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Amnesty International: continente africano bocciato sui diritti umani

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 marzo 2016

Arresti arbitrari di massa, esecuzioni extragiudiziali, tortura e detenzioni in incommunicado in Nigeria, Camerun, Niger e Ciad.

In Paesi come Mali, Niger, Kenya, Somalia e altri stati dell’Africa occidentale, centrale e orientale ci sono state migliaia di persone rapite, sono stati uccisi decine di migliaia di civili e milioni di cittadini africani sono costretti a vivere nella paura e nell’insicurezza a causa delle violenze di gruppi armanti come Boko haram e al-Shabaab. In Burundi la situazione politica è degenerata portando un aumento delle violenze delle forze di sicurezza e torture.

Pagina web del Rapporto 2016 di Amnesty International
Pagina web del Rapporto 2015 di Amnesty International


Secondo il Rapporto 2015 di Amnesty International
nel continente africano i diritti umani contano poco.
In Africa, “i difensori dei diritti umani, i giornalisti e gli oppositori politici hanno operato in un ambiente sempre più ostile, in cui la legge era spesso applicata al fine di imporre restrizioni allo spazio civico in nome della sicurezza nazionale, dell’antiterrorismo, dell’ordine pubblico e di norme che regolamentavano le attività delle Ong e dei mezzi d’informazione”. È la grave accusa dell’Organizzazione non governativa indipendente che, dal 1961, si occupa della difesa dei diritti umani.

Unione africana complice
Amnesty, dà un affondo anche all’Unione Africana e ad alcuni stati, accusandoli di indebolire la Corte penale internazionale e garantire l’impunità giudiziaria per i capi di stato in carica. È, infatti, questa impunità che ha drammaticamente continuato a essere una delle cause principali dei conflitti africani e dell’instabilità del continente.

Tra questi stati il Sudafrica che sembra ormai lontano dai tempi di Nelson Mandela. Lo scorso giugno, non ha arrestato e consegnato al Corte penale internazionale il presidente sudanese Omar al-Bashir, accusato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi contro la popolazione civile in Darfur.

In molti Paesi come Eritrea, Etiopia e Gambia non c’è spazio per la società civile mentre in altri stati è sempre più limitata la libertà di espressione, la libertà di stampa e di associazione pacifica.

In Africa elezioni più difficili
Difficile in Africa fare elezioni democratiche. Le autorità di Burundi, Congo-Brazzaville, Costa d’Avorio, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Guinea, Sudan, Tanzania, Togo, Uganda e Zambia, hanno messo al bando le proteste delle opposizioni, attaccato i manifestanti e arrestato arbitrariamente oppositori politici e difensori dei diritti umani.

Mappa politica dell'Africa
Mappa politica dell’Africa


Angola, Burundi, Camerun, Ciad
, Congo-Brazzaville, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Gambia, Kenya, Lesotho, Mauritania, Niger, Ruanda, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Swaziland, Togo, Uganda, Zambia e Zimbabwe hanno soffocato il dissenso imbavagliando la libertà di esperessione. In Mauritania, la schiavitù è stata abolita solo nel 1981; questa turpe forma di fruttamento esiste ancora e le autorità reprimono ancora gli attivisti anti-schiavismo.

In nord Africa le cose non vanno meglio. Al Marocco non piace il dissenso online degli attivisti sahrawi mentre in Libia il conflitto interno continua a mietere vittime e a produrre abusi.

Violenze di genere e bambini soldato
Forze governative e gruppi armati sono stati responsabili di crimini di diritto internazionale, abusi e violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme sui diritti umani, diffusi episodi di violenza di genere e sessuale e rapimenti di minori per farne bambini soldato. Questi casi sono stati registrati nei conflitti in corso in Centrafrica, Repubblica democratica del Congo, Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Sudan.

Schiavi in una stampa dell'800
Schiavi in una stampa dell’800

Discriminazione contro le donne
Anche la discriminazione di genere è continuata nonostante l’Unione Africana avesse dichiarato il 2015 “Anno dell’emancipazione politica e dello sviluppo delle donne verso l’Agenda 2063 per l’Africa”. In molti Paesi, spesso a causa di tradizioni e consuetudini culturali, donne e ragazze continuano ad essere vittime di abusi, discriminazione ed emarginazione.

Lesbiche e gay
Lgbti (persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) continuano ad essere perseguitati e quando va bene “solo” emarginati. In molti Paesi tra cui Camerun, Nigeria, Senegal e Sudafrica, sono continuati gli abusi nei confronti delle persone Lgbti o percepite tali, anche con procedimenti penali e l’applicazione di leggi repressive.

Gli albini in pericolo di vita
L’Africa è anche il continente nel quali gli albini rischiano la vita più degli altri a causa di credenze tribali e superstizione. In Malawi è stato registrato un aumento delle aggressioni e attacchi contro le persone albine per mano bande organizzate o singoli individui per ricavarne parti da vendere come feticci utilizzati nella stregoneria. In Tanzania sono stati segnalati casi di rapimento, mutilazione e smembramento di persone albine e una ragazzina è stata uccisa per ricavare feticci. Nonostante questa situazione il governo non ha adottato adeguate misure per tutelare le persone con albinismo.

Il difficile lavoro dei giornalisti
Essere giornalisti in Africa non è facile e il prezioso lavoro dell’informazione indipendente non piace al potere. I giornalisti, testimoni diretti di ciò che accade e scrivono, o dicono, cose scomode per i governi. I Paesi del continente africano che cercano di imbavagliare la stampa sono soprattutto Burundi, Congo-Brazzaville, Costa d’Avorio, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Guinea, Sudan, Tanzania, Togo, Uganda e Zambia.

In Zimbabwe le autorità hanno imbavagiato la libertà d’espressione con arresti, sorveglianza, vessazioni e intimidazioni di coloro che avevano condotto campagne per far ottenere alle emittenti radiofoniche comunitarie il rilascio delle licenze di trasmissione. In Sud Sudan invece sono state ulteriormente e signicativamente ridotte le opportunità per il lavoro dei giornalisti.

Lenti passi avanti
Ma nel continente africano martoriato da violenze e repressione qualcosa si muove, anche se molto lentamente. Il Malawi ha accettato le raccomandazione dell’Onu, e le autorità hanno garantito l’accesso ai servizi di assistenza sanitaria a coloro che hanno una sessualità diversa dalla “norma”. Anche se ha respinto le raccomandazioni che chiedevano di abrogare quelle leggi che criminalizzano attività sessuale consenziente tra adulti dello stesso sesso. Alcuni Paesi tra i quali Burkina Faso, Madagascar e Zimbabwe, hanno lanciato campagne nazionali per porre fine ai matrimoni precoci.

L’Unione Africana ha proclamato il 2016 “Anno dei diritti umani in Africa”. Quest’anno nel continente africano cadono anche altri tre importanti anniversari: il 35° della Carta africana e il 30° dalla sua entrata in vigore e il 10° anniversario dalla creazione della Corte africana di giustizia. Secondo Amnesty International il 2016, per i leader africani potrebbe essere l’anno dell’ascolto e della collaborazione con il movimento di difesa dei diritti umani che in Africa sembra essere in crescita.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

BREAKING NEWS/ Morto a Khartom Hassam Al Turabi

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Africa ExPress
Khartoum, 5 marzo 2016

Hassan Al Turabi, leader del partito islamico sudanese è morto a Khartoum. L’ha comunicato lo stringer di Africa ExPress nella capitale sudanese. Da qualche giorno era ricoverato in ospedale. I funerali sono previsti per domani pomeriggio.

Hassan Al Turabi con Massimo Alberizzi durante un'intervista tre anni fa
Hassan Al Turabi con Massimo Alberizzi durante un’intervista tre anni fa

Africa ExPress

 

Il primo video di Policardo e Calcagno appena liberati in Libia

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Africa ExPress
Tripoli, 4 marzo 2016

Gino Policardo e Filippo Calcagno sono liberi e hanno telefonato a casa. Ecco il video subito dopo la liberazione.

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Scambiati per foreign fighters due degli ostaggi italiani uccisi in Libia

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Africa ExPress
Tunisi, 3 marzo 2015

Sarebbero gli italiani Fausto Piano e Salvatore Failla le due vittime occidentali di una sparatoria avvenuta ieri in Libia, nel corso di un raid delle forze locali di sicurezza in un presunto covo di miliziani del sedicente Stato islamico (ISIS) nell’entroterra di Sabratha, a Ovest di Tripoli.

Fausto Piano e Salvatore Failla, dipendenti della  società Bonatti costruzioni (che a sua volta lavora per l’ENI) erano stati rapiti nel luglio scorso a Mellitah, vicino al confine con la Tunisia, assieme ai loro colleghi, i tecnici Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, da un commando di uomini armati.

bandiere


Non si conosce
ancora la sorte di Gino Policardo e Filippo Calcagno, anche l’identificazione dei due corpi resta incerta. Le milizie islamiste dell’Amministrazione locale di Sabratha avrebbero contattato le autorità italiane e le spoglie sarebbero in queste ore state trasferite al governo di Tripoli.

La dinamica dell’attacco è poi assai poco chiara. Secondo quanto riferito dal Sabratha Media Center (SMC) del municipio cittadino, sette membri dell’ISIS sarebbero morti in un’imboscata dei combattenti locali di Alba libica nel nascondiglio di una cellula del Califfato in Libia, una 30ina di chilometri a Sud di Sabratha, nella località desertica di Sarman.

I jihadisti sarebbero stati colpiti mentre erano a bordo di due auto, in fuga o durante un traferimento degli ostaggi. Altri due degli uccisi a bordo dei veicoli (in totale nove) sarebbero poi risultati di pelle più chiara. “I miliziani avevano perciò pensato che fossero foreign fighters siriani, gli altri membri del convoglio erano nordafricani o originari del Sahel”, ha raccontato il direttore del SMC Esam Krair.

I corpi dei due italiani sarebbero anche stati scoperti “dopo” dalla milizia locale, con delle “armi in mano”. Anche questa circostanza li avrebbe fatti inizialmente scambiare per combattenti stranieri dell’ISIS. Poi sarebbe stata appurata la loro nazionalità italiana. E dalle investigazioni delle forze di sicurezza di Sabratha, “sarebbero stati uccisi dall’ISIS prima che iniziasse lo scontro a fuoco”.

Da un po’ di giorni a Sabratha e nei suoi dintorni sono in corso violenti scontri tra l’ISIS e milizie islamiche locali. Ci sono stati morti e feriti. Africa ExPress ha potuto vedere le foto dei cadaveri, pubblicate dal Sabratha Media Center e dai siti web di altre milizie libiche, ma impubblicabili per la loro crudezza.

I corpi sono martoriati e sembrano irriconoscibili. Gli esperti dell’intelligence italiana hanno potuto però sicuramente compararle con immagini degli ostaggi. In una nota la Farnesina scrive che, sulla base delle immagini “e tuttora in assenza della disponibilità dei corpi”, i due cadaveri potrebbero essere quelli di Fausto Piano e Salvatore Failla.

In un video pubblicato successivamente dal SMC compare almeno uno dei due corpi, che nelle prime immagini scattate a Sarman era indicato come appartenente a un italiano. Si trova vicino ad altri cadaveri (in tutto 14 quelli contati ad alta voce) e non è al momento possibile risalire a informazioni più dettagliate.

Ma le immagini del filmato sollevano alcuni interrogativi: alcuni corpi sono chiusi nei sacchi, altri coperti da cartoni, a quando risale quindi esattamente il video? Gli uccisi si trovavano nel covo dell’ISIS o in una base dei miliziani? E dove è effettivamente avvenuta la sparatoria, contro un convoglio o nel covo?

Sul profilo libico di Facebook Febbraio al Ajilat-2 – che ha diffuso le stesse immagini del Sabratha media center – si riferisce di combattenti “tutti stranieri dell’ISIS e tra loro anche italiani”, anche una tunisina sarebbe stata catturata.

La donna avrebbe confermato la presenza nel gruppo di “due italiani uccisi nella mattina” e “altri due italiani sarebbero in una zona ignota di Sabratha”. Le ricerche sono in corso.

Africa ExPress 

Libia, proposto uno scambio: “Liberate gli scafisti arrestati e libereremo i 4 rapiti italiani”

Rapiti 4 italiani in Libia ai confini con la Tunisia

In Libia l’ISIS avanza, migliaia di stranieri dalla Turchia e dal Sahara

La Corte Costituzionale sudafricana rigetta il ricorso di Oscar Pistorius

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 marzo 2016

Oscar Pistorius non può ricorrere in appello contro la sentenza di secondo grado, pronunciata all’inizio di dicembre dello scorso anno dal giudice Lorimer Leach, che lo ha condannato per omicidio volontario. (http://www.africa-express.info/2015/12/03/omicidio-volontario-e-non-colposo-ribaltata-la-sentenza-contro-oscar-pistorius/). Gli avvocati dell’atleta paraolimpico avevano presentato alla Corte Costituzionale ricorso contro tale sentenza lo scorso 11 gennaio.

Oscar Pistorius e Reewa

Pistorius aveva ucciso la fidanzata Reeva Steenkamp il giorno di San Valentino del 2013. L’atleta più veloce senza gambe ha sempre dichiarato di aver ammazzato l’amata per errore. Infatti il giudice di primo grado ha qualificato il gesto come omicidio volontario, infliggendogli una pena di cinque anni di carcere.

Il cancelliere della Corte Costituzionale ha fatto sapere tramite Luvuyo Mfaku, un portavoce delle autorità giudiziarie del Sudafrica, che Oscar Pistorius non può ricorrere in sede di Corte d’Appello. La Corte Costituzionale ha rigettato tale domanda, perché ha ritenuto che il processo di secondo grado si sia svolto correttamente, i diritti fondamentali dell’accusato non sarebbero stati lesi.

La stella dell’atletica si trova attualmente nella casa dello zio; è stato scarcerato su cauzione. Dovrà ripresentarsi in Tribunale il 18 aprile per la lettura della sentenza. La legge sudafricana prevede una condanna di quindici anni per il delitto di omicidio volontario.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

In Centrafrica eletto il nuovo presidente, senza partito non era il favorito

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 marzo 2016

Ieri la Corte Costituzionale di transizione ha convalidato i risultati della seconda tornata elettorale delle presidenziali del 14 febbraio scorso. Faustin-Archange Touadéra si è aggiudicato il 62,69 per cento dei voti, mentre il suo avversario Anicet Georges Dologuélé ha ottenuto solamente il 37,31 percento dei consensi.

La Corte Costituzionale ha poi respinto il ricorso degli alleati di Dologuélé; lo sfidante stesso non aveva contestato il risultato delle urne.

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Subito dopo la proclamazione dei risultati Touadéra ha tenuto un breve discorso nel quale ha fermamente sottolineato: “Sarò il presidente di una riconciliazione nazionale, senza la quale nulla sarà possibile. Sarò il presidente di tutti centrafricani e centrafricane, dobbiamo costruire un clima di tolleranza e ricostruire uno Stato di diritto”.

Il 31 marzo terminerà il periodo di transizione della travagliata Repubblica centrafricana e entro quella data Touadéra dovrà prestare giuramento e sarà ufficialmente investito come presidente del Paese. Entro la fine del mese si dovrà ancora svolgere il secondo turno delle elezioni legislative e solo allora il neo-eletto presidente, che è stato il primo ministro di François Bozizé dal 2008 al 2011, conoscerà la composizione del nuovo Parlamento.

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Touadéra non è iscritto ad alcun partito, dunque dovrà dapprima costruire le sue alleanze. Si era presentato a queste elezioni come il candidato del popolo, e certamente non era stato dato come favorito. L’ex-primo ministro di Bozizé è laureato in matematica e prima di dedicarsi alla politica è stato rettore dell’università di Bangui.

Gran parte del Paese è ancora controllato da bande armate di militanti di ex-Séléka (vi aderiscono per lo più musulmani) e anti-balaka (costituiti da cristiani e animisti). Nella Repubblica centrafricana è tutto da ricostruire: bisogna riportare a casa gli sfollati e i profughi, riaprire le scuole, sfamare la popolazionema innanzi tutto è necessario ripristinare lo stato di diritto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Si avvicinano le elezioni e comincia le repressione in Congo-K: arrestati sei giovani dissidenti

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 febbraio 2016

Rapporti tesi tra la Francia e la Repubblica democratica del Congo (Congo-K) dopo la condanna a due anni di prigione di sei attivisti del movimento “Lutte pour le changement” (Lucha). Cinque uomini e una donna,  Rebecca Kavugho, Serge Sivyavugha, Justin Kambale Mutsongo, Melka Kamundu, John Anipenda, e Ghislain Muhiwa sono stati accusati di incitazione alla rivolta a Goma, città situata nella parte orientale del Paese, al confine con il Ruanda.

Lucha è un movimento che comprende giovani indignati, nato nel 2012 proprio a Goma. I sei militanti sono stati arrestati il 16 febbraio, data che coincide con l’anniversario della “marcia dei credenti” di Kinshasa del 1992, una manifestazione pacifica, organizzata dai cattolici, per protestare contro la sospensione della “Conférence Nationale Souvraine” e finita in un bagno di sangue. Le forze di sicurezza del dittatore dell’epoca, Mobutu Sese Seko, avevano sparato contro i manifestanti non armati.

Joseph Kabila
Joseph Kabila

Una coalizione di oppositori e Lucha avrebbero voluto commemorare quest’anno l’evento con uno sciopero generale nazionale.

Nel suo comunicato del 25 febbraio il Ministero degli Affari Esteri francese ricorda al governo del Congo-K: “Chiediamo alle autorità congolesi di voler rispettare le libertà fondamentali conformi agli impegni internazionali sottoscritti dalla Repubblica Democratica del Congo. E in vista delle prossime elezioni, secondo la Costituzione, è essenziale che la società civile possa partecipare a un dibattito democratico sereno, senza intralciare il lavoro dei politici”.

Anche il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, è preoccupato per le restrizioni e della libertà di manifestare. Ban ha anche espresso le sue perplessità circa il ritardo nella preparazione del processo elettorale e ha invitato i leader africani di non aggrapparsi al potere, la poltrona non è per sempre.

L’attuale presidente del Paese, Joseph Kabila, è al potere dal 2001. La Costituzione prevede solo due mandati consecutivi di cinque anni ciascuno. Con l’avvicinarsi delle elezioni, previste per la fine dell’anno, Kabila sta intensificando la repressione.

Sarah Jackson, vice-direttore regionale di Amnesty International per l’Est Africa, il Corno d’Africa e la Regione dei Grandi Laghi, ha chiesto l’immediato e incondizionato rilascio dei cinque giovani e la ragazza.

Nel suo recente rapporto Treated like Criminals: DRC’s Rush to Silence Dissent”, Amnesty International documenta in che modo le autorità del Congo-K stanno usando il sistema giudiziario per reprimere ogni voce dissenziente. E l’arresto dei sei giovani ne è un esempio. Amnesty li considera come prigionieri di coscienza, imprigionati solamente perché hanno esercitato il loro diritto di esprimersi liberamente e di radunarsi in modo pacifico.

Dal canto loro, i vescovi del Congo-K hanno preferito annullare la marcia pacifica in memoria dei cristiani uccisi nel 1992, temendo strumentalizzazioni politiche. Da mesi l’episcopato congolese si sta adoperando per mediare il dialogo tra le diverse fazioni politiche sul calendario delle elezioni, che dovrebbero, tra le altre cose, porre fine al mandato di Kabila.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ban Ki Moon in Sud Sudan per bloccare le violenze

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 febbraio 2016

Giovedì, scorso il segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon ha incontrato il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit. Ban ha voluto ricordare a Kiir l’urgenza dell’attuazione del trattato di pace, siglato lo scorso agosto e la formazione di un governo di transizione di unità nazionale, insieme al reintegrato vice-presidente e leader dell’opposizione Riek Machar.

La notte del 18 febbraio si sono verificati violenti scontri a Malakal, nel nord-est del Paese, in un campo per sfollati, allestito dalla Missione dell’ONU in Sud Sudan (UNMISS), cosa che il capo del Palazzo di vetro ha aspramente criticato. Senza mezzi termini ha chiesto poi al governo sudsudanese di condurre indagini serie e approfondite per trovare i responsabili delle violenze. Ban ha sottolineato quali sono i compiti delle Nazioni Unite nel Paese, cioè proteggere la popolazione civile. Dunque è indispensabile che il personale dell’ONU e gli operatori umanitari possano lavorare senza restrizioni su tutto il territorio.

Il segretario dele Nazioni Unite Ban Ki Moon parla von il president sudsudanese Salva Kiir a Juba. La foto è del 6 maggio 2014
Il segretario dele Nazioni Unite Ban Ki Moon parla von il president sudsudanese Salva Kiir a Juba. La foto è del 6 maggio 2014

Due giorni fa sono state ferite trentacinque persone e almeno cinque sono state uccise a Pibor, la capitale del Buma State. Responsabili di Medici Senza frontiere (MSF) hanno dichiarato che il loro quartier generale nella città sarebbe stato saccheggiato durante i combattimenti tra le forze armate sud-sudanesi (SPLA) e militanti fedeli all’ex-amministratore della Regione, David Yau Yau, un ex-combattente dei ribelli.

Altre mille persone sono fuggite, terrorizzate dalle nuove violenze e si sono rifugiate nella base dell’UNMISS. Solo poche settimane fa Kiir ha dato il ben servito a Yau Yau, che ha amministrato per due anni Buma, uno Stato di recente creazione, abitato prevalentemente da gente della tribù Murle. Le autorità del luogo hanno fatto sapere che dal giorno dell’insediamento di Baba Maden Konyi come nuovo governatore, la tensione nella Regione è salita alle stelle.

Corinne Benazech, capo di MSF in Sud Sudan ha comunicato che anche lo staff di MSF ha dovuto trasferirsi alla base di UNMISS. E ha aggiunto: “Un momento veramente critico. A Pibor la popolazione ha bisogno di assistenza medica, eravamo gli unici in quest’area”.

Juba si rifiuta di commentare i fatti. Ora si attende un rapporto dettagliato del comandante militare di Pibor.

Yau Yau ha combattuto contro il governo per molti anni, finchè non è stato raggiunto un accordo nel 2014, e gli è stato promesso che avrebbe occupato il ruolo di amministratore fino alle prossime elezioni . L’accordo è saltato lo scorso ottobre, con la creazione di ventotto nuovi Stati e Kiir ha preferito sostituire Yau Yau con Baba Maden Konyi, un altro esponente della tribù dei Murle.

Il Sud Sudan, il più giovane Stato del pianeta, ha avuto l’indipendenza dal Sudan solo nel 2011. La popolazione devastata, avvilita, da anni di guerra civile, aveva riposto tutte le sue speranze, il proprio futuro, in questo giovane Paese.

Nel 2013 il presidente Kiir ha accusato il suo vice Marchar di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati a fine 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Questa’ultima guerra civile sta portando sull’orlo del baratro una buona parte della popolazione. Solo nei primi mesi del conflitto oltre quattrocentomila persone hanno abbandonato le loro case. Decine di migliaia hanno cercato rifugio nei campi delle basi dell’ONU, che ben presto si sono trasformati in veri e propri campi per sfollati.

Ban tra i ragazzini. Anche questa foto è del 2014
Ban tra i ragazzini. Anche questa foto è del 2014

Un sudsudanese su cinque è oggi uno sfollato. Dopo oltre due anni di guerra civile, 2,3 milioni di persone hanno abbandonato il proprio luogo di residenza, settecentosettantamila si sono rifugiati nei Paesi confinanti, cercando sicurezza e protezione, ma spesso si sono ritrovati intrappolati in un’altra Nazione in guerra. Chi è scappato, ha perso spesso un congiunto strada facendo. Le violenze verso i civili sono terribili; attacchi mirati, assassini, rapimenti, stupri, sono all’ordine del giorno.

Quando si fugge, è difficile per i bimbi frequentare la scuola, per gli adulti trovare lavoro, seminare i campi.
Tutto ciò ha prodotto una crisi alimentare senza pari. Quattro milioni di persone non hanno sufficiente cibo per nutrirsi, un altro milione necessità di assistenza umanitaria particolare. Ciò che resta è solo la speranza di sopravvivere.

Dopo quasi due decadi di conflitti, il Sud Sudan è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo. Solo le città più grandi hanno visto una certa crescita e modernizzazione, per il resto è una nazione rurale. Oltre la metà dei cittadini vive in povertà estrema, sono malnutriti. Bisogna aggiungere che ci sono poche infrastrutture, come strade, trasporti, ospedali e non è sempre facile per gli operatori umanitari prestare soccorso o distribuire cibo alla popolazione.

In occasione di questa visita, Ban Ki-moon ha portato un assegno di ventuno milioni di dollari da parte del United Nations Central Emergency Response Fund, OCHA, United Nations per assistenza umanitari urgente.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In Libia l’ISIS avanza, migliaia di stranieri dalla Turchia e dal Sahara

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
23 febbraio 2016

Gli Stati Uniti hanno bombardato uno dei campi d’addestramento in Libia dell’ISIS che da mesi sono indicati vicino a Sabratha: la cittadina tra Tripoli e il confine tunisino ostaggio dell’ISIS, che è sede anche di splendidi resti archeologici e dei moli d’attracco di alcuni (non la maggioranza che è a Zuara) dei barconi di migranti diretti verso Lampedusa.

È la quarta operazione militare mirata degli americani nell’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi, dopo il blitz in mare dei Navy Seals del 2014 per fermare un carico illegale di petrolio libico, e i due raid del 2015 tra Agedabia e Derna per uccidere il jihadista e criminale algerino Mokhtar Belmokhtar, bersaglio mancato, e poi l’emiro iracheno dell’ISIS Abu Nabil al Anbari, ex comandante saddamita colpito nell’operazione.

Dicono fonti libiche di ambienti coinvolti nei negoziati ad Africa ExPress, che dalla caduta di Gheddafi gli americani sono una superpotenza nascosta, “ma sempre molto, molto presente” nel Paese. Nel 2012, l’anno dell’attentato al Consolato statunitense a Bengasi, gli “americani avevano anche un campo d’addestramento in Libia”.

sabratha

Il via libera ai droni armati degli USA per azioni in Libia “a scopo difensivo” dalla base siciliana di Sigonella è ora un altro passo verso un nuovo intervento militare occidentale dal 2011, con ogni probabilità con target e interessi strategici (degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia, competitor degli italiani nel Paese) definiti da tempo.

