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in Congo Kabila non molla e la gente scende di nuovo in piazza: almeno 20 morti

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 dicembre 2016

Il presidente del Congo Kinshasa, Joseph Kabila, al potere da sedici anni, non vuole cedere lo scettro. Così ha rinviato la tornata elettorale al 2018 (http://www.africa-express.info/2016/11/10/parola-dordine-di-joseph-kabila-oppressione-interrotte-due-emittenti-radio-nel-congo-k/). Il suo mandato sarebbe dovuto scadere nella la notte tra lunedì e martedì.

Ieri sera, poco prima delle 23.00 il presidente ha annunciato inaspettatamente alla TV pubblica la formazione del suo nuovo governo. Pressato dai tempi non ha voluto attendere la ripresa della mediazione della Chiesa cattolica congolese. Il nuovo esecutivo sarà guidato dal primo ministro Samy Badibanga e comprende tre vice-primi ministri e sette ministri senza portafoglio. Praticamente un governo tutto al maschile, infatti il presidente ha nominato solo quattro donne ministro e quattro come vice-ministri.

Manifestanti arrestati dalle forze dell'ordine a Kinshasa
Manifestanti arrestati dalle forze dell’ordine a Kinshasa

Il leader storico ottantaquattrenne dell’opposizione, Etienne Tshisekedi, in un video postato su youtube subito dopo la presentazione del nuovo governo, ha  invitato la popolazione a non riconoscere più l’ autorità di Kabila e a mettere in atto azioni di resistenza pacifica.

Etienne Tshisekedi, leader dell'opposizione Congo-K
Etienne Tshisekedi, leader dell’opposizione Congo-K

La repression e si fa sempre più pesante. Per impedire che i dissidenti comunichino tra lorogià da qualche giorno le autorità hanno provveduto al parziale blocco di internet.  Questa mattina, la polizia e la guardia repubblicana hanno controllato i quartieri per evitare scontri e violenze, arrestando numerose persone e sparando contro piccoli gruppi di giovani. Un ragazzo è rimasto ucciso già alle 7 del mattino. Nel pomeriggio il direttore per i diritti umani dell’ONU nel Congo-K, Jose Maria Aranaz ha riferito a Reuters che i morti tra i civili potrebbero essere venti.

Il nuovo primo ministro questa mattina ha fatto un appello alla calma e ha raccomandato alle forze dell’ordine di contenersi.

Ieri sono scesi in piazza centinaia di oppositori. Hanno chiesto  a Kabila di farsi da parte e di indire subito nuove elezioni. Per tutta risposta la polizia ha usato gas lacrimogeno per disperdere la folla e bloccato l’accesso all’università di Kinshasa, la capitale della ex colonia belga.

A Butembo, una città con oltre un milione di abitanti nella Provincia Nord Kivu, militanti, probabilmente combattenti Mai Mai, hanno cercato di assalire la prigione e altre aree della città, uccidendo un casco blu sudafricano di MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la Stabilisation en Republique Democratique du Congo) e ferendone altri due. Durante gli scontri sono morti anche cinque ribelli e un agente della polizia locale.

La MONUSCO è presente sul territorio del Congo-K  con ventimila uomini. Il mandato è stato rinnovato il 30 marzo scorso dal Consiglio di sicurezza del ONU. Il segretario generale dell’Organizzazione, Ban Ki-moon, aveva suggerito una diminuzione degli uomini in campo, dietro richiesta del governo, proposta che non è stata accettata dal Consiglio. Ha ritenuto indispensabile la presenza massiccia dei caschi blu in vista delle elezioni e per proteggere la popolazione civile dalle bande armate.

Combattenti Mai Mai
Combattenti Mai Mai

I ribelli Mai Mai nei mesi scorsi sono stati accusati di altri attacchi.. Ora sono ricomparsi sul teatro di guerra. Non è chiaro da chi siano manovrati e quali interessi tutelino. E’ probabile, comunque che si siano schierati contro il presidente in carica. I Mai Mai – milizie tradizionali che combattono dopo essere stati sottoposti a iniziazioni magiche ed esoteriche –  sono stati molto attivi nella seconda guerra del Congo. Ma le loro tracce si possono già osservare nelle guerre seguite all’indipendenza, raggiunta nel 1960. Allora li chiamavano simba, cioè leoni in swahili. Mai Mai vuol dire acqua. I miliziani credono infatti che le pallottole dei nemici a contatto con la loro pelle si trasformino in acqua e quindi non li uccidano.

Ieri sono state arrestate almeno ottanta persone anche a Goma. La loro colpa è stata quella di aver indossato una maglietta rossa, il colore dell’opposizione.

Questa mattina la Francia vista la situazione caotica del Paese, ha chiesto all’Unione Europea di rivedere i suoi rapporto con il Congo-K. In particolare Parigi è preoccupata per gli arresti indiscriminati e le esecuzioni arbitrarie e ha rivolto un appello alle autorità dell’ex colonia belga perchè ordinino alle forze dell’ordine di rispettare i diritti umani.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Dal Centrafrica al Camerun: così i diamanti insanguinati finanziano la guerra civile

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExpress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 dicembre 2016

Il Camerun risulta essere il maggiore Paese di transito per il traffico dei diamanti provenienti della Repubblica Centrafricana. Un’ accusa pesante che si evince da un rapporto dell’Organizzazione Partnership Africa Canada (PAC).

In base a tale relazione, il Camerun non rispetterebbe il “Kimberley Process” (KPCS),  certificazione che dovrebbe garantire che i profitti provenienti  dal commercio di diamanti non vengano usati per finanziare guerre civili. Tale accordo è stato sottoscritto da molti governi, tra loro anche il Camerun, e multinazionali produttori di diamanti, nonché dalla società civile.

bloody diamonds - diamanti insanguinati
bloody diamonds – diamanti insanguinati

Eppure il Camerun  sembrerebbe favorire il traffico dei diamanti estratti in modo illegale nelle zone di conflitto nella Repubblica centrafricana (CAR), prima di essere riciclati sul mercato internazionale. Naturalmente le cause sono evidenti: corruzione e conseguente scarso controllo da parte delle autorità camerunensi.

Dall’inizio della guerra civile nel 2013 i diamanti della ex colonia francese sono stati messo sotto embargo, che è stato leggermente allentato nell’ ultimo anno nelle zone ritenute compatibili e non più coinvolte nei conflitti armati. Ma ora si è scoperto che il traffico illecito è fiorente nelle zone dove imperversano ancora le bande armate.

Mentre a livello internazionale ha suscitato enorme scalpore che con i diamanti insanguinati del CAR  viene finanziato il conflitto interno,  così non è stato per i Paesi confinanti con il la ex colonia francese.

Sempre secondo il PAC, i commercianti camerunesi , o rifugiati centrafricani nel Camerun, che comprano questi diamanti nella Repubblica Centrafricana, distribuiscono mazzette alle autorità preposte a controllare l’origine dei preziosi minerali. I criminali – non c’è altro termine per definirli – in seguito preparano dei certificati che attestano come Paese d’origine il Camerun, ottenendo così senza problemi l’attestato “Kimberley Process”, che altro non è il passaporto che permette ai preziosi l’accesso al mercato internazionale.

minatori di diamanti nella Repubblica centrafricana
minatori di diamanti nella Repubblica centrafricana

La tassa sull’esportazione nella ex colonia anglo-francese è del 24,5 per cento, molto più elevata dei Paesi confinanti, dove si aggira intorno al tre per cento. Per questo motivo i commercianti criminali cercano di immettere i diamanti insanguinati sul mercato internazionale da un Paese terzo. E spesso ciò rende ancora più difficile accertare l’origine di questi minerali.

Ovviamente le autorità camerunensi respingono tali accuse e, secondo il segretario permanente del Camerun del “Kimberly Process”, Kisito Mvogo, il suo Paese non sarebbe coinvolto in questo illecito traffico. “Abbiamo rilasciato sempre certificati conformi alle regole imposte dal KPCS; non emettiamo attesati per diamanti sporchi di sangue”.

Già nell’agosto 2014 le autorità belghe avevavno sequestrato un carico di centoquarantamila carati di diamanti sospetti, del valore di ventiquattro milioni. Si pensa che siano stati contrabbandati dal CAR verso il Congo-K e Dubai. Nell’ottobre dello stesso anno degli esperti hanno espresso seri dubbi circa traffici illeciti di diamanti provenienti dal CAR.

Quest’anno è stato tolto parzialmente l’embargo in alcune zone, ma rimane il fatto che proliferano miniere non autorizzate, controllate dalle bande armate, fonti della maggior parte dei diamanti insanguinati.

Legno pregiato in Centrafrica
Legno pregiato in Centrafrica

Non solo i diamanti, anche i legnami pregiati finanziano questa assurda guerra (http://www.africa-express.info/2015/07/19/centrafrica-le-multinazionali-e-il-saccheggio-delle-grandi-foreste-pluviali/). Dall’inizio del conflitto sono state ammazzate migliaia di persone e a tutt’oggi ottocentocinquantamila  non hanno ancora potuto fare ritorno nelle proprie case: 383.000 persone sono sfollati, mentre 468.000 hanno cercato rifugio nel Ciad, nel Congo-K, nel Congo Brazzaville e nel Camerun, che ha accolto oltre la metà dei cittadini centrafricani in cerca di protezione, malgrado la presenza dei caschi blu della missione MINUSCA,  dall’autunno del 2014.

Oltre la metà della popolazione si trova in stato di insicurezza  alimentare, tra loro 2,3 milioni necessitano di aiuti umanitari, su una popolazione totale di 4,616 milioni di persone.

La Comunità internazionale ha stanziato oltre due miliardi per la ricostruzione del Paese lo scorso mese di novembre (http://www.africa-express.info/2016/11/26/repubblica-centrafricana-il-mondo-stanzia-oltre-2-miliardi-ma-la-pace-e-ancora-molto-lontana/), , ma la pace stenta ovviamente a decollare, finchè legno pregiato e diamanti sporchi di sangue daranno la possibilità di finanziare i gruppi armati ex-Séléka (composti per lo più da musulmani) e anti-balaka (vi aderiscono cristiani ed animisti).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

L’ONU cancella la visita del capo dell’esercito del Gambia in Sudan

Africa ExPress
Banjul, 16 dicembre 2016

L’ONU ha cancellato la visita di Ousman Badjie, un alto ufficiale gambiano, in Sudan, dove sarebbe dovuto recarsi per ispezionare le sue truppe, che fanno parte di UNAMID (acronimo inglese per United Nation Africa Union Mission in Darfur).

Un paio di giorni fa i militari della piccola ex-colonia britannica avevano occupato la sede della Commissione elettorale indipendente a Banjul, impedendo l’accesso agli impiegati e al presidente della stessa (http://www.africa-express.info/2016/12/14/gambia-lesercito-di-yahya-jammeh-sconfitto-dal-voto-invade-ledificio-elettorale-banjul/)

Yahya Jammeh, presidente Gambia
Yahya Jammeh, presidente Gambia

 Mercoledì scorso l’ONU ha inviato un messaggio ben chiaro a Yahya Jammeh, il dittatore che regna da oltre ventidue anni in Gambia e che ha perso durante le ultime votazioni presidenziali, che si sono svolte il 1. dicembre scorso: “Deve cedere il potere al legittimo vincitore di queste elezioni, non appena termina il suo manato a gennaio 2017. In caso contrario scatteranno delle severe sanzioni nei confronti di Jammeh”.

Sarà comunque la popolazione a dover pagare il prezzo più alto e certamente non il leader che ha esso la su gente da quando si è impossessato del potere con un colpo di Stato nel 1994.

Ousman Badjie, ufficiale gambiano
Ousman Badjie, ufficiale gambiano

Dunque annullando la visita di Badjie in Darfur, l’ONU chiede all’ufficiale di non sostenere il presidente in carica, che ha chiesto l’annullamento della tornata elettorale, portando come pretesto delle irregolarità nel conteggio delle preferenze.

Dal canto suo il neo eletto Adama Barrow ha fatto sapere ieri che se Jammeh non dovesse tornare sui suoi passi ed accettare l’esito delle urne, si sarebbe autoproclamato presidente il prossimo 18 gennaio.

La situazione nel Paese è delicata e suscita non poche preoccupazione alla comunità internazionale, in particolare agli Stati membri dell’ECOWAS (acronimo inglese per  “Economic Community of West African States”) che hanno cercato di aprire un dialogo con Jammeh . Domani è prevista un’altra conferenza dell’ECOWAS ad Abuja, la capitale della Nigeria, per cercare di sbrogliare l’impasse post-elettorale gambiano.

Africa ExPress

 

 

Guerra e carestia: nel nord-est della Nigeria infestata dai terroristi si muore di fame

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExpress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 dicembre 2016

Nella ricca ma corrotta Nigeria si muore per fame. Si teme che gli stenti abbiano ucciso almeno duemila persone nel nord-est dell’ex colonia britannica, in particolare nella città di Bama nel Borno State, ex roccaforte dei miliziani di Boko Haram.

In base ad un rapporto di FEWS (“Famine Early Warning Systems Network”), che fa capo all’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, a causa delle continue incursioni dei terroristi, è praticamente impossibile raggiungere la città e rifornire gli abitanti con i generi di prima necessità. La siccità e l’insicurezza non permette ai contadini di coltivare i campi. La situazione è grave e si prevede un peggioramento nel prossimo futuro. Negli Stati del Borno, Adamawa e Yobe 4,7 milioni di persone si trovano in stato di estrema necessità, i due terzi di esse risiedono nel Borno.

Carestia nel nord-est della Nigeria
Carestia nel nord-est della Nigeria

La carestia investe quattrocentomila bambini nei tre Stati; settantacinquemila di loro potrebbero morire già nei prossimi mesi di fame, aveva fatto sapere l’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) in un rapporto pubblicato in settembre (http://www.africa-express.info/2016/09/24/lago-ciad-crisi-umanitaria/). Ieri, dopo le pesanti accuse del presidente nigeriano  Muhammadu Buhari nei confronti delle agenzie umanitarie internazionali, di aver ingigantito questa crisi umanitaria con il solo scopo di raccogliere fondi, Anthony Lake, presidente-direttore generale dell’Agenzia ONU, ha sottolineato nuovamente l’estrema gravità di questa situazione.

Anzi, il rappresentante dell’UNICEF e l’FEWS concordano: nel 2017 i dati saranno peggiori di quelli attuali e la crisi si potrebbe trasformare addirittura in catastrofe. Lake ha evidenziato che nella Regione del Lago Ciad vivono anche oltre 2,6 milioni tra sfollati e rifugiati, che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni a causa delle continue violenze e incursioni dei terribili e sanguinari Boko Haram. In sette anni questi terroristi hanno ucciso oltre ventimila persone e continuano ad ammazzare barbaramente la popolazione.

Mercato di Magadali in Nigeria
Mercato di Magadali in Nigeria

Qualche giorno fa due bambine si sono fatte saltare per aria con il loro carico esplosivo, uccidendo quarantacinque persone e ferendone decine di altre a Magadali, nel Adamawa State. Violenze continue, anche se in minor tono, ma Buhari, che aveva fatto della lotta contro i Boko Haram il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale, non è ancora riuscito a liberare il Paese da questa piaga, malgrado la presenza della forza multinazionale e gli aiuti internazionali stanziati per combatterli.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria
Muhamadu Buhari, presidente della Nigeria

 Il 14 dicembre Buhari ha presentato il budget per il 2017 all’Assemblea nazionale. Il presidente ha ammesso che il Paese sta attraversando la peggiore crisi economica degli ultimi venticinque anni, una recessione causata principalmente dal calo del prezzo del petrolio. Infatti i due terzi delle entrate governative sono legate all’oro nero.

L’estrema povertà e le violenze produrranno nuovi profughi, alcuni di loro cercheranno di affrontare il viaggio della speranza per fuggire dal loro Paese dove la vita per molti è un vero inferno. Buhari ha ricevuto finanziamenti importanti dalla Germania e dall’UE per il controllo delle frontiere e per creare lavoro nel suo Paese stesso, in particolare per i giovani e per coloro che saranno rimpatriati (http://www.africa-express.info/2016/10/15/14934) e (http://www.africa-express.info/2016/10/31/nigeria-boko-haram-sta-cercando-di-riorganizzarsi-ue-e-germania-tratta-per-arginare-flussi-migranti/). L’UE apre generosamente il portafoglio per arginare il flusso migratorio verso l’Europa, come previsto dal “Processo di Khartoum”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Gambia: l’esercito di Yahya Jammeh sconfitto dal voto invade l’edificio elettorale a Banjul

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExpress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 dicembre 2016

Le forze dell’ordine gambiane sono entrate nello stabile della Commissione elettorale indipendente a Banjul, la capitale del Gambia, chiedendo al presidente della stessa,  Alieu Momarr Njaidi, di  lasciare immediatamente il proprio ufficio e impedendo agli altri impiegati l’accesso.

Ieri Njaidi, con un comunicato, aveva precisato che anche se Jammeh volesse rivolgersi ad un Tribunale per contestare i risultati delle elezioni presidenziali, che  si sono svolte lo scorso 1° dicembre nella ex colonia britannica, il risultato non cambierebbe. “Possiamo dimostrare ogni singolo voto”, ha precisato il capo della commissione.

Yahya Jimme con in mano il Corano
Yahya Jimme con in mano il Corano

Jammeh, che ha detenuto il potere per ben ventidue anni, ha perso queste elezioni. In un primo momento sembrava che avesse accettato di buon grado la disfatta elettorale, congratulandosi persino con il vincitore, Adama Barrow, che si è aggiudicato il 43,34 per cento delle preferenze. Il presidente uscente si è fermato al 39,6 per cento, mentre il terzo candidato, Mamah Kandeh ha riportato a casa solamente il 17,1 per cento.

Per sua stessa ammissione, la Commissione elettorale ha dichiarato che ci sono stati degli errori nel conteggio iniziale, che hanno gonfiato i voti di Barrow in una Regione in particolare. Tali inesattezze sono state corrette il 5 dicembre e il margine del vincitore è sceso dal nove per cento al quattro. Ma rimane il fatto che il presidente eletto dal popolo sovrano rimane Barrow.

Gli aventi diritto al voto erano oltre ottocentottantamila persone, più di trecentomila non si sono presentate ai seggi, perchè la vittoria sembrava cosa scontata , invece questa volta ha vinto l’opposizione. Appena reso noto il nome di Barrow come nuovo presidente del Paese, la popolazione e la comunità internazionale hanno esultato di gioia.

Adama Barrow
Adama Barrow

Pochi giorni dopo voto, il dittatore ha cambiato opinione, contestando i risultati elettorali. Ma chi segue da tempo il leader gambiano, non ha mai creduto veramente alle parole di Jammeh quando ha riconosciuto ufficialmente la disfatta. E anche Macky Sall, presidente del Senegal, venerdì scorso aveva indetto una riunione di sicurezza; certamente non vuole trovarsi impreparato nel caso dovessero scoppiare disordine nell’enclave. (http://www.africa-express.info/2016/12/06/gambia-jammeh-perde-le-elezioni/). Negli ultimi giorni sono stati avvistati nei cieli del Gambia aerei da caccia senegalesi. Non è dato di sapere se si è trattato di un caso oppure di un avvertimento di Sall.

Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha richiamato Jammeh, chiedendogli di accettare il risultato delle urne e di farsi da parte. Il presidente uscente, invece, contesta serie irregolarità nel conteggio dei voti e vorrebbe fare ricorso all’Alta Corte. Malauguratamente ciò non è possibili, visto che tale Corte ha solamente un giudice di origine nigeriana. Per esaminare il ricorso elettorale sarebbe necessario assumere al meno altri quattro giudici.

Domenica scorsa Barrow si è lamentato di non godere di alcuna scorta e che temeva per la propria incolumità.

La presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi
La presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi

Pochi giorni fa è stato negato l’atterraggio dell’aereo di Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, nonché a capo dell’ECOWAS (acronimo inglese per “Economic Community of West African States”), a Banjul. La Johnson Sirleaf era venuta a Banjul con l’intento di collaborare nel passaggio delle consegne. Nulla. Jammeh non ha voluto la sua presenza, come aveva negato quella degli osservatori dell’Unione Europea durante le elezioni (http://www.africa-express.info/2016/11/24/elezioni-gambia-jammeh-vieta-lingresso-agli-osservatori-dellunione-europea/).

Durante il week end i residenti e i turisti britannici sono stati messi in stato di allerta. Infatti si temono disordini dopo l’annuncio fatto in diretta TV da Jammeh venerdì scorso durante il quale contestava il risultato elettorale. Naturalmente ciò ha creato tensioni in tutto il Paese proprio in un momento dove si aspettano migliaia di turisti occidentali nei resort lungo la costa per le prossime vacanze natalizie. Testimoni oculari riportano che già da venerdì i militari avrebbero posizionato sacchi di sabbia in punti strategici nella capitale per il timore di eventuali scontri tra le forze dell’ordine e i supporter di Barrrow. Ai turisti britannici è stato raccomandato di non lasciare gli alberghi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Malattie non trasmissibili: nuova sfida per la tutela della salute in Africa

Speciale per Africa ExPress
Silvia Soligon
Basilea, 09 dicembre 2016

Era l’ormai lontano 2001 quando Big Pharma, coalizione di 39 aziende farmaceutiche che aveva citato in giudizio il governo sudafricano, decise di gettare la spugna e consentire ai Paesi in via di sviluppo di compiere il primo passo nella strada verso la commercializzazione a basso costo di medicinali salvavita. All’epoca il principale problema nelle nazioni a basso e medio reddito erano le malattie infettive; nel caso specifico, nel 1997 Nelson Mandela decise di firmare una legge per permettere la produzione locale e l’importazione di farmaci a basso costo alla luce dei danni derivanti dall’epidemia di Aids (il Medicines and Related Substances Control Amendment Act, noto anche come Medical Act). Big Pharma, però, non prese bene l’iniziativa, accusò il governo di violare gli accordi internazionali sulla proprietà intellettuale (TRIPs) e in barba a stime secondo cui l’applicazione del Medical Act avrebbe salvato circa 400 mila persone in soli 3 anni diede il “la” a un processo destinato ad entrare nella storia.

novartis-basilea

Fortunatamente oggi il continente africano riesce a lottare meglio contro le infezioni. Parallelamente, però, le malattie non trasmissibili stanno aumentando più rapidamente di quanto stiano diminuendo le malattie infettive, tanto che oggi più dei tre quarti dei decessi per malattie cardiovascolari sono concentrati nei Paesi a basso e medio reddito e che entro il 2030 ci si aspetta che in queste nazioni le morti per malattie non trasmissibili aumentino ben del 52%. A fare il punto della situazione sono stati gli esperti riunitisi a Basilea in occasione dell’incontro “Improving care for chronic patients in lower-income countries: the patient jouney”, al quale abbiamo partecipato invitati dalla multinazionale farmaceutica Novartis, che con la sua Novartis Foundation (ente filantropico con l’obiettivo di sperimentare modelli sanitari innovativi per migliorare la salute delle popolazioni più povere) promuove un programma per la gestione dell’ipertensione proprio nei Paesi a basso e medio reddito.

Il quadro che ne è emerso è incoraggiante. Quello che si sta cercando di mettere in atto è infatti quella stessa medicina incentrata sulla persona che anche noi vorremmo vedere messa in pratica tutti i giorni nei nostri ospedali e nei nostri ambulatori. I primi risultati sembrano essere positivi, ma c’è ancora un grande ostacolo da superare: il paziente.

Da destra Akudo Anyanwu Ikemba (direttore del settore Sviluppo del Vaccine Center dell'Emory University di Atlanta) e Nelson Muriu, direttore dei Servizi alla Salute della Contea di Nyeri, in Kenya. ©Silvia Soligon
Da destra Akudo Anyanwu Ikemba (direttore del settore Sviluppo del Vaccine Center dell’Emory University di Atlanta) e Nelson Muriu, direttore dei Servizi alla Salute della Contea di Nyeri, in Kenya. ©Silvia Soligon

Una crescita rallentata dalla diffidenza

Oggi – ha sottolineato Amit Thakker, presidente della Kenya Healthcare Federation – condizioni favorevoli sia all’interno del continente stanno facendo vivere all’Africa una costante crescita economica. Purtroppo, però, resta circa mezzo milione di persone che non hanno accesso alle cure mediche o che sono troppo povere per permettersele. In questo scenario negli ultimi anni la relazione tra pubblico e privato si è andata stringendo, saldando due dei vertici di quel triangolo definito PPP Act, dove alle “P” di pubblico e privato si aggiunge quella delle persone, il terzo vertice che definisce l’intera figura innalzando delle barriere spesso difficili da abbattere.

Con il cancro al seno, ad esempio, sta succedendo la stessa cosa che è successa con l’Hiv. Come ha ricordato Celina Schocken – amministratore delegato di Pink Ribbon Red Ribbon, organizzazione dedicata a salvare dal cancro le donne dell’Africa subsahariana e dell’America Latina – le persone non si sottoponevano al test perché non ne vedevano il motivo. Perché voler sapere di essere sieropositivi se nell’immaginario comune la notizia avrebbe corrisposto ad una condanna a morte? L’avvento di farmaci efficaci nel tenere sotto controllo l’infezione ha però permesso di ribaltare la situazione. Per questo Schocken non sembra avere dubbi: con i giusti farmaci, la giusta chirurgia e la giusta radioterapia le donne africane saranno spinte alla prevenzione e alla diagnosi precoce di una malattia che oggi fa numerose vittime anche nei Paesi a basso e medio reddito lasciando dietro di sé la convinzione che non ci sia modo per sconfiggerla.

L’esperienza di Novartis Foundation mostra in modo concreto come si possa arrivare ad abbattere barriere di questo tipo. “L’empowerment delle persone è importante”, ha sottolineato Edward Kelley, direttore del Department of Service Delivery and Safety dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), “ma è importante anche agire sulle istituzioni, riorientando il sistema di cura e coordinando i servizi fra i settori”. Da parte sua, l’Oms lavora per uno sviluppo sostenibile del settore agendo sull’educazione dei pazienti e sull’offerta di servizi integrati. Come ha infatti spiegato Alma Adler, epidemiologa della London School of Hygiene & Tropical Medicine, l’empowerment può passare dall’educazione a livello di comunità, e la popolazione deve essere istruita all’autocontrollo della propria salute (ad esempio al controllo della pressione e alla prevenzione dei fattori di rischio), ma non solo: le cure devono arrivare direttamente in mezzo alle persone.

Non bisogna poi dimenticare le difficoltà economiche. Da questo punto di vista avere un’assicurazione sanitaria sembra indispensabile, soprattutto alla luce del fatto che come ha sottolineato Paddy Partridge – Regional Manager Africa del fornitore di assicurazioni BIMA – mobile micro-insurance and health – “può bastare un solo problema finanziario per creare enormi problemi a una famiglia”. Purtroppo, però, spesso questa soluzione non è nemmeno conosciuta da chi vive nei Paesi a basso e medio reddito, oppure incontra la diffidenza delle persone. Ciononostante è stato già fatto qualche primo tentativo di farla entrare in gioco, come un paio di esempi prodotti in Ghana e altri in Tanzania, Senegal e Uganda.

Al momento è difficile monitorare i risultati del lavoro svolto a tutti questi livelli. “Faremo dei progressi”, ha promesso Kelley, sottolineando anche i vantaggi derivanti dal ricorso alla cosiddetta digital health. L’Oms si sta impegnando anche in questo senso con “Be he@lthy be mobile”, iniziativa coordinata con l’agenzia delle Nazioni Unite Itu (International Telecommunication Union) per una maggiore diffusione della “salute mobile” (mHealth) per la lotta alle malattie non trasmissibili. In Ghana, invece, è attiva la piattaforma VOTO, che aiuta a gestire le malattie non trasmissibili inviando sms agli infermieri che se ne occupano.

Vikas Tibrewala, consulente indipendente proveniente da una lunga esperienza all'INSEAD. © Silvia Soligon
Vikas Tibrewala, consulente indipendente proveniente da una lunga esperienza all’INSEAD. © Silvia Soligon

Una svolta positiva

Il paziente non è però l’unico ostacolo al miglioramento. Come ha infatti sottolineato Thakker, “ci sono tante idee, ma spesso non vengono implementate”. I governi cambiano più velocemente di quanto ci voglia per mettere in pratica le buone iniziative; e non mancano nemmeno le barriere a livello di partnership, accesso ai capitali, infrastrutture che offrano i servizi, le finanze dei sistemi sanitari e il contesto normativo. E come ha ricordato Vikas Tibrewala, consulente indipendente proveniente da una lunga esperienza all’INSEAD (l’istituto europeo d’amministrazione degli affari), “le barriere esistono a causa dell’eredità lasciata dai comportamenti tenuti dalle industrie farmaceutiche negli anni passati”. L’esempio citato è proprio il caso Big Pharma versus Mandela.

Da quest’ultimo punto di vista l’iniziativa di Novartis Foundation sembra rappresentare una svolta positiva. A testimoniarlo sono esperienze come quella raccontata da Nelson Muriu, Direttore dei Servizi alla Salute della Contea di Nyeri, in Kenya. “Abbiamo soldi per i farmaci contro le malattie non trasmissibili. Possiamo fare gli screening”. Ma nemmeno in questo caso mancano gli ostacoli. “Abbiamo problemi soprattutto in termini di distribuzione del budget”, ha raccontato Muriu.

Come ha però sottolineato Akudo Anyanwu Ikemba – direttore del settore Sviluppo del Vaccine Center dell’Emory University di Atlanta – la storia di Aids, tubercolosi e malaria insegna che con un’azione globale è possibile ottenere ottimi risultati. In molti Paesi africani si parla addirittura di una copertura universale, esigenza che, come dimostrato da iniziative come la Giornata Mondiale per la Copertura Sanitaria Universale fissata per il prossimo 12 dicembre, è percepita a livello globale. “Se vogliamo un accesso universale alla salute”, ha però sottolineato Joerg Reinhardt, presidente del consiglio di amministrazione di Novartis, “tutti i portatori di interesse devono collaborare”. Industria farmaceutica inclusa.

Silvia Soligon
silvia.soligon@gmail.com
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Gentiloni: da pacifista militante a finanziatore di dittatori e guerre

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Catania, 11 dicembre 2016

Paolo Gentiloni l’ha spuntata: il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sostituisce l’amico fraterno Renzi alla Presidenza del consiglio. Da quando circolava con sempre più insistenza il suo nome, un ricordo sfocato mi è tornato alla mente.

Correva l’autunno 1983 e a Roma si era conclusa da poco una delle più grandi manifestazioni per la pace della storia italiana. Un milione di persone per dire No ai missili nucleari Nato-Usa in Sicilia. Poi i sit-in di fronte al Parlamento duramente repressi dalle forze dell’ordine. Con alcuni dei componenti del Comitato XXIV ottobre ci si vede a cena in un signorile appartamento del centro. Tra gli ospiti, schivo e austero, c’era il giornalista Gentiloni, una breve e invidiata esperienza nel movimento studentesco di Mario Capanna, in procinto di assumere la direzione de La nuova ecologia, il periodico di Legambiente ideato con Chicco Testa ed Ermete Realacci che, non vorrei sbagliare, quella sera erano con noi pacifisti e antinucleari.

Le evoluzioni o involuzioni del trio legambientalista sono note: Testa volò alla presidenza del Cda di Enel che contribuì a privatizzare; Realacci è oggi presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati, anch’egli in quota Giglio-Renzi, mentre il nobile di origini Gentiloni è incoronato Capo di governo.

Roberta Pinotti, a sinistra e Paolo Gentiloni a destra
Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni

Che differenze enormi tra il Gentiloni No war e No Nuke e il Gentiloni Pd. Ad agosto a Washington con l’amica-sorella-compagna Roberta Pinotti, molto probabilmente riconfermata ministra della difesa, offre agli Usa il consenso all’utilizzo della base di Sigonella per gli attacchi in Libia con i droni armati. Ai giornalisti Gentiloni spiega che “l’utilizzo delle basi italiane non richiede una specifica comunicazione al parlamento”. Così oltre a Sigonella, dall’hub aeroportuale di Pisa possono decollare gli aerei C-130 dell’US Air Force per trasportare armi e materiali militari in Libia e ai paesi nordafricani e mediorientali partner della campagna contro il “terrorismo internazionale”.

sfollati in Africa
sfollati in Africa

Alleati con cui Gentiloni (con Renzi e Pinotti) rafforzerà legami e affari, anche in nome e per conto del complesso militare industriale nazionale. La Libia innanzitutto, il cui fragile governo continua ad essere riconosciuto aldilà del Mediterraneo ma non in loco. O il Sultanato dell’Oman ad esempio, considerato dal ministro Gentiloni uno degli interlocutori privilegiati sul piano politico ed economico con cui discorrere sulle guerre in Iraq, Libia, Yemen e Ucraina. Ma soprattutto l’Arabia saudita, impegnata in un’escalation di morte in Yemen, grazie alle bombe e ai cacciabombardieri acquistati in Italia in palese violazione delle leggi e del diritto internazionale e l’assenso dell’uomo guida del ministero degli affari esteri.

Paolo Gentiloni, allora ministro degli esteri, con il presidente nigeriano Muhammadu Buhari
Paolo Gentiloni, ex ministro degli esteri, con il presidente nigeriano Muhammadu Buhari

Gentiloni ministro non ha perso occasione di far visita e farsi fotografare accanto ai generali in missione di guerra all’estero: a Mosul dove fanno la guardia alle imprese impegnate nella realizzazione di dighe dal controverso impatto socio-ambientale; a Kabul ed Herat dove operano con il Comando delle operazioni Nato in Aghanistan; in Libiano con le forze Unifil. A Roma Gentiloni ha ricevuto invece il Primo Ministro della Repubblica Federale di Somalia, Omar Abdirashid Ali Shamarke, accompagnato dai principali ministri del suo governo e dai manager di Confindustria Assafrica e Mediterraneo. Una visita, quella dei leader somali, conclusasi con un lauto assegno italiano: 21 milioni di euro in “aiuti alla cooperazione”, 7 in più di quanto era stato ricevuto l’anno prima.

Il 26 e 27 maggio a Taormina si terrà il vertice G7. A scegliere la località turistica siciliana era stato Matteo Renzi, ma una maledizione sembra dover mietere vittime una dopo l’altro tra i Potenti della terra. Sarà allora Gentiloni a dover fare da padrone di casa. “A Taormina si discuterà, tra le altre cose, delle situazioni di crisi a livello internazionale, soprattutto nel Mediterraneo e nel Medio Oriente e del problema della migrazione e dei profughi”, ha fatto sapere qualche mese fa Gentiloni. Quello di legare insieme guerre, migrazioni e aiuti è un chiodo fisso dell’(ex) ministro degli affari esteri. A maggio, recandosi a Tunisi, Gentiloni ha rafforzato la partnership con il governo nordafricano grazie agli aiuti militari e ad alcuni progetti strategici come ad esempio il “cavo di interconnessione elettrica Elmed”. In agosto è stata la volta della Nigeria per implementare con le autorità locali il famigerato “migration compact”, il piano elaborato in ambito Ue per impedire – anche manu militari – che i migranti provenienti dall’Africa occidentale raggiungano le coste del Mediterraneo per tentare la traversata verso il sud Italia. Solo qualche mese prima, Renzi e il capo della polizia Alessandro Pansa avevano firmato in Nigeria un accordo di cooperazione tra i due paesi per la “lotta al traffico di esseri umani” con tanto di “collaborazione reciproca anche per i rimpatri dei nigeriani che non hanno diritto a restare in Italia”.

Per portare a compimento la strategia del “migration compact”, del controllo delle frontiere europee del respingimento-deportazione dei migranti, Gentiloni si è recato a novembre in Niger, Mali e Senegal, in compagnia del Commissario Ue per le migrazioni Dimitris Avramopoulos. In particolare in Niger si è fatto un passo avanti per istituire veri e propri lager-hub dove concentrare i migranti in transito nel Sahara, in attesa che l’Ue valuti le loro domande d’asilo. Anche grazie a Gentiloni ministro, i confini della fortezza Europa hanno varcato il mare per insediarsi nel deserto africano.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Bombe italiane partite da Cagliari all’Arabia Saudita per reprimere la rivolta in Yemen

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 dicembre 2016

In gran segreto, prima dell’alba del 9 dicembre è entrata nel porto di Cagliari la porta container Bahari Tabuk, costruita nel 2013, battente bandiera saudita. “Un blitz italo-saudita”, l’ha definito Mauro Pili, parlamentare, iscritto al gruppo misto, e leader del movimento indipendista sardo UNIDOS, nel suo sito. Sempre secondo Pili, all’alba del 9 dicembre sono stati caricati tremila ordigni, contenuti in diciotto container d’acciaio e ferro. Morte prodotta dalla RWM a Domusnovas.

Bombe MK841
Bombe MK841

Il carico pronto ad uccidere, che porta la firma del nostro governo, in particolare di Roberta Pinotti, ministro della Difesa tuttora in carica  e di  Paolo Gentiloni, capo della Farnesina durante il governo Renzi e possibile nuovo presidente del Consiglio dei ministri, ha preso il largo poco prima della mezzanotte di ieri alla volta del regno saudita.

Nave Bahri-Tabuk
Nave Bahri-Tabuk

L’Arabia Saudita, alla guida della coalizione di nove Stati, bombarda in continuazione le zone controllate dagli huti in Yemen, mietendo morti ovunque, soprattutto tra la popolazione civile. Sembra inverosimile, ma i micidiali ordigni usati dai sauditi – dal peso di 870 chilogrammi, di  cui 250 chilogrammi di esplosivo – vengono fabbricati in Sardegna, a Domusnovas. Lì,  dal 2010, ha sede lo stabilimento della RWM Italia S.p.a., di cui la Rheinmetall tedesca è azionista. E da lì alla volta del Paese asiatico  partono attraverso l’aeroporto civile di Elmas, o, come è successo proprio ieri mattina all’alba, dal Porto canale del capoluogo sardo, gli armamenti per reprimere la rivolta degli sciiti yemeniti.

Roberta Pinotti, a sinistra e Paolo Gentiloni a destra
Roberta Pinotti, a sinistra e Paolo Gentiloni a destra

Giorgio Beretta, analista dell’OPAL (Osservatorio Permanente sulle armi leggere e le politiche di difesa e sicurezza di Brescia) ha dimostrato che la vendita di armi italiane nel mondo è triplicata nel 2015. E’ passata da 2,9 miliardi nel 2014 a 8,2 miliardi nel 2015 e nel bienno 2014-2015 il ministero degli Esteri italiano ha autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro.

In ottobre la Procura di Brescia ha  aperto un’inchiesta sull’esportazione di queste armi letali verso Riyad con l’ipotesi di reato: “Violazione della legge 185/90 che vieta l’esportazione di armi verso Paesi in guerra”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sud Sudan: capo dell’NGO norvegese che aiuta i profughi espulso senza spiegazioni

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 dicembre 2016

Il governo del Sud Sudan ha espulso oggi il direttore dell’organizzazione “Norwegian Refugee Council” (NRC), arrivato poche ore fa a Nairobi. Ieri il rappresentante di NRC , di cui non sono state rese note generalità e nazionalità, è stato arrestato senza spiegazione alcuna dalle forze di sicurezza sud sudanesi.

In un comunicato dell’organizzazione norvegese, il suo segretario  generale Jan Egeland, chiede al governo del più giovane Stato della Terra di rivedere la propria posizione e di dare priorità ai propri cittadini che necessitano urgentemente di aiuti umanitari. Attualmente oltre tre milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case e i loro villaggi. Un milione ha cercato rifugio nei Paese limitrofi, mentre altri due milioni sono sfollati. “Le vere vittime di questa azione del governo sono le persone che vigono in stato di necessità”. ha aggiunto Egeland, precisando: “Il governo dovrebbe collaborare con tutte le organizzazioni umanitarie presenti sul territorio”.

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L’NRC è attivo nel Sud Sudan dalla sua indipendenza nel 2011, ma già precedentemente, sin dal 2004 ha prestato la propria opera nel meridione dell’ex protettorato anglo-egiziano.
L’organizzazione norvegese dispone di unità mobili in grado di raggiungere in breve tempo anche i luoghi più remoti per prestare aiuto e assistenza ai cittadini più vulnerabili.

Questa terribile situazione è frutto di una guerra civile iniziata tre anni fa: il presidente Salva Kiir Mayardit aveva accusato il suo vice Riek  Marchar di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati a fine 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Lo spettro della fame. Donna sud sudanese
Lo spettro della fame. Donna sud sudanese

La guerra civile ha scaraventato sull’orlo del baratro una buona parte della popolazione. Solo nei primi mesi del conflitto oltre quattrocentomila persone hanno abbandonato le loro case. Decine di migliaia hanno cercato rifugio nelle basi dell’ONU, che ben presto si sono trasformate in veri e propri campi per sfollati.

Una guerra civile, un popolo dimenticato dal resto del mondo. Si parla poco di questo Paese perchè i suoi profughi non sono tra i migranti che cercano di raggiungere le nostre coste. Non ci sono sud sudanesi tra i morti nel Mediterraneo semplicemente perché non hanno denaro, parenti all’estero o beni da poter vendere. Sono rimasti senza niente. Anche il cibo è diventato un lusso, figuriamoci le lacrime, ora che il governo crea problemi anche a coloro che cercano di portare aiuti alla popolazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Elezioni presidenziali in Ghana: probabilmente si va al ballottaggio

AfricaExPress
Accra, 7 dicembre 2016

Oggi si sono svolte le elezioni presidenziali e legislative in Ghana. I seggi sono stati chiusi, come previsto, alle 17.00 di questo pomeriggio e poco dopo è iniziato lo spoglio delle urne; i risultati saranno resi noti solamente fra tre giorni.  Qualora nessuno dei candidati alla Presidenza raggiunga la maggioranza assoluta, è previsto un successivo ballottaggio tra i due.

Davanti ai seggi si sono formate lunghe code già durante la notte. Una signora di 78 anni è arrivata alle quattro del mattino, si è seduta davanti alla porta dell’edificio. “Amo questo mio Paese e voglio che questo mio sentimento rimanga nei registri di voto con le impronte delle mie dita”, ha dichiarato con fierezza l’anziana signora ai giornalisti.

John Mahami, presidente del Ghana a sinistra Nana Akufo Addo, candidato alla presidenza, a destra
John Mahama, presidente del Ghana a sinistra
Nana Akufo Addo, candidato alla presidenza, a destra

Gli exit poll indicano un duello tenace tra il presidente uscente, John Dramani Mahama, che detiene la poltrona dal 2012 e  Nana Akufo Addo, che si era già candidato alla tornata elettorale nel 2012, ottenendo il 47,7  per cento delle preferenze.

Mahama, esponente del partito “National democratic congress”  è stato vicepresidente del Paese dal 2009 al 2012. Si è insediato come presidente il 24 luglio 2012, dopo la morte del suo predecessore John Atta Mills, vincendo poi in dicembre dello stesso anno le elezioni. E’ stato membro del Parlamento dal 1997 al 2001 e ha ricoperto la carica di ministro delle comunicazioni dal 1998 al 2001. Akufo-Addo, del “New patriotic party” invece, è un avvocato ed è stato ministro degli esteri fino al 2007, carica che ha lasciato di sua spontanea volontà per partecipare alle presidenziali del 2008.

I candidati per la poltrona più ambita della ex colonia britannica erano ben sette. Tutti avevano assicurato che la campagna elettorale si sarebbe svolta in modo pacifico. Purtroppo a margine di un comizio elettorale tenutosi a Chereponi nel nord-est del Ghana, vicino al confine con il Togo,  lunedì scorso è stato ucciso un simpatizzante di uno dei più grandi partiti d’opposizione. Secondo  fonti della polizia locale, sono scoppiati dei tafferugli tra i giovani dei due principali partiti. Oltre a provocare la morte di una persona, durante i disordini sono state ferite quattordici persone, tra loro sei in modo grave.

I temi principali di questa  campagna elettorale sono stati la crisi economica  e la crescente corruzione. E’ cosa risaputa che i prezzi dell’oro e del petrolio siano scesi a livello internazionale, ma l’opposizione sostiene che il governo uscente non abbia saputo amministrare il denaro pubblico. Mahama, invece, è convinto che nel prossimo anno ci sarà una crescita dell’otto per cento, anche grazie all’entrata in produzione dei nuovo pozzi petroliferi in concessione a  ENI e Tullow Oil. Dunqe ci sarà un importante cash-flow grazie alle royalities che le due compagnie dovranno versare allo Stato.

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