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In Gambia Jammeh si prepara a resistere: chiude 3 radio e sfida l’ECOWAS

Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 gennaio 2016

Yahya Jammeh, presidente del Gambia, non finisce mai di sorprendere. A poco più di due settimane dalla fine del suo mandato, riprende la repressione nei confronti dei media. La mattina di Capodanno le autorità della ex colonia britannica hanno nuovamente ridotto al silenzio due emittenti radio, Teranga FM e Radio Hilltop. In particolare  Teranga FM è molto conosciuta e seguita in tutto il Paese per le sue posizioni critiche nei confronti del regime di Jammeh. In passato è già stata chiusa ben quattro volte. Sono state sbarrate e sigillate le porte da un poliziotto e quattro agenti del National Intelligence Agency (NIA), senza alcuna spiegazione, ha specificato questa mattina Emil Touray, direttore della Gambia Press Union. Stamattina è stata chiusa anche una terza emittente anch’essa non tenera con il regime: Afri Radio

Jammeh, che ha detenuto il potere per ben ventidue anni, ha perso queste elezioni che sono tenute a inizio dicembre. In un primo momento sembrava che avesse accettato di buon grado la disfatta elettorale, congratulandosi persino con il vincitore, Adama Barrow, che si è aggiudicato il 43,34 per cento delle preferenze. Il presidente uscente si è fermato al 39,6 per cento, mentre il terzo candidato, Mamah Kandeh, ha riportato a casa solamente il 17,1 per cento.

 

Yahya Jammeh, presidente del Gambia
Yahya Jammeh, presidente del Gambia

In un primo momento sembrava che Jammeh avesse accettato di buon grado la disfatta elettorale ed era andato persino in televisione a congratularsi con il leader dell’opposizione che l’aveva superato. Pochi giorni dopo, invece, è tornato in TV e in diretta, stizzito, ha sostenuto che il suo partito avrebbe presentato un ricorso alla Corte suprema del Paese, per irregolarità i alcune circoscrizioni. Cosa che i suoi avvocati hanno fatto. Il caso sarà discusso il 10 gennaio.

Nel frattempo la situazione nell’enclave è parecchio tesa. Molti gambiani stanno fuggendo in Senegal per paura di un bagno di sangue, dopo l’annuncio fatto dall’ “Economic Community of West African States  (ECOWAS), di essere pronta ad intervenire militarmente, se Jammeh non dovesse lasciare spontaneamente il potere il 19 gennaio prossimo, data che rappresenta la fine del suo mandato e il giorno dell’insediamento di Barrow. (http://www.africa-express.info/2016/12/28/gambia-cittadini-fuga-verso-il-senegal-appello-jammeh/)

spiegamento delle forze dell'ordine a Banjul, capitale del Gambia
spiegamento delle forze dell’ordine a Banjul, capitale del Gambia

In occasione del suo discorso di fine anno alla televisione nazionale, Jammeh ha fatto sapere che un intervento militare da parte dell’ECOWAS corrisponde praticamente ad una dichiarazione di guerra. Ha inoltre precisato che non avrebbe più partecipato agli incontro con i membri di ECOWAS, in quanto ritiene che la loro posizione non sia neutrale. Infine ha ribadito che le elezioni del 1° Dicembre 2016 devono essere assolutamente annullate.

“Sono vittima di una campagna portata avanti per interesse da un gruppo di individui”, ha aggiunto Jammeh.

“In ogni caso, siamo pronti a difendere il nostro Paese contro qualsiasi aggressione e non ci sarà alcun compromesso a questo proposito”, ha concluso il presidente.

Domenica mattina un forte spiegamento di militari e poliziotti in tenuta anti-sommossa è stato notato nel centro di Banjul, la capitale del Gambia, nelle periferie e lungo il litorale, nelle immediate vicinanze degli alberghi.

Aggiornamento 3 gennaio 2016:

In seguito alle minacce di morte ricevute e dietro pressione della famiglia, il presidente della Commissione elettorale indipendente, l’ottantaduenne Alieu Momar Njai, ha lasciato il Paese ieri sera. Secondo il giornale on-line “The Fatu Network”, Njai si troverebbe ora in una località sicura. A metà dicembre 2016 l’esercito aveva occupato lo stabile dove si trovano gli uffici della Commissione ( http://www.africa-express.info/2016/12/14/gambia-lesercito-di-yahya-jammeh-sconfitto-dal-voto-invade-ledificio-elettorale-banjul/ ).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Marocco: oltre mille disperati assaltano il confine con Ceuta, enclave dell’Europa in Africa

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1° Gennaio 2017

Questa mattina oltre millecento migranti sub sahariani hanno cercato di entrare nell’enclave spagnola di Ceuta, un piccolo pezzettino di Unione Europea in Marocco. La maggior parte degli africani sono stati respinti dalla polizia mentre tentavano di arrampicarsi sulla barriera metallica, alta oltre sei metri, che separa la città dall’entroterra. Venti o trenta migranti sono riusciti a guadagnare la cima della recinzione. Poco dopo sono stati portati a terra con delle gru dalle guardie di frontiera.

Solamente due migranti sono riusciti a penetrare in territorio spagnolo, o meglio hanno ricevuto l’autorizzazione, perché a causa delle serie ferite riportate durante la scalata, è stato necessario il loro ricovero nell’ospedale di Ceuta. Secondo quanto è riportato in un comunicato del governo di Madrid, tutti gli altri sono stati espulsi in Marocco. Il rapporto spagnolo precisa che molti agenti sono stati feriti. Precisamente cinque spagnoli e ben cinquanta magrebini, perché i migranti, usano pietre e bastoni metallici per fare dei buchi nella rete. Oggetti contundenti che lanciano  contro le forze dell’ordine.

Ceuta, parte della recinzione
Ceuta, parte della recinzione

Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno puntato spesso il dito sul governo spagnolo per l’espulsione immediata dei migranti, senza concedere loro la possibilità di presentare la domanda di richiesta d’asilo.

All’inizio di dicembre oltre quattrocento persone sono riuscite a penetrare in territorio spagnolo, malgrado le barriere, rinforzate con filo spinato. Molti migranti cercano questa via di fuga. Il territorio libico è diventato troppo pericoloso, per non parlare della traversata in mare, che solo nel 2016 è costata la vita a oltre cinquemila persone.

Secondo la polizia spagnola, la scorsa settimana è stata arrestata una signora magrebina al confine con Ceuta. Nella sua valigia aveva nascosto, completamente ripiegato su se stesso, un giovane di soli diciannove anni originario del Gabon. La disperazione porta a cercare sempre nuove vie di fuga.

Mappa Ceuta e MelillaI potenziali richiedenti asilo provengono soprattutto dall’Africa subsahariana e raggiungono il Marocco affidandosi a trafficanti di uomini, che, con grossi camion, li trasportano nelle campagne vicino alle due enclavi spagnole in Africa, oltre a Ceuta, Melilla.  Altri sono siriani che spesso raggiungono Rabat via aerea.

Una volta arrivati, vivono in accampamenti di fortuna sul monte Gourougou, senza alcuna assistenza medica, finchè non arriva il loro turno per tentare di entrare in una delle enclavi. Sono migranti disposti a sopportare tutte le privazioni: fame e disperazione sono ben più grandi della paura di ferirsi o di morire.

Una volta espulsi, la polizia marocchina raccoglie i migranti, li carica su grandi autobus e li porta nelle città come Rabat, Casablanca o Fez. Molti tornano sul monte Gourougou per ritentare di entrare in Europa attraverso questa porta laterale, altri invece, malgrado il pericolo, presi dalla disperazione, si dirigono in Libia per cercare di imbarcarsi verso le nostre coste.

In Marocco vivono migliaia e migliaia di migranti senza permesso di soggiorno e lì l’immigrazione clandestina è considerato un reato. I più vorrebbero raggiungere l’Europa, ma viste le nuove politiche di respingimento dell’Unione Europea molti si sono fermati nel regno. Per questo motivo, il governo, per ordine del re Mohammed VI, ha ufficialmente annunciato lo scorso 15 dicembre una nuova sanatoria per migranti irregolari. Già nel 2014 oltre venticinquemila persone, per lo più provenienti dall’Africa subsahariana e dalla Siria, hanno potuto regolarizzare la propria posizione nel Paese.

migranti in Marocco
migranti in Marocco

Secondo il ministero degli Interni, i criteri per la regolarizzazione sarebbero gli stessi del 2014, vale a dire congiunti stranieri di cittadini marocchini, o mogli e figli di stranieri residenti regolarmente nel Paese. Inoltre sono ammessi coloro che sono in possesso di un contratto di lavoro, che sono residenti da almeno cinque anni e chi soffre di malattie croniche.

Oltre a questo, dal 2014 è stato organizzato un programma per il ritorno volontario nel proprio Paese. Finora oltre ventimila persone hanno scelto questa opzione.

La Federazione internazionale per i diritti dell’uomo e l’associazione marocchina Gadem, un gruppo antirazzista e che difende migranti e stranieri, hanno ritenuto che la formazione del personale dell’Ufficio stranieri non sarebbe sufficiente. Nel loro rapporto hanno denunciato che alcuni casi sono stati respinti senza spiegazioni plausibili, inoltre ritengono che tutta la procedura sia troppo complessa. In seguito a ciò è stata istituita una commissione per la supervisione e gli eventuali ricorsi, presieduta dal Consigli dei diritti umani e sembra che da allora i casi di respingimento siano diminuiti.

Sta di fatto che i migranti che sono riusciti ad ottenere il permesso di soggiorno non sono realmente soddisfatti di questa soluzione, perché il Marocco non offre possibilità di lavoro soddisfacenti e dunque la qualità della vita non corrisponde alle aspettative.

Fino a qualche anno fa era solamente un Paese di transito, mentre ora sta trasformando la propria politica verso l’accoglienza, anche se molti migranti, ormai residenti, non hanno abbandonato del tutto il sogno europeo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgy

Namibia, government issues 95,000 euro permit to hunt and kill a rhino

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namibian-4jpegThe Namibian
Staff reporter
Windhoek, December 31st 2016

Government last month issued a permit to a private farmer to shoot a white rhino bull as a trophy worth N$1,4 million (95,000 euro) for a Chinese client.

The permit was granted to the Lamprecht family for a hunt on their private farm in eastern Namibia under the supervision of a senior conservationist from the ministry of environment. 

Although the operation was legal, the hunt, which took place on 12 November, has already raised questions from some concerned individuals as to why government continues granting permission for hunting rhinos at a time the country was grappling with the problem of poaching. 

Environment minister Pohamba Shifeta was recently quoted in the media saying poaching had not reached crisis levels in Namibia and that the country still has plenty of rhinos. 

The current legal quota for rhino hunting in Namibia is five animals per year. Shifeta at the time said Namibia has an estimated more than 2 500 rhinos, with the birth rate per annum of (black and white rhinos) standing at 5% to 6%, compared to a death rate of less than 1,5% per year, including natural mortality and trophy hunting causes. 

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Professional hunter Jofie Lamprecht of Hunters Namibia Safari said he was granted a permit and that the trophy hunting was done on behalf of his client, a “bona fide international hunter from China.” He said the proceeds from the hunt would go towards the protection of the endangered species.

“Namibia’s white rhino population is thriving and their sustainable use is the only way that rhino owners can generate revenue to cover the very high costs of owning these wonderful creatures currently,” he said in a statement. The Constitution of Namibia formally enshrines ‘the sustainable utilisation of our natural living resources’ – that is the right to hunt.

Spokesperson of the ministry of environment Romeo Muyunda told The Namibian that government normally only hunts two out of the five rhinos permitted per year.

“The rhinos are then auctioned to interested clients and the proceeds go into government coffers,” he said. The ministry said private farmers who want to hunt for rhinos have to undergo a vetting exercise to establish their general knowledge of the species and they should own a registered lodge.

Shifeta yesterday said if the permit was granted by the ministry, then the hunting was justified. He said in most cases, government only grants permission for the hunting of rhinos in areas where the animal population is high. He also said most farmers are only allowed to own white rhinos since black rhinos are not allowed to be privately owned in Namibia. 

Namibia’s white rhinos outnumber black rhinos. The Lamprecht family said the particular rhino was hunted out of hundreds of other rhinos in the area. 

withe-rhino

During the recent Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora meeting held in Johannesburg, countries such as Swaziland failed in their attempt to have the controlled trade in harvested rhino horns legalised.

“The only way, in many people’s opinion, that rhinos will have any chance of survival is to legalise a regulated trade in rhino horns. These horns are stockpiled in many African countries with no value, while the live rhinos across Africa are poached for the horn,” said Lamprecht. 

He said the sale of live white rhinos has slowed due to the high cost of protecting them as well as feeding them in a drought year like 2016.

The Namibian

 

Schiaffo del Mali all’Europa: Bamako rispedisce al mittente 2 espulsi dalla Francia

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 dicembre 2016

Due persone arrivate a Bamako con un volo di linea da Parigi con decreto di espulsione dalla Francia, sono state rinviate al mittente, perché non in possesso di un regolare visto d’entrata. I due erano solamente provvisti di un lasciapassare europeo, che secondo le autorità maliane, non è sufficiente per restare sul loro territorio.

Comunicato del governo del Mali
Comunicato del governo del Mali

Nel comunicato qui allegato, il governo di Bamako spiega e precisa perché queste due persone non sono state accettate nel Paese. Un lasciapassare europeo è contrario alle convenzioni internazionali e non ci permette di assistere i nostri compatrioti nel modo dovuto. Non è possibile espellere una persona solamente basandosi su una dichiarazione di “presunto maliano”. In oltre, tale documento non ci autorizza a verificare se i nostri concittadini vengono maltrattati e i loro diritti, la loro dignità rispettati.

E’ appunto la dignità che spesso viene lesa se sei un migrante. E’ successo anche alla vigilia di Natale, su un volo dell’Airfrance con rotta Parigi – Bamako. Sull’aereo si trovava un ragazzo maliano, con decreto di espulsione dalla Francia, costretto a sedersi sull’ultimo sedile, con le manette ai polsi, come se fosse il peggiore dei criminali. La scena è stata filmata da alcuni passeggeri indignati, poco prima della partenza. Sullo stesso volo era imbarcato anche il ministro dei Maliani all’Estero, Abderrahmane Sylla, che ha confermato la triste scena. E ha aggiunto: “I poliziotti che lo accompagnavano mi hanno riferito che sono stati costretti ad ammanettarlo per via del comportamento aggressivo del giovane”.

Aereo dell'Airfrance

Molti passeggeri hanno criticato Sylla, perché non sarebbe intervenuto in favore del giovane migrante e sono in molti a ritenere che il suo comportamento sia dovuto all’accordo firmato con l’Unione Europea circa il rimpatrio dei maliani espulsi dall’UE, intesa che qualche giorno dopo è stata revocata, anzi dichiarata nulla dal governo della ex colonia francese (http://www.africa-express.info/2016/12/26/mali-rapita-operatrice-umanitaria-francese-mentre-salta-laccordo-su-rimpatri-forzati-dalla-ue/).

Lo scorso 11 dicembre l’Unione Europea ha siglato un accordo con il governo di Bamako per il rimpatrio forzato di migranti irregolari. Tale intesa è stata firmata nella capitale maliana da Bert Koenders, ministro degli esteri olandese in nome di Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, e prevede, tra l’altro, la collaborazione nell’identificazione dei suoi cittadini irregolari presenti sul territorio dell’UE. Oltre, naturalmente ai finanziamenti per combattere le “cause profonde” dell’immigrazione.

Sylla si era dovuto recare a Parigi per cercare una mediazione con alcuni suoi concittadini emigrati in Francia, che in segno di protesta contro il documento sotto accusa, hanno occupato il Consolato generale del Mali a Parigi.

Su questo accordo firmato, revocato, ma almeno parzialmente in vigore, pendono ancora molte ombre. Infatti ci si chiede come mai una delegazione di funzionari delle autorità di Bamako si sia recata a Malta proprio pochi giorni dopo la sua firma. Durante la loro visita hanno identificato dieci “migranti illegali” maliani. E prontamente il ministro maltese degli Affari interni, Carmelo Abela, ha comunicato che sono in corso le pratiche per l’espulsione di nove di loro. Il decimo è stato infine rilasciato per ordine del giudice dal centro di detenzione di Safi insieme ad altre quattordici persone, perchè la delegazione non è riuscita a determinare la loro identità.

Il 26 novembre scorso sono stati arrestati trentatré “illegali”, tutti presunti maliani; molti di loro vivono e lavorano a Malta da anni. E proprio in loro favore si era espressa Marie Louise Coleiro Preca, presidente della ex colonia britannica, durante il suo discorso in occasione della Festa Nazionale, il 13 dicembre, chiedendo al governo di revocare l’espulsione di persone presenti da anni sull’Isola.  

Migranti "illegali" detenuti a Malta
Migranti “illegali” detenuti a Malta

Alcuni rappresentanti di ONG per i diritti umani hanno riferito che le condizioni di vita nel centro di detenzione maltese sono a dir poco terribili, disumani. Anche l’avvocato, incaricato della difesa dei migranti detenuti a Safi ha fatto sapere che è quasi impossibile contattare i suoi assistiti.

Il governo di Bamako continua a rassicurare l’opinione ubblica che non esiste nessun accordo con l’UE, eppure diverse delegazioni per l’identificazione dei suoi cittadini hanno già collaborato con ben cinque Paesi dell’Unione da ottobre ad oggi.

Dopo Malta, alcuni funzionari sono stati inviati da Modibo Keita, primo ministro della ex colonia francese, anche in Germania per l’identificazione di quattrocento presunti maliani. Keita afferma che solamente quattordici sarebbero stati riconosciuti come suoi concittadini.

Secondo il giornale on-line maliactu-net, anche in Italia duecento illegali maliani sarebbero in attesa del decreto di espulsione.

gruppo di maliani evacuati dalla Libia
Un gruppo di maliani evacuati dalla Libia

Ora bisogna tenere presente che le rimesse dei cittadini della ex colonia francese residenti all’estero sono piuttosto elevate e incidono non poco sul Pil del Paese. Dalla documentazione della Banque Centrale des Etats de l’Afrique de l’Ouest (BCEAU) si evince che nel 2011 tali versamenti avrebbero superato la notevole cifra di 300 milioni di euro. Dunque moneta forte che verrebbe a mancare nelle casse dello Stato se buona parte dei migranti irregolari venisse rimpatriata.

In questi giorni sono stati evacuati centocinquantanove maliani dalla Libia, dove si trovavano in attesa di imbarcarsi verso l’Italia e l’Europa. Si tratta di un’operazione congiunta del governo di Bamako e dell’Organizzazione internazionale per i migranti (OIM). Il gruppo, composto da uomini, donne e minori, tre dei quali senza i genitori, è giunto giovedì nella capitale del Paese, su un aereo noleggiato dall’OIM. I migranti hanno accettato il rimpatrio volontario, vista la terribile situazione in Libia. Alcuni di loro sono stati incarcerati dalle autorità, dopo essere stati salvati dalla guardia costiera libica nel 2014. Le testimonianze raccolte sono agghiaccianti: maltrattamenti di ogni genere. Fame e botte facevano parte della routine quotidiana, “specie se sei un africano nero”, hanno aggiunto.  

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Zambia, un’invasione di voracissimi bruchi africani compromette il raccolto del mais

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Africa ExPress
Lusaka, 29 dicembre 2016

Un’invasione di bruchi legionari africani ha messo in ginocchio la sicurezza alimentare dello Zambia. Colonie intere hanno invaso i campi di mais in alcune zone del Paese, mettendo così a rischio il raccolto.

Il governo è stato costretto ad acquistare enormi quantitativi di pesticidi e il presidente Edward Lungu ha ordinato che venissero trattati tutti i campi dell’ex colonia britannica.

L’aeronautica zambiana ha già iniziato ad irrorare le quattro Province maggiormente colpite da questa piaga. Copperbelt, Lusaka, Central e Luapula, si trovano al centro del Paese e, come ha precisato il segretario permanente del ministero dell’Agricoltura, Julius Shawa, questo tipo di bruco, conosciuto per la sua incredibile voracità, non ha invaso totalmente queste province, ma solamente alcuni distretti. Ovviamente la piaga potrebbe espandersi facilmente non solamente nelle zone limitrofe, ma aggredire tutto il Paese.

Bruco legionario africano
Bruco legionario africano

Il bruco legionario africano rappresenta una seria minaccia per le coltivazioni di mais, cereale della famiglia delle poaceae, alimento indispensabile, spesso l’unico, sulle mense degli zambiani. Dunque è comprensibile la preoccupazione di Zuma, che ieri ha chiesto al “Disaster Management and Mitigation Unit” (DMMU) di collaborare con il ministero dell’Agricoltura. Se il raccolto del cereale in questione sarà compromesso dai bruchi, molte famiglie non avranno sufficientemente cibo per nutrirsi.

Fino a qualche anno fa lo Zambia era considerato uno dei Paesi africani emergenti dal punto di vista economico. Con la caduta del prezzo del rame, di cui è il secondo produttore del continente africano, le sue entrate si sono ridotte notevolmente. La chiusure di diverse miniere ha prodotto migliaia di disoccupati. La siccità e la carenza nell’ approvvigionamento di corrente elettrica hanno avuto un ulteriore grave impatto negativo sull’economia.

Il settanta per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e lo stipendio medio annuale pro capite si aggira sui 395 dollari.

L’aspettativa di vita dei zambiani è piuttosto bassa. Si colloca sui 49 anni, a causa dell’infezione da HIV / AIDS, che in questo Paese assume toni drammatici. Si stima che oltre il 12,9 per cento la popolazione adulta tra i 15 e i 49 anni ne sia colpita.

Africa ExPress

Gambia situazione critica, la gente scappa in Senegal. Appello a Jammeh perché se ne vada

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 dicembre 2016

In Gambia la situazione è sempre più tesa e sono in molti a lasciare il Paese. Cercano rifugio in Senegal, da quando la Economic Community of West African States (ECOWAS) ha annunciato la scorsa settimana di essere pronta ad intervenire militarmente (http://www.africa-express.info/2016/12/24/gambia-ecowas-pronta-ad-intervento-militare-se-jammeh-non-lascia-potere/), se il presidente Yahya Jammeh non lascerà il potere spontaneamente. Il giuramento di Adama Barrow, che ha vinto le elezioni presidenziali all’inizio del mese, è previsto il prossimo 19 gennaio, giorno dell’insediamento.

Jammeh, che ha detenuto il potere per ben ventidue anni, ha perso queste elezioni. In un primo momento sembrava che avesse accettato di buon grado la disfatta elettorale, congratulandosi persino con il vincitore, Adama Barrow, che si è aggiudicato il 43,34 per cento delle preferenze. Il presidente uscente si è fermato al 39,6 per cento, mentre il terzo candidato, Mamah Kandeh, ha riportato a casa solamente il 17,1 per cento.

Yahyah Jammeh al seggio elettorale alle recenti elezioni che si sono tenute a inizio dicembre
Yahyah Jammeh al seggio elettorale alle recenti elezioni che si sono tenute a inizio dicembre

Per sua stessa ammissione, la Commissione elettorale ha dichiarato che ci sono stati degli errori nel conteggio iniziale, che hanno gonfiato i voti di Barrow in una Regione in particolare. Tali inesattezze sono state corrette il 5 dicembre e il margine del vincitore è sceso dal nove per cento al quattro. Ma rimane il fatto che il presidente eletto dal popolo sovrano rimane Barrow.

Pochi giorni dopo il voto, Jammeh ha cambiato opinione, contestando il risultato elettorale e per tutta risposta ha fatto occupare dall’esercito l’edificio della Commissione elettorale indipendente. In seguito,  l’“Alliance for Patriotic Reorientation and Construction” (APRC), il partito del presidente ha depositato un ricorso lo scorso 13 dicembre, contestando delle irregolarità. La Suprema Corte, presieduta dal giudice Emmanuel Fagbenle, di origini nigeriane, discuterà il caso il 10 gennaio prossimo. Fino ad allora molto può ancora accadere.

Gambiani in fuga verso il Senegal
Gambiani in fuga verso il Senegal

Nel frattempo sono tanti i gambiani che stanno scappando in Senegal. Hanno paura, sono spaventati di un eventuale bagno di sangue, se l’ECOWAS dovesse dare ordine alle truppe di invadere il Paese. Anche molti guineani, residenti a Banjul, stanno facendo ritorno a Conakry, nell’attesa che la situazione politica si ristabilizzi.

Il presidente della Guinea, Alpha Condé, è contrario ad un intervento militare, come suggerito dall’ECOWAS, qualora Jammeh non dovesse passare le consegne a Barrow in modo pacifico. Secondo Condé, il presidente gambiano deve essere rassicurato, bisogna convincerlo a lasciare il potere. In poche parole, favorisce il dialogo al posto della forza.

Una voce fuori dal coro quella di Condé, l’esatto opposto del suo omologo Alassane Ouattara, della Costa d’Avorio, che a metà dicembre aveva sottolineato: “Ci siamo impegnati a far rispettare la volontà del popolo gambiano”.

Adama Barrow
Adama Barrow

Barrow ha fatto un appello a Jammeh, chiedendogli di lasciare il potere in modo tranquillo, come lo fecero a suo tempo, nel lontano 1965, i colonizzatori britannici. Ed in un messaggio postato sui suoi account dei maggiori network, ha invitato tutti i gambiani che amano la pace, di pregare e di lavorare per un trasferimento pacifico del potere al nuovo esecutivo. Sarebbe la prima volta dopo l’indipendenza. “Se i colonizzatori sono stati in grado di dare le consegne pacificamente, in pieno accordo con i gambiani, noi cittadini dovremmo dare un esempio ancora migliore ai nostri figli”, ha aggiunto il neo-eletto presidente.

Il futuro leader del Gambia si sta preparando per il nuovo incarico. Ha formato un gruppo di sette esperti, che dovranno formulare un piano di sviluppo nazionale. Obbiettivo principale di tale piano è quello di poter garantire che il Paese possa gestire e sfruttare al meglio tutte le potenzialità a disposizione.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Eni, due trolley e un aereo per la mazzetta in contanti

Il Fatto Quotidiano
Roma, 24 dicembre 2016
Antonio Massari
 

Inchiesta per corruzione – Nelle carte dei pm, il faccia a faccia tra l’ex dirigente Vincenzo Armanna e l’attuale amministratore delegato del gruppo.

“Victor mi disse che 50 milioni in banconote da 100 dollari erano stati portati al ‘chairman’ di Eni. E per ‘chairman’, lui, intendeva Scaroni. Mi raccontò di denaro ancora fascettato, in buste di cellophane, come dire che proveniva direttamente da una banca. Occupava due trolley – continuò – ed era stato portato prima a casa di Casula, ad Abuja, poi fu trasportato con un ‘aereo dell’Eni’ fuori dalla Nigeria, nel settembre 2011, ma io so che l’aereo Eni in quel periodo non aveva fatto voli in Nigeria. Però so anche che c’è un aereo privato che Eni affittava dal console onorario in Congo, Fabio Ottonello”. E’ Vincenzo Armanna, il dirigente Eni che si occupò della trattativa sul giacimento Opl 245 nel 2011, che racconta ai pm milanesi della presunta mazzetta destinata a Paolo Scaroni, precisando di non avere prove dirette.

Il sospetto che una tranche da 50 milioni fosse destinata a tornare in Italia, “al management” Eni, fu confermato da un agente dell’intelligence nigeriana (“Victor”) che raccontò: “Ho saputo che 50 sono andati agli italiani, a persone dell’Eni o comunque vicine”. Armanna riferisce che l’ex ministro del Petrolio Dan Etete (vero titolare della concessione sul giacimento Opl 245) all’hotel Bristol di Parigi gli disse: “Boy, you know for whom is this money, is for Paolo Scaroni”. Ovvero: “Ragazzo, tu sai per chi sono questi soldi, sono per Scaroni”.

IL PREZZO
Le accuse di Armanna verso Scaroni sono durissime: “Casula (Roberto, alto dirigente Eni, anch’egli indagato, ndr), con l’endorsement di Scaroni, e in un caso Scaroni in prima persona, hanno provato a far lievitare artificiosamente il prezzo finale di acquisizione del blocco, per permettere il pagamento della esorbitante ‘parcella’ di Emeka Obi”.

L’obiettivo: “Fare in modo che il denaro transitasse interamente nei conti dell’intermediario – che fosse Evp o Petrol Service – cosicché da un lato Malabu (la società dietro cui c’era Etete, ndr) fosse ricattabile e condizionabile e, dall’altro, fosse generata la ‘provvista’ necessaria a soddisfare gli interessi illeciti delle parti nascoste prima dietro Evp e dopo Petrol service. Evp diventava lo strumento attraverso cui Scaroni e Casula potevano costringere e ricattare Dan Etete”.

La Petrol Service è riconducibile all’“intermediario” Gianfranco Falcioni che avrebbe dovuto ricevere soldi su un conto svizzero della Bsi Lugano, ma la banca considera il bonifico sospetto e rimanda indietro i soldi a JpMorgan. “Lo schema di intermediazione che aveva come perno Petrol Service – spiega Armanna – determinava preoccupazioni maggiori, era ingiustificabile, se non in quanto funzionale a una ripartizione illecita che coinvolgesse altri italiani. Si trattava di uno tra i principali fornitori di Eni Nigeria, nonché del console onorario”.

ENI - Nigeria
Un pozzo di petrolio dell’ENI in Nigeria

IL CONFRONTO
Su richiesta di Armanna
i pm convocano l’attuale ad dell’Eni Claudio Descalzi, anche lui indagato, per un confronto. I toni sono tranquilli, al punto che i pm sono costretti spesso a chiedere di alzare il tono della voce, nel timore di non riuscire a registrare. Il confronto s’incentra su due questioni. La prima: Armanna sostine di aver incontrato con Descalzi il presidente nigeriano Jonathan Goodluck, alla presenza del ministro del Petrolio Alison Madueke Diezani, nella “Presidential Villa”, per discutere del ruolo svolto da Emeka Obi. Descalzi nel giugno 2016 nega: “Mai parlato con il presidente dell’intermediazione di Obi e Armanna non ha partecipato a incontri tra me e il presidente”. Eccoli, uno di fronte all’altro.

Descalzi: “Sono andato a rivedere tutto, passaporto, viaggi, agenda… nel maggio 2010 non ero in Nigeria. In aprile, giugno e luglio non sono andato. Sono andato in agosto, ma è stato un incontro plenario, con la delegazione presidenziale, la delegazione Eni con Scaroni e tutti gli altri. Come funzionavano gli incontri? Andavamo nella sala d’attesa, usciva il presidente, mi portava nel suo ufficio, stavamo dieci o quindici minuti. Finito. Ok? È un presidente. Difficilmente sarei andato a un incontro con il presidente per parlare di un intermediario, con un ministro e altre persone. Prima di tutto perché non vedo un presidente nigeriano che – lo dico senza razzismo – si mette a parlare con dei bianchi di cose così sensibili. Ma il problema è che non è mai successo. Magari Armanna ha fatto questo incontro con qualcun altro”.

Armanna: “Dan Etete si lamentava del fatto che noi non chiudessimo il deal. Bisignani e compagnia erano convinti che il deal si sarebbe chiuso entro l’estate del 2010. Non so se te la ricordi questa parte. Dan Etete ci attribuiva il fatto che perdevamo un sacco di tempo e andò a lamentarsi con Goodluck… l’incontro fu fatto su pressione violentissima di Etete… la motivazione era che non voleva Obi e ci portò tutti al cospetto del presidente. Ci fu una parte molto veloce, all’inizio, dove si parlò meno di 10 minuti e dopo Claudio con il presidente, come sempre, se ne andavano da soli…”.

D:“Mi ricorderei di aver fatto un contro con il presidente… Non confuto la sostanza però io l’incontro non l’ho fatto… posso averlo incontrato da solo ma non in plenaria…”.

A: “Io invece me lo ricordo perché è stato l’unico incontro a cui ho partecipato…”.

D: “Si vede che alla mia età…”.

A:“All’inizio è stato un incontro molto sereno, poi è saltato fuori che il problema più grosso erano i 200 milioni che voleva Obi. L’obiettivo dell’incontro era capire chi era il portatore di interessi nei confronti di Obi. Il ministro del Petrolio? L’attorney general? Eravamo noi? L’unica cosa certa era che non era il presidente. Il linguaggio non era così diretto ma la sostanza era questa. L’intermediario non è dei nigeriani, è degli italiani. E la risposta è stata “non è degli italiani”. (…). Eravamo seduti in un salone, poi si entra dentro una sala, dove sono andati loro e io non sono mai stato”.

D:“Non è che era Casula e non io?”.

A: “Siete un po’ diversi…”.

D:“Sono pelato…”.

A:“Ti ricordi che la ministra si rifiutava di vederci”.

D: “Non volevamo vederla noi, perché era meglio stare lontani…”.

A: “Sì, per il marito, era un po’ vorace”.

D: “Non metto in dubbio che l’incontro ci sia stato… non metto il dubbio il contesto e il contenuto… ma da febbraio ad agosto e fino al 2012 io in Nigeria non ci sono stato”.

La seconda questione riguarda gli eventuali colloqui tra Armanna e Descalzi in relazione al trasferimento di denaro sul conto svizzero della società Petrol Service.

D: “Questa cosa mi stupisce più della prima. Se mi avesse detto una cosa del genere sarei saltato sulla sedia. La cosa deve essere denunciata perché altrimenti avevamo problemi gravissimi”.

A:“Ti portai all’attenzione che queste informazioni io l’ho avuta da Stefano Puiatti, eh? Non l’ho scoperta da sola. Puiatti lo dice a me e a Ciro Pagano”.

D:“Che questi voglio portare i soldi…”.

A: “Mandare i soldi a Petrol service”.

D:“In Svizzera?”.

A:“In Svizzera”.

D:“Attraverso questo signore?”

A:“No, direttamente sui suoi conti… firmato dal ministero delle Finanze (nigeriano, ndr) … sono andati lì, sono andati a Beirut, sono tornati… andavano e tornavano. Divertentissimo. Quindi ti raccontai, se ricordi, che stavano replicando lo schema Obi … andammo a fumare e io ti dissi che non sapevo che fumavi…”.

D:“Beh (ride)”.

A:“per farti ricordare…”.

D:“Non lo so se fumavo o non fumavo. Fumavo, sì. Poi ho smesso. Però una roba del genere me la sarei ricordata. Sarei intervenuto”.

Antonio Massari

 

Mali: rapita operatrice umanitaria francese mentre salta l’accordo su rimpatri forzati

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 dicembre 2016

La vigilia di Natale un gruppo di uomini armati ha sequestrata un’operatrice umanitaria francese a Goa, nel nord del Mali. La notizia è stata diffusa nella serata del 24 dicembre dalle autorità maliane. Questa mattina anche il ministero degli Esteri francese ha confermato il rapimento della sessantenne francese “Sophie Pétronin, direttrice di Association d’aide à Gao” una ONG svizzera di Burtigny nel Cantone di Vaud, che si occupa di aiuti per l’infanzia. La donna lavora  nel Paese dal 2004.

Le forze dell’ordine della ex colonia francese hanno fatto sapere che la signora è stata portata via con  la forza, insieme ad un’orfana che si trovava insieme alla Pétronin nella sua abitazione, da tre uomini armati.

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Sophie Pétronin, operatrice umanitaria rapita in Mali

Finora il sequestro non è stato rivendicato. Le autorità francesi sono in stretto contatto con quelle maliane e entrambe si stanno adoperando perché si arrivi ad una pronta liberazione della Pétronin.

Il dipartimento degli Esteri della Confederazione elvetica ha dichiarato che l’operatrice non è in possesso di doppia nazionalità, come è stato riferito inizialmente da alcune agenzie di stampa. Non risulta che abbia anche la cittadinanza svizzera.

All’inizio di gennaio è stata rapita a Timbuktu Béatrice Stoeckly, una missionaria svizzera (http://www.africa-express.info/2016/01/09/mali-missionaria-svizzera-rapita-per-la-seconda-volta-a-timbuktu/). Il suo sequestro – il secondo nel giro di pochi anni – è stato rivendicato poche settimane dopo dal gruppo “L’emirato del Sahara”, una fazione di Al Qaeda nel Maghreb Islamico  (AQMI). A tutt’oggi la cittadina elvetica è in mano ai suoi aguzzini. (http://www.africa-express.info/2016/01/30/al-qaeda-rivendica-il-rapimento-della-cooperante-svizzera-in-mali/)

Anche se lo scorso anno è stato firmato un “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali” (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/), le violenze si sono nuovamente inasprite dalla scorsa estate e con esse la repressione interna.

Nel 2012 oltre la metà del nord della ex-colonia francese era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA  (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), in  gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo.  Ma alcune zone, sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane ed internazionali, malgrado la forte presenza dei caschi blu Il loro mandato è stato rinforzato e rinnovato per un altro anno dal Consiglio di sicurezza dell’ONU il 29 giugno scorso. I quindici Stati membri hanno votato all’unanimità la risoluzione nr. 2295 che porta i soldati a 13.289 soldati e gli agenti di polizia a 1.920. Ciò non ostante l’insicurezza è a tutt’oggi l’unica certezza nel nord-est del Paese.

Ursula von der Leyen, ministro della difesa tedesco in visita alle sue truppe in Africa
Ursula von der Leyen, ministro della difesa tedesco in visita alle sue truppe in Africa

La cancelliera Angela Merkel si è recata nel Mali lo scorso ottobre, dove ha incontrato il presidente Ibrahim Boubacar Keïta (http://www.africa-express.info/2016/10/11/mali-prima-tappa-del-viaggio-africa-della-cancelliera-tedesca/). Tema principale dei colloqui sono stati ovviamente “l’immigrazione clandestina” verso l’Unione Europea. “Per arginare tale flusso, la stabilizzazione del Paese è nelle nostre priorità”, aveva sottolineato la Merkel durante il suo incontro con Keïta.

Attualmente la Germania è impegnata nel Mali con cinquecentoquaranta soldati, mentre altri centotrenta militari fanno parte dell’EUTM (acronimo per “Missione di formazione dell’UE”), con il compito di formare le forze di sicurezza maliane. Il ministro della difesa tedesco, Ursula von der Leyen, è stata nella ex colonia francese la scorsa settimana, dove ha fatto visita alle sue truppe, stazionate nel nord-est del Paese. E’ intenzione del governo tedesco incrementare il proprio contingente a mille unità, ma dovrà dapprima confrontarsi con varie associazioni di soldati, molto critici nei confronti di queste missioni. Il Mali, in modo particolare, è ritenuto una delle operazioni più pericolose. Un incaricato della Bundeswehr, Hans-Peter Bartels, lamenta anche il pessimo approvvigionamento di acqua potabile nel Paese e accusa uno scarso coordinamento tra organizzazioni umanitarie civili e quelle militari.

Lo scorso 11 dicembre l’Unione Europea ha siglato un accordo con il governo di Bamako per il rimpatrio forzato di migranti irregolari. Tale intesa è stata firmata nella capitale maliana da Bert Koenders, ministro degli esteri olandese in nome di Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, e prevede, tra l’altro, la collaborazione nell’identificazione dei suoi cittadini irregolari presenti sul territorio dell’UE. Oltre, naturalmente ai finanziamenti per combattere le “cause profonde” dell’immigrazione.

Al termine delle negoziazioni a Bamako, Koenders ha sottolineato: “Accordi del genere possono essere siglati solo quando c’è grande fiducia e rispetto reciproco”.

Abdoulaye Diop, Ministro della diplomazia maliana, a sinistra, e Bert Koenders, ministro degli affari esteri olandese
Abdoulaye Diop, Ministro della diplomazia maliana, a sinistra, e Bert Koenders, ministro degli affari esteri olandese

Il viaggio Koenders è stato preceduto dalla visita del nostro capo del governo, Paolo Gentiloni, allora ancora ministro degli Esteri, accompagnato da Dimitris Avramopoulos, commissario dell’Unione Europea con delega alle migrazioni e Domenico Manzione, sottosegretario del Ministero dell’Interno e un folto gruppo di collaboratori. (http://www.africa-express.info/2016/11/20/nigermalisenegalgentilonielue-firmano-assegni-per-fermare-il-flusso-dei-migranti/), durante la quale il presidente Keïta aveva assicurato massima collaborazione.

Peccato che le fatiche di Koenders siano state inutili. Il 19 dicembre, durante una conferenza stampa congiunta il ministro dei Maliani all’estero, Abdourhamane Sylla, e il capo della diplomazia, Abdoulaye Diop, hanno precisato che l’accordo non prevede in alcun punto l’autorizzazione all’espulsone dei loro connazionali dall’Unione Europea. “Il nostro Paese non intende in alcun modo monetizzare la sua dignità, anche se l’UE è un importante partner per il nostro sviluppo”. Diop ha precisato di non aver mai firmato un accordo per il ritorno degli emigrati. “L’ho appreso dalla stampa. Tale documento non ha alcun valore giuridico”, ha aggiunto il capo della diplomazia maliana.

Eppure al suo ritorno a Bruxelles Koenders aveva esclamato trionfante: “E’ la prima volta che un accordo così preciso sul ritorno dei migranti illegali è stato firmato con un Paese africano”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gambia: ECOWAS pronta ad intervento militare se Jammeh non lascia potere

AfricaExPress
Banjul, 24 dicembre 2016

Marcel de Souza, presidente dell’ECOWAS (“Economic Community of West African States”, la comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha  minacciato un intervento militare in Gambia se il presidente Yahya Jammeh non lascerà il potere al leader dell’opposizione, Adama Barrow, risultato vincitore alle recenti elezioni politiche. Lo scambio di consegne è previsto per il prossimo 19 gennaio. (http://www.africa-express.info/2016/12/14/gambia-lesercito-di-yahya-jammeh-sconfitto-dal-voto-invade-ledificio-elettorale-banjul/). Quel giorno Barrow dovrebbe prestare giuramento.

Yahweh Jimmeh al seggio elettorale alle recenti elezioni che si sono tenute a inizio dicembre
Yahya Jammeh al seggio elettorale alle recenti elezioni che si sono tenute a inizio dicembre

De Souza ha specificato che i capi di Stato dell’Africa occidentale hanno chiesto al Senegal di guidare un eventuale intervento militare in Gambia, un’enclave anglofona all’interno della ex colonia francese.

Marcel de Souza, presidente dell'ECOWAS
Marcel de Souza, presidente dell’ECOWAS

“Fino a tale data ECOWAS cercherà ovviamente di risolvere la questione per via diplomatica, ma se Jammeh non dovesse tornare sui suoi passi, un’unità militare di pronto intervento è già stata messa in stato di allerta”, ha sottolineato De Suza.

Jammeh, al potere da ben ventidue anni, ha sorpreso il mondo intero quando si è congratulato con Barrow ancor prima che la Commissione elettorale indipendente lo proclamasse vincitore della tornata elettorale.

Una settimana dopo, invece, ci ha ripensato e fatto marcia indietro. In diretta televisiva  ha dichiarato di non accettare il risultato delle urne e che presenterà un ricorso alla suprema Corte del Paese. Purtroppo tale istituzione  non dispone di giudici a sufficienza per esaminare il caso.

AfricaExPress

Ottantuno metri e mezzo, scoperto in Tanzania l’albero più alto dell’Africa

AfricaExPress
Dodoma, 21 dicembre 2016

I giganti delle foreste non vivono solamente in America e in Asia. Un team di ricercatori tedeschi ha  scoperto un albero della specie entandrophragma excelsum, appartenete alla famiglia delle meliacee, sulle pendici del Kilimangiaro, alto 81,5 metri.

Fino ad oggi era credenza comune che la vegetazione africana non potesse superare i sessantacinque metri d’altezza. Solo un eucalipto, importato in Sudafrica all’inizio del ventesimo secolo, aveva raggiunto ottantun metri, ma purtroppo era morto durante una tempesta nel 2006.

entandrophragma excelsum, l'albero più alto dell'Africa, in Tanzania
entandrophragma excelsum, l’albero più alto dell’Africa, in Tanzania

Andreas Hemp, biologo dell’università di Bayreuth, Germania, ha scarpinato per venticinque anni su e già per le più alte vette dell’intera Africa, e finalmente è riuscito far entrare anche questo continente nel libro dei record degli arbusti più alti. “Molte specie non vengono studiate bene qui, specialmente se sono fuori dagli hortspot della biodiversità”, ha spiegato Hemp.

La qualità di commercializzazione della specie entandrophragma excelsum è mediocre rispetto all’acacia o altre e ciò ha protetto in un certo qual modo questo gigante, che ha raggiunto un diametro di 2,5 metri .

I ricercatori tedeschi, grazie al loro inventario, sono riusciti a classificare ben tredici alberi che hanno superato i cinquanta metri d’altezza, mediante misurazioni effettuate con il laser. Il più alto tra questi arbusti ha raggiunto la considerevole altezza di 81,5 metri e sembra che abbia oltre seicento anni. Analizzando i risultati dei loro studi, i ricercatori credono che ci potrebbero stare un migliaio di giganti di questa specie su una superficie di sette chilometri quadrati, suddivise in diverse oasi di foreste.

Anche se l’albero dal tronco rosso-bruno, presente anche nel Congo-K e in Zambia non è stato classificato nella lista rossa dell’Unione internazionale della conservazione della natura (IUCN), Hemp ritiene urgente inserire le vallate dove cresce il gigante dell’Africa nel perimetro protetto del parco nazionale del Kilimangiaro. “Non farlo, si rischia di perdere i più alti alberi dell’Africa”, ha precisato Hemp.

Africa ExPress