Tutte le forze libiche in guerra, incluso il governo di unità nazionale che tenta di insediarsi a Tripoli, rifiutano interventi stranieri, a ragione visti come un tentativo di estirpare il terrorismo in cambio dell’acceso ai giacimenti di gas e petrolio. I libici ammettono tuttavia di aver bisogno dell’aiuto anche occidentale “innanzitutto per chiudere i confini di un Paese aperto a tutti”, ricostituendo esercito e intelligence.

Ogni fazione fa entrare in Libia i suoi supporter dagli scali aerei presidiati e anche dalla frontiera meridionale del Fezzan, un deserto sconfinato dove è in corso una guerra che nessuno racconta e che richiama migliaia di combattenti stranieri mischiati a trafficanti, migranti, avventurieri. Inutile anche costruire fossati come ha fatto la Tunisia al confine con la Libia, non lontano da Sabratha: “I sospetti non passano più via terra, ma si volano da Tunisi verso Istanbul e da lì, con le compagnie libiche, a Tripoli e a Misurata”, raccontano i nostri informatori.

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Lo stop ai collegamenti di linea aerei stranieri per la Libia, inclusi quelli di Turkish Airlines, è solo un blocco di facciata. Anche il generale Khalifa Haftar, nemico degli islamisti di Tripoli e Misurata, lascia egualmente arrivare dal suo scalo di Tobruk armi e rinforzi e, attraverso il Sahara, anche mercenari dal Ciad, dal Niger e dal Sudan, che nel Sud alimentano gli scontri tra la minoranza nera libica dei tabu e i tuareg.

In passato sia Gheddafi sia Haftar hanno usato i migranti economici dall’Africa centrale come manovalanza, di riforzo all’esercito l’uno, per tentare il golpe l’altro. Il Sud della Libia del quale parlano solo i migranti e l’ultimo rapporto ONU sull’emergenza umanitaria è teatro da tempo di una proxy war dove ognuno – Haftar, ma anche la Turchia, il Qatar, gli Emirati arabi e diversi sponsor occidentali che vendono loro le armi – manda avanti il suo gioco sporco.

Tra le “centinaia di migliaia” di mercenari penetrati in Libia dal Sahel, anche i Boko Haram nigeriani affiliati all’ISIS che hanno raggiunto il distaccamento libico del Califfato a Sirte. I libici negano, anche in buona fede, che il Sud fuori controllo del Fezzan sia occupato dai jihadsti dell’ISIS, “loro sono solo nell’ex roccaforte di Gheddafi, Sirte, e hanno cellule silenti in tutte le altre città della costa”. Ma in Libia l’ISIS ha annunciato l’istituzione di tre wilayat (Province) come spazio d’espansione: la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan.

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Fonti attendibili tra i profughi hanno confermato ad Africa ExPress di essere finite anche dalle mani dell’ISIS durante le stazioni della tratta di esseri umani dal Sahara verso la costa libica e di essere potute scappare dalla prigionia degli uomini di al Baghdadi durante gli scontri esplosi tra l’ISIS e altre fazioni di libici.

Come il Nord della Siria e dell’Iraq che l’esercito di Assad non riusciva più a controllare, il Sud della Libia è uno spazio aperto e in balia di tutti, ideale per tracciare i confini di un nuovo sedicente Stato islamico in Africa. In generale in tutta la Libia “è saltato il controllo dei visti alle frontiere, è facile entrare e anche salire sulle barche dei migranti”, ci dicono le fonti locali.

Qui ci sono “soldi, un sacco di armi e munizioni, nessun governo centrale, intelligence o polizia, cosa vogliono di più i terroristi?”. Molti fattori hanno contribuito a questo disastro, incluso il proliferare di armi e prebende tra le milizie. Ma i libici ripetono che “un buon 75% dei combattenti dell’ISIS nel Paese è di origine straniera: tunisini, yemeniti e jihadisti da altri Stati arabi e anche occidentali. La Libia è l’ambiente di un’operazione fatta con altre nazionalità”.

Anche la struttura di comando del Califfato è “formata da quadri di diverse nazionalità ed è questa la sua forza”. La popolazione libica percepisce l’infiltrazione straniera come una minaccia, ma non è in grado di arrestare il fenomeno. In effetti la maggioranza dei circa 40 combattenti dell’ISIS uccisi a Sabratha nel raid Usa erano tunisini e sono morti anche due loro ostaggi serbi.

Tra loro forse anche la presunta mente delle stragi del museo del Bardo e delle spiagge di Soussa, Noureddine Chouchane, ma potrebbe essere un obiettivo fallito come Belmokhtar.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Ban Ki Moon in Burundi per cercare un dialogo tra il presidente e i rivoltosi

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 febbraio 2016

Il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza, ha comunicato che entro aprile libererà duemila oppositori che attualmente si trovano nelle luride galere del Paese. L’annuncio è stato dato ieri mattina, al termine del colloquio con il segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon, in visita a Bujumbura, la capitale dell’ex protettorato belga.

Ban Ki Moon e Pierre Nkurunziza
Ban Ki Moon e Pierre Nkurunziza

La crisi burundese è scoppiata in aprile quando il presidente Nkurunziza, un mistico pastore protestante che crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese – violando la Costituzione – ha deciso di presentarsi alla elezioni per il terzo mandato.
(http://www.africa-express.info/2015/04/26/il-presidente-del-burundi-vuole-il-terzo-mandato-proteste-e-scontri-2-morti/).

I suoi stessi amici hutu avevano tentato un colpo di Stato in maggio per bloccare le sue aspirazioni. Per settimane gli oppositori, cioè la società civile, si sono riversate sulle piazze di Bujumbura per manifestare il loro disappunto al nuovo mandato. Le proteste sono sempre state represse con violenza dalle forze dell’ordine. Ovviamente in luglio Nkurunziza è riuscito a farsi rieleggere per la terza volta, nonostante che la Costituzione preveda un massimo di due mandati.

Dallo scorso aprile ad oggi sono state uccise almeno quattrocento persone, oltre duecentocinquantamila burundesi sono scappati nei Paesi confinanti (http://www.africa-express.info/2015/11/09/burundi-sullorlo-del-baratro-centinaia-di-migliaia-in-fuga/), terrorizzati dalle violenze.

La comunità internazionale ha criticato aspramente Nkurunziza. Per alcune settimane si è temuto che il Burundi potesse piombare nell’incubo di un nuovo genocidio africano.

La visita di Ban Ki Moon precede quella del presidente sudafricano Jakob Zuma e di altri quattro capi di Stato del continente. Il segretario generale dell’ONU si è dichiarato soddisfatto del meeting con il leader burundese e ha sottolineato: “Il nostro incontro è stato sincero e produttivo. L’ONU farà ciò che sarà possibile per facilitare una soluzione pacifica della crisi. Sono qui, per evitare che il Paese sprofondi in un baratro. Il mondo non può permetterlo”.

Il segretario generale dell’ONU ha parlato con i leader dell’opposizione e del governo lunedì sera, prima di incontrare il presidente martedì mattina. Il fatto stesso che il presidente abbia promesso di liberare i prigionieri, ha quindi commentato, rappresenta un passo importante. Il capo del Palazzo di Vetro è rimasto estremamente soddisfatto della disponibilità dei leader dell’opposizione e del presidente stesso che intendono riprendere un dialogo politico costruttivo. “Intendono”, non vuol dire che il dialogo ripartirà veramente. Purtroppo siamo abituati a negoziati improduttivi che si trascinano per mesi e anche anni senza approdare a nulla. Servono solo al governante di turno per placare gli animi e per lasciare tutto immutato.

Infatti resta da chiarire un punto importante: quali rappresentanti dell’opposizione siederanno al tavolo dei colloqui, visto che alcuni si trovano in esilio, altri in galera, altri ancora hanno imbracciato le armi.

Ban Ki Moon all'arrivo a Bujumbura
Ban Ki Moon all’arrivo a Bujumbura

Nkurunziza dal canto suo martedì ha voluto sottolineare che l’invito a negoziare è rivolto a tutti i burundesi: sono esclusi solamente coloro che “continuano a voler destabilizzare il Paese”. Una definizione questa che comprende praticamente tutti coloro che non la pensano come lui. Già questo inquieta. E’ come se il presidente si riservasse il diritto di scegliere la controparte con cui dialogare.

Che la strada sia in salita lo dimostra la situazione assai tesa. La notte precedente la visita di Ban Ki Moon sono state fatte esplodere una decina di granate in diversi quartieri della periferia di Bujumbura. Una dozzina di persone, tra cui due militari, sono rimaste ferite.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes