Intere comunità contagiate dal terrore: la paura dell’ebola è più pericolosa del virus

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 ottobre 2014

Peter Clement, un medico dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di Monrovia, capitale della Liberia, qualche settimana fa ha deciso di recarsi nella contea di Lofa, al confine con la Guinea, malgrado gli fosse stato vivamente sconsigliato dall’ONU.  Prima del suo arrivo una ventina di persone andavano giornalmente nell’ospedale di Médecins Sans Frontières (MSF). Disordini nella comunità, aggressioni contro ambulanze e personale sanitario erano quotidiane: la gente viveva nel terrore del micidiale virus.

Grande posterSolo dopo aver ascoltato a lungo i pazienti, le loro angosce, il loro terrore, Clement ha cominciato a parlare di ebola con loro: “Perché litigate con le persone con cui avete convissuto pacificamente per una vita? Non sono loro il nemico da combattere. Il nemico è il virus. Per vincerlo occorre conoscerlo bene” .

E’ così che Peter Clement si è rivolto alla comunità di Lofa ed ha specificato: “L’ebola non è una maledizione o un complotto del governo. Chi è ammalato deve recarsi nella clinica di MSF a Foya. Da oggi in poi nessuno può seppellire i propri cari da solo. Questo lavoro deve essere fatto da mani esperte.  Quando incontrate un amico, una persona cara, anche se inizialmente sarà difficile, non stringetele la mano, non abbracciatela, evitate qualsiasi contatto fisico”.

Ora la comunità di Lofa ha dichiarato guerra all’ebola e i trenta villaggi, che dallo scoppio dell’epidemia erano diventati nemici tra loro, ora sono alleati nella lotta. Il loro motto è: “Basta ebola nella nostra comunità”.

Non vogliamo cantare vittoria – spiega Clement – la strada è ancora lunga, ma è l’unica clinica in tutto il Paese dove i posti-letto occupati dai contagiati sono diminuiti: da 140 a 40”. L’OMS ha investito molto denaro in corsi di aggiornamento per leader delle comunità, capi politici locali, religiosi, perché parlino in modo corretto e adeguato con la gente per insegnar loro a sconfiggere l’ebola o, almeno, tenere sotto controllo il virus letale. Certamente non è facile trovare l’approccio giusto con persone terrorizzate, riuscire a cambiare lo stile di vita, le tradizioni nelle comunità. “Ma – specifica Clement, coordinatore dell’OMS per Lofa – prima di parlare, bisogna saper ascoltare”.

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La strada per controllare l’ebola è ancora lunga e tortuosa. Oggi, in una conferenza stampa tenutasi a Ginevra, Bruce Aylward, assistente del direttore generale dell’OMS ha reso noto gli ultimi dati: 8914 persone contagiate dal virus e 4447 uccise dal virius. La mortalità quindi è del settanta percento.

Questi sono i dati ufficiali, ammalati registrati, morti accertati. Certamente le vittime, gli ammalati sono molti di più. Specialmente nella capitale della Liberia, Monrovia, mancano i posti letto. Le persone non possono essere accettate negli ospedali  e vengono rimandate a casa. Bisogna creare al più presto delle cliniche da campo nei tre Paesi maggiormente colpiti dal letale virus.  Ma non solo la mancanza di posti-letto affligge la Liberia: ora anche il personale paramedico è in sciopero: chiedono salari più alti, maggiore protezione, un equipaggiamento sicuro per poter assistere, curare gli ammalati. Ricordiamo che molti operatori sanitari si sono ammalati, un gran numero è deceduto, medici compresi.

Un giornalista locale ha riferito ai reporter di Al Jazeera che in molti ospedali gli ammalati sono abbandonati a se stessi da quando è iniziato lo sciopero venerdì scorso. Alphonso Wesseh, un rappresentante degli infermieri, ha dichiarato: “Una decina di pazienti sono morti da quando abbiamo iniziato lo sciopero. Siamo stati costretti a incrociare le braccia, perché il governo non ha preso in considerazione le nostre richieste. Riceviamo 250 dollari al mese e rischiamo la vita ogni momento”.

Gli operatori sanitari sono le persone più a rischio anche in occidente. In Spagna, un’infermiera è stata contagiata. Aveva assistito i due missionari spagnoli, poi deceduti

Ora negli Stati Uniti un’altra infermiera è risultata positiva ai primi test.  Lavorava nel reparto di isolamento dell’ospedale di Dallas, il Texas Health Presbyterian Hospital, dove era ricoverato Thomas Duncan, ucciso dell’ebola mercoledì scorso. “Le sue condizioni  sono stabili”, ha spiegato Dan Varga  direttore sanitario del Texas Health Resources . “In entrambi i casi il protocollo non è stato rispettato alla lettera. Il minimo errore può essere fatale”, sono le parole di Peter Piot della London School of Hygiene and tropical Medicine, un medico belga che nel 1976, allora giovanissimo, analizzò il virus letale virus, quando si presentò per la prima volta in un ospedale missionario, nel Congo-K che allora si chiamava Zaire.

Piot continua il suo racconto: “Nessuno di noi (eravamo un team di medici) pensava che potesse essere un virus tanto pericoloso. Provette di sangue di una suora italiana morta laggiù furono inviati in diversi laboratori in un semplice thermos con voli di linea. Quando mi fu consegnato uno dei contenitori, una provetta era rotta. Entrai in contatto con il sangue infetto, ma non mi ammalai.

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Poi i miei colleghi ed io ci recammo a Yambuku, il luogo dove si trovava l’ospedale e abbiamo scoperto in che modo le suore di origini belghe avevano infetto tante persone. Erano solite fare dell’iniezioni di un complesso vitaminico alle donne gravide, ma usavano aghi non sterili. Involontariamente sono state responsabili della prima epidemia di ebola.  Purtroppo, anche questa volta gli ospedali, specialmente all’inizio, hanno giocato un ruolo importante nella diffusione del virus”.

Secondo il dottor Richard Ademola, un clinico psicologo di Lagos, capitale economica della Nigeria, una metropoli dove giornalmente transitano migliaia di persone nell’ex colonia britannica non ci sono più stati nuovi casi da settimane: “L’attenzione deve rimanere alta – spiega il medico – anche perché la gente ha paura e le persone guarite dall’ebola, i loro familiari, necessitano un forte supporto psicologico. Dovrebbe essere compreso nel protocollo”, ha poi precisato.

“Médecins Sans Frontières aveva lanciato l’allarme ebola, la sua gravità e i suoi possibili sviluppi sin dall’inizio dell’anno. Nessuno aveva prestato attenzione al loro avvertimento, nessuno ha voluto crederci, finché il virus non è stato più controllabile”: sono le parole di funzionari di UNMEER (UN Mission for Ebola Emergency Response, con sede ad Accra, capitale del Ghana).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi