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L’escalation petrolifera comincia a ritorcersi contro USA e Israele

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La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

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Affari d’oro per Fincantieri con il Qatar: un’unità anfibia consegnata a fine novembre

Dal Nostro Corrispondente di Cose Militari
Antonio Mazzeo

Dicembre 2024

Le forze armate del Qatar potenziano le proprie capacità di proiezione bellica aero-navale nell’area mediorientale grazie alle aziende leader del comparto militare-industriale italiano.

Al Fulk, unità anfibia realizzata da Fincantieri

Rinnovo flotta

Il 30 novembre scorso, presso lo stabilimento Fincantieri di Muggiano (La Spezia), è stata consegnata alla Marina Militare qatariota l’unità anfibia (LPD – Landing Platform Dock)“Al Fulk”, commissionata dalle autorità di Doha nell’ambito del programma di ammodernamento della flotta navale.

Alla cerimonia di consegna hanno partecipato il Capo di Stato Maggiore della Marina del Qatar, generale Abdulla Bin Hassan Al Sulaiti; il direttore del personale della Marina Militare italiana, ammiraglio Andrea Gueglio; l’amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri, Pierroberto Folgiero.

Fincantieri Muggiano, cerimonia di consegna

La nave anfibia LPD è stata realizzata negli stabilimenti Fincantieri di Palermo e Muggiano ed ha caratteristiche simili alle unità della classe “San Giusto” consegnate alla Marina italiana e alle “Kalaat Béni Abbès” acquistate dalla Marina algerina.

L'”Al Fulk” ha un dislocamento di 8.800 tonnellate, una lunghezza di 143 metri, una larghezza di 21,5 metri e una velocità di 20 nodi edè in grado di ospitare fino a 550 marines.

Massima efficienza

La nuova unità da guerra ha un’autonomia di navigazione di un mese e un raggio operativo sino a 7.000 miglia nautiche: ciò consentirà alla Marina qatariota  di proiettare la propria forza bellica a livello globale.

“Altamente flessibile – riporta l’ufficio stampa di Fincantieri – è stata progettata per garantire collegamenti terra-aria-marini estremamente efficienti”.

“Potrà svolgere diversi tipi di compiti: dagli interventi umanitari, a missioni di guerra anti-aerea e contro unità navali di superficie e mezzi subacquei (anti-AAW/ASuW) e supporto delle forze armate e alle operazioni di terra”, continua la nota.

Ponte di volo

L’LPD “Al Fulk” è dotata di un ampio ponte di volo da dove possono operare due elicotteri multiruolo NFH90 che saranno consegnati dal consorzio europeo comprendente la holding italiana LeonardoS.p.A., Eurocptere Stork Fokker Aerospace.

L’unità è dotata pure di un garage con due rampe carrabili e un bacino interno allagabile in grado di accogliere mezzi da sbarco.

Cannoni e missili

L’unità avrà a bordo diversi sistemi d’arma: cannoni da 76mm anch’essi di produzione Leonardo; missili superficie-aria “Aster 30” (prodotti dal gruppo MBDA controllato da Airbus, Bae Systems e Leonardo); mitragliere navali “Marlins” da 30mm (OTO Breda, Leonardo);lanciatori anti-missili “Sylena Mk2” di produzione francese (Lacroix).

Gli elicotteri NFH90 imbarcati saranno invece dotati di missili anti-nave di terza generazione “Marte ER” (MBDA). Il gruppo Leonardo ha fornito pure i sistemi radar “Kronos”, i sensori di bordo e i centri di comando e controllo dei sistemi di combattimento.

La cerimonia di varo della nave da guerra “Al Fulk” era stata celebrata il 24 gennaio 2023 presso lo stabilimento Fincantieri di Palermo, alla presenza del vice primo ministro e ministro della Difesa del Qatar, H.E. Khalid bin Mohamed Al Attiyah, e del ministro della difesa italiano, Guido Crosetto.

Maxi contratto

Nel 2019 la holding italiana aveva ottenuto dal Qatar un maxi-contratto del valore di 4 miliardi di euro per la costruzione di sette navi militari e la fornitura per 15 anni di un ampio pacchetto di servizi di supporto, tra cui la formazione del personale, il supporto operativo e logistico integrato, l’addestramento tecnico per manutentori di base, ecc..

Oltre alla nave anfibia LPD, sono state consegnate alle forze armate qatarine quattro corvette della classe “Al Zubarah” e due pattugliatori d’altura (OPV – Offshore Patrol Vessel)della classe “Musherib”.

Per la gestione delle consegne dei mezzi navali e rafforzare le “strategie di sviluppo del business in Medio Oriente”, Fincantieri ha costituito in Qatar la società, di diritto qatariota, Fincantieri Services Doha, controllata al 100 per cento dal Gruppo italiano.

“Questa società contribuisce in maniera diretta ed attiva a supportare Fincantieri all’interno del tessuto industriale locale e a sviluppare tutti i servizi associati ai settori della navalmeccanica e della Difesa in Qatar”, spiegano i manager.

Fincantieri Services Doha è impegnata nella gestione ed esecuzione della gamma completa dei servizi di bordo e di terra legati alla gestione del ciclo vita di unità navali, sia per la piattaforma che per il sistema di combattimento, coordinando tutte le attività di manutenzione ordinaria e straordinaria delle unità navali”.

Milipol 2024

In occasione della 14ª edizione di MILIPOL Qatar, l’esposizione globale delle aziende di intelligence e anti-terrorismo, tenutasi a Doha dal 20 al 26 ottobre 2024, Fincantieri ha infine sottoscritto un accordo con il colosso della cantieristica qatariota BQ Solutions, per avviare programmi di istruzione e addestramento, creati sotto la guida italiana, per le Forze Navali del Qatar.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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L’Italia va alla guerra: la Fincantieri addestrerà forze navali del Qatar

Contrattacco governativo in Mali: ammazzati diversi leader separatisti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 dicembre 2024

Ci risiamo. Lo scenario è lo stesso di qualche mese fa nella zona di Tinzaouatène (Mali), poco distante dal confine con l’Algeria. Stavolta però le vittime non sono i militari di Bamako (FAMa) e i loro partner, i mercenari Wagner (ora Africa Corps), bensì i ribelli dell’Azawad, per lo più tuareg.

Droni turchi

Il 1° dicembre, durante alcuni attacchi sincronizzati con droni Baykar Bayraktar TB2 (prodotti dalla Baykar Technologies di Esenyurt, Turchia, ndr) sono state uccise 8 persone, tra questi 5 responsabili di Front de Libération de l’Azawad (FLA). Solo il giorno precedente, cinque gruppi ribelli indipendentisti si erano uniti in una nuova formazione, il Fronte di Liberazione per l’Azawad.

Droni di fabbricazione turca in dotazione alle forze armate del Mali

Il capo di Stato maggiore delle Forze armate maliane ha confermato l’uccisione di diversi leader del gruppo ribelle, definendoli “terroristi”.

Alla fine di luglio i separatisti avevano inflitto gravi perdite sia ai soldati di FAMa, sia ai mercenari. E, durante la ritirata le truppe maliane-Wagner erano state attaccate anche dai jihadisti di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), affiliato a Al-Qaeda.

Subito dopo lo smacco subito, a fine settembre Bamako aveva preparato una controffensiva annullata all’ultimo momento per problemi operativi e logistici.

