Con Boko Haram l’ISIS conquista il Sahel. Trojano: “Agire presto e bene”

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
16 febbraio 2016

In prospettiva c’è il rischio di un Califfato islamico anche in Africa, tra il Sud della Libia e il Nord del Mali e del Niger, per effetto dell’espansione dalla Nigeria della setta affiliata all’ISIS dei Boko Haram. L’ONU, l’UE e le potenze occidentali dovrebbero di conseguenza prendere, di concerto con i governi africani, misure “urgenti e complesse”, senza perdere più anni in burocrazia e trattative farraginose, per contrastare la “minaccia seria della crescita del terrorismo e della criminalità nel Sahel”.

Ugo Trojano, già portavoce di una recente missione UE operativa in Niger e con alle spalle un bagaglio di incarichi diplomatici anche per l’ONU, spiega in una conversazione con Africa ExPress le ragioni, “anche economiche e sociali”, che alimentano il fenomeno crescente della radicalizzazione islamica nella regione, sfociata nella costituzione prima di Al Qaeda nel Maghreb (AQMI) poi di altri gruppi come Boko Haram.

In Africa, e prima di tutto in Libia, sarebbe necessaria una “maggiore presenza diplomatica dell’Italia, anche nei posti chiave delle organizzazioni internazionali”. E per Trojano, “accanto agli interventi militari d’emergenza serve un piano Marshall a breve e lungo termine per il Sahel che riduca l’enorme disoccupazione giovanile e anche la diffusa corruzione negli apparati statali”. Due piaghe che permettono alle “prediche degli imam radicali di attecchire più facilmente”.

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Ha vissuto e operato per anni in Niger, prevede un aggravamento delle condizioni di sicurezza nell’Africa subsahariana durante il 2016?

Il Niger è un ottimo osservatorio per gli Stati confinanti. L’area del Sahel che va dal Sud Libia al Ciad, al Mali, al Niger e alla Nigeria del Nord, arrivando a comprendere anche parte del Burkina Faso e del Senegal, da qualche anno mostra una particolare instabilità, dovuta sia ad alcuni regimi corrotti spazzati via, sia soprattutto all’indubbio incremento delle attività di sette e gruppi terroristici nella regione. Sono iniziati con al Qaeda del Maghreb islamico, AQMI, poi si sono sviluppati in altre sigle e quello che più preoccupa è l’affiliazione, dal 2015, dei Boko Haram all’ISIS.

Il 21 febbraio si voterà per le Presidenziali in Niger: si profilano rischi di disordini anche in questo Paese, come per le elezioni in Burkina Faso nel 2015?

Grazie ai cospicui finanziamenti dell’Unione europea, degli Stati Uniti e della Francia, il Niger è l’unico Paese dell’area con una fragile stabilità, circondata però da un’aggravata instabilità degli Stati limitrofi.
Sulla carta l’attuale capo di Stato Mahamadou Issoufou, primo civile eletto democraticamente nel 2011 dopo anni di dittature, va incontro a una vittoria quasi scontata.
Ma in Africa basta un minimo sussulto a far saltare i governi e l’insicurezza nella regione potrebbe causare problemi anche lì. Nel Sud del Paese ci sono pesanti infiltrazioni dei Boko Haram, che il Niger combatte con operazioni militari insieme con Ciad, Camerun e Nigeria. Il mese scorso Issoufou ha riferito di un tentato colpo di Stato.

Ha accennato all’aumento di sette e gruppi terroristici nel Sahel, incluso l’ISIS, a cosa è dovuto a suo avviso questo fenomeno?

Vi sono più cause. L’altissima disoccupazione rende la gioventù di queste zone ancora più allo sbando che in passato e anche la corruzione di alcune élite dà più animo ad atti violenti o colpi di Stato.
In contesti così disagiati, le prediche degli imam estremisti attecchiscono maggiormente. Nonostante le moschee siano sempre più controllate, negli ultimi anni è aumentata l’islamizzazione radicale della popolazione. Nel gennaio 2015, per esempio, per la prima volta in Niger sono state incendiate delle chiese evangeliche e cattoliche, con una decina di morti. Eppure fino ad allora il 6-7% dei cattolici aveva sempre convissuto tranquillamente con il 95% della popolazione musulmana e tuttora la stragrande maggioranza dei musulmani del Paese intrattiene ottimi rapporti con i cristiani.

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Perché una minoranza crescente di musulmani dell’Africa subsahariana è attratta dalla dottrina salafita-wahhabita dei radicali sunniti?

È una questione anche sociale ed economica, altrimenti i Boko Haram sarebbero dovuti già essere sconfitti dagli eserciti del Niger e degli altri Stati, e invece gli attentati aumentano. L’Islam radicale e combattente offre stipendi a questi ragazzi del Sud poverissimo, che non hanno nulla. Qui ci sono sicuramente dei finanziamenti, che non possono provenire solo dall’industria dei rapimenti e dei traffici d’armi, i flussi di denaro arrivano evidentemente anche da Stati, entità o gruppi di famiglie di alcuni Paesi del Golfo.

Alcuni migranti sbarcati in Italia dal Nord Africa, raccontano di aver pagato l’ISIS per attraversare il deserto dal Sahel e raggiungere poi le coste della Libia: è possibile?

Non ho elementi per dirlo. So che molti migranti che sbarcano a Lampedusa attraversano anche il Nord del Niger e a mio parere si dovrebbe indagare bene sull’origine dei 5-6 mila euro e a volte anche di più, che servono per risalire verso il Nord Africa e imbarcarsi per l’Europa.
Tra queste popolazioni non c’è una borghesia diffusa come in Siria. E se una famiglia africana dispone di una somma del genere potrebbe, per esempio, aprire un business nel proprio Paese, magari un ristorante o un piccolo chiosco.

Che movimenti ci sono tra Al Qaeda nel Magreb, AQMI, e ISIS? Si è scritto che alcune frange di AQMI siano confluite nell’ISIS, ma poi si separa sempre al Qaeda da ISIS: si stanno fondendo in Africa o no?

A parte i soliti filoni di reti di trafficanti, in questi anni è emerso che la tratta dei migranti è stata diretta anche dall’ISIS o dagli affiliati di altre sigle islamiste radicali, che possono confluire sia su ISIS sia su AQMI. Ma allo stato attuale non bisogna confondere AQMI con ISIS: le due organizzazioni islamiche terroristiche e criminali sono all’apparenza ancora due cose abbastanza diverse.
AQMI continua cioè una tradizione più legata ad Al Qaeda: ha dimostrato di operare non tanto attraverso la conquista di territori, ma con gli affari del contrabbando e dei rapimenti, per finanziare attentati.

Il salto di qualità dell’ISIS in Africa rispetto agli altri gruppi jihadisti consiste quindi nelle conquiste territoriali?

Esattamente, pur sfruttando anche al Baghdadi gli affari e il contrabbando, l’ISIS punta prima di tutto a creare un distaccamento dello Stato islamico in Africa.
Questo non era nei piani strategici di al Qaeda, che anche quando ha islamizzato delle terre ha posto dei limiti alle sette affiliate che esageravano. Pur nel terrorismo, bisognava conquistare le anime e a proposito giova ricordare la natura non fanatica delle popolazioni nere dell’Africa occidentale e anche dei tuareg. Tra loro l’islam radicale non può attecchire facilmente: restano sempre importanti la musica, il ballo, il calcio…

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Quali sono in prospettiva le zone di possibile estensione dell’ISIS nell’Africa centrale, oltre al Sud della Libia?

In Algeria e in Tunisia difficilmente l’ISIS potrebbe occupare terre. Il Sudan invece è un po’ più debole e in Mali, nonostante l’accordo sulla carta con le organizzazioni tuareg, l’assetto è tutt’altro che definito. Anche in Ciad, definito uno dei Paesi più sicuri, ci sono stati attentati e in Nigeria i Boko Haram sono lontani dall’essere stati debellati come vorrebbe far credere il governo, cosa che, dopo tante dichiarazioni roboanti, fa pensare vi siano state e vi siano collusioni periferiche, cioè di esponenti dell’esercito nigeriano, tra i più corrotti in Africa, con la setta affiliata all’ISIS.
Il territorio dove consolidare il Califfato potrebbe dunque configurarsi per l’ISIS nel Nord del Mali, nel Sud della Libia e anche nel Nord del Niger sotto tiro. Se e davvero si verificasse questa congiunzione dovremmo pensare a una guerra che prevede anche truppe al suolo, africane attraverso l’Unione africana e anche appoggiate dall’ONU e altre organizzazioni internazionali.

Non è neanche chiaro come si posizioni il terrorista jihadista e super ricercato Mokhtar Belmokhtar (nella foto sotto, ndr), bersaglio mancato di un blitz degli Usa in Libia, dove l’ISIS si sta allargando a macchia d’olio.

Belmokhtar, detto anche mister Malboro, si è effettivamente staccato da AQMI per formare il suo gruppo al Murabitun, unendosi con altre sigle quali Mujao, e Ansar Dine. Nella sua pericolosità però Bemokhtar potrebbe essere meno pericoloso di altri: personalmente non credo appartenga attualmente all’ISIS, ha usato sempre l’islamismo per i suoi traffici.
All’inizio anche per Boko Haram la religione era una facciata per coprire affari e fatturati dai rapimenti, dai traffici di droga ed esseri umani, di organi e di immigrazione clandestina. Accadeva che delle fette della filiera fossero subappaltate tra i vari gruppi, per abbattere i costi di spostamento dal Nord al Sud. AQMI poteva per esempio agire pagando Boko Haram e viceversa, così faceva anche Belmoktar. Ma poi a questa impalcatura si è aggiunta la componente ISIS, il pericolo più grande.

Con quali misure si può far arretrare il fenomeno dei terroristi e in generale degli estremisti islamici in Africa?

A mio avviso agendo parallelamente sia sull’emergenza sia sul lungo periodo, in pratica con un piano Marshall che copra un’area abbastanza vasta di almeno cinque-sei Stati. Servono azioni militari affiancate da azioni sociali a medio-lungo termine.
Occorre iniettare fondi, certamente anche per opere strutturali, ma per prima cosa contro la disoccupazione, e si potrebbe fare in modo di aumentare gli stipendi dei componenti delle forze armate e della sicurezza, soprattutto per contrastare la corruzione che permette il proliferare delle violenze.
La minaccia è imminente, bisogna mettere in atto da subito misure urgenti e complesse e mi chiedo perché l’Unione europea, l’ONU e le potenze occidentali indugino, continuando a perdere così tanto tempo.

È in parte la tesi leghista dell’“aiutiamoli a casa loro”, poi però alla prova dei fatti intervenire nei Paesi d’origine è molto difficile.

Spesso la Lega Nord, come altri partiti, identifica il problema ma le ricette risultano poi astratte o accademiche, non aderenti alle realtà e prive di soluzioni pratiche efficaci.
In generale si può sicuramente dire che i crediti acquisiti dagli occidentali con gli interventi immediati militari vengono dispersi, non diventano mai successi politici, perché al posto dei piani Marshall in Africa arrivano ISIS o AQMI che impongono la sharia ma fanno anche opere assistenza.
La questione di aiutare questi Paesi a governare in modo democratico e a sviluppare attività e business è lapalissiana: ormai sono le stesse ex colonie a chiederci, con lucidità, sostegno per arginare i guai che abbiamo combinato e sconfiggere il terrorismo, e rispetto al passato noi occidentali siamo anche in una posizione di favore. Ma dovremmo avere sul posto uffici diplomatici e gente competente.

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L’Italia per esempio è lo Stato europeo più presente in Libia, ma come è piazzata a Sud del Sahara?

In tre anni non ho visto delegazioni italiane in Niger, se si escludono un paio di visite dell’ambasciatore in Costa d’Avorio e qualche gruppo militare dei corpi speciali per manovre integrate con gli Usa. Non siamo presenti neanche in Mali come ambasciata. L’ambasciata di Dakar, in Senegal, serve cinque Paesi tra i quali il Mali e addirittura il Niger è coperto dalla nostra sede diplomatica in Costa d’Avorio.
Ci lamentiamo dell’emergenza migranti, ma così non possiamo davvero seguire questi Paesi nello sviluppo “a casa loro”. Peccato perché gli italiani sono gli stranieri occidentali più ben visti in Africa occidentale.

Neppure i negoziati dell’ONU in Libia sono stati guidati da italiani, anche se siamo gli occidentali con più relazioni e conoscenze nel Paese, perché?

A livello bilaterale, il ruolo dell’Italia si è rivelato fondamentale nella mediazione sulla Libia, ma purtroppo l’ONU è da tempo debole anche nella scelta delle risorse umane. Come capi missioni a volte si nominano diplomatici mai stati in Africa, quando invece in questi Paesi il patrimonio di conoscenze e il fattore umano valgono ancora di più di qualsiasi tecnologia o intelligence.
Quanto al ruolo dell’Italia in ambito internazionale, va sempre peggio. Non abbiamo nessuno che conti davvero piazzato ai vertici apicali e nei posti chiave, tra i funzionari e i cosiddetti sherpa delle organizzazioni internazionali, che sono poi quelle che prendono decisioni a seguito delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Siamo tra il quarto e il quinto Paese che dà più contributi all’ONU, ma restiamo un attore secondario.

Adesso però si parla di una missione militare in Libia a guida italiana.

Sì, l’eventuale coordinamento militare sulla Libia dovrebbe andare a un italiano. Però se è solo un coordinatore poi sono gli altri a mandare le truppe, una contraddizioni incredibile. All’Italia sarebbe dovuta andare perlomeno la carica di vice rappresentante dell’ONU nel Paese.

Il nuovo rappresentante delle Nazioni Unite in Libia è il tedesco Martin Kobler. Rispetto al predecessore, lo spagnolo Bernardino Leon, ha accelerato molto chiudendo un accordo di massima che da diversi è giudicato frettoloso. Condivide questa scelta?

Per la scusa che un inviato italiano dell’ONU non sarebbe stato obiettivo a decidere su un’ex colonia, si era preferito Leon – che l’Italia appoggiava a spada tratta -, il quale si è poi scoperto negoziare un lavoro per una delle parti in causa, se non vado errato come consulente di alto livello per gli Emirati arabi. Con lui si è perso tempo: fu accusato non a torto, da una delle parti libiche e cioè da Tobruk, di non essere imparziale.

Kobler allora ha fatto bene ad avallare un precarissimo governo di unità nazionale che all’evenienza valga come interlocutore per un intervento militare straniero?

È ancora prematuro giudicare l’operato di Kobler sulla Libia. Ma certo non c’era più tempo da perdere per i balletti e le mediazioni di tutti i tipi tra troppe sigle come è accaduto in Mali, che pure è stato oggetto di un negoziato più piccolo e meno problematico di quello libico.
A volte nelle trattative bisogna essere chiari e puntare i piedi, mantenere la linea e poi anche la parola data. Nella sostanza in Libia non si può organizzare un intervento militare di 100 o 200 mila uomini in poco tempo, anche in questo caso comunque basterebbero azioni territoriali, dimostrative, affiancate da subito da aiuti di emergenza allo sviluppo.

Senza risolvere la crisi libica si possono stabilizzare il Mali e gli altri focolai dell’Africa subsahariana?

No, dalla caduta di Gheddafi la Libia è il nodo e lo snodo delle crisi del Sahel. Il governo del Niger aveva allertato sulla Libia in tutte le sedi internazionali, prevedendo con un anno e mezzo di anticipo il disastro in Mali. Ammoniva con lungimiranza che senza seguire la Libia nella transizione, si avrebbe avuta una totale instabilità con influenze negative in tutti i Paesi vicini.
Così è stato. Tutte le legioni armate, soprattutto i tuareg ma anche le altre etnie che lavoravano come mercenari per il regime libico sono andate allo sbando, a formare gruppi anche terroristici.

 

Barbara Ciolli
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