Ban Ki Moon in Sud Sudan per bloccare le violenze

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 febbraio 2016

Giovedì, scorso il segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon ha incontrato il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit. Ban ha voluto ricordare a Kiir l’urgenza dell’attuazione del trattato di pace, siglato lo scorso agosto e la formazione di un governo di transizione di unità nazionale, insieme al reintegrato vice-presidente e leader dell’opposizione Riek Machar.

La notte del 18 febbraio si sono verificati violenti scontri a Malakal, nel nord-est del Paese, in un campo per sfollati, allestito dalla Missione dell’ONU in Sud Sudan (UNMISS), cosa che il capo del Palazzo di vetro ha aspramente criticato. Senza mezzi termini ha chiesto poi al governo sudsudanese di condurre indagini serie e approfondite per trovare i responsabili delle violenze. Ban ha sottolineato quali sono i compiti delle Nazioni Unite nel Paese, cioè proteggere la popolazione civile. Dunque è indispensabile che il personale dell’ONU e gli operatori umanitari possano lavorare senza restrizioni su tutto il territorio.

Il segretario dele Nazioni Unite Ban Ki Moon parla von il president sudsudanese Salva Kiir a Juba. La foto è del 6 maggio 2014
Il segretario dele Nazioni Unite Ban Ki Moon parla von il president sudsudanese Salva Kiir a Juba. La foto è del 6 maggio 2014

Due giorni fa sono state ferite trentacinque persone e almeno cinque sono state uccise a Pibor, la capitale del Buma State. Responsabili di Medici Senza frontiere (MSF) hanno dichiarato che il loro quartier generale nella città sarebbe stato saccheggiato durante i combattimenti tra le forze armate sud-sudanesi (SPLA) e militanti fedeli all’ex-amministratore della Regione, David Yau Yau, un ex-combattente dei ribelli.

Altre mille persone sono fuggite, terrorizzate dalle nuove violenze e si sono rifugiate nella base dell’UNMISS. Solo poche settimane fa Kiir ha dato il ben servito a Yau Yau, che ha amministrato per due anni Buma, uno Stato di recente creazione, abitato prevalentemente da gente della tribù Murle. Le autorità del luogo hanno fatto sapere che dal giorno dell’insediamento di Baba Maden Konyi come nuovo governatore, la tensione nella Regione è salita alle stelle.

Corinne Benazech, capo di MSF in Sud Sudan ha comunicato che anche lo staff di MSF ha dovuto trasferirsi alla base di UNMISS. E ha aggiunto: “Un momento veramente critico. A Pibor la popolazione ha bisogno di assistenza medica, eravamo gli unici in quest’area”.

Juba si rifiuta di commentare i fatti. Ora si attende un rapporto dettagliato del comandante militare di Pibor.

Yau Yau ha combattuto contro il governo per molti anni, finchè non è stato raggiunto un accordo nel 2014, e gli è stato promesso che avrebbe occupato il ruolo di amministratore fino alle prossime elezioni . L’accordo è saltato lo scorso ottobre, con la creazione di ventotto nuovi Stati e Kiir ha preferito sostituire Yau Yau con Baba Maden Konyi, un altro esponente della tribù dei Murle.

Il Sud Sudan, il più giovane Stato del pianeta, ha avuto l’indipendenza dal Sudan solo nel 2011. La popolazione devastata, avvilita, da anni di guerra civile, aveva riposto tutte le sue speranze, il proprio futuro, in questo giovane Paese.

Nel 2013 il presidente Kiir ha accusato il suo vice Marchar di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati a fine 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Questa’ultima guerra civile sta portando sull’orlo del baratro una buona parte della popolazione. Solo nei primi mesi del conflitto oltre quattrocentomila persone hanno abbandonato le loro case. Decine di migliaia hanno cercato rifugio nei campi delle basi dell’ONU, che ben presto si sono trasformati in veri e propri campi per sfollati.

Ban tra i ragazzini. Anche questa foto è del 2014
Ban tra i ragazzini. Anche questa foto è del 2014

Un sudsudanese su cinque è oggi uno sfollato. Dopo oltre due anni di guerra civile, 2,3 milioni di persone hanno abbandonato il proprio luogo di residenza, settecentosettantamila si sono rifugiati nei Paesi confinanti, cercando sicurezza e protezione, ma spesso si sono ritrovati intrappolati in un’altra Nazione in guerra. Chi è scappato, ha perso spesso un congiunto strada facendo. Le violenze verso i civili sono terribili; attacchi mirati, assassini, rapimenti, stupri, sono all’ordine del giorno.

Quando si fugge, è difficile per i bimbi frequentare la scuola, per gli adulti trovare lavoro, seminare i campi.
Tutto ciò ha prodotto una crisi alimentare senza pari. Quattro milioni di persone non hanno sufficiente cibo per nutrirsi, un altro milione necessità di assistenza umanitaria particolare. Ciò che resta è solo la speranza di sopravvivere.

Dopo quasi due decadi di conflitti, il Sud Sudan è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo. Solo le città più grandi hanno visto una certa crescita e modernizzazione, per il resto è una nazione rurale. Oltre la metà dei cittadini vive in povertà estrema, sono malnutriti. Bisogna aggiungere che ci sono poche infrastrutture, come strade, trasporti, ospedali e non è sempre facile per gli operatori umanitari prestare soccorso o distribuire cibo alla popolazione.

In occasione di questa visita, Ban Ki-moon ha portato un assegno di ventuno milioni di dollari da parte del United Nations Central Emergency Response Fund, OCHA, United Nations per assistenza umanitari urgente.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi