Tre anni fa, un giovane ingegnere di Damasco, Husam al-Din, è scappato dalle violenze della Siria ed è approdato in Senegal. Per raggiungere l’ex-colonia francese in Africa occidentale ha percorso una strada lunga più del doppio di quella scelta dagli altri siriani che si fermano in Europa.
E’ venuto a Dakar, la capitale del Senegal, per lavorare come ingegnere all’aeroporto; una volta terminato il contratto, ha aperto una profumeria, un’ottima soluzione per poter rimanere nel Paese.
“Non sono un rifugiato, ho un ottimo lavoro qui”, ha sottolineato Husam ai reporter di al-jazeera.
E, con gli occhi pieni di speranza ha proseguito così: “Quando nel mio Paese sarà tornata la pace, tornerò a casa definitivamente e spero che lo facciano anche gli altri miei compatrioti scappati dalla guerra”.
Dall’inizio del conflitto, centinaia di siriani sono venuti in Africa occidentale attraverso la Mauritania, Paese per il quale non necessitano alcun visto d’entrata.
“Qui sono un uomo libero, non è come in Europa, dove bisogna chiedere il permesso ai vari governi per potersi spostare. Immagino l’Unione Europea come un’immensa prigione, una vita davvero difficile per i profughi”, ha aggiunto Husam.
Secondo l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM), l’anno scorso i profughi arrivati nell’UE sono stati oltre un milione, mentre nei primi mesi del 2016 ne sono giunti 143 mila, senza contare chi è morto strada facendo.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 aprile 2016
Venerdì scorso, Peter Cook, addetto stampa del Pentagono, ha fatto sapere che durante un attacco di droni americani in Somalia è stato ucciso Hassan Ali Dhoore, uno dei leader di Al-Shabaab Aminiyat. Hassan era una figura chiave del gruppo terrorista e dirigeva la sezione che si occupa di intelligence e sicurezza.
Westgate Mall, a Nairobi, durante l’attacco di Al-Shabaab il 21 settembre 2013
Il capo ribelle ucciso è ritenuto responsabile degli assalti in un albergo e all’aeroporto di Mogadiscio, durante i quali sono morti cittadini stranieri, tra loro anche tre americani e un membro del parlamento somalo con doppia cittadinanza.
Cooke ha sottolineato che con l’eliminazione di Hassan Ali Dhoore è stato inflitto un duro colpo al gruppo terroristico Al-Shabaab.
Jilib, nella mappa della Somalia
Secondo un ufficiale della Difesa americana, il drone ha colpito la vettura sulla quale viaggiava il terrorista, assieme a due compagni, giovedì sera, una trentina di chilometri dalla città di Jlib, roccaforte degli Shebaab, nei pressi di Kisimaio, a sud di Mogadishu, la capitale della Somalia.
In questo ultimo periodo il gruppo è stato praticamente decimato. Nel Putland centinaia di militanti di Al-Shabaab sono stati uccisi, centodieci bambini soldato sono stati arrestati, e molti dei loro accampamenti in tutta la Somalia sono stati distrutti dalla Missione africana in Somalia (AMISOM) e dalle forze armate somale (SNA).
Recentemente un altro drone americano ha colpito un campo dei terroristi che dista quasi duecento chilometri dalla capitale dell ex colonia italiana, uccidendo poco meno di duecento militanti durante la cerimonia finale dopo l’addestramento. Tutti militanti, inclusi i comandanti che presenziavano all’evento sono stati ammazzati
Anche un altro campo di addestramento degli Shabaab, che si trova a Raso, nella Regione di Hiiran, è stato investito dalle bombe di un MQ-9 Reaper senza equipaggio. Almeno centocinquanta militanti hanno preso la vita.
Drone MQ-9 Reaper
L’ufficiale della Difesa ha raccontato che i militari americani stavano dando la caccia da parecchio tempo a Dhoore e ha aggiunto: “Il governo somalo ha condiviso le informazioni in loro possesso ed è anche grazie alla sua collaborazione che l’operazione è andata a buon fine”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 aprile 2016
Ce l’ha messa tutta e così, in Malawi, Theresa Kachindamoto è riuscita a mettere al bando le iniziazioni sessuali e in tre anni è riuscita ad evitare il matrimonio a ottocentocinquanta spose bambine.
Theresa è un capo tradizionale a Monkey Bay, nel distretto di Dezda, non lontano dal lago Malawi. Non ha voluto credere ai suoi occhi, quando gli altri capi del suo distretto sono venuti a Zomba, città nel sud del Malawi, dove per ben ventisette anni ha lavorato come segretaria nel college locale, per annunciare che è stata scelta come capo tradizionale supremo. Lei, la più piccola di dodici figli e madre di cinque, non si sarebbe mai aspettata di diventare il capo di oltre centomila persone. Le è stato detto semplicemente: Sei stata scelta perché sei buona con le persone, non puoi rifiutarti”.
Theresa Kachindamoto, eletta capo tradizionale in Malawi
Una volta ricevuto i vestiti rossi, la fascetta per i capelli di pelle di leopardo e i gioielli tradizionali, ha iniziato a girare nel distretto, a visitare centinaia di capanne costruite con blocchetti di fango e ricoperte con paglia intrecciata.
E’ rimasta sbalordita, scioccata quando ha visto bambine di dodici anni con il loro figlio in braccio e accanto il marito ancora adolescente. E immediatamente ha parlato con la sua gente: “Basta con questo genere di matrimoni. Che vi piaccia o meno, non ci si può sposare quando si è ancora bambini.
Secondo un rapporto dell’ONU del 2012 in Malawi la metà delle ragazze contraggono matrimoni quando non son ancora maggiorenni e la ex-colonia britannica occupa l’ottavo posto tra i venti Paesi con il tasso più elevato di “spose bambine”. Questa consuetudine è dura a morire, specie nelle zone rurali: i genitori, spesso molto poveri, sono ansiosi di liberarsi delle figlie per avere una bocca in meno da sfamare. Fanno orecchie da mercante anche quando si cerca di spiegare ai parenti i pericoli ai quali va incontro una sposa bambina: malattie croniche causate da gravidanze e parti in tenera età. Le complicazioni durante il parto non mancano. Spesso è necessario intervenire con un taglio cesareo, perché il loro corpo non è sufficientemente sviluppato per dare alla luce un figlio.
Anche se lo scorso anno il Parlamento malawiano ha approvato una legge, che di fatto vieta i matrimoni ai minori, secondo il diritto consuetudinario delle autorità tradizionali e la Costituzione del Paese, i giovanissimi possono sposarsi ugualmente con il consenso dei genitori.
In giurisdizioni che non sono sotto il controllo di Theresa, i capi tradizionali e la polizia non possono intervenire in alcun modo a tali unioni per le violente reazioni delle comunità.
Poco prima del matrimonio, le future spose bambine vengono mandate nei campi per il kusasa fumbi, la cosiddetta purificazione, dove avvengono abusi sessuali di tutti generi. Le bambine apprendono come “dar piacere ad un uomo”. Negli appezzamenti di terra per l’iniziazione sessuale imparano come esibirsi in balli eccitanti e spesso le più brave, sono costrette a veri e propri atti sessuali con il loro insegnante, altre, invece, tornano a casa senza essere state sfiorate, per grande dispiacere dei genitori, perché significa affrontare un’altra spesa. Devono pagare “una iena locale”, cioè pagare un uomo della comunità, disposto a togliere la verginità alla figlia.
In un Paese dove un abitante su dieci è infettato dal virus HIV, questi vari “passaggi” sono fonte di infezione, perché raramente si fa uso di profilattici. A prescindere dai traumi psicologici che subiscono le ragazzine, questi riti di iniziazione possono essere una sentenza di morte precoce.
Secondo Theresa Katchindamoto, che ha interdetto tali pratiche, spesso ai riti di purificazione partecipano persino bambine di sette anni.
Mary Waya, una star della netball a livello internazionale, oggi allenatrice della squadra nazionale malawiana, soprannominata “The Queens”, da bambina anche lei è stata vittima di abusi. “Se la popolazione avesse una maggiore consapevolezza dell’infezione da HIV, sicuramente questa tradizione sarebbe già stata interrotta da tempo”, commenta.
Secondo il Fondo internazionale per l’infanzia dell’ONU (UNICEF), in Malawi una bambina su cinque e un maschio su sette sono vittime di abusi sessuali. La maggior parte di coloro che abusano dei bambini sono persone delle quali i piccoli si fidano: sono zii, patrigni o addirittura i loro padri.
Nankali Maksud, capo della protezione per i bambini di UNICEF Malawi, ha sottolineato: “Sono le persone che dovrebbero proteggere il minore, invece si trasformano in aguzzini e ciò aumenta la loro responsabilità.
Secondo un’organizzazione che ha chiesto di mantenere l’anonimato, alcune tradizioni locali promuovono addirittura gli abusi sessuali in famiglia. Se si ammala gravemente una sorella o una zia di una bambina, questa si deve occupare di tutto nella loro casa e in alcuni casi si pretende che faccia sesso con lo zio o il fratellastro.
Waya è riuscita a vincere il trauma grazie allo sport e lo studio, ma ha visto vittime di abusi sessuali provenienti da ogni parte del Paese nella sua accademia e ha precisato: “Ho incontrato ragazze che sono state violentate, poi mandate a prostituirsi per strada, hanno dovuto abbandonare la scuola, perché i genitori sono troppo poveri, oppure perché orfane e costrette ad occuparsi dei fratellini più piccoli”.
La star del netball insegna alle ragazze a non vedere il proprio corpo non solo come oggetto di piacere per terzi. “Hanno dimenticato quanto prezioso sia il loro corpo” –ha aggiunto.
Molti genitori non apprezzano che Theresa Kachindamoto faccia continuare gli studi alla propria figlia, per assicurarle così un futuro certo.
Realizzare che è più facile cambiare le leggi che la mentalità delle persone non è stato facile per Theresa.
Ma ha saputo reagire. Ha obbligato i suoi cinquanta vice-capi a firmare un accordo che vieta i matrimoni alle spose bambine secondo il diritto tradizionale e l’annullamento di qualsiasi unione già esistente nella sua giurisdizione.
Quando è venuta a conoscenza che tali matrimoni sono ancora stati contratti, ha buttato fuori quattro capi tradizionali maschi. Dopo alcuni mesi sono tornati da lei, assicurando che le unioni sono state annullate. Dopo un’accurata verifica, ha reinserito nel proprio ruolo i quattro capi tradizionali.
Ha chiesto anche la stretta collaborazione di religiosi, membri autorevoli delle comunità locali, organizzazioni caritatevoli, comitati locali, di bypassare le leggi locali e di accettare solamente la legge nazionale che vieta alle spose bambine di contrarre matrimonio.
“Non è stato facile convincere la gente, ma ora hanno capito” – ha aggiunto la Kachindamoto e ha proseguito: “L’anno scorso ho chiesto al Parlamento di aumentare l’età minima per il matrimonio da diciotto a ventun anni. E ho anche invitato tutte le donne del Parlamento a visitare le scuole rurali, incentivando le ragazze a studiare l’inglese, la lingua che si parla nel Parlamento. Se ricevono un’educazione appropriata, le giovani possono decidere della loro vita e fare ciò che desiderano. Ho ricevuto molte minacce di morte. Non è stato facile. Ma sono io il capo tradizionale supremo ora, non si può tornare indietro, lo sarò finchè vivrò.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 1 aprile 2016
La Corte costituzionale sudafricana ha condannato il presidente Jacob Zuma al pagamento di parte delle spese per i lavori di ristrutturazione e sicurezza della sua casa con fondi pubblici.
Jacob Zuma in parlamento
Una ristrutturazione piuttosto ampia che comprende anfiteatro, piscina, centro per visitatori oltre a un allevamento di bovini e nuove abitazioni che secondo il Public protector, l’organo anticorruzione, niente ha a che fare con la sicurezza del Capo dello stato.
Mappa del Sudafrica
Tutto nasce dallo scandalo per 215mln di rand (circa 13mln di euro) di denaro pubblico, che il presidente della repubblica a utilizzato per “mettere in sicurezza” la sua residenza di campagna nel villaggio di Nkandla, nella provincia sudafricana del KwaZulu-Natal.
Zuma aveva rifiutato il giudizio del Public protector che nel 2014 stabilì la restituzione allo Stato di parte del fondi utilizzati, motivo per cui i maggiori partiti di opposizione – Economic Freedom Fighters (EFF) e Democratic Alliance (DA) – decisero di ricorrere all’Alta corte.
Il ministero del Tesoro, entro i prossimi 60 giorni, determinerà la cifra cher Zuma dovrà restituire allo Stato. Il presidente sudafricano nega di aver commesso illeciti ma per l’opposizione la condanna è un motivo valido per chiederne l’impeachment perché ha violato la Costituzione.
Mmusi Maimane, leader del DA
Lo “scandalo Nkandla” è un’occasione più che ghiotta cavalcata subito da EFF e DA che hanno lanciato un’offensiva mediatica attraverso i social network. Il giovane e agguerrito leader di Democratic Alliance, Mmusi Maimane, ha immediatamente diramato una nota nella quale dichiara che il suo partito ha ufficialmente iniziato l’iter per l’impeachment contro Zuma.
Il tweet #ImpeachZuma di Democratic Alliance
Mentre l’opinione pubblica scende in piazza per protestare, su twitter, da ieri, impazza l’hashtag #paybackthemoney (restituisci i soldi) mentre Democratic Alliance ha iniziato la campagna #ImpeachZuma e l’EFF twitta “Nessuno aiuterà Zuma in questo momento. L’imperatore è a piedi nudi. Non può essere salvato. È finito!”.
Il presidente invece se la ride, anche in Parlamento, dove con una performance trasmessa da tutte le TV sudafricane prende in giro l’opposizione dicendo che non sono nemmeno in grado di pronunciare bene “Nkandla”, il nome del villaggio del suo compound rurale.
Rispondendo a un’interrogazione parlamentare del leader dell’EFF, Julius Malema – ex presidente dei Giovani dell’African National Congress, espulso dal partito – il Capo dello stato ha affermato che il Public protector “ha ‘raccomandato’ di pagare e una raccomandazione non è un verdetto. Il Parlamento deciderà su questo argomento. Quindi non capisco – ha sottolineato – perché dovrei restituire quel denaro. Spero che i vostri legali vi aiutino a capire cosa significa ‘raccomandare’ ”.
Ora tutto si gioca in Parlamento dove l’ANC, partito di maggioranza, detiene 249 dei 400 seggi dell’Assemblea nazionale. Democratic Alliance con 89 seggi e Economic Freedom Fighters che ne detiene 25, difficilmente riusciranno a mettere fuori gioco il presidente.
Ma l’ANC, su pressione dell’opinione pubblica potrebbe “invitare” Zuma a rassegnare le dimissioni come fece nel 2008 con l’allora presidente Thabo Mbeki.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 31 marzo 2016
Pochi giorni fa il tribunale provinciale di Luanda, la capitale dell’Angola, ha condannato fino a otto anni di carcere diciassette dissidenti non violenti, colpevoli di aver organizzato lo scorso giugno una lettura pubblica del libro dell’americano Gene Sharp, filosofo, politico e intellettuale statunitense, conosciuto per i suoi studi sulla nonviolenza e sulla disobbedienza civile: “Dalla dittatura alla democrazia. Come abbattere un regime”.
Domingo Cruz e altri detenuti durante il processo foto Reuters
Il duro verdetto dei giudici dell’ex colonia portoghese, è stato emesso perché i 17 giovani sono stati ritenuti colpevoli di ribellione contro il governo del presidente/dittatore José Eduardo dos Santos. L’opposizione angolana ha commentato: “E’ un’ulteriore prova dell’esistenza di un consolidato atteggiamento di repressione”.
I giovani attivisti sono stati imprigionati lo scorso giugno, da allora hanno sempre respinto le accuse mosse contro di loro. Uno di loro, rapper Luaty Beirão, molto conosciuto in Angola. ha persino fatto uno sciopero della fame per oltre un mese per protestare contro la detenzione. Ritenuto uno dei maggiori responsabili del gruppo, è stato condannato a cinque anni e mezzo per “ribellione contro il presidente della Repubblica, associazione criminale e falsificazione di documenti”.
Il gruppo di dissidenti fotografati in aula durante il processo (Foto DPA/P. Jiuliao)
Un altro attivista, Domingos da Cruz, è stato identificato dal giudice come il “leader” del gruppo, si è beccato addirittura otto anni e mezzo di detenzione per aver pianificato un golpe e per associazione criminale.
Michel Francisco, legale di dieci degli attivisti, ha subito dichiarato di voler ricorrere in appello e ha commentato la sentenza con queste parole: “Non è stato un processo trasparente, perché il tutto è stato politicizzato e i giudici non hanno fatto altro che obbedire a forze superiori, cioè al presidente della Repubblica”.
Il gruppo di giovani dissidenti prima dell’arresto nel giugno scorso
Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa meridionale, ha duramente criticato la decisione dei giudici: “La draconiana e ingiustificabile condanna contro questi pacifici attivisti, che non sarebbero mai dovuto essere arrestati, dimostra come le autorità angolane usino il criminale sistema giudiziario per far tacere chi ha opinioni dissenzienti. Questi giovani sono vittime di un governo determinato a intimidire chiunque metta in discussione la sua politica repressiva”.
Josè Edoardo dos Santos nasce nel 1942 in un quartiere povero di Luanda. Si iscrive ancora giovanissimo al marxista MPLA (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola) e nel 1956 il governo coloniale lo costringe all’esilio. Dapprima in Francia, poi in Congo e per ultimo si trasferisce in Russia, dove termina gli studi come ingegnere. Torna nel suo paese nel 1970 e, dopo l’indipendenza dal Portogallo, nel 1975 diventa ministro degli esteri. Nel 1979, dopo la morte di Agostinho Neto, viene scelto come presidente, carica che ricopre ancora oggi.
Matteo Renzi con il dittatore Dos Santos. L’Italia ha venduto all’Angola partite di armi che hanno permesso al regime di intensificare la repressione contro i dissidenti. L’Eni ha ingenti interessi nell’ex colonia portoghese
La gente gli aveva creduto. Era uno di loro, aveva sofferto insieme a loro durante il periodo coloniale, aveva combattuto per la libertà, parola praticamente sconosciuta nell’Angola di oggi.
Solo qualche settimana fa Dos Santos aveva promesso che si sarebbe ritirato nel 2018, cioè al termine del suo attuale mandato, dopo 39 anni di potere. Troppi. Probabilmente – se lascerà davvero – chiamerà a succedergli qualche figlio o la prediletta figlia Isabelle, la donna più ricca di tutta l’Africa.
Kenya Wildlife Service is conducting investigations on 64.12 kilograms of ivory seized yesterday at 4 pm at the cargo area of Jomo Kenyatta International Airport in Nairobi. No one has been arrested but the KWS, together with the police, had launched investigations to establish the source and the consignee. The investigations are to determine the source, owners, destination and recipients, among other details with a view to taking action. The ivory intercepted by the KWS Canine Unit had been concealed in gunny bags wrapped in nylon and put in buckets.
A stockpile of contraband ivory seized at the Nairobi Airport
According to detectives operating at the Nairobi Airport, the value of the ivory is about Ksh 6.4 million (56,000 euros).
Initial police report indicates the cargo was on transit from Mozambique. The destination was Bangkok, Thailand.
Police report further indicates that the ivory was concealed in a luggage that had been disguised as gemstones. 18 pieces of raw ivory were discovered at the screening centre and subsequently prompting the seizure.
According to Airports Director of Criminal Investigations (DCI) Joseph Ngisa there were 22 stones in the cargo, two of them had ivory. “The rest were just stones disguised as gemstones. There were no gemstones,” said Ngisa.
No arrests have been reported yet. Police said they were looking for the suspects behind the ivory trafficking syndicate and had already contacted authorities in Mozambique and Thailand, in order to stay alerted to pursue the case and those behind the outlawed trade in the region.
The Kenyan government in preparing to torch next month a huge stockpile of illegal elephant and rhino ivory seized to the poachers.
The government has so far indicated that as many as 120 tonnes of ivory would be set ablaze to demonstrate Kenya’s commitment to fight poaching and illegal ivory trade.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 30 marzo 2016
Ad Alpha Condé, presidente della Guinea, non piace il dissenso. Lo scorso 25 marzo, cinque sindacalisti sono stati condannati – in primo grado – a sei mesi di reclusione e una multa di un milione di franchi guineani per diffamazione e oltraggio al Capo dello stato.
Il presidente, Alpha Condé, e la mappa della Guinea
I sindacalisti sono tutti ex militari in pensione che hanno creato il “Sindacato nazionale di Guinea dei militari in pensione e delle vedove” (SNMRVG) dopo che Condé, con la riforma dei servizi di sicurezza aveva mandato in pensione 4 mila militari e azzerato i loro diritti.
Il colonnello in pensione e segretario del sindacato, Jean Dougou Guilavogui, era l’ex capo dei servizi di sicurezza presidenziali. È stato arrestato senza alcun mandato, mentre era a casa sua, il 4 ottobre scorso e gli altri quattro sindacalisti, tutti ufficiali in pensione, sono stati imprigionati il giorno dopo perché partecipavano a una manifestazione per la liberazione di Guilavogui. Protestavano contro il presidente perché non aveva rispettato gli impegni presi e azzerato i diritti dei militari in pensione.
Panoramica di Conakry, capitale della Guinea
L’avvocato difensore dei sindacalisti, Beavogui Salifou – che oggi vive in Senegal – ha dichiarato la sua insoddisfazione mentre è stata dura la presa di posizione di Amnesty International attraverso François Patuel, rappresentante per l’Africa occidentale: “Questo verdetto è una chiara violazione del diritto alla libertà di espressione e segna un netto calo della situazione dei diritti umani in Guinea”.
Secondo l’organizzazione per i diritti umani, durante la detenzione dei sindacalisti, la polizia ha apertamente messo in dubbio attività del sindacato e il sostegno pubblico accusando il SNMRVG di essere un partito di opposizione.
Alpha Condé, a capo del partito di opposizione durante la dittatura di Moussa Dadis Camara e del breve governo di Sékouba Konaté, è alla presidenza del Paese dal dicembre 2010 con elezioni giudicate relativamente libere e poco trasparenti. È stato riconfermato al secondo mandato nell’ottobre 2015.
Il Rapporto 2015 sui diritti umani di Amnesty International mostra che il Paese governato da Alpha Condé non è un modello di democrazia.
Conakry, Palazzo del Popolo
Durante le ultime elezioni che hanno riconfermato Condé si sono verificati episodi di violenza tra manifestanti di vari partiti politici e forze di sicurezza. Secondo Amnesty, polizia ed esercito “non hanno esitato a ricorrere frequentemente all’uso eccessivo e letale della forza, nelle operazioni di mantenimento dell’ordine pubblico durante le proteste”.
La condanna dei sindacalisti ha tutta l’aria di essere un altro un giro di vite per scoraggiare il dissenso.
– Conakry Palazzo del Popolo CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=432366
– Conakry ville
Di Nessun autore leggibile automaticamente. Soman presunto (secondo quanto affermano i diritti d’autore). – Nessuna fonte leggibile automaticamente. Presunta opera propria (secondo quanto affermano i diritti d’autore)., CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=432368
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 marzo 2016
La Guinea è in stato di allerta. Nel sud del Paesi sono stati segnalati undici nuovi sospetti casi di ebola, tutti bambini: tre di loro sono già morti. L’Unicef (il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) ha lanciato l’allarme e chiede aiuti sanitari immediati per circoscrivere la letale infezione. Il micidiale virus ebola, dunque, continua mietere vittime. (http://www.africa-express.info/2016/03/19/ritorna-in-guinea-la-paura-di-ebola-tre-nuovi-morti/).
A metà marzo l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) aveva segnalato i primi nuovi casi a Koropara, nella Prefettura di Nzérékoré, nell’estremo sud-est della ex-colonia francese, dove finora sona già morte quattro persone. Una quinta persona non è sopravvissuta al virus killer nella Prefettura di Macenta, che dista duecento chilometri da Koropara.
Fode Sylla Tass del coordinamento nazionale della lotta contro l’ebola ha dichiarato che la vittima deceduto a Macenta, un uomo, per sua stessa ammissione, si sia recato a Koropara dove ha avuto contatti diretti con le vittime. Purtroppo sembra che per il suo funerale non siano state applicate le precauzioni necessarie ed è stato seppellito nel cimitero del villaggio di Makoidou . In molti Paesi africani la tradizione vuole che la salma venga lavata prima della cerimonia; venire in contatto con un corpo infetto, anche se non più vivente, diventa un importante mezzo di trasmissione del virus.
Attualmente ottocentosedici persone sono state messe in quarantena, perché entrate in contatto diretto con gli ammalati e/o i morti di ebola. Gli esperti non hanno potuto appurare perché e come le persone della piccola comunità di Koropara abbiano potuto contrarre il terribile virus killer.
Come precauzione la Liberia ha nuovamente chiuso i confini con la Guinea martedì scorso, dopo la morte della quarta vittima. Il ministro dell’informazione, Lenn Eugene Nangbe, in un comunicato ha fatto sapere: “Abbiamo ordinato la chiusura delle frontiere con effetto immediato e non saranno riaperte finche la situazione in Guinea non migliorerà”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 27 marzo 2016
Il presidente ugandese, Yoweri Museveni , il 10 marzo scoso ha firmato una nuova legge rivolta contro i genitori che si rifiutano di far vaccinare i figli. Con questo decreto, che è stato reso pubblico solo in questi giorni, gli “anti-vaxxer” rischiano fino a sei mesi di galera.
Il ministro della sanità ugandese, Sarah Achieng Opendi , ha fatto sapere che secondo una stima dell’ Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) nel 2015 in Uganda siano morti settanta bambini su mille prima di raggiungere il quinto anno di vita.
La Opendi ha giustificato così il drastico provvedimento: “Nel mio Paese il tre per cento dei bambini non viene vaccinato. I piccoli vengono nascosti dai genitori durante le campagne di sensibilizzazione per evitare che vengano immunizzati. Generalmente ciò avviene per motivi di culto”.
“Alcuni leader religiosi – ha spiegato la ministro della sanità – sono stati arrestati in passato, ma non è stato possibile condannarli, per mancanza di una legge specifica. Il loro culto non permette le vaccinazioni. Il tutto è iniziato in alcuni distretti nell’est del Paese, ma ora si è diffuso a macchia d’olio ovunque”. Ha poi specificato.
La nuova legge impone anche il certificato di vaccinazione per poter iscrivere i piccoli a scuola. In caso contrario non saranno accettati in nessun istituto scolastico, sia esso privato o pubblico.
Ora i genitori saranno obbligati a sottoporre i figli ai vaccini contro morbillo, poliomelite, meningite e tubercolosi se non vogliono rischiare di essere incarcerati. Non è comunque chiaro dove finiranno i piccoli durante la prigionia dei genitori.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 26 marzo 2016
Una canzone, usata come efficace rimedio per sconfiggere la paura. E’ questo che hanno pensato undici musicisti ivoriani che si sono uniti per l’occasione, formando il “Collectif Bassam”, che ha composto parole e musica: “Non abbiamo paura nemmeno dei terroristi”. Una risposta all’attentato dello scorso 13 marzo a Grand Bassam , una località balneare che dista una quarantina di chilometri da Abidjan, la capitale economica del Paese, durante il quale sono state uccise barbaramente diciannove persone. L’attentato è stato rivendicato da “Al Qaeda nel Maghreb Islamico” (AQMI) .
Il testo della canzone, cantata in francese, lingua ufficiale della Costa d’Avorio, comprende espressioni forti, come: “Hai ucciso degli innocenti per una causa persa” e “Non andrai in paradiso”.
Chico Lacoste, uno dei produttori della canzone, ha spiegato: “Con il loro atto, i terroristi hanno voluto anche colpire la nostra gioia di vivere. Siamo artisti e questa canzone è la nostra arma per rispondere e spiegare che non abbiamo nemmeno paura dei jihadisti. Siamo certi che l’ ascolteranno”.
Hassam Maïga, il realizzatore del video-clip, ha lasciato intendere che gli ivoriani sono uniti e non si lasceranno abbattere.
Durante l’incontro di calcio Costa d’Avorio–Sudan, il gruppo e gli spettatori hanno indossato magliette con il titolo della canzone “Meme pas peur” o “Yako Gran-Bassam”. Yako significa coraggio in dioula, lingua mandingo, parlata in Costa d’Avorio, Burkina Faso e Mali.
All’inizio della partita è stato osservato un minuto di silenzio per le vittime, mentre tra il primo e il secondo tempo il gruppo si è esibito, raccogliendo l’ovazione del pubblico e dei calciatori.
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