Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 28 gennaio 2016
Manuel Bissopo, numero due della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana) e membro del parlamento mozambicano, è stato vittima di un attentato a colpi di kalashnikov mentre viaggiava nella sua auto.
Bissopo è miracolosamente sfuggito all’attacco rimanendo però ferito mentre è deceduta la sua guardia del corpo. Teatro dell’attentato, la scorsa settimana, la città di Beira, seconda per importanza del Mozambico, nella provincia di Sofala, un migliaio di km a nord della capitale Maputo.
Mappa del Mozambico, Manuel Bissopo della Renamo, ferito in un attentato a Beira
Trasportato in un ospedale di Beira, vista la gravità delle ferite, l’esponente politico mozambicano è stato trasferito in un ospedale sudafricano per un delicato intervento perché, secondo un portavoce della Renamo “il proiettile non può essere estratto altrimenti il paziente muore”.
Alla metà di dicembre scorso il leader della Renamo, Afonso Dhlakama, in un video trasmesso dalla provincia di Sofala, aveva annunciato che si stava preparando a governare, da marzo 2016, le province di province di Niassa, Nampula, Zambezia, Sofala, Manica e Tete.
Afonso Dhlakama, leader dalla Renamo
Sono quelle del centro nord del Mozambico – che comprendono anche il “corridoio di Beira” strategico per l’economia del Paese – nelle quali rivendica la vittoria delle elezioni di ottobre 2014. Il leader della Renamo, infatti, non ha mai accettato la vittoria del partito Frelimo e del presidente della repubblica Filipe Nyusi.
L’attentato a Bissopo è l’ultimo di una serie di fatti che continuano ad alzare il livello della tensione nel Paese africano con l’aumento scontri armati tra esercito regolare e miliziani della Renamo.
Scontri che, dallo scorso giugno, stanno facendo fuggire la popolazione dalle aree di conflitto verso i campi profughi del vicino Malawi. Secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), dalla provincia di Tete, sono fuggiti nel confinante Malawi circa 3.500 profughi e nelle prossime settimane, se continuano gli scontri, si prevede che possano superare le 5.000 presenze.
Speciale per Africa ExPress Davide Debernardi Milano, 28 gennaio 2016
L’IMF (Fondo Monetario Internazionale) ha allertato l’Angola sulla situazione dei suoi conti pubblici. L’organizzazione internazionale stima che il debito pubblico del paese africano possa crescere considerevolmente, fino a raggiungere il 57 per cento del prodotto interno lordo. Questo dato, non sembra preoccupare l’imprenditrice angolana più conosciuta al mondo e suo padre.
Lei è Isabel dos Santos la figlia maggiore di José Eduardo dos Santos, l’uomo che dal 1979 governa l’Angola. La “principessa” – così viene definita – nasce a Baku (Azerbaijan) nel 1973 dalla relazione tra suo padre e Tatiana Kukanova, la prima moglie del presidente.
Con un patrimonio di circa 3 miliardi di dollari è considerata da Forbes la donna più ricca dell’Angola e la prima miliardaria d’Africa, grazie ad investimenti in aziende angolane e portoghesi. “Sono una imprenditrice non mi interessa la politica. Lavoro sette giorni alla settimana e ho sempre avuto il senso degli affari. All’età di sei anni vendevo uova di gallina”, ha dichiarato in una intervista al Financial Times nel 2013.
Diamanti, banche, petrolio e telecomunicazioni sono tra le principali fonti di ricchezza di Isabel dos Santos. La figlia del presidente detiene il 25 per cento della società Unitel il primo operatore privato di telefonia mobile nel Paese e con i suoi 9 milioni di abbonati è la più grande azienda privata dell’Angola. La sua quota vale almeno 1 miliardo di dollari. La società a dicembre 2015 ha sponsorizzato il concerto tenutosi a Luanda dalla cantante rap americana Nicki Minaj, ingaggio da 2 milioni di dollari. Inoltre, la Dos Santos possiede il 28,8 per cento della società multimedia portoghese Zon Optimus (divenuta Nos) per un valore di 385 milioni di dollari; il 19,5 per cento della banca portoghese Banco BPI e il 25 per cento della banca angolana Banco International de Credito, che insieme rendono circa 500 milioni di dollari.
Se è stato possibile risalire all’ammontare del patrimoniodi Isabel dos Santos, non si è ancora in grado di stabilire con quali fondi abbia potuto finanziare le sue attività imprenditoriali e soprattutto definirne l’origine e la provenienza. Di fronte a queste domande, lei e i suoi portavoce non hanno risposto o hanno semplicemente affermato: “Abbiamo utilizzato finanziamenti indipendenti e leciti”.
L’Angola è un paese ricchissimo di risorse naturali come diamanti e petrolio (secondo produttore in Africa) e nonostante negli ultimi anni la sua economia sia cresciuta, l’ex colonia portoghese resta segnata dalla povertà e dalle disuguaglianze. La ricchezza rimane nelle mani di pochi privilegiati e il 70 per cento della popolazione vive con 2 dollari al giorno. Lo Stato centro-africano ha il più alto tasso di mortalità infantile, il 15 per dei cittadini non ha accesso alle strutture sanitarie e nel luglio 2015 il governo ha tagliato il bilancio della sanità del 30 per cento.
In questo scenario, Isabel dos Santos non è una figura comune. E’ la figlia dell’uomo che detiene il potere da ben 37 anni e forse dietro le enormi ricchezze da lei accumulate, appare la lunga ombra del padre. Di questo parere è Rafael Marques de Morais giornalista investigativo e difensore dei diritti umani, che dal sito makaangola.org si impegna nella difesa della democrazia in Angola. “In un Paese dove la corruzione e la mancanza di trasparenza sono problemi reali, è giusto chiedersi da dove provengano i milioni di dollari, soprattutto se tuo padre è il presidente che a colpi di decreto rende legale qualsiasi operazione”, sottolinea Marques.
L’Angola con circa 4,26milioni di carati all’anno è uno dei più grandi produttori di diamanti al mondo, un giro d’affari di 6,5 miliardi di dollari. La società statale Endiama è la esclusiva concessionaria delle miniere. Marques, già conosciuto come autore di “Diamanti di sangue. Corruzione e tortura nel Cuango”, libro sulla drammatica situazione dell’industria diamantifera angolana, ha indagato su chi, oltre allo Stato, benefici dei proventi ricavati dalla vendita delle pietre preziose.
Nel 1999 il presidente Dos Santos ha costituito una nuova società per la commercializzazione e vendita di diamanti: la Ascorp. Il 51 per cento è di proprietà del governo attraverso Endiama, il 24,5 per cento in mano a commercianti israeliani noti nel mercato delle pietre e il restante 24,5 a Isabel dos Santos tramite la TAIS (Trans Africa Investment Services), società di investimento di Gibilterra, creata con la madre. Nonostante la Costituzione dell’Angola vieti al presidente di servirsi di denaro pubblico e sfruttare la sua posizione per arricchire la propria famiglia, il Consiglio dei Ministri da lui presieduto e controllato, ha approvato a suo tempo l’iniziativa.
La signora Dudu Mazibuko, sindaco di Uthukela, città nella provincia di KwaZulu-Natal, nel nord-est del Sudafrica, ha istituito una borsa di studio per ragazze disposte a rimanere vergini durante tutto il loro corso di studi.
Il portavoce del sindaco, Jabulani Mkhonza, ha precisato: “Il sindaco ha voluto inserire una nuova borsa di studio per incentivare le studentesse a rimanere pure, ad astenersi dal fare sesso per concentrasi sullo studio. Le ragazze dovranno sottoporsi regolarmente ad un test medico. Se dovessero perdere la loro verginità, perderanno il finanziamento per i loro studi”.
E’ ovvio che la motivazione per la borsa di studio ha irritato non poco i gruppi di attivisti per i diritti delle donne. L’associazione People Opposing Women Abuse (POWA) ha dichiarato: “Siamo scioccati che il denaro pubblico venga utilizzato per violare i diritti delle ragazze”.
Mazubuko ha difeso il suo operato con queste parole: “Il mio progetto è nato per evitare che giovani ragazze vengano in contatto con il virus dell’HIV e gravidanze indesiderate, che potrebbero distoglierle dallo studio”. La signora non ha spiegato perché invece i maschi possono ammalarsi di Aids e continuare a studiare e come mai i soldi stanziati per le borse di studio non vengono utilizzati per finanziare corsi di educazione sessuale.
Si stima che in Sudafrica oltre sei milioni di persone siano HIV positive.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 26 gennaio 2015
Blanco ha solo vent’anni. Vive con la vecchia zia Christine nel campo per sfollati Saint-Sauveur a Bangui, la capitale della Repubblica centrafricana (CAR). Blanco soffre di una patologia neurologica, è portatore di un handicap intellettuale. Sorride sempre, ma dietro quel sorriso c’è tanta paura, infinita sofferenza.
Durante le forti violenze scoppiate nuovamente nel 2015 a Bangui, lui e la zia, che si occupa del ragazzo, hanno abbandonato la loro casa e sono venuti qui nel campo. Da allora non hanno più un tetto, né il denaro per poter acquistare una tenda. Quando piove, cercano riparo in una chiesa che si trova nelle vicinanze.
Christine Beerli parla all’ONU
Blanco soffre spesso di malaria e anche la sua ernia s’infiamma sovente. Non ci sono soldi per i medicinali. Anche il cibo scarseggia. Quando ha fame corre nella casa del fratello, ma è abbandonata e vuota.
Il giovane si espone giornalmente a mille pericoli, perché non comprende la gravità della situazione e la zia è troppo anziana per poterlo seguire ovunque. Blanco vuole tornare a casa sua, non ama stare qui nel campo.
Da qualche giorno è scomparso. “E’ certamente andato in cerca di cibo – ha confessato la zia che ha aggiunto, piangendo – spero tanto che torni, che nessuno gli abbia fatto del male”.
Le situazioni di conflitto sono tragiche per tutti, per le persone diversamente abili lo sono cento volte di più. Spesso sono abbandonate al loro destino. Anche se riescono a raggiungere un campo, devono affrontare mille problemi, dall’assistenza medica che è praticamente assente, alla difficoltà di accedere ai servizi igienici e come procurarsi il cibo.
La protezione dei civili durante i conflitti armati era nell’agenda del Consiglio di sicurezza dell’ONU la scorsa settimana. Nel suo rapporto, Christine Beerli, vice-presidente della Croce Rossa Internazionale, ha sottolineato che nel 2015 la sua organizzazione ha assistito oltre 40 milioni di persone; tra loro un numero immenso di civili, in stato di estrema necessità. E ha aggiunto: “Purtroppo si prevede che sarà così anche per il 2016. Se non si trovano soluzioni politiche per contrastare i conflitti armati, milioni di persone soffriranno e le conseguenze umanitarie causate da guerre possono durare anni, decenni, a volte per tutta la vita”.
La Beerli ha anche evidenziato come le bombe vengano fatte esplodere volutamente nei centri abitati, colpendo obbiettivi civili, costringendola alla fuga la popolazione e lasciandola spesso senza mezzi di sostentamento. Uomini, bambini, bambine e donne vengono rapite e non mancano le violenze sessuali,
Il non rispetto dei più elementari diritti umani è diventata una prassi e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovrà occuparsi della questione nelle sue prossime sedute.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 24 gennaio 2016
A 23 anni dalla fine della guerra civile, in Mozambico tornano gli scontri armati tra esercito regolare e il partito di opposizione Renamo-Resistenza nazionale mozambicana.
I punti in rosso indicano i luoghi di accoglienza dei profughi mozambicano in Malawi (GoogleMaps)
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) segnala che nelle ultime settimane è aumentato il numero dei mozambicani che chiedono asilo nel vicino Malawi.
Una situazione che ricorda tempi bui della guerra civile quando qualche milione di mozambicani vivevano nei campi profughi degli stati confinanti, soprattutto Zimbabwe e Malawi.
Per il momento sono circa 1.300, due terzi dei quali sono donne e bambini, accolti dall’Unhcr nel villaggio di Kapise, distretto di Mwanza, a circa 100 chilometri a sud della capitale malawiana Lilongwe.
Mappa del Mozambico
Gli scontri sono stati individuati nella provincia di Tete, nel nord-ovest del Mozambico e se gli non cessano il numero dei profughi è destinato ad aumentare.
Alcuni profughi hanno raccontato all’Agenzia Onu per i rifugiati che l’esercito regolare ha distrutto il loro villaggio accusando gli abitanti di proteggere gli membri della Renamo e che hanno incendiato le case lasciando morire una donna anziana rimasta dentro. Informazioni che però non è stato possibile verificare.
Nei giorni scorsi sono stati segnalati altri 400 nuovi arrivi in 16 villaggi situati nel distretto di Chikwawa, più a sud di Kapise. Ma la situazione di scontro non è nuova.
Da circa un anno gli attriti tra Frelimo, il partito al potere, e Renamo sono notevolmente peggiorati e a metà del 2015, l’Unhcr e il governo del Malawi avevano accolto circa 700 profughi dal Mozambico provenienti dalla stessa zona.
Visto il peggioramento della situazione, il governo del Malawi sta pensando di riaprire il campo profughi di Luwani, che tra il 1977 e il 1992, durante la guerra civile, ha ospitato oltre un milione di profughi.
Il 4 ottobre 1992, a Roma, dopo una mediazione di 27 mesi e con l’appoggio della Comunità di Sant’Egidio, vennero firmati gli accordi di pace che mettevano fine alla guerra civile in Mozambico.
Le firme furono quelle del presidente mozambicano, Joaquim Chissano e del capo della Renamo, Afonso Dhlakama. Frelimo-Frente de libertaçao de Moçambique, il partito filosovietico al potere dall’indipendenza, e Renamo-Resistencia national moçambicana, movimento di guerriglia antigovernativa finanziato dal regime sudafricano dell’apartheid con l’appoggio degli Usa non erano più in guerra. Gli accordi divennero operativi il 15 ottobre 1992.
Da sin. Joaquim Chissano e Afonso Dhlakama, firmarono gli accordi di pace a Roma nel 1992
Le Nazioni Unite, per verificare il passaggio del Paese alla democrazia inviarono il contingente di pace Unimoz, al quale parteciparono anche gli Alpini operativi soprattutto a protezione del corridoio di Beira. Il contingente di pace terminò la missione nel 1995. Ventitre anni dopo la situazione sta notevolmente peggiorando.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 21 gennaio 2016
31 ottobre 2014: a Tabit, un remoto villaggio del nord Darfour, oltre duecento donne vengono stuprate dall’esercito sudanese. Parte un’inchiesta dell’ONU, i caschi blu naturalmente sono accompagnati da funzionari governaivi e militari sudanesi, per intimidire la popolazione a non parlare. Nulla doveva trapelare di quella notte. L’inchiesta viene stroncata sul nascere, vietato approfondire. Il vice-ministro degli esteri sudanese, Abdalla al-Azrag, fa sapere al segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, di cercare altrove e aggiunge: “I nostri uomini non commettono certe nefandezze”.
Memoria corta la sua. Non si ricordava delle atrocità commesse dal suo esercito o dalle milizie paramilitari organizzate dal suo governo, i terribili janjaweed, i “diavoli a cavallo” che terrorizzavano le popolazioni civili, uccidendo gli uomini, rapendo i bambini e violentando le donne. Forse Azrag non si rammenta nemmeno che sul suo presidente, Omar al Bashir, pende un mandato d’arresto, spiccato dalla Corte penale internazionale dell’Aja nel 2009 per crimini commessi nel Darfur, per cinque capi d’accusa, compreso quello per stupro.
La violenza subita dalle donne di Tabit non è un fatto isolato. Succede quasi ogni giorno, in qualsiasi parte del mondo dove ci sono guerre o conflitti interni.
La donna ancora oggi è considerata come parte integrante del bottino, un oggetto che si usa, per poi gettarlo via.
Non è necessario allontanarsi di molto per vedere cosa succede nel Sud Sudan, il più giovane Stato del pianeta, che ha raggiunto l’indipendenza dal Sudan solo nel 2011. Dal 15 dicembre 2013 vi si combatte una crudele guerra civile, una lotta di potere tra il presidente Salva Kiir (etnia dinka) e il suo ex-vice Riek Machar (etnia nuer). Hanno ridotto gran parte della popolazione alla fame, alla disperazione e il peso maggiore, il dolore più grande, grava sulle donne.
Anna, nuer, confessa di essere dovuta scappare dal suo villaggio. “Una mattina sono arrivati i soldati governativi. Hanno cacciato via i nostri uomini; poi hanno iniziato a picchiarci, a bruciare le nostre case. Hanno stuprato mia figlia davanti ai miei occhi. Ora viviamo nel campo dell’ONU, ma le donno non possono uscire dal campo. Le rapiscono, le prendono, abusano di loro. Dopo uno stupro di massa, non si riesce più a stare in piedi, è come una lenta agonia, una sofferenza atroce. I soldati non usano armi da fuoco con noi donne, ma ci lasciano mezze morte, buttate per terra, soffocate dal dolore e con l’anima a pezzi. Se fossimo morte durante la fuga, forse sarebbe stato meglio”.
“#BringBackOurGirls”, l’hashtag che ha invaso le bacheche dei social network per alcune settimane poco meno di due anni fa, è scomparso da tempo. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014 sono state rapite 276 studentesse in un collegio a Chibok, nel nord-est della Nigeria, patria dei famigerati settari jihadisti Boko Haram. La maggior parte delle ragazze sono ancora in mano ai loro aguzzini, poche sono riuscite a scappare, ancora meno sono state liberate. Le studentesse sono state portate via nel mezzo della notte dai loro dormitori. Ragazze intelligenti, che sognavano un futuro e avevano riposto la loro fiducia nello studio. Ed è proprio questa la loro “grave colpa”.
Infatti, Boko Haram, tradotto liberamente dalla lingua Haus,a significa: “L’educazione occidentale è peccato”.
Proviamo solo a immaginare cosa succede alle giovani donne e alle ragazze in mano ai militanti jihadisti: stupri di massa, costrette a sposare i loro aguzzini, e, come gli uomini, sono costrette a convertirsi all’islam e, dopo un breve, ma intenso addestramento, sono obbligate a partecipare alle incursioni dei terroristi ed ammazzare la propria gente, familiari compresi, nei loro villaggi.
Nella Repubblica centrafricana si consuma un conflitto interno dalla primavera del 2013. Una guerra di “religione” tra musulmani (ex-Séléka) e cristiani e animisti (anti-balaka). La sofferenza di questo popolo è passato quasi inosservato dai media, salvo un piccolo flash a fine novembre in occasione della visita di papa Bergoglio, che ha voluto aprire la Porta Santa della cattedrale di Bangui, la capitale del Paese.
Terribili le violenze che si sono consumate nella ex-colonia francese. Accuse forti sono state rivolte anche al contingente di pace dei caschi blu, che, secondo testimonianze attendibili, avrebbero abusato di bambini e violentato ragazze minorenni, in cambio di un tozzo di pane e qualche soldo.
Un’altra arma micidiale è la fame: lasciare buona parte di una popolazione con poco o niente cibo, uccide più di una pallottola. Il fucile può sbagliare il bersaglio, si rischia di “sopravvivere”, la fame no, quella non aspetta, uccide.
Mousa di tre anni e Mohammed di cinque sono morti di fame nella città di Bodo, che dista un centinaio di chilometri da Bangui. Gli anti-balaka hanno vietato di vendere cibo ai musulmani. La mamma dei due bimbi non ha nemmeno la forza di piangere. A malapena si regge in piedi dalla debolezza.
Sono proprio le guerre, i conflitti, l’oppressione che spingono molte donne a lasciare il proprio Paese, gli affetti più cari e tentare la fuga verso l’Occidente, pur sapendo che questo viaggio non sarà proprio una passeggiata. Spesso sole, attraversano mezzo Continente per raggiungere le coste libiche . Durante il lungo cammino sono preda facile dei trafficanti o di gruppi armati. Sono esposte a mille pericoli: la loro unica forza è la speranza di trovare un briciolo di libertà altrove, per loro, per i figli.
Tutte queste donne portano cicatrici devastanti nell’anima. Il loro dolore è nascosto nel profondo del loro cuore. Non c’è tempo per piangere, bisogna continuare a vivere, far crescere i figli, amarli teneramente malgrado tutto, anche se sono il frutto delle violenze subite.
Affari multimilionari in Angola per la holding militare-industriale Finmeccanica. Il governo presieduto da José Eduardo Dos Santos ha sottoscritto un accordo con il gruppo italiano leader nella produzione bellica per il valore complessivo di 212,3 milioni di euro. Nello specifico, la società di elettronica Selex ES fornirà al Centro nazionale di sicurezza marittima stazioni radar e sistemi di comunicazioni che saranno installati lungo l’intera costa angolana (115 milioni); la controllata Agusta Westland fornirà alla Marina militare sei elicotteri (90 milioni), mentre l’azienda Whitehead Sistemi Subacquei consegnerà diversi siluri antinave A-244S per equipaggiare i motosiluranti angolani (7,3 milioni).
Il contratto prevede anche l’assistenza e l’addestramento dei militari angolani da parte di personale specializzato Finmeccanica. L’acquisizione dei sistemi d’arma italiani è prevista nell’ambito del Programma di sviluppo della forza navale (Pro-Naval) varato dal governo angolano per modernizzare e potenziare entro il 2017 gli assetti bellici e tecnologici e le capacità di pronto intervento della Marina militare.
Renzi e il dittatore angolano Eduardo dois Santos
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa portoghese Lusa, il presidente Dos Santos avrebbe firmato i contratti alla vigilia di Natale, anche se l’accordo con Finmeccanica sarebbe stato raggiunto l’8 luglio 2015 in occasione della sua visita ufficiale in Italia. A Roma, José Eduardo Dos Santos era stato ricevuto dal premier Matteo Renzi, dalle autorità militari e dagli amministratori delegati delle maggiori aziende italiane, primi fra tutti Claudio Descalzi (ENI) e Mauro Moretti (Finmeccanica).
“La cooperazione del nostro gruppo con le autorità angolane si baserà sul trasferimento di tecnologia in diverse aree avanzate e specialmente nella formazione del personale qualificato di questo paese, sia in Italia che in Angola, ed è finalizzato a rinnovare la flotta angolana, sia nel campo della difesa che in quello petrolifero e dell’estrazione del gas”, dichiarò Moretti ai giornalisti angolani che accompagnavano Dos Santos.
La cooperazione militare tra Italia e Angola prese il via nel 1977 subito dopo la dichiarazione d’indipendenza del paese dal Portogallo, con la firma di un Memorandum che stabiliva la costituzione di una “commissione bilaterale” composta da rappresentanti delle rispettive forze armate, poi denominata Joint Cooperation Committee.
A rafforzare le relazioni politico-militari e la partnership tra le autorità di Luanda e il complesso militare-industriale italiano, contribuì particolarmente il vertice di Roma nel luglio 2013 tra l’allora ministro della Difesa, Mario Mauro e una delegazione ministeriale angolana guidata dal Segretario di Stato alla Difesa per le risorse materiali e infrastrutture, Salviano De Jesus Sequeira.
La visita in Italia dei rappresentanti della Repubblica di Angola si concluse con un incontro con i manager di alcune tra le più note fabbriche d’armi italiane (AgustaWestland, Fincantieri, Iveco, ecc.). “È nostro interesse allargare l’acquisizione di varie tecnologie moderne per sopperire l’esigenza di monitorare meglio coste e confini territoriali, al fine di combattere l’immigrazione clandestina e il traffico di droga”, spiegò il portavoce della delegazione angolana.
Il 19 novembre 2013, sempre il ministro Mauro e il Capo di stato maggiore ammiraglio Luigi Binelli Mantelli ospitarono a Roma il responsabile del dicastero della difesa angolano Cândido Pereira dos Santos Van-Dúnem. “L’incontro ha consentito di valutare possibili forme di collaborazione nel settore della formazione del personale”, riportò una nota del ministero italiano. “L’ammiraglio Binelli ha confermato la disponibilità a supportare con l’esperienza militare italiana la riconfigurazione delle Forze Armate dell’Angola. I due ministri della difesa hanno inoltre firmato un accordo di cooperazione che prevede scambi di informazioni, addestramenti congiunti, formazione di soldati angolani nelle accademie italiane”. Sempre a novembre, si tenne a Luanda la prima Fiera angolana dell’Industria e della Difesa, a cui partecipano numerose le industrie di morte italiane.
Dal 15 al 19 febbraio 2014 nel porto della capitale angolana fecero bella mostra di sé tre unità del 30° Gruppo navale (la portaerei Cavour, la nave rifornitrice “Etna” e la fregata “Bergamini”), impegnate nel lungo tour promozionale in Africa e in Asia dell’industria bellica italiana, denominato Sistema paese in movimento. Evento clou della sosta in Angola delle unità italiane, l’esibizione sul ponte volo della “Cavour” del soprano Felicia Bongiovanni.
Il ministro Pinotti con il ministro della Difesa angolano Gonçalves Lourenço
“Il 17 febbraio il soprano ha cantato davanti ad oltre 600 invitati, tra cui dieci Ministri di Stato del governo angolano”, riportano le cronache di quei giorni. Tra i presenti al concerto anche una delegazione del ministero della Difesa italiano ed i rappresentanti delle più importanti imprese nazionali del settore meccanico, siderurgico e tecnologico, quali Ansaldo, Finmeccanica e Fincantieri.
“Luanda vuole formare i suoi ufficiali nelle accademie e scuole militari italiane e punta ad acquistare unità navali d’altura per proteggere le piattaforme off-shore (che sfruttano giacimenti di petrolio valutati 7 miliardi di barili), blindati e mezzi terrestri, aerei d’addestramento e un sistema di controllo integrato delle frontiere simile a quello venduto alla Libia”, scriveva in quei giorni il periodico specializzato Analisi Difesa.
“Un giro d’affari potenzialmente multi miliardario che coinvolgerebbe Fincantieri, Selex ES, Oto Melara, MBDA, Alenia Aermacchi e molte altre aziende italiane”. Per firmare l’accordo di cooperazione militare con le autorità angolane, il 16 febbraio era atteso il ministro Mario Mauro, ma dopo le improvvise dimissioni del presidente del consiglio Enrico Letta, fu annullato il suo arrivo a Luanda.
La défaillance del governo fu comunque ben compensata dai vertici delle forze armate e delle industrie di guerra italiane. Il Segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, generale Enzo Stefanini e il Capo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, firmarono infatti il Protocollo tecnico per l’esecuzione dell’accordo bilaterale siglato in Italia nel novembre 2013, mentre i leader militari angolani furono ospitati sulla “Cavour” per assistere ad alcune attività addestrative in mare.
Un elicottero Mangusta prodotto dalla Agusta Westland
“Sicurezza marittima, con particolare riguardo all’antipirateria, procedure di abbordo in mare e nozioni di base sulla difesa da ordigni esplosivi improvvisati, sono stati gli argomenti trattati”, riporta una nota del Comando della Marina militare italiana. Sulla portaerei si tenne infine un seminario a favore di partner industriali e militari di entrambi i paesi. “L’Angola è un paese strategico dal punto di vista della sicurezza marittima dell’Oceano Atlantico”, spiegò l’ammiraglio De Giorgi. “Il nostro obiettivo è sviluppare con questa Nazione una collaborazione di lungo periodo nei settori della difesa, della sicurezza e dello sviluppo tecnologico”.
Il 21 luglio 2014 fu il premier Matteo Renzi a recarsi a Luanda per incontrare il presidente Josè Eduardo Dos Santos. “L’Angola è oggi il terzo partner commerciale sub-sahariano dell’Italia: nel 2013 il valore dell’interscambio è stato pari a 891 milioni di euro, con 348 milioni di nostre esportazioni”, precisò la Farnesina.
“In Angola la presenza italiana è caratterizzata dall’ENI nel settore dell’energia, da Inalca-Cremonini per l’agroalimentare, da Grimaldi e Snav per i trasporti. E in Angola, Sace ha annunciato l’apertura di due linee di credito: da 164 milioni di euro per il completamento dei lavori di costruzione dell’autostrada Luanda-Soyo affidati all’italiana Cmc Ravenna e di 500 milioni di dollari riservata a Sonangol, società petrolifera angolana, per l’acquisto di merci o servizi italiani”.
Ancora una volta però furono gli affari d’armi a stimolare maggiormente gli appetiti italici. Ad accompagnare il presidente del consiglio in Angola, oltre al sottosegretario dello Sviluppo economico Carlo Calenda (ex assistente di Confindustria e neo rappresentante diplomatico dell’Italia a Bruxelles) e agli amministratori delegati di ENI e Cremonini, c’era infatti l’Ad di Finmeccanica, Mauro Moretti. “In Angola stiamo discutendo sull’appalto di elicotteri di uso civile e militare con la candidatura dell’Italia a sostituire l’intera flotta angolana, oltre al controllo dei territori attraverso sofisticati sistemi come droni e satelliti”, dichiarò Moretti prima di rientrare in Italia.
La portaerei Cavour
Il 28 novembre 2014 si tenne a Roma un vertice tra i ministri della difesa Roberta Pinotti e Manuel Gonçalves Lourenço. Anche in quell’occasione il ministero emise una lunga nota sui temi trattati durante il meeting bilaterale. “Lo scorso anno, Italia e Angola hanno siglato un Accordo Quadro che prevede, tra le altre, iniziative nell’ambito della formazione, addestramento e sicurezza marittima”, spiegò l’addetto stampa della Difesa.
“L’Angola da tempo guarda con interesse alle capacità della Difesa italiana. Nel corso della recente visita in Italia del Direttore del Servizio Sanitario delle Forze armate angolane, ad esempio, sono stati definiti i settori per la futura collaborazione nel campo del bio‐contenimento (addestramento per la decontaminazione NRBC e prevenzione del contagio da virus ebola), della medicina aeronautica e della telemedicina”.
Dieci mesi dopo fu Roberta Pinotti a recarsi in visita in Angola per incontrare il Presidente José Eduardo Dos Santos, il collega Gonçalves Lourenço e il ministro degli Esteri, Georges Chikoti. “Porto i saluti del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, disponibile a visitare l’Angola nel più breve tempo possibile”, esordì Pinotti al gala ufficiale. “L’Italia è una nazione con una grande tradizione nel settore della marina militare e ci piacerebbe focalizzarci con l’Angola su questo comparto. Ma siamo qui anche per discutere di lotta al terrorismo, sicurezza del mare e della collaborazione nel settore dell’addestramento e della formazione con iniziative a favore delle forze armate angolane avviate sin dal 2013 negli Istituti e Enti della difesa italiani”.
Siluri della Whitehead Sistemi Subacquei
L’ultima tappa del percorso di consolidamento della partnership politico-militare-industriale italo-angolana risale all’8 ottobre dello scorso anno, quando a Luanda si tenne la Conferenza internazionale sulla sicurezza marittima ed energetica (CISME), organizzata su iniziativa di Angola, Stati Uniti e Italia, e a cui partecipano delegazioni provenienti da 54 paesi insieme ad alcune organizzazioni regionali e internazionali che si occupano di sicurezza marittima ed esplorazione energetica. “L’obiettivo dell’incontro è coordinare le strategie e la condivisione delle informazioni al fine di rendere i mari più sicuri per lo sviluppo delle attività economiche”, dichiarò il sottosegretario di Stato alla Difesa, On. Gioacchino Alfano. “È essenziale anticipare, impedire e saper eventualmente gestire qualsiasi evento o situazione di criticità che si possa trasformare in una minaccia o addirittura in un attacco all’integrità nazionale, alla sovranità e/o agli interessi vitali delle nostre Nazioni, non escludendo da ciò anche i rischi generati da migrazioni di massa, pandemie, terrorismo e criminalità”.
All’export di armi e apparati tecnologici alle forze armate angolane avrebbero offerto la propria collaborazione anche alcuni dei più potenti boss di Cosa nostra. Dopo l’arresto a Bangkok, il 31 marzo 2012, di don Vito Roberto Palazzolo, ritenuto dalla procura di Palermo come uno dei principali cassieri della mafia internazionale, trapelò che in un interrogatorio Francesco Tuccillo (responsabile di Finmeccanica per l’Africa sub-sahariana sino al 2011), aveva riferito che Palazzolo avrebbe partecipato sotto falso nome al forum Italia-Angola, organizzato il 7 e l’8 settembre 2009 a Luanda.
Palazzolo, sempre secondo il teste, si sarebbe presentato come “uomo d’affari” e “collaboratore”, tra l’altro, dell’azienda di elicotteri AgustaWestland. In un’intervista al sito Lettera43.it, un altro dirigente del gruppo Finmeccanica la cui identità è stata mantenuta coperta, confermò qualche tempo dopo la partecipazione di don Vito Palazzolo alla convention di Luanda. “Mi fu presentato da un collega, dicendo che si trattava di una persona di fiducia, che aveva già lavorato con alcune aziende del gruppo tra le quali Agusta”, raccontò il manager. Da quanto sin’ora emerso nelle indagini, la persona di contatto tra la holding italiana e il boss siciliano sarebbe stato Patrick Chabrat, già vicepresidente di Agusta Westland e poi responsabile di Finmeccanica per l’Africa sub-sahariana.
Antonio Mazzeo amazzeo61@gmail.com
Il Ministro Pinotti con il Ministro della Difesa angolano Gonçalves Lourenço
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 21 gennaio 2016
Mogadiscio, il sole è appena tramontato. E’ giovedì e i giovani della capitale somala si riversano al Lido. In quella zona, assieme agli shebab, espulsi dopo una violenta battaglia, è stata cacciata anche l’austerità. Sono sorti bar e ristoranti alcuni dei quali sono diventati alla moda e di giorno la spiaggia è affollata nonostante sia frequentata anche dagli squali. Ed è lì che ieri sera, giovedì, che equivale al nostro sabato giacché venerdì è festa, hanno soddisfatto la loro sete di vendetta gli islamici.
La prima autobomba esplode alle 7:30. Il terrorista suicida si lancia con la sua vettura contro l’ingresso del Beach View Hotel. Subito dopo un commando di assalitori (almeno quattro) sparando all’impazzata, varca il cancello e si barrica in cortile.
Accorrono le ambulanze e le forze di sicurezza somale, ma non è finita. Un’altra autobomba esplode nei pressi del Lido Seafood Restaurant e anche lì nel locale devastato fanno irruzione diversi terroristi.
Lo stringer di Africa ExPress si trovava anche lui nella strada dove sono esplose le automobili: “Ho visto gente che fuggiva da tutte le parti – racconta –. A mezzanotte (ora locale n.d.r) le due battaglie erano ancora in corso. Purtroppo non si conosce il numero delle vittime innocenti. Probabilmente sono tutti giovani.“
Mogadiscio è devastata dalla guerra civile. Non esiste una rete elettrica. La luce è garantita dai generatori privati: “Tutti hanno spento i motori e la città è piombata nel buio più totale – raccontava poco prima dell’1 am Yussuf, lo stringer – si sentono bene però il gracidare dei mitra e i lampi delle granate. I soldati hanno circondato i due locali e sembra vogliano dare l’assalto finale”.
Un poliziotto sula spiaggia del Lido di Mogadiscio. Questa foto è stata scattata il 19 ottobre 2012. Ora la spiaggia è ancora più affollata (REUTERS/Feisal Omar)
Le teste di cuoio somale sono state addestrate da miliari italiani e americani. E’ un corpo che ha frequentato un training speciale proprio per agire in situazioni come queste. E’ certo che interverrà ma non si sa quanto. E’ prevedibile prima delle luci dell’alba. Nessuno finora ha rivendicato l’attacco ma le dita sono puntate sugli shebab.
In un twitt ieri sera il primo ministro somalo, Omar Abdirashid Ali Sharmarke, ha condannato come barbarico l’attacco degli shebab: “I unreservedly condemn the barbaric attack @ Liido. My thoughts and prayers are with the victims”.
In un rapporto pubblicato oggi, Amnesty International e Afrewatch hanno chiesto alle aziende di apparecchi elettronici e alle fabbriche automobilistiche di dimostrare che il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo grazie al lavoro minorile non viene usato nei loro prodotti.
Il rapporto ricostruisce il percorso del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo: attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), interamente controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smart phone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili.
Ai fini della stesura del rapporto, Amnesty International ha contattato 16 multinazionali clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.
Una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto l’evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e sei hanno promesso indagini.
Nessuna delle 16 aziende è stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto.
Il fatto certo è che la Repubblica Democratica del Congo produce quasi la metà del cobalto a livello mondiale e che oltre il 40 per cento del cobalto trattato dalla Huayou Cobalt proviene dall’ex colonia belga.
Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici o batterie automobilistiche fanno lucrosissimi profitti, calcolabili in 125 miliardi di dollari l’anno, e non riescono a dire da dove si procurano le materie prime, nella Repubblica Democratica del Congo i bambini minatori – senza protezioni fondamentali come guanti e mascherine – perdono la vita: almeno 80, solo nel sud del paese, tra settembre 2014 e dicembre 2015 e chissà quanto questo numero è inferiore a quello reale.
Secondo l’Unicef, nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere delle regioni meridionali della Repubblica Democratica del Congo. Prevalentemente, nelle miniere di cobalto.
Come Paul, 14 anni, orfano. È uno degli 87 minatori o ex minatori incontrati da Amnesty International in vista del rapporto. Ha iniziato a lavorare nella miniera a 12 anni. Ha già i polmoni a pezzi: “Passo praticamente 24 ore nei tunnel – ha raccontato -. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere”.
Il cobalto è al centro di un mercato globale privo di qualsiasi regolamentazione. Non è neanche inserito nella lista dei “minerali dei conflitti” che comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno.
Amnesty International L’intero rapporto si può leggere all’indirizzo https://www.amnesty.org/en/documents/afr62/3183/2016/en/
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi Nairobi, 20 gennaio 2016
I presidenti africani sono accomunati da un proposito: restare al potere in eterno. Non parliamo solo di Robert Mugabe, che governa in Zimbabwe con brogli e trucchi dall’indipendenza, e neppure della dinastia Bongo in Gabon o dell’inossidabile Isayas Afeworki che per restare inchiodato alla sua sedia non ha mai promulgato la Costituzione, ma anche di presidenti che appaiono “illuminati”, come il ruandese Paul Kagame, che, tra accuse di razzismo e brutalità, ha permesso al suo Paese di crescere.
Il presidente Macky Sall con il suo omologo americano Barak Obama
Non proprio tutti sono così, arroganti, presuntuosi e fascistelli. Infatti, c’è da registrare una piacevole eccezione quella del capo dello stato del Senegal, Macky Sall, che ha deciso di cambiare la Costituzione ma non per allungare i termini del mandato e magari cancellare il limite dei due. No. Lui vuole ridurre i sette anni a cinque mantenendo il limite massimo di due elezioni. “Dobbiamo rafforzare la democrazia – si è giustificato Sall annunciando l’intenzione di cambiare la Costituzione – . Dunque 14 anni al potere sono troppi. Il limite massimo dev’essere 10, cioè due mandati di 5 anni”.
L’ex presidente del Senegal Wade con Massimo Alberizzi
La riforma sarà naturalmente sottoposta a referendum, uno strumento utilizzato normalmente dalle élite africane per giustificare la permanenza più o meno eterna al potere. Se la modifica costituzionale sarà approvata, Sall ha detto che i cinque anni scatteranno immediatamente (cioè retroattivamente per lui, durante il suo mandato) e quindi si candiderà nel 2017 alle presidenziali per un secondo e ultimo incarico.
Un’altra norma costituzionale proposta dal presidente riguarda il limite d’età: oltre i 75 anni non si potrà più accedere alla massima carica dello Stato. In un continente fatto da un’élite immarcescibile una riforma simile riveste l’aspetto di na rivoluzione copernicana. La data del referendum non è stata ancora annunciata.
Sall ha 54 anni ed è stato eletto nel 2012. Allora ha sconfitto Abdoulaye Wade, che voleva restare al potere per un terzo mandato.
Ecco alcuni esempi di come si sono comportati altri leader africani.
In dicembre il Ruanda ha votato per allungare il mandato del presidente Paul Kagame che, a questo punto potrà rimanere al potere dini al 2034. Kagame è tutsi e la sua mossa non gioverà certamente alla riconciliazione nazionale dopo il genocidio del 1994 durante il quale gli hutu oltranzisti uccisero un milione di tutsi e hutu moderati.
Il presidente del Ruanda con Massimo Alberizzi
In ottobre scorso altro voto: in Congo Brazzaville per mantenere al potere Denis Sassou Nguesso. Negli anni ’90 Sassou, che è al potere da 31 anni, era stato cacciato con libere elezioni da Pascal Lissouba. Aiutato dei francesi aveva scatenato una guerra civile. Lissouba si era avvicinato troppo agli americani, con cui aveva negoziato concessioni petrolifere.
In Uganda Yoweri Museveni potra restare al potere in eterno. Il limite dei mandati è stato cancellato nel 2005. L’opposizione è forte ma non vince
mai: intimidazioni, brogli, compravendita di voti.
In Burundi Pierre Nkurunziza con un pretesto ha cancellato il limite dei suoi mandati, si è candidato, ha vinto e ha scatenato la guerra civile.
In Congo Kinshasa, Joseph Kabila vuole restare al potere nonostante il suo secondo mandato scada quest’anno. Era sostenuto dagli occidentali che ora l’hanno abbandonato. C’è un rischio di guerra civile all’est del Paese. Kabila sta già pensando di rimandare le elezioni per avere il tempo di modificare la Costituzione. Dietro di lui interessi enormi di multinazionali cinesi e dell’ex Unione Sovietica.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.