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Rilasciata ultraottantenne australiana rapita da Al Qaeda in Burkina Faso

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 febbraio 2016

E’ stata liberata sabato scorso l’anziana australiana, Jocelyn Elliott, ultra ottantenne, rapita insieme al marito il 15 gennaio a Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali, proprio mentre nella capitale Ouagadougou era in atto l’assalto all’hotel Spelendid.

La coppia dal 1972 risiede a Djibo, dove ha aperto un ospedale di 120 letti quarant’anni fa. Sono i medici dei poveri e molto amati e stimati dalla popolazione locale.

Jocelyn Elliott e il marito Ken
Jocelyn Elliott e il marito Ken

I due australiani sono stati sequestrati da un gruppo di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che durante una registrazione audio, rilasciata venerdì scorso, ha ammesso le proprie responsabilità. Secondo il messaggio, tradotto dal sito specializzato SITE Intelligence Group, il rapimento è stato necessario perché venisse esaudita la richiesta del rilascio di alcuni militanti di AQMI, arrestati tempo fa.

Nel testo è stato specificato espressamente: “Secondo il profeta Hadit, è un dovere della nostra religione rispettare i civili, non offendere e fare del male alle donne, agli anziani, ai bambini”.

La Elliott è stata liberata grazie alla mediazione del presidente del Niger, Mahamadou Issoufou. Per il suo rilascio non è stato pagato alcun riscatto, ha annunciato in un comunicato sabato Abdourahmane Alilou, portavoce del presidente nigerino.

Naturalmente nelle trattative sono stati coinvolti anche i servizi burkinabè ed ora sono in corso ulteriori colloqui, finalizzati al rilascio del marito, Ken Elliott.

L’anziana signora è giunta sabato a Niamey, la capitale del Niger, dove è stata subito ricevuta dal presidente Issoufou.

Nessun accenno circa la prigionia della svizzera Beatrice Stockly, anch’essa nelle mani di AQIM dai primi di gennaio (http://www.africa-express.info/2016/01/30/al-qaeda-rivendica-il-rapimento-della-cooperante-svizzera-in-mali/)

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ghana, quando un sorriso è una colpa: giovane sfigurata con l’acido

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Speciale per Africa Express
Davide Debernardi
Milano, 14 febbraio 2016

Joyce Frimpoma, 32 anni, non avrebbe mai immaginato come un sorriso, possa drammaticamente cambiare la vita. Un gesto semplice, spontaneo e gentile che ha scatenato la rabbia di Yaw Frimpong Adaqua, detto Freddy, compagno di Joyce e padre dei loro tre figli. Il ghanese di 42 anni ha gettato dell’acido per batteria in faccia alla ragazza, solo perché aveva scambiato un’espressione di cortesia con un cliente del suo salone di bellezza ad Accra.

“Quella mattina, quando sono entrata nel mio negozio, ho notato che qualcuno si nascondeva. Reggeva qualcosa dietro la schiena. Quando si è avvicinato, ho riconosciuto Freddy. Gli ho chiesto perché si fosse celato e se avesse bisogno di aiuto, poiché camminava lentamente e in un modo strano”, ha raccontato Joyce al Daily Mail.

ACIDO SOLFORICO

Dopo quattordici anni di vita insieme, la relazione tra Joyce e Freddy cominciava a vacillare. Lei una donna giovane e solare, che con grandi sacrifici voleva trasformare il suo salone di bellezza in una attività di successo. Freddy, una persona instabile, insicura, alla costante ricerca di una realizzazione. Disoccupato e depresso passava le ore a bere e fumare droga, proiettando la sua insoddisfazione sulla sua compagna. Lui – frustrato dalla gelosia – l’accusava di parlare e sorridere troppo con i clienti maschi del salone di bellezza.

Joyce, da poco tempo, aveva interrotto definitivamente la relazione, ma quella mattina non poteva prevedere gli intenti criminosi di Freddy. “Volevo sapere che cosa nascondeva dietro la schiena e allungando la mano ho taccato il liquido dentro una vaschetta. Ho sentito bruciare. La mia borsa è caduta, mi sono chinata per raccoglierla e quando mi sono alzata lui ha gettato l’acido cercando di colpire la mia faccia”

La fortuna e l’istinto hanno assistito Joyce. La ragazza ha girato la testa e il liquido corrosivo ha colpito solo una parte del suo volto. “Mi sentivo bruciare, la faccia iniziava a sciogliersi e si alzava del fumo dai capelli. La pelle si staccava e ho cominciato a correre ed urlare, fino a quando ho perso conoscenza”. Il pronto intervento di un passante ha salvato la vita alla ragazza, che con un taxi è stata trasportata al principale ospedale del Ghana – Korle-Bu – e ricoverata nel reparto grandi ustionati.

Joyce ha subito diversi trapianti di pelle, pagati con i suoi soldi e con donazioni di parenti e amici, fino a quando per mancanza di denaro è tornata al villaggio della sua famiglia, dove è stata curata con erbe tradizionali. Mentre Freddy è stato incarcerato in attesa di giudizio, Joyce tenta coraggiosamente di ricostruirsi una vita. La ragazza soffre ancora di forti mal di testa e ha difficoltà a muovere il capo, a causa del tessuto cicatriziale che copre il collo. Durante il giorno indossa una parrucca e un velo per coprire le cicatrici ed esce di casa solo la notte accompagnata dalla sorella.

L’aggressione con acido è anche conosciuta come “vitriolage”. Il termine francese rimanda all’uso del vetriolo, per indicare alcune sostanze corrosive (acido solforico, acido nitrico, acido cloridrico), che vengono gettate sul viso o sul corpo di una persona con l’intento di sfigurarla, mutilarla o nei casi più gravi ucciderla. Questo tipo di violenza viene sempre premeditata dall’aggressore.

L’autore dell’atroce gesto mira non solo alla distruzione fisica, ma anche all’annullamento dell’identità personale della vittima. Il corpo deturpato è il marchio di una morte sociale, come una sentenza emessa dall’aggressore e scritta sulla pelle: “Se non sei mia, non sarai di nessun altro”.

In paesi come Nigeria, Uganda, Etiopia e Repubblica del Sudafrica sono stati registrati numerosi episodi di vitriolage e in Ghana, nonostante manchino statistiche ufficiali, Joyce è solo una delle decine di vittime di questi ultimi anni.

Davide Debernardi
davidedebernardi@yahoo.it

Joint Security Hunt For Rhino Killers In The Mara

By Paul Udoto
Kenya Wildlife Service

A joint Kenyan and Tanzanian security operation to track down killers of a black rhino in the Maasai Mara is underway.

Black rhinos in Ngorongoro crater, Tanzania
Black rhinos in Ngorongoro crater, Tanzania

This follows the discovery of a male rhino carcass with missing horns near Sand River barely 300 metres away the Kenya-Tanzania border  by a Kenya Wildlife Service veterinary team conducting rhino ear-notching.

Current black rhinoceros range
Current black rhinoceros range

The ear-notching for monitoring rhino movements is being jointly done by KWS, Narok County and Tanzania National Parks (Tanapa).

Preliminary observations show that the rhino was “Temple” as identified by the Maasai Mara management.  Its range covered both the Maasai Mara National Reserve and adjacent Serengeti National Park.

From the state of the carcass, the rhino is likely to have been killed on Friday and appeared to have come from the Serengeti side in Tanzania as indicated by the trail in the disturbed long grass.

The killed rhino is estimated to have been aged 15-20 years.

This occurrence in the Mara, the first this year across the country, is of great concern to Kenya Wildlife Service given the endangered status of the black rhino.  Last year, Kenya lost 11 rhinos to poachers.

A multi-pronged strategy is being enforced to ensure poaching of endangered species is kept to the barest minimum.

At the same time, the existing cross-border framework between Kenya and Tanzania will be used to bring the culprits to book.

Paul Udoto
Kenya Wildlife Service

Image credits:
Black rhinos in Ngorongoro crater, Tanzania
By Brocken Inaglory, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17769432

Current black rhinoceros range
By Edoarado – Base map derived from File:BlankMap-Africa.svg. Distribution data from File:Black Rhinoceros area.png, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17313894

Sri Lanka Destroys 1.5 tonnes African Elephant Tusks

By IFAW
International Fund for Animal Welfare

(Cape Town) – Sri Lanka on 26 January, 2016 destroyed its ivory stockpile of 359 elephant tusks.

Included in the stockpile which was crushed and then burned, was 1.5 tonnes of ivory confiscated in Colombo by the Sri Lankan authorities in 2012, when it was discovered concealed among wooden logs packed in shipping containers sent from Kenya. The seizure was the single biggest ever by the South-East Asian country.

African Elephant Tusk (courtesy IFAW)
African Elephant Tusk (courtesy IFAW)

The ivory crush was preceded by a multi-faith religious ceremony and, in a symbolic gesture, two tusks from poached Sri Lankan elephants were included.

“IFAW hails the decision by the Sri Lankan authorities to permanently remove the possibility of the elephant tusks from ever finding their way back onto the black market,” said Kelvin Alie, Director of the Wildlife Trade Programme of IFAW.

“Illegal wildlife trade is valued at US$19-billion annually, and ranks among the most damaging and dangerous global crimes. Destroying and putting ivory beyond use sends a very strong message to both the poachers and the cartels behind illegal trafficking that their activities cannot be tolerated.

“Up to 50,000 elephants a year are killed for their ivory every year, primarily to meet the demand for illegal ivory in Asia, particularly China and Thailand, as well as the United States and Europe and shows no sign of abating,” said Alie. The IUCN says the African elephant population currently stands at 470,000 down from 550,000 in 2006.

tuSri Lanka consumer market map (Courtesy IFAW)
Tusks, consumer market map (Courtesy IFAW)

Alie said that Sri Lanka had joined a powerful groundswell move that in the past three years has seen 59 tonnes of ivory destroyed in countries like Chad, Kenya, Belgium, France, the US, the UK, China and Ethiopia among others.

The ivory was crushed at Galle Face Green, a popular park in central Colombo, at an event attended by the Sri Lanka President Maithripala Sirisena, Prime Minister Ranil Wickremesinghe and John Scanlon, Secretary General of the Convention on International Trade in Endangered Species (CITES).

As part of a worldwide capacity building initiative IFAW trains law enforcement officers in wildlife trafficking prevention in several countries throughout Africa, the Middle East, Asia, Oceania, and the Caribbean. The organization has signed a Memorandum of Understanding with Interpol, the first ever signed by Interpol’s Environmental Crime Programme with an NGO. IFAW and Interpol have collaborated on numerous projects since 2005 including Interpol’s largest-ever illegal ivory trade operation in 2012.

The IFAW report, Criminal Nature: The Global Security Implications of the Illegal Wildlife Trade, documents the threat the illegal trade poses to animals like elephants and rhinos, and also people. To learn more about the illegal ivory trade, download IFAW’s digital magazine Unveiling the Ivory Trade.

About IFAW

Founded in 1969, IFAW rescues and protects animals around the world. With projects in more than 40 countries, IFAW rescues individual animals, works to prevent cruelty to animals, and advocates for the protection of wildlife and habitats. For more information, visit www.ifaw.org. Follow us on Facebook and Twitter. Photos are available at www.ifawimages.com.

Siccità in Zimbabwe, Mugabe dichiara stato di emergenza per avere aiuti occidentali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 febbraio 2016

Questa mattina il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ha dichiarato lo stato di calamità naturale in diverse regioni del Paese.

Siccità in Zimbabwe
Siccità in Zimbabwe

L’annuncio del vecchio dittatore africano, 92 anni, al potere senza interruzione dal 1987, è arrivato anche dietro le pressioni dell’UE per poter chiedere immediatamente aiuti umanitari a donatori e finanziatori.

Oltre 2,44 milioni di persone, oltre un quarto dell’intera popolazione dello Zimbabwe, si trovano attualmente in stato di insicurezza alimentare a causa della grave siccità che ha colpito il Paese.

Il ministro per i governi locali e i lavori pubblici, Saviour Kasukuwere, ha fatto sapere che tutte le aree rurali del Paese sono colpite da questa anomala ondata di siccità.

“I serbatoi d’acqua contengono meno del cinquanta per cento della loro capacità, il settantacinque per cento del raccolto è andato distrutto, sedicimila mucche sono già morte a causa della siccità” – ha dichiarato il ministro.

La mancanza di cibo costringe gli abitanti delle zone rurali a nutrirsi di frutti selvatici e a ridurre il numero dei pasti.

Kasukuwere ha sottolineato che le piogge sono state inferiori del settantacinque per cento: “Il governo farà il possibile per limitare l’impatto di questa straordinaria siccità, stiamo acquistando granoturco dal vicino Zambia”.

Robert Mugabe, dittatore dello Zimbabwe
Robert Mugabe, dittatore dello Zimbabwe

Il World Food Programme, Agenzia Onu che si occupa di assistenza alimentare, stima che nell’Africa australe quattordicimilioni di persone necessitano di assistenza alimentare a causa della siccità provocata da El Nino.

Secondo Mugabe, i governi occidentali avrebbero una parte di responsabilità nello scarso rendimento agricolo, a causa delle forti sanzioni che hanno imposto al Paese per le violazioni dei diritti umani.

I suoi rivali politici invece sono di tutt’altro avviso: secondo loro è da attribuirsi alla riforma agricola del 2000 che ha permesso di espropriare le terre agli agricoltori bianchi. Ma solo pochi mesi fa Mugabe stesso ha affermato che i terreni coltivabili, le fattorie erano sotto-utilizzate. Fatto che lo ha portato a nominare lui stesso i beneficiari della riforma agricola nel novembre dello scorso anno.


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Tanzania i bracconieri abbattono un elicottero pilotato da un inglese conservazionista

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 gennaio 2016

Il pilota Roger Gower è stato ammazzato barbaramente da bracconieri nella “Maswa game reserve” nel nord della Tanzania, mentre stava inseguendo i cacciatori di frodo con il suo elicottero. Malgrado fosse ferito gravemente, è riuscito a controllare il mezzo, per salvare la vita al suo collega. Entrambi lavoravano per il “Friedkin Conservation Fund”, un’organizzazione per la conservazione della fauna selvatica.

Gower, di 37 anni, originario di Birmingham, stava volando a bassa quota insieme a Nicky Bester, una guida per Safari, alla ricerca di uomini armati che avevano ucciso tre elefanti nella riserva, quando la banda di bracconieri è apparsa all’improvviso, sparando diversi colpi con un kalashnikov, centrando il velivolo. Una pallottola a trapassato il pavimento, colpendo prima il pilota a una gamba, poi alle spalle, per poi fuoriuscire dal tetto.

Roger gower
Roger gower

Pur ferito, il pilota ha indirizzato l’elicottero verso un albero, per impedire che esplodesse, salvando così la vita a Bester, che è riuscito a buttarsi dal mezzo e a nascondersi in un cespuglio.

Pascal Shelutete, un portavoce dei Parchi nazionali della Tanzania ha riferito: “Abbiamo trovato tre carcasse di elefanti e ciò indica che chiunque avesse sparato all’elicottero era impegnato in una battuta di caccia illegale. Spesso i bracconieri sono dotati di armi pesanti, sofisticate, di tipo militare”.

Tre uomini sono stati arrestati dalla polizia tanzaniana. Il ministro per le risorse naturali e il turismo dell’ex-protettorato britannico, Jumanne Maghembe ha commentato il fatto in un comunicato: “I tre sospetti sono nelle mani delle forze dell’ordine e stanno collaborando con gli inquirenti. Presto gli altri componenti della banda saranno scovati e portati davanti al giudice”.

Il governo della Tanzania e il Friedkin Conservation Fund  hanno dichiarato guerra ai bracconieri. Infatti la caccia illegale ha visto un incremento importante negli ultimi anni. Dan Friedkin, il presidente della fondazione, ha specificato che Gower è stato assunto dal governo e dall’ente per controllare il bracconaggio.

Elicottero di Gower

Patrik Patel, una amico e collega del pilota ha parlato con i reporter di BBC e ha ipotizzato: “Credo che i bracconieri abbiano sentito l’elicottero e abbiano cercato di nascondere l’avorio. Quando Roger ha visto le carcasse, ha voluto esplorare l’area. A quel punto uno dei criminali è uscito da un cespuglio, sparando una raffica di colpi, costringendo il mio amico a un atterraggio piuttosto pesante. Sicuramente è stato ferito così gravemente perché le munizioni utilizzate erano dello stesso calibro che si usano per gli elefanti.

Roger era una persona speciale, raccontano i suoi amici, aveva un carattere bellissimo. Amava l’Africa, la Tanzania.

Un censimento degli elefanti ha evidenziato un forte calo di presenze in Tanzania. Nel 2009 si contavano centodiecimila pachidermi nei parchi nazionali della Tanzania, mentre nel 2014 gli elefanti erano solamente quarantatremila. A causa della forte domanda di avorio per gioielli e oggetti ornamentali dal mercato cinese e vietnamita, il bracconaggio ha incrementato la sua attività. Sono state uccisi decine di migliaia di capi e chi si intromette, spesso paga con la vita, come Roger Gower.

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Boko Haram all’attacco: una settimana di massacri e eccidi in Nigeria

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 febbraio 2016

Un commando di uomini armati, alcuni a bordo di due golf Volkswagen, altri in sella alle loro motociclette hanno assalito sabato sera verso le 19.30, appena terminata la preghiera della sera, Dalori, un villaggio che dista solo pochi chilometri da Maiduguri, la capitale del Borno State, nel nord-est della Nigeria: i miliziani, presumibilmente fedeli a Boko Haram, hanno ucciso almeno ottantasei persone, oltre settanta i feriti. Secondo testimoni oculari hanno sparato contro i civili inermi e incendiato le loro povere capanne. Molte persone erano all’interno delle case quando hanno preso fuoco: famiglie intere, uomini, donne e bambini sono bruciati vivi. Il villaggio era cosparso di cadaveri. I morti e i feriti, per lo più con gravi ustioni, sono stati portati al State Specialist Hospital di Maiduguri.

Devastazione

Solo dopo aver ricevuto rinforzi, armi più adeguate e nuove munizioni, le truppe dell’esercito nigeriano sono state in grado di respingere i militanti, evitando che penetrassero nel campo per sfollati che si trova nelle vicinanze di Dalori, dove attualmente si trovano oltre venticinquemila persone che hanno lasciato i loro villaggi, le loro case, a causa degli attacchi dei sanguinari terroristi della setta jihadista Boko Haram.

I continui attacchi dei militanti islamici della setta hanno prodotto 2,3 milioni tra sfollati e rifugiati nei Paesi confinanti, oltre diecimila morti in sei anni. Poco più di un milione di bambini ha dovuto interrompere gli studi.

Negli ultimi giorni di gennaio i Boko Haram si sono scatenati. Quello di Dalori è stato l’ultimo e il più grave di una settimana di fuoco, quello che segue è un vero e proprio bollettino di guerra.

Lunedì, 25 gennaio trentadue persone hanno perso la vita a Bodo in Camerun, un villaggio al confine con la Nigeria dopo l’esplosione di due bombe.

Auto carbonizzata

Tre giorni dopo due donne kamikaze si sono fatte esplodere nelle vicinanze di una scuola nel nord del Camerun. Ci sono stati parecchi feriti, ma per fortuna, oltre alle due suicide, nessun altro ha perso la vita.

Dall’inizio di quest’anno, il Camerun ha subito parecchie aggressioni da parte dei famigerati terroristi che hanno sconfinato dalla vicina Nigeria. Per questo motivo il governatore della Regione dell’estremo nord dell’ex colonia tedesca, Midjiyawa Bakaris,  ha annunciato durante un suo intervento in televisione che fino a nuovo avviso la maggior parte dei mercati al confine con la Nigeria sarebbero stati chiusi per questioni di sicurezza, per proteggere la popolazione. Infatti le aggressioni dei Boko Haram sono finora quasi sempre avvenute in luoghi affollati e spesso i militanti si spacciano per mercanti per non destare sospetti, prima di farsi esplodere o di fare uso delle armi.

Il 27 gennaio i jihadisti sono penetrati per l’ennesima volta a Chibok, cittadina dove l’anno scorso sono state rapite 276 studentesse. Durante quest’ultima incursione sono state uccise almeno 15 persone e quarantanove sono state ferite.

Dalori

Un altro kamikaze ha detonato il suo carico esplosivo venerdì, 28 gennaio al mercato di Gombe nell’ Adawama State, al confine con il Borno State. Un funzionario della Croce Rossa e alcuni residenti hanno confermato che l’esplosione ha ucciso almeno dieci persone e ferito altre ventotto. Anche se l’attentato non è stato subito rivendicato, è evidente che porta la firma dei Boko Haram.

Asino morto

Durante il vertice dell’Unione Africana (UA) che si svolge in questi giorni ad Addis Ababa, capitale dell’Etiopia, il capo del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’UA, Smail Chergui, ha annunciato che finanziatori e donatori si sono impegnati di mettere a disposizioni duecentocinquanta milioni di dollari per la lotta contro i Boko Haram. Si è complimentato con le truppe nigeriane che operano congiuntamente con uomini del Benin, Ciad, Niger e Camerun, per aver riconquistato i territori occupati dai terroristi, sottolineando contemporaneamente che resta ancora molto da fare. Secondo il ministro degli esteri nigeriano, Geoffrey Onyeama, sarebbero stati fatti immensi progressi negli ultimi mesi e ha aggiunto: “ I Boko Haram non sono più liberi di operare come in precedenza e di occupare interi territori, ma dobbiamo restare vigili”.

Non bisogna dimenticare che lo scorso anno il leader dei terroristi nigeriani, Abubakar Shekau ha giurato fedeltà all’ISIS e molti militanti sono già in Libia e combattono accanto ai loro “colleghi” del califfato.
(http://www.africa-express.info/2015/12/02/i-boko-haram-nigeriani-scendono-in-libia-per-dar-manforte-ai-miliziani-dellisis/).

Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari aveva annunciato durante la sua campagna elettorale che avrebbe annientato i terroristi entro la fine del 2015. Gli ultimi morti, le urla dei bambini arsi vivi nelle loro case, dimostrano pur troppo il contrario.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Al summit dell’Unione Africana si celebrano i buoni risultati contro la malaria

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Africa ExPress
Addis Abeba, 31 gennaio 2016

In occasione del ventiseiesimo vertice dell’Unione Africana, si è riunita ieri ad Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia, la “African Leaders Malaria Alliance” (ALMA), per celebrare gli incredibili risultati ottenuti nella battaglia per sconfiggere la terribile malattia.

All’annuale summit, presieduto da Hailemariam Dessalegn, primo ministro dell’Etiopia, erano presenti trentaquattro capi di Stato. La nostra ex-colonia, che ha guidato ALMA nel 2015, ha ceduto lo scettro al Ciad.

Zanzara sulla pelle 3

Il traguardo di ALMA è assai ambizioso: sconfiggere la malaria nell’intero Continente entro il 2030.

Dal 2000 la mortalità dovuta a questa parassitosi, trasmessa all’uomo dalle zanzare del tipo Anopheles, è scesa del sessanta per cento ovunque e addirittura del settantuno per cento nei bambini sotto i cinque anni.

Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, si è rivolta con queste parole ai suoi colleghi: “Vedete cosa siamo riusciti a fare tutti insieme. Abbiamo unito le nostre forze per uno stesso scopo e solo così potremo costruire un’Africa migliore per i nostri figli”.

Durante questa conferenza annuale è stato consegnato un premio ai tredici Paesi che si sono distinti per il loro particolare impegno in questa lotta.

Ragazzo con febbre
Un ragazzo febbricitante per la malaria. Il padre gli sta preparando la medicina per alleviare la sofferenza. Ciad Bongor, ottobre 2007

A Botswana, Capo Verde, Eritrea, Namibia, Ruanda, São Tomé e Príncipe, Sudafrica e Swaziland per aver raggiunto l’obiettivo del millennio, Ruanda, Liberia e Senegal per l’ottima prestazione nel controllo della malaria dal 2011 al 2015.

Mali, Guinea e Isole Comore sono i tre Paesi che hanno raggiunto gli obiettivi migliori nel controllo contro la malaria nell’ultimo quadriennio.

Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU si è complimentato con i leader africani per gli ottimi risultati raggiunti.

Molti Paesi africani sono stati assisti durante questa dura lotta da fondazioni e iniziative di alcuni governi occidentali come il “Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria”, la “United States’ President’s Malaria Initiative”, il “United Kingdom’s Department for International Development” e il governo francese.

I risultati raggiunti, seppur ottimi, non sono sufficienti: ogni due minuti muore un bambino africano perché affetto da malaria e nel 2015 sono stati registrati 188 milioni di casi di questa malattia.

Dessalegn ha concluso così : “Non dobbiamo dimenticare che la malaria è una malattia dei Paesi poveri; dobbiamo assolutamente investire nel sistema sanitario per ridurre i casi e le morti riconducibili al paludismo (altro nome di questa parassitosi).

Africa ExPress

Al Qaeda rivendica il rapimento della missionaria svizzera in Mali

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 gennaio 2016

L’Emirato del Sahara, una fazione di Al Qaeda nel Maghreb Islamico  (AQMI) rivendica il sequestro di Beatrice Stockly, avvenuto a Timbuctù , città nel nord-ovest del Mali all’inizio del mese (http://www.africa-express.info/2016/01/09/mali-missionaria-svizzera-rapita-per-la-seconda-volta-a-timbuktu/).

In un video pubblicato il 26 gennaio della durata di otto minuti, un portavoce di AQMI afferma la sua responsabilità in questo sequestro. Per la liberazione della Stockly, una missionaria della Chiesa Evangelista Svizzera, originaria di Basilea, che da anni risiede nel Mali, il gruppo chiede che alcuni suoi militanti, attualmente detenuti nelle prigioni maliane, vengano rilasciati, compreso Abou Tourab , detenuto dalla Corte Penale Internazionale (CPI) nell’Aja. Abou Tourab era conosciuto con il nome di combattimento Ahmad Al-Faqi Al-Mahdi ed era uno dei capi del gruppo jihadista maliano Ansar Dine, legato all’AQMI. E’ accusato dal CPI per la distruzione di edifici religiosi e del monumento storico di Timbuctù nel 2012. E’ il primo jihadista a essere giudicato dal CPI.

Beatrice Stockly
Beatrice Stockly

“Noi, militanti di Al Qaeda nel Maghreb islamico, rivendichiamo il rapimento di questa infedele, l’evangelista Beatrice Stockly, che con le sue azioni ha dichiarato guerra all’Islam”, ha spiegato nel filmato in perfetto inglese, un militante incappucciato e in tuta mimetica.

Nel video il portavoce del gruppo sottolinea che la Stockly, già rapita nel 2012 dai jihadisti, poi liberata da Ansar Dine, grazie all’intermediazione del Burkina Faso, è venuta meno alle condizioni del suo rilascio di allora: “Aveva promesso che non avrebbe più messo piede nella terra dell’Islam e che avrebbe cessato la sua attività di evangelizzazione”.

La Stockly appare nel filmato, consegnato a un’agenzia privata della Mauritania, Al-Akhbar, martedì sera, con un velo nero. In poche parole descrive il suo rapimento e ammette le sue attività di evangelizzazione nel Paese.

Un portavoce del ministero degli Esteri svizzero in un breve comunicato ha confermato di essere a conoscenza del video e chiede la liberazione immediata e incondizionata della connazionale. Nessun accenno è stato fatto circa una richiesta di riscatto.

Il 16 gennaio è stata rapita anche un’anziana coppia australiana nel Burkina Faso. I coniugi , che si erano stabiliti a Djibo, regione del Sahel, sono originari di Perth, nel sud-ovest dell’Australia.

Un responsabile di Ansar Dine, Hamadou Ag Khallin, durante un breve colloquio telefonico con i reporter di AFP, ha comunicato che la coppia australiana sarebbe in mano ai jihadisti dell’Emirato del Sahara.

Qualche giorno più tardi una fonte diplomatica europea ha confermato di aver ricevuto informazioni circa il rapimento di una coppia occidentale rapita, senza specificare la loro nazionalità.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In gennaio oltre 55 mila migranti arrivati in Europa: quasi 250 sono morti

Africa ExPress
29 gennaio 2015

Secondo le stime dell’OIM (Organizzazione internazionale migranti), dal 1° al 28 gennaio scorsi, 3473 profughi hanno attraversato il Mar Mediterraneo partendo da un porto della Libia verso la Sicilia, tra loro 26 hanno perso la vita o risultano dispersi. Il brutto tempo e le cattive condizioni del mare d’inverno non fermano i flussi.

Il quadro si intensifica sulla rotta Turchia-Grecia. Nello stesso periodo, i profughi che hanno raggiunto la Grecia sono ben 52.055. Ma anche il numero dei morti è ben superiore. Sempre secondo l’OIM, 218 risultano morte o disperse.

Migranti mappa gen 2015

In totale 55.528 persone sono entrate in Europa nelle prime quattro settimane di quest’anno, quasi duemila al giorno e 244 hanno perso la vita durante la traversata.

Secondo il sottosegretario del Ministero degli Interni, Domenico Manzione, in Italia gli arrivi sarebbero in calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, anche per l’assenza di siriani ed eritrei.

La maggior parte delle persone provengono ora da Guinea, Marocco, Gambia, Senegal e Mali. Nel mese di gennaio nessun eritreo è arrivato in Italia: l’anno scorso i cittadini dell’ex colonia italiana sono stati la comunità di stranieri più grande, con 38.612 arrivi.

In Grecia il novanta per cento dei profughi proviene dalla Siria, Afghanistan e Iraq.

Africa ExPress