19.6 C
Nairobi
domenica, Aprile 12, 2026

La guerra di Israele a Hezbollah rischia di distruggere il Libano

Speciale Per Africa ExPress Emanuela Ulivi 12 aprile 2026 Le...

Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
Home Blog Page 429

Scoppia epidemia di febbre gialla in Angola

Speciale per Africa ExPress
Davide Debernardi
Milano, 19 febbraio 2016

L’incubo della febbre gialla torna a colpire l’Angola, dove ha già ucciso cinquantun persone. La nuova ondata dell’epidemia si è presentata dopo una pausa di trent’anni.

Nelle ultime sei settimane  solo a Viena, una periferia a est della capitale Luanda, sono stati registrati ventinove decessi, altre novantadue persone sono state colpite dal virus.

febbre gialla

Adelaide de Carvalho, direttore della salute pubblica, attraverso un comunicato ha annunciato che sono state già infettate duecentoquarantuno persone; finora sono stati vaccinati solamente  quattrocentocinquantamila abitanti della capitale su un totale di 1,6 milioni di residenti. Vista l’attuale condizione economica del Paese, vaccinare tutti i cittadini di Luanda sembra dunque un obiettivo difficilmente raggiungibile.

Le entrate della ex-colonia portoghese si basano per lo più sulle esportazioni di petrolio; il calo del settanta per cento del prezzo del greggio sta mettendo in crisi la terza più grande economia dell’Africa. Per far fronte alla crisi di bilancio, nel luglio 2015 il governo ha tagliato del trenta per cento i fondi alla sanità pubblica. Mentre l’amministrazione comunale della capitale ha ridotto il budget per la raccolta dei rifiuti, lasciando nel degrado più totale le periferie più povere delle città, diventate così terreno fertile per la proliferazione di zanzare, ratti, topi e quant’altro.

angola

La febbre gialla è una febbre emorragica, provocata da un virus appartenente al genereFlavivirus (dal latino flavus, che significa giallo) cui appartengono anche i virus responsabili della dengue e della encefalite giapponese. La malattia colpisce principalmente gli esseri umani e le scimmie e si trasmette attraverso la puntura di zanzare Aedes. E’ endemica nelle aree tropicali dell’Africa, del Centro e del Sud America.

Nella maggior parte dei casi, la malattia si manifesta in forma asintomatica o con sintomi simili a quelli dell’influenza, come febbre, mal di testa, dolori muscolari e nausea, per poi entrare nella fase di “intossicazione” dove subentrano l’ittero (colorazione giallastra della pelle) ed emorragie interne e cutanee. Il decesso si presenta nel venti per cento dei casi più gravi. Non esiste una cura specifica per tale patologia, può essere prevenuta e controllata tramite campagne di vaccinazione di massa. Il paziente che supera la malattia, acquisisce un’immunità che dura per tutta la vita.

Non esiste una cura specifica per tale patologia, può essere prevenuta e controllata solamente tramite campagne di vaccinazione di massa. Il paziente che supera la malattia, acquisisce un’immunità che dura per tutta la vita.

 L’Angola si trova in una zona geografica dove è fortemente raccomandata la vaccinazione, ma ciò non sembra preoccupare il governo del Paese.

Davide Debernardi
davidedebernardi@yahoo.it

 

Elezioni in Uganda, vince la vecchia volpe, accusato di brogli

0

Speciale per Africa ExPress,
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 febbraio 2016

Solo poche ore fa il presidente della commissione elettorale dell’Uganda, Badru Kiggundu, ha dichiarato Yoweri Kaguta Museveni vincitore delle elezioni presidenziali 2016 con il 60,7 per cento dei voti. Il settantunenne, indiscusso (ma contestato) leader della ex-colonia britannica, è pronto a salire sul “trono” presidenziale per la quinta volta.

La vittoria di Yoweri Musaveni era prevista. Al potere da 30 anni non poteva permettersi di perdere la sua quinta rielezione. Museveni, divenuto presidente dopo una guerra lampo contro il suo predecessore Tito Okello, ha guidato il suo Paese con fermezza e determinazione.

Permette giornali di opposizione, partiti politici alternativi e critiche pacate. Ovvio che il suo potere, però, non deve e non può essere scalfito. Quindi al momento decisivo, come è quello del voto, lui e i suoi sostenitori si irrigidiscono e scattano la repressione e i brogli.

I social network, facebook, twitter sono stati bloccati durante le elezioni. Il candidato principale d’opposizione, Kizza Besigye, suo ex medico personale, è stato ancora una volta imprigionato. Ora si trova agli arresti domiciliari. Sono scoppiati disordini che la polizia ha represso con gas lacrimogeni.

MUSEVENI
Yoweri Musaveni, presidente dell’Uganda

Democrazia guidata, si diceva una volta con due parole che, associate sono una contraddizione in termini, ma spiegano bene il concetto “democrazia ma non troppo”. Museveni le ha applicate comunque concretamente.

Anche l’ex primo ministro, e altro membro dell’opposizione, Amama Mbabazi, è rinchiuso in casa e la sua abitazione è sorvegliata a vista dalla polizia, ufficialmente per difenderlo dai suoi sostenitori che attendono di essere pagati per il lavoro svolto durante la campagna elettorale e ai seggi. I risultati ottenuti da Mbabazi sono minimi, insomma una sconfitta totale.

L’Uganda, fedele alleato degli americani e schierato contro il terrorismo, è economicamente cresciuto. La ricchezza è stata in qualche modo distribuita, anche se non equamente, e il tenore di vita della popolazione è sicuramente aumentato. La brutale guerriglia che ha insanguinato le regioni del nord è in sonno e quasi sconfitta. Insomma, il Paese è avanzato ma la sua democrazia no.

IMG_7396a

Lo stringer di Africa ExPress, Giacomo A. che attualmente si trova a Kampala, ha raccontato le sue impressioni di questa tornata elettorale, che ha registrato l’ennesima vittoria di Musenevi: “Sono rientrato da un giro in città pomeridiano, al momento della proclamazione ufficiale, dopo elezioni a suffragio universale. Le foto indicano che nei due punti normalmente più trafficati di

: Jinia Road roundabout e Kabalagala, il quartiere della vita sociale, sono totalmente deserti. La popolazione, invece di andare a festeggiare nelle strade preferisce starsene rintanata in casa. oppure ha posticipato il rientro dai rispettivi luoghi di origine, dove magari si sono recati a votare”.

Strade vuote della capitale ugandese, Kampala
Strade vuote della capitale ugandese, Kampala

Quasi tutti gli ugandesi vedono ormai le elezioni come un fastidio. Sono stanchi di essere bombardati da messaggi politici e promesse che poi in pratica lasciano spazio solo alla continuazione dello status quo.

Un popolo che ormai ha capito come convivere con questa politica che non accende alcun entusiasmo, protrae e postone i problemi, che restano sempre irrisolti. “La speranza è che  il Presidente Museveni, considerato da molti osservatori un uomo intelligente, pragmatico e attento al sentire comune della  sua gente – ha spiegato il nostro stringer saprà sintonizzarsi ancora una volta con loro, sperando che lasci da parte i cattivi consiglieri, cambiando programmi, progetti e prospettive.

Un modo questo per uscire con onore dalla vita politica, per restare nei libri di storia dell’Uganda e dell’intero continente. Chissà se il vecchio leader saprà cogliere questa sfida”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Guinea Equatoriale, due italiani condannati a 33 e 21 anni per reati fiscali

Speciale per Africa Express
Andrea Spinelli Barrile
Roma,19 febbraio 2016

Ieri pomeriggio, presso il Tribunale di Bata in Guinea Equatoriale, è stata letta la sentenza di condanna a carico dei due cittadini italiani Fabio e Filippo Galassi di Roma, padre e figlio. I due erano stati arrestati lo scorso 21 marzo proprio a Bata, accusati in flagranza di aver tentato di esportare capitali all’estero e incarcerati: sono stati condannati rispettivamente a 33 e 21 anni di reclusione.

Lavoravano entrambi per un’impresa di costruzioni chiamata General Works, che ha due principali soci di riferimento: la friulana Anna Maria Moro e il Presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Nel 2008 l’allora proprietario dell’impresa, Igor Celotti (marito della signora Moro) morì in un incidente aereo nel Paese africano, un incidente piuttosto misterioso in seguito al quale il corpo di Celotti fu ritrovato carbonizzato mentre il pilota ne uscì illeso.

Padre e figlio

Al momento dell’arresto dei due Galassi la polizia aveva fatto sapere di averli colti in flagrante mentre caricavano in macchina alcuni trolley pieni di banconote, diretti verso l’aeroporto di Bata, ma alla successiva perquisizione nei bagagli non era stato trovato nulla, se non effetti personali dei due.

Dopo quasi un anno di detenzione, Fabio in carcere ininterrottamente dal 21 marzo mentre al figlio Filippo è stato riconosciuto un breve periodo di arresti domiciliari tra marzo e giugno 2015, i due sono stati colpiti da questa pena durissima. Entrambi si trovano attualmente detenuti nel carcere di Bata, cittadina continentale del piccolo paese centroafricano, dove ha trascorso due anni e mezzo un altro italiano, l’imprenditore Roberto Berardi, scarcerato nel luglio scorso dopo un periodo infernale di detenzione fatto di sevizie, fame, malattie e orrori di ogni sorta.

Le condizioni detentive dei due, grazie al clamoroso caso di Roberto Berardi che ha alzato molto l’attenzione su quella galera, sono fortunatamente meno dure di quelle del loro predecessore. Formalmente accusati di appropriazione indebita, truffa, riciclaggio e falsificazione di documenti, reati per i quali il pubblico ministero aveva la condanna a 15 anni per Fabio e 10 anni di reclusione per Filippo, sono stati riconosciuti colpevoli di aver “rovinato” l’impresa General Work, dove lavoravano entrambi in amministrazione (Fabio Galassi con un ruolo da direttore generale).

La pena riconosciuta ai due è assolutamente sproporzionata se commisurata al sistema penale della Guinea Equatoriale, dove 30 anni di carcere non vengono in genere dati nemmeno agli assassini. Lo scorso 26 gennaio 2016 il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata dal deputato PD Michele Anzaldi in cui si esprimevano forti preoccupazioni per le durissime condizioni carcerarie e per la legittimità del diritto guineano, aveva assicurato il massimo impegno del governo “ai più alti livelli” con l’azione diplomatica dell’ambasciata italiana in Camerun (competente per territorialità) e della Farnesina sia sull’ambasciata guineana a Roma sia “in ambito UE al fine di assicurare che le pressioni e sensibilizzazioni del governo equatoguineano fossero attuate anche a livello europeo”.

Fonti riservate hanno rivelato ad Africa ExPress che la ragione di tale pena potrebbe, condizionale d’obbligo, risiedere nei recenti guai giudiziari di due dei principali esponenti della famiglia presidenziale: il figlio del Presidente Teodorin Nguema Obiang e sua madre, la first lady Constancia Mangue de Obiang, sono recentemente incappati nelle maglie della giustizia internazionale per esportazione di capitali e riciclaggio, lui a Curaçao (isola caraibica del Regno dei Paesi Bassi) e lei in Svizzera. Rientrati fortunosamente in Guinea Equatoriale due giorni fa, alcuni organi di stampa raccontano di una detenzione di Teodorin nelle prigioni caraibiche dietro mandato di cattura dell’Interpol, secondo le nostre fonti avrebbero riservato ai due cittadini italiani il ruolo di capro espiatorio per i loro guai giudiziari. Quel che è certo è che il rampollo di casa Obiang è rientrato in Guinea Equatoriale reggendosi grazie a un vistoso bastone, mai comparso nei due precedenti mesi di vacanza (pubblicati sulla sua pagina Instagram).

E’ chiaro che tali affermazioni vanno prese con la dovuta cautela, ma per chi conosce la realtà della Guinea Equatoriale non è un mistero che il sistema economico corrotto da una cleptocrazia pigliatutto ha rovinato moltissimi cittadini stranieri che si sono visti incarcerare ingiustamente, derubare e poi sbattere fuori dal Paese. Oltre alla drammatica storia di Berardi (cui Africa ExPress nei mesi scorsi ha dato ampio risalto) di recente c’è stato il caso di un imprenditore sudafricano, Daniel Janse Van Rensburg. Rientrato in ottobre in Sudafrica è intenzionato a chiedere giustizia e i danni a Teodorin Nguema Obiang e al governo della Guinea Equatoriale, responsabili a suo dire della sua illegale e orribile detenzione.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

Con Boko Haram l’ISIS conquista il Sahel. Trojano: “Agire presto e bene”

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
16 febbraio 2016

In prospettiva c’è il rischio di un Califfato islamico anche in Africa, tra il Sud della Libia e il Nord del Mali e del Niger, per effetto dell’espansione dalla Nigeria della setta affiliata all’ISIS dei Boko Haram. L’ONU, l’UE e le potenze occidentali dovrebbero di conseguenza prendere, di concerto con i governi africani, misure “urgenti e complesse”, senza perdere più anni in burocrazia e trattative farraginose, per contrastare la “minaccia seria della crescita del terrorismo e della criminalità nel Sahel”.

Ugo Trojano, già portavoce di una recente missione UE operativa in Niger e con alle spalle un bagaglio di incarichi diplomatici anche per l’ONU, spiega in una conversazione con Africa ExPress le ragioni, “anche economiche e sociali”, che alimentano il fenomeno crescente della radicalizzazione islamica nella regione, sfociata nella costituzione prima di Al Qaeda nel Maghreb (AQMI) poi di altri gruppi come Boko Haram.

In Africa, e prima di tutto in Libia, sarebbe necessaria una “maggiore presenza diplomatica dell’Italia, anche nei posti chiave delle organizzazioni internazionali”. E per Trojano, “accanto agli interventi militari d’emergenza serve un piano Marshall a breve e lungo termine per il Sahel che riduca l’enorme disoccupazione giovanile e anche la diffusa corruzione negli apparati statali”. Due piaghe che permettono alle “prediche degli imam radicali di attecchire più facilmente”.

 boko-haram

Ha vissuto e operato per anni in Niger, prevede un aggravamento delle condizioni di sicurezza nell’Africa subsahariana durante il 2016?

Il Niger è un ottimo osservatorio per gli Stati confinanti. L’area del Sahel che va dal Sud Libia al Ciad, al Mali, al Niger e alla Nigeria del Nord, arrivando a comprendere anche parte del Burkina Faso e del Senegal, da qualche anno mostra una particolare instabilità, dovuta sia ad alcuni regimi corrotti spazzati via, sia soprattutto all’indubbio incremento delle attività di sette e gruppi terroristici nella regione. Sono iniziati con al Qaeda del Maghreb islamico, AQMI, poi si sono sviluppati in altre sigle e quello che più preoccupa è l’affiliazione, dal 2015, dei Boko Haram all’ISIS.

Il 21 febbraio si voterà per le Presidenziali in Niger: si profilano rischi di disordini anche in questo Paese, come per le elezioni in Burkina Faso nel 2015?

Grazie ai cospicui finanziamenti dell’Unione europea, degli Stati Uniti e della Francia, il Niger è l’unico Paese dell’area con una fragile stabilità, circondata però da un’aggravata instabilità degli Stati limitrofi.
Sulla carta l’attuale capo di Stato Mahamadou Issoufou, primo civile eletto democraticamente nel 2011 dopo anni di dittature, va incontro a una vittoria quasi scontata.
Ma in Africa basta un minimo sussulto a far saltare i governi e l’insicurezza nella regione potrebbe causare problemi anche lì. Nel Sud del Paese ci sono pesanti infiltrazioni dei Boko Haram, che il Niger combatte con operazioni militari insieme con Ciad, Camerun e Nigeria. Il mese scorso Issoufou ha riferito di un tentato colpo di Stato.

Ha accennato all’aumento di sette e gruppi terroristici nel Sahel, incluso l’ISIS, a cosa è dovuto a suo avviso questo fenomeno?

Vi sono più cause. L’altissima disoccupazione rende la gioventù di queste zone ancora più allo sbando che in passato e anche la corruzione di alcune élite dà più animo ad atti violenti o colpi di Stato.
In contesti così disagiati, le prediche degli imam estremisti attecchiscono maggiormente. Nonostante le moschee siano sempre più controllate, negli ultimi anni è aumentata l’islamizzazione radicale della popolazione. Nel gennaio 2015, per esempio, per la prima volta in Niger sono state incendiate delle chiese evangeliche e cattoliche, con una decina di morti. Eppure fino ad allora il 6-7% dei cattolici aveva sempre convissuto tranquillamente con il 95% della popolazione musulmana e tuttora la stragrande maggioranza dei musulmani del Paese intrattiene ottimi rapporti con i cristiani.

tuareg-14

Perché una minoranza crescente di musulmani dell’Africa subsahariana è attratta dalla dottrina salafita-wahhabita dei radicali sunniti?

È una questione anche sociale ed economica, altrimenti i Boko Haram sarebbero dovuti già essere sconfitti dagli eserciti del Niger e degli altri Stati, e invece gli attentati aumentano. L’Islam radicale e combattente offre stipendi a questi ragazzi del Sud poverissimo, che non hanno nulla. Qui ci sono sicuramente dei finanziamenti, che non possono provenire solo dall’industria dei rapimenti e dei traffici d’armi, i flussi di denaro arrivano evidentemente anche da Stati, entità o gruppi di famiglie di alcuni Paesi del Golfo.

Alcuni migranti sbarcati in Italia dal Nord Africa, raccontano di aver pagato l’ISIS per attraversare il deserto dal Sahel e raggiungere poi le coste della Libia: è possibile?

Non ho elementi per dirlo. So che molti migranti che sbarcano a Lampedusa attraversano anche il Nord del Niger e a mio parere si dovrebbe indagare bene sull’origine dei 5-6 mila euro e a volte anche di più, che servono per risalire verso il Nord Africa e imbarcarsi per l’Europa.
Tra queste popolazioni non c’è una borghesia diffusa come in Siria. E se una famiglia africana dispone di una somma del genere potrebbe, per esempio, aprire un business nel proprio Paese, magari un ristorante o un piccolo chiosco.

Che movimenti ci sono tra Al Qaeda nel Magreb, AQMI, e ISIS? Si è scritto che alcune frange di AQMI siano confluite nell’ISIS, ma poi si separa sempre al Qaeda da ISIS: si stanno fondendo in Africa o no?

A parte i soliti filoni di reti di trafficanti, in questi anni è emerso che la tratta dei migranti è stata diretta anche dall’ISIS o dagli affiliati di altre sigle islamiste radicali, che possono confluire sia su ISIS sia su AQMI. Ma allo stato attuale non bisogna confondere AQMI con ISIS: le due organizzazioni islamiche terroristiche e criminali sono all’apparenza ancora due cose abbastanza diverse.
AQMI continua cioè una tradizione più legata ad Al Qaeda: ha dimostrato di operare non tanto attraverso la conquista di territori, ma con gli affari del contrabbando e dei rapimenti, per finanziare attentati.

Il salto di qualità dell’ISIS in Africa rispetto agli altri gruppi jihadisti consiste quindi nelle conquiste territoriali?

Esattamente, pur sfruttando anche al Baghdadi gli affari e il contrabbando, l’ISIS punta prima di tutto a creare un distaccamento dello Stato islamico in Africa.
Questo non era nei piani strategici di al Qaeda, che anche quando ha islamizzato delle terre ha posto dei limiti alle sette affiliate che esageravano. Pur nel terrorismo, bisognava conquistare le anime e a proposito giova ricordare la natura non fanatica delle popolazioni nere dell’Africa occidentale e anche dei tuareg. Tra loro l’islam radicale non può attecchire facilmente: restano sempre importanti la musica, il ballo, il calcio…

Ancient home niger

Quali sono in prospettiva le zone di possibile estensione dell’ISIS nell’Africa centrale, oltre al Sud della Libia?

In Algeria e in Tunisia difficilmente l’ISIS potrebbe occupare terre. Il Sudan invece è un po’ più debole e in Mali, nonostante l’accordo sulla carta con le organizzazioni tuareg, l’assetto è tutt’altro che definito. Anche in Ciad, definito uno dei Paesi più sicuri, ci sono stati attentati e in Nigeria i Boko Haram sono lontani dall’essere stati debellati come vorrebbe far credere il governo, cosa che, dopo tante dichiarazioni roboanti, fa pensare vi siano state e vi siano collusioni periferiche, cioè di esponenti dell’esercito nigeriano, tra i più corrotti in Africa, con la setta affiliata all’ISIS.
Il territorio dove consolidare il Califfato potrebbe dunque configurarsi per l’ISIS nel Nord del Mali, nel Sud della Libia e anche nel Nord del Niger sotto tiro. Se e davvero si verificasse questa congiunzione dovremmo pensare a una guerra che prevede anche truppe al suolo, africane attraverso l’Unione africana e anche appoggiate dall’ONU e altre organizzazioni internazionali.

Non è neanche chiaro come si posizioni il terrorista jihadista e super ricercato Mokhtar Belmokhtar (nella foto sotto, ndr), bersaglio mancato di un blitz degli Usa in Libia, dove l’ISIS si sta allargando a macchia d’olio.

Belmokhtar, detto anche mister Malboro, si è effettivamente staccato da AQMI per formare il suo gruppo al Murabitun, unendosi con altre sigle quali Mujao, e Ansar Dine. Nella sua pericolosità però Bemokhtar potrebbe essere meno pericoloso di altri: personalmente non credo appartenga attualmente all’ISIS, ha usato sempre l’islamismo per i suoi traffici.
All’inizio anche per Boko Haram la religione era una facciata per coprire affari e fatturati dai rapimenti, dai traffici di droga ed esseri umani, di organi e di immigrazione clandestina. Accadeva che delle fette della filiera fossero subappaltate tra i vari gruppi, per abbattere i costi di spostamento dal Nord al Sud. AQMI poteva per esempio agire pagando Boko Haram e viceversa, così faceva anche Belmoktar. Ma poi a questa impalcatura si è aggiunta la componente ISIS, il pericolo più grande.

Con quali misure si può far arretrare il fenomeno dei terroristi e in generale degli estremisti islamici in Africa?

A mio avviso agendo parallelamente sia sull’emergenza sia sul lungo periodo, in pratica con un piano Marshall che copra un’area abbastanza vasta di almeno cinque-sei Stati. Servono azioni militari affiancate da azioni sociali a medio-lungo termine.
Occorre iniettare fondi, certamente anche per opere strutturali, ma per prima cosa contro la disoccupazione, e si potrebbe fare in modo di aumentare gli stipendi dei componenti delle forze armate e della sicurezza, soprattutto per contrastare la corruzione che permette il proliferare delle violenze.
La minaccia è imminente, bisogna mettere in atto da subito misure urgenti e complesse e mi chiedo perché l’Unione europea, l’ONU e le potenze occidentali indugino, continuando a perdere così tanto tempo.

È in parte la tesi leghista dell’“aiutiamoli a casa loro”, poi però alla prova dei fatti intervenire nei Paesi d’origine è molto difficile.

Spesso la Lega Nord, come altri partiti, identifica il problema ma le ricette risultano poi astratte o accademiche, non aderenti alle realtà e prive di soluzioni pratiche efficaci.
In generale si può sicuramente dire che i crediti acquisiti dagli occidentali con gli interventi immediati militari vengono dispersi, non diventano mai successi politici, perché al posto dei piani Marshall in Africa arrivano ISIS o AQMI che impongono la sharia ma fanno anche opere assistenza.
La questione di aiutare questi Paesi a governare in modo democratico e a sviluppare attività e business è lapalissiana: ormai sono le stesse ex colonie a chiederci, con lucidità, sostegno per arginare i guai che abbiamo combinato e sconfiggere il terrorismo, e rispetto al passato noi occidentali siamo anche in una posizione di favore. Ma dovremmo avere sul posto uffici diplomatici e gente competente.

Mokhtar

L’Italia per esempio è lo Stato europeo più presente in Libia, ma come è piazzata a Sud del Sahara?

In tre anni non ho visto delegazioni italiane in Niger, se si escludono un paio di visite dell’ambasciatore in Costa d’Avorio e qualche gruppo militare dei corpi speciali per manovre integrate con gli Usa. Non siamo presenti neanche in Mali come ambasciata. L’ambasciata di Dakar, in Senegal, serve cinque Paesi tra i quali il Mali e addirittura il Niger è coperto dalla nostra sede diplomatica in Costa d’Avorio.
Ci lamentiamo dell’emergenza migranti, ma così non possiamo davvero seguire questi Paesi nello sviluppo “a casa loro”. Peccato perché gli italiani sono gli stranieri occidentali più ben visti in Africa occidentale.

Neppure i negoziati dell’ONU in Libia sono stati guidati da italiani, anche se siamo gli occidentali con più relazioni e conoscenze nel Paese, perché?

A livello bilaterale, il ruolo dell’Italia si è rivelato fondamentale nella mediazione sulla Libia, ma purtroppo l’ONU è da tempo debole anche nella scelta delle risorse umane. Come capi missioni a volte si nominano diplomatici mai stati in Africa, quando invece in questi Paesi il patrimonio di conoscenze e il fattore umano valgono ancora di più di qualsiasi tecnologia o intelligence.
Quanto al ruolo dell’Italia in ambito internazionale, va sempre peggio. Non abbiamo nessuno che conti davvero piazzato ai vertici apicali e nei posti chiave, tra i funzionari e i cosiddetti sherpa delle organizzazioni internazionali, che sono poi quelle che prendono decisioni a seguito delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Siamo tra il quarto e il quinto Paese che dà più contributi all’ONU, ma restiamo un attore secondario.

Adesso però si parla di una missione militare in Libia a guida italiana.

Sì, l’eventuale coordinamento militare sulla Libia dovrebbe andare a un italiano. Però se è solo un coordinatore poi sono gli altri a mandare le truppe, una contraddizioni incredibile. All’Italia sarebbe dovuta andare perlomeno la carica di vice rappresentante dell’ONU nel Paese.

Il nuovo rappresentante delle Nazioni Unite in Libia è il tedesco Martin Kobler. Rispetto al predecessore, lo spagnolo Bernardino Leon, ha accelerato molto chiudendo un accordo di massima che da diversi è giudicato frettoloso. Condivide questa scelta?

Per la scusa che un inviato italiano dell’ONU non sarebbe stato obiettivo a decidere su un’ex colonia, si era preferito Leon – che l’Italia appoggiava a spada tratta -, il quale si è poi scoperto negoziare un lavoro per una delle parti in causa, se non vado errato come consulente di alto livello per gli Emirati arabi. Con lui si è perso tempo: fu accusato non a torto, da una delle parti libiche e cioè da Tobruk, di non essere imparziale.

Kobler allora ha fatto bene ad avallare un precarissimo governo di unità nazionale che all’evenienza valga come interlocutore per un intervento militare straniero?

È ancora prematuro giudicare l’operato di Kobler sulla Libia. Ma certo non c’era più tempo da perdere per i balletti e le mediazioni di tutti i tipi tra troppe sigle come è accaduto in Mali, che pure è stato oggetto di un negoziato più piccolo e meno problematico di quello libico.
A volte nelle trattative bisogna essere chiari e puntare i piedi, mantenere la linea e poi anche la parola data. Nella sostanza in Libia non si può organizzare un intervento militare di 100 o 200 mila uomini in poco tempo, anche in questo caso comunque basterebbero azioni territoriali, dimostrative, affiancate da subito da aiuti di emergenza allo sviluppo.

Senza risolvere la crisi libica si possono stabilizzare il Mali e gli altri focolai dell’Africa subsahariana?

No, dalla caduta di Gheddafi la Libia è il nodo e lo snodo delle crisi del Sahel. Il governo del Niger aveva allertato sulla Libia in tutte le sedi internazionali, prevedendo con un anno e mezzo di anticipo il disastro in Mali. Ammoniva con lungimiranza che senza seguire la Libia nella transizione, si avrebbe avuta una totale instabilità con influenze negative in tutti i Paesi vicini.
Così è stato. Tutte le legioni armate, soprattutto i tuareg ma anche le altre etnie che lavoravano come mercenari per il regime libico sono andate allo sbando, a formare gruppi anche terroristici.

 

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Domani si vota in Uganda: c’è chi vuol rimpatriare le spoglie di Amin

0

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 febbraio 2016

Domani si vota in Uganda, Paese chiave dell’Africa orientale per il suo potere economico e militare. Yoweri Museveni , il settantunenne presidente uscente, al potere dal 1986, corre per il suo quinto mandato ed è dato come favorito anche in questa tornata elettorale.

Lunedì si sono verificati scontri a Kampala, la capitale dell’ex-protettorato britannico, dopo l’arresto di Kizza Besigye, uno dei candidati di questa tornata elettorale. Besigye, nelle tre precedenti votazioni, ha perso contro Musseveni

Poster elettorale

La polizia ha precisato che il capo dell’opposizione è stato preso in custodia, ma poi subito rilasciato; non avrebbe rispettato le regole e interrotto il traffico cittadino con il suo comizio elettorale. Prima di diventare il maggiore oppositore politico di Musseveni, Besigye è stato il medico personale del presidente e lo ha definito come dittatore.

Il portavoce della polizia, Fred Enanga, ha confermato che un civile è stato ucciso. La polizia ha sparato con pallottole di gomma per disperdere i supporter di Besigye, che senza mezzi termini ha espresso le sue perplessità su queste elezioni: “Non credo che saranno libere e democratiche”.

Assai curiose le proposte di altri due sfidanti: Abdel Bwanika, che nelle elezioni del 2006 e del 2011 ha portato a casa solo l’uno per cento dei voti e Amama Mbabazi, ex-primo ministro, hanno inserito nei loro programmi il rimpatrio delle spoglie di Idi Amin, morto in esilio a Gedda, Arabia Saudita nel 2003.

Kizza Besigye
Kizza Besigye

Amin, un ex-ufficiale delle forze armate, si è impadronito del potere con un colpo di Stato nel 1971, spodestando l’allora presidente Milton Obote. Un anno dopo ha espulso la numerosa comunità asiatica dal Paese. Durante il suo regime le persecuzioni erano all’ordine del giorno. Ha fatto uccidere centinaia di migliaia di persone. Una stima fatta dagli esuli e con l’aiuto di Amnesty pone il numero di vittime a cinquecento mila.

Bwanika ha persino proposto la costruzione di un museo e di una biblioteca in suo onore. E durante una visita nel nord-ovest dell’Uganda, dove si trova anche Kokobo, luogo di nascita del sanguinario despota, questo candidato alle presidenziali, ha annunciato durante un comizio elettorale alla fine dello scorso anno: “Idi Amin ha dato contributi importanti a questo Paese e questi vanno rispettati. Dobbiamo riportare in patria le sue spoglie e celebrare il suo funerale con i dovuti onori”.

Yowecri Museveni
Yowecri Museveni

Bwanika, un pastore cristiano, durante un altro comizio a Kampala, ha attaccato anche gli omosessuali. “Sono tutti posseduti dal demonio, bisogna esorcizzarli. Non possiamo accettare le imposizioni dell’Occidente”. (http://www.africa-express.info/2014/08/06/uganda-la-corte-costituzionale-cancella-la-legge-anti-gay/)

Anche Mbabazi vuole rimpatriare la salma di Idi Amin. Secondo il suo portavoce “Il nostro partito sta facendo una grande campagna per la riconciliazione degli errori commessi in passato “. Mentre lo stesso Mbabazi ha sottolineato: “Basta essere etichettati come il popolo di Amin, o Obote o Museveni. Siamo tutti ugandesi e basta”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Thriller in Zimbabwe, aereo con milioni di rand e un cadavere

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 febbraio 2016

Giallo in Zimbabwe per un cadavere trovato su un aereo cargo e per vari milioni di rand, la valuta sudafricana, stipati  sullo stesso velivolo.Il fatto è avvenuto ieri all’International airport di Harare, quando un aereo americano, proveniente dalla Germania, fa scalo per un rifornimento di carburante. La sosta ad Harare avviene dopo una richiesta di atterraggio in Mozambico.

Harare International Airport
Harare International Airport

Il velivolo, un McDonnel-Douglas MD11 cargo, è diretto in Sudafrica. Durante il rifornimento un addetto dell’aeroporto vede gocciolare sangue dal piano di carico dell’aereo. Arriva la polizia aeroportuale e scopre il cadavere di un uomo adulto. A quel punto, ispezionato il carico, gli agenti scoprono milioni di rand destinati alla South African Reserve Bank.

La Civil Aviation Authority dello Zimbabwe, attraverso il direttore generale David Chawota, ha confermato l’incidente e che l’aereo appartiene alla Western Global Airlines con sede in Florida di proprietà di James e Sunny Neff.

Anche l’ambasciatore sudafricano in Zimbabwe, Vusi Mavimbela, ha confermato il fatto ma non ha rilasciato dichiarazioni.

MD11 dell Western Global Airlines con sede in Florida
MD11 dell Western Global Airlines con sede in Florida

Secondo fonti ANA-Africa News Agency l’equipaggio dell’MD11 è stato arrestato dopo aver dichiarato che durante il volo l’aereo era stato colpito un uccello. Fonti non ancora confermate parlano dell’equipaggio composto da due americani, un pakistano e un sudafricano.

Nel 2014 e nel 2015 la Western Global Airlines ha fatto decine di missioni in Africa occidentale durante la lotta contro l’epidemia di Ebola nelle aree colpite dal mortale virus.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti foto:
– Harare International Airport
Di Macvivo di Wikipedia in inglese, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3599101

Eritrea, fare affari d’oro con un dittatore sanguinario

1

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 14 febbraio 2016

Un reportage di Mark Kelley per la televisione canadese CBC, Canadian Brodcasting Corporation, la più importante rete pubblica del Paese, racconta come una piccola compagnia mineraria, anch’essa canadese, la Nevsun Resources Ltd, fa affari con il regime eritreo, quello che le classifiche specializzate mettono allo stesso livello di un’altra dittatura più conosciuta ma altrettanto sanguinaria, quella al potere nella Corea del Nord.

La Nevsun ha avuto la concessione di sfruttamento della miniera d’oro di Bisha, nell’ovest dell’Eritrea. Insieme al governo del piccolo Paese africano, la Nevsun ha fondato un’altra compagnia, la Bisha Mining, della quale detiene il sessanta per cento delle azioni, mentre la società statale Eritrean National Mining Corporation (ENAMCO) ha una partecipazione del quaranta per cento.

[embedplusvideo height=”339″ width=”550″ editlink=”http://bit.ly/1XseNjB” standard=”http://www.youtube.com/v/h61Zfm5uyb0?fs=1&vq=hd720″ vars=”ytid=h61Zfm5uyb0&width=550&height=339&start=&stop=&rs=w&hd=1&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep6283″ /]

Il reportage accusa senza mezzi termini la Nevsum di fornire con la sua attività un sostegno sostanziale alla dittatura, di cui sottolinea la continue violazioni dei diritti umani, calpestati quotidianamente dalla polizia segreta. Descrive poi, attraverso testimonianze e interviste, le pessime condizioni di lavoro dei minatori costretti a scavare sette giorni su sette senza interruzione. La collaborazione della società canadese con la dittatura si trasforma, di fatto, in un finanziamento alla repressione messa in atto dal regime eritreo.

Il governo della nostra ex-colonia ha rilasciato le concessioni alla Nevsun nel 2008; mentre la produzione è iniziata proprio nel febbraio di cinque anni fa e finora ha fruttato 700 milioni di dollari a un Paese ridotto sul lastrico da una politica repressiva, stile fascista, che caccia in galera i dissidenti, gli oppositori e i giornalisti e che continua ad acquistare armi anche dall’Italia.

Le miniere di Bisha sono ricche di oro, rame, argento e zinco, tutti i minerali sono di ottima qualità.

Il reportage di Kelly, tra l’altro, ha un alto valore giornalistico, quando mette sotto accusa lo stesso ambasciatore canadese in Eritrea che, dopo aver visitato la miniera, ne parla come di un progetto esemplare per efficienza che pone particolare attenzione alla tutela dell’ambiente e alle condizioni di lavoro dei minatori. Kelly chiede al diplomatico se ha chiesto al governo di visitare i dissidenti in carcere (di alcuni di loro non si sa più nulla dal 18 settembre 2001). “No – è la risposta – sarà per la prossima volta “.

Lingotti d'0ro

Oltre a un dirigente della società mineraria, vengono intervistati, tra gli altri, due profondi conoscitori del Paese: l’italo inglese Michela Wrong, giornalista (è stata al Finacial Times e alla Reuters) e scrittrice, autrice di alcuni libri sull’Africa, tra cui un istruttivo testo sull’ex colonia italiana (“I Didn’t Do It for You”), e il canadese Matt Bryden, ex leader del gruppo di investigazione sul traffico d’armi in Somalia istituito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

I dirigenti della Nevsun difendono l’operato del dittatore Isaias Afeworki, negano categoricamente l’obbligo del servizio militare perenne, la totale mancanza di libertà di parola, le persecuzioni, le torture.  Una difesa scontata: sono venuti in Eritrea per fare affari, la violazione sistematica dei diritti umani è l’ultimo dei problemi.

Nel reportage sono riportate testimonianze e interviste a persone fuggite dal Paese. E’ stato loro chiesto perché sono scappate. Non è stata tralasciata nemmeno la questione del finanziamento eritreo ai gruppi terroristi somali, compresi gli Al Shabab, responsabili, di eccidi e massacri e, tra l’altro, dell’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi, nel settembre 2013.

Certo è che la società canadese ha scelto un partner commerciale eccezionale: uno dei dittatori peggiori al mondo. “Chi fa affari con lui – spiega Michela Wrong – deve assecondarlo senza porsi troppi problemi”. Un gioco delle parti perverso dove il business prende il sopravvento sull’etica, la morale, i morti, gli stupri e le torture. Le sofferenze della gente passano in secondo piano e chi scappa è un traditore pigro, che non ha voglia di lavorare e di fare sacrifici. Viene così declassato a semplice migrante economico.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter: @malberizzi

 

Sono almeno 250 mila in tutto il mondo i bambini reclutati come soldati

0

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 febbraio 2016

Si celebra oggi la giornata internazionale contro i bambini soldato. Il 12 febbraio rappresenta una data importante: esattamente quattordici anni fa è entrato in vigore il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, riguardante l’uso dei minori nei conflitti armati. Nel Protocollo viene stabilito che nessun minore al di sotto del diciottesimo anno di età possa essere reclutato o partecipare attivamente nelle ostilità.

Sono centocinquantatrè gli Stati che hanno ratificato tale Protocollo, ma a tutt’oggi la situazione è ancora drammatica. In un comunicato l’ONU ha denunciato che nel 2015 sono stati almeno duecentocinquantamila i minori impiegati come soldati nei conflitti, sia da eserciti regolari, sia da bande armate.

Monrovia, LIBERIA: (FILES) A child soldier wearing a teddy bear backpack points his gun at a photographer in a street of Monrovia 27 June 2003 where Liberian President Charles Taylor's forces took control of the city. At the iniatitve of French Foreign Minister Philippe Douste-Blazy, France will host 05 and 06 February 2007 in Paris an international conference on children involved in armed forces and armed groups called "Let US Free the Children of War". Co-presided by Philippe Douste-Blazy and Ann M. Veneman, executive director of UNICEF, and in the presence of Radhika Coomaraswamy, the UN secretary-general?s special representative for children in armed conflict, the conference will bring together representatives of nearly 60 countries, including many ministers, the European Union, many international organizations, including the United Nations, and representatives of civil society, in particular former child soldiers and NGO leaders active on the ground. AFP PHOTO FILES GEORGES GOBET (Photo credit should read GEORGES GOBET/AFP/Getty Images)
Monrovia, LIBERIA: (FILES) A child soldier wearing a teddy bear backpack points his gun at a photographer in a street of Monrovia 27 June 2003 where Liberian President Charles Taylor’s forces took control of the city. At the iniatitve of French Foreign Minister Philippe Douste-Blazy, France will host 05 and 06 February 2007 in Paris an international conference on children involved in armed forces and armed groups called “Let US Free the Children of War”. Co-presided by Philippe Douste-Blazy and Ann M. Veneman, executive director of UNICEF, and in the presence of Radhika Coomaraswamy, the UN secretary-general?s special representative for children in armed conflict, the conference will bring together representatives of nearly 60 countries, including many ministers, the European Union, many international organizations, including the United Nations, and representatives of civil society, in particular former child soldiers and NGO leaders active on the ground. AFP PHOTO FILES GEORGES GOBET (Photo credit should read GEORGES GOBET/AFP/Getty Images)

La situazione è piuttosto nefasta in Nigeria, nella Repubblica centrafricana, nel Sud Sudan e nello Yemen, ma troviamo i ragazzini che imbracciano fucili anche in Iraq, Afghanistan, Siria.

bimba e mitra

“Anche quest’anno, il moltiplicarsi dei conflitti e la strategia brutale della guerra, hanno reso i bambini estremamente vulnerabili per il reclutamento” – ha sottolineato Leila Zerrougui, rappresentante speciale del Segretario Generale dell’ONU per i bambini a i conflitti armati.

I bambini soldato svolgono diverse funzioni durante la loro permanenza con le truppe regolari o non. C’è chi viene mandato al fronte, altri vengono impiegati come spie o informatori, altri ancora devono cucinare o sono destinati a fare i facchini, ma tutti sono esposti a violenze terrificanti. Sono testimoni, vittime o costretti a commettere atti di estrema brutalità. Le ragazzine, ma spesso anche i maschi, subiscono molto spesso violenze sessuali e stupri. Infine, se vengono catturati o arrestati, quasi mai questi bambini vengono riconosciuti come vittime e messi sotto protezione, secondo le norme internazionali della giustizia minorile.

La Zerrougui ha aggiunto: “Chi di loro riesce a scappare o viene congedato, fatica a ritrovare il proprio posto nella società, anzi, spesso viene addirittura rinnegato dalla sua comunità.

dito in bocca

E’ nostro dovere disporre di fondi sufficienti per garantire a questi bambini gli studi, la reintegrazione con il necessario supporto psicologico, indispensabili per il loro futuro e per poter costruire una società migliore. Dal 2014 nel Ciad sono stati fatti enormi progressi in tal senso. Il governo ha preso le misure necessarie che impediscono il reclutamento di minori nelle forze armate regolari e il Segretario generale dell’ONU ha cancellato il Ciad dalla sua lista nera.

Anche quest’anno la campagna “bambini, non soldati” continua e la Zeroougui ha concluso il suo comunicato con queste parole: “Vi invito a pensare ai bambini soldato come a bambine e bambini che non siamo stati in grado di proteggere. E’ nostra comune responsabilità chiedere che vengano poste in essere immediate azioni per porre fine alle violazioni contro i minori. E’ arrivato il tempo di dedicare la nostra attenzione e le necessarie risorse per raggiungere gli obbiettivi”.

In questa giornata è attiva la campagna Day Red Hand, grazie a cui sono state raccolte più di 425.000 impronte di mani per chiedere di porre fine reclutamento dei bambini.

“Crescere una generazione con orrore e violenza crea individui capaci solo di produrre orrore e violenza. Noi lottiamo ogni giorno affinché i bambini comprendano che la pace è l’unica risposta possibile”, ha ribadito Annette Mkandawire, responsabile dell’organizzazione “SOS Children Village” dell’Africa orientale e meridionale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Siccità in Zimbabwe e Mugabe chiede aiuti in denaro contante

1

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 febbraio 2016

Nemmeno una settimana fa il presidente Robert Mugabe ha dichiarato lo stato di calamità per alcune zone dello Zimbabwe (http://www.africa-express.info/2016/02/05/12294/).

Ora il vice presidente, Emmerson Mnangagwa,  chiede 1,57 milioni di dollari in contanti agli uomini d’affari locali e alle organizzazioni di beneficenza per far fronte alla terribile siccità, che ha messo in ginocchio il Paese e per salvare un quarto della popolazione dalla fame e dalla carestia.

Il vice di Mugabe, in un comunicato, ha specificato: “Le piogge sono state scarse, insufficienti per soddisfare il fabbisogno degli agricoltori, degli animali nei parchi nazionali e per il sostentamento della gente. Una parte del denaro servirà per importare cibo, ma soprattutto per riparare le tubature per l’irrigazione, indispensabili per aumentare la produzione agricola. Dovremo importare 1,5 milioni di tonnellate di mais, necessari per soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione da febbraio a dicembre 2016”.

Mani e carestia

Fadzai Johannes, un agricoltore, ha dichiarato ai reporter di Al Jazeera: “Il governo ha promesso di aiutarci, ma finora non si è mosso. Avrebbe dovuto darci una mano tempo addietro, visto che a settembre-ottobre, il periodo delle grandi piogge, non è scesa una goccia d’acqua dal cielo. Siamo disperati, non sappiamo più che fare”.

Il World Food Programme, Agenzia Onu che si occupa di assistenza alimentare, stima che nell’Africa australe quattordici milioni di persone necessitano di assistenza alimentare a causa della siccità provocata da El Nino.

E’ molto curioso che lo Zimbabwe chieda contributi in cash e non cibo. Ma non deve meravigliare. E’ successo già qualche mese fa. A maggio dello scorso anno, durante un incontro ad Harare, capitale dello Zimbabwe, con ambasciatori occidentali, rappresentanti del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e la Banca per lo sviluppo africano (AFDP), i rappresentanti del governo del Paese, avevano chiesto finanziamenti diretti. E per la prima volta, dopo le sanzioni imposte allo Zimbabwe nel 2002, anche l’UE ha versato nelle casse dello Stato 234 milioni di Euro in contanti.

La ex-colonia britannica è uno tra i Paesi più poveri al mondo e vanta anche un altre triste primato: un terzo dell’intera popolazione è affetta da infezione di HIV che ha abbassato l’aspettativa di vita a quarantatre anni. Anche la mortalità infantile è piuttosto elevata e si attesta all’ottantuno per mille.

Il vecchio dittatore africano, 92 anni, al potere senza interruzione dal 1987, è sposato con una donna di quarant’anni più giovane di lui. Grace Mugabe, a dispetto della povertà, della carestia che affligge il Paese, è amante del lusso, della bella vita.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Altra tragedia nella Repubblica Centroafricana: troppi bambini positivi all’AIDS

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 febbraio 2016

Nell’ospedale pediatrico di Bangui, capitale della Repubblica centrafricana, sono registrati più di millesettecento minori, da zero a sedici anni, risultati positivi al test dell’HIV / AIDS.

Cyriaque Simplice Kango, medico dell’ospedale, ha ammesso che solo ottocento di loro vengono trattati con antiretrovirali. E’ una situazione assai preoccupante: “Dobbiamo assolutamente puntare sulla prevenzione della trasmissione dell’HIV tra ‘bambino e genitore’. E’ necessario che le donne facciano dei controlli regolari ancora prima di restare incinta, durante la gravidanze e durante il parto”.

Silouette

Il medico ha invitato i genitori a proteggere meglio i propri figli e ha sottolineato che tutte le future mamme, qualora risultassero sieropositive, saranno trattate con antiretrovirali. Kango ha aggiunto: “Purtroppo molti genitori rifiutano di sottoporsi al test”.

Ovviamente è assai difficile sapere al momento attuale quanti siano i bambini sieropositivi su tutto il territorio della ex-colonia francese, vista la terribile situazione di insicurezza che si è venuta a creare da quasi tre anni (http://www.africa-express.info/2015/01/04/lontano-dagli-occhi-dei-media-infuria-la-guerra-nella-repubblica-centrafricana/).

Le bande armate (ex-Séléka, prevalentemente musulmani e anti-balaka, per lo più cristiani e animisti) spadroneggiano ancora nel Paese. Si spera che con il risultato delle elezioni – il secondo turno delle presidenziali e legislative è previsto per la metà di questo mese – si possa finalmente voltare pagina, anche se ci vorrà del tempo per ritrovare una stabilità.

Su una popolazione di 4,7 milioni di abitanti, oltre 900.000 persone (tra sfollati e rifugiati) hanno dovuto lasciare le loro case. Più di cinquemila persone hanno perso la vita nei quasi tre anni di guerra civile.

La situazione umanitaria in tutto la Nazione è precaria. Il prolungarsi del conflitto ha ridotto buona parte della popolazione alla povertà estrema. Secondo un rapporto rilasciato solo pochi giorni fa dal Programma alimentare mondiale (PAM) 2,5 milioni di centrafricani soffrono la fame.

Ban Ki-moon ha voluto fortemente una massiccia presenza di caschi blu (MINUSCA) per riportare lo Stato di diritto, porre fine alle impunità, proteggere la popolazione, disarmare le bande. Malauguratamente alcuni di loro non si sono evidenziati per fatti eroici, bensì per violenze su minori (http://www.africa-express.info/2016/01/08/casci-blu-ancora-sotto-inchiesta-per-abusi-sessuali-in-repubblica-centrafricana/)

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes