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Intelligence report: Malindi targeted by shebab, suicide bombers ready to attack

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Africa ExPress
Nairobi, April 14th 2016

Malindi on high alert over planned terror attack Security has been intensified in Malindi following reports of a planned terror attack. According to Malindi Deputy County Commissioner Gideon Ombongi, the Al Shebab militia is planning to use suicide bombers to execute the attack.

Shebab in parata
Shebab in parata

Residents have been asked to be vigilant following the report. According to Intelligence reports, Al Shebab are planning to carry out attacks in the area with the objective of causing extensive damage.

Six out of eleven suicide bombers have been sent to the Coast region with the aim of executing the attack, according to reports.

(This statement has been sent to Africa ExPress from the Kenyan authorities)

 

Ucciso da una mina soldato francese in Mali, altri tre militari feriti

Africa ExPress
12 aprile 2016

Un soldato francese è stato ucciso questa mattina nel nord del Mali. A causare la morte è stata l’ esplosione di una mina. Altri tre militari sono rimasti feriti, due dei quali in modo grave.

Il convoglio, composto da una sessantina di vetture era  partito venerdì scorso da Gao. Questa mattina stava per raggiungere Tessalit, la città di destinazione,  situata più a nord. Il primo veicolo in testa alla carovana  è saltato su una mina.

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Un militare è morto sul colpo, mentre i feriti sono stati trasportati immediatamente alla base francese a Goa, nell’attesa di essere trasferiti in Francia.

Dal gennaio 2013, su iniziativa della Francia, sono presenti anche forze straniere nel Paese,  per contrastare gruppi di terroristi jihadisti che dalla primavera del 2012 hanno invaso il nord del Mali e il Sahel.

Attualmente la Francia è presente nel Sahel con la Missione Barkhane, operativa dall’agosto 2014, con base a N’Djamena, la capitale del Ciad. Le forze francesi sono presenti sul territorio con tremilacinquecento uomini. Finora hanno perso la vita cinque soldati francesi, mentre durante la missione precedente, denominata Serval (gennaio 2013-luglio 2014), sono morti altri dieci militari, ha specificato Jean-Yves Le Drian, ministro della difesa del governo di Parigi.

Molte zone fuggono ancora al controllo delle forze maliane e dei caschi blu della “United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali”  (MINUSMA), decisa con la Risoluzione 2100 del 25 aprile 2013 dal Consiglio di Sicurezza per sostenere il processo politico di transizione e aiutare la stabilizzazione del Mali. MINUSMA è operativa dal luglio 2013 ed è stata autorizzata fino a  fino a 12.640 soldati, inclusa una Quick Reaction Force e 1.440 agenti di polizia.

Africa ExPress

 

 

 

Libia, la pace tra milizie e Serraj è appesa alla Banca centrale

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
11 aprile 2016

Il governo di unità nazionale si è rivelato più di uno spiraglio. A una settimana e mezzo dall’arrivo a Tripoli sotto il coprifuoco del neo premier legittimato dall’ONU della Libia, Fayez al Serraj, l’autoproclamato governo degli islamisti si è ritirato, sciogliendo il Congresso nazionale che da un anno e mezzo si ostinava a chiedere il riconoscimento internazionale. È il passo più importante e inatteso.

Con il placet delle milizie della capitale a Serraj, il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni può atterrare ora in sicurezza a Tripoli, subito dopo le visite dell’inviato dell’Onu per la Libia Martin Kobler e il suo consigliere militare Paolo Serra: un via vai impensabile fino a pochi giorni fa, e a breve riaprirà anche l’ambasciata italiana, dopo quelle di Tunisia, Malta e Marocco.

Nell’Est restano in carica il governo e il Parlamento rivali di Tobruk, che continuano a prendere tempo sul sì a Serraj: ma è probabile che l’assemblea si riunisca in settimana per la votazione, trovando (anche attraverso i negoziati in corso) un faticoso compromesso.

Tutta la prudenza è d’obbligo, la pax tra milizie che ha sorpreso la maggioranza di scettici sull’accordo di riconciliazione raggiunto in Marocco ha poco a che fare con la politica: la galassia di brigate ha smesso di litigare, perché la Banca centrale libica e la Compagnia nazionale del petrolio hanno subito dichiarato sostegno al nuovo esecutivo bipartisan.

Libyan Prime Minister-designate Fayez Seraj (R) is greeted upon arrival in Tripoli, Libya March 30, 2016. REUTERS/Hani Amara - RTSCV7R

Serraj ha poi chiesto alla Banca centrale -che veicola gli introiti di gas e greggio, dai quali deriva il 90% delle entrate governative- e ottenuto di congelare tutti i conti degli enti pubblici. Anche le milizie della lotta fratricida per le risorse e i fondi sovrani della Libia hanno gli stipendi bloccati. Per riaprire il rubinetti bisogna aderire al governo di unità nazionale e chiedere lo scongelamento a una commissione ad hoc. “O sei dentro o niente soldi”, ci dice un insider bene informato,“una buona idea perché la nostra è una guerra economica e finanziaria, non ideologica”.

Nessuno sa cosa accadrà, ma finora funziona. Le milizie e i Comuni, vera ossatura della Libia, sono in fila da Serraj. Si tratta su tutto: nomi dei ministri, vertici e composizione dell’esercito, controllo degli apparati finanziari. Diatribe che si trascinano dal 2011, anche per questo si erano creati due governi e due Parlamenti e anche per questo la pax è fragile. La sfida più grande è disarmare le brigate, ricomponendo un esercito nazionale: tentativi falliti per l’enorme diffusione di armi tra milizie e per l’invio di altre armi da diverse potenze straniere interessate a spartirsi la Libia.

L’idea di fondo è riabilitare i militari della vecchia Libyan Army -al passo sofferto si opponevano entrambi i governi di Tripoli e Tobruk, ma ora di mezzo c’è l’ONU-, inglobando parte delle milizie: le maggiori controllano già blocchi di parlamentari e figurano sotto il ministero della Difesa; i problemi “potrebbero venire dalle brigate più piccole”. Tra i quadri dell’apparato giudiziario si pensa invece di piazzare personalità che si sono battute per i diritti umani.

kobler tripoli

Le trattative sono le più inclusive possibili, bisogna cercare di accontentare tutti, un passo troppo lungo e riesplodono le scintille. Anche fazioni islamiche estremiste come Ansar al Sharia (che occupano città e parti di città come Bengasi) sono interlocutori, “basta che siano libici, perché dai libici non viene il vero pericolo del terrorismo”. L’obiettivo primario è ricompattarsi “per cacciare l’ISIS da Sirte”, in particolar modo gli “stranieri che sono penetrati nel Paese”. Sui dicasteri dell’esecutivo Serraj, il braccio di ferro è in corso da mesi.

La squadra del suo Consiglio presidenziale nella base navale tripolina di Abu Sittah, sede blindata del governo, non è ancora, come si è erroneamente scritto, composta da ministri: trattasi di Serraj, cinque suoi vice premier e tre ministri, ma senza portafoglio. La lista iniziale di 32 nomi è stata ridotta a 12-13 e deve essere approvata dal parlamento di Tobruk, ma solo dopo il sì alle modifiche costituzionali necessarie per sopravvivere come organo legislativo del nuovo governo.

L’accordo di pace di dicembre sotto la guida dell’ONU prevede infatti che, delle due assemblee, il Congresso di Tripoli decada trasformandosi in Consiglio di Stato dalle funzioni consultive, e che il Parlamento di Tobruk torni nella capitale, ma solo dopo aver accettato l’esecutivo di unità nazionale. La mossa pro-Serraj delle milizie islamiste di Alba libica, guidate da Misurata, ha spiazzato tutti: la maggioranza del Congresso nazionale si è disciolta; il premier islamista Ghwel continua a dare direttive ai suoi “ministri” ma è riparato a Misurata; e gran parte dei 10 Comuni che hanno aderito al governo Serraj appartiene allo schieramento di Alba libica.

governo libia

Il parlamento di Tobruk nicchia per le pressioni del generale Khalifa Haftar che lo controlla, desideroso di diventare il capo dell’esercito nonostante gli islamisti non lo vogliano in nessun modo. Ma da un no a Serraj ha molto da perdere. Haftar e i suoi si sono espressi con freddezza in merito, ma per diversi osservatori vicini ai negoziati le dichiarazioni arrivate da Tobruk riflettono in realtà l’ala più intransigente e non tutto il Parlamento, parte del quale era traslocato in Tunisia per le trattarive e sta rientrando in Libia per la seduta.

Le cose si starebbero smuovendo anche a Tobruk, la votazione è attesa nei prossimi giorni alla presenza di delegati invitati di ONU, UE e Unione africana. Più si aspetta, più gli islamisti si accreditano di fronte a Serraj per la spartizione. Si ignora la contropartita concessa ad Alba libica per ritirarsi e far girare in sicurezza a Tripoli il nuovo premier. Alla fine Haftar potrebbe comandare l’esercito “per qualche mese”, ai suoi deputati nell’Est potrebbe essere fatta qualche altra concessione.

Adesso in Libia comanda la Banca centrale: una cinquantina degli 87 Comuni ha firmato l’adesione o la sta trattando con Serraj, e i Comuni vicini a Tobruk non sono contrari a priori ma aspettano il sì dagli organi centrali. Fino a prima degli accordi in Marocco, l’organismo finanziario che ha sede temporanea a Malta era rimasto neutrale e trasferiva i ricavi a tutti gli schieramenti. Aveva però anche mantenuto forti i legami, numerosi e consolidati, con gli interlocutori occidentali che ora sostengono il nuovo governo dell’ONU.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Missili, satelliti, cannoni, granate e fucili italiani per i torturatori d’Egitto

Antonio Mazzeo
Catania, 10 aprile 2016

“Non siamo disposti ad accettare verità distorte e di comodo e se non ci sarà un cambio di marcia da parte degli inquirenti e delle autorità dell’Egitto, il governo potrà ricorrere a misure immediate e proporzionate”. Il 5 aprile 2016, intervenendo al Senato sul caso di Giulio Regeni, barbaramente torturato e ucciso al Cairo il 25 gennaio, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha promesso il massimo sforzo per far luce sui mandanti e gli esecutori dell’omicidio del nostro giovane connazionale. Dopo il rifiuto degli inquirenti egiziani di consegnare i tabulati di una decine di utenze telefoniche, il premier Renzi ha richiamato in Italia l’ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari.

Carri armati schierati di fronte ai manifestanti contro il governo di Al Sisi
Carri armati schierati di fronte ai manifestanti contro il governo di Al Sisi

Per tanti analisti, il governo – stavolta – sembra voler fare sul serio. Peccato però che ad oggi non esista atto concreto che rimetta in discussione la consolidata partnership politico-militare-industriale tra Italia ed Egitto o quantomeno congeli i trasferimenti di sistemi d’arma pesanti e leggeri alle forze armate e di polizia del sanguinario regime di Al-Sisi. Al contrario, nelle stesse ore in cui il ministro Gentiloni faceva la sua minacciosa sortita in Parlamento, un’azienda leader nel settore aerospaziale controllata in parte dalla holding Finmeccanica, Thales Alenia Space, annunciava la firma di un contatto di 600 milioni di euro per la fornitura di un sistema di telecomunicazione militare satellitare al governo egiziano.

L’accordo è stato raggiunto nel corso della recente visita al Cairo del presidente Francois Hollande, sicuramente uno dei più accreditati sostenitori internazionali dei dittatori d’Egitto. Oltre al satellite co-prodotto da Italia e Francia, Hollande si è impegnato a fornire ai militari egiziani cacciabombardieri e unità navali. In particolare, i cantieri francesi DCNS consegneranno nel 2017 una corvetta tipo “Gowind 2500”, cui seguiranno altre tre unità dello stesso tipo prodotte nei cantieri egiziani di Alessandria tra il 2018 e il 2019.

Agenti di polizia sparano lacrimogeni contro i dimostranti
Agenti di polizia sparano lacrimogeni contro i dimostranti

La commessa ha un valore superiore al miliardo di euro, ai quali si aggiungeranno altri 3-400 milioni per la fornitura dei sistemi da combattimento che in buona parte saranno prodotti da imprese controllate interamente o parzialmente dal colosso Finmeccanica. Le quattro corvette “Gowind” saranno armate infatti con cannoni 76/62 Super Rapido di Oto Melara (società di Finmeccanica S.p.A. con stabilimenti a Brescia e La Spezia), missili antinave MM 40 Block 3 Exocet e VL MICA di produzione MBDA (Matra BAE Dynamics Alenia), il maggior consorzio europeo nel settore missilistico, controllato per il 75% da Airbus e BAE System e per il restante 25% da Finmeccanica.

Alla marina militare egiziana è giunta pure una fregata multiruolo tipo FREMM  realizzata nei cantieri navali del gruppo DCNS. Anche in questo caso molti dei sistemi di combattimento parleranno italiano. La nuova fregata sarà armata con i cannoni da 76 millimetri Super Rapido di Oto Melara, con i missili antiaerei superficie/aria Aster 15 di Eurosam (un consorzio europeo formato da MBDA e Thales), con quelli da crociera Scalp Naval e antinave Exocet MM40 (di produzione MBDA) e con i siluri anti-sommergibili MU90 (prodotti dal consorzio Eurotorp, costituito dalle società Thales e DCNS e dalla Wass di Livorno del gruppo Finmeccanica). Proprio grazie alle commesse missilistiche per la fregata FREMM all’Egitto e per i cacciabombardieri Rafale che la Francia fornirà al regime del Qatar, il consorzio MBDA – Matra BAE Dynamics Alenia ha registrato nel 2015 un fatturato record di 5,2 miliardi di euro.

Un'altra manifestazione repressa dalla polizia
Un’altra manifestazione repressa dalla polizia

Nel 2013, un’altra importante azienda del gruppo Finmeccanica, AgustaWestland, si assicurò un contratto di 17,3 milioni di dollari per la manutenzione e l’assistenza al parco elicotteri delle forze armate egiziane. A fine 2012, sempre AgustaWestland consegnò all’Egitto due elicotteri AW139 in configurazione ricerca e soccorso (SAR) e trasporto truppe, armamenti e materiali.

Il contratto, per un valore di 37,8 milioni di dollari, fu sottoscritto con U.S. Army Aviation and Missile Command (AMCOM), il comando aereo e missilistico dell’esercito Usa che trasferì poi alle autorità egiziane i due mezzi italiani attraverso il programma Foreign Military Sales (FMS). Ad AgustaWestland furono pure assegnate le attività addestrative dei piloti e del personale di terra e la fornitura delle attrezzature e dei ricambi necessari per la messa in servizio degli elicotteri. Nel dicembre 2010, anche l’azienda DRS Technologies, con sede e stabilimenti negli Stati Uniti d’America ma intermante controllata da Finmeccanica, firmò con l’esercito Usa un contratto di 65,7 milioni di dollari per consegnare alle forze armate egiziane veicoli, sistemi di sorveglianza e altre apparecchiature elettroniche.

“L’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea che, dalla presa del potere del generale al-Sisi, ha inviato armi utilizzabili per la repressione interna nonostante la sospensione delle licenze di esportazione verso l’Egitto decretata nell’agosto del 2013 dal Consiglio dell’Unione Europea”, denunciano la Rete italiana per il disarmo e l’Osservatorio permanente armi leggere (Opal) di Brescia.

Un carro armato schierato a difesa della prigione al Cairo
Un carro armato schierato a difesa della prigione al Cairo

“Nel 2014 l’Italia ha fornito alle forze di polizia egiziane 30.000 pistole, prodotte nel bresciano e nel 2015 di 3.661 fucili, per la maggior parte prodotti da un’azienda in provincia di Urbino. Nel 2012 il valore delle esportazioni di armi italiane all’Egitto ha raggiunto i 28 milioni di euro e ha riguardato fucili d’assalto e lanciagranate della Beretta, munizioni della Fiocchi, blindati della Iveco di Torino e apparecchiature specializzate per l’addestramento militare”.

Sempre secondo i ricercatori della Rete per il disarmo e di Opal, nel 2011 il governo italiano autorizzò l’esportazione alle forze armate egiziane di 14.730 colpi completi per carri armati, cui si aggiunsero l’anno successivo 692 colpi con spoletta più altri 673, tutti prodotti da Simmel Difesa di Colleferro, Roma.

Manifestazione di protesta organizzata a Londra durante la visita di Al Sisi nel 2015
Manifestazione di protesta organizzata a Londra durante la visita di Al Sisi nel 2015

Sempre nel 2011, fu autorizzata l’esportazione di 355 componenti per la centrale di tiro Skyguard per missili Sparrow/Aspide a cui sono seguiti, nel 2012, altre 1.000 componenti per la stessa centrale di tiro prodotta dalla Rheinmetall Italia Spa di Roma. Quello stesso anno il governo italiano autorizzò pure l’esportazione di 55 veicoli blindati Lizard prodotti dalla società Iveco, attrezzature del cannone navale 76/62 Super Rapido di Oto Melara e apparecchiature elettroniche e software di Selex Elsag (oggi Selex ES), altra azienda del gruppo Finmeccanica.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

 

Brigata d’intelligence USA a Vicenza per operazioni coperte in Africa

Antonio Mazzeo
Catania, 9 aprile 2016

Il Pentagono rafforza il proprio dispositivo militare destinato agli interventi in Africa, attivando in Italia una nuova brigata d’intelligence. A fine marzo a Camp Ederle, Vicenza, è stata ricostituita la “207th Military Intelligence Brigade” a supporto delle operazioni in buona parte “coperte” o top secret di US Army Africa (USARAF), il comando delle forze terrestri per il continente africano.

“Si tratta della prima brigata d’intelligence militare destinata esclusivamente a contrastare le accresciute minacce alla sicurezza nel teatro africano”, spiega il colonnello Timothy Higgins, neocomandante della 207th MIB. “Il suo compito sarà quello di raccogliere ed elaborare informazioni d’intelligence per spezzare le minacce transnazionali e transregionali e promuovere la stabilità nel continente. Oggi c’è un gran numero di violenti gruppi estremisti in tutta l’Africa. In Africa orientale, l’obiettivo prioritario è di contenere al shebab, una milizia con base in Somalia legata ad al-Qaeda, mentre la minaccia in Africa centrale è il gruppo islamico militante Boko Haram. Inoltre, l’organizzazione terroristica dello Stato Islamico è una minaccia emergente al Nord”.

207th Military Intelligence Brigade
207th Military Intelligence Brigade

Sempre secondo il colonnello Higgins, la nuova brigata d’intelligence supporterà le attività militari USA di formazione e addestramento dei paesi africani partner. “Un’altra sfida è rappresentata anche dalle minacce in campo sanitario – aggiunge il comandante della 207th MIB – come del resto è già stato fatto dal comando di US Army Africa con l’ebola, a favore delle operazioni d’assistenza in Liberia”.

Con l’attivazione della nuova brigata, a Vicenza giungeranno entro la fine di quest’anno 320 militari e 420 dipendenti civili statunitensi. La 207th MIB includerà tre battaglioni, il 307th già di stanza in Veneto e predisposto alla raccolta dati, il 522nd MI Battalion, un reparto operativo oggi con sede a Wiesbaden, Germania e il 337th MI Battalion, unità di riserva di US Army di stanza a Fort Sheridan, Illinois.

colonnello Timothy Higgins, neocomandante della 207th MIB
Il colonnello Timothy Higgins, neocomandante della 207th MIB

La 207th Military Intelligence Brigade fu attivata una prima volta nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, come 113th Counter Intelligence Corps Detachment. Nel 1985, il distaccamento militare fu elevato a brigata e i reparti furono insediati in una caserma di Ludwigsburg, in Germania, sotto la giurisdizione del VII Corps di US Army. La brigata fu poi disattivata nel 1992, dopo la fine della prima Guerra del Golfo, impegno bellico che vide proprio i reparti della 207th MIB operare dallo scalo aereo di Al Qaisumah, Arabia Saudita, in attività d’intelligence nelle aree di conflitto dell’Iraq meridionale.

Al tempo, la brigata utilizzava gli aerei spia RC-12A “Super King Air 200” prodotti dall’industria statunitense Beechcraft, dotati di sofisticate apparecchiature di intelligence, sorveglianza e riconoscimento e per la guerra elettronica. Da quei velivoli sono stati sviluppati i più moderni “Super King Air 300”, utilizzati da una compagnia statunitense contractor del Pentagono per operazioni top secret in Algeria, Tunisia e Libia avviate oltre un anno fa dagli scali siciliani di Pantelleria, Sigonella e Catania-Fontanarossa. Con l’attivazione della 207th Military Intelligence Brigade è più che presumibile che le attività aeree di siponaggio in Nord Africa passino sotto il controllo del comando della brigata di Vicenza.

L’United States Army Africa (USARAF), già Southern European Task Force (SETAF), dipende direttamente da US AFRICOM, il comando strategico delle forze armate USA per il continente africano con sede a Stoccarda, Germania. Quartieri generali USARAF sono la vecchia caserma di Camp Ederle e la nuova  base “Del Din” (ex aeroporto “Dal Molin”) di Vicenza, dove sono pure ospitati i raparti di pronto intervento della 173^ brigata aviotrasportata dell’esercito statunitense. Il comando per le operazioni terrestri nel continente africano fu attivato a fine 2008, assorbendo gli uomini e i compiti della task force di US Army per l’Europa meridionale, ospitata stabilmente dalla metà degli anni ’50 a Vicenza. Dopo aver massicciamente contribuito alle operazioni di guerra in Libia nel 2011, US Army Africa coordina attualmente gli interventi diretti, le attività addestrative, la fornitura di armi e munizioni dell’esercito USA in quasi tutti i paesi del continente africano.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

 

Ammazzati in Eritrea giovani che tentavano di disertare. E l’Europa sblocca i finanziamenti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 aprile 2016

Domenica scorsa, era 3 aprile, forze dell’ordine eritree, che scortavano un convoglio di reclute, hanno aperto il fuoco contro alcuni giovani che stavano cercando di scappare, buttandosi giù dal camion sul quale erano stati caricati.

________________________________________________________________________________________Asmara 1

Eritrea, com’è facile essere assassinati dagli scherani del regime

m.a.a.
Milano, 25 ottobre 2005

Questa sequenza di tre istantanee è stata presa ad Asmara qualche mese fa. Il fotografo è un diplomatico che me le ha passate.

Ecco il suo racconto: “Stavo parcheggiando la mia auto in una via del centro della capitale eritrea, quando dall’altra parte della strada ho visto un camion sul cui pianale i militari stavano spingendo una ventina di ragazzi. Ho capito che si trattava di una retata di giovani da inviare nel famigerato e odiato campo militare di Sawa”.

“Uno dei ragazzi – ha continuato il diplomatico – si è divincolato e ha cercato di fuggire attraversando la strada. Non ce l’ha fatta. E’ stato colpito da una raffica di mitra. Poi si è avvicinato un uomo in uniforme e ha finito il ragazzo con un colpo di grazia. Il suo corpo è rimasto sull’asfalto per oltre un’ora. A me è sembrato un monito per chi tenta di ribellarsi al regime”.

m.a.a.

 

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Il convoglio, partito da un campo di addestramento situato nel Bassopiano occidentale, era diretto verso Assab; i conducenti dei camion avevano ricevuto l’ordine di non fermarsi per nessun motivo. Quando la fila di veicoli camion è giunta a Mai Temenai, una periferia della capitale della nostra ex-colonia, due giovani reclute si sono lanciate dal pianale dentro cui viaggiavano. La scorta ha immediatamente aperto il fuoco, uccidendo i ragazzi. Senza arrestarsi, il convoglio ha proseguito la sua marcia. In pieno centro, nella zona del mercato, altri ragazzi hanno abbandonato il convoglio e senza esitare, le guardie hanno sparato contro i fuggiaschi e i civili che si trovavano nelle vicinanze. Uno dei camion è passato deliberatamente sul corpo di un giovane, che, caduto rovinosamente a terra dopo essersi lanciato da uno degli autocarri, era svenuto.

La folla inferocita ha lanciato pietre contro i camion e distrutto una macchina della polizia, sopraggiunta dopo gli spari.

Poche ore fa, il ministro dell’informazione eritreo, Yemane Gebremeskel in due Tweet, ha confermato la morte di due giovani reclute e il ferimento di undici. Naturalmente non ha detto che i ragazzi stavano scappando dalla coscrizione obbligatoria che in Eritrea è durissima e non si sa mai quando finisce.

camion militare 600

“Two National Service members – scrive Yemane nel suo twitt – died last Sunday in Asmara from injuries received when they jumped & fell from military trucks transportng them”. Il ministro aggiunge poi in un secondo “cinguettio”:  “11 others were also injured in the same act & have been hospitalized.Police stabilized z situation by firing few warning shots into z air”.

Ovviamente il numero reale di morti e feriti non corrisponde alla versione ufficiale del regime eritreo. Alcune fonti attendibili parlano di undici morti, sei dei quali sarebbero spirati sul posto, mentre altri cinque sarebbero morti nell’ospedale, in seguito alle ferite riportate. Altri quindici si troverebbero in condizioni molto critiche in corsia, piantonati a vista dalle guardie. L’accesso al nosocomio è vietato al pubblico dopo il massacro di domenica scorsa.

Durante la notte tra domenica e lunedì, l’esercito ha effettuato perquisizioni a tappeto in molte case e ha arrestato decine di persone.

Un altro massacro che si aggiunge alla lunga lista di misfatti e violazioni dei diritti umani che vale la pena ricordare qui è l’uccisione di una ventina di giovani, avvenuta il 4 novembre del 2004 ad Adi Abeto, a pochi chilometri da Asmara. Quel giorno era stata effettuata una grande retata e moltissime persone erano state deportate in un campo recintato. Anche allora le guardie avevano sparato contro chi cercava di fuggire per sottrarsi al servizio militare senza fine, che lega le persone per tutta la vita alle forze armate. Le reclute vengono trattate come schiavi, per uno stipendio da fame, che non permette di costruirsi un futuro, una famiglia, tantomeno sognare.

IMGP1124_1_-472x312Isaias Afeworki, indiscusso dittatore dell’Eritrea non ha nemmeno avuto pietà con gli invalidi di guerra. Nel 1994, quando hanno osato presentare una serie di richieste al governo, non hanno ricevuto nessuna risposta. I veterani non hanno voluto rassegnarsi: chi in carrozzella, chi con un solo braccio o gamba, chi con grucce o bastoni , tutti si sono messi in marcia da Mai Habar verso la capitale, distante una trentina di chilometri, per reclamare i propri diritti. Dopo poche ore di marcia, sono stati fermati dalle forze dell’ordine, che hanno aperto il fuoco contro di loro. Non si conosce il numero esatto dei morti, dei feriti e degli arrestati, senza nessun capo di imputazione né tantomeno processo. Dopo un anno furono liberati, costretti a firmare una lettera di scuse al governo.

Nel recente passato, cioè alla fine del 2014 questo stesso regime ha fatto uccidere tredici bambini a Karora, al confine con il Sudan,mentre cercavano di scappare dall’Eritrea e ha buttato i piccoli cadaveri in fossi , senza sepoltura (http://www.africa-express.info/2014/12/26/thirteen-children-gunned-escaping-eritrea-corps-thrown-away/).

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Da questo regime, che si è macchiato dei più efferati crimini verso la propria gente da un Paese a tutt’oggi senza Costituzione (http://www.africa-express.info/2014/12/30/eritrea-constitution-paper-dictator-never-wanted-implement/), da una Nazione così, dove i diritti umani sono un optional (leggendo il rapporto dell’ONU sulle violazioni di tali diritti, si resta annichiliti (http://www.africa-express.info/2015/06/11/il-rapporto-onu-che-inchioda-la-dittatura-eritrea-litalia-non-puo-essere-complice-dei-tiranni/) scappano ogni mese migliaia di persone, molta delle quali cercano di raggiungere le nostre coste sul Mediterraneo, porta d’entrata dell’Occidente.

Eppure l’Unione Europea pone fiducia in questa terribile dittatura. Malgrado tutte le testimonianze dei rifugiati, delle organizzazioni per i diritti umani, il rapporto della stessa ONU, che ha pure prolungato l’embargo sulle armi fino alla fine del 2016 (http://www.africa-express.info/2015/10/28/eritrea-lonu-prolunga-lembargo-in-svizzera-inchiesta-panale-per-la-riscossione-del-2-per-cento/), ha deliberato alla fine dello scorso anno a favore della nostra ex colonia, un finanziamento di duecento milioni di Euro.

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Il mese scorso i membri del Parlamento Europeo avevano presentato un’istanza alla Commissione Europea, in cui si chiedeva che venisse valutata bene la decisione presa allora: non si può finanziare uno Stato che non rispetta i diritti umani.  (http://www.africa-express.info/2016/03/17/12682/).

 Malgrado la sconvolgente notizia del massacro avvenuto domenica scorsa nella capitale Asmara, tre giorni dopo, il 6 aprile 2016, l’UE ha siglato il finanziamento per il governo eritreo nell’ambito dell’XI EDF (European Development Fund) dell’Unione Europea, che prevede un finanziamento di 175 milioni di Euro per il rifacimento della rete elettrica, costruzione di fotovoltaici e altro. Ulteriori 20 milioni sono previsti per il supporto di gestione finanziaria. Ma chi controllerà come verrà speso questo denaro. Il regime di Asmara notoriamente non vuole nessun sorveglianza e non ammette ispezioni di nessun genere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea, com’è facile essere ammazzati dagli scherani del regime

Rigurgito di ebola: dopo la Guinea nuovi casi anche in Liberia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 aprile 2016

Ebola non si arresta. Dopo essersi “risvegliato” in Guinea a metà marzo (http://www.africa-express.info/2016/03/19/ritorna-in-guinea-la-paura-di-ebola-tre-nuovi-morti/) il terribile virus si è ora manifestato di nuovo anche il Liberia dove i morti sono già saliti a otto.

Anche se il governo di Monrovia ha immediatamente chiuso le sue frontiere con la Guinea per la paura che il contagio si propagasse, la misura non è stata sufficiente. Domenica scorsa è deceduta una trentenne appena giunta in un ospedale nella capitale liberiana. Il marito, contagiato dal virus era morto in Guinea mentre lei era in viaggio con i suoi tre figli. E’ riuscita ad attraversare la frontiera nonostante questa sia stata ufficialmente chiusa dalla fine di marzo (http://www.africa-express.info/2016/03/28/panico-in-guinea-altri-undici-ammalati-di-ebola-tutti-bambini-tre-morti/)

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Il Ministero della Sanità liberiano, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e i loro partner, hanno immediatamente inviato personale altamente specializzato nella “ Soul Clinic Community”, dove la donna morta alloggiava con la sorella dopo il suo arrivo a Monrovia. Avrebbe ricevuto le prime cure nella Ma Watta Clinic a Jakob Town, in seguito è stata trasferita al “Redemption Hospital” a New Kru, dove è spirata al suo arrivo.

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Sorbor George, direttore per le comunicazioni del Ministero della Salute ha comunicato che la nazionalità della donna non è stata ancora individuata. “Finora abbiamo rintracciato ottantacinque persone con cui è venuta a contatto. Tra loro ci sono quindici operatori sanitari, mentre uno dei tre figli della vittima è risultato positivo al test. Attualmente è ricoverato alla ELWA Emergency Treatment Unit insieme ad altri ”, ha aggiunto George.

L’OMS non è particolarmente preoccupata e ha dichiarato che ebola nell’Africa occidentale non è più considerato come un’emergenza di salute pubblica a livello internazionale. Guinea, Liberia e Sierra Leone hanno acquisito la capacità di individuare e di gestire autonomamente un’eventuale emergenza.

Dal canto suo la Guinea inizierà a vaccinare le persone che sono entrate in contatto con cinquecento uomini, sopravvissuti all’ebola.

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Fode Tass Sylla, portavoce del West African nation’s centre for the fight against Ebola (centro della lotta contro l’ebola dei Paesi dell’Africa occidentale) ha puntualizzato: “Abbiamo preso questa decisione, perché ormai è stato provato scientificamente che il letale virus resta attivo per parecchio tempo nei fluidi corporei. Non ci limiteremo a vaccinare solamente i partner sessuali dei sopravvissuti”. Ha aggiunto: “Informeremo anche le donne che sono guarite dall’ebola, di non allattare i loro neonati.

Secondo l’OMS, nei tre Paesi maggiormente colpiti dall’epidemia di ebola, cioè Liberia, Sierra Leone e Guinea, diecimila persone sono sopravvissute dopo aver contratto il virus. Per il momento sono state vaccinate ottocento persone entrate in contatto con pazienti infettati dall’ebola, con il cosiddetto “metodo di vaccinazione ad anello”. Cioè bisogna vaccinare rapidamente tutti contatti noti dei pazienti e anche i loro contatti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail
@cotoelgyes

La sfilata di testimoni al processo Ilaria e Miran demolisce la tesi del complotto

EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
Perugia, 6 aprile 2016

Ieri a Perugia si è aperto il processo di revisione del caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, per il quale è stato accusato e gettato in carcere un somalo, Hashi Omar Hassan, che molti considerano innocente. Sono stato ascoltato come testimone. La giornalista Chiara Cazzaniga, nel corso di una puntata della trasmissione “Chi l’ha visto?” andata in onda qualche settimana fa, ha intervistato Gelle, il testimone che durante il precedente processo aveva inchiodato Hashi. Gelle durante l’intervista ha dichiarato di essersi inventato la testimonianza sulla base della quale l’imputato era stato condannato per l’assassinio dei due giornalisti. Il somalo ha scontato 16 anni dei 26 cui è stato condannato.

Hashi Omar Hassan fotografato nell'aula del processo, prima dell'inizio dell'udienza
Hashi Omar Hassan fotografato nell’aula del processo, prima dell’inizio dell’udienza

Altro testimone a carico di Hashi era stato l’autista di Ilaria e Miran, Ali, da tutti chiamato erroneamente – anche nei documenti ufficiali – Abdi. Ali è stato il mio autista per più o meno due anni e lo conoscevo bene. In Italia aveva dichiarato davanti ai giudici di aver riconosciuto anche lui Hashi come componente di quella gang omicida. Ma con me aveva sostenuto prima del processo di non essere in grado di riconoscere nessuno e poi, dopo il processo e la condanna del somalo, ammesso di non essere per nulla sicuro che fosse proprio lui.

Tutte cose che ho scritto parecchie volte e dichiarato davanti ai giudici, almeno fino a quando sono stato interrogato in qualità di testimone.

Spero che Hashi, ora a piede libero e presente al processo, venga assolto. Ne saremmo tutti contenti, anche coloro che fino a oggi, dalle pagine dei loro giornali, hanno gridato al complotto fino allo spasimo. Purtroppo la loro posizione ha impedito – come ho già scritto – che si cercasse la verità da un’altra parte.

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Ovviamente non sposo alcuna tesi precostituita e non sostengo che Ilaria e Miran siano state vittime dei somali smaniosi di vendicare le violenze dei militari italiani (violenze ampiamente documentate dalla stampa). Ritengo però che un’indagine sui comportamenti del contingente italiano in Somalia sarebbe stata non solo opportuna ma anche doverosa. Anche per svelare eventuali connessioni con l’omicidio di Miran e Ilaria.

Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi, assieme ad altri giornalisti (si riconosce Stefano Poscia) a Mogadiscio
Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi, assieme ad altri giornalisti (si riconosce Stefano Poscia) a Mogadiscio (Foto Cristiano Baruffa)

Perché è stata insabbiata – per esempio – l’indagine sui responsabili dei giochi sessuali (documentata dalle fotografie di Panorama) ai danni delle donne somale? Oppure l’inchiesta sui quattro somali catturati, rinchiusi in un container al sole la mattina del 2 luglio 1993 poche ore prima della ”battaglia del pastificio” (costata la vita a tre militari italiani) e seviziati subito dopo gli scontri? Quell’episodio (bruciature di sigarette calci con stivali, braccia spezzate) è stato documentato da un breve filmato girato da Ingrid Formanek – producer principe della CNN – che a suo tempo ho portato alla magistratura. Nessuno se n’è occupato. I somali – come si può facilmente capire – erano piuttosto “seccati” con gli italiani e potrebbero aver trovato un’occasione per “vendicarsi”.

Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi fotografati fuori dall'hotel Salafi nel 1993
Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi fotografati fuori dall’hotel Salafi nel 1993

E’ vero, le indagini e la storia dell’omicidio di Ilaria e Miran sono segnate da errori, omissioni, pressapochismo, superficialità cui hanno concorso diversi attori – investigatori, magistrati, commissari delle varie commissioni d’inchiesta che si sono succedute nel tempo -, compresi anche alcuni giornalisti che negli anni hanno sostenuto che si sia trattato di un’esecuzione. Falso. Io ho visto l’auto su cui viaggiavano Ilaria, Miran e l’autista Ali: era crivellata di proiettili. Si è trattato di un irresponsabile depistaggio per tentare di dimostrare a tutti i costi che l’omicidio dei due giornalisti era il risultato di un complotto.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Ali il fedele autista di Massimo Alberizzi con vicino la Panda noleggiata a Mogadiscio
Ali, il fedele autista di Massimo Alberizzi fotografato vicino alla Panda noleggiata a Mogadiscio

Ilaria e Miran uccisi vent’anni fa. Le tesi precostituite sul loro omicidio hanno impedito la ricerca della verità
(
di Massimo A. Alberizzi)

Giovanni Porzio
Giovanni Porzio

Ilaria e Miran: un’irresponsabile distorsione mediatica
(di Giovanni Porzio)

 

 

 

Amedeo Ricucci
Amedeo Ricucci

Ilaria, Miran e i colleghi senza dubbi
(di Massimo A. Alberizzi e Amedeo Ricucci)

 

 

Ilaria intervista il rappresentante dell'ONU a Mogadiscio l'ammiraglio Jonathan Howe
Ilaria intervista il rappresentante dell’ONU a Mogadiscio l’ammiraglio Jonathan Howe (foto Isabella Balena)

Anche i giornalisti muoiono: le tesi precostituite sull’omicidio di Ilaria e Miran hanno bloccato le inchieste in altre direzioni
(
di Amedeo Ricucci)

Mauritania, blogger accusato di apostasia rischia pena capitale. Appello di Amnesty

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 aprile 2016

È stato condannato a morte per un post pubblicato facebook. Succede in Mauritania a Mohamed Mkhaïtir, blogger di 32 anni. La sua colpa è avere criticato, il 24 dicembre 2014, chi usa la religione per emarginare alcuni gruppi sociali nel suo Paese.

Mappa della Mauritania
Mappa della Mauritania

La condanna è stata emessa dal giudice del tribunale di Nouadhibou – a ovest dello Stato africano – che ha accusato Mohamed di apostasia per aver “parlato con leggerezza” del profeta Maometto.

Dopo l’arresto, il 5 gennaio 2015, il blogger si è pentito due volte, prima e durante il processo, spiegando che non voleva in alcun modo criticare il Profeta o l’Islam. Intendeva solamente denunciare chi usa la religione contro alcuni gruppi appartenenti alla società mauritana.

Nessuna indulgenza è arrivata dai giurati del tribunale nonostante il codice penale, con l’art. 306, preveda un atto di clemenza in caso di pentimento. I legali di Mohamed, subito dopo la sentenza, hanno presentato appello contro la condanna e sono in attesa della data dell’udienza.

Amnesty International, con la pubblicazione odierna del “Rapporto sulla pena di morte 2015”, ha denunciato il caso e ha lanciato l’appello “Salviamo la vita a Mohamed Mkhaïtir” per firmare contro la condanna a morte del giovane blogger.

Appello di Amnesty International per salvare la vita di Mohamed Mkhaïtir
Appello di Amnesty International per salvare la vita di Mohamed Mkhaïtir

Secondo il Rapporto di Amnesty, nel 2015, in Mauritania sono state emesse cinque condanne a morte non eseguite. Fino alla fine dell’anno, nel braccio della morte si contavano 19 detenuti, 13 dei quali stranieri.

La pubblicazione parla di un miglioramento riguardo all’utilizzo della pena di morte nell’Africa sub-sahariana durante l’anno passato. I Paesi abolizionisti sono diventati 18 e durante lo scorso anno si sono aggiunti anche Madagascar e Repubblica democratica del Congo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti foto:
– Mappa della Mauritania
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/

In Somalia gli shebab battono in ritirata Uccisi sei comandanti

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Africa Express
Mogadiscio, 5 aprile 2016

Il gruppo terroristico shebab nelle ultime ore ha perso altri sei comandanti. Sono stati uccisi durante un’azione congiunta dell’African Union Mission in Somalia (AMISOM) e delle forze armate somale (SNA, Somali National Army) nella regione somala del Lower Shabelle. Tra loro hanno perso la vita un giudice degli shebab, nella città di Janaale, Mohamed Abribao, e il keniota Sheikh Mansur, specialista in esplosivi e e uno dei capi delle unità d’addestramento del gruppo.

Members of the hardline al Shabaab Islamist rebel group hold their weapons in Somalia's capital Mogadishu, January 1, 2010. Somalia's hardline Islamist rebel group al Shabaab said on Friday it was ready to send reinforcement to al Qaeda in Yemen should the U.S. carry out retaliatory strikes, and urged other Muslims to follow suit. REUTERS/Feisal Omar (SOMALIA - Tags: CIVIL UNREST SOCIETY IMAGES OF THE DAY)
Miliziani shebab “sventolato” al cielo i loro bazooka  REUTERS/Feisal Omar

Il 2 aprile scorso le forze alleate e AMISOM hanno ammazzato un altro comandante, Abdirashir Bugdube, e un attacco con droni americani ha ucciso Hassan Ali Dhoore, uno dei leader di Al Shabaab Aminiyat.  (http://www.africa-express.info/2016/04/03/12922/)

Con l’operazione di Janaale è stata bonificata la zona da mine artigianali seminate dai terroristi. E’ stata così resa più sicura la circolazione dei cittadini somali e dei loro beni.

La città è stata quindi sottratta al controllo dei sanguinari terroristi. Era diventata la loro roccaforte dopo l’attacco al campo dell’AMISOM, presidiata dall’esercito ugandese (UPDF, Uganda People’s Defence Force). La città dista 75 chilometri da Mogadiscio, la capitale della Somalia.

Africa Express