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Nigeria: continuano i massacri di Boko Haram, il leader Shekau lascia il comando

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 marzo 2016

Abubakar Shekau, il leader dei Boko Haram, è apparso il 24 marzo in un video, la cui autenticità è ancora da verificare. L’ultimo videomessaggio risaliva a un anno fa, quando aveva comunicato l’alleanza e la fedeltà dei Boko Haram con l’ISIS. Poco dopo ha modificato il nome del suo gruppo in “Islamic State West Africa Province” (ISWAP).

Il video di questi giorni, che è stato postato sui social network e su youtube, è di pessima qualità. Si vede Shekau con un fucile in una mano e accanto la bandiera associata all’ISIS. Parla lentamente e si esprime in arabo e housa; sembra indebolito rispetto ai video precedenti.

Un manifesto con la taglia offerta per la cattura di Shekau
Un manifesto con la taglia offerta per la cattura di Shekau

Secondo l’agenzia AFP il leader dei Boko Haram si è espresso così: “Questo è un saluto per voi che gioite nel vedere la mia faccia. Questo è il mio desiderio: chiunque vede questo, non sente nulla, tranne i saluti tra voi e me. Solo Allah sa il resto, come avete creduto e obbedito. Per me è arrivata la fine”. Sembrerebbe dunque che la sua leadership nel gruppo stia per concludersi.

Shekau è a capo dei Boko Haram dal 2009. Ha preso il commando del gruppo terroristico dopo la morte del suo fondatore, Mohammed Yusuf. Durante la sua leadership sono state uccise decine di migliaia di persone e oltre due milioni sono fuggite dalle loro case. In questi sei anni non solo i sanguinari combattenti di Allah hanno seminato terrore nel nord-est della Nigeria, ma anche nel Camerun, Ciad e Niger, Paesi confinanti con il colosso dell’Africa.

Secondo Yan St-Pierre, capo esecutivo della Modern Security Consulting Group (MOSECON) con base a Berlino, il video sembrerebbe autentico. “Vuole far sapere ai suoi seguaci di essere ancora vivo e li prepara all’era post-Shekau”, ha precisato St-Pierre. Nei giorni scorsi, appena il filmato è apparso su youtube, si era diffusa la voce che il brutale leader islamico esortasse i militanti di Boko Haram a arrendersi. Secondo St-Pierre non è vero: “Anzi – sottolinea il ricercatore – è un incitamento, dopo le perdite subite negli ultimi mesi”.

Le forze nigeriane esamineranno attentamente l’autenticità del video e in un comunicato hanno fatto sapere che continueranno la loro campagna contro i Boko Haram e che ogni terrorista se vuole può arrendersi.

Nel dicembre dello scorso anno Muhammadu Buhari, il presidente dell’ex-colonia britannica aveva annunciato che i feroci e spietati terroristi erano stati tecnicamente sconfitti dopo la riconquista dei territori da loro controllati, da parte delle forze armate nigeriane. Malgrado ciò nel 2016 il gruppo ha ucciso oltre duecento persone in diversi attacchi. L’ultimo risale a una settimana fa; due ragazze kamikaze hanno fatto almeno ventidue vittime in una moschea a Maiduguri, capitale del Borno State, dove è stato fondato il movimento ribelle.

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Solo mercoledì le forze nigeriane hanno liberato centottanta ostaggi e ucciso cinque terroristi a Giltimari e Baale nel Borno State, nel nord-est del Paese. Inoltre sono stati sequestrati armi ed esplosivi.

Durante un’altra operazione, martedì, sono stati liberati altri sessantasette ostaggi ed è stato ammazzato un pericoloso terrorista.

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo i militari nigeriani hanno arrestato due comandanti del gruppo, Ali Audu, alias Dungu, e Abdulmumini Abdullahi, mentre martedì sono stati uccisi cinquantotto miliziani. Ma Buhari ha esortato i suoi soldati di non cantare vittoria troppo presto, anche se i jihadisti nigeriani non hanno più il controllo di alcun territorio nel Paese.

Il Camerun, invece, ha annunciato in questi giorni l’uso di droni per il controllo del confine con la Nigeria e per scovare nascondigli e basi dei Boko Haram.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nairobi, da un anno misure eccezionali all’aeroporto: perché non negli scali europei?

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 23 marzo 2016

Una delle regole principali che deve seguire chi non vuole restare vittima di un attentato è quella di evitare i luoghi affollati, specie se non ci sono controlli di sicurezza. I terroristi, invece colpiscono i luoghi frequentati o superfrequentati per fare il massimo di danni e, purtroppo, di vittime.

DOPO L’ATTACCO AL  WESTGATE

L’hanno capito anche a Nairobi e così dopo il cruento attacco al centro commerciale Westgate, nel settembre 2013, (fece ufficialmente 68 morti, ma probabilmente molti di più) i controlli di sicurezza nei luoghi dove ci sono assembramenti sono decisamente aumentati.

Prima di entrare nello spazio dell'aeroporto, più o meno a un chilometro di distanza, è stato allestito un piazzare dove i veicoli vengono passati al setaccio
Prima di entrare nello spazio dell’aeroporto, più o meno a un chilometro di distanza, è stato allestito un piazzare dove i veicoli vengono passati al setaccio (foto Nicole Pagani)

Tra gli obbiettivi sensibili ci sono ovviamente gli aeroporti. Da poco meno di un anno, era l’aprile 2015, al Jomo Kenyatta International Airport della capitale keniota sono state attivate imponenti misure di sicurezza per impedire che i passeggeri possano entrare nello scalo con il loro micidiale carico di armi e di esplosivi. La domanda che viene naturale è: ”Come mai queste misure non sono state adottate in Europa?”

A un chilometro circa sullo stradone che conduce allo scalo di Nairobi è stato allestito un grande piazzale dove sono state costruite sotto un’enorme pensilina 16 corsie canalizzate, attraverso cui devono transitare tutti i veicoli diretti all’aeroporto. I passeggeri sono obbligati a scendere e a passare un controllo di sicurezza che li sottopone a un primo screening.

Auto entrano sulla pedana dove verranno passate al setaccio da apparati elettronici
Auto entrano sulla pedana dove verranno passate al setaccio da apparati elettronici

ESAME RADIOGRAFICO ALLE AUTO

I mezzi invece devono fermarsi su una pedana, dove vengono sottoposti a un checkup radiografico. Il fondo nell’auto, l’abitacolo, il vano motore e il bagagliaio sono ispezionati elettronicamente con telecamere e altre apparecchiature altamente sofisticate in grado di individuare armi ed esplosivi.

Auto escono dopo lo screening
Auto escono dopo lo screening

Passato questo controllo si può accedere all’aeroporto e ai suoi quattro terminal. Il primo, costruito da poco, è riservato alla compagnia di bandiera, Kenya Airways e al suo partner principale (e proprietario di una quota significativa) la KLM; il secondo e il terzo agli altri voli internazionali e il quarto alle compagnie di voli nazionali. I terminal sono tutti circondati da parcheggi dove si può lasciare la propria auto.

Alcuni monitor nella stanza di controllo
Alcuni monitor nella stanza di controllo

Prima di entrare nei terminal i passeggeri devono mostrare passaporto e biglietto. A quel punto i bagagli sono sottoposti a un altro controllo radiografico. Gli agenti li fanno passare dentro gli apparecchi elettronici. Finalmente si può entrare nel padiglione dove ci sono i banchi dell’accettazione passeggeri.

DOCUMENTO RISERVATO PUBBLICATO IN ESCUSIVA

Una volta completata la procedura di accettazione, si passa il controllo di polizia dove vengono rilevate le impronte digitali, scattata una fotografia del passeggero e controllato via scanner il suo passaporto. A questo punto le scale mobili portano al piano piano superiore, nello spazio d’attesa. Al momento di entrare nel gate vero e proprio, si ha un ultimo controllo personale e dei bagagli a mano. Bagagli e passeggeri passano di nuovo sotto uno scanner. Solo allora si può entrare, al momento della chiamata, nei finger che portano all’aereo o alle scale che conducono alla pista e quindi al velivolo con cui si partirà.

Il 10 marzo scorso su Africa ExPress abbiamo pubblicato in esclusiva un documento riservato, inviato dal capo della polizia del Kenya, Eric Kiraithe, a tutti i direttori degli aeroporti dell’ex colonia britannica. http://www.africa-express.info/2016/03/10/massima-allerta-negli-aeroporti-del-kenya-si-teme-un-attentato-suicida-degli-shebab/

Worning a JKIA

L’UE ATTACCATA A BAMAKO IL GIORNO PRIMA DI BRUXELES

Kiraithe li metteva in guardia su un possibile attentato organizzato dagli shebab, che si stavano addestrando per questo. Immediatamente sono scattate ingenti misure di sicurezza, anche se i terroristi non si sono fatti vedere. Il Kenya è in prima linea e sotto attacco dei fondamentalisti somali legati ad Al Qaeda, dopo che le sue truppe il 16 ottobre 2011 sono penetrate in Somalia in una campagna militare contro gli insorti islamici. L’operazione, chiamata l’Linda Nchi (“Proteggere la patria”, in swahili), è ancora in corso e gli shebab hanno più volte proclamato, per questo motivo, di essere in guerra contro il Kenya.

Militare del contingente europeo addestra soldati maliani
Militare del contingente europeo addestra soldati maliani

Il Paese è quindi nel mirino, esattamente come in questo momento sembra essere l’Europa. Non sarebbe certo sorprendente se si venisse a scoprire che l’attacco al quartier generale del contingente dell’Unione a Bamako il 21 marzo (http://www.africa-express.info/2016/03/21/12790/ ) (cioè il giorno prima degli attacchi a Bruxelles) si dovesse inquadrare in una campagna terroristica coordinata contro il vecchio continente. Chissà se le varie intelligence occidentali ci hanno pensato.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Israele cancella il piano di rimpatrio degli ultimi falascià ancora in Etiopia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 marzo 2016

Il governo israeliano fa marcia indietro e annuncia: per il momento niente ricongiungimenti familiari in Israele per gli ultimi falascià che si trovano da anni nei campi di transito ad Addis Ababa e Gondar; abbiamo problemi di bilancio.

Solo pochi mesi fa, il primo ministro dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu, aveva fatto sapere in un comunicato che gli ultimi novemila falascià, etiopi di religione ebraica, avrebbero potuto immigrare in Israele nei prossimi cinque anni. Il 7 marzo, invece, l’ufficio di Netanyahu ha comunicato ai parlamentari che per vincoli di bilancio l’attuazione di tale piano avrebbe dovuto attendere, anche se il governo considera il ritorno dei falascià un fatto importante dal punto di vista sociale e umano.

Falaschi d'Etiopia
Falaschi d’Etiopia in Israele

I centotrentacinquemila etiopi-israeliani che attualmente vivono nello Stato ebraico non hanno gradito la cancellazione del piano di ricongiungimento familiare con i loro cari e in centinaia hanno protestato a Gerusalemme contro la manovra del governo, definendola un atto di razzismo.

Uno dei manifestanti si è espresso in questi termini: “Il governo incoraggia l’immigrazione di ebrei provenienti da Paesi come la Francia, Stati Uniti e Russia, ma quando si tratta degli ebrei dell’Etiopia, si rifiutano. E’ davvero spiacevole”.

Avraham Neguise, un immigrato etiope, parlamentare e membro del LIKUD, è stato uno degli organizzatori della manifestazione di domenica scorsa. Neguise e David Amsalem, parlamentare anche lui, hanno boicottato tutte le votazioni in parlamento dal 7 marzo e continueranno con questo atteggiamento, finché il governo non applicherà le decisioni prese lo scorso novembre.

Eppure solo l’altro giorno Netanyahu, per sua stessa ammissione, ha fatto portare via aerea in gran segreto un gruppo di diciassette ebrei yemeniti. L’operazione ha coinvolto oltre all’ufficio del primo ministro, la “Jewish Agency for Israel“, il Dipartimento di Stato e altre agenzie. Israele non ha relazioni diplomatiche con gli Stati del Golfo e trasferire i correligionari yemeniti in Israele avrebbe rappresentato un problema logistico non indifferente.

Se l’operazione fosse stata resa pubblica, gli ebrei yemeniti avrebbero potuto essere perseguitati, inoltre, secondo Netanyahu, alcuni Paesi arabi hanno rapporti non ufficiali con Israele e non avrebbero gradito un’ufficializzazione di tali relazioni.

La storia della popolazione ebrea-yemenita è molto antica, si parla di oltre 2300 anni. La maggior parte di loro viveva a Sana’a, l’antica capitale dello Yemen. Per secoli hanno vissuto in pace con i musulmani, conducendo una vita dignitosa.

Manifestazione di falasciè in Israele
Manifestazione di falascià in Israele

Molti ebrei yemeniti sono fuggiti in Israele dopo la creazione dello Stato ebraico nel 1948. Con l’Operazione “Tappeto volante”, una volta ricevuto l’autorizzazione dall’Imam, oltre cinquantamila ebrei-yemeniti sono stati portati con voli speciali da Aden in Israele.

Secondo la Jewish Agency for Israel negli ultimi anni quasi in duecento hanno lasciato lo Yemen in gran segreto. Gli ultimi diciassette, giunti nel Paese pochi giorni fa, provenivano da Raydah, altri da Sana’a.

Tra loro anche il rabbino di Raydah, che ha portato con sé un rotolo della Torah che risalirebbe a cinque- seicento anni fa.

Ma non tutti gli ebrei yemeniti sono pronti a lasciare il Paese. Sempre secondo la Jewish Agency for Israel, molti hanno optato di restare nello Yemen.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

I progetti dell’International Fund for Cultural Diversity nei Paesi in via di sviluppo

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Panunzio
Milano, 23 marzo 2016

Lo scorso 16 febbraio 2016 l’International Fund for Cultural Diversity (IFCD) ha lanciato il suo settimo bando per la richiesta di finanziamenti destinati all’implementazione di progetti per la promozione della diversità culturale.

Dal 2010, IFCD ha già messo a disposizione finanziamenti per il valore di circa 5,8 milioni di dollari per 84 progetti in 49 paesi in via di sviluppo, in una grande varietà di settori, dallo sviluppo e attuazione delle politiche culturali, al potenziamento delle capacità degli imprenditori culturali, alla mappatura delle industrie culturali, alla creazione di nuovi modelli di business per il settore della cultura in senso lato.

mani bianche e nere

IFCD è un fondo multi-donor facente capo a UNESCO, istituito ai sensi dell’articolo 18 della Convenzione del 2005 per la tutela e la promozione della diversità delle espressioni culturali. Il suo scopo è quello di promuovere lo sviluppo sostenibile e la riduzione della povertà nei paesi in via di sviluppo che sono tra le 127 parti contraenti della Convenzione del 2005.

IFDC offre sostegno a progetti che mirano a favorire lo sviluppo di un’industria culturale dinamica, principalmente attraverso attività che facilitino l’introduzione e l’implementazione di politiche e strategie per la tutela della diversità di espressione in questo ambito, ma che favoriscano anche il potenziamento delle infrastrutture istituzionali a sostegno di innovative realtà dedicate alla promozione culturale.

All’insegna del motto “Investing in creativity, transforming societies”, l’IFCD, interviene in particolare a supporto di progetti finalizzati alla promozione della cooperazione Sud-Sud e Nord-Sud-Sud, contribuendo al raggiungimento di risultati concreti e sostenibili e portando positivi impatti strutturali in campo culturale, oltre che sociale ed economico.

Numerosi sono stati fino ad oggi i progetti finanziati in paesi africani, dal Benin alla Tanzania, dal Togo al Congo, dallo Zimbabwe al Senegal, nel settore della formazione artistica, della creatività, delle arti visive, del teatro, delle nuove tecnologie digitali.

Nel video qui sotto, l’hub creativo di “Ker Thiossane” finanziato da IFCD a Dakar, Senegal, tra il 2011 e il 2012, è una cosiddetta “Casa Multimediale” incentrata sulla realizzazione di progetti artistico-culturali a cavallo tra tradizione e modernità e sulla generazione di espressioni creative nate dall’incontro di discipline artistiche tradizionali come danza, teatro, musica, con le infinite possibilità offerte dalle nuove tecnologie, dalla multimedialità e dall’informatica.

L’idea sottostante a questo ed altri progetti sostenuti da IFCD è quella di supportare lo sviluppo dei giovani artisti assegnando alle loro competenze e al loro talento un valore competitivo sul mercato del lavoro, con l’obiettivo ultimo di garantire alla cultura e alle attività creative una dimensione economica sostenibile.

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Enti pubblici, istituzioni e le Organizzazioni Non Governative di paesi in via di sviluppo firmatari della Convenzione del 2005, così come le ONG internazionali, possono presentare domanda di finanziamento entro la mezzanotte (CET) del 15 aprile 2016, tramite la piattaforma online dell’IFCD.

Informazioni dettagliate sulle modalità di partecipazione al settimo bando di IFCD sono disponibili all’indirizzo: http://en.unesco.org/creativity/international-fund-cultural-diversity-ifcd-7th-call-funding-requests

Alessandra Panunzio
apanunzio@hotmail.com

Bamako: quattro terroristi attaccano la base dell’Unione Europea

Africa ExPress
21 marzo 2016

Quattro uomini armati hanno fatto irruzione in un albergo, il Nord-Sud, della catena di Hotel Azalai, ora utilizzato come base militare dall’Unione Europea per addestrare i soldati maliani a Bamako.

attacco hotel

Verso le 18.40 locali (le 19.40 in Italia), in uno dei quartieri più esclusivi della capitale si sono sentiti spari per alcuni minuti.  Il consolato francese ha immediatamente consigliato ai propri cittadini di restare in casa, temendo che  si trattasse di un attacco terroristico, come è già avvenuto all’Hotel Radisson il 20 novembre dello scorso anno.

Uno dei quattro uomini è stato neutralizzato, gli altri tre sono ora ricercati.

attacco 2

Un portavoce del Ministero della Difesa della ex-colonia francese ha fatto sapere che uomini delle forze armate maliane sarebbero ora sul luogo dell’attacco.

Dal canto suo la missione militare europea ha confermato che tra gli ospiti della base non c’è alcuna vittima.

nord sud azalai

Un testimone oculare che ha voluto mantenere l’anonimato ha descritto i fatti così: “Gli attaccanti hanno tentato di forzare il portone d’entrata, ma le guardie hanno immediatamente aperto il fuoco, uccidendo uno degli assalitori. Il fuoco incrociato si è protratto per qualche minuto”.

Ora il quartiere è completamente circondato dalle forze dell’ordine. Sul posto sono arrivati tre mezzi blindati del contingente  dell’ONU nel Paese (MINUSMA) e altri quattro dell’esercito maliano.

EUTM ali.logi 250Aggiornamento il 22 marzo 2016

Questa mattina con un  tweet l’ “European Mission Mali Training center” (EUTM-MALI HQ ) ha confermato l’attacco alla sua base.

Il Ministro per la sicurezza interna del Mali ha dichiarato in TV che due persone sospette sono state arrestate e che attualmente vengono interrogate dagli inquirenti. Ha precisato: “Stiamo esaminando una borsa che nelle mani dell’assalitore ucciso. Potrebbe contenere dell’esplosivo”.

Africa ExPress

Congo-K, Bemba colpevole di crimini contro l’umanità

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 marzo 2016

“Colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, di due crimini contro l’umanità (omicidio e stupro) e tre capi di imputazione per crimini di guerra (omicidio, stupro e saccheggio)”.

Jean-Pierre Bemba al processo del Tribunale Penale Internazionale
Jean-Pierre Bemba al processo del Tribunale Penale Internazionale

Con queste parole il Tribunale penale internazionale all’Aja, ha emesso il verdetto di colpevolezza a Jean-Pierre Bemba, già vicepresidente della Repubblica democratica del Congo (ex Zaire).

Il procuratore Fatou Bensouda
Il procuratore Fatou Bensouda

“I comandanti sono responsabili per le azioni criminose che fanno coloro che sono sotto il loro controllo – ha dichiarato il procuratore Fatou Bensouda – perché hanno l’obbligo di fare in modo che i loro soldati non commettano atrocità. Uomini, donne e bambini ancora oggi soffrono per le atrocità commesse sotto la responsabilità di Bemba. Oggi è un giorno importante per la giustizia penale internazionale”.

Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress, e Jean-Pierre Bemba a Gbadolite dove il capo ribelle aveva installato il suo quartier generale, nel 2001
Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress, e Jean-Pierre Bemba a Gbadolite dove il capo ribelle aveva installato il suo quartier generale, nel 2001

Il generale africano, 54 anni, è risultato responsabile in quanto aveva il controllo sulle forze che hanno commesso i crimini tra il 26 ottobre 2002 e il 15 marzo 2003 dalle truppe del Movimento di liberazione del Congo (MLC) contro la popolazione civile in Centrafrica.

Mappa della Repubblica Democratica del Congo
Mappa della Repubblica Democratica del Congo

La sentenza Tribunale penale internazionale si può considerare storica perché per la prima volta riconosce lo stupro un crimine di guerra.

“È un momento storico nella lotta per la giustizia e la responsabilità per le vittime di violenza sessuale nella Repubblica Centrafricana e in tutto il mondo – ha affermato Samira Daoud, vice direttore regionale di Amnesty Internazional per Africa occidentale e centraleNon solo è la prima volta che la Corte penale internazionale ha condannato qualcuno per lo stupro come crimine di guerra, ma è anche la prima condanna sulla base di responsabilità di comando.

L’arresto di Bemba è avvenuto in in Belgio nel 2008
. Il processo è iniziato il 14 luglio 2010 ed è il primo contro un militare africano di alto rango. Tra una settimana si conoscerà l’entità della condanna.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti foto:
– Jean-Pierre Bemba
Courtesy Tribunale Penale Internazionale

– ICC_Prosecutor-Fatou_Bensouda
Courtesy Tribunale Penale Internazionale

-Mappa della Repubblica Democratica del Congo
Di United States Central Intelligence Agency – CIA World Factbook https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/cg.html Image: https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/graphics/maps/large/cg-map.gif, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/

A Sigonella schierati droni britannici: pronti a colpire in Libia

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Antonio Mazzeo
Catania, 7 marzo 2016

Dopo le forze armate Usa, anche la Gran Bretagna ha già trasferito o sta per trasferire a Sigonella i droni killer per bombardare in Libia. La presenza di velivoli britannici super armati nella grande stazione aeronavale siciliana è stata paventata dal parlamentare David Anderson (Labour Party) e non smentita dalla Segretaria di Stato per le forze armate, Penelope “Penny” Mary Mordaunt.

SIGONELLA ENTRATA DELLA BASE

Il 29 febbraio, David Anderson ha presentato un’interrogazione urgente al governo per sapere se i “termini di riferimento del permesso concesso all’uso della stazione aera di Sigonella si estendessero sia alle operazioni di lancio e ricovero del sistema a pilotaggio remoto Reaper che alle missioni di combattimento”.

La Segretaria di Stato ha risposto alla Camera dei Comuni il 9 marzo. “Noi siamo presenti da lungo tempo nella Naval Air Station di Sigonella e abbiamo fatto uso frequente di essa; tuttavia non è prassi normale fare commenti sui dettagli degli accordi assunti con le nazioni ospitanti”, ha replicato “Penny” Mordaunt.

Il parlamentare del Labour Party aveva presentato un altro atto ispettivo il 19 febbraio, chiedendo se le forze aeree del Regno Unito “hanno ricevuto il permesso dalle autorità italiane o comunque richiesto l’autorizzazione a utilizzare la base di Sigonella”.

“Il nostro governo ha già il permesso di operare dalla stazione aeronavale di Sigonella – aveva risposto la Segretaria di Stato -. Noi facciamo frequente uso di essa; ad esempio, nel 2015, tre elicotteri Merlin sono stati dislocati in Sicilia per prendere parte all’operazione Weald, che assicurava interventi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Attualmente stiamo operando da NAS Sigonella nell’ambito di un’esercitazione di guerra anti-sottomarini denominata Dynamic Manta”.

A fine gennaio, sulla stampa londinese era trapelata la notizia che il gabinetto del premier David Cameron aveva assunto la decisione di utilizzare i droni armati a supporto delle operazioni militari britanniche in Libia. Il 7 febbraio, il leader laburista Jeremy Corbyn aveva espresso la propria contrarietà all’impiego dei velivoli da guerra senza pilota. Adesso la responsabile del dicastero alla Difesa conferma implicitamente le attività dei droni nello scacchiere libico e il loro possibile decollo dalla Sicilia.

I droni killer della Royal Air Force (RAF) sono gli MQ-9 Reaper della General Atomics Aeronautical Systems, aeromobili a pilotaggio remoto progettati per la sorveglianza e le operazioni d’attacco, in grado di volare per 28 ore consecutive a 7.500 metri di altitudine e ad una velocità massima di 482 chilometri all’ora. Dotati di sofisticati sensori elettrottici, scanner IR e radar ad apertura sintetica, i Reaper sono armati con due bombe a guida laser GBU-12 “Paveway” da 500 libbre o del tipo JDAM (Joint Direct Attack Munition) a guida GPS, con un raggio d’azione di 28 km dal punto di lancio, più otto missili aria-terra AGM-114 “Hellefire” (fuoco infernale) per annientare veicoli supercorazzati.

sigonella1

Sono ventidue i velivoli Reaper in dotazione a due reparti RAF di stanza nella base aerea di Waddington, nei pressi di Lincoln (Lincolnshire): il 39° Squadrone costituito nel 2005 e il 13° Squadrone attivato solo tre anni fa. I Reaper sono stati utilizzati in Afghanistan dal 2007 al 2014 per operazioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Dopo aver ottenuto l’autorizzazione del Congresso Usa ad armare cinque MQ-9, alla fine del 2014 le forze armate britanniche hanno iniziato ad impiegarli per gli strike, prima in Afganistan e poi in Iraq e Siria.

Il 21 agosto 2015, a Raqqa, la RAF ha utilizzato i Reaper per colpire una vettura e uccidere due giovani cittadini britannici, Reyaad Khan e Ruhul Amin, ritenuti di appartenere all’ISIS. Il duplice omicidio extra-giudiziario è stato giustificato da David Cameron in nome della “lotta globale al terrorismo”. L’uso dei droni in Siria è stato poi intensificato: lo scorso 5 dicembre, i britannici hanno bombardato il campo petrolifero di al-Omar, alle porte della città di Deir Ezzor, con i Reaper decollati da uno scalo top secret e alcuni caccia Tornado ed Eurofighter provenienti dalla base cipriota di Akrotiri.

Il sistema di comando e controllo dei velivoli senza pilota britannici è strettamente integrato con quello delle forze armate statunitensi. Il 39° Squadrone della RAF fu attivato ad esempio nella base aerea di Creech in Nevada, la principale stazione guida dei droni di US Air Force, mentre l’addestramento del personale del Regno Unito preposto al controllo a distanza dei droni è condotto grazie ad un accordo con Washington nella base aerea di Holloman, New Mexico.

Il centro operativo di Waddington è inoltre sotto il controllo della base RAF di Marham, nei pressi di Kings Lynn (città portuale della contea di Norfolk), dove è ospitato il sofisticato sistema d’analisi e intelligence “Crossbow”, a uso congiunto dei comandi e delle forze da combattimento britannici e statunitensi. “Crossbow” riceve e trasmette le informazioni da e verso l’US Distributed Common Ground System (DCGS), il sistema chiave per la raccolta, l’analisi e l’elaborazione delle informazioni raccolte dai velivoli spia U-2, dagli aerei senza pilota Global Hawk, Predator e Reaper, dagli aerei MC-12 (versione militare dei Super King Air 350 attualmente impiegati da Pantelleria e Catania Fontanarossa per azioni coperte in Tunisia e Libia) e da tutte le altre piattaforme d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) dell’US Air Force.

mappa Sigonella

Ad oggi sono cinque i siti militari mondiali DCGS preposti all’analisi integrata e al trasferimento dei dati d’intelligence: le basi aeree di Langley, Virginia; Beale, California; Hickam, Hawaii; Ramstein, Germania e Osan, Corea del Sud. In Europa c’è poi un nodo centrale del sistema DCGS, connesso via satellite agli Stati Uniti e alla base di Ramstein: la stazione aeronavale di Sigonella, base operativa dei Global Hawk e dei Reaper statunitensi e – dal prossimo anno – centro di comando e controllo del nuovo sistema AGS della NATO per la sorveglianza terrestre con i droni Global Hawk di ultima generazione.

Entro il 2018, a Sigonella sarà anche realizzata l’UAS SATCOM Relay Facility per coordinare insieme all’installazione “sorella” di Ramstein le operazioni di telecomunicazione satellitare con tutti i droni Usa operativi a livello planetario.

Sigonella è già stata utilizzata da altri alleati europei per missioni con aerei senza pilota. Il 18 agosto 2011, ad esempio, l’aeronautica militare francese schierò nella base siciliana alcuni droni Harfang, coprodotti da EADS e dall’industria israeliana IAI, per eseguire attività d’intelligence nella Libia post-Gheddafi.

Acquistati dalla Francia nel 2008, gli Harfang possono operare in volo ininterrottamente per 24 ore, a un’altitudine di 7.500 metri. Al tempo, a Sigonella furono distaccati anche venticinque tra operatori, controllori e tecnici dell’Aeronautica militare francese e cinque cacciabombardieri Dassault Rafale equipaggiati con complesse attrezzature di sorveglianza aerea.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

 

 

Aerei spia americani con pilota da Pantelleria e Catania volano sulla Libia

 

Oggi sei stati africani alle urne: esercizio di democrazia con brogli in agguato

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 marzo 2016

Oggi i cittadini di sei Stati africani sono chiamati a esprimere le proprie scelte attraverso il voto. Un esercizio di democrazia in tutto il continente ma, ovviamente, chi esercita il potere farà tutto il possibile per tenerselo stretto: compresi gli imbrogli e i brogli. Ecco chi andrà alle urne.

Il palazzo dell'Unione Africana ad Addis Abeba
Il palazzo dell’Unione Africana ad Addis Abeba

BENIN
Oggi in Benin si va al ballottaggio. Il primo turno delle presidenziali si è svolto lo scorso 6 marzo (http://www.africa-express.info/2016/03/08/primo-turno-delle-presidenziali-in-benin-trentatre-candidati/). L’attuale primo ministro, Lionel Zinsou, ha ottenuto il miglior risultato durante la prima tornata elettorale, aggiudicandosi il ventotto per cento dei voti, mentre Patrice Talon è risultato secondo con il venticinque per cento.

Il poster elettorale di Lionel Zinsou
Il poster elettorale di Lionel Zinsou

Il Benin è stato il primo Paese dell’area sub-sahariana ad aver adottato il sistema multipartitico nel 1990. Malgrado i problemi riscontrati nella distribuzione delle schede elettorali e i relativi ritardi dell’apertura di alcuni seggi elettorali, le elezioni del 6 marzo si sono svolte in un clima disteso e pacifico.

CONGO-BRAZAVILLE
Il presidente uscente, Denis Sassou Nguesso è dato come favorito in queste elezioni presidenziali, visto che lo scorso ottobre il novantadue per cento della popolazione, attraverso un referendum popolare si è espresso a favore di un cambiamento della Costituzione, autorizzando così Nguesso di correre per il terzo mandato consecutivo. Come generale era stato designato capo del Partito Congolese del Lavoro, PCT, e per diritto era diventato presidente della Repubblica, incarico che ha mantenuto fino al 1992. Quell’anno si svolgono le prime libere elezioni e Sassou Nguesso viene battuto. Diventa presidente Pascal Lissouba. Sassou scatena una sanguinosa guerra civile, alla fine della quale, aiutato dalle truppe angolane risulta vincitore. Si reinsedia così alla presidenza.

Oggi Nguesso se la dovrà vedere con altri otto candidati che hanno giurato, nel caso si dovesse arrivare ad un ballottaggio, di appoggiare lo sfidante, chiunque esso sia. Ma Nguesso canta già vittoria. E’ convinto di essere rieletto al primo turno.

Metà di 4,2 milioni di abitanti del Congo-Brazzaville vive al di sotto della soglia di povertà, eppure la ex-colonia francese è tra i primi otto produttori di petrolio e a livello mondiale occupa il trentaseiesimo posto con 259.000 barili di greggio nel 2014.

NIGER
Anche in Niger si va al ballottaggio domani. Il presidente uscente, Mahamadou Issoufou, durante il primo turno, che si è svolto il 21 febbraio, ha portato a casa il 48,43 per cento dei voti, mentre il suo maggiore avversario, Hama Amadou il 17,73.

Mahamadou Issoufou
Mahamadou Issoufou

Amadou si trova in carcere dallo scorso novembre per un controverso traffico di bambini.
(http://www.africa-express.info/2014/08/29/traffico-di-bambini-niger-fuga-il-presidente-del-parlamento/) e (http://www.africa-express.info/2015/02/23/traffico-di-neonati-niger-tutti-assolti/). In un primo momento era fuggito in Francia, poi il ripensamento. E’ tornato in patria, pur sapendo cha al suo arrivo in Niger sarebbe stato incarcerato. Lui ha sempre negato del suo coinvolgimento nello squallido traffico di neonati.

Issoufou è comunque il favorito. Ha dichiarato di aver migliorato la qualità della vita della popolazione, di aver realizzato delle infrastrutture. Ma sta di fatto che il Niger si trova all’ultimo posto del “Human Development index 2015” stilato dall’ONU.

SENEGAL
Il presidente del Senegal, Macky Sall, vorrebbe ridurre la durata del mandato presidenziale da sette a cinque anni. Dunque domani i senegalesi sono chiamati ad esprimersi su un referendum Costituzionale.

Macky Sall
Macky Sall

Sall con questo gesto vuole dare un esempio a molti presidenti africani, che ricorrono ai referendum costituzionali per poter restare al potere più a lungo possibile. http://www.africa-express.info/2016/01/20/il-presidente-senegalese-vuol-modificare-la-costituzione-per-accorciare-il-suo-mandato/

CAPO VERDE
Alle urne anche i cittadini dello Stato insulare di Capo Verde nell’Oceano Atlantico, situato a cinquecento chilometri dalla Costa senegalese. I capoverdiani sono chiamati alle urne per eleggere i settantadue parlamentari dell’Assemblea Nazionale.

L’arcipelago di Capo Verde ha ottenuto l’indipendenza solamente nel 1975; fino al 1980 è rimasto legato alla Guinea-Bissau. Entrambi sono restati per cinque secoli sotto il dominio portoghese. Dopo il colpo di Stato del 1980 in Guinea Bissau, i dirigenti di Capo Verde hanno abbandonato il Partito Africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC) e, nel 1981, fondato il Partito Africano per l’indipendenza della de Cabo Verde.

Le prime libere elezioni si sono svolte solamente nel 1991. Lo sviluppo turistico di Capo Verde è abbastanza recente e solo nel 2007 il Paese è stato escluso dalla lista dei Paesi meno sviluppati (LDC). Gli abitanti delle isole sono poco più di mezzo milione, ma bisogna aggiungere i settecentomila capoverdiani che sono emigrati all’estero.

Attualmente l’arcipelago è oggetto “travel warning” a causa dell’epidemia dello Zika virus, che ha causato danni economici non indifferenti, visto che le maggiori entrate provengono dal turismo.

Le elezioni presidenziali si svolgeranno più in là, ma questo primo test elettorale dimostrerà quale dei due partiti, l’African Party for the Independence of Cape Verde (PAICV) oppure il Movement for Democracy (MpD) raccoglierà il maggior numero di consensi.

ZANZIBAR
Si torna al voto anche a Zanzibar, l’isola della Tanzania con una status di semi autonomia. Lo scorso ottobre si sono svolte le elezioni in tutto il Paese, ma i risultati raggiunti a Zanzibar non sono mai stati comunicati, dalla commissione elettorale. Il voto era stato quindi annullato. (http://www.africa-express.info/2015/10/31/caos-elezioni-in-tanzania-annullate-a-zanzibar-lopposizione-denuncia-brogli/).

L’opposizione, il Civi United Front (CUF) aveva urlato allo scandalo e accusato il partito al potere da anni, il Chama Cha Mapinduzi (CCM) di brogli.

Il CUF ha chiesto alla popolazione dello Zanzibar di boicottare questa tornata elettorale sull’Isola. Anche gli osservatori internazionali avevano aspramente criticato l’annullamento del voto di ottobre. Se il CCM sarà nuovamente accusato di brogli, la situazione a Zanzibar rischia di diventare incandescente.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ritorna in Guinea la paura di ebola: tre nuovi morti

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 marzo 2016

Si riparte da dove ha avuto inizio l’ultima epidemia di ebola nel dicembre 2013: L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha confermato due nuovi casi di ebola in Guinea, Paese dichiarato “ebola free” il 29 dicembre 2015.

Il 16 marzo i medici hanno segnalato all’OMS tre morti sospette nelle ultime settimane nel villaggio di Koropara, nella Prefettura di Nzérékoré, nell’estremo sud-est del Paese, al confine con la Liberia, Sierra Leone e Costa d’Avorio.

Ebola-Guinea

I medici hanno precisato che altri membri appartenenti al nucleo familiare dei deceduti, mostrano i sintomi dell’ebola.

La reazione del Ministero della Sanità della ex-colonia francese, dell’OMS, UNICEF e US Centers for Disease Control  è stata immediata. Il giorno seguente alla segnalazione da parte dei medici del luogo, è stato inviato un team di specialisti nel villaggio di Koropara. Una mamma e il suo bimbo di cinque anni sono risultati positivi al test del micidiale virus. I due sono stati trasferiti immediatamente in un centro specializzato. Altri esperti in materia sono attesi nei prossimi giorni per cercare le origini della nuova infezione, per isolare e monitorare tutte le persone entrate in contatto con gli ammalati e le persone decedute.

TECNICI

Le nuove infezioni in Guinea sono state confermate proprio quando l’OMS ha dichiarato “ebola free” la confinante Sierra Leone.

Bisogna accogliere con prudenza la dichiarazione “ebola free”, visto che il virus può restare attivo nei sopravvissuti in alcuni fluidi corporei, come, per esempio nello sperma.

L’ondata di questa epidemia di ebola ha avuto inizio proprio in Guinea nel dicembre 2013 e si è propagata dopo poco tempo in Liberia e Sierra Leone; questi tre Paesi hanno registrato il novantanove percento dei morti per ebola. Il terribile virus killer ha ucciso oltre 11.300 persone.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Alta Corte Sudafrica contro governo: illegale e vergognoso non arrestare al-Bashir

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 marzo 2016

Illegale e vergognoso il comportamento del governo di Pretoria per non aver arrestato il presidente sudanese Omar al-Bashir. È quanto ha dichiarato l’Alta Corte del Sudafrica che ha rigettato l’appello del governo sudafricano.

Omar al-Bashir, presidente del Sudan
Omar al-Bashir, presidente del Sudan

Ha aggiunto che il governo sudafricano ha infranto le leggi del proprio Paese e quelle internazionali ignorando le decisioni di un giudice sudafricano di arrestare Bashir.

Jacob Zuma, presidente e capo del governo del Sudafrica
Jacob Zuma, presidente e capo del governo del Sudafrica

Il governo di Jacob Zuma, al potere dal 2009, non permise l’arresto di al-Bashir quando era in Sudafrica al vertice dell’Unione Africana nel giugno 2015. Il fatto aveva scatenato uno scontro istituzionale tra Ministero della Giustizia e il Tribunale di Pretoria.

Omar al-Bashir è accusato di aver procurato terribili sofferenze alla popolazione durante la guerra del Darfur che causò 300 mila morti. La Corte Penale Internazionale ha emesso due mandati di arresto contro di lui, nel 2009 e nel 2010. Contro il presidente sudanese ci sono sette capi di accusa per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

Durissima la reazione di Amnesty International: “Non ci può essere impunità per presunti criminali con queste pesanti accuse – ha commentato Netsanet Belay, direttore della ricerca per l’Africa – Non arrestare Omar al-Bashir durante la sua permanenza a Johannesburg è stato un tradimento verso le centinaia di migliaia di persone uccise e sfollate durante il conflitto in Darfur”.

la sede della Corte Penale Internazionale a l'Aia, in Olanda
La sede della Corte Penale Internazionale a l’Aia, in Olanda

“La sentenza dell’Alta Corte sudafricana è un piccolo passo verso la giustizia, per queste vittime e per le loro famiglie. Il Sud Africa – ha continuato Belay – deve ora assumersi la piena responsabilità per non aver rispettato né le proprie leggi né gli impegni verso la Corte Penale Internazionale e di avere offerto l’impunità a Bashir”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti foto:
Omar al-Bashir
Di Al Jazeera English – Bashir arrives, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org

– Jacob Zuma
Di Foreign and Commonwealth Office – File:Alexandra Park School (4404603820).jpg, OGL, https://commons.wikimedia.org

– Corte Penale Internazionale
Di Vincent van Zeijst – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org