensi, con grandi interessi in Guinea Equatoriale), che gli avevano messo a disposizione fior di avvocati. Fu in quegli anni che uno di essi, una mia conoscenza personale, mi telefonò chiedendo se potevo dare risalto alla storia di Simon Mann che rischiava di restare rinchiuso a vita nella famigerata Black Prison di Malabo.

Simon Mann è stato condannato a 34 anni di prigione il 7 luglio 2008.  Il 2 novembre 2009 era già fuori di galera con un perdono completo e incondizionato “per motivi umanitari” da parte del presidente Teodoro Obiang Nguema Basogo. Come è andata quella vicenda? Come mai è finita così presto? In fondo si trattava di un colpo di stato manu militari, organizzato per far fuori il presidente della Guinea Equatoriale.

mark thatcherSi sta parlando – è bene chiarirlo di nuovo – di un signore che di mestiere faceva il mercenario e non di qualcuno famoso per la sua irreprensibilità etica e morale.

DESCALZI E L’AVVOCATO DI DICK CHENEY 

Berardi invece dietro di sé non ha nessuno, tranne una famiglia che con caparbietà cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso, un parlamentare che chiede insistentemente un serio intervento della Farnesina, Luigi Manconi, e qualche giornalista. Naturalmente Africa ExPress è lieta di fornire a chi di dovere il contatto con l’avvocato che ha tirato fuori di galera dopo soli 16 mesi l’organizzatore di un complotto per tentare di uccidere il presidente della Guinea Equatoriale. Credo però che Descalziessendo la persona in questione anche uno dei legali di Dick Cheney e dell’Halliburton,  il prezzo dei suoi servigi sarà un po’ alto. L’Eni di certo potrebbe permettersi di pagare anche una parcella salata. Insomma, l’accoppiata Descalzi/avvocato potrebbe risolvere il caso Berardi prima che il prigioniero muoia di stenti.

Infatti il problema di Berardi è quello di non aver dietro una società petrolifera che possa trattare col tiranno. Beh, forse ora è il caso di fornirgliela. Chi ha viaggiato per l’Africa sa perfettamente che dove non può arrivare la diplomazia, arriva il dio petrolio. Vengono in mente le confessioni di un ambasciatore italiano in Nigeria che si sfogò con me così: “Qui io non conto niente, chi fa tutto è il capo dell’Agip”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nelle foto: un’immagine di prigionieri in Guinea Equatoriale, la famigerata galera Black Beach a Malabo e una cella della nella stessa prigione, Roberto Berardi prime e dopo le torture subite, Simon Mann, Teodorin Obiang, Mark Thatcher e Claudio Descalzi.

Intere comunità contagiate dal terrore: la paura dell’ebola è più pericolosa del virus

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 ottobre 2014

Peter Clement, un medico dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di Monrovia, capitale della Liberia, qualche settimana fa ha deciso di recarsi nella contea di Lofa, al confine con la Guinea, malgrado gli fosse stato vivamente sconsigliato dall’ONU.  Prima del suo arrivo una ventina di persone andavano giornalmente nell’ospedale di Médecins Sans Frontières (MSF). Disordini nella comunità, aggressioni contro ambulanze e personale sanitario erano quotidiane: la gente viveva nel terrore del micidiale virus.

Grande posterSolo dopo aver ascoltato a lungo i pazienti, le loro angosce, il loro terrore, Clement ha cominciato a parlare di ebola con loro: “Perché litigate con le persone con cui avete convissuto pacificamente per una vita? Non sono loro il nemico da combattere. Il nemico è il virus. Per vincerlo occorre conoscerlo bene” .

E’ così che Peter Clement si è rivolto alla comunità di Lofa ed ha specificato: “L’ebola non è una maledizione o un complotto del governo. Chi è ammalato deve recarsi nella clinica di MSF a Foya. Da oggi in poi nessuno può seppellire i propri cari da solo. Questo lavoro deve essere fatto da mani esperte.  Quando incontrate un amico, una persona cara, anche se inizialmente sarà difficile, non stringetele la mano, non abbracciatela, evitate qualsiasi contatto fisico”.

Ora la comunità di Lofa ha dichiarato guerra all’ebola e i trenta villaggi, che dallo scoppio dell’epidemia erano diventati nemici tra loro, ora sono alleati nella lotta. Il loro motto è: “Basta ebola nella nostra comunità”.

Non vogliamo cantare vittoria – spiega Clement – la strada è ancora lunga, ma è l’unica clinica in tutto il Paese dove i posti-letto occupati dai contagiati sono diminuiti: da 140 a 40”. L’OMS ha investito molto denaro in corsi di aggiornamento per leader delle comunità, capi politici locali, religiosi, perché parlino in modo corretto e adeguato con la gente per insegnar loro a sconfiggere l’ebola o, almeno, tenere sotto controllo il virus letale. Certamente non è facile trovare l’approccio giusto con persone terrorizzate, riuscire a cambiare lo stile di vita, le tradizioni nelle comunità. “Ma – specifica Clement, coordinatore dell’OMS per Lofa – prima di parlare, bisogna saper ascoltare”.

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La strada per controllare l’ebola è ancora lunga e tortuosa. Oggi, in una conferenza stampa tenutasi a Ginevra, Bruce Aylward, assistente del direttore generale dell’OMS ha reso noto gli ultimi dati: 8914 persone contagiate dal virus e 4447 uccise dal virius. La mortalità quindi è del settanta percento.

Questi sono i dati ufficiali, ammalati registrati, morti accertati. Certamente le vittime, gli ammalati sono molti di più. Specialmente nella capitale della Liberia, Monrovia, mancano i posti letto. Le persone non possono essere accettate negli ospedali  e vengono rimandate a casa. Bisogna creare al più presto delle cliniche da campo nei tre Paesi maggiormente colpiti dal letale virus.  Ma non solo la mancanza di posti-letto affligge la Liberia: ora anche il personale paramedico è in sciopero: chiedono salari più alti, maggiore protezione, un equipaggiamento sicuro per poter assistere, curare gli ammalati. Ricordiamo che molti operatori sanitari si sono ammalati, un gran numero è deceduto, medici compresi.

Un giornalista locale ha riferito ai reporter di Al Jazeera che in molti ospedali gli ammalati sono abbandonati a se stessi da quando è iniziato lo sciopero venerdì scorso. Alphonso Wesseh, un rappresentante degli infermieri, ha dichiarato: “Una decina di pazienti sono morti da quando abbiamo iniziato lo sciopero. Siamo stati costretti a incrociare le braccia, perché il governo non ha preso in considerazione le nostre richieste. Riceviamo 250 dollari al mese e rischiamo la vita ogni momento”.

Gli operatori sanitari sono le persone più a rischio anche in occidente. In Spagna, un’infermiera è stata contagiata. Aveva assistito i due missionari spagnoli, poi deceduti

Ora negli Stati Uniti un’altra infermiera è risultata positiva ai primi test.  Lavorava nel reparto di isolamento dell’ospedale di Dallas, il Texas Health Presbyterian Hospital, dove era ricoverato Thomas Duncan, ucciso dell’ebola mercoledì scorso. “Le sue condizioni  sono stabili”, ha spiegato Dan Varga  direttore sanitario del Texas Health Resources . “In entrambi i casi il protocollo non è stato rispettato alla lettera. Il minimo errore può essere fatale”, sono le parole di Peter Piot della London School of Hygiene and tropical Medicine, un medico belga che nel 1976, allora giovanissimo, analizzò il virus letale virus, quando si presentò per la prima volta in un ospedale missionario, nel Congo-K che allora si chiamava Zaire.

Piot continua il suo racconto: “Nessuno di noi (eravamo un team di medici) pensava che potesse essere un virus tanto pericoloso. Provette di sangue di una suora italiana morta laggiù furono inviati in diversi laboratori in un semplice thermos con voli di linea. Quando mi fu consegnato uno dei contenitori, una provetta era rotta. Entrai in contatto con il sangue infetto, ma non mi ammalai.

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Poi i miei colleghi ed io ci recammo a Yambuku, il luogo dove si trovava l’ospedale e abbiamo scoperto in che modo le suore di origini belghe avevano infetto tante persone. Erano solite fare dell’iniezioni di un complesso vitaminico alle donne gravide, ma usavano aghi non sterili. Involontariamente sono state responsabili della prima epidemia di ebola.  Purtroppo, anche questa volta gli ospedali, specialmente all’inizio, hanno giocato un ruolo importante nella diffusione del virus”.

Secondo il dottor Richard Ademola, un clinico psicologo di Lagos, capitale economica della Nigeria, una metropoli dove giornalmente transitano migliaia di persone nell’ex colonia britannica non ci sono più stati nuovi casi da settimane: “L’attenzione deve rimanere alta – spiega il medico – anche perché la gente ha paura e le persone guarite dall’ebola, i loro familiari, necessitano un forte supporto psicologico. Dovrebbe essere compreso nel protocollo”, ha poi precisato.

“Médecins Sans Frontières aveva lanciato l’allarme ebola, la sua gravità e i suoi possibili sviluppi sin dall’inizio dell’anno. Nessuno aveva prestato attenzione al loro avvertimento, nessuno ha voluto crederci, finché il virus non è stato più controllabile”: sono le parole di funzionari di UNMEER (UN Mission for Ebola Emergency Response, con sede ad Accra, capitale del Ghana).

Cornelia I. Toelgyes
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Mali, i francesi intercettano e distruggono un convoglio di Al Qaeda carico d’armi

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 ottobre 2014
Tra giovedì e venerdì notte le truppe francesi hanno fermato e distrutto una carovana di militanti affiliati ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) nel nord del Niger mentre trasportava una considerevole quantità di armi dalla Libia verso il Mali. In una dichiarazione l’Eliseo ha confermato: “Le nostre truppe hanno confiscato l’arsenale ed il convoglio è stato neutralizzato. Alcuni militanti sono stati catturati”.

MALI-FRANCE-QUAEDA-CONFLICTNon è stato reso noto il bilancio dell’operazione, anche se nel linguaggio militare “neutralizzare” significa “uccidere”.

L’operazione si è svolta nell’ambito della missione Berkhane, cui partecipano cinque Paesi del sahel sahariano (Ciad, Mali, Niger, Burkina-Faso e Mauritania) e che sostituisce le precedenti, Serval e  Èpervier. Ha il suo quartier generale nel Ciad, a N’Djmena ed è comandata dal generale di divisione Jean-Pierre Palasset.  Berkhane è diventata operativa verso la fine di luglio 2014. Lo aveva annunciato il ministro alla difesa francese Jean-Yves Le Drian il 14 luglio 2014 spiegando che il suo scopo è di combattere il terrorismo. Il 16 luglio 2014 è stato sottoscritto un accordo da Le Drian e il suo omologo del Mali, Bah N’Daw a Bamako (capitale del Mali) che evidenzia gli scopi principali della cooperazione: scambio di informazioni e consultazioni regolari sulla sicurezza, formazione, consigli e equipaggiamento.

mali-french-soldiers.siOltre a tremila uomini, comprende tre droni, 200 vetture logistiche, 200 blindati, 6 aerei da combattimento, una decina di aerei da trasporto e sei elicotteri.

Gli insorti islamici sono sempre più attivi nel nord del Mali e i loro attacchi contro le forze straniere si sono intensificati nelle ultime settimane. Venerdì scorso è stato ucciso un soldato senegalese mentre i terroristi lanciavano dei razzi contro il campo delle forze di pace dell’ONU (MINUSMA) a Kidal, nell’estremo nord del Paese.

Ciò che preoccupa maggiormente in questo momento è l’instabilità della Libia. Il vuoto politico delle sue città del nord, permette ai terroristi di raggiungere facilmente le città nel sud del Paese (vicine al deserto) e penetrare nel Niger e da lì non è difficile raggiungere il nord del Mali.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Nigeria 4-Sulle ragazze rapite i militari mentono e non vogliono l’aiuto americano

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Lagos, 10 ottobre 2014

Sulla scia del rapimento
delle ragazze, avvenuto il 14 aprile 2014, la Nigeria viene investita, ancora una volta e per alcuni giorni, da una aggressione censoria verso la stampa. Serie preoccupazioni per la tensione sociale nel nordest già esistevano nei circoli politici nigeriani, prima del rapimento delle ragazze di Chibok. Quello che impensieriva ora era la nuova regolarità in crescendo degli attacchi.

POSTERI giornalisti non hanno potuto fare il loro dovere, cioè esercitare pressioni con domande e pretendere di avere risposte. Alcuni giornali più motivati di altri sono stati presi di mira. I loro articoli parlavano del rapimento delle ragazze di Chibok e davano il resoconto della richiesta d’assistenza dal parte del governo federale agli alleati occidentali.

Infatti, la Nigeria non aveva ancora finito di chiedere assistenza che già i primi di maggio, gli esperti del Pentagono, sono in azione nel Paese. Ad Abuja il governo però si irrigidisce, perché i militari non gradiscono. Lo Stato pretende il rispetto della sovranità e le autorità, cinicamente non interessate alla sorte delle ragazze rapite, negano il benestare a operazioni sul proprio territorio. Gli americani sono costretti a ritirarsi nel vicino Camerun; si posizionano a Yagoua, ad un tiro di schioppo da Borno State.

Soldats-de-la-secte-boko-haramA Washington l’amministrazione considera il messaggio “siete ospiti non graditi, andatevene pure”, uno sgarbo e uno smacco al proprio prestigio. Gli americani sembrano colpiti nell’orgoglio, almeno a giudicare da alcune dichiarazioni velenose e ingiuriose di alcuni esponenti repubblicani verso il presidente Goodluck Jonathan. Ma devono ingoiare il rospo.

Poco dopo il ministro della Difesa nigeriano diffonde la notizia che l’esercito ha individuato il luogo dove sono tenute prigioniere le ragazze Chibok ma, aggiunge, per il momento non ritiene di intervenire per la loro liberazione per non mettere in pericolo la loro  incolumità. Tutti vogliono che tornino a casa sane e salve.

Comunque assicurava che sarebbero state liberate “al piu’ presto”. Gli americani si irritano e il Pentagono smentisce: non c’è nessuna conferma di quanto ha dichiarato dal ministro di Difesa nigeriano. E’ chiaro il tentativo dei militari nigeriani: tutelarsi da un’eventuale fuga di notizie – magari attentamente guidata dall’intelligence statunitense – che avrebbe potuto in qualsiasi momento rivelare di aver localizzato le ragazze di Chibok.

Ormai sono trascorse un bel po’ di settimane  da questi fatti e dichiarazioni e nessuno ha rivelato dove sono tenute prigioniere le studentesse. E’ possibile che siano sparite nel nulla? Quelle libere ora, si sono guadagnate la libertà da sole, scappando. Pare sia l’unica loro speranza: scappare.

Blessing Akele
(4 – continua)
#BringBackOuGirls

La prima puntata del Dossier Nigeria
Boko Haram: una minaccia che viene da lontano
http://www.africa-express.info/2014/09/15/dossier-nigeria-1boko-haram-un-problema-che-viene-da-lontano/

La seconda puntata Dossier Nigeria
I musulmani quasi sempre al potere: il ruolo dei militari
http://www.africa-express.info/2014/09/17/dossier-nigeria-2i-musulmani-quasi-sempre-al-potere-il-ruolo-dei-militari/

La terza puntata Dossier Nigeria
Complicità ad alto livello, ecco la forza dei Boko Haram
http://www.africa-express.info/?p=6226&preview=true

Pagato riscatto, Boko Haram libera la moglie del viceministro del Camerun rapita 3 mesi fa

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 ottobre 2014

Liberata la moglie del vice-primo ministro del Camerun Amadou Ali, rapita il 27 luglio 2014 a Kolafata da un gruppo di militanti della setta estremista Boko Haram e dieci cinesi, portati via con la forza a loro volta il 16 maggio 2014 nel nord del Paese, al confine con la Nigeria e alcuni capi locali, anche loro sono stati nelle mani dei terroristi per diversi mesi.

massacreLa liberazione degli ostaggi è il risultato delle lunghe e estenuanti trattative intercorse tra rappresentanti del governo camerunense,  esponenti  di coloro che fanno le veci degli interessi cinesi e  militanti dei Boko Haram.  Una fonte del governo del Camerun ha ammesso che è stato pagato un riscatto considerevole per la loro liberazione; per ora l’ammontare della somma non è stato reso noto.

Pochi giorni fa l’aeronautica militare ha bombardato il villaggio di Wilgo, in prossimità della frontiera con il Camerun, sul lago Ciad. Avrebbero ucciso una decina di terroristi appartenenti a Boko Haram che si erano insediati nella zona. Un ufficiale dell’aeronautica militare nigeriana, che ha chiesto di mantenere l’anonimato ha dichiarato all’ Agence Anadolu (AA): “Il nostro scopo è quello di cacciarli da questa area”.

mortiUn pastore di etnia fulani, Saidu Batagarawa ha parlato telefonicamente con i reporter di AA nel dialetto locale e ha precisato: “E’ da tempo che i terroristi si sono insediati a Wilgo ed in altri villaggi vicini a Fotokol. I militari nigeriani ci hanno avvertiti prima dei bombardamenti. I terroristi hanno cercato una via di fuga attraverso i loro tunnel sotterranei, ma noi li avevamo già chiusi. Una decina di militanti sono stati uccisi.

”Lunedì scorso, invece, secondo l’Agenzia France Presse (AFP)i temibili militanti estremisti hanno lanciato dei razzi da Banki, città vicino al confine con il Camerun. Un razzo ha colpito Amchide, nel Camerun, uccidendo otto civili. Sempre secondo AFP, Boko Haram ha preso il controllo della città di Banki qualche settimana fa e  da allora cercano di penetrare a Amchide.

Sempre lunedì scorso, una fonte attendibile ha dichiarato a reporter nigeriani che l’esercito della Nigeria avrebbe ucciso dei militanti della setta durante un’incursione a Bulabulin Ngaura, il villaggio di Damboa LGA nello Stato del Borno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Un anno fa Robiel annegava a Calais, sono tanti i migranti che rischiano la stessa sorte

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia Isabel Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 ottobre 2014

La sera del 9 ottobre 2013 è annegato Robiel. A Calais, mentre cercava di raggiungere il porto. Improvvisamente si è alzato un forte vento. Onde altissime e l’alta marea hanno fatto il resto. Ha lottato per lunghi minuti. Non voleva arrendersi, seppellire il suo sogno, che gelosamente aveva conservato in quel suo sacchetto di plastica per tanto tempo.

Robiel-Habtom 2Io sono stata a Calais insieme a Roberta, la zia di Robiel, per riportare la sua salma in Italia, nel mantovano, dove risiede la zia con la sua famiglia e dove Robiel ha vissuto per diversi mesi. Lì tutti lo ricordano come il ragazzo gentile, che aveva un sorriso per tutti. Credeva nel futuro. Un futuro migliore di quello che ha lasciato in Eritrea, nel Sudan poi, dove la sua mamma e il fratello minore risiedono. Anche loro non riescono a darsi pace. E nemmeno la sorella, reduce di un sequestro nel Sinai, poi rilasciata dietro il pagamento di un riscatto.  Ora vive in Israele, è sposata e ha un bambino. Una famiglia segnata dal dolore, dalle sofferenze. Le lacrime fanno parte della quotidianità, perché non ci si arrende al dolore.

La storia di Robiel, quella della sua famiglia, è una storia nella storia. Tutti i profughi lasciano alle loro spalle tragedie terribili e non abbandonano mai il loro “sacchetto di plastica” colmo di ricordi, di speranze nuove. Sono pronti a rischiare la vita pur di raggiungere un briciolo di libertà. “Forse ce la faccio”, è la frase che si ripetono ogni momento, che li accompagna nei momenti di solitudine, che li preserva dalla disperazione.

Migrante guarda il portoNon dimenticherò mai Calais. Ordinata, pulita, fredda, piovosa, fangosa. Assomiglia alle persone la abitano. Siamo state accolte anche nella tendopoli dei migranti. Malgrado il tempo inclemente, i loro occhi brillavano, sorridevano, tutti hanno in mente una cosa sola: raggiungere il Regno Unito. “Le sofferenze, il freddo, la fame, sono passeggere, dopo il mare c’è la salvezza, è lì che ci attende una nuova vita”, ci dicevano.

Sarà sempre più difficile raggiungere questo sogno, anche grazie all’accordo firmato poche settimane fa tra Francia e la Gran Bretagna per combattere l’immigrazione “illegale”. L’Europa ha chiuso le proprie frontiere. Calais è solo un esempio. Che dire Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole? Quasi impossibile salire, arrampicarsi ora. Le reti sono state rinforzate, meglio “fortificate”.

Il migrante, il profugo non è ben accetto, anzi, diciamolo chiaramente: nessuno vuole i profughi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Storia di Robiel, morto annegato, scappato dall’Eritrea con un sacchetto di plastica pieno di sogn

Basic needs unmet for UK asylum-seekers

 

Somali Piracy: Low Profile but Still Active

NAVE E PIRATASpecial for Africa ExPress
Andrew Mwangura
Mombasa, October 7th 2014

Pirate activity
in East African waters is currently at a low level. A group of Somali pirates exchanged heavy gunfire on Thursday over a ransom they received for releasing an American Journalist, Residents have confirmed.

The clash took place in the Southern part of Galkaio town, North-central of Somalia, controlled by local Administration of Galmudug. At least three pirates were killed during the clash, including a prominent pirate kingpin. Several other civilians were injured during the gun battle.

Writer-cum-journalist with dual US/German citizenship Michael Scott Moore was taken captive in January 2012 by 15 gunmen in two land cruisers South of Galkayo in the Galmadug region.

The hostage was released last September after a ransom amounting to US$ 1.5 million was paid to secure the release of the hostage.

pirati 1Initially the captors of the journalist were demanding to be paid ransom money amounting to US$ 5 million.

He was held in captive for almost three years by pirates who hail from Galmudug.
It’s not the first time Somali Pirates have argued and clashed over ransoms they have received.

On 25 September: Near position: 26:15North – 056:45East, Around 13 nautical miles East South East of Musandam, Oman.

The chief officer on board a product tanker underway sighted a small high speed boat approaching from astern and informed bridge who raised the alarm. Master increased speed, took evasive manoeuvres, activated fire pump, informed ships in vicinity, contacted UKMTO and the non-essential crew members mustered in the citadel.

As the skiff closed, three armed persons were seen attempting to board the tanker using hooks attached with ropes. Due to the continued manoeuvres and hardening measures taken by the tanker, the persons were unable to board the tanker and aborted the attempted attack.

On 26 September: Near position: 13:14North – 042:59East along Red Sea.

pirati 2Nine suspicious skiffs doing 20 knots approached a bulk carrier underway from different directions. Master raised alarm, increased speed, sounded ship’s whistle, activated fire hoses and fired 12 rocket flares.

The skiffs continued their approach and came close to 20 – 30 metres from the ship and the armed security team on board fired warning shots resulting in the skiffs stop their approach. No weapons or ladders were sighted in the skiffs due to darkness.

On 2 May, two skiffs made a 15 knot approach on an underway bulk carrier near position 15:45North – 041:26East, approximately 68 nautical miles northwest of Al Hudaydah, Yemen.

Ship’s Master raised the alarm, increased speed, altered course, activated fire hoses, and mustered crew members in the citadel while the on board security team fired warning flares. When the skiffs closed to a distance of two tenths of a mile from the ship, the on board armed security team fired warning shots at the skiffs, resulting in the skiffs moving away.

On 6 May heavily armed gunmen attacked a Taiwanese fishing vessel FWU FA 12 while underway in Indian Ocean. Strangely the gunmen aborted their mission.

pirati 3On 28 April six armed pirates abandoned a dhow they had captured after spotting an approaching Spanish maritime patrol and reconnaissance aircraft. The pirates abandoned the vessel taking with them electronic equipment and personal items from the crew.

This indicates that Somali pirates are still active, and were seeking a mother ship to further fuel their ambitions further out in the shipping lanes. Sea piracy in the horn of Africa is still a threat because Somalis are still willing and able to act as pirates. Somali pirates have the capability to adapt, and are already doing so.

There has been a recent acceleration in kidnap for ransom on land of aid workers and tourists who are then transferred to the coast for ransom negotiations.

Some pirates have even begun to offer their services as “counter piracy” and “negotiation” experts.

The last capture of a major vessel by Somali pirates dates back to May 2012. Since then, several vessels have been attacked or targeted, but the pirates have not managed to seize any of them; either in Somalia, Somaliland or Puntland sea zones.

pirati 5They have been able to capture a handful of dhows, traditional sailing vessels, with the aim of using them as mother ships for launching attacks on other vessels, but the booty these yield pales in significance compared with that taken from the vessels seized when piracy was at its peak.

Apart from Seafarers, the Somali pirates are currently holding captive two Kenyan civil engineers. Other Kenyan hostages in Somalia are Corporal Evans Mutoro and Sergent Jonathan Kangogo.

The hostages were kidnapped in Wajir on July 23, 2011 while in the line of duty, as they were taking supplies to their Kenya Defense Forces colleagues.

pirati si arrendonoOther sources say they were attacked while delivering food to famine-stricken families in a border town in North Eastern province of Kenya. Their vehicle is said to have come under a hail of gunfire and when the fire-fight ceased, they were captured.

They have been missing since then. It is believed that they are being held captive in Barbere village, Gedo Region. Although details of the events leading to the capture of Sergeant Kangogo and Corporal Mutoro are scarce, it is believed the truck they were travelling in came under gunfire from the militants after they defied an order to stop.

Two weeks after the abductions, KDF troops entered Somalia to battle Al-Shabaab militants. August last year it was reported that Evans Mutoro was shot dead by his captors, it is said that the area and location of the shooting is Bakool region.

The group behind the most recent hostages of the two Kenyan civil engineers is a group under control of Mohammed Gafanje.

 Andrew Mwangura
Secretary General
Seafarers Union of Kenya
www.piracyreport.com

Ebola, contagiata infermiera spagnola. Aveva curato a Madrid i missionari uccisi dal virus

Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 ottobre 2014
L’ebola non risparmia l’Europa: contagiata un’infermiera spagnola che faceva parte del team che ha assistito Manuel Garcia Viejo and Miguel Pajares , i due sacerdoti missionari spagnoli ,  affetti dal terribile virus killer, poi deceduti entrambi nel reparto di isolamento dell’ospedale madrileno Carlos III. Lo ha confermato il ministro alla sanità spagnolo Ana Mato ieri in una conferenza stampa. Padre Pajeros , 75 anni, è deceduto il 12 agosto, mentre Viejo, 69 anni, il 25  settembre; entrambi erano stati contagiati in Sierra Leone ed erano poi stati trasferiti con voli speciali nell’ospedale della capitale spagnola.

AmbulanzaL’infermiera spagnola ha accusato i primi sintomi la scorsa settimana, mentre era in vacanza. Ora è ricoverata in un ospedale di Alcorcon, vicino Madrid.

Thomas Duncan, il cittadino statunitense infettato da ebola nella nativa Liberia, si trova ancora nel reparto di isolamento del Health Presbyterian Hospital a Dallas, Texas e viene trattato con un nuovo medicinale sperimentale contro: il Brincidofovir, sviluppato e prodotto dalla casa farmaceutica Chimerix, Inc.  con sede a Durham, Nord Carolina. Il medicinale è stato approvato dall’americana Food and Drug Administration (FDA) per pazienti affetti da ebola, lo ha annunciata la società in un breve comunicato stampa ieri, 6 ottobre 2014. Brincidofovir (CMX001) è un nucleotide che viene somministrato per via orale.

Le condizioni di Duncan sono molto critiche, ma stabili, ha dichiarato un portavoce dell’ospedale di Dallas.

Ambulanza 2Ashoka Mukpo, un freelance della NBC, ha preso l’ebola in Liberia. Tutta la sua èquipe è ora in quarantena, mentre lui è stato trasferito con un volo speciale negli Stati Uniti ed ora si trova nel reparto di isolamento nel Nebraska Medical Center. Le sue condizioni sono stabili.

Secondo l’ultimo rapporto  sull’ebola dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), rilasciato il 3 ottobre 2014, la situazione attuale in Africa occidentale è la seguente:

Guinea: ammalati 1199; morti 739
Liberia: ammalati 3834; deceduti 2069
Sierra Leone : ammalati 2437; deceduti 623
Dunque i morti per ebola hanno raggiunto quota 3431

Mentre i (pochi) pazienti occidentali generalmente guariscono dall’ebola, in Africa si continua a morire, malgrado lo spiegamento di forze, energie e risorse e la solidarietà del mondo intero. Nella sola Sierra Leone sono morte 121 persone in 24 ore lo scorso week end. Altre 81 hanno contratto il virus.

Qui sopra abbiamo riportato le cifre ufficiali: pazienti e decessi registrati. Certamente però questi numeri devono essere aumentati. Mancano i reparti di isolamento, specialmente in Liberia, dove molti pazienti non possono essere ammessi quando si presentano negli ospedali per essere curati. E si sa. Con tutta la buona volontà, soldi a disposizione, un ospedale non si costruisce in un solo giorno.

lavaggioMa questo non è il solo motivo per cui non si riesce a controllare l’espandersi del virus. E’ difficile seguire le persone che sono venute a contatto con gli ammalati, morte a causa della temibile febbre emorragica in qualche villaggio sperduto, dove non ci sono cliniche e ospedali in cui essere ricoverati.

Quando la povertà è regina, il familiare ammalato non ha a disposizione una camera per sè.  Disinfettanti, guanti, piatti, posate, bicchieri usa e getta costano e sono spesso – pur pagando – introvabili. Il cibo non si butta, troppo prezioso. Si mangia anche quello che il familiare affetto di ebola non ha consumato. Materassi e lenzuola non si bruciano dopo l’eventuale esito tragico del caro congiunto. Troppo preziosi per essere dati alle fiamme.

Combattere la povertà estrema è forse l’unico rimedio efficace per evitare l’espandersi incontrollabile del virus killer.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

How the piovra is invading Kenya: a Chinese tale

Special for Africa ExPress
Michael Backbone
Juba, October 4th 2014
Some six years ago, the Kenyan Police issued a tender for the procurement of a network solution that would help their activity Nationwide through Videosurveillance devices and Radiocommunications systems ensuring a better responsiveness in order to fight criminality in a better and more modern way. This tender never ended up in a project of any kind as visibly the times were not ripe for the same: 2007/8

Four years later, in 2011 a similar tender was issued through the auspices of Eximbank China, in charge of financing Chinese projects in foreign countries under the condition the participants to the bidding process were all of Chinese origin: this is a consolidated practice in what are called “bilateral financing agreements” so to make sure the monies funded by the friend country came back to the companies of that country, creating the conditions for offshore business to be made.

cina kenyaIn this aspect, Chinese are second to none as they have financed (and still do) projects everywhere their money is accepted in Africa and elsewhere in the world.

The process for such financing to be established and assigned typically starts with a (Chinese) company unveiling a project, then presenting the same for consideration to the local Embassy and then forwarding it to the Ministry of Finance in China, who through its Eximbank organization shall decide (in most cases positively) for granting the financing to the company that initially brought this project to the Embassy’s attention.

There is indeed a business development role every Chinese company systematically pursues on foreign soil, and a first-comer right is applied at Embassy level assigning the project in question to the one company who first presented it.

As such a number of companies, the usual (Chinese) suspects of the Telecoms sector partook the tender that was aiming at establishing a Command and Control structure, video Surveillance and Radio communications for the Kenya Police at National level in 2011.

The project got vetted by the Chinese Government a pretty important amount for the undertaking, 144M$ equivalent, only destined to Chinese bidders.

The process of the bid took a good three months in its preparation and somewhat more for its scrutiny: ZTE, the Chinese telecoms company got awarded in January 2012, and immediately after Huawei its fiercest Chinese competitor, appealed to the High Court stating the process of award was flawed.

One would not have nothing to object to an appeal in normal conditions, however the Kenyan local newspapers gave emphasis to the event and the following days the Police through its Tender Commission stated not only that the project would have necessitated far less funds for achieving the same result, but also that none of the shortlisted candidates had met the technical criteria imposed by the tender.

A brave demonstration of public officers caring for its taxpayers? It more looked at the loser firing all its bullets against the winner…..

The supposition that some envelopes had been shifting hands prior the award became though palpable and possibly an equal number of the same were given upon the award.

But in February 2012 the tender got canceled and silence labeled that whole story.

cina kenya 2In September 2013, the Westgate tragic events triggered the cynicism of some companies in trying to address the Public Powers with an identical proposal urging the new leadership of the country a solution was now necessary to Kenya and engaged into discussions with the deputed Public Powers in particular Interiors, NSIS and members of the Police previously involved in the project that was canceled.

In May 2014, while several companies were working hard at the idea of a solution, the press announced that President Kenyatta had awarded Safaricom with the deployment of a similar solution in scope and nature to the one that was marred by irregularities in 2012.

As such, surprise rose whilst reading the Daily Nation on the odd page the day of the announcement  displaying the detailed description of the solution technically supervised by the former Permanent Secretary for the Ministry of Information and Communications Technologies, while on the even page there was an article explaining why ZTE was not awarded the tender in 2012…..

Anyone wondering why this odd article would explain the reasons one year prior of the loss for ZTE could start imagining that some conspiracy had taken place and indeed a few days later the same Safaricom announced that Huawei was their technical partner in the venture.

In real terms, this was mud in the face of a Chinese firm to its fiercest Chinese competitor in a foreign country, Kenya.

The solution description matched practically all aspects of the project proposed in 2012 and strangely enough, the announcement of the award to Safaricom took place days after China’s Prime Minister visit to Kenya (May 9th), where on a Saturday, several similar agreements may have been inked before or after a Safari at the Nairobi National Park.

The pricetag somewhat doubled to the current 21.6Bn Shillings, 242M US dollars, just a mere 100M$ more to slash onto the Kenyan taxpayer.

But where will the funding come from?  From China in its own right proposing the same financing scheme that shall further force the Kenyan taxpayer to scrub its pockets searching for yet another source of repayment of the increasing debt incurred with China, presumably ending up selling some of its sovereign wealth to China’s citizens twenty years from now.  This should be about the time the first Kenyan refinery shall process its crude output in country for sure…..

Another generation, someone else’s worries.

In all this, the project is now alive and official. Kenya is subcontracting its National Security to a Country that by the way has no international experience in such projects, putting a brave national face with Safaricom as the project leader, who in his turn has never ever ran any other network but for making money out of its business as it should be.

What is worse, depending on the points of view, is that the so-called incumbent, enjoying 75%+ market share in a market with little to no competitors, will also be assigned through a barter agreement a set of frequencies that shall block the ambitions of the Government in the deployment of a next generation (4G) national network addressing the objective of bridging the digital divide.

In some way, the course of events are a demonstration of how damaging for a country is the partnership between a leader and an avid foreign supplier with endless pockets for funds backed by its home country.

Michael Backbone
michael.backbone@gmail.com>