Lotta per Indipendenza

FLA, che ha ora la sua roccaforte in un’area al confine con l’Algeria, vorrebbe prendere il controllo dell’Azawad, una zona nel Mali settentrionale. Per raggiungere tale obiettivo, il gruppo armato, oltre alle azioni sul terreno, intende muoversi anche per vie diplomatiche. I combattenti indipendentisti vorrebbero ottenere il riconoscimento dei Paesi vicini e dei partner internazionali.

Il nuovo raggruppamento lotta per la “liberazione totale dell’Azawad” e per l’istituzione di una “autorità dell’Azawad”, in poche parole, vogliono staccarsi dal governo di Bamako.

Con la firma del trattato di pace del 2015, i ribelli separatisti avevano rinunciato all’indipendenza in cambio di un decentramento dei poteri dello Stato. Ma visto che l’anno scorso il governo militare di transizione di Bamako aveva dichiarato nullo il trattato, i tuareg dell’Azawad hanno ripreso la lotta armata. Anzi, il governo di transizione li considera terroristi, alla stessa stregua dei jihadisti e “come tali vanno combattuti”.

Rapporti Russia – Sahel

Pochi giorni prima dell’attacco con i droni turchi nell’area di Tinzaouatène, il vice-primo ministro russo, Alexandre Novak, è venuto nel Sahel con un’imponente delegazione per rafforzare i rapporti con Mali, Burkina Faso e Niger.

Novak, che ha anche la delega per l’Energia, è stato nel Sahel dal 28 al 29 novembre. Durante la sua visita è stato accompagnato anche da esponenti del mondo degli affari, tra questi anche dirigenti di Rosatom, azienda pubblica russa, specializzata nell’energia nucleare.

Delegazione russa a colloquio con il presidente maliano, Assimi Goïta

Per rafforzare i rapporti militari tra Mosca e i tre Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES – Mali, Burkina Faso e Niger), Novak è stato accompagnato dal vice-ministro della Difesa, Yunus Bek-Evkurov, e da Andrei Averianov, dei servizi segreti militari. I due alti funzionari hanno avuto colloqui con i ministri della Difesa di Bamako, Ouagadougou e Niamey.

Africa Corps

I negoziati con le autorità della Difesa si sono concentrati sul possibile dispiegamento di nuovi paramilitari dell’Africa Corps (ex Wagner), addestramento degli eserciti saheliani e firma di nuovi accordi bilaterali volti alla lotta contro i terroristi.

Armi russe

Per ora la luna di miele tra Mosca e i tre Paesi del Sahel non è ancora tramontata. E per dimostrare la loro solida cooperazione, pochi giorni prima dell’arrivo della delegazione russa, Putin ha inviato un aereo cargo pieno di armi al governo militare di transizione di Niamey. Mentre Bamako ha ricevuto un carico identico già il 10 novembre 2024.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

https://www.africa-express.info/2024/01/31/anche-il-mali-acquista-droni-di-ultima-generazione-dalla-turchi/

https://www.africa-express.info/2024/07/30/ucciso-comandante-di-wagner-nel-nord-del-mali-nei-combattimenti-contro-i-ribelli-tuareg/

https://www.africa-express.info/2023/11/28/mali-wagner-issa-la-propria-bandiera-a-kidal-subito-rimossa-dai-militari-maliani/

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

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In Siria rischio scenario afghano: come allora Bin Laden, adesso gli islamisti sono armati dalla Turchia, Paese NATO

Dalla Nostra Inviata Speciale
Federica Iezzi
Amman, 5 dicembre 2024

Riaccese le vecchie linee rosse del conflitto siriano. Ad essere colpite duramente, ancora una volta, sono state Aleppo e Idlib. Da un lato il gruppo militante salafita Hay’at Tahrir al-Sham, sostenuto da Ankara, dall’altro le forze fedeli al presidente siriano Bashar al-Assad, appoggiate da Mosca e Teheran.

Ribelli a Aleppo, Siria

Al centro i curdi e con essi le milizie YPG (Unità di Protezione Popolare).
Le YPG e la loro ala politica, il PYD (Partito dell’Unione Democratica), sono una propaggine ideologica del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), un gruppo armato che combatte da decenni contro la Turchia, a sostegno dell’autonomia curda.

Amministrazione rojava

Gran parte della Siria nord-orientale è controllata dall’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (AANES) o Rojava, un’amministrazione politica creata dal PYD sulla base dichiarata di una rete decentralizzata multietnica e multireligiosa in tutta la regione, non ufficialmente riconosciuta dal governo siriano.

Gli islamisti siriani quindi sono aiutati dalla Turchia, Paese della NATO, che gli ha fornito armi NATO. Non è stupido pensare che dietro le quinte ci siano gli americani che hanno autorizzato la cessione del materiale bellico ai jihadisti in funzione anti Assad e quindi anti Russia e anti Iran.

Scenario afghano

Uno scenario che non è nuovo. Negli anni ‘80 Washington in Afghanistan aveva fornito armi e supporto logistico ai mujaheddin di Osama Bin Laden per combattere i sovietici. Sappiamo tutti com’è finita.

Inoltre fonti confidenziali hanno confermato ad Africa ExPress la presenza di istruttori militari ucraini a fianco degli insorti siriani, quelli che una volta erano bollati che tagliagole terroristi e invece ora sono stati promossi e ribelli.

I quartieri di Aleppo a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, sono stati punti nevralgici dell’ultimo attacco, essendo aree rimaste nelle mani delle forze a guida curda per gran parte della guerra civile siriana. Così come i villaggi di Tel Rifaat, Tel Aran e Tel Hassel.

Discriminazione diffusa

Prima del 2011, la minoranza curda ha dovuto affrontare una diffusa discriminazione sotto un governo che promuoveva un’agenda politica nazionalista araba.

Durante la guerra civile, scoppiata in Siria nel 2011, il sostegno della Turchia a una serie di gruppi di opposizione – in particolare all’Esercito Siriano Libero (formazione ribelle storica contro Assad) – è stato una delle principali fonti di tensione. Ankara ha considerato la repressione dei gruppi affiliati al PKK la sua principale priorità.

Dopo anni di assedio, oggi i due quartieri di Aleppo, sono di nuovo sotto il mirino turco. Almeno 120.000 curdi sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni.

Orchestrato da Ankara

E’ evidente che le forze governative di Damasco hanno perso potere ad Aleppoe non c’è dubbio che questo attacco sia stato orchestrato da Ankara, con l’obiettivo finale di occupare l’intero territorio nord-est siriano, e nella fattispecie il Rojava.

I pesanti scontri ad Aleppo e nelle aree circostanti sottolineano le fragili dinamiche della regione, che coinvolgono movimenti jihadisti, governo siriano e forze internazionali. Parallelamente, Hay’at Tahrir al-Sham continua ad espandere il suo controllo a Idlib e Hama.

Rispetto della sovranità

Il dipartimento di Stato americano ha condannato la resistenza del regime di Assad ai negoziati politici come causa principale della crisi.

La Lega Araba ha chiesto la fine della violenza regionale e ha sollecitato il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale della Siria, in linea con il diritto internazionale.

L’obiettivo dei jihadisti comunque sembra che sia – oltre a Damasco, naturalmente  – la città portuale di Tartus unica base russa sul Mediterraneo nel 2017 ceduta dalla Siria a Mosca in affitto per 49 anni. Una spina nel fianco della NATO.

Assad al Bashar, presidente della Siria

La fine di Assad (se ci sarà) rischia di trasformarsi in una seria debacle per gli occidentali se, come è possibile, al posto del laico despota aluwita salirà al potere a Damasco un imam islamista. Quarant’anni dopo in Siria si ripropone lo scenario afghano.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Elezioni generali in Namibia: pesanti irregolarità hanno segnato la consultazione

Netumbo Nandi-Ndaitwah del partito al potere SWAPO
è stata eletta presidente della Namibia
con il 57 per cento dei voti validi.
Nandi-Ndaitwah, 72 anni, è stata
finora la vicepresidente del Paese.
Lo Swapo è al potere dall’indipendenza, 34 anni fa.

Speciale Per Senza Bavaglio
Marcello Ricoveri*
Windhoek, 4 dicembre 2024

È molto difficile fornire un quadro preciso della situazione che si è creata a seguito della consultazione elettorale del 27 novembre qui in Namibia per molteplici ragioni: innanzitutto per la mancanza di gruppi di monitoraggio internazionali imparziali che sono stati cortesemente rifiutati.

Il nuovo presidente della Namibia è la signora Netumbo Nandi-Ndaitwah

L’unica possibilità di partecipazione è stata data alla commissione speciale dell’Unione Africana, AUEOM, presieduta dalla ex vice presidentessa dello Zimbabwe, Speciosa Kazibwe Wandira che oggi molti giornali locali sospettano di simpatizzare per il partito al potere, la SWAPO.

Mancanze gravi

E poi c’è stata una serie di mancanze gravi che vanno dalla insufficienza di schede elettorali, dall’assenza di contenitori sigillati per le stesse schede, ammonticchiate alla rinfusa nei seggi senza controllo.

Poi c’è stato il fallimento dei sistemi elettronici di controllo degli elettori: batterie scariche dei palmari, surriscaldamento degli stessi, mancato funzionamento delle apparecchiature di verifica dell’inchiostro simpatico per evitare doppi voti.

Uso delle matite

Sotto accusa perfino l’uso di semplici matite con gommino…per marcare il proprio voto sulla scheda. Insomma tutto un apparato tecnologico modernissimo, accoppiato a strumenti primordiali, che semplicemente era da un lato troppo sofisticato per le limitate capacità degli addetti ai lavori e dall’altro consentiva brogli senza troppa difficoltà.

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso gettando un’ombra notevole sulla regolarità dell’esercizio elettorale è stata la esasperante lentezza con la quale le operazioni di voto erano condotte (sei votanti per ora) che ha causato ritardi colossali, file di ore sotto il sole senz’acqua né servizi igienici.

Votazioni interrotte

Votazioni interrotte alle 22 e poi riprese nella notte fino alle quattro del mattino. Ripresa della votazione nei due giorni successivi, venerdì e sabato, 29 e 30 novembre.

Risultato immediato: la suddetta Commissione dell’UA, in una frettolosa quanto ipocrita patente di relativa regolarità della consultazione elettorale, riconosce comunque che, dal 66 per cento delle verifiche effettuate risulta che l’11 per cento presenta serie anomalie.

Caos durante le operazioni di voto in Namibia

Ciò equivale a dire che il 34 per cento dei seggi non è stato verificato, percentuale che si somma a quell’11 per cento anomalo. Il che significa che nel 45 per cento dei seggi la votazione potrebbe non essere regolare.

Riunione conclusiva

Non tutti partiti di opposizione hanno partecipato alla riunione conclusiva della Commissione Elettorale della Namibia, ECN, hanno invece denunciato le varie irregolarità riscontrate e chiesto la ripetizione delle elezioni. Inoltre, numerose petizioni lanciate nel Paese chiedono le dimissioni in blocco della stessa ECN.

Inoltre la Southern Africa Human Rights Lawyers Election Observer Mission, ha anch’essa rilevato varie irregolarità, giustificando di fatto il ricorso di tutti i partiti di opposizione alla Corte Costituzionale affinché le elezioni vengano ripetute.

Questa impietosa fotografia della realtà di uno dei Paesi più stabili politicamente dell’Africa Australe era forse prevedibile in considerazione di quanto è successo o sta succedendo nel vicinato: Sud Africa, Botswana, Mozambico hanno visto le decennali leadership al potere vacillare ed in alcuni casi cedere il passo all’opposizione.

Voto di scambio

Il problema, qui in Namibia, è che il voto di scambio tribale e clientelare, assai diffuso, lascia poco spazio alle etnie minoritarie: Colorati, Herero, Nama e Damara che pure sono presenti nel principale partito di opposizione, l’IPC (Indipendent Patriots for Change) di Panduleni Filemon Bango Itula.

Lui stesso comunque è un Owambo, per cui difficilmente le opposizioni avrebbero potuto prevalere nell’elezione presidenziale, a meno che non si fosse arrivati al ballottaggio, nel caso in cui  l’attuale candidata della SWAPO Nandi-Ndaitwah non avesse superato il 50 per cento dei voti espressi.

Fino all’altro giorno lo spoglio era appena agli inizi ed i primi dati su un quantitativo ridottissimo dei voti, 135.021 (25 circoscrizioni elettorali su 121) su un totale di potenziali votanti di un milione e mezzo, davano SWAPO al 50 per cento e l’IPC al 30.

Dati sulla percentuale

Purtroppo non sono stati diffusi dati sulla percentuale di votanti che in teoria avrebbe dovuto superare quella delle precedenti consultazioni elettorali ma che a causa di tutte le problematiche e manchevolezze registrate non penso supererà di molto il 50 per cento degli iscritti.

Alcuni commentatori locali ben addentro alle tematiche politiche ed alle dinamiche di potere della SWAPO in questo Paese, lamentano che il partito del Padre Fondatore, Sam Nujoma, la SWAPO appunto, avendo compreso di rischiare la perdita del potere assoluto abbia in pratica compromesso l’immagine del Paese associandolo a quelli africani (ormai la maggioranza) per i quali i brogli elettorali sono la normalità.

Se quindi la Corte Costituzionale non riuscirà a ristabilire un minimo di legalità e se non si troverà una soluzione politica seria e condivisa alla situazione che si è creata, sarà difficile per la Namibia riacquistare quella fiducia internazionale che finora le era stata concessa.

Prospettive economiche

Le attuali prospettive economiche nel settore energetico che aprivano importanti scenari di investimento sono ora compromesse, anzi molti dicono che proprio a causa di queste prospettive e delle loro ampie ricadute in termini di ricchezza per la Namibia, si sia scatenata una lotta per il potere senza esclusione di colpi.

La mia personale previsione è che per l’ennesima volta la SWAPO che ha prevalso nella corsa presidenziale, seppur di poco, verrà assai ridimensionato in Parlamento, ciò che darebbe al Paese una buona scossa politica.

Corruzione alimentata

Auspicabilmente molta corruzione, alimentata dal tribalismo e clientelismo politico monodirezionale, verrebbe se non altro diluita, e la voce dell’opposizione si farebbe sentire con maggiore frequenza ed incisività.

Peraltro ho qualche dubbio che il sistema giudiziario namibiano, non immune da interferenze politiche, riesca nel miracolo di invalidare le elezioni. Vedremo.

Marcello Ricoveri*
© RIPRODUZIONE RISERVATA

*Marcello Ricoveri ha rappresentato l’Italia come ambasciatore in Uganda (accreditato anche in Ruanda, anche durante il genocidio, e Burundi), Etiopia, Nigeria (con competenze sul Benin) e prima ancora come primo consigliere della nostra legazione a Pretoria con competenze anche sulla Namibia. Vive a Windhoek.  A Roma, per 7 anni circa, si è occupato di Cooperazione allo sviluppo, di Unione Africana, di ECOWAS e di G8 per l’Africa. Grazie alla sua esperienza conosce molto bene l’intero continente e continua ad essere un attento e un acuto osservatore delle dinamiche socio-politiche del sud del mondo.

QUI ALCUNI DEGLI ARTICOLI SCRITTI PER AFRICA EXPRESS DALL’AMBASCIATORE RICOVERI

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Tifoserie assassine: carneficina (oltre 100 morti) in uno stadio calcistico in Guinea

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
3 dicembre 2024

“Dalla peste, dalla fame e dalla guerra, liberaci o Signore”. E in Africa, anche dal calcio! Dopo quanto è accaduto domenica in uno stadio della Guinea Conakry, al Continente Nero sembra non venga risparmiato niente.

Dei tre flagelli universalmente e storicamente temuti (pandemie, carestie e guerre) ne ha avuti e ne ha tuttora in abbondanza. Ora ci mancava pure il massacro di 56, o forse 100 persone, compresi dei bambini, causato da una partita degenerata da una contestata decisione arbitrale.

Stadio a N’Zérékoré

Torneo dedicato

L’incontro assassino, sterminatore, è quello tra le squadre di N’Zérékoré e Labé, le due città più importanti dopo la capitale, Conakry.

La prima conta circa 200 mila abitanti ed è situata nell’estremo sud del Paese, al confine con la Liberia, Sierra Leone e Costa d’Avorio e dista dalla capitale poco più di 800 km. La squadra cittadina è AS MANET ENZEKORE, che gioca in seconda divisione.

L’altra città, più o meno con la stessa popolazione, si trova dalla parte opposta dello Stato, a circa 450 km da Conakry e il suo team calcistico è L’ESPOIR LABE, che milita addirittura in terza divisione.

Insomma, due squadrette regionali. Domenica nello stadio gremito di N’Zérékoré, le due formazioni si sono incontrate per disputare la finale del torneo “Général Mamady Doumbouya”, organizzato in onore del presidente Mamady Doumbouya. Il 44 enne ha preso il potere con un colpo di Stato nel settembre 2021. Sul finire del match, l’evento sportivo – che secondo l’opposizione ha puri scopi propagandistici presidenziali – è sfociato in una spaventosa carneficina.

Déjà vu in Europa

Una assurda, immane tragedia che in Europa abbiamo già vissuto. Il 29 maggio 1985, all’Heysel Stadium di Bruxelles, 39 tifosi persero la vita durante la finale della Coppa dei Campioni del 1985 tra Liverpool e Juventus. Quattro anni dopo, il 15 aprile 1989, morirono 97 spettatori nel Hillsborough Stadium di Sheffield, in Inghilterra.

Tragedia in Guinea, stadio di calcio a N’Zérékoré

Stavolta, nello stadio 3 Aprile di N’Zérékoré, la situazione sarebbe precipitata in seguito a una decisione dell’arbitro, che avrebbe espulso due giocatori del Labé e assegnato un calcio di rigore alla squadra ospitante. Questo avrebbe scatenato contestazioni da parte dei tifosi ospiti, culminando in un’invasione di campo e scontri violenti tra spettatori e con le forze dell’ordine, con conseguenze devastanti.

La ricostruzione vera dell’accaduto, durata ore e ore, è stata difficile. Di sicuro i morti nella calca e negli scontri sono stati decine. Un medico, che ha preferito restare anonimo, ha dichiarato all’agenzia di stampa AFP che nell’ospedale c’erano “corpi allineati a perdita d’occhio. Altri sono stesi sul pavimento nei corridoi. L’obitorio è pieno”.

Sui social media girano diversi filmati, uno anche molto lungo. Si vedono scene caotiche all’esterno dello stadio, con decine di tifosi che tentano di scavalcare la recinzione dello stadio, altre centinaia che si aggirano all’esterno come fantasmi, nella polvere, molti corpi a terra privi di sensi, si scorgono anche dei bambini.

Paul Sakouvogi, un giornalista locale, ha dichiarato alla BBC che l’accesso a Internet nella regione è stato limitato e che la polizia sta sorvegliando l’ingresso dell’ospedale dove vengono curati i feriti.

Africa Express è in grado di riportare la testimonianza dell’allenatore della squadra ospite, Saliou Diallo, 48 anni, ex portiere in Belgio e in Turchia, raccolta da un noto giornalista, Mohamed Lamine Touré.

Testimone oculare

E’ una ricostruzione di parte, ma che lascia senza parole: “Pensavo di essere su un campo di calcio, dove regna l’atmosfera di sempre quando tutto si è trasformato in dramma. Nessuno sapeva dove scappare. Nel primo tempo l’arbitraggio è andato bene, e anche nel secondo, fino agli ultimi 15 minuti, esattamente al 75′. Abbiamo ricevuto 2 cartellini rossi in pochissimo tempo. Nonostante tutto, ci siamo impegnati a far uscire i giocatori espulsi. Contemporaneamente il ministro Félix Lamah (dell’Agricoltura e dell’Allevamento, ndr) è sceso dalle tribune ed è intervenuto per allentare la tensione. Ha chiesto all’arbitro di ritirare uno dei cartellini rossi. Il che è stato fatto. La partita è continuata. Eravamo sullo 0-0. Alla fine dei 90 minuti, sono stati assegnati 4 minuti di recupero, ma l’arbitro ha fatto proseguire oltre”.

Panico

“A un certo punto, un nostro difensore allontana la palla dalla nostra area, l’arbitro indica un rigore contro di noi perché un calciatore avversario sarebbe stato colpito. Prende il pallone e lo pone sul dischetto. Mentre tutti cercano di capire cosa stia succedendo cominciano a piovere pietre in campo. Nessuno capiva da dove provenissero. Scoppia il panico, è tutto un fuggi fuggi, ci sono tante donne e ragazzi, tanti tentano la salvezza nell’uscita principale, ma trovano il cancello grande chiuso. Si buttano su quello piccolo, aperto, e tanti muoiono schiacciati e asfissiati. E’ la prima volta nella mia vita che vedo più di 30 corpi allineati in uno stadio e altri che vengono raccolti per l’obitorio. Noi, con dei ministri, siamo rimasti nello stadio fino a tarda notte sotto la protezione degli agenti della sicurezza. Alla fine, ci hanno detto di andarcene perché i poliziotti non potevano più restare lì in quanto erano stati dati alle fiamme una stazione di polizia e un veicolo della sicurezza. Quando stavamo per uscire, però, abbiamo deciso di fingerci morti: temevamo di essere attaccati!”

Se avessimo saputo che sarebbe finita così, avremmo dato loro la vittoria. Non esiste un motivo per cui qualcuno muoia a causa del calcio! Sono sconvolto, ragazzi, ragazze con tante speranze di vita si sono ritrovati in una bara. Famiglie in lacrime, persone morte che non sanno cosa le ha uccise. Moschee e ospedali sono pieni di corpi senza vita”.

Il primo ministro Bah ha reso omaggio alle vittime, ha promesso pieno supporto medico e psicologico ai i feriti, ha ordinato un’inchiesta.

Scandali

L’organismo calcistico della Guinea, Feguifoot, spesso al centro di scandali, ha parlato di “intenso dolore” e ha affermato che il calcio ha lo scopo di “unire i cuori e avvicinare le menti” e non di causare “tragedie e dolore”.

“A peste, fame et bello, libera nos Domine”. E dal calcio malato.

Costantino Muscau
muscost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Israele in Palestina uccide anche il Diritto Internazionale

Dalla Nostra Inviata Speciale
Federica Iezzi
Amman (Giordania), 3 dicembre 2024

Il linguaggio ha potere. E oggi è sterilizzato, silenziato e, in molti casi, addirittura censurato quando si parla di Palestina. Intimamente, c’è un prezzo da pagare quando si tratta di Palestina. Il linguaggio può decidere chi vive, chi muore. Può decidere le morti degne di lutto. Può decidere chi può consumarsi sotto le macerie come danno collaterale.

Devastazione nella Striscia di Gaza

Come comunicare la devastazione umana? Come comunicare l’incapacità di raccontarla correttamente per generazioni? Il gelo profondo che si è calcificato attorno alla Palestina?

Volti incrostati

Come si usa il linguaggio quando persone, membra impolverate, giacciono sotto le macerie, con sporcizia e sangue che si mescolano, incrostando i volti? Peso, silenzio, paura, rischio, contro devastazione, morte, annientamento di un popolo.

La Comunità Internazionale sta pericolosamente accettando la realtà statistica secondo cui le vite dei civili palestinesi valgono diverse centinaia di volte meno delle vite dei civili israeliani.

È indiscutibile che il terribile massacro del 7 ottobre è stato vissuto in Israele, e da molti ebrei della diaspora, come la reiterazione di un trauma del passato, mai guarito.

Macchina dlla comunicazione

Però secondo l’analisi ostentata dalla macchina della comunicazione, le vittime del 7 ottobre non furono uccise perché oppressori, ma perché ebrei. Nessun accenno al feroce blocco israeliano che opprime il territorio palestinese e la sua popolazione, all’arbitrarietà che permette la detenzione senza accusa e alla scomparsa della questione palestinese dalle agende internazionali.

E dopo tutto questo come si fa a imporre lezioni sui diritti umani o sul diritto internazionale? I Palestinesi non sono bianchi, quindi secondo la logica suprematista bianca questi diritti non si applicano a loro. E’ davvero così?

Appelli sottovoce

Quanto sono credibili gli appelli sottovoce di alcuni Paesi occidentali, come la Francia, per un cessate il fuoco e per una soluzione politica? Non ci si impegna in nulla e ognuna di queste affermazioni non è seguita da alcuna misura mirata alla loro traduzione concreta, come il boicottaggio della vendite di armi e le sanzioni internazionali che hanno giocato un ruolo importante nella caduta del regime di apartheid in Sudafrica.

Non c’è dubbio alcuno sui doppi standard adottati da molti governi occidentali, paragonando l’atteggiamento nei confronti di Russia e Ucraina con quello scelto nei confronti di Israele e Palestina. La Russia è stata sottoposta a 11.000 sanzioni in due mesi, mentre Israele ha ricevuto almeno 50.000 tonnellate di esplosivo dagli Stati Uniti, oltre a armamenti da Paesi, quali Regno Unito e Germania.

Regole modificate

Dall’inizio del XX secolo, le regole su cui un tempo i Paesi si accordavano, prima ancora di ricorrere alle armi, sono state profondamente modificate, quando non vengono sistematicamente violate. La legge è sempre in ritardo rispetto all’evoluzione della morale.

Bimbi in fuga a Gaza

Oggi a insanguinare il pianeta, ci sono guerre che mescolano civili e militari indiscriminatamente, spesso deliberatamente. Come a Guernica, durante la Guerra Civile Spagnola, a Dresda e a Hiroshima, alla fine della seconda guerra mondiale, in Kurdistan, per arrivare in Palestina. Non si tratta più di danneggiare l’esercito avversario, e soltanto esso, tutt’altro.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Solidarietà, il vero record alla maratona di Valencia

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
2 dicembre 2024

“No hay meta mas grande que estar unidosNon c’è meta più grande che restare uniti – Valencia corre x Valencia”. Dopo la catastrofe, “una maratona per tornare a vivere”.

Maratòn Valencia Trinidad Alfonso Zurich 2024

Partecipazione record

Così era stata presentata la 44° edizione della “Maratòn Valencia Trinidad Alfonso Zurich“, disputatasi la mattina di domenica I dicembre nella terza città della Spagna. E così è stato a quasi due mesi esatti (29 ottobre 2024) dalle disastrose alluvioni che hanno colpito la regione di Valencia e il sud est del Paese causando 222 vittime.

La “Ciudad del Running”, come viene definita, ha accolto oltre 100 mila visitatori, ha visto ben 35 mila partecipanti, provenienti da 135 Paesi del mondo (tra i più rappresentati spiccano Francia e Regno Unito, l’Italia terza con 2 mila corridori).

Valencia: trionfa il kenyano Sebastian Sawe nella categoria maschile

Trionfo africano

Ma ha anche assistito al trionfo di due atleti africani fenomenali: Sebastian Sawe, 29 anni, esordiente sui 42,195 km, con il tempo più veloce dell’anno (2h02’05”); e Megertu Alemu, 27 anni, tanto timida all’apparenza quanto spietata nella corsa, tanto da essere chiamata “la killer della strada”. Se il keniano negli ultimi km ha messo la freccia e si è ha lasciato alle spalle l’etiope Deresa Geleta, 28 anni, giunto 33 secondi dopo e il connazionale Daniel Mateiko, 26, (proveniente da  Moun Elgon District), la giovane etiope Megerte Alemu, originaria di Midakegn nella regione Oromia, ha fatto corsa a se.

L’etiope Megertu Alemu, la donna più veloce alla maratona di Valencia

Col tempo notevole di 2h16’49”, Alemu ha staccato Stella Chesang (2h18’26”), 28 anni, del distretto di Kween, (Uganda orientale), e la giovanissima connazionale Tiruye Mesfin, 22 anni, considerata un astro emergente del fondo.

E’ stata una corsa velocissima, come sempre: ben 8 runners hanno concluso i 42,195 km entro le 2 ore e 4 minuti! Nessuno dei due dominatori, tuttavia, ha fatto il colpaccio della vita: un milione di euro a chi avesse battuto il record mondiale della maratona, che appartiene al keniano. con 2h00’35, Kelvin Kiptum, morto tragicamente a febbrai. Il fantamilione era stato promesso da Juan Roig, presidente della Fondazione Trinidad Alfonso, che organizza la manifestazione spagnola.

Sono stati, comunque, battuti diversi primati, compreso quello ugandese (Stella Chesang in 2h18’26”) e quello italiano con il carabiniere senese Yohanes Chiappinelli, 27 anni, (nato ad Addis Abeba), 13° al traguardo, che ha chiuso la gara in 2h05’24”.

Valencia colpita dall’alluvione

Partecipazione al lutto

Però ha fatto notare – giustamente – il quotidiano locale Las Provincias “il record è stata la solidarietà, i record sfuggono in una giornata che passerà alla storia per la solidarietà e il ricordo delle persone colpite dalla tragedia”. Partecipazione all’immane lutto, che ha colpito questa parte della penisola iberica è stata espressa dai due vincitori (Sebastian parlando in inglese, Alemu in oromonico, aiutata, a fatica, da un interprete), che hanno anche ringraziato il pubblico che ha seguito con passione lo sviluppo della competizione lungo le strade della Ciutat de les Arts.

Ovviamente l’aspetto sincero di pietà e umanità non deve far trascurare la parte prosaica della manifestazione: con un budget di 8 milioni di euro, con uno sforzo organizzativo colossale diventava complicato annullare l’evento, anche se è stato in forse fino all’ultimo. Ai due dominatori sono andati 75 mila euro a testa, agli atleti classificatisi al secondo posto 45 mila euro e a quelli arrivati terzi 33 mila.

Sebastian Kimaru Sawe (questo il suo nome completo) è apparso particolarmente soddisfatto perché fino a ieri aveva vinto “solo” sette delle 9 mezze maratone corse. Per questo – ha commentato –  “mi sentivo particolarmente bene nella prima parte. Poi mi sono accorto che potevo farcela e ho proseguito. Dedico questa mia vittoria alle vittime della alluvione, prego per loro”. Alemu, invece, era alquanto contrariata per non aver battuto il record, in quanto durante la gara ha avuto qualche problema fisico.

Abbraccio alla città

Però, nella giornata di Valencia, l’importante era partecipare. Perché – come è stato sottolineato questa edizione della Maratona era più di una corsa: un abbraccio a questa città ferita e una promessa di ripresa, un momento in cui lo sport diventa speranza e aiuto per chi ne ha più bisogno”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Fincantieri e industrie belliche italiane alla conquista del Pakistan

Dal Nostro Corrispondente di Cose militari
Antonio Mazzeo
Dicembre 2024

Fincantieri S.p.A., il gruppo leader della cantieristica italiana (controllato per il 71,3% dalla Cassa Depositi e Prestiti – Ministero dell’Economia e delle Finanze) punta sempre più sulla produzione bellica e sulla delocalizzazione degli stabilimenti.

In occasione della XII edizione di IDEAS, la fiera internazionale delle armi tenutasi nei giorni scorsi a Karachi, i manager di Fincantieri hanno firmato un Memorandum of Understanding con la Marina Militare del Pakistan per avviare programmi di cooperazione nei settori della formazione, della ricerca e sviluppo di progetti industriali.

Crescita settore marittimo

A firmare l’accordo il responsabile vendite della Divisione Navi Militari di Fincantieri, Mauro Manzini, e il Comandante delle forze navali pakistane, Syed Ali Sarfraz, pure direttore del Pakistan Maritime Science & Technology Park (PMSTP).

Con sede a Karachi, capitale economica ma non politica dello Stato asiatico, il PMSTP è stato concepito per promuovere la crescita dei settori marittimi, inclusa la cantieristica navale, e per favorire l’innovazione e lo sviluppo di nuovi progetti destinati alla Marina da guerra del Pakistan.

Delegazione italiana e i rappresentanti del Paese asiatico al Pakistan Maritime Science & Technology Park

Presso l’innovativo Parco scientifico e tecnologico di Karachi, Fincantieri “intende rafforzare la propria presenza nell’industria marittima del Pakistan e consolidare il rapporto con la Marina del Paese per supportarne gli obiettivi strategici”, come spiegato dai manager del gruppo italiano.

Sottomarino leggero

Tra i progetti che potrebbero vedere collaborare insieme Fincantieri e il complesso militare-industriale pakistano c’è quello relativo allo sviluppo e produzione di un nuovo sottomarino leggero, con capacità stealth, per condurre operazioni top secret in acque poco profonde.

Un prototipo del battello subacqueo, indicato con il codice S800, è stato presentato da Fincantieri nel febbraio 2023 alla kermesse delle industrie belliche IDEX, negli Emirati Arabi Uniti.

Basato sul sottomarino di dimensioni maggiori S1000, il prototipo – secondo il gruppo cantieristico a capitale statale – ha attirato l’attenzione della Marina Militare del Pakistan e di altri Paesi del Golfo.

Come evidenziato da Formiche.Net, le forze armate di molti Stati arabi puntano a potenziare i propri dispositivi navali e subacquei per contrastare la “minaccia” iraniana.

Minaccia Iran

“Le capacità underwater di Teheran preoccupano di conseguenza i vicini regionali – spiega la testa online -. Per questo, anche il Pakistan ha già avviato un processo di ammodernamento per aumentare la propria flotta sottomarina, e nel 1988 aveva acquistato dall’Italia diversi mini-sottomarini MG110 della classe Cosmo”.

Queste piattaforme subacquee furono prodotte a Livorno dalla Cosmos – Costruzione Motoscafi Sottomarini s.a.s. (poi rilevata dalla DRASS). Alla Marina militare del Pakistan, la Cosmos consegnò pure tra il 1966 e il 1972 i sottomarini di medie dimensioni della classe SX-404.

Immersione per 7 giorni

Lungo 51 metri e alto 10, il mini-sottomarino S800 è in grado di ospitare 18 membri di equipaggio ed operare a una profondità di 250 metri con una resistenza in immersione fino a sette giorni senza bisogno di emergere.

L’S800 può essere armato con cinque lanciasiluri ed è dotato di un sistema di controllo automatizzato della piattaforma.

“Le sue dimensioni e le sue caratteristiche operative lo rendono l’assetto strategico più adatto a supportare le operazioni delle Forze Speciali, fornendo la possibilità di rilasciare e recuperare due carri in missioni completamente segrete”, ha dichiarato l’ex contrammiraglio Marcellino Corsi, consulente senior di FincantieriS.p.A..

Fincantieri prototipo sottomarino presentato lo scorso anno a INDEX, Emirati Arabi Uniti

Sempre secondo Corsi, la costruzione dell’S800 richiederà circa un anno, al contrario dell’S1000 che richiede due anni e mezzo per essere assemblato. “La sperimentazione nel caso dell’S800 verrà effettuata dal primo acquirente per l’esportazione”, ha aggiunto l’ex ufficiale della Marina Militare. Cioè, assai probabilmente, il Pakistan.

L’accordo stipulato tra Fincantieri e la Marina Militare pakistana è frutto di una (dispendiosa) campagna politica-diplomatica-militare a tutto campo dell’establishment nazionale.

Tappa a Karachi

Dal 14 al 16 ottobre 2024, nell’ambito di un lungo tour della regione dell’Indopacifico, il Carrier Strike Group (CSG) della Marina da guerra italiana, composto dalla portaerei “Cavour” e dalla fregata lanciamissili “ITS Alpino”, aveva fatto tappa a Karachi.

La Cavour fa tappa a Karachi, Pakistan

“Si è trattato di una visita storica, in quanto il Cavour è stata la prima portaerei ormeggiata nel porto pakistano”, riporta lo Stato maggiore della Marina. “La tappa del CSG a Karachi ha significato non solo il crescente impegno navale dell’Italia nella regione indo-pacifica, ma anche il rafforzamento delle relazioni bilaterali con il Pakistan. Negli anni, l’Italia e il Pakistan hanno lavorato a stretto contatto per promuovere la cooperazione internazionale e salvaguardare gli interessi di sicurezza marittima”.

Alla cerimonia di benvenuto organizzata dalla Marina pakistana erano presenti l’ambasciatrice d’Italia presso la Repubblica Islamica del Pakistan, Marilina Armellin, il console a Karachi, Danilo Giurdanella, l’addetto alla Difesa italiano, colonnello Enrico Rosa.

La fregata “Alpino” ha ospitato in particolare il Forum dell’Industria della Difesa, un evento organizzato dal Segretariato Generale della Difesa e dalla Direzione Nazionale degli Armamenti, in collaborazione con la Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (AIAD), “per contribuire ad approfondire il dialogo tra le industrie della difesa italiane e pakistane”.

L’ambasciatrice Armellin e l’ammiraglio di Squadra Stefano Barbieri hanno poi incontrato il Primo ministro della provincia del Sindh, Syed Murad Ali Shahelo, Stato maggiore della Marina pakistana.

Bilaterale Italia-Pakistan

Il 15 ottobre, Marilina Armellin e l’ammiraglio Barbieri hanno visitato il cantiere navale e di ingegneria di Karachi, incontrando l’amministratore delegato, contrammiraglio Salman Ilyas.

All’incontro erano presenti anche i rappresentanti dell’industria italiana della difesa Leonardo, Elettronica, MBDA e Fincantieri. “Nell’occasione sono state discusse questioni di interesse reciproco e prospettive di cooperazione futura con il cantiere”, ricorda l’Ambasciata italiana a Karachi.

Nella capitale pakistana si era tenuto a metà maggio 2024 il 15° Comitato bilaterale militare Italia-Pakistan alla presenza del segretario della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, generale Luciano Portolano, del segretario per la produzione del ministero pakistano della Difesa, generale Muhammad Chiragh Haider, e degli immancabili rappresentanti delle industrie belliche italiane Elettronica, Fincantieri, Leonardo e MBDA Italia.

“L’attività è risultata ancora più proficua grazie agli incontri che il generale Portolano ha intrattenuto, in particolare, con il Capo di Stato maggiore della difesa, il generale Sahir Shanshad Mirza, il Capo dell’Esercito, generale Syed Asim Munir e il capo della Marina, ammiraglio Naveed Ashraf”, spiegava lo Stato maggiore delle forze armate italiane.

Rafforzare cooperazione militare

“Il comitato intende rafforzare i legami tra i due paesi in tema di difesa attraverso una crescente cooperazione e condivisione delle tecnologie in sinergia con le principali industrie italiane della difesa, nel settore navale, aeronautico, dell’Electronic Warfare, della difesa aerea e nel supporto logistico degli equipaggiamenti acquisiti o in corso di acquisizione”.

A conclusione della missione nel Paese asiatico, il generale Portolano ha inteso rimarcare l’importanza che il Pakistan riveste per la stabilità regionale.

“L’area dal punto di vista geopolitico è caratterizzata da un aumento della recrudescenza del terrorismo internazionale”, ha dichiarato. “Da qui, la necessità condivisa da entrambi le parti di promuovere, in maniera sinergica, le azioni necessarie volte a contribuire al miglioramento delle condizioni di sicurezza, stabilità e sviluppo nella regione”.

Prima di lasciare Karachi, la delegazione italiana ha visitato a Rawalpindi il National Aerospace Science & Technology Park (NASTP), il parco tecnologico dell’Aeronautica Militare del Pakistan realizzato grazie al lavoro congiunto tra industria, mondo accademico e governo.

La missione del NASTP è di promuovere la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo nel settore dell’aviazione, dello spazio, dell’IT e della cyberdefence, “al fine di creare un innovativo ecosistema tecnologico di riferimento aperto alle collaborazioni internazionali”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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L’Italia va alla guerra: la Fincantieri addestrerà forze navali del Qatar

 

Elezioni in Mozambico: almeno 10 bambini uccisi dalla polizia e Mondlane proclama altri 3 giorni di sciopero

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
30 novembre 2024

Antonio Juaqim aveva 16 anni. È morto a Maputo, capitale del Mozambico, ammazzato da un proiettile sparato dalla polizia. Il proiettile “lo ha colpito alla bocca e gli ha attraversato la nuca”, ha raccontato alla  BBC suo zio, Manuel Samuel.

Mondlane - funerale di Antonio, 16 anni
Maputo, funerale di Antonio, 16 anni

Antonio è stato colpito mentre partecipava a una dimostrazione pacifica la “Manifestaçao do Panelaço” (Manifestazione delle padelle). È una delle manifestazioni di protesta indetta Venanzio Mondlane, candidato alla presidenza per il Partito ottimista per lo sviluppo del Mozambico (PODEMOS).

L’adolescente è l’ultimo dei 10 bambini uccisi durante le manifestazioni contro i brogli elettorali del FRELIMO, partito al potere da 49 anni in Mozambico. Ma soprattutto una manifestazione di lutto per i morti ammazzati dalla polizia.

“Ingiustificabile l’uccisione di bambini”

Il capo della polizia (PRM), Bernardino Rafael, intervistato dalla BBC, accusa i manifestanti di usare i bambini come scudi alle manifestazioni e li bolla come terroristi.

Di diverso avviso è Zanaida Machado dell’ONG per i diritti umani Human Right Watch (HRW). “Non capisco come sia possibile uccidere i bambini – afferma la ricercatrice -. Non è giustificabile. Se i bambini partecipano ad una protesta è un motivo perché le Forze di sicurezza prendano maggiori precauzioni”.

Mondlane - Bernardino Rafael
Bernardino Rafael, capo della polizia mozambicana (Courtesy BBC)

Dal 19 ottobre ad oggi nel Paese dell’Africa meridionale secondo il Centro de Integridade Publica (CIP) si contano 85 morti ammazzati durante le dimostrazioni anti-regime. Le iniziative di protesta, proposte dal candidato alla presidenza Mondlane, hanno l’appoggio della gente che ha aderito in massa. È successo dopo l’assassinio di due esponenti di PODEMOS, Elvino Dias e Paulo Guambe il 19 ottobre scorso.

Il governo mozambicano ha dimostrato di non riuscire a gestire la crisi nemmeno con le sproporzionate reazioni della polizia. Una crisi arrivata sui media internazionali che ha mostrato al mondo l’inganno elettorale, la violenza del potere e la corruzione.

L’invito di Nyusi ai candididati

Se qualche settimana fa si parlava di dialogo tra FRELIMO e PODEMOS, la settimana scorsa è arrivata la conferma. L’attuale presidente della Repubblica, Filipe Nyusi, ha invitato ufficialmente al dialogo i quattro candidati alla presidenza.

Daniel Chapo, Fronte di liberazione del Mozambico (FRELIMO), Ossufo Momade, Resistenza nazionale mozambicana (RENAMO), Venanzio Mondlane, (PODEMOS) e Lutero Simango, Movimento democratico del Mozambico (MDM) parteciperanno all’incontro?

Attenzione! Questo video ha immagini che potrebbero urtare la vostra sensibilità.

Questo materiale video è arrivato a Africa ExPress da Maputo e Nampula, Mozambico. Nella prima parte un blindato della polizia investe di proposito dei manifestanti e ne uccide uno.

Nella seconda parte chi ha girato il filmato dice: “Qui è Nampula, hanno ammazzato due persone e se ne sono andati”.

Mondlane detta le condizioni

Mentre le manifestazioni di protesta continuano e purtroppo aumentano anche i morti, il candidato di PODEMOS, ha risposto all’invito di Nyusi del 19 novembre. Ma ha messo delle condizioni.

Il documento del candidato presidente

In un documento di sette pagine Venancio Mondlane ha risposto alla proposta del presidente Nyusi. Accetta di partecipare ma solo in collegamento video. Propone la presenza di otto Istituzioni statali tra cui il Parlamento e la Corte costituzionale ma anche con osservatori ONU e dell’Unione africana.

Suggerisce la partecipazione di altre 15 figure di rilievo che fanno parte della Società civile e di alcuni giuristi e un arcivescovo. Propone che, con briefing giornalieri, le discussioni dovranno essere riportate alla stampa sebbene alcune di queste potrebbero essere a porte chiuse.

E chiede l’annullamento immediato di tutti i procedimenti legali contro di lui, compresi gli ordini di arresto e di blocco dei suoi conti bancari. Vuole anche che i manifestanti arrestati vengano liberati.

Ed elenca 20 punti, primo dei quali la verità e la giustizia elettorale. Tra gli altri chiede le scuse pubbliche; il risarcimento delle vittime uccise dalla polizia durante le manifestazioni con non meno di 500.000 meticais (circa 7.500 euro).

E ancora, la riforma costituzionale e dello Stato; riforma finanziaria, economica e fiscale; 500 mln di USD per iniziative per i giovani e l’imprenditoria femminile. Poi, impegno di eliminare i rapimenti di persona entro sei mesi ed eliminare l’insurrezione jihadista a Cabo Delgado entro un anno. E altro che probabilmente avrà fatto strabuzzare gli occhi del presidente in carica.

Mondlane Manifestazione delle padelle
Mozambico, bambine partecipano alla Manifestazione delle padelle

No al dialogo senza Mondlane”

Intanto, mentre scriviamo, Filipe Nyusi ha convocato Chapo, Momade e Simango. A porte chiuse. Momade e Simango hanno concordato di non portare avanti il dialogo per discutere la crisi politica post-elettorale senza la presenza di Venâncio Mondlane.

Mondlane, non avendo avuto risposta dal capo dello Stato, ha indetto un’altre protesta di 3 giorni. Oltre a continuare con la Manifestazione delle padelle fermeranno le auto in mezzo alla strada e andranno a lavorare a piedi:
“A luta continùa”.

(Ultimo aggiornamento 1° dicembre 2024 alle 10:25)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Elezioni in Mozambico: i quattro candidati alla presidenza della Repubblica e il gas di Cabo Delgado

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Gaza: Gallant e Netanyahu sono ricercati in 124 Paesi ma la Francia tentenna

 

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
27 Novembre 2024

L’ex ministro della Difesa Yoan Gallant e il premier israeliano Benjamin Netanyahu sono ricercati in 125 Paesi: è l’effetto della condanna per crimini di guerra e contro l’umanità emessa dalla Camera preliminare I della Corte Penale Internazionale.

Il mandato di arresto internazionale è esteso anche contro alcuni membri di Hamas come al Masri, oggi leader del partito che sta governando la Striscia.

I Paesi che aderiscono al Trattato di Roma

Di fatto i giudici internazionali, analizzando materiale messo in rete e dichiarazioni pubbliche sul conflitto a Gaza hanno concluso che i due hanno ucciso deliberatamente innocenti a Gaza, violando le norme internazionali sulla guerra.

Il collegio ha scritto che entrambi i politici israeliani “abbiano intenzionalmente e consapevolmente privato la popolazione civile di Gaza di beni indispensabili alla loro sopravvivenza. Tra questi cibo, acqua, medicine e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità”. Si parla di elettricità perché a Gaza non ci sono centrali elettriche o altre forme di energia autocotone e quindi tutta la corrente arriva da Israele.

Sentenza valida ovunque

I due leader sono quindi dei ricercati, potenzialmente potrebbero essere arrestati nei 124 Paesi che hanno firmato il Trattato di Roma. Il fatto che Israele non abbia firmato, non invalida la sentenza emessa dalla Corte con sede all’Aja.

Quanto al fatto che davvero i Paesi europei siano pronti ad arrestare i due in caso varchino il loro confine, è tutto da vedere.

Comunicato sibillino

A qualche giorno dalla sentenza, il ministero degli Esteri francese ha pubblicato un comunicato sibillino. Sostiene che “la Francia rispetterà gli obblighi internazionali, visto che lo Statuto di Roma chiede una piena cooperazione con CPI.

Doveri internazionali

Prevede infatti che uno Stato non possa essere tenuto ad agire in maniera incompatibile con i suoi doveri dettati dal diritto internazionale per quanto concerne le immunità di Stati che non fanno parte della CPI”.

In sostanza il ministro ritiene che ci sia una certa immunità per i vertici di Israele. Nelle prossime ore ci saranno forse altri governi che si sfileranno dalla condanna.

Vendita di armi

E’ tutto da capire quindi anche dove va a finire il divieto di vendita di armi, su cui insiste un articolo della tv qatariota Al Jazeeera, (https://www.aljazeera.com/news/2024/11/22/arms-to-israel-will-countries-halt-sales-in-wake-of-icc-arrest-warrants) nessun Paese, cioè, potrà vendere armi a Israele per non collaborare con i due ricercati.

La vendita di armi a Israele è diventata la foglia di fico dall’inizio della guerra di Gaza. Molti fanno arrivare armi, il Canada, ad esempio, via Stati Uniti, quasi nessuno lo ammette pubblicamente. E’ il succo dell’inchiesta di SIPRI (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma).
https://www.sipri.org/commentary/topical-backgrounder/2024/how-to-arms-exporters-have-responded-war-gaza

Regali da USA

Il 69 per cento delle armi arrivate in Israle tra il 2019 e il 2023 sono state vendute o regalate dagli Usa. Il 30 per cento arriva dalla Germania. La Gran Bretagna ha venduto dei componenti per gli F-35, ma i suoi ministri assicurano che dal 4 dicembre 2023 non hanno venduto armi letali o altri equipaggiamenti militari.

Così la Francia dice che nel 2023 non ha inviato alcuna arma ma l’inchiesta di una Ong, Dislose, ha scoperto che sono stati inviati droni utilizzati per massacrare civili e presunti appartenenti ad Hamas a Gaza o per colpire ospedali. (https://disclose.ngo/en/article/france-equips-israeli-armed-drones-as-the-war-rages-in-gaza)

Italia fornitrice

L’Italia, sempre secondo SIPRI, ha fornito armi e altro per lo 0,9 per cento, anche se il governo Meloni ha detto e ribadito di non aver dato alcuna fornitura dall’inizio della guerra a Gaza. Un’inchiesta di Altreconomia ha rivelato che l’Italia ha inviato 2,1 milioni di euro in armi negli ultimi tre mesi del 2023.
https://altreconomia.it/export-di-armi-da-guerra-italiane-a-israele-dopo-il-7-ottobre-la-conferma-delle-dogane/

Anche la Spagna avrebbe sospeso ogni aiuto militare, ma secondo Euronews avrebbe inviato quasi 1 milioni di euro poco prima del 7 ottobre.
https://www.euronews.com/my-europe/2024/10/09/are-european-countries-still-supplying-arms-to-israel

Per altro i trattati internazionali prevedono la protezione della popolazione civile in tempo di guerra. E così l’inviolabilità degli ospedali e delle scuole.

Al Jazeera

Richard Sanders, produttore televisivo e giornalista, per Al Jazeera ha realizzato un documentario sul 7 ottobre 2023 https://youtu.be/u4vqO-Y70Mk e ha poi collaborato con l’Unità I dell’emittente qatariota sui video circolanti in rete.

Sono stati postati da israeliani durante la guerra di Gaza per osservare una forte radicalizzazione anti-araba e anti-palestinesi.

Inizialmente il gruppo d’inchiesta pensava di dover ricorrere alla geolocalizzazione e risalire con complesse ricerche a luoghi e tempi.

Postate bravate

Scorrendo poi oltre 2.500 account sui social, ha scoperto con un certo stupore che gli autori di crimini di guerra hanno postato sulle proprie bacheche apertamente le loro “bravate”.

Immagini pubblicate sui social dai soldati israeliani

https://www.aljazeera.com/news/2024/10/3/what-did-al-jazeeras-investigation-into-israeli-war-crimes-in-gaza-reveal

Quindi il team ha concluso che visto che appaiono addirittura nomi, cognomi, gradi, nome del battaglione in azione, è evidente che i militari si sentono sicuri dell’impunità.

Dunque ritengono di sentirsi liberi di riprendersi mentre ballano su macerie e luoghi bombardati o in case private o mentre distruggono abitazioni civili.

Video senza Hamas

E che in quasi tutto il materiale postato dalle truppe non c’è traccia di militanti di Hamas ammazzati, mentre si vedono civili inermi colpiti e uccisi.

https://youtu.be/u4vqO-Y70Mk

La Convenzione di Roma vieta la distruzione delle proprietà private in tempo di guerra. Per non parlare delle torture e della cancellazione degli ospedali.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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