Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelges
Quartu Sant’Elena, 16 marzo 2016
Alla fine dello scorso anno, l’Unione Europea aveva stanziato un finanziamento a lungo termine di 200 milioni di euro all’Eritrea. Ora i membri del Parlamento Europeo hanno presentato un’istanza alla Commissione Europea in cui si chiede che venga valutata bene la decisione presa allora: non si può finanziare uno Stato che non rispetta i diritti umani. L’intento di quell’aiuto era di ridurre la povertà e sostenere la popolazione, dando nuove opportunità di lavoro e migliorando le condizioni di vita. Lo aveva spiegato Neven Mimica, croato, commissario europeo per la cooperazione internazionale in un comunicato dell’11 dicembre 2015. Mimica aveva aggiunto: “L’Europa esige il rispetto dei diritti umani, condizione necessaria per il nostro dialogo politico in corso con l’Eritrea”.
Peccato non aver specificato che cosa intende l’UE per il rispetto dei “diritti umani”, perché in Eritrea questi sono totalmente sconosciuti. Servizio militare infinito, repressione contro gli oppositori che vengono sbattuti in galera. Di molti non si hanno più notizie da decenni. Sta di fatto che da questo Paese si scappa e si continua a scappare. Basti pensare che solo nel 2015 sono giunti sulle nostre coste 38.615 eritrei (dati del Viminale).
Alcuni rappresentanti della comunità eritrea, segnatamente nelle persone dell’infaticabile difensore dei diritti umani e sacerdote cattolico, Moussie Zerai, l’ex-viceministro delle finanze dell’Eritrea, Kubrom Dafla Hosabay e un intellettuale rifugiato, Zekarias Kebreab, hanno chiesto ai membri del Parlamento Europeo di opporsi a questo importante finanziamento. Il reale beneficiario – spiegano – sarebbe il governo eritreo, e non la popolazione. Dunque un investimento inutile per contrastare la fuga dalla nostra ex-colonia, dove i diritti umani sono praticamente inesistenti.
In base alle loro testimonianze e dopo aver esaminato attentamente la questione, i membri del Parlamento dell’UE hanno preso una decisione storica, presentando alla Commissione Europea una risoluzione in diciassette punti.
Il documento evidenzia in particolare la situazione dei diritti umani nel Paese, l’assenza di uno Stato di diritto e la libertà di stampa. Chiede che venga posto un punto finale al servizio militare infinito, che deve essere ridotto a diciotto mesi. Da sottolineare che nello scorso febbraio le autorità eritree avevano specificato che l’accordo con l’UE non comporta alcun cambiamento circa le politiche sul servizio militare.
Nei diciassette punti nulla viene tralasciato: si chiede l’immediato rilascio di tutti i giornalisti e detenuti politici, si fa appello alla libertà di religione e si critica l’impunità per gli abusi sessuali . E naturalmente non manca una critica alla famosa tassa del 2 per cento imposta dal governo eritreo agli espatriati (compresi i profughi) con gravi rappresaglie sui familiari rimasti nel Paese in caso di omesso pagamento.
Altra questione cruciale è la fuga dei minori non accompagnati, vulnerabili, che necessitano di protezione e assistenza. Su questo punto viene fatta pressione sugli Stati membri dell’UE per quanto concerne le loro politiche sull’immigrazione: è necessario che il minore, in particolare le ragazze, maggiormente esposte ai pericoli, vengano tutelati.
Il Parlamento europeo chiede alla Commissione di accertare che il destinatario del finanziamento sia la popolazione eritrea e non il governo, in poche parole è indispensabile che l’Eritrea dia garanzie e dimostri di attuare riforme democratiche che assicurano il pieno rispetto dei diritti umani.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 15 marzo 2016
La sentenza del “Caso Bodo” ha fatto scuola. Nel novembre 2015 la Shell è stata condannata dall’Alta Corte di Londra al pagamento di £55 mln (70 milioni di euro) a 15.600 contadini e pescatori che non avevano più mezzi di sostentamento a causa dell’inquinamento causato da due sversamenti di petrolio nella loro area.
Clean it up (pulisci) Campagna di Amnesty International per invitare la Shell a pulire le aree inquinate del delta del Niger
Oggi la multinazionale anglo-olandese torna alla sbarra con altre due cause simili. Anche la comunità degli Ogale, in Ogoniland e il regno di Bille nel River State, a un centinaio di km a sud ovest di Port Harcourt, hanno deciso di portare a giudizio la Royal Dutch Shell per inquinamento, all’Alta Corte di Londra.
Mappa del delta del Niger e Ogoniland (Courtesy Unep)
La contaminazione da idrocarburi di quella vastissima area umida, grande quanto l’Irlanda, è una storia che dura da decenni e si sa che i disastri ambientali sono accompagnati da bugie. “La Shell, riguardo ai suoi resoconti sul delta del Niger ha un record spaventoso di offuscamento e disinformazione”, sono le pesanti parole di denuncia di Peter Frankental, direttore del programma Affari economici di Amnesty International UK.
Il gigante mondiale dell’estrazione petrolifera, nonostante gli enormi profitti, è accusato non solo di grave inquinamento ma soprattutto di continuare ad contaminare vaste aree del delta del Niger e di mentire sui dati dell’inquinamento dovuto a perdite di petrolio dalla pipeline.
Accusata di avere infratrutture obsolete per il trasporto del petrolio soggette a continue perdite la multinazionale si difende dicendo che gli sversamenti sono dovuti a continui furti di greggio dalle sue condutture. Affermazioni improbabili secondo Amnesty.
Vista l’impermeabilità di Shell davanti ai problemi dell’inquinamento causato, Amnesty ha deciso di preparare un briefing per gli investitori intitolato “Shell’s Growing Liabilities in the Niger Delta. Lessons from the Bodo court case” (Il crescente passivo della Shell nel delta del Niger. La lezione dal caso del Tribunale di Bodo).
Mappa del delta del Niger con la posizione della comunità di Bodo e del regno di Bille (Courtesy Google maps)
L’organizzazione per i diritti umani li mette in guardia sul possibile fallimento sistemico della società petrolifera ricordando che oltre ai 70 milioni di euro dovuti ai contadini e pescatori di Bodo – come riportato dai media olandesi – sono da aggiungere anche i costi della bonifica che vanno dai 150 ai 500 milioni di Usd in 10 anni. L’indagine mostra inoltre che i dati pubblicati dalla multinazionale sono massivamente sottostimati.
Shell ha ammesso che negli ultimi anni ci sono stati quasi 1.700 sversamenti di petrolio nel delta e che sono fuoriusciti circa 4.000 barili di greggio quando invece stime parlano di circa 500 mila barili. Secondo Amnesty, la fuoriuscita dell’agosto 2009 è stata di 100 mila barili mentre non ci sono dati sulla seconda perdita.
La stessa Shell ha confermato che dal 2007 sono stati riversati nell’ambiente oltre 55,8 milioni di litri di greggio (equivalenti a circa 350 mila barili) ma per Amnesty sono dati molto sottostimati. Secondo l’Unep (Agenzia Onu per l’ambiente), il costo valutato per la bonifica dell’Oganiland per i primi 5 anni sarebbe di 1 miliardo di Usd a fronte dei profitti aziendali del primo trimestre 2015 di 3,2 miliardi di Usd.
L’indagine parla di decadi di inquinamento che ha distrutto flora e fauna, ha contaminato le falde acquifere e rovinato la vita a centinaia di migliaia di persone, calpestando il loro diritto all’acqua potabile e al cibo e mettendo a serio rischio la loro salute.
Nel 2010 gli ispettori Unep erano stati nelle aree inquinate e avevano verificato la pesante contaminazione del territorio affermando che poco o niente sembrava fatto riguardo all’inquinamento.
Il documento di Amnesty e Cehrd sulla Shell
Nell’estate 2015, Amnesty International e la ong nigeriana Cehrd (Centro per lo sviluppo, l’ambiente e i diritti umani) hanno deciso di documentare le inadempienze della Shell e verificare se aveva risanato le devastazioni delle aree naturali inquinate.
Un lavoro durato tre mesi e a novembre 2015 è stato presentato il rapporto “Clean it up. Shell’s false claims about oil spill response in the Niger Delta” (Pulisci. False affermazioni di Shell sulla fuoriuscita di petrolio nel delta del Niger).
É risultato che nessuna bonifica è stata effettuata oppure che se eseguita non era inefficace. Inoltre, solo a seguito di un rapporto Unep, i siti inquinati erano stati risanati da contractors di Shell, ma si erano verificate ulteriori fuoriuscite di petrolio.
Nel frattempo, secondo la Shell le perdite di greggio dichiarate nel 2014 nel delta del Niger sono state 204, addirittura minori di quelle dell’ENI (349), che opera in un’area più piccola. Per avere un confronto, si legge nel sito di Amnesty UK, in Europa dal 1971 al 2011 c’è stata una media di 10 fuoriuscite all’anno.
Gli Ogale (13 mila persone) e il piccolo regno di Bille (40 mila abitanti), hanno preso l’esempio degli abitanti di Bodo e si sono affidati a Leigh Day&Co, lo stesso studio legale che ha fatto vincere la causa alla comunità Bodo.
La Shell aveva proposto un indennizzo totale di 5.200 euro. Dei 70 milioni di euro decisi dal giudice, 2.800 andranno ad ognuno degli abitanti che hanno vinto la causa e il restante andrà alla comunità per la costruzione di scuole, strutture sanitarie e altre attività da decidere, utili alla collettività.
Se altre comunità del delta del Niger che hanno subito il pesante inquinamento dei loro territori intentano una causa, per la Shell si mette veramente male.
Massimiliano e Claudio Chiarelli in Zimbabwe (foto Repubblica.it)
Speciale per Africa ExPress Andrea Spinelli Barrile
Londra, 14 marzo 2016
Claudio e Massimiliano Chiarelli, cittadini italiani padre e figlio, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco in Zimbabwe mentre partecipavano a un’operazione anti-bracconaggio con i ranger zimbabwani nella riserva di Mana Pools.
La Farnesina ha confermato il tragico episodio, le autorità italiane ad Harare affermano di essere in attesa di ricevere maggiori informazioni dalle autorità locali e l’Unità di crisi del Ministero degli Esteri italiano fa sapere anche che sono tuttora in corso, da parte delle autorità di polizia del paese africano, delle indagini per stabilire come siano andate realmente le cose.
I fatti sono tuttavia ricchi di punti oscuri decisamente preoccupanti: padre e figlio si trovavano in Zimbabwe da anni, Claudio Chiarelli – 50 anni – da decenni aveva una sua azienda ed accompagnava i turisti nei safari, era inoltre molto conosciuto dalle autorità del Paese africano come professionista serio e stimato. Entrambi i Chiarelli conoscevano alla perfezione la riserva di Mana Pools, nel nord dello Zimbabwe al confine con lo Zambia, tanto da essere stati autorizzati a supportare i rangers del parco nelle operazioni anti-bracconaggio.
Secondo quanto dichiarato all’AFP da Emmanuel Fundira, a capo della Safari Operator Association of Zimbabwe (SOAZ) che si occupa di organizzare safari turistici, battute di caccia e campagne anti-bracconaggio nel Mana Pools e negli altri parchi del Paese, “Claudio e alcuni colleghi partecipavano a una spedizione con un’unità anti-bracconaggio del parco quando un ranger è comparso dal nulla e ha sparato contro di loro mentre erano in piedi al di fuori del loro veicolo. Siamo certi sia stato un caso di scambio di persona”. Il ranger “comparso dal nulla” si è poi dato alla fuga ed è tutt’ora ricercato.
Tali operazioni, come ha spiegato ad Africa ExPress Giacomo Albrieux – console ugandese in Italia che in Uganda organizza safari prettamente turistici – vengono fatte dietro segnalazioni perché è impossibile monitorare costantemente tutta l’area di un parco nazionale: “Avevo sentito parlare di loro, me ne avevano parlato durante una fiera del turismo […] Probabilmente i ranger conoscevano non solo i due ma anche le automobili che utilizzavano, ed è inoltre molto difficile che siano scesi dalle jeep. La vicenda ha contorni davvero oscuri”.
Missione anti-bracconaggio in Zimbabwe.
E’ importante infatti capire come funzioni una missione anti-bracconaggio: generalmente i ranger agiscono dietro una soffiata e capita si avvalgano di operatori turistici che agiscono sul posto e conoscono bene il territorio: il parco di Mana Pools è uno dei meno battuti dai turisti in Zimbabwe e la conoscenza sul campo dei due italiani deve essere stata probabilmente la ragione del loro coinvolgimento nell’operazione. Secondo fonti locali di Africa ExPress non sarebbe nemmeno stata la loro prima partecipazione ad una missione del genere.
Ancora non è chiara nemmeno l’ora in cui è avvenuta la sparatoria e il decesso dei due, le autorità dello Zimbabwe non sono ancora state in grado di fornire ancora dettagli di questo tipo, che sarebbero fondamentali: capire se il fatto è successo con la luce o con il buio cambierebbe non poco la ricostruzione degli eventi. “Stiamo parlando di Africa, tutto è possibile” spiega Albrieux ad Africa ExPress “generalmente queste operazioni i ranger le organizzano, armati, dopo aver ricevuto informazioni dettagliate”. Ciò che suona strano è che le vittime nello scontro a fuoco siano i due operatori stranieri presenti, entrambi con la pelle bianca e quindi decisamente riconoscibili, e che questi siano inoltre padre e figlio.
Senza andare a immaginare teorie complottiste, che allontanerebbero dalla verità, e attenendosi ai fatti restano comunque enormi zone d’ombra attorno alla vicenda e probabilmente sarà difficile venirne a capo: in Zimbabwe questo tipo di fatti di sangue tende ad essere insabbiato sulla falsariga di quanto avvenuto in Egitto con il ricercatore Giulio Regeni, e viene difficile immaginare una collaborazione a tutto tondo delle autorità del Paese africano, che in questo momento hanno anche altri problemi (economici e legati alla gravissima siccità). Ciò che conosciamo con certezza di Claudio Chiarelli è quanto dichiarato da egli stesso al direttore di Africa ExPress e pubblicato in un articolo sul Corriere della Sera del 18 agosto 2002: era l’epoca della rielezione di Robert Mugabe, che mandava le sue squadre di squatter a sequestrare le terre di oltre 2.900 proprietari terrieri bianchi: “I nostri campi e le nostre case sono occupati dai miliziani di Mugabe. Abbiamo cercato di continuare il nostro lavoro ma abbiamo dovuto ridurlo notevolmente. Io coltivo fiori e tabacco, prodotti da esportazione che contribuiscono ad arricchire la bilancia dei pagamenti. In questi giorni mi hanno impedito di irrigare. Tutto sta seccando” diceva Chiarelli al telefono con Alberizzi.
Claudio Chiarelli aveva acquistato regolarmente un enorme terreno in Zimbabwe, attratto dalle promesse del presidente-dittatore africano che dopo la rielezione scatenò sui bianchi la sua ira anti-colonialista. L’italiano fu tra i tanti che credettero all’ex veterano Mugabe e costituì una riserva ecologica e faunistica, dove si studiavano persino i rinoceronti neri, una specie in via di estinzione: “Due anni fa [nel 2000, ndr] sono arrivati gli squatters si sono insediati sul mio terreno e hanno distrutto tutto. La mia casa, i miei lodge. Hanno ammazzato centinaia, forse migliaia di animali, tra cui due rinoceronti e un elefante. Hanno divelto le recinzioni e appiccato incendi. Io e due colleghi, un tedesco e un francese, abbiamo dovuto andarcene” raccontò allora Chiarelli, che snocciolò qualche dettaglio di alcuni momenti di vero terrore: “Cercavo di difendere le proprietà, sono stato circondato da 200 uomini armati di pugnali, lance, machete. La quindicina di uomini che lavora per me ha cercato di farmi scudo. Loro li hanno picchiati selvaggiamente. Quindi si sono rivolti verso di me. Quando hanno ringhiato : ‘Ora ti stacchiamo il cuore e ce lo mangiamo’, ho pensato che fosse giunto il mio momento. Invece se ne sono andati”.
Alla luce di tutto ciò pensare che si sia trattato di un incidente è difficile ed è importante che le autorità italiane vigilino attentamente sul lavoro di quelle dello Zimbabwe per far emergere la verità. La memoria africana è lunga come quella degli elefanti e la ricostruzione fornita da Fundira non convince per due ragioni: primo perché è difficile pensare a due operatori esperti che decidono di scendere dal veicolo in quelle circostanze e secondo perché è altrettanto difficile pensare a un “ranger spuntato dal nulla” che fa fuoco su due persone conosciute per poi riuscire anche a darsela a gambe, il tutto nel bel mezzo di un parco nazionale. Ma, si sa, in Africa tutto è possibile.
“Strano è strano, anche perché in un parco generalmente ti muovi in macchina e i ranger conoscevano sicuramente la macchina dei due italiani… le macchine che circolano sono visibili e riconoscibili. Ed è difficile che uno in un parco scenda e si metta a passeggiare, sopratutto se magari è buio e sopratutto durante un’operazione di questo tipo” dice Albrieux. Secondo quanto ha riferito un funzionario dell’ambasciata italiana ad Harare al quotidiano La Stampa nelle prime ore di lunedì 14 marzo “non sembra che siano stati uccisi da bracconieri, ma per errore dalle stesse autorità del parco”.
Errore? Possibile, ma difficile da credere se si conoscono certe dinamiche. Lo Zimbabwe in questo momento non brilla certo per chiarezza e trasparenza.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 marzo 2016
In un appello congiunto Amnesty International, Human Rights Watch e Committee to Protect Journalists chiedono l’immediata liberazione del giornalista e direttore generale della radio indipendente Treanga FM, Alagie Abdoulie Ceesay, arrestato arbitrariamente lo scorso luglio in Gambia. Una richiesta in tale senso è stata fatta anche dal Gruppo di lavoro ONU per le detenzioni arbitrarie la settimana scorsa. Il giornalista è finito in galera con l’accusa di insurrezione e pubblicazione di notizie false. Oltre alla scarcerazione, si chiede di far cadere tutte le accuse contro di lui.
Alagie Abdoulie Ceesay poster
Dall’inizio dell’anno Ceesay è già stato ricoverato due volte in ospedale per il suo precario stato di salute.
Durante una conferenza stampa, Stephen Cockburn, vicedirettore di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale ha detto chiaramente: “Queste leggi sulla sovversione sono arcaiche e rappresentano un’evidente violazione del diritto della libertà di espressione. Il governo del Gambia continua a ignorare e a disprezzare la libertà di stampa, l’arresto di Ceesay ne è un ulteriore esempio”.
Il giornalista aveva fatto girare con il suo cellulare privato una foto in cui il presidente Yahya Jammeh puntava un fucile su un fotografo. L’istantanea era finita in rete, e, anche se Ceesay non era l’autore della foto, è stato arrestato il 2 luglio 2015 da agenti dell’intelligence. Negli ultimi anni la sua stazione radio Teranga FM è stata chiusa diverse volte.
Durante la detenzione è stato messo in isolamento ben due volte. Nel periodo del primo arresto, dal 2 al 13 luglio, è stato portato in un luogo segreto dalle forze dell’ordine e poi rilasciato. Il 17 dello stesso mese è stato fermato nuovamente e portato nella sede principale della “National Intelligence Agency“. Ovviamente non è una normale prigione; qualsiasi contatto con l’avvocato e la famiglia sono stati vietati.
Il 25 agosto 2015 Ceesay è stato incriminato dalla Corte suprema con cinque capi di accusa per sovversione e per pubblicazione di notizie false con l’intento di creare allarme e panico. Attualmente si trova nella prigione Mile 2, in un quartiere periferico di Banjul, la capitale del Gambia. Il mese scorso gli è stata negata la scarcerazione dietro cauzione per la quarta volta.
Il Gruppo di lavoro ONU per le detenzioni arbitrarie ha sottolineato la scorsa settimana che già durante l’ultima sessione del dicembre 2015 aveva dichiarato che Ceesay è stato privato ingiustamente della sua libertà, chiedendo la scarcerazione immediata con relativo risarcimento.
Alagie Abdoulie Ceesay
Da gennaio la salute del giornalista è fortemente compromessa. E’ stato ricoverato la prima volta per forti dolori allo stomaco e insonnia. E’ stato dimesso dopo poco con la seguente diagnosi: “Ingrossamento del fegato” ; un medico gli ha prescritto degli antidolorifici. Il 29 febbraio è stato visitato nello stesso nosocomio per un attacco asmatico: è stato ricondotto in galera il giorno seguente.
Anche Corinne Dufka, direttore di Human Rights Watch per l’Africa occidentale chiede l’immediata scarcerazione del giovane giornalista, precisando:“Il Gambia dovrebbe rettificare quanto prima alcune draconiane leggi che permettono alle autorità preposte di imprigionare chiunque osi criticare il governo, violando così tutti gli standard regionali e internazionali sulla libertà di espressione”.
Nell’aprile 2015 l’ex-colonia britannica ha rigettato 78 di 171 raccomandazioni fatte dall’ONU nella rivista periodica internazionale sui diritti umani nel Paese. Quelle respinte includevano ovviamente le restrizioni della libertà di parola.
Inoltre il Paese non ha mai dato seguito alle condanne pronunciate dalla Economic Community of West African States (ECOWAS) in merito a tre giornalisti: l’illegale sparizione di Ebrima Manneh nel 2010, le torture inflitte a Musa Saidykhan nello stesso anno, e l’assassinio di Deyda Hydara, presidente dell’Unione della stampa gambiana nel 2014.
Corinne Dufka, direttore di HRW per l’Africa occidentale. Corinne prima era una bravissima e coraggiosa fotografa e ha coperto numerose guerre in Africa. Alcune sue immagini esclusive (le teste mozzate esposte sui tavoli al mercato di Freetown) hanno fatto il giro del mondo (maa)
Il vice-direttore esecutivo di Committee to Protect Journalists, Robert Mahoney ha specificato: “Il governo di questo Paese mette tutte le leggi sulla sovversione e comunicazione di notizie false nello stesso calderone e sono uno strumento per la censura e dovrebbero essere abrogate. Libertà di stampa e di espressione vengono sistematicamente soffocate con leggi repressive e intimidazioni, imprigionando giornalisti indipendenti. Alagie Abdoulie Ceesay è una delle tante vittime di questa assurda politica e deve essere immediatamente rilasciato.
Nel 2014 il governo gambiano non ha permesso agli ispettori dell’ONU di visitare le carceri di massima sicurezza. Allora l’Organizzazione aveva espresso il suo disappunto in questi termini: “Siamo venuti per ricordare alle autorità, al governo che hanno il dovere di far rispettare i diritti umani. Devono assolutamente impedire che vengano commessi atti criminali, uccisioni arbitrarie dalle proprie forze dell’ordine“. (http://www.africa-express.info/2014/11/09/violazione-dei-diritti-umani-il-gambia-lascia-casa-gli-ispettori-dellonu/)
Special for IRIN Gianluca Iazzolino
Kinshasa, 8th March 2016
Sheet-metal huts spring up among the graves. Some are the ghosts of brick houses that once existed nearby. The owners jealously guard the property titles they obtained through payoffs to local functionaries. Likasu is the local name for a small, sweet-tasting fruit. But in Congo, it also refers to the money that passes under the table to officials and bureaucrats to open doors or obtain permits.
Out of the house trash (Eloisa D’Orsi/EJC/IRIN)
This is how hundreds of families received permission to build in the Kinsuka cemetery. But with new arrivals each day, the value of land in the cemetery continues to rise and the likasu is never enough. Houses are demolished, others are built, and all the while new graves are added to those that already exist.
The Kinsuka cemetery is the reflection of a city in which the dizzying growth in population tears down the walls between the living and the dead.
The Kinsuka cemetery
New Kinshasa residents, known as Kinois, arrive from eastern provinces torn by myriad guerrilla conflicts, from central provinces where mines overflowing with diamonds are just a memory, and from the north where the recent conflict in Central African Republic has forced refugees from previous wars to flee.
Each week, thousands sail from Kivu, Kasai, and Équateur down the Congo River, travelling for days in barges that are like floating villages, up to where a bend in the river widens into a large bay. There, on the southern shore, shrouded by the steam rising from the river, stand the tall buildings of Gombe, the business district of Kinshasa that during the colonial era was off-limits to the local population.
Newly arrived in Kinshasa – 1 (Eloisa D’Orsi/EJC/IRIN)
Newly arrived in Kinshasa – 2 (Eloisa D’Orsi/EJC/IRIN)
According to estimates by UN-Habitat, the UN agency concerned with sustainable urban development, 390,000 people pour into Kinshasa each year to escape war and poverty, but also to study or to follow a dream.
It is as if, each year, the capital swallowed an entire mid-sized city, absorbing it into an urban fabric weaved out of 12 million souls.
This year Kinshasa made it into the top three of African mega-cities, third after Cairo and Lagos, in a region with the world’s highest rate of urbanisation. According to forecasts, by the year 2035, half of all Africans will live in urban areas.
Kinshasa is booming – ready or not (Eloisa D’Orsi/EJC/IRIN)
And yet already, two inhabitants out of three in Africa’s cities live in shantytowns. The action plan from a recent finance for development conference in Addis Ababa warned that the too-rapid demographic boom could undermine already fragile urban areas, especially in terms of water infrastructure and waste disposal services, increasing the risk of epidemics.
In 2012, WaterAid, a British NGO, launched a programme to study sustainable water solutions for the cities of Maputo (Mozambique), Lusaka (Zambia), Lagos (Nigeria), and Kinshasa. According to John Garrett, a WaterAid analyst, the case of Kinshasa is especially dramatic.
“The city lacks a public sewer system and only the well-to-do neighbourhoods have septic tanks,” he says. “In some areas, there are public toilets managed by RATPK [the public entity that manages the water mains], some NGOs, and private operators. But the mass of organic waste produced daily is so high that most is disposed of in the environment.”
Kinshasa water infrastructure (black indicates the lack of drains and sewers) (Courtesy WaterAid)
Affectionately known as Kin la belle, Kinshasa is nowadays attracting the less salubrious moniker Kin la poubelle because of the enormous amount of stinking garbage produced and the government’s inability to manage its disposal.
The European Union, USAID, and a number of national development agencies have launched programmes to improve urban infrastructure. But for most international organisations, Kinshasa is just a base for operations in the eastern part of the country where the civil war rages on.
Some of Congo’s trading partners, first and foremost China, have repaired the major roads in the capital in exchange for mining rights. But there are still largely neglected areas even just a few kilometres from the building where President Joseph Kabila has governed since 2001.
Kin la belle – in Pakadjuma Gianluca Iazzolino/EJC/IRIN
Pakadjuma is an illegal settlement that extends along the rail line and next to a natural basin into which waste from the city’s septic tanks are dumped. The Kaluma River runs through the shantytown, crosses through the basin and then continues, flowing into the Congo River. Despite being nothing but an agglomeration of shacks, Pakadjuma is one of the oldest continuously inhabited areas in Kinshasa.
From the early 20th century, its strategic position as a transport hub made it a crucial junction for people converging on the capital – dreaming of a better future, selling their labour, doing what it took to get by. Back in the 1920s, this was ground zero for the HIV epidemic, according to a study by the Universities of Oxford and Leuven.
Sex for sale (Eloisa D’Orsi/EJC/IRIN)
A century on, Pakadjuma remains the district for cheap sex, carried out in the kuzu brothels where prostitutes work for as little as 50 cents or in exchange for the fish the area’s fishermen are unable to sell in the market.
According to Nicolas Muembe, a nurse who runs the only accessible clinic in the area, one third of those who come to him are HIV-positive. Most of his patients are women, and the virus spreads quickly in bodies that are already weak. “Many of the HIV people we treat have already had cholera in the past,” he says. “They are exposed to chronic dysentery and new infections that spread as a result of the precarious sanitary conditions.”
The local health centre (Eloisa D’Orsi/EJC/IRIN)
There are just two brick latrines for a population of several thousand inhabitants. The sewers are a network of rivulets that overflow during the rainy season, facilitating the spread of diarrhoea and intestinal parasites.
Taking turns on the limited number of beds in the clinic are women giving birth and the seriously ill. Only in the wake of a cholera epidemic in 2013, which resulted in hundreds of victims, did the Ministry of Health establish another clinic in the area. Currently, it’s being used exclusively for tens of thousands of refugees who arrived in the last year from neighbouring Congo Brazzaville.
Kin la belle – the health centre (Gianluca Iazzolino/EJC/IRIN
)There are no figures on the population of Kinshasa’s shantytowns: the only places where new arrivals can afford accommodation in a city that, according to the consulting firm Mercer, is the 13th most expensive in the world, right behind London.
The Congolese and expat elite enjoy services that meet international standards in gated communities. Cité du Fleuve is a residential area being built on a peninsula on the Congo River. The development by Hawkwood Properties, an investment company based in Lusaka, Zambia, is turning the dreams of an exclusive elite into an exclusionary reality.
The other side of Kinshasa (Eloisa D’Orsi/EJC/IRIN)
Apartment buildings and single-family homes in a variety of styles line the broad, well-lit streets. A white Hummer limousine is parked on one of the main roads. Renting it costs $350/hour and the mechanic who is working on the car says it’s already booked months in advance.
Eloisa D’Orsi/EJC/IRIN
Many of the homes in the complex are still empty, but the prospects are good and soon stores and supermarkets will be opening. The concept behind Cité du Fleuve is to create a community that is autonomous from the rest of Kinshasa, a fragment of luxury on the Congo River, a counter to the country’s image of poverty and sickness.
And yet these images remain, just beyond the protective fence, where dugout canoes slowly glide by. Thousands of fishermen live in a mass of huts squeezed onto a small patch of land, exposed to the regular flooding of the river. They say their situation has worsened since the construction work on Cité du Fleuve began in 2008, but they can’t leave because fishing is their only livelihood.
“The system of barriers to protect the residential neighbourhood impede the river’s flow,” says Vincent, a leader of the fishing village community. “The water becomes stagnant, and this results in regular bouts of cholera.”
Kin la belle – the fishing village (Gianluca Iazzolino/EJC/IRIN)
The Cité du Fleuve website states that a detailed hydrogeological study of the area was carried out before construction began, but when asked for comment on the fishermen’s charges, no response was forthcoming.
In the meantime, the villagers protect themselves from flooding as best they can. However, according to Florence, a mother of four, this is not enough to prevent the rising tide from spreading the faeces and organic waste left to accumulate in the environment.
Besides placing sandbags around her house, she is also one of the few inhabitants to have built a latrine. It’s located on the edge of the river, right across from the Cité du Fleuve: the Kinshasa of tomorrow.
Kinshasa – a dysfunctional megapolis of 12 million souls undergoing super-charged growth Once upon a time it was Kin la belle Kinlabellecover.jpg Gianluca Iazzolino Feature Aid and Policy Health Human Rights Politics and Economics KINSHASA IRIN Africa East Africa DRC
Dal Nostro Corrispondente Arturo Rufus
Nairobi, 10 marzo 2016
Massima allerta negli aeroporti del Kenya. Secondo fonti di intelligence gli shebab, i terroristi somali legati ad Al Qaeda stanno pianificando un attentato suicida. L’attacco – secondo una lettera datata 26 febbraio inviata da Eric Kiraithe, capo della sicurezza dell’autorità aeroportuale keniota ai manager di tutti scali dell’ex colonia britannica – ha come obiettivo i voli interni. Un attentatore suicida intende viaggiare su un aereo e farsi esplodere in fase di atterraggio.
Africa ExPress è venuto in possesso della lettera di Kiraithe che pubblichiamo qui.
Secondo il documento “un gruppo di 11 attentatori stanno facendo un corso di addestramento in Somalia per partecipare a missioni suicide. Il gruppo di sta preparando all’attacco. Cinque di loro hanno come obiettivi gli aeroporti di Nairobi (il principale Jomo Kenyatta International Airport, JKIA, e il più piccolo Wilson, ndr), mentre il resto dei terroristi mira agli scali sulla costa, tra gli altri quello di Mombasa, il Moi International Airport”.
Sulla costa keniota ci sono solo tre aeroporti, tutti in località turistiche: a sud di Mombasa, Diani, e a nord Malindi e Lamu, quasi al confine con la Somalia.
Il tentativo degli shebab, secondo la lettera di Kiraithe, è quello di paralizzare le operazioni nelle istallazioni che hanno importanti ramificazioni per la sicurezza nazionale. Il testo si conclude con l’invito alla massima allerta senza però provocare panico.
Speciale per Africa Express Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 marzo 2016
L’ultimo post di Itai Dzamara sulla sua pagina Facebook risale proprio al 9 marzo di un anno fa, giorno nel quale il giornalista dissidente è stato rapito da cinque uomini. Il sequestro è avvenuto mentre si trovava dal barbiere a Glen View un quartiere nella periferia di Harare, la capitale dello Zimbabwe. Da allora Dzamara è scomparso, sparito nel nulla. Nessuno sa se sia vivo o morto La sua famiglia da allora è disperata. Non sa cosa sia successo e dove si trovi ora il loro caro congiunto.
“Il suo rapimento sembra una vera e propria congiura per far tacere una persona che non ha mai avuto timore di criticare aspramente il governo. E’ veramente preoccupante la mancanza di libertà di espressione nello Zimbabwe”, ha sottolineato ieri Deprose Muchena, direttore per il Sud Africa di Amnesty International in un comunicato.
Ital Dzamara
“Bisogna che le autorità preposte inizino ricerche serie, per riportare a casa sano e salvo Dzamara e nominare una commissione d’inchiesta imparziale per indagare sulle circostanze della sua sparizione”, ha aggiunto Muchena.
Solo due giorni prima della sua scomparsa, il 7 marzo 2015, il giornalista aveva organizzato una manifestazione nella capitale, per richiamare l’attenzione della gente sulle gravi condizioni economiche del Paese, e in tale occasione, aveva proposto una class action su larga scala. Poi pubblica il suo appello in un post sulla sua bacheca su Facebook https://www.facebook.com/itai.dzamara?hc_location=ufi
Testimoni oculari hanno riportato che i suoi rapitori lo avevano accusato di aver rubato del bestiame, prima di ammanettarlo e spingerlo in un camion bianco con targhe coperte.
La ex-colonia britannica è uno tra i Paesi più poveri al mondo e vanta anche un altre triste primato: un terzo dell’intera popolazione è affetta da infezione di HIV che ha abbassato l’aspettativa di vita a quarantatre anni. Anche la mortalità infantile è piuttosto elevata e si attesta all’ottantuno per mille.
Poco più di un mese fa il vecchio presidente Robert Mugabe, 92 anni, al potere senza interruzione dal 1987, ha dichiarato lo stato di calamità in diverse regioni del Paese, per poter chiedere aiuti umanitari a donatori e finanziatori. Le sue richieste sono arrivate pochi giorni dopo: 1,57 milioni di dollari. Non in aiuti, in contanti.
Mugabe è sposato con Grace Mugabe, a dispetto della povertà, della carestia che affligge il Paese, è amante del lusso, della bella vita.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 8 marzo 2016
In occasione dell’8 marzo, a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, è stata allestita una mostra fotografica dedicata a donne e ragazze. Le istantanee raccontano la storia di chi, con forza e determinazione, non ha mai smesso di condurre la propria battaglia contro la disparità di genere.
Samira Daoud, vice-direttore regionale di Amnesty International per le campagne dell’Africa occidentale e centrale ha evidenziato: “C’è chi è stata costretta a sposarsi ancora bambina, altre hanno vissuto situazioni difficili perché vittime di discriminazione, ciò che le accomuna è la forza di lottare per i loro diritti, la speranza in un futuro migliore”.
Alcune delle fotografie esposte sono state scattate da Leila Alaoui, la giovane fotografa franco-marocchina tragicamente scomparsa insieme al suo autista Mahamadi Ouédraogo durante l’attacco dei terroristi del 16 gennaio scorso a Ouagadougou. Leila si trovava nel Paese per conto di Amnesty per un reportage sui diritti delle donne.
Malgrado tutto, oggi le donne del Burkina Faso hanno tutte le ragioni per festeggiare: solo pochi giorni fa il governo ha varato una nuova legge che impone l’età minima per i matrimoni a diciotto anni. L’ex-protettorato francese occupa il settimo posto nella classifica mondiale per le spose bambine: una su dieci ha meno di quindici anni. Inoltre è stata anche garantita l’assistenza sanitaria gratuita per le donne in stato di gravidanza per diminuire l’incidenza delle morti durante la gestazione e il parto.
Nel suo comunicato in occasione di questa giornata, anche il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon ha ricordato le donne in dolce attesa. “Troppe di loro – ha specificato Ban – muoiono prima o durante il parto. Rischiano il decesso dando alla luce una nuova vita”. Il segretario generale dell’ONU ha anche ricordato che: “ Troppe bambine subiscono ancora l’infibulazione, molte altre vengono aggredite mentre si recano a scuola. Il corpo di tante donne viene usato come un vero e proprio campo di battaglia nelle guerre. In molte parti del mondo le vedove vengono ostracizzate e ridotte in miseria. Possiamo risolvere questi gravi problemi solamente rendendo la donna pienamente protagonista del cambiamento”.
E ancora il capo del Palazzo di Vetro: “Ho messo dell’ONU in pratica questa mia filosofia durante gli ultimi nove anni. Appena diventato segretario generale non c’era nessuna donna al commando dei caschi blu, nessuna donna che occupava posizioni di rilievo nella nostra Organizzazione. Oggi le donne sono a capo della pace e della sicurezza, che fino a pochi anni fa era il regno degli uomini. In tutto questo periodo ho firmato quasi centocinquanta lettere per nominare donne come “Assistenti del segretario generale” o “sottosegretari dell’ONU. E concludo con un pensiero di Confucio che ho fatto mio: “Per cambiare il mondo dobbiamo iniziare dal nostro piccolo”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 7 marzo 2016
Si è svolto ieri il primo turno elettorale delle presidenziali in Benin. Trentatrè i candidati che si contendono la poltrona del potere, tra loro anche il primo ministro, Lionel Zinsou, franco-beninese. Nel novembre scorso il partito al governo, Force Cauris pour un Bénin Emergeant (FCBE), lo ha scelto come suo candidato. Il presidente uscente, Thomas Boni Yayi , ha terminato il suo secondo mandato e la Costituzione della ex-colonia francese prevede solo due incarichi consecutivi come Capo di Stato. Sono le seste elezioni presidenziali libere dopo il ritorno alla democrazia nel 1990.
I beninesi si sono recati alle urne in modo composto e ordinato, anche se alcuni seggi hanno aperto con un certo ritardo per la mancanza delle schede elettorali. Il conteggio dei voti è iniziato la sera stessa, ma i risultati saranno resi noti solamente mercoledì dalla Corta Costituzionale.
Lionel Zinsou
Non è stato ancora reso noto la percentuale di affluenza alle urne. Gli aventi diritto al voto sono 4,7 milioni, su una popolazione di 10,6 milioni. C’è da sottolineare che il Paese conta anche più o meno un milione e mezzo di portatori di handicap, che hanno avuto ed avranno difficoltà a recarsi ai seggi per le insormontabili barriere architettoniche e la difficoltà di recarsi nei luoghi del voto, spesso lontane dalle abitazioni.
Il secondo turno è previsto fra due settimane.
Il presidente della “Commission électorale nationale autonome” (Céna), Emmanuel Tiando, si è feliciato per la maturità politica del popolo e ha aggiunto: “Queste elezioni si sono svolte in un clima seren. C’è stato solo qualche incidente, ma di poco conto”.
Le prime indiscrezioni sui nomi degli eventuali favoriti che potrebbero accedere al secondo turno sono già trapelati lunedì mattina: due uomini d’affari, Sébastien Ajavon soprannominato “Il re dei polli” e Patrice Talon, che si auto-definisce come “L’ex-imperatore del cotone”. Gli altri due candidati nella rosa dei favoriti sono l’ ex-primo ministro Pascal Irénée Koupaki e, come già detto sopra, Lionel Zinsou, che viene definito “Il candidato della Francia”.
Zinsou, un economista, nato a Parigi, di padre originario della ex-colonia francese e di madre francese, prima di essere stato nominato primo ministro nel giugno 2015, è stato banchiere presso la banca d’affari internazionale Rotschild & Cie. Nel febbraio dello scorso anno la Francia ha lanciato sotto forma di una fondazione, l’iniziativa AfricaFrance, diretta da Zinsou. Tale fondazione è stata fortemente sostenuta dal Quay d’Orsay e dal “Mouvement des entreprises français” (MEDEF).
Una curiosità: in Benin la religione di Stato e il vudoo
Dalla Sicilia non solo droni per le operazioni di guerra in Libia. US Africom, il comando statunitense per gli interventi nel continente africano, sta utilizzando un aereo spia che decolla quotidianamente dall’isola di Pantelleria o dall’aeroporto “civile” di Catania Fontanarossa per monitorare una vasta area tra la Libia e la Tunisia. Il velivolo, un bimotore Beechcraft Super King Air 300 numero di matricola N351DY, è di proprietà dell’Aircraft Logistics Group LLC, società contractor del Dipartimento della difesa con sede a Guthrie, in Oklahoma, il cui vicepresidente è l’ex generale Peter J. Hennessey, già responsabile delle attività logistiche dell’US Air Force durante l’operazione Enduring Freedom in Afghanistan.
I tracciati radar più recenti documentano che l’aereo dotato di sofisticate apparecchiature d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento ha eseguito due missioni lo scorso 1 marzo. Decollato alle ore 5.34 da Fontanarossa, il Super King si è diretto sino a Misurata; dopo aver sorvolato per circa un’ora le coste ad ovest della città libica, l’aereo si è diretto a Pantelleria da dove è ripartito ancora verso la Libia alle 16.35 per atterrare infine in serata a Fontanarossa. Il giorno precedente, l’aereo-spia aveva percorso una rotta molto più contorta nel Mediterraneo volando ancora da Pantelleria sino a Misurata. Differenti le destinazioni invece il 26, 27 e 28 febbraio, quando da Catania e Pantelleria il Super King di US Africom aveva raggiunto la Tunisia per sorvolare Sousse, Sfax, Monastir e le città più interne di al-Qaraiwan e Ouled Chamekh.
Un aereo Beechcraft King Air simile a quello che sorvola la Libia in missioni di spionaggio
L’uso dei due scali siciliani per le attività delle forze armate Usa in Nord Africa era stato denunciato un anno fa circa da alcuni blogger tunisini. Allora però si trattava di missioni che interessavano esclusivamente la Tunisia nelle aree di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria (dove erano in corso violenti combattimenti tra le forze armate e i gruppi ribelli) e, successivamente, Sousse (la località turistica dove si è consumata l’efferata strage dei turisti in spiaggia), Hammamet e Bargou (governatorato di Siliana). Ora che Washington e la Nato minacciano di sferrare un attacco aeronavale in Libia, le operazioni d’intelligence sono state estese anche a buona parte del territorio settentrionale libico.
Rispondendo nel giugno 2015 ad alcune interrogazioni del Movimento 5 Stelle, il ministero della Difesa aveva ammesso di aver autorizzato US Africom a “rischierare sino al 31 maggio 2015 sulla base aerea di Pantelleria un assetto civile non armato e gestito da una compagnia privata, al fine di consentire l’esecuzione di missioni di riconoscimento e sorveglianza nel Nordafrica (a fronte delle quali non si è al corrente di specifici accordi fra la Tunisia e gli Stati Uniti)”.
Il ministero aggiungeva che in base di un “apposito accordo tecnico di contingenza”, il distaccamento dell’Aeronautica italiana forniva ai contractor Usa un “limitato supporto tecnico-logistico” e che l’Ambasciata degli Stati Uniti aveva comunque avanzato una richiesta di proroga sino alla fine del 2015 “attualmente in fase di valutazione da parte dello Stato maggiore”. Evidentemente la proroga (con tanto di estensione delle operazioni sino ad oggi e l’uso in aggiunta dello scalo di Catania) è stata accordata senza che il Parlamento venisse poi informato.
Secondo quanto rilevato da alcuni organi di stampa statunitensi, Pantelleria è stata utilizzata in questi ultimi mesi anche per gli scali tecnici di velivoli in dotazione alle forze speciali Usa impegnate in missioni top secret in Libia. Lo scorso 14 dicembre, ad esempio, sarebbe atterrato nell’isola un aereo C-146A “Wolfhound” del 524th Special Operations Squadron dell’US Air Force, proveniente dalla base aerea di al-Watiyah a sud ovest di Tripoli.
Che Pantelleria sia destinata a fare da vera e propria “portaerei naturale” per i prossimi raid multinazionali in Libia è provato dal vertice tenutosi il 5 febbraio presso il locale distaccamento dell’Aeronautica tra il responsabile del 3° Reparto dello Stato Maggiore, gen. Gianni Candotti e il gen. David M. Rodriguez, comandante in capo di US Africom. “La visita è proseguita con un tour presso le strutture di Pantelleria, tra cui lo storico ed imponente hangar, scavato all’interno di una piccola montagna”, riporta una nota emessa dal Comando aereo. “Originariamente su due livelli, esso permetteva il ricovero di almeno 80 aerei da combattimento oppure di un intero stormo da combattimento o caccia. Il ricovero realizzato negli anni ’30, è tuttora utilizzato anche per attività non tipicamente militari. Il monumentale hangar è ormai strutturato su un solo livello e la parte superiore è stata riadattata per esigenze logistiche, con sale briefing, meteo e alloggi”. Sarà in questo bunker superprotetto che saranno rischierati i velivoli Nato destinati a sganciare missili e bombe su Tripoli e la Cirenaica.
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