La decisione della Corte arriva solo dopo tre giorni dopo che la Commissione elettorale indipendente del Gambia ha annunciato la vittoria di Adama Barrow, candidato dell’opposizione, alle elezioni presidenziali che si sono svolte il 1° dicembre.
Adama Barrow, vincitore delle elezioni presidenziali in Gambia
Sabrina Mahtani, ricercatrice di Amnesty International per l’Africa occidentale anglofona, ha sottolineato che la liberazione di Darboe rappresenta un ottimo primo segnale verso la svolta e ha aggiunto: “Non dobbiamo tuttavia dimenticare tutti gli altri prigionieri di coscienza che marciscono ancora nelle galere gambiane, per aver espresso in modo pacifico la propria opinione, tra loro anche tre Imam, che sono stati arrestati tre anni fa e dei quali non si hanno più avuto notizie ”.
Yahya Jammeh,attuale presidente del Gambia
Barrow riceverà lo scettro del Paese da Yahya Jammeh, che lo ha tenuto ben stretto per ventidue lunghi anni, il prossimo gennaio. Vedremo se saprà dare la svolta che la piccola ex colonia britannica merita.
Il Gambia è una lingua di terra, un’enclave del Senegal. E conta solamente 1,849.000 abitanti. Jammeh in questa tornata elettorale ha portato a casa il quaranta per cento delle preferenze, mentre il suo avversario e futuro presidente il quarantatré per cento. Sembra che Jammeh abbia accettato la sconfitta e si sia congratulato con Barrow pochi minuti prima dell’annuncio ufficiale da parte della Commissione elettorale.
Il nuovo presidente del Gambia ha cinquantun anni, è sposato con due mogli e ha cinque figli. E’ nato in un villaggio all’interno del Paese. E’ arrivato a Banjul perché vincitore di una borsa di studio. Qualche anno più tardi si è recato a Londra per studiare e lavorare. Per diverso tempo è stato agente per la sicurezza presso la Argos a Londra. Una volta tornato a casa, ha aperto un’agenzia immobiliare. Durante un’intervista all’AFP ha confessato di lavorare tra le dodici e quindici ore al giorno.
Gli elettori hanno creduto alle sue promesse elettorali di voler cambiare il Gambia ed è stato premiato. Da vigilantes è diventato presidente.
Ora i gambiani vogliono sperare nel futuro. I più sono convinti che torneranno gli investitori stranieri, le ONG, gli aiuti internazionali, molti dei quali sono stati bloccati per i comportamenti, a dir poco, bizzarri di Jammeh.
Ma c’è anche ancora molta preoccupazione. Alcuni utenti dei social media postano link offensivi e minacciano Jammeh , i suoi ministri e generali di morte, racconta il proprietario di un ristorante nella zona turistica di Kololi. E aggiunge: “Minacce pesanti , non bisogna dimenticare che il presidente è ancora al potere e la guardia presidenziale, l’esercito tutto è armato fino ai denti”.
Anche Sidi Sanneh, ex ministro degli esteri e ex ambasciatore gambiano in Senegal, oggi esiliato negli USA, ha espresso le sue perplessità. Secondo Sanneh, Jammeh starebbe preparando un colpo di Stato. “Il presidente sconfitto è stato messo sotto pressione dai suoi uomini di fiducia, dalle forze armate, dalla guardia presidenziale, che lo spingono a riprendere nuovamente il potere con un colpo di Stato come nel 1994. Si sentono traditi da Jammeh da quando ha ammesso di aver perso la tornata elettorale”.
Macky Sall, presidente del Senegal
Secondo l’ex diplomatico gambiano, Jammeh starebbe per mandare la moglie Zainab Suma Jammeh, il figlio Muhammed Jammeh e la sorella negli USA .
Macky Sall, presidente del Senegal, ha presieduto venerdì scorso un consiglio di sicurezza straordinario, al quale erano presenti il capo di stato maggiore dell’esercito, i massimi dirigenti della gendarmeria, polizia, vigili del fuoco, i ministri della Difesa e dell’Interno. Secondo alcune fonti autorevoli, Sall non vuole trovarsi impreparato nel caso dovessero scoppiare disordini nel vicino Gambia.
Dal nostro corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 4 dicembre 2016
Dopo aver ospitato con discreto successo il Summit della Francofonia, tenutosi a Antananarivo il 26 e 27 novembre, il Madagascar affronterà nei prossimi giorni a Parigi un incontro dal quale dipenderà lo sviluppo del Paese nei prossimi anni: il capo di stato e la sua delegazione incontreranno il 2 e 3 dicembre le istituzioni finanziare della comunità internazionale cercando di ottenere un prestito di 3,3 miliardi di dollari che possa sovvenzionare il piano di rilancio.
Sarebbe il grande passo verso una normalizzazione delle relazioni con le grandi istituzioni di finanza mondiale visto che ormai dalla crisi politica del 2009 Madagascar era stato escluso dai grandi progetti di lotta alla povertà e sviluppo.
Hery Rajaonarimampianina, presidente del Madagascar
Il buon lavoro svolto dall’attuale presidente Hery Rajaonarimampianina, eletto nel 2014, ha riportato un buon grado di fiducia anche fuori dai confini nazionali e forse si potrà veramente voltare pagina e far ripartire uno dei paesi più poveri del mondo che negli ultimi anni ha avuto i peggiori indici di crescita al mondo tra i paesi non in guerra.
Attualmente il 90 per cento della popolazione è al di sotto della soglia della povertà (calcolata su una base di 1,90 dollari al giorno) e Madagascar è il Paese che dopo la Corea del Nord ha accesso al minor contributo internazionale con 24 dollari all’anno per abitante.
Certo non mancheranno le richieste da parte della comunità internazionale di un’intensificazione della lotta alla corruzione e un maggiore impegno nella salvaguardia dell’ambiente.
Ma difficilmente la delegazione malgascia tornerà da Parigi a mani vuote visti comunque i progressi fatti negli ultimi 3 anni e la volontà di una parte della classe dirigente di riportare il Paese verso una crescita economica che allevierà i problemi della maggior parte della popolazione.
Durante una conferenza a latere del “Forum Euro-Mediterraneo 2016”, organizzato dal nostro ministero degli Esteri, tenutosi in questi giorni a Roma, il capo della Farnesina, Paolo Gentiloni, ha incontrato il suo omologo sudanese, Ibrahim A. Ghandour.
Il nostro ministro ha espresso la volontà del governo italiano di incrementare la cooperazione con Kartoum. Una scelta non fatta a caso, visto che l’ex protettorato anglo-egiziano è uno dei maggiori Paesi di transito per i profughi che vogliono raggiungere i porti della Libia, per poi proseguire verso le nostre coste.
Ibrahim Ghandour, ministro degli esteri sudanese,a sinsitra e Paolo Gentiloni, i nostro ministro degli Esteri
I dialoghi si sono dunque concentrati soprattutto sul controllo delle frontiere, in particolare quelle con la Libia.
Il quotidiano “Sudan Tribune” in un articolo di oggi ha precisato che le relazioni diplomatiche tra i due Paesi sono ottime, sottolineando che esiste una reale cooperazione in fatto di sicurezza. Infatti solo pochi mesi fa l’Italia ha rimpatriato una quarantina di sudanesi ritenuti “migranti illegali” e nel mese di giugno le autorità di Karthoum hanno consegnato all’Italia un pericoloso trafficante di uomini. Peccato fosse quello sbagliato (http://www.africa-express.info/2016/06/13/tranello-agli-italiani-per-arrestare-il-falso-trafficante-eritreo-pagato-del-denaro/)
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 3 dicembre 2016
Secondo un rapporto diAmnesty International pubblicato la settimana scorsa, in Nigeria le forze di sicurezza e dell’esercito hanno ucciso almeno 150 attivisti pacifici pro-Biafra, nel sud-est del paese. È il risultato di una spietata repressione a colpi di fucile contro il dissenso delle popolazioni biafrane che manifestano per i loro diritti e per l’indipendenza dalla federazione nigeriana.
Vittime biafrane delle forze di sicurezza nigeriane
Il rapporto di 60 pagine “Nigeria: i proiettili piovevano dappertutto” dell’ong per i diritti umani riguarda la pesantissima ondata repressiva nel Paese africano tra agosto 2015 e lo stesso mese del 2016. Si basa sulla documentazione di 87 video, 122 fotografie e 193 interviste (146 delle quali a testimoni oculari) riguardanti manifestazioni e altre iniziative organizzate in quei 12 mesi. Secondo Amnesty le forze di sicurezza, sotto il comando dall’esercito, hanno condotto una spietata campagna di violenza e uccisioni.
Nel sud del più popoloso Paese africano il clima è pesantissimo e sembrano tornare i fantasmi della guerra del Biafra quando la maggioranza Igbo voleva l’indipendenza dalla Nigeria. Una guerra civile che, tra il 1967 e il 1970, ha causato tra uno e due milioni di morti, soprattutto per fame.
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria
Il governo del generale Muhammadu Buhari, neo presidente eletto nel marzo 2015, ha deciso di non fare sconti ai biafrani che stanno riprovando a prendersi l’indipendenza.
Dall’agosto 2015, i militanti e simpatizzanti di Ipob (Popoli indigeni del Biafra) che hanno manifestato con marce e riunioni per sollecitare la creazione di uno stato biafrano rischiano la vita e sono oggetto di brutali torture.
Amnesty denuncia che nonostante le schiaccianti prove di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziali delle forze di sicurezza nigeriane, le autorità non hanno avviato alcuna indagine. Un sistema simile di impunità è stato riscontrato in altre parti della Nigeria, come le zone nord-orientali nel contesto delle operazioni contro Boko Haram.
“La repressione mortale degli attivisti pro-Biafra sta esasperando la tensione nel sud-est della Nigeria – ha dichiarato Makmid Kamara, direttore ad interim di Amnesty International Nigeria – La sconsiderata tattica del ‘grilletto facile’ per controllare la folla ha provocato almeno 150 morti e temiamo che il totale effettivo possa essere assai più alto”.
Nnamdi Kanu, leader Ipob
La tensione nel sud e sud-est del paese è notevolmente peggiorata da quando, il 14 ottobre 2015, Nnamdi Kanu, leader Ipob e direttore di Radio Biafra, è stato incarcerato e accusato di cospirazione criminale. Da quella data sono aumentate le manifestazioni di protesta a sostegno dell’indipendenza dello stato del Biafra e per la liberazione di Kanu e le violenze della polizia.
I massacri
Uno dei massacri operati dai militari nigeriani è quello di Aba, 620km a sud di Abuja, il 9 febbraio 2016. Amnesty International ha esaminato le immagini di un raduno pacifico di militanti e simpatizzanti dell’Ipob all’Istituto nazionale di educazione superiore della città biafrana. Ha confermato che le forze di sicurezza nigeriane, senza alcun preavviso, hanno circondato il gruppo e hanno aperto il fuoco con proiettili veri con l’intento di uccidere. Pochi giorni dopo, il 18 febbraio, in un fossato nei pressi dell’autostrada di Aba-Port Harcourt sono stati rinvenuti 13 cadaveri bruciati. Tra i morti anche i manifestanti arrestati dai militari e misteriosamente spariti.
Cadaveri bruciati uccisi ad Aba
Ogni anno, il 30 maggio, i biafrani ricordano la fallita indipendenza del 1967 con la “Giornata della memoria”. Il 29 maggio scorso a Nkpor, 470 km a sud della capitale, durante la notte le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nelle abitazioni dei militanti e simpatizzanti Ipob e in una chiesa arrestando numerosi attivisti come azione preventiva.
Manifestazione per l’indipendenza del Biafra
La giornata successiva è stata rosso sangue. Nella cittadina vicina Asaba, durante la manifestazione per la “memoria” con un migliaio di persone i militari, senza preavviso, hanno sparato proiettili veri sui manifestanti: in due giorni sono state uccise almeno 60 persone e 70 sono rimaste ferite.
Ma oltre ai morti e ai feriti, Amnesty ha anche riscontrato centinaia di arresti arbitrari – anche di persone ricoverate in ospedale per le ferite – e di maltrattamenti e torture di detenuti. Molti di loro sono stati feriti con l’acido e la prassi quotidiana erano le frustate ai prigionieri chiamate dai militari “té del mattino”.
“Abbiamo più volte chiesto al governo nigeriano di avviare indagini indipendenti sulle prove di crimini di diritto internazionale – ha affermato Kamara – Il presidente Buhari ha ripetutamente promesso che i nostri rapporti sarebbero stati approfonditi. Tuttavia, non è stato preso alcun provvedimento concreto”.
Mappa della Nigeria e del Biafra
Secondo l’Ipob il Biafra è a maggioranza cattolica e l’intento del presidente islamico Buhari è l’islamizzazione della regione sud e sud-est del Paese area che comprende tutto il Biafra.
Difficilmente il governo di Abuja rinuncerà quella regione che comprende il delta del Niger ricchissimo di petrolio che rappresenta il 14,4 per cento del PIL dove operano compagnie petrolifere come Eni e Shell, Elf e Chevron.
Dopo la guerra civile il governo nigeriano ha deciso di eliminare la memoria del Biafra. Per cancellarne definitivamente il nome, alla baia omonima è stato addirittura cambiato toponimo in golfo di Bonny. Con queste premesse è probabile che il bagno di sangue continui. Nel frattempo Amnesty Nigeria e Radio Biafra hanno lanciato una campagna internazionale via twitter con l’hastag #StopBiafrakillings e il documento di Amnesty è stato portato al Parlamento europeo.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 dicembre 2016
La libertà di espressione in Sudan è sempre più un optional. In risposta alle tre giornate di disobbedienza civile, che si sono svolte dal 27 al 29 novembre, Omar al Bashir, presidente dell’ex protettorato anglo-egisiano, ha ordinato agli uomini del NISS (acronimo inglese per “National Intelligence and Security Services” ) di requisire i quotidiani dell’opposizione. Solo nella giornata di mercoledì sono state confiscate le copie di cinque giornali. E’ la punizione per chi diffonde notizie, che hanno un impatto negativo sulla sicurezza nazionale. Domenica è stata chiusa anche l’emittente televisiva Omdourman.
I media sostengono che queste misure sono state attuate per la pubblicazione di articoli relativi alle giornate di protesta, che si sono svolte nei giorni scorsi. I giornalisti del “ Sudanese Journalists Network” (SJN ) sono entrati in sciopero mercoledì contro le severe misure prese dal governo e lo strapotere del NISS, che nel febbraio 2015 aveva attuato la confisca di ben quattordici quotidiani senza che vi fosse data spiegazione alcuna.
Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir
Le giornate di disobbedienza civile sono state indette da giovani attivisti, che hanno diffuso lo svolgimento via facebook e twitter: una protesta contro il piano di austerità varato dal governo sudanese dall’inizio del mese di novembre. Tali misure comprendevano anche l’aumento del prezzo della benzina, dell’elettricità e dei medicinali e di altri beni di prima necessità; alcune delle misure sono state ritirate all’ultimo momento, sperando di poter così evitare le agitazioni. Alcuni partiti dell’opposizione e movimenti di ribelli hanno sostenuto e appoggiato la protesta.
Le tre giornate di sciopero si sono svolte non solo a Khartoum, ma anche in altre città del Paese. Molti i negozi chiusi, come pure scuole e università. Domenica scorsa sono stati arrestati venti attivisti in diverse città sudanesì.
Omar al-Bashir è al potere da ben ventisette anni e sul sua testa pende un mandato di arresto spiccato dalla Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità e genocidio nel Darfur. Naturalmente Bashir ha respinto tutte le accuse e recentemente ha chiesto il ritiro dei caschi blu, che si trovano nella Regione dal 2007.
E proprio a Genina, capoluogo del Darfur occidentale, sono stati rapiti tre collaboratori dell’UNHCR (“Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati”) domenica scorsa. I tre, due nepalesi e un sudanese, sono stati portati via da uomini armati in un fuoristrada. Il sequestro è stato confermato da Abdallah Gar al-Nabi, portavoce del governo del Darfur occidentale.
Al’inizio della settimana l’inviato del governo tedesco per il Sudan e il bacino del Nilo, Rolf Welberts, ha incontrato a Khartoum il ministro per gli affari esteri Ibrahim Ghandour. Naturalmente il tema principale all’ordine del giorno sono stati gli accordi di partenariato tra i due Paesi per arginare l’immigrazione e i traffico di esseri umani. Il Sudan è uno dei maggiori Paesi di transito per chi vuole raggiungere i porti della Libia, per poi proseguire per le nostre coste. E proprio a questo proposito la Germania aveva già stanziato un sostanzioso finanziamento di dodici milioni di Euro.
Ma non solo: il 14 maggio 2016 il quotidiano “Die Zeit”(edizione on line) riporta che la “Gesellschaft fuer Internationale Zusammenarbeit” (GIZ), (in italiano: società per la cooperazione internazionale) dovrebbe dirigere il progetto del controllo delle frontiere in Eritrea e in Sudan. Il quotidiano tedesco precisa che in base a ricerche effettuate dall’emittente televisivo ARD nel programma “Magazin Report Mainz” e del settimanale “Spiegel” il progetto della protezione delle frontiere farebbe parte di un fondo europeo per combattere le cause della fuga. Secondo i due media esisterebbero dei documenti di negoziazione e degli accordi in tal senso. “Die Zeit” sottolinea, che in linea di massima dovrebbe essere interrotta la collaborazione con il Sudan e l’Eritrea per le violazioni dei diritti umani nei due Paesi, ma secondo il “ Bundesentwicklungsministerium” ( in italiano: Ministero per lo Sviluppo) il progetto può essere realizzato, visto che viene finanziato con fondi dell’UE.
Tale progetto comprende anche la fornitura di equipaggiamento per la protezione e i controllo delle frontiere, come autovetture, telecamere, scanner, server, oltre all’addestramento delle forze di sicurezza. L’UE stessa però ha intravisto la possibilità di un uso improprio del materiale. Potrebbe essere utilizzato per ulteriori repressioni contro la popolazione civile. Secondo il Ministero per lo Sviluppo tedesco i dettagli del progetto sarebbero ancora in fase di elaborazione e per quanto concerne l’equipaggiamento, non sarebbe ancora stata presa una decisione.
Non è dato di sapere se il progetto è ora in fase di attuazione, ma il solo fatto che sia stato pensato, che siano state avviate trattative in tal senso, va contro ogni principio etico e morale.
Speciale per Africa ExPress Andrea Spinelli Barrile
Roma, 28 novembre 2016
Tra i tanti rimossi dalla coscienza collettiva occidentale, sopratutto europea, c’è la schiavitù. Oggi pensiamo erroneamente che no, che la schiavitù non esiste e che non esisterà mai più e, se ci fossero schiavi ancora nel mondo, i loro aguzzini fanno i padroni illegalmente, criminali senza scrupoli e senza pietà. Non è così. In Mauritania, paese principalmente desertico a sud del Marocco il 4% della popolazione (ma secondo diverse ong le stime sono attorno al 20% della popolazione) nasce, vive e muore in schiavitù: qui la schiavitù è uno stato sociale, una forma culturale, una legge da rispettare.
I mauritani, per raccontare se stessi e la propria cultura, raccontano una leggenda che arriva direttamente dal deserto. Due fratelli, viaggiando attraverso il Sahara, incontrarono un temporale torrenziale, violentissimo. Uno dei due, per coprirsi il capo e non bagnarsi, prese il suo Corano e se lo mise in testa mentre l’altro, più attento e rispettoso della parola del Profeta, protesse il libro sacro come poteva, salvandolo dall’acqua: la pioggia fece sciogliere le parole d’inchiostro macchiando il volto del primo fratello e tingendolo di nero per sempre mentre Dio fu contento e grato di come il secondo fratello aveva protetto il Corano. Una storia che esemplifica una realtà più di mille parole.
Il tavolo dei relatori dell’incontro “Schiave”, sulla schiavitù in Mauritania. Da sinistra: Antonella Soldo, Radicali Italiani, Antonio Marchesi, Amnesty International, Biram Dah Abeid, IRA Mauritaine, Emma Bonino, Antonio Strango, LIDU. Roma, 26 novembre 2016 [Foto – Andrea Spinelli Barrile]Sono gli Haratin l’etnia in fondo alla piramide sociale mauritana e le donne, in particolare, coloro le quali subiscono maggiormente la schiavitù: l’80% delle donne Haratines vivono in una condizione di oppressione, a disposizione completa del padrone, che è padrone anche dei figli prodotti dallo stupro, a loro volta nati servi. Parliamo di circa 600.000 persone. Gli uomini, quando crescono, tendono ad andarsene e conquistarsi con la fuga la propria libertà ma le donne, e i bambini, restano schiavi. Sabato 26 novembre si è tenuto a Roma, presso il salone del Partito Radicale, un incontro, promosso da Radicali Italiani e Non c’è pace senza giustizia, chiamato “Schiave” in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne: incontro che ha visto protagonisti Emma Bonino e sopratutto Biram Dah Abeid, Presidente di IRA Mauritania, l’Iniziativa per la Rinascita del movimento Abolizionista della schiavitù, che ha ricordato come Marco Pannella sia stato tra i primi ad occuparsi di schiavitù in Mauritania e del tragico legame che lega la schiavitù alla violenza sulle donne. Tra i pochi ad occuparsi di lui: “Le ragazze schiave della Mauritania sono abituate a questa condizione, la conoscono fin da piccole” dice Biram con gli occhi sgranati.
Ufficialmente, in Mauritania la schiavitù è stata abolita nel 1981, criminalizzata nel 2007 e dichiarata “crimine contro l’umanità” con la riforma costituzionale del 2012. Nonostante questo la cultura islamica mauritana, che giustifica retaggi culturali spietati con un’interpretazione decisamente atipica del Corano, prevede la schiavitù nella quotidianità. Sopratutto per le donne: “La legge sulla schiavitù da noi è una legge sacra: le leggi anti-schiavitù non sono fatte per opporsi alla legge sulla schiavitù ma solo perché il governo possa approfittare dei soldi della comunità internazionale. Su tutti i trattati internazionali che firma la Mauritania c’è sempre una postilla: ‘Sotto la riserva della Sharia islamica’. Quindi le leggi adottate sono tutte in contrasto con la legge nazionale e sottoposte sempre alla revisione della legge sacra” spiega Biram durante l’incontro.
Ad Africa ExPress Biram racconta la sua storia, quella di un bambino nato non si sa bene dove e non si sa bene quando: “La mia data di nascita è arbitraria, io stesso non so bene quando sono nato: credo negli ultimi tre mesi del 1965, era un periodo di pioggia quindi probabilmente la fine dell’anno. Non c’era un ospedale, non un centro clinico, mia madre non è stata aiutata da nessuno a mettermi al mondo nella tenda dove ha partorito” ci spiega Biram. Secondo la breve biografia che mi è stata consegnata dagli organizzatori dell’incontro la nascita di Biram è avvenuta il 12 gennaio 1965. Nel 2008 Biram ha fondato IRA Mauritania, “un’organizzazione di lotta popolare contro la schiavitù” di cui oggi è presidente. Soprannominato “il Mandela della Mauritania” Biram è stato arrestato diverse volte, nel 2010, nel 2011, nel 2012 e nel 2014: nel 2010 Marco Pannella e Marco Perduca dei Radicali andarono a trovarlo in prigione e nell’aprile del 2012 durante una manifestazione nella capitale Nouakchott il suo gruppo e lui stesso bruciarono in piazza alcuni testi giuridici islamici che declinavano la legge coranica mauritana, l’interpretazione dei mauritani del Corano che giustifica la schiavitù, destando scalpore: “Le leggi in vigore sono leggi schiaviste ma non credo che le leggi schiaviste siano leggi islamiche: per questo le ho bruciate pubblicamente. Non “un atto di guerra” come disse Pannella ma “un atto politico di distruzione della mentalità schiavista legata alla religione”, è stato un atto di salvataggio, di sensibilizzazione […] era il voler interpellare le persone che hanno una vera fede musulmana chiamandole in causa” ha spiegato ad Africa ExPress.
Biram Dah Abeid a Roma, 26 novembre 2016 [Foto – Andrea Spinelli Barrile]Nel 2014 si è candidato presidente, perdendo abbondantemente contro Mohamed Ouid Abdel Aziz ma prendendo uno storico 9% con la sua IRA Mauritania, un risultato decisamente incoraggiante in quella situazione di deserto politico. Quell’anno è stato anche inserito nell’elenco delle “10 persone che hanno cambiato il mondo e di cui potresti non sentire parlare” di PeaceLink: “Le donne sono oggetto di schiavitù perché per legge vivono da sempre sotto il padrone. Addirittura ci sono bambine di 7, 8 o 9 anni che conoscono già lo stupro, bambine di 13 che hanno già 1 o 2 figli, 17enni con 4 figli, bambini nati in condizioni prive di sicurezza sanitaria. Schiavi sin dal grembo materno” ci dice Biram. Quando parla per sottolineare i concetti e le parole, in un francese spigoloso come la roccia, sgrana gli occhi ma ti osserva in ogni movimento, in ogni reazione: “Il dramma di oggi continua ad essere quello di bambini che hanno e avranno la mia stessa storia. […] il crimine della schiavitù è in gran parte invisibile e io mi appello a tutti affinché ci sia un’insurrezione morale contro questa situazione, che deve provenire dall’occidente: bisogna legalizzare l’immigrazione di quelle persone vittime di schiavitù, che è una violazione dei diritti umani, perché criminalizzare chi attraversa la frontiera è il concime grazie al quale cresce la schiavitù” conclude Biram.
Negli ultimi mesi in Mauritania numerose manifestazioni dei movimenti abolizionisti stanno animando le strade e le piazze di Nouakchott. Molti di loro vengono arrestati, sbattuti nelle terribili celle del Paese africano, picchiati. Qualcuno non tornerà mai a casa. E sabato, di qualcuno non tornato più a casa, si è parlato eccome: Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, nel suo intervento ha sottolineato la “vicinanza” dell’associazione alle battaglie per l’abolizione della schiavitù sottolineando anche l’importanza chiave del “ruolo dei governo occidentali: “Va chiesto loro di essere coerenti ed energici, più trasparenti, dovrebbero fare molto di più. Sembra che oggi non ritengano che i diritti popolazione mauritana non possano più aspettare, per tenersi buono il governo della Mauritania: magari può tornare utile per la lotta al terrorismo o per fermare i flussi migratori… Più diritti umani significa più sicurezza, le migrazioni non si fermano affidando a governi di Paesi terzi il ruolo di piantone, di guardiano dell’Europa” ha dichiarato Marchesi, che ha sfruttato l’occasione per fare presente il caso di Cristian Provvisionato, che in Mauritania c’è finito suo malgrado, inviato per conto della sua azienda italiana a presentare un prodotto di cyber sicurezza, un software per il monitoraggio delle utenze cellulari.
Cristian Provvisionato fotografato al mare pochi giorni prima del suo viaggio in Mauritania
Il caso di Cristian Provvisionato
“Vorremmo attirare l’attenzione su questo caso da parte dei media e delle istituzioni, da parte del Ministero degli Esteri” ha detto Marchesi ragionando proprio sulla catena di conseguenze che ha messo nei guai Provvisionato. Come è possibile che un’azienda italiana faccia da intermediaria per la vendita di un software ad un regime di un Paese segnalato nelle black-list del governo italiano? Dello stesso avviso anche Pia Locatelli, presente anche lei all’incontro di sabato: “Fino a un anno fa non sapevo nemmeno che in Mauritania ci fosse la schiavitù” ha detto l’onorevole Pia Locatelli, deputata capogruppo del Gruppo Misto in Commissione Affari Esteri e comunitari, con la vicepresidenza del comitato permanente sull’Africa e le questioni globali, che coordina l’intergruppo parlamentare salute globale e diritti delle donne:“Non siamo ancora andati in Mauritania ma è ora di farlo, anche preoccupandoci di italiano in carcere. Se noi chiediamo a paesi di fermare flussi in cambio di aiuti è difficile distinguere le varie situazioni che si creano”. Per la prima volta dopo 15 mesi di prigionia ingiusta nella caserma della Polizia di Nouakchott un’istituzione ha preso un serio impegno sul caso di Cristian Provvisionato, e questo non può che farci piacere.
Il servizio del nostro direttore Massimo Alberizzi ha infatti scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora (qui la prima puntata, qui la seconda: “È stato rincuorante apprendere che si è parlato pubblicamente del caso di Cristian e rincuoranti sono state soprattutto le parole del onorevole Locatelli. Abbiamo bisogno di aiuto, Cristian ne ha bisogno e speriamo vivamente di avere da ora in poi un sostegno ancora più è forte determinato” dicono ad Africa ExPress Doina Coman e Alessandra Gullo, madre e compagna di Provvisionato: “Cristian sta pagando per un reato mai commesso e ha bisogno di sapere che si sta facendo ogni cosa possibile per lui. Una missione in Mauritania sarebbe davvero importante, in tutti i sensi. Ci auguriamo di avere presto notizie positive da parte del onorevole Locatelli, dalle Istituzioni e da chiunque voglia sostenerci”.
Lateralmente noi di Africa Express siamo venuti in possesso di alcune informazioni circa un latente imbarazzo nel Governo, sia agli Esteri che agli Interni, riguardante proprio il caso di Provvisionato: riconosciuta vittima in un affare andato a male tra la ditta per cui era dipendente, la Vigilar Srl di Milano, e il braccio destro del Presidente mauritano, Ahmed Bah, Provvisionato si trova suo malgrado in un guaio più grande di lui, vittima di affari poco chiari nei quali il giovane di Cornaredo non c’entra nulla.
Speciale per Africa ExPress Paola Rolletta
Milano, 27 novembre 2016
“Chi siamo noi? Chi siamo noi? Siamo i bambini di nessuno!” È la battuta finale della pièce teatrale mozambicana “Meninos de ninguém” (Bambini di nessuno) che ha inaugurato il Premio Internazionale “Il Teatro Nudo di Teresa Pomodoro” a Milano, il 23 di novembre.
Sono passati vent’anni da quando è stata rappresentata sul palco del Teatro Avenida di Maputo, dalla compagnia Mutumbela Gogo, e Meninos de ninguém conserva la freschezza, e la tremenda attualità, dei bambini di strada. Il testo scritto dallo scrittore Mia Couto è universale. Che succede ai bambini di nessuno? Chi sono? Chi sono per noi?
Teatro No’hma. Bambini di nessuno
La pièce fu ispirata dai bambini di strada che vivevano attorno al Teatro Avenida. Erano figli della guerra civile (finita nel 1992). Oggi i bambini di strada ci sono ancora, figli di un’altra guerra, quella della miseria e della povertà. Sono il simbolo di tutti i bambini, di tutto il mondo, “le paranze dei bambini”.
La compagnia teatrale Mutumbela Gogo festeggia i suoi 30 anni di attività, e porta lo spettacolo in giro per l’Europa (Germania, Portogallo e per la prima volta in Italia) per omaggiare Henning Mankell, lo scrittore svedese che ha lavorato tanti anni con Manuela Soeiro. La regista, fondatrice e “madre” della più antica compagnia di teatro mozambicana, ha dedicato lo spettacolo milanese a Dario Fo. “Abbiamo rappresentato a Maputo la sua pièce ‘Non si paga Non si paga’, tante volte. Essere in questo teatro, a Milano, per la prima volta, lo dobbiamo anche a lui.”
Tutti i bambini di nessuno hanno una storia, ma la strada e l’abbandono la fa scomparire ai nostri occhi. La forza è che ciascuno di loro mantiene vivo il sogno di un futuro, anche senza tetto né famiglia.
Più di 200 rappresentazioni, in Mozambico e nel mondo, la pièce mantiene la freschezza e l’attualità. In tutto il mondo. Grazie anche alla politica del Mutumbela Gogo che “adatta” la pièce rinnovando sempre la vita e l’impegno. Meninos de ninguém è come una repubblica autonoma, libera e felice, nonostante tutto. C’è il vecchio mendicante, il poliziotto, il bambino senza un braccio e una bambina albina.
L’introduzione di un personaggio albino, per esempio, è un messaggio forte contro la discriminazione. Ci ha tenuto a ricordarlo Manuela Soeiro ai ragazzi di una scuola milanese che hanno assistito alla prova generale allo Spazio No’hma. “Vent’anni fa, gli albini neanche potevano uscire in strada. Erano nascosti. Erano uccisi. Era urgente lanciare un messaggio. Crediamo che il teatro abbia un ruolo importante nella società e cerchiamo sempre di lanciare sfide, diffondere messaggi contro la discriminazione.”
Teatro No’hma. Bambini di nessuno
Xidjana, come si chiamano gli albini nella lingua del sud del Mozambico, è una bambina che ha deciso di fuggire di casa, come racconta nella pièce. La madre era sempre malata, il padre la rifiuta e dice che non è sua figlia perché è albina e porta sfortuna. “Nella pièce lei è l’unica che sa leggere. Volevamo mostrare che chi consideriamo ‘diverso’ ha qualità a volte anche migliori di chi è considerato ‘normale’.”
“Bambini di nessuno” partecipa al Premio Internazionale “Il Teatro Nudo di Teresa Pomodoro”, allo Spazio Teatro No’hma di Milano,
Istituito nel 2009, il Premio è intitolato alla memoria di Teresa Pomodoro, ispiratrice e anima di un’idea di teatro dell’inclusione, alla continua ricerca del significato di dignità e umanità.
Anche per questa edizione, come per la precedente, gli spettacoli che concorrono per il premio verranno valutati dalla Giuria degli Spettatori, a cui partecipa il pubblico di NO’HMA dotato delPassaporto per la Cultura che consente ad ogni spettatore di esprimere il proprio giudizio sulle opere in concorso, e dalla Giuria degli Esperti, composta da grandi personalità del mondo della cultura, dell’arte e della società: Eugenio Barba (Odin Teatret di Holstebro, Danimarca), Lev Dodin (Maly Teatr di San Pietroburgo, Russia), Ruth Heynen (direttrice Union des Theatres de l’Europe), Ludovic Lagarde (Direttore del Centre Dramatique National Comedie de Reims, France), Statis Livathinos (Teatro Nazionale, Grecia), Enzo Moscato (autore e attore, Italia), Lluís Pasqual (regista, Spagna), Tadashi Suzuki (direttore Suzuki Company of Toga, Giappone), Presidente della Giuria è Livia Pomodoro.
La polizia ugandese ha arrestato Charles Wesley Mumbere, il re del regno di Rwenzururu, con l’accusa di incitamento alla violenza. Ma Mumbere nega ogni suo coinvolgimento.
Le forze dell’ordine sono penetrate nel suo palazzo a Kasese, al confine con il Congo-K, dopo aver ricevuto informazioni che il re nascondesse miliziani all’interno della sua residenza.
Re del regno Rwenzururu, Charles Wesley Mumbere
Durante gli scontri scoppiati dopo l’arrivo della polizia, sono morte cinquantacinque persone: quarantuno uomini del gruppo armato e quattordici agenti.
Secondo un portavoce, i ribelli vogliono la secessione dall’Uganda e intendono formare una nuova repubblica lungo il confine con il Congo-K. “Hanno dei campi di addestramento sulle montagne del Ruwenzori, poi scendono per attaccare le postazioni governative”, ha aggiunto.
Andrew Felix Kaweesi, portavoce della polizia, ha comunicato che oltre a Mumbere sono state arrestate altre persone.
La comunità di etnia Bakonzo, che vive al confine con l’ex colonia belga, è stata in conflitto per molto tempo con il regno di Toro, il più importante in quella zona. Gli abitanti di questo regno, vengono chiamati Batoro e costituiscono il tre percento della popolazione della ex colonia britannica.
Nel 1982, dopo anni di lotte e combattimenti, è stato firmato un trattato con il governo che ha concesso una maggiore autonomia alla Regione, ma presidente Yoweri Museveni ha riconosciuto ufficialmente il regno solo nel 2009.
Tra il governo centrale e il piccolo regno ci sono sempre state tensioni e malumori. Anche all’inizio dell’anno si erano verificati scontri, durante i quali sono rimaste uccise una cinquantina di persone.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 novembre 2016
Repubblica Centroafricana sempre nel caos. All’inizio della settimana si sono verificati violenti scontri nella città di Bria, a 400 chilometri a nord-est dalla capitale Bangui, nella Prefettura del Haute-Kotto, tra miliziani armati del “Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique” (FPRC) e quelli dell’ “Union pour la paix en Centrafrique” (UPC). Migliaia di civili, tra loro anche operatori umanitari e autorità locali, hanno cercato rifugio e protezione nella base locale di MINUSCA (acronimo inglese per “UN Integrated Multifaceted Stabilization Mission in the Central African Republic”).
Secondo il portavoce della missione, Vladimir Monteiro, i morti finora accertati sarebbero sedici, il bilancio finale potrebbe essere ben più pesante, perché pare che siano stati uccisi parecchi pastori semi-nomadi fulani.
Monteiro ha sottolineatoche i due gruppi sono stati ritenuti responsabili delle violenze contro la popolazione civile. I caschi blu hanno messo in atto importanti misure di sicurezza per proteggere la popolazione civile rimasta in città e le aeree dove si sono rifugiati gli sfollati. Attualmente sono in corso tentativi di mediazione con l’aiuto delle autorità locali e leader religiosi.
Le ostilità sono nate perché le varie fazioni armate in questione volevano incassare le tasse imposte ai fulani per la transumanza del bestiame.
Bambini mostrano disegni di armi
I due gruppi – UPC e FPRC – sono ex-Séléka, che difendono per lo più la minoranza musulmana nel Paese. Si accusano a vicenda delle violenze.
Secondo il portavoce dell’UPC, Daouda Souleymane, il suo gruppo è stato attaccato da altri due, alleati al FPRC e al Rassemblement Patriotique pour le Renouveau de Centrafrique (RPRC) . “Abbiamo agito per legittima difesa” – ha sottolineato – L’accordo della cessazione delle ostilità resta naturalmente in vigore”. Ovviamente il segretario generale del FPRC, Moustapha Dédiko, rigetta queste accuse, anzi, incolpa l’UPC di aver scatenato le violenze. “L’UPC ha lasciato Bambari e si è installato qui per incassare le tasse. Al nostro rifiuto, hanno chiamato rinforzi e ci hanno attaccato”, ha fatto sapere Dédiko.
Faustin Archange, presidente della ex colonia francese, al ritorno da Bruxelles, dove ha partecipato ad una conferenza di finanziatori , ha condannato fortemente i nuovi disordini e ha chiesto alle parti implicate di deporre immediatamente le armi.
Pochi giorni prima, il 17 novembre scorso, durante una conferenza organizzata dall’Unione Europea e il governo della Repubblica centrafricana (CAR), la comunità internazionale ha rinnovato il suo impegno e ha promesso di sostenere il piano globale nazionale per lo sviluppo e il consolidamento della pace elaborato dal governo di Archange. A questo proposito l’UE si è impegnata di versare 409 milioni di euro nel periodo 2016-2020, mentre gli Stati membri si accolleranno la somma complementare di 398 milioni. Grazie all’impegno di altri partner sono stati promessi un totale di 2,06 miliardi di euro per raggiungere la pace, la sicurezza , la riconciliazione e incoraggiare lo sviluppo e la ripresa economica, mantenendo comunque in lasso di tempo anche gli aiuti umanitari necessari.
Alla conferenza hanno partecipato delegazioni di oltre ottanta Paesi, organizzazioni e agenzie internazionali ed è stata co-presieduta dall’ Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini e il presidente del CAR. “L’Unione – Ho sostenuto Mogherini – appoggerà il programma ambizioso del governo della Repubblica Centrafricana, per offrire al proprio popolo la pace, la sicurezza e la prosperità economica che merita”.
Jean-Yves Le Drian, ministro della difesa francese, durante una breve cerimonia, tenutasi a Bangui il 31 ottobre, ha ufficialmente ritirato le truppe del suo Paese dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni. Attualmente sono ancora in campo quasi tredicimila caschi blu della Missione MINUSCA, con il compito difficile di disarmare i vari gruppi e di proteggere la popolazione civile.
La pace sembra non voler ritornare nella travagliata ex colonia francese. Proprio in questi giorni il gruppo di lavoro sui mercenari dell’ONU ha chiesto al governo del CAR di frenare quanto prima il pericolo rappresentato da miliziani stranieri al soldo dei vari gruppi armati, per evitare l’insorgere di ulteriori violenze che stanno affliggendo la popolazione civile, malgrado la presenza dei caschi blu.
Mercenari in Centrafrica
Secondo l’ONU a tutt’oggi sono presenti oltre cinquecento mercenari che combattono a fianco di vari gruppi ex-Séléka. Miliziani stranieri pericolosi, che saccheggiano villaggi, violentano le donne e che cercano di appropriarsi delle ricchezze naturali del Paese. Tra loro anche membri della “Lord’s Resistance Army” (LRA), gruppo armato ugandese in opposizione al presidente Yoweri Museveni. Altri provengono dal Sudan e dal Ciad, ma tutti presenti sul territorio con il solo scopo di approfittare della fragilità che ancora regna nel Paese, dell’assenza dello Stato e del sentimento di impunità che esaspera la popolazione.
Da un rapporto dell’UNICEF di pochi giorni fa si apprende che oltre ottocentocinquantamila persone non hanno ancora potuto fare ritorno nelle proprie case: 383.000 persone sono sfollati, mentre 468.000 hanno cercato rifugio nel Ciad, nel Congo-K, nel Congo Brazzaville e nel Camerun, che ha accolto oltre la metà dei cittadini centrafricani in cerca di protezione. Sempre secondo l’UNICEF, il quarantuno per cento dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione cronica e si stima che dal 2013 ad oggi tra sei e diecimila minori siano stati reclutati dai vari gruppi armati come bambini-sodato.
Oltre la metà della popolazione si trova in stato di insicurezza alimentare, tra loro 2,3 milioni necessitano di aiuti umanitari, su una popolazione totale di 4,616 milioni di persone. Non è facile vivere in questo Paese, specie per i bambini.
Anche l’Italia è presente nel CAR. Mario Giro, vice-ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, si è recato a Bangui a ottobre, dove ha inaugurato la sede della cooperazione italiana, pochi giorni dopo lo stanziamento di due milioni di Euro da parte del nostro governo per programmi di emergenza. Naturalmente questa operazione fa parte della strategia più ampia, vale a dire “ prevenire eventuali flussi migratori”.
Speciale per AfricaExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 novembre 2016
Yaya Jammeh, il presidente del Gambia, ha rifiutato i visti agli osservatorio dell’Unione Europea che avrebbero dovuto vigilare sul corretto svolgimenti delle elezioni presidenziali in programma per il prossimo 1° dicembre. L’UE aveva predisposto un team snello per le valutazioni tecniche durante la giornata elettorale.
La scorsa settimana la Commissione elettorale indipendente (CEI) aveva espresso parere favorevole per l’arrivo degli osservatori dell’UE, che del resto hanno avuto le necessarie autorizzazioni per la tornata elettorale del 2011. Non ci si spiega questo giro di vite, visto che Jammeh solo la scorsa settimana aveva dichiarato: “Tutti gli osservatori saranno benvenuti, per vigilare sulla credibilità e correttezza durante le elezioni”.
Nessun commento è stato rilasciato dalle autorità di Banjul, per il momento è trapelato solamente che sono in corso trattative tra il ministro degli affari esteri, Mamadou Tangara e l’Unione Europea. Gli osservatori dell’Unione Africana sono stati accreditati senza alcuna difficoltà.
Nel frattempo è in corso la breve campagna elettorale, che dovrebbe terminare il prossimo 29 novembre. Oltre al presidente uscente, come rappresentate del suo partito, “Alliance for Patriotic Reorientation and Construction” (APRC), ci sono altri due aspiranti all’ambita poltrona: Adama Barrow, sostenuto da una coalizione dell’opposizione e Mama Kandeh, ex membro dell’APRC, ora in lizza con un partito di recente creazione, il “Congresso democratico del Gambia” (GDC)”.
Lo scorso anno Tangara aveva dichiarato Agnès Guillaud, chargé d’affaires dell’Unione Europea nel Paese, persona non grata. Gli avevano così intimato di lasciare Banjul, la capitali, entro settantadue ore, ritenendo l’UE troppo permissiva con i gay.
Malgrado ciò il nostro governo ha inviato nel mese di maggio di quest’anno una delegazione composta da funzionari della cooperazione e della polizia scientifica, ricevuti dal ministro degli interni gambiano Ousman Sonko. L’Italia ha chiesto la collaborazione del governo dittatoriale di Banjul per il controllo dell’immigrazione clandestina.
Il nostro Paese fornirà alla ex-colonia britannica supporto tecnico per l’identificazione automatica delle impronte digitali (AFIS , acronimo inglese per Automated Fingerprint Identification System). La collaborazione prevede anche l’addestramento di ufficiali gambiani nel Paese dell’Africa occidentale e in Italia per poter controllare al meglio i confini e scoraggiare i giovani ad intraprendere i pericolosi viaggi della speranza. Naturalmente uno dei punti chiave della discussione è stato il rimpatrio dei cittadini gambiani la cui richiesta d’asilo nel nostro Paese è stata respinta.
L’Italia ha predisposto l’invio di duecentocinquanta computer, altrettanti scanner e stampanti e altro materiale logistico-scientifico. Venti militari gambiani verranno addestrati in Italia.
Durante il meeting al Ministero degli interni a Banjul è stato firmato anche un protocollo d’intesa tra il Gambia e l’Italia per il controllo dei confini. Le trattative con il governo del piccolo Paese dell’Africa occidentale per contenere l’immigrazione clandestina e il controllo delle frontiere sono state intraprese alla fine dello scorso anno, quando una delegazione del governo gambiano è venuta nel nostro Paese.
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