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Burkina Faso: Blaise Campaoré vuole il terzo mandato e violenta il suo Paese

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 ottobre 2014 

Il consiglio dei ministri del Burkina Faso, durante una seduta straordinaria, il 21 ottobre ha deciso di sottoporre all’attenzione dell’Assemblea nazionale  un progetto di legge per modificare l’articolo 37 della Costituzione, che limita i mandati del presidente a due. E’ il primo passo per indire un referendum popolare. Voci di corridoio mormorano che potrebbe svolgersi già il 28 dicembre prossimo.

demo1Blaise Campaoré, presidente del Paese, detiene il potere da ben 27 anni. E’ arrivato al potere con un colpo di Stato, organizzato contro il suo miglior amico Thomas Sankara (che avrebbe strangolato con le sue mani). Ora desidera ripresentarsi alle elezioni del 2015 per ottenere un terzo mandato, ma l’attuale articolo 37 della Costituzione non lo permette. Campaoré è un alleato prezioso per l’occidente, specie per la Francia e gli Stati Uniti d’America; una pedina importante che combatte gli estremisti di Al Qaeda della zona.

Il governo ha scelto la strada della “proposta di legge” e conseguente referendum dopo che i dialoghi con l’opposizione e la società civile sono sfociati in un nulla di fatto.

Durante una conferenza stampa, tenutasi subito dopo il consiglio straordinario dei ministri,  Jérome Bougouma, ministro per la sicurezza ha dichiarato: “In applicazione del punto 15 della Costituzione,  il consiglio dei ministri ha adottato un progetto di legge per la revisione dell’articolo 37, che sarà sottoposto all’Assemblea Nazionale in vista di un referendum”.

Immediata la risposta di una decina di organizzazioni della società civile del Burkina Faso che hanno chiesto ai parlamentari di “non rendersi complici di questo attentato alla Costituzione”.

Per domani mattina l’opposizione ha indetto una manifestazione a Ouagadougou, durante la quale intende lanciare la parola d’ordine di disobbedienza civile ai cittadini.

Anche per ieri pomeriggio era prevista una marcia, organizzata dalle donne, ma vietata dal sindaco della capitale, Casimir Ilboudou, prendendo a pretesto il  fatto che l’organizzazione femminile non avrebbe presentato regolare domanda di autorizzazione agli organi comunali competenti. Una delle responsabili, Saran Sérémé, ha sostenuto di averla chiesta telefonicamente al sindaco.

demo2Già all’inizio dell’estate l’opposizione aveva reagito fortemente all’eventuale ricandidatura del presidente per prossime elezioni e la sua volontà di voler apportare un cambiamento all’articolo 37 della Costituzione. Migliaia e migliaia di persone si erano radunate pacificamente allo stadio “4 agosto” di Ouagadougou, per protestare civilmente contro una nuova candidatura dell’attuale presidente.

Il Bourkina Faso, pur avendo discrete risorse minerarie, è uno dei Paesi più poveri al mondo. Il 40 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e necessita di aiuti umanitari. L’aspettativa di vita non supera i cinquantenni di età.

Il potere, si sa, piace. Difficile dover rinunciare all’amata poltrona per uno “stupido” articolo di legge. Cosa ci vuole a cambiarlo?

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Morti e feriti in Centrafrica tra cristiani e musulmani

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 ottobre 2014

Sono riprese le violenze nella Repubblica Centrafricana, dilaniata dalla guerra civile da oltre un anno e mezzo. La scorsa settimana un gruppo riconducibile ai fulani, ex-Seleka n(milizia prevalentemente musulmana), identificato da testimoni oculari, ha attaccato Yamalé, cittadina non distante da Balakal, uccidendo 30 persone e ferendone una dozzina. Hanno anche incendiato e distrutto molte abitazioni, ha riferito una fonte di MINUSCA (acronimo inglese per il corpo di pace presente nel Paese dal 15 settembre 2014 con 11.820 uomini) all’AFP. Il numero delle vittime potrebbe aumentare, considerando il fatto che sono stati attaccati anche villaggi vicini. Centinaia di persone hanno immediatamente chiesto protezione nei campi profughi o si sono rifugiati nella vicina Bambari, che dista poco più di 70 chilometri.

Centrafrique-Les-ressortissants-francais-en-securiteA tutt’oggi gli sfollati nel CAR sono 410.000, altre 420.000 persone si sono rifugiate nei Paesi limitrofi. In un recente comunicato l’UNHCR ha chiesto supporto per poter assistere gli sfollati nei campi per profughi, lavoro reso difficile dalla nuova ondata di violenze e chiede alle parti coinvolte nel conflitto di rispettare il lavoro dei operatori umanitari.

Anche l’Unione Europea ha rilasciato un comunicato stampa a Bruxelles giovedì, 23 ottobre, condannando la nuova ondata di violenze. Chiede a tutti i gruppi armati di rispettare il cessate il fuoco, firmato a Brazzaville alla fine di luglio di quest’anno. Conferma, inoltre, il suo pieno supporto alle autorità di transizione dell’ex colonia francese..

Il 9 ottobre scorso è stato ucciso un militare pakistano di MINUSCA, altri sei sono stati feriti vicino alla capitale Bangui. Il giorno dopo un nuovo attacco ai caschi blu: durante un regolare pattugliamento sono stati attaccati da uomini armati sconosciuti. Questa volta sono stati feriti quattro militari del corpo di pace; non si conosce la loro nazionalità.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

Una figuraccia: droni italiani in forza all’ONU precipitano in Congo-Kinshasa

Antonio Mazzeo
24 ottobre 2014

Ennesima figuraccia in terra d’Africa per i droni di produzione italiana. Il 20 ottobre scorso un velivolo senza pilota “Falco” delle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite è precipitato in una regione orientale della Repubblica Democratica del Congo.

21519fbd54d5ac3029e9c3240719134fc9464c13“Il drone, per ragioni sino ad ora ignote, è precipitato al suolo in un’area disabitata e senza provocare alcun danno, a tre chilometri a nord della città di Goma, dopo essere decollato dall’aeroporto locale”, ha riferito Charles-Antoine Bambara, portavoce di MONUSCO, la missione militare Onu in Congo-K.

CINQUE DRONI, 5 MILIONI DI EURO

Realizzato da ES Selex – gruppo Finmeccanica – negli stabilimenti di Ronchi dei Legionari (Gorizia), il “Falco” era uno dei cinque velivoli senza piloti ordinati nel luglio 2013 dalle Nazioni Unite per rafforzare le capacità operative dei reparti schierati al confine orientale della Repubblica Democratica del Congo con il Ruanda e l’Uganda.

La consegna dei droni (il cui valore è superiore ai 50 milioni di euro) era stata avviata a metà dicembre e si era conclusa lo scorso aprile. I cinque “Falco” sono giunti in Congo a bordo dei velivoli cargo C130J “Hercules” della 46^ Brigata aera dell’Aeronautica militare italiana di Pisa, dopo scali tecnici a Luxor, Egitto e Nairobi, Kenya.

PERSONALE SELEX A GOMA

Azionati dal personale tecnico di Selex presente nello scalo aereo di Goma, i droni hanno un raggio di azione di 250 km e un’autonomia superiore alle 12 ore di volo; possono trasportare carichi differenti tra cui, in particolare, sensori radar ad alta risoluzione che consentono di individuare obiettivi in tempo reale e a notevole distanza.

MANOVRAIl “Falco” è stato progettato per operare in qualsiasi condizione meteorologica e per un’amplia serie di missioni. Tra le sue capacità figurano il decollo e l’atterraggio corti completamente automatici, il volo e la navigazione diurna e notturna ed una stazione di controllo a terra realizzata secondo i requisiti previsti dalla Nato, che permettono di pianificare e ridefinire i compiti operativi e la condivisione dei dati.

PERFORMANCE POSITIVE

Nel rapporto in cui sono analizzate le “positive” performance dei “Falco” italiani in Congo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riferisce che i droni-spia sono utilizzati particolarmente nella regione orientale del Nord Kivu per “monitorare” i movimenti dei gruppi armati antigovernativi e gli spostamenti delle popolazioni civili.

INFORMAZIONI APPROPRIATE

“Sin dalla loro entrata in funzione, questi sistemi aerei hanno assicurato a MONUSCO una fonte d’informazioni controllate e appropriate per supportare gli sforzi del contingente militare nel settore dell’intelligence, della sorveglianza e del riconoscimento, contro le attività illegali dei gruppi armati”, ha dichiarato Hervé Ladsous, responsabile Onu per le operazioni di peacekeeping. “Oltre a effettuare missioni di sorveglianza nella giungla, i “Falco” hanno assistito un convoglio del World Food Program che portava aiuti alimentari in territori minacciati dai ribelli”.

Drones_LadsousIn un’occasione, il 5 maggio 2014, i droni sono stati impiegati per il salvataggio dei passeggeri di un’imbarcazione naufragata nel lago Kivu. L’avvistamento dei naufraghi da parte di un “Falco” consentì al personale di MONUSCO di salvare 14 persone, ma altri 11 passeggeri furono dati dispersi.

SCHIANTO AL SUOLO

Quello del 20 ottobre non è l’unico incidente accaduto nella Repubblica Democratica del Congo ai velivoli di Selex-Finmeccanica. A gennaio un altro “Falco” è precipitato a poca distanza dalla pista dell’aeroporto di Goma. Secondo le forze armate congolesi, il drone al rientro da una missione avrebbe completamente mancato la pista d’atterraggio, andando a schiantarsi al suolo. Anche in quel caso l’incidente non ha provocato vittime o feriti ma il velivolo è rimasto completamente distrutto a seguito dell’impatto.

CONGO-DEMOCRATIC-UN-20130913Probabile causa dell’incidente un “problema tecnico” agli apparati di bordo.

L’acquisto dei droni italiani da parte delle Nazioni Unite era stata oggetto di polemica a New York nell’agosto 2013. In particolare, Inner City Press aveva denunciato l’inappropriata affidabilità e sicurezza dei “Falco”. “Questi droni sono stati al centro di gravi incidenti, dal Pakistan al Galles”, riportò l’agenzia stampa. “Lo scorso anno un SG Falco – Selex dell’Aeronautica militare pakistana è precipitato dopo il via dalla base aerea di Mureed durante una prova di volo a causa di problemi tecnici, a qualche chilometro di distanza dal distretto di Mianwali in Punjab. In precedenza, un altro aereo-spia Falco era precipitato nel Galles occidentale, dopo essere decollato dal centro di sperimentazione UAV di Parc Aberporth, vicino l’aeroporto di Ceredigion”.

COMMESSA CONFERMATA

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu preferì non commentare quanto pubblicato e confermò la commessa dei cinque “Falco” per MONUSCO. Il 29 maggio 2014, in occasione della Giornata mondiale dei Caschi Blu, il caschi blu 2dipartimento delle Nazioni Unite per le missioni di peacekeeping utilizzò l’immagine del drone italiano per il poster ufficiale dell’evento. “Il mondo ha di fronte nuove minacce e il peacekeeping dell’Onu si sta evolvendo per farvi fronte”, si legge nel comunicato ufficiale. “Per questo si sta studiando come farsi aiutare da tecnologia e innovazione, come nel caso dei droni non armati, per avere successo in ambienti sempre più difficili e con un buon rapporto tra costi e benefici”. Un mese prima era stata l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Samantha Power, a enfatizzare l’uso delle nuove tecnologie “come i droni attualmente dislocati con la missione MONUSCO in Congo” nella “lotta contro i nuovi genocidi”.

Nonostante l’assai discutibile esito dei Falco in Congo, a luglio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha reso noto che pure i caschi blu della missione MINUSMA in Mali saranno dotati di quattro velivoli teleguidati di Selex. I Falco saranno schierati nelle basi di Gao e Timbuctù dove già operano elicotteri da guerra francesi e olandesi e saranno gestiti per tre anni da una società privata che curerà anche la manutenzione e l’elaborazione delle immagini raccolte a beneficio di MINUSMA. Ma presto l’Onu potrebbe acquistarne di altri da schierare in Costa d’Avorio, Darfur, Sud Sudan e Centrafrica.

Antonio Mazzeo

Exporting Ebola: who’s really at risk?

IRIN
London, 22 October 2014
More than 50 percent of Americans report being afraid of a mass Ebola outbreak on US soil, according to a Harvard poll earlier this month, but health experts say the true risk is further spread of the virus within the West African region.

ebola vs governmentUnlike the US, which currently has four specialized isolation units, access to state-of-the-art laboratories, medical equipment, protective gear, and medicines, as well as doctors and nurses who have been specially trained in infection control, many West African nations remain ill-equipped to deal with the potential arrival of an Ebola case.

“Given that these countries have limited medical and public health resources, they may have difficulty quickly identifying and effectively responding to imported Ebola cases,” said Kamran Khan, a professor at the University of Toronto’s Division of Infectious Diseases and co-author of a new study on the likelihood of West Africa’s Ebola outbreak spreading overseas via air travel.

The risk of Ebola being spread through commercial air travel is real. Two cases have already been carried out of the region by airline passengers: one to Nigeria and one to the USA, and both of those travellers infected others before the outbreak could be contained. The question of how big of a risk this really is, is what was tackled by Khan and his team.

Their assessment, which was published this week in the London-based journal The Lancet, found that no more than three infected airline passengers a month will travel out of the affected countries between now and the end of the year, even if there were no screening at any of the points of departure. [ http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(14)61828-6/abstract ]

This estimate was based on evaluations of airline timetables, passenger traffic records and projections for the number of Ebola cases in Guinea, Liberia and Sierra Leone over the coming months.

ebola-liberiaAdditionally, the authors point out that that the populations of many of these countries are small and, with the exception of Nigeria, are not frequent international air travellers.

Passenger numbers have been further reduced by many airlines closing their routes from Freetown, Conakry and Monrovia, and by the slowdown in business travel because of the outbreak.

GHANA, SENEGAL AT GREATEST RISK

In addition to looking at how many people are flying out of the Ebola zone, Khan and his colleagues looked at where travellers go. In 2013, only 29 percent of African travellers went to first world destinations, with London and Paris topping the list.

Most of the others were flying to other lower or lower-middle income countries, generally within the West African region. The favourite destination was Ghana, with 17.5 percent of passenger traffic, followed by Senegal, with 14.4 percent. Then, after London and Paris, came The Gambia, with 6.8 percent of the traffic, and Côte d’Ivoire and Morocco with just over 5 percent each. Nigeria is ninth on the list and the USA 12th – at a slightly lower risk than China.

faccia con occhialoniThe World Health Organization (WHO) says they are most concerned about Ebola spreading to countries that share a land border with the affected countries, such as Côte d’Ivoire, Mali, Senegal and Guinea Bissau, and those that have high-volume travel and trade routes with the affected countries, such as Cameroon, Burkina Faso, South Sudan, Mauritania and The Gambia.

“We recognize that it [Ebola] could travel elsewhere, such as the US and Spain. but these countries elsewhere are already well-equipped to handle a disease like Ebola,” said Isabelle Nuttall, WHO’s director of Global Capacities, Alert and Response. “When we think about the neighbouring African countries, we have a bigger concern. They really need to be better prepared.”

In Senegal, just one hospital – Hôpital Principal in Dakar’s Fann neighbourhood – has set aside an isolation unit to treat Ebola patients. This is where a Guinean student, who travelled by road to Senegal and soon after tested positive for Ebola, was treated in late August.

Plans are under way to open five treatment centres along Senegal’s border with Guinea, according to the Ministry of Health’s disease control unit, but work on them has not yet started.

In Ghana, there are three small Ebola treatment units under construction in the Tema, Kumasi and Tamale regions. In the capital, Accra, three teaching hospitals have been identified to hold suspected cases before they are referred to one of these centres. Progress, however, has been slow, according to local reporters.

A NEEDLE-IN-A-HAYSTACK PROBLEM

Screening is now in place for arriving and departing passengers at all three international airports in Guinea, Liberia and Sierra Leone: all passengers are temperature-checked and must fill out a brief health survey. Had this been in place at the time, it would certainly have caught Patrick Sawyer, the man who took Ebola to Nigeria, who was ill before he got on the plane.

strada con cartelloIt would not, however, have caught Thomas Duncan, from Liberia, who had no symptoms until after he arrived in the US in September.

The US now requires passengers coming from any of the three affected countries to first go through an enhanced screening process at one of five airports, before continuing on to their final destination.

At both Accra and Dakar airports health workers check the temperature of all passengers arriving from regional transit hubs such as Casablanca.

But for countries such as the UK, for instance, which has no direct flights from any of the three countries, once you start arrival screening for passengers on connecting flights you have a true needle-in-a-haystack problem. The Lancet article authors calculate that you would have to sift through more than 2,500 travellers before you found even one who had set foot in Liberia, Guinea or Sierra Leone during the past 21 days.

medico e ammalataSome passengers from the Ebola-affected regions of West Africa arriving at London’s Heathrow airport in the past week have been surprised to be asked whether they would like to be checked for fever. The staff administering the checks in London did not seem to regard them as urgent enough to be compulsory, perhaps reflecting the expert advice that they are of very little practical use in detecting people carrying the Ebola virus.

“The best approach to minimize risks to the global community is to control the epidemic at its source,” said Khan. “While screening travellers arriving at airports outside West Africa may offer a sense of security, this would have at best marginal benefits.”

IRIN
IRIN is the humanitarian news
and analysis
service
 of the
 UN
 Office for the Coordination of Humanitarian affairs


The opinions expressed
do not necessarily

reflect those
of the United Nations
 or its Member States

Sale il bilancio di ebola, diecimila contagiati, cinquemila morti. Primo caso in Mali

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 ottobre 2014

Poche ore fa l’OMS ha comunicato che le persone infette sono quasi diecimila, 9936 per l’esattezza, mentre quelle decedute a causa dell’ebola sono 4877 e come sappiamo, la maggior parte di esse in Sierra Leone, Liberia e Guinea. Queste sono le cifre ufficiali, ammalati e deceduti registrati. Sicuramente ebola ha raggiunto molte altre persone. I dati effettivi non si sapranno mai.

morto in stradaA Koidu, una città ricca di miniere di diamanti nella parte orientale della Sierra Leone, è scoppiata una maxi-rissa, quando alcuni operatori sanitari hanno voluto  prelevare un campione di sangue ad una signora di novant’anni deceduta poco prima. Ci si voleva assicurare che non fosse stata contagiata dal terribile virus ebola.

Alcuni ragazzotti, membri della gang di Alamu Eze, figlio della vecchietta deceduta, hanno vietato al team sanitario di entrare nella casa.

I medici dell’ospedale locale hanno riferito ai reporter della France Presse: “Quando i nostri colleghi e gli infermieri hanno chiesto protezione agli agenti della pubblica sicurezza, è successo il finimondo. Due persone sono state uccise a colpi di machete, altre dieci sono state ferite, tra cui anche alcuni poliziotti”.

Il capo della polizia locale, David Koroma, ha precisato: “Durante l’insurrezione popolare è stata danneggiata la sede della radio locale e alcuni altri immobili. Abbiamo dovuto imporre un lungo coprifuoco, quando un gruppo di giovani scalmanati hanno percorso le vie cittadine urlando: “Mai più ebola”. Ora è ritornata la calma, ma la tensione è sempre alta”.

barelleL’episodio risale a un paio di settimane fa, ma se ne ha avuto notizia solo in questi giorni.

L’ebola porta scompiglio nella popolazione, non è solo un virus che uccide, è una piaga sociale. L’organizzazione mondiale della sanità (OMS) ritiene che 650 persone siano guarite dal temibile virus in Sierra Leone, ma i sopravissuti non hanno vita facile. Un’indagine condotta dall’UNICEF in 1400 famiglie ha rivelato che chi si è salvato, viene discriminato, emarginato dalla comunità e difficilmente riesce a ricostruire la propria vita. Eppure potrebbero essere un supporto importante per gli ammalati, i loro parenti.

In una conferenza, tenutasi recentemente a Kenema, uno degli epicentri dell’ebola in Sierra Leone, Yasmina Guerda di OCHA (acronimo inglese: Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari) ha parlato a lungo con operatori sanitari e alcuni sopravissuti. I loro racconti sono commoventi, storie di donne eccezionali, dotate di una forza d’animo rara.

docce+Issa French ha 28 anni. Si prende cura degli ammalati nel reparto di isolamento dell’ospedale di Kenema sin dall’inizio dell’epidemia. Da allora ha perso 37 colleghi. Tutti morti, uccisi dal terribile virus. “E’ terribile quando vedi andarsene con chi hai lavorato a fianco a fianco per anni. Ma io non posso arrendermi. Come infermiera devo continuare ad assistere chi ha bisogno di cure, di me”.

Anna Sowa ha solo 19 anni ed un figlio in tenera età. Ha contratto il virus assistendo la sorella Mahawa, un’infermiera. Anna è guarita. “Non potevo morire. Chi si sarebbe preso cura del mio bambino?”, ha riferito durante la conferenza.

Mentre solo ieri l’OMS esprimeva un cauto ottimismo circa la diffusione del virus nei Paesi limitrofi, giunge la conferma che una bambina di due anni sia affetta di ebola in Mali. Pare che la piccola abbia trascorso un periodo nella vicina Guinea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Nigeria 6-Boko Haram: massacri, stupri, rapimenti per conquistare la presidenza della Repubblica

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Benin City (Nigeria), 23 ottobre 2014

Occorre tuttavia riconoscere al governo federale che (sin dall’inizio degli oltre 200 giorni trascorsi dal rapimento delle oltre 300 ragazze della scuola coranica di Chibok), ha fatto qualcosa – gli organismi istituzionali preposti ovvero il ministero della Difesa, quello degli Interni, i servizi di sicurezza – hanno tutti agito, indagato ed infine sostenuto e dichiarato che il capo carismatico indomito, il Gengis Khan di Boko Haram, Abubakar Shekau è stato ucciso e tante altre figure minori arrestate.

boko1-11Da qualche settimana, le autorità stanno tentando di utilizzare un nuovo strumento di pressione: la possibilità di una tregua con i ribelli. Una scelta, probabilmente, determinata dal fatto che l’uso della forza non ha sortito i risultati sperati.

Alcune fonti sostengono che il cessate il fuoco sia stato sollecitato dal gruppo politico-terrorista – e non già dal governo centrale –  a seguito delle pesanti perdite subite (compresa la morte di Shekau). I Boko Haram si sarebbero rivolti al presidente del Ciad, Idris Deby, chiedendogli di assumere il ruolo di mediatore per trattare con le autorità nigeriane.

Detto fatto: emissari del governo centrale e rappresentanti di Boko Haram si sono riuniti in Arabia Saudita per trattare il cessate il fuoco e il rilascio delle ragazze di Chibok, ancora in ostaggio.

goodluck Jonathan 2Una soluzione accolta positivamente dei genitori e dai parenti delle studentesse rapite. Così venerdì 17 ottobre, il generale d’aviazione, Alex Badeh, ha annunciato di aver raggiunto un accordo con i rappresentanti  di Boko Haram: cessate il fuoco e liberazione delle ragazze.

Ma nemmeno 24 ore dopo la dichiarazione dell’ufficiale, nell’ultimo fine settimana  i militanti di Boko Haram hanno scatenato l’inferno nello stato del Borno, allungando l’elenco dei morti. Almeno 18 persone sono state uccise  in tre diversi agguati. A organizzare l’ondata di violenza sarebbero stati quelli che hanno sostenuto la necessità della tregua.

La classe politica e i militari stessi non hanno commentato questi ultimi attacchi. Il momento è delicato. La posta in gioco è altissima: si chiama Aso Rock, la presidenza della repubblica, per la cui conquista stanno lottando i poteri economico (che si manifesta in miliardi di dollari ogni anno) e militare (sintetizzato sostanzialmente nella licenza di sopprimere quando si vuole  i diritti d’espressione, d’informazione e di uccidere).

NIGERIA_GIRLS_BOKO__698466aChi occuperà il più alto scranno del Paese sarà deciso tra otto mesi circa. L’attuale Presidente della repubblica, Goodluck Jonathan, vuole governare per un secondo mandato ma sa perfettamente che un suo fallimento nell’affare “Chibok Girls” intaccherà malamente la possibilità di una sua rielezione. Non vuole perdere la partita ed ha giocato la carta della tregua, una mossa respinta dagli avversari. Non sembra comunque che Goodluck Jonathan intenda fare un passo indietro.

E’ chiaro però che i leader hausa intendono lottare, fino alla morte  per riprendere in mano il controllo della nazione. I senatori e i parlamentari che rappresentano i collegi (musulmani) del nord-est del Paese tacciono; i capi del governo centrale, probabilmente per non interferire nel delicato e sensibile gioco in corso, fanno altrettanto.

demo AAI Boko Haram continuano a ostentare la loro posizione dura e intransigente ma il 20 ottobre hanno accettato di incontrare di nuovo – e per la seconda volta – gli emissari del governo, questa volta proprio nel palazzo del presidente del Ciad, Idris Deby, a ‘Ndjamena.

Bocche cucite ad Abuja dove si può registrare solo una dichiarazione anonima: “Our attitude is simply wait and see” (La nostra posizione è semplicemente aspettare e vedere).

Indubbiamente, aspettare si deve.  Per quanto concerne il vedere, purtroppo, la mia previsione, allo stato delle cose, risulta di un’evidenza cristallina: si conteranno decine di morti, fino al giorno in cui si insedierà, tra maggio e giugno 2015, il vincitore da questa sanguinosa contesa per la conquista della Presidenza della Repubblica Federale di Nigeria. Ma non è detto che finisca lì, specie se il nuovo capo supremo non sarà un hausa.

E’ chiaro ed evidente quindi che la questione di Boko Haram in Nigeria non è religiosa, come potrebbe apparire a un osservatore superficiale e disattento. Piuttosto è profondamente economica e la guerra che appare di religione si combatte per il controllo delle risorse, cioè del petrolio. Maometto e Gesù Cristo non hanno niente a che fare con la tragdia nigeriana, gli stupri, i massacri, i rapimenti. Gli avvoltoi del potere, senza scrupoli e senza idealismi, sono interessati solo ai milioni di dollari generati dal petrolio. Aspettate e vedrete, come suggerisce il membro anonimo del Governo Federale della Nigeria.

Blessing Akele
twitter @BlessingAkele
(6 – fine)
#BringBackOurGirls

La prima puntata del Dossier Nigeria
Boko Haram: una minaccia che viene da lontano
http://www.africa-express.info/2014/09/15/dossier-nigeria-1boko-haram-un-problema-che-viene-da-lontano/

La seconda puntata Dossier Nigeria
I musulmani quasi sempre al potere: il ruolo dei militari
http://www.africa-express.info/2014/09/17/dossier-nigeria-2i-musulmani-quasi-sempre-al-potere-il-ruolo-dei-militari/

La terza puntata Dossier Nigeria
Complicità ad alto livello, ecco la forza dei Boko Haram
http://www.africa-express.info/?p=6226&preview=true

La quarta puntata Dossier Nigeria
Sulle ragazze rapite i militari mentono e non vogliono l’aiuto americano
ùhttp://www.africa-express.info/2014/10/12/dossier-nigeria-4-militari-non-vogliono-laiuto-degli-americaniper-cercare-le-ragazze-rapite-e-dicono-bugie/

La quinta puntata Dossier Nigeria
Boko Haram non è guerra di religione. In palio c’è il potere
http://www.africa-express.info/2014/10/22/dossier-nigeria-5-2/

Dossier Nigeria 5 – Boko Haram non è guerra di religione. In palio c’è il petrolio

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Benin City (Nigeria), 23 ottobre 2014

Il presidente nigeriano Goodluck Jonathan, immediatamente dopo il rapimento delle ragazze di Chibok  ha espresso svariate dichiarazioni di cordoglio di circostanza. Poi è rimasto in silenzio. I primi di maggio durante la trattativa Pentagono sì, Pentagono, no, ha parlato di nuovo per richiamare il ministro di Difesa sulle dichiarazioni avventate che avrebbero potuto mettere a rischio le indagini dei servizi di sicurezza coinvolti. Il 27 giugno Jonathan si è recato per la prima volta nel Borno State poi, a Chibok.

REPRESSIONE CONTRO I GIORNALI

attentatoPoco prima del 27 giugno, constatato il silenzio persistente e ingiustificato del presidente, i giornali locali con vari articoli hanno insinuato debolezza e smarrimento delle autorità. Hanno così rincarato la dose di critiche verso i militari. La ritorsione è stata immediata: i quotidiani “colpevoli” di “lesa maestà” . come ad esempio il Vanguard o il Nation,  sono stati bloccati e non hanno potuto distribuire le loro copie. I militari hanno fisicamente impedito per giorni e giorni, la distribuzione di quei giornali in alcuni Stati strategici i cui cittadini hanno vissuto quel black-out totale di notizie. In Nigeria è riapparso lo spettro dell’orrore del regime Militare.

LE ASSICURAZIONI FALSE DELL’ESERCITO

La Nigeria non è l’Italia e tanto meno l’Europa, dove si possono trovare facilmente le informazioni su internet. Qui non solo la corrente elettrica va via, ma la diffusione dei computer è assai modesta, per non parlare delle connessioni alla rete.

militanti 2Le autorità della Nigeria democratica che spiegazioni hanno offerto? I vertici dell’esercito hanno arrogantemente risposto all’indignazione della stampa e dei giornalisti dichiarando con un falso candore che “le Forze Armate” rispettano la libertà di stampa quale momento indispensabile nella lotta per contrastare le operazioni di “insorgenza” (insorgenza è il termine ufficiale in Nigeria) del gruppo Boko Haram e del complessivo sviluppo delle credenziali democratiche del Paese. Pertanto, l’Esercito non infrangerebbe deliberatamente e senza motivo le regole che governano la libertà di stampa”. Una sappiamo che cosa quella dichiarazione significhi esattamente ma io la interpreto così: “Quando riteniamo che sia il caso, censuriamo per il bene del Paese e per il consolidamento della democrazia”.

La libertà di espressione e il diritto all’informazione in Nigeria non sono concetti normalmente apprezzati: infatti, non fanno parte del bagaglio culturale di un nigeriano medio. Questa volta però, i militari hanno svuotato di significato due principi essenziali che sono alla base di una società democratica: il diritto dei cittadini ad essere informati e il dovere dei giornalisti di informare.

CHI FORAGGIA IL GRUPPO DI TERRORE?

Come accade sempre in questui casi, ci sono diverse tesi da diversi fonti. Considerate le ingenti risorse finanziarie necessarie per realizzare le operazioni di Boko Haram, la logistica, gli uomini di azione e le armi, la domanda è d’obbligo: chi paga? All’interno del Paese alcune fonti sostengono che tale quantità di denaro non può che provenire dall’estero. Tutto è possibile, naturalmente, ma la Nigeria con i milioni di dollari provenienti dall’estrazione del petrolio, dispone di quell’enorme somma necessaria a gestire un gruppo come Boko Haram.

auto calcinataI media tendono ad addossare la colpa delle atrocità commesse dai terroristi di Boko Haram alla religione. Questa spiegazione vale forse per altri jihadisti, specie mediorientali. Per la Nigeria non è così.

E’ vero, certamente, che, all’apparenza, si tratta di una guerra di religione, che i militanti nei video urlano “Allah Akbar”, che utilizzano le bandiere nere del fondamentalismo, che Boko Haram significa “l’educazione occidentale è peccato”. Ma questi sono tutti comportamenti che servono a irretire i giovani e trasformarli in fanatici guerriglieri. Non è invece questa la vera matrice del gruppo.

GLI INTRECCI CON LA POLITICA

A sud come a nord
una parte nutrita di politici, di militari-politici, di militari-militari sono campioni nell’arte del manovrare le menti e cooptare le coscienze. Ci sanno fare. Sono tre gruppi di persone potentissimi. A nord, grandi amici di imam e alhaji (titolo onorifico islamico che si ottiene dopo il pellegrinaggio a La Mecca, ndr), a sud sono grandi amici dei pastori e reverendi cristiani eccellentissimi. A sud i pastori sono ingordi. A nord gli imam sono insaziabili. In Nigeria i pastori volano in jet personali, vivono in dimore (notare non case) sontuose da nababbi che fanno impallidire quelle di quanti si considerano ricchi in Italia. Gli imam fanno meno sfoggio della loro agiatezza; il denaro gli serve per altro. Nigeriana è una delle donne più ricche del mondo. Tutto questo nella miseria nera della maggioranza dei nigeriani. Quasi 90 percento della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Bring back our girlIn Nigeria i politici sono i padroni del Paese: gestiscono il patrimonio immobiliare e quello mobiliare della nazione, ma non nel suo interesse, piuttosto per proprio beneficio. I partiti (soprattutto i due grossi, PDP, People’s Democratic Party, e APC, All Progressives Congress) servono interessi privati e non la Nigeria. I boss controllano una larga parte dei dipendenti della pubblica amministrazione, i cui posti vengono distribuiti non con criteri di professionalità e competenza ma di lealtà e amicizia.

DENARO AI RELIGIOSI

I politici trasferiscono fior di quattrini ai rispettivi pastori e imam. Quest’ultimi sono a diretto contatto con il popolo che foraggiano e indirizzano secondo i desideri dei politici che – verrebbe da dire – sono i “terroristi invisibili”. Non vorrei attirarmi accuse di “lesa maestà”, giacché, ho appena spiegato, i militari sono anche politici. In Nigeria i politici possono e sono praticamente tutto, come Dio. Infatti, come Dio danno e tolgono la vita.

militanti in biancoSostenere che il fenomeno dei Boko Haram sia determinato da un rigurgito di fondamentalismo islamico con obiettivi religiosi è sbagliato. Non c’è traccia di scontro tra culture religiose, cristiani contro i musulmani. Semmai, i musulmani stanno decimando i propri correligionari nelle loro zone del Nordest del Paese, assieme ai malcapitati non-hausa, cristiani. Boko Haram è squisitamente uno strumento di feroce lotta politica e di potere. Quei potenti gruppi politici-militari-economici del Nord stanno tentando di condizionare le elezioni presidenziali previste per il 2015.

UN PRESIDENTE CRISTIANO

Goodluck Jonathan 1Il presidente attuale, Goodluck Jonathan, cristiano, intende ricandidarsi. I musulmano non vogliono perché vorrebbero un loro uomo. I ruolo di Boko Haram è quello di dimostrare che il Paese nelle mani di un cristiano è ingovernabile e quindi occorre affidarlo a un fedele di Allah. Ovviamente non è una questione di fede ma di controllo delle risorse e dei rapporti inconfessabili per gestirle.

Non bisogna sottovalutare comunque l’abilità e la capacità di reazione dei nigeriani e la forza del governo federale di distruggere i terroristi di Boko Haram, come già fatto nel 1968 con i guerriglieri Ibo del Biafra e nel 2009 con i ribelli del MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta). Certamente la Nigeria ha bisogno dell’assistenza, discussa, partecipata e accettata – non certo imposta – degli alleati occidentali. Ma occorre rendersi conto che i veri e antichi incubi di Nigeria restano, ad avviso di chi scrive, la corruzione e il malgoverno. Se il governo federale intervenisse concretamente in questi campi, sparirebbe d’incanto Boko Haram, ora e per sempre.

Blessing Akele
(5 – continua)
#BringBackOurGirls

Nelle foto distruzione dopo gli attentati e militanti di Boko Haram. Nell’ultima Goodluck Jonathan

La prima puntata del Dossier Nigeria
Boko Haram: una minaccia che viene da lontano
http://www.africa-express.info/2014/09/15/dossier-nigeria-1boko-haram-un-problema-che-viene-da-lontano/

La seconda puntata Dossier Nigeria
I musulmani quasi sempre al potere: il ruolo dei militari
http://www.africa-express.info/2014/09/17/dossier-nigeria-2i-musulmani-quasi-sempre-al-potere-il-ruolo-dei-militari/

La terza puntata Dossier Nigeria
Complicità ad alto livello, ecco la forza dei Boko Haram
http://www.africa-express.info/?p=6226&preview=true

La quarta puntata Dossier Nigeria
Sulle ragazze rapite i militari mentono e non vogliono l’aiuto americano
http://www.africa-express.info/2014/10/12/dossier-nigeria-4-militari-non-vogliono-laiuto-degli-americaniper-cercare-le-ragazze-rapite-e-dicono-bugie/

Zuffe e scontri tra migranti etiopi ed eritrei nel centro accoglienza di Calais

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 ottobre 2014

A Calais si continua a morire. Una ragazzina etiope di soli 16 anni è stata investita da un camion mentre cercava di attraversare l’autostrada A 16 all’altezza di Marck, vicino Calais. L’incidente è avvenuto durante la notte tra lunedì e martedì. Per ora la giovane è senza nome. Non sappiamo nulla di lei. Forse è una dei tanti minori non accompagnati che approdano giornalmente sulle nostre coste e che è riuscita a fuggire ai controlli in Italia. Nessuno si è preso cura di lei.

banner-4La maggior parte dei giornali in rete parla della sua morte solo marginalmente. Era un’immigrata, illegale per giunta, per i francesi, i britannici, per il mondo intero.

Ciò che fa notizia sono gli scontri tra gruppi di migranti. Guerra tra disperati che cercano una vita migliore, o meglio, che vogliono continuare a vivere. Il loro sogno si chiama Inghilterra e si è pronti a tutto per poterlo realizzare. Quanta sofferenza dietro quel sogno, così gelosamente custodito in quella busta di plastica insieme ai ricordi, agli affetti.

Il responsabile per la sicurezza pubblica di Calais, Thierry Alonso, ha riferito all’Agence France Presse: “Gli scontri tra eritrei ed etiopi sono ripresi lunedì notte, dopo una pausa di una quindicina di giorni. I giovani migranti, più o meno duecento, brandivano bastoni. Martedì mattina regnava la calma, ma verso l’ora di pranzo le zuffe sono riprese, sfociate in una vera e propria battaglia nel pomeriggio”.

polizia controlla tendeGilles Debove, portavoce della polizia, ha dichiarato: “Durante la notte gli scontri si sono protratti per oltre sei ore. Una decina i feriti, che sono stati accompagnati in ospedale per essere medicati”.

Mentre Alonso non si spiega il perché di queste rivalità, Youri, un giovane dell’organizzazione No Border che assiste i migranti a Calais precisa ai reporter: “Sono distrutti, nervosi, un po’ per le pressioni continue della polizia, la fame, le pessime condizioni di vita qui”.

Alle 16.30 una decina di migranti hanno cercato di prendere d’assalto i mezzi pesanti, parcheggiati al porto, cercando di trovare un “passaggio” oltremanica.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

Sulla spiaggia di Calais dove Robiel rincorreva il suo sogno, un traghetto per l’Inghilterra, ma è annegato
http://www.africa-express.info/2013/11/19/sulla-spiaggia-di-calais-dove-robiel-rincorreva-il-suo-sogno-un-traghetto-per-linghilterra-ma-e-annegato/

Un anno fa Robiel annegava a Calais, sono tanti i migranti che rischiano la stessa sorte
http://www.africa-express.info/2014/10/10/un-anno-fa-robiel-annegava-calais-sono-tanti-migranti-che-rischiano-la-stessa-sorte/

Storia di Robiel, morto annegato, scappato dall’Eritrea con un sacchetto di plastica pieno di sogni http://www.africa-express.info/2013/11/09/storia-di-robiel-morto-annegato-scappato-dalleritrea-con-un-sacchetto-di-plastica-pieno-di-sogni/

Accordo franco-britannico per combattere l’immigrazione illegale attraverso la Manica
http://www.africa-express.info/2014/09/24/accordo-franco-britannico-per-combattere-limmigrazione-illegale-attraverso-la-manica/

 

Congo-K: critica la polizia per abusi, espulso il direttore dell’ufficio ONU sui diritti umani

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 ottobre 2014

Scott Campell, direttore dell’ufficio ONU per i diritti umani (UNJHRO) nella Repubblica Democratica del Congo (DRC), è stato espulso dopo aver pubblicato un rapporto sul comportamento della polizia. Lo ha reso noto un portavoce dell’ONU, Carlos Araujo, domenica 19 ottobre.

aptopix-congo-elections-jpeg-084ec-2Giovedì scorso, 16 ottobre 2014 la Missione ONU in DRC ha ricevuto la richiesta ufficiale da parte del governo del presidente Joseph Kabila, nella quale si esige la partenza immediata di Scott Campell.

In un comunicato anche Lambert Mende, portavoce del governo di Kinshasa, ha dichiarato: “ Campell non potrà più mettere piede nel Paese in qualità di direttore per i diritti umani dell’ONU. Se desidera venire nel DRC a titolo personale, deve rivolgersi ai nostri servizi consolari”.

L’espulsione è avvenuta 24 ore dopo la pubblicazione del rapporto di Campell nel quale accusa la Polizia Nazionale del Congo (PNC) di aver leso i diritti umani durante l’operazione “Likofi” . Tale operazione ha avuto luogo a Kinshasa dal 15 novembre 2013 al 15 febbraio 2014 con l’intento di combattere la criminalità nella capitale. In quel periodo sono stati ammazzati nove uomini e 32 sono spariti, non si sa che fine abbiano fatto. Campell ha precisato di aver menzionato “solamente” violenze su 41 uomini, perché gli uffici dell’ONU sono stati in grado di raccogliere le relative prove e dunque di dimostrare i fatti.

Nel rapporto, Campell assicura che le indagini sono state effettuate in modo imparziale e indipendente, elementi essenziali affinché i responsabili dei crimini commessi possano essere consegnati alla giustizia.

Una copia del dossier del direttore dell’Ufficio ONU per i diritti umani è stato consegnato al governo di Kinshasa, cosa non apprezzata dal  ministro degli interni Richard Muyej, che ha accusato Campell di voler destabilizzare il governo con il suo rapporto e immediatamente lo ha dichiarato persona non grata.

Scott CampbellL’alto commissario per i diritti umani dell’ONU, Zeid Raad Al Hussein ha fortemente criticato la decisione del governo del presidente Kabila e ha precisato che altre due persone degli uffici dell’ONU a Kinshasa sono state minacciate.

Anche Martin Kobler, capo della missione MINUSCO, in un comunicato pubblicato sabato scorso, ha chiesto al governo congolese di riconsiderare la decisione. Ha aggiunto: “Ripongo la mia massima fiducia in Campell, nel lavoro svolto da lui e dalla sua équipe e mi prendo la totale responsabilità delle raccomandazioni e conclusioni del loro ultimo rapporto”.

Cornelia I. Toelgyes
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Nella foto Scott Campbell

Arrestati in Malawi per corruzione l’ex direttore del budget e sua moglie

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 ottobre 2014

“L’ex-direttore dell’ufficio del budget del Malawi, Paul Mphwiyo e sua moglie  Thandie sono stati arrestati” Lo rivela in un comunicato stampa Egila Ndala, portavoce dell’Ufficio Anticorruzione (ACB) del Paese, precisando: “ Mphwiyo è accusato di furto, riciclaggio di denaro e depistaggio delle indagini. L’arresto è in relazione con il famoso scandalo “Cashgate” .

malawi-corruption-cashgateIl processo per tale scandalo è tutt’ora in corso e ha portato alle sbarre ben 68 personaggi di spicco del Malawi; è stato scoperto un ammanco di venti milioni di dollari, ma potrebbe essere molto di più.

Paul Mphwiyo è sopravvissuto a un tentato omicidio nel settembre 2013. Il primo accusato del tentativo di uccidere l’ex funzionario, è l’avvocato Raphael Kasambare, presente al momento del fattaccio, ma ha sempre negato un suo coinvolgimento. Dopo l’attentato sono state pubblicate una serie di rivelazioni che hanno lentamente scoperchiato il  “Cashgate” che ancora oggi sconvolge e travolge il Malawi.

L’allora presidente del Paese, Joyce Banda, aveva incoraggiato l’apertura di questo processo. Durante le scorse elezioni la coraggiosa presidente è stata sconfitta dal fratello  del suo predecessore, Peter Mutharika.

L’arresto di Mphwiyo è avvenuto poche ore dopo le dichiarazioni del nuovo direttore dell’ufficio del patrimonio Christopher Tukula.

Cornelia I. Toelgyes